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Orchestra Mozart – Bologna 8 Maggio 2016

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E’ con grande dispiacere ma anche con grande rabbia che assisto alla prevedibile, inevitabile deriva del crowdfunding della Orchestra Mozart. Sul sito è oggi proposta una sorta di lotteria che assegna a sorte fra i sottoscrittori un abbonamento Spotify a fronte dell’inevitabile esaurimento di contributori, un fenomeno ampiamente prevedibile per un’iniziativa dilettantesca e velleitaria che potrebbe essere salvata solo dall’intervento di un improbabile “cavaliere bianco”, categoria oggi in via di rapido esaurimento senza un ritorno di immagine significativo. Ciò che maggiormente irrita è lo scadimento a livello di iniziativa pubblicitaria che avrebbe fatto orrore al fondatore dell’orchestra Abbado.  E chi oggi rifiuta di aprire gli occhi di fronte alla realtà contribuisce unicamente a prolungare l’agonia di una iniziativa nata morta prima di nascere. Che alla fine servirà solo a rifornire parzialmente le casse disastrate dell’Accademia visto che i contributi non saranno resi in caso di fallimento. Ci manca solo che alla fine venga proposta una “riffa” felliniana… (Devo a una segnalazione di un lettore che desidera restare anonimo – ammettere di leggere Kurvenal come centinaia di assidui lettori è forse marchio di infamia? – che il regista dell’episodio “La Riffa” di Boccaccio ’70 non era Fellini ma De Sica).

SadSad

PS scrivo queste righe essendo uno degli sventurati sottoscrittori…
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Cameristica, Recensioni

Quatuor Hermés – Talenti Bologna Festival 28 Aprile 2016

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È stato un piacere ascoltare il concerto di questo giovane quartetto che ha già in repertorio composizioni poco eseguite ma meritevoli di ascolto. È il caso Èduard Lalo e Gabriel Faurè, esponenti della generazione di compositori francesi a cavallo della fine del XIX secolo che hanno improntato con le loro opere quella feconda stagione culturale. Mentre il brano di Lalo subisce ancora fortemente l’impronta beethoveniana ma senza venirne troppo condizionato, più innovativo è il quartetto di Faurè con quell’assolo iniziale di viola così inconsueto nella letteratura quartettistica.  Fra i due brani francesi un interessante tempo di quartetto a sé stante del giovane Webern che mostra tutto l’influsso che Brahms ebbe sul compositore austriaco per lo meno nelle sue prime opere. Il Quator Hermés ha certamente favorevolmente impressionato il non folto pubblico con un’esecuzione stilisticamente impeccabile, un affiatamento degli strumentisti di notevole impatto e al contempo con una freschezza di impostazione che raramente si incontra nelle giovani compagini. Un concerto che certamente ha meritato di essere incluso nella rassegna dei “Talenti” del Bologna Festival.
PS Non possiamo che rallegrarci che il Bologna Festival abbia rinunciato alle noiose e inutili introduzioni iniziali…

HappyHappy

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Teatro comunale – 28 Aprile 2016

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In un mio post del 22 Marzo (http://wp.me/p5m12m-Sl)  avevo riportato una mia lettera alla Repubblica di Bologna con una serie di domande relativamente alla scandalosa gestione del teatro comunale che – guarda caso – non era stata pubblicata, con tanti saluti all’onestà intellettuale di un giornale che si piccherebbe di essere un esponente indipendente dell’intellighenzia bolognese e che invece è dominato da consorterie controllate da ben individuati personaggi. Per fortuna ci pensa il corriere bolognese di oggi a sollevare gli stessi interrogativi con due lettere al giornale: fra questi l’aumento degli emolumenti ai vertici del teatro a fronte del silenzio assordante dell’organo di indirizzo e segnatamente del suo presidente per legge, il sindaco Merola. Ora qualcuno dovrebbe spiegarmi come sia possibile avere un organo – selezionato sulla base di criteri che con la musica nulla hanno a che vedere – nel quale un’unica persona – emanazione di Musica Insieme – ha una qualche competenza musicale e con un presidente che probabilmente vede  l’opera e la musica classica in generale come il fumo negli occhi. Per non parlare del precedente assessore alla cultura – il rockettaro Ronchi – legato a doppio filo al sovrintendente, e di quello attuale – probabilmente riconfermato non per meriti ma per affiliazione alla tribù della Frascaroli – che in materia si è esibito in un silenzio assordante. E dire che proprio  per legge ci sarebbe la possibilità di una delega almeno per quanto  concerne il presidente non esercitata a favore di una persona di provata competenza per motivi incomprensibili. E intanto il teatro sprofonda sempre più nelle classifiche nazionali, regala soldi al sovrintendente e al direttore generale a fronte di bilanci “de paura”,  butta soldi in opere moderne che non riscuotono alcun successo di pubblico, si appresta a “esodare” un largo numero di addetti ecc.  Quousque tandem Sani abutere patientia nostra? 

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Recensioni, Sinfonica

Paredes Ionita – Bologna Teatro Manzoni 26 Aprile 2016

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Come sempre la limitata letteratura violoncellista porta a inevitabili confronti. Le Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra di Čajkovskij sono state il cavallo di battaglia di molti grandi solisti e in particolare di Mstislav Rostropovič: un confronto difficile e persino impietoso che ha visto il giovane violoncellista rumeno Andrei Ionita impegnarsi a fondo in una partitura complessa e in molti tratti tecnicamente molto ardua. Il risultato è stato quello di una buona – non superlativa – esecuzione, non tanto sotto il profilo tecnico (seppure qualche incertezza di intonazione all’inizio del brano si è avuta) quanto sotto l’aspetto interpretativo. Una partitura romantica su un tema barocco richiede un equilibrio fra i vari aspetti stilistici che purtroppo in molte variazioni è venuta a mancare.  Ciò è stato particolarmente evidente nelle parti più liriche dove l’assenza di virtuosismo lascia l’esecutore “scoperto”. I dubbi sulle qualità di Ionita sono stati confermati anche dall’esecuzione di due numeri bachiani (suites prima e terza) che sono risultati particolarmente scialbi e incolori. Un terzo bis di solo “pizzicato” è a me totalmente ignoto. Quanto ai brani orchestrali l’orchestra del teatro Comunale (pardon, la Filarmonica del teatro Comunale….) ha ripetuto quelli che sono i suoi pregi e i suoi difetti. Ottime le sezioni degli archi, decisamente inferiori i fiati dando luogo a un impasto sonoro di qualità variabile. Ma ci ha messo del suo il direttore Paredes che ha iniziato primo e secondo tempo della sinfonia al passo di una marcia funebre, con una dilatazione dei ritmi che hanno totalmente snaturato il bellissimo ordito musicale del compositore russo. Quali recondite pulsioni possano portare a scelte così improbabili non è dato sapere, ma certo il risultato è stato disastroso: meglio il terzo e quarto tempo e non classificabile il pezzo d’occasione di Busoni.

SadHappy

Programma
F. Busoni
Eine Lustspiel Ouverture op. 38
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Variazioni su un tema rococò op. 33
Sinfonia n.5 op. 64
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Orchestra Mozart – 19 Aprile 2016

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Guardo con tristezza sul sito dell’orchestra Mozart all’andamento di raccolta fondi (cui ho generosamente e doverosamente contribuito) e purtroppo la situazione è quella che chiunque abbia un po’ di esperienza in materia di crowdfunding poteva facilmente ipotizzare. Dopo oltre due mesi (ma forse più: non ricordo) siamo al 10% di una cifra indicata e mai giustificata. Il numero di contributori ovviamente ha avuto il tipico andamento temporale: un inizio buono salvo poi scemare verso lo zero.  Il crowdfunding non può essere una operazione velleitaria e – mi si scusi il termine – dilettantesca. Richiede un progetto preciso (un business plan, per essere chiari), tempi certi entro i quali un determinato obiettivo deve essere raggiunto e – soprattutto – l’impegno a restituire i fondi in caso di mancato raggiungimento altrimenti si tratta di beneficenza (e ci sono altre istituzioni che necessitano maggiormente). Niente di tutto questo caratterizza l’operazione in questione e debbo solo segnalare che tante persone amanti della musica si sono rifiutate di aderire all’iniziativa per i motivi suesposti (e anche per motivi meno nobili…). Dopo gli improperi ricevuti per avere predetto la situazione è scarsa consolazione vedere che avevo ragione.  E pour dessus le marché  a una richiesta di chiarimenti non ho avuto neppure il piacere (dovuto) di una risposta. OK: diciamo che si tratta di un finanziamento della disastrata situazione economica dell’accademia? Oppure si continua a sperare nel classico “cavaliere bianco”, una specie piuttosto rara nella situazione presente senza un ritorno significativo almeno di immagine… ?

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Cameristica, Recensioni

Grigory Lipmanovič Sokolov – Bologna Festival 19 Aprile 2016

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Involuzione e manierismo: sono questi i due vocaboli che costantemente mi sono circolati in testa durante il concerto del pianista russo. Rispetto alle ultime esecuzioni cui avevo assistito alcuni dei caratteri distintivi che seppur al limite dello stile potevano risultare accettabili in una visione esecutiva molto slava (nel senso migliore della parola) si sono ritrovati nel concerto di ieri sera esasperati oltre misura snaturando molti dei brani in programma. Al manierismo di Sokolov eravamo già stati abituati in un concerto di alcuni anni fa che vedeva nella prima parte brani di Rameau. Là predominavano trilli e gruppetti fino a diventare la cifra portante dell’interpretazione; qui vi è stato un totale stravolgimento dei tempi, allargati senza motivo alcuno. Ne ha fatto le spese in prima battuta la fantasia di Schumann e in particolare il secondo movimento (Durchaus energisch) che di energico non aveva nulla rilassando oltre misura il tempo puntato (così caratteristico delle composizioni schumanniane!) persino nel finale brillante e virtuosistico trasformato in una massa sonora informe. E lo stesso dicasi del primo movimento (Mässig) dove il secondo tema (Im Legendton) ha perso l’aura di mistero risultando in un “lento” senza capo né coda. Inutile dire che lo stesso è accaduto nel finale della fantasia (Langsam getragen) anche se in questo caso l’espressività ha in parte giustificato il tempo scelto. Tutto quanto detto può applicarsi alla sonata in sib di Chopin e in particolare all’ultimo tempo dove un uso quasi nullo del pedale (possibile in una esecuzione esemplare) non ha trovato alcuna corrispondenza in un’impostazione scialba e metronomicamente persino noiosa. Senza lode e senza infamia gli altri brani (Arabeske op. 18 di Schumann e due notturni di Chopin) dove ancora una volta il manierismo l’ha fatta da padrone. A tutto questo va aggiunta una fallosità significativa (addirittura due salti consecutivi identici hanno portato a una nota sporca!). Come bis gli amati Momenti Musicali di Schubert. La serata poi è stata infestata dal solito pubblico modaiolo e ignorante del Bologna Festival che ha ripetutamente applaudito fuori tempo, indipendentemente dalla qualità di quanto ascoltato, quasi in preda a un prurito irrefrenabile da sedare con il battimani (o forse nella speranza di arrivare quanto prima all’intervallo, dove esercitare il proprio ruolo di PR…), il che ha obbligato Sokolov a eseguire secondo e terzo tempo della fantasia (e analogamente per la sonata di Chopin) praticamente senza interruzione. Che pena questa ignoranza unita alla spocchia di cercare di millantare una inesistente competenza con l’applauso in tempo reale!

SadSad

Programma
Robert Schumann
Arabeske in do maggiore op.18
Fantasia in do maggiore op.17
Fryderyk Chopin
Notturno in si maggiore op.32 n.1
Notturno in la bemolle maggiore op.32 n.2
Sonata n.2 in si bemolle minore op.35
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András Schiff – Quartetto Milano 13 Aprile 2016

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I tre autori di riferimento per András Schiff (o Sir András Schiff come indicato nei cartelloni) sono certamente Bach, Beethoven e Schubert (anche se non mancano concerti che includono brani di Chopin, Schumann etc.). Il programma in questione (una vera e propria maratona bachiana – 135 mins di musica più 15 minuti di intervallo e il tema delle Goldberg come bis) rientra nel novero dei suoi autori preferiti essendo poi Bach l’autore che a detta del pianista ungherese egli esegue quotidianamente insieme… alle scale (meditate, giovani leoni, meditate…).  Il Bach di Schiff è quello che maggiormente si avvicina a quello cembalistico, data la quasi assoluta assenza di pedale e una dinamica contenuta che però non corrisponde in alcun caso a una esecuzione monotona. Una scelta difficilissima ma che Schiff rende alla perfezione essendo in grado, pur nell’assenza di grandi variazioni di suono, di inserire quelle sfumature che valorizzano appieno il tessuto musicale. Una grandissima interpretazione di un artista raffinato, dotato di una maturità stilistica difficilmente reperibile nel panorama degli interpreti internazionali.  Interessante il fatto che sul palcoscenico vi erano due Steinway (uno più nuovo e più brillante e uno di alcuni anni con un suono più ovattato – a differenza di molti altri casi nei quali oltre a uno Steinway  c’era un Bösendorfer) selezionati dal pianista ungherese in base alle caratteristiche della partita eseguita. Un successo calorosissimo del foltissimo pubblico.
PS Partendo da Bologna si sta diffondendo un virus pericolossisimo , la “pistolettite” ovvero la moda del pistolotto introduttivo. Purtroppo anche al Quartetto è invalsa l’abitudine di una introduzione musicologica che per il momento è in forma lieve (5 minuti a differenza dei 15-20 minuti sbrodolati a Bologna) e – devo ammettere – di ottima qualità. Speriamo bene….

HappyHappyHappy

 Programma
J.S. Bach ‐ Sei Partite BWV 825 – 830
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Krystian Zimerman – Quartetto Milano 9 Aprile 2016

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Zimerman è certamente un pianista che si inscrive nel novero dei grandi classici contemporanei ma con un occhio rivolto a un recente passato, ai grandi maestri dell’interpretazione che – purtroppo – lasciano spesso il posto a energumeni della tastiera o più semplicemente a funamboli che fanno della tecnica il loro principale e spesso unico pregio. Zimerman è invece pianista che nulla concede al glamour con la sua maniacale cura nel preparare personalmente il suo pianoforte che trasporta in furgone da lui guidato, con un’impostazione classica, stilisticamente rigorosa, curata in ogni dettaglio e sottolineata persino dalla scelta di indossare il frack, costume ormai desueto nelle sale da concerto. Il programma eseguito è lo stesso già eseguito a Bologna e Imola nel Giugno 2015 senza neppure le variazioni giovanili presenti nelle due date dello scorso anno. Ripetere all’infinito lo stesso programma era tipica prerogativa di Sokolov ma evidentemente ha fatto scuola! Per carità: esecuzione eccezionale, raffinata dalle mille ripetizioni ma come sempre un po’ ripetitiva mentre una maggiore varietà sarebbe molto gradita (v. il caso Argerich). Il giudizio rimane lo stesso già espresso precedentemente (http://wp.me/p5m12m-tT) e quindi non lo ripeto, l’unica differenza essendo tempi discutibilmente più stretti nei primi tempi delle due sonate e tre bis lirici di Szimanowksy. Grandissimo (e meritato) successo di pubblico.

HappyHappy

Programma
F. Schubert‐ Sonata in la maggiore op. post. D 959; Sonata in si bemolle maggiore op. post. D 960
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Argerich Nagy Manchester Camerata – Bologna Festival 6 Aprile 2016

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Difficile dire se si può parlare male di Garibaldi ma ormai del primo concerto di Beethoven suonato dalla Argerich (che ormai si dedica principalmente alla musica da camera e da moltissimi anni non tiene più un concerto solistico) abbiamo fatto il pieno e francamente non si sentiva la necessità di un’ulteriore ripetizione. La grande Martha suona benissimo ma la ossessiva ripetizione dello stesso programma fa nascere dei dubbi e forse richiedere un cambiamento (che so? un V concerto, un concerto di Chopin…) rispetto al I e II di Beethoven, al concerto di Ravel e poco altro sarebbe chiedere troppo? O gli organizzatori sopraffatti dal timore reverenziale verso l’icona del pianismo mondiale, campionessa di rinunce all’ultimo momento, non si attentano convinti che comunque il solo nome sia sufficiente a fare felici gli abbonati? Personalmente mi dichiaro insoddisfatto. E non credo neppure che valga l’ipotesi di problemi di memoria. A parte che ci sono stati (Richter) e ci sono (Pogorelich, Zimerman) grandi artisti che si sono avvalsi e si avvalgono dello spartito che dire del coetaneo Barenboim che in repertorio a memoria ha decine di concerti? E Sokolov etc.? Veniamo al concerto. L’orchestra è quella che è: una formazione come tante che certamente non risulterà negli annali del Bologna Festival e con alcune sezioni deboli, come quella degli ottoni e segnatamente dei corni che denunciano preoccupanti incertezze nell’adagio della prima sinfonia mozartiana. L’esecuzione della Jupiter è accettabile con un buon finale che riscatta in parte l’esecuzione scialba degli altri tempi. L’esecuzione della Argerich del concerto beethoveniano è impeccabile (probabilmente sarà la trecentesima volta e più che l’esegue) con un fraseggio sapiente e una tecnica che di certo non fa presagire l’età della pianista. Forse leggermente discutibile è il tempo staccato nel finale, eccessivo al limite del virtuosismo fine a sé stesso che finisce per deprimere il significato musicale del brano. Come unico (unico come al solito) bis viene eseguita la celebre toccata scarlattiana (quella delle note ribattute – per intenderci – che potrebbe essere rinominata “il trionfo del doppio scappamento”), un cavallo di battaglia della pianista argentina dagli anni ’60 (ce n’è una registrazione anche su youtube) che era già stata un cavallo di battaglia di Horowitz. Un’esecuzione tecnicamente strabiliante anche se molto discutibile sul piano stilistico, visto che la composizione era stata prevista per il clavicembalo, uno strumento che di certo non permetteva la stessa velocità, neppure da lontano. Un eccellente (ma non strepitoso) successo di pubblico.

Happy

  Programma
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.1  in mi bemolle maggiore K.16
 Ludwig van Beethoven Concerto n.1  in do maggiore op.15
 Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.41  in do maggiore  K.551 “Jupiter”
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Trio Ars et Labor – Musica Insieme Ateneo 5 Aprile 2016

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La serietà di un concerto si misura fin dall’inizio da come l’organizzazione “tiene” la sala. Nel caso in questione viene fatta entrare durante l’esecuzione del trio Brahmsiano una torma rumorosa di ragazzotti, totalmente ignari del galateo richiesto da un concerto, cosa che alla fine del brano suscita lo sdegno ad alta voce, giustificatissimo, di una spettatrice. Chi arriva in ritardo sta fuori fino alla fine del brano in esecuzione e basta, anche perché trattandosi di giovani spettatori la cosa ha un valore didattico. Essendo poi stato costretto ad emigrare dal mio posto al centro della platea all’ultima fila della sala a causa di una giovin signora evidentemente reduce da una lunga corsa ho poi potuto verificare come la stessa torma fosse totalmente disinteressata al concerto dedicandosi per la maggior parte del tempo a compulsare il telefonino. E a questo punto sale ovviamente l’interrogativo: perché vengono al concerto se poi se ne disinteressano disturbando con la luce del maledetto dispositivo gli spettatori interessati al concerto stesso? Non imporre un costo seppure modesto toglie un filtro che mai come in questo caso sarebbe indispensabile: il buonismo a tutti i costi è sempre foriero di disastri. Prima del concerto ha luogo la solita introduzione affidata – come sempre – a uno studente ma mai come in questo caso palesemente mal scopiazzata da qualche articolo: da quando mai uno studente è in grado autonomamente di attribuire – ad esempio – l’aggettivo “pulviscolare” all’ultimo tempo del trio di Ravel? Anche il trio Brahmsiano non comincia affatto bene. A parte la discutibilissima scelta di eseguire la versione giovanile – decisamente meno bella – del compositore amburghese (una sorta di archeologia musicale priva di logica se non allo scopo di impressionare cheap il pubblico) l’attacco del bellissimo, nobile primo tempo (identico a quello della versione finale) è lento e scialbo. Una lentezza che affliggerà anche il secondo tempo del trio di Ravel e che fa sospettare una tecnica insufficiente della pianista che raramente dosa la propria sonorità con ovvi risultati. Le esecuzioni del trio (tutto al femminile) sono sfilacciate, ogni strumento pare andare per proprio conto e non sono rare le imperfezioni, segnatamente quelle del pianoforte e del violino. Un’analisi ulteriore puntuale delle due esecuzioni non sarebbe giustificata. Diciamo in sintesi che si è trattata di una serata da non ricordare e che il nome del trio andrebbe modificato in poco Ars e molto Labor ancora da svolgere.  (Scrivo mentre ascolto il trio di Brahms suonato da Stern, Casals e Istomin: non sembra neppure lo stesso brano! E confesso: come vorrei saper suonare il violoncello!).

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Programma
Johannes Brahms Trio op. 8 (prima versione)
Maurice Ravel Trio in La minore-maggiore
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Beatrice Rana – Musica Insieme 4 Aprile 2016

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Avevamo sentito e recensito la giovane Beatrice Rana (oggi ventitreenne) 3 anni fa nel corso della rassegna “pianofortissimo” curata da A.Spano, subito dopo avere vinto il secondo premio al concorso Van Cliburn, ricevendone un’ottima impressione (http://wp.me/p5m12m-1E). Il concerto di ieri sera è riuscito a farci scordare rapidamente la pedante, prolissa, autocompiaciuta e apparentemente ineludibile introduzione “musicologica” (un vero “flagello di Dio” in questo caso, brandito dall’associato universitario Beghelli, che ancora una volta si conferma al gradino più basso della scala – di per sè già bassa –  dei cosiddetti relatori) dando luogo a una performance di assoluto rilievo. Sorretta da una tecnica di primissimo ordine, senza macchia, brillante e sgranata ma anche capace di pianissimi eterei e da un tocco dai molti colori, Beatrice Rana non è più una grande speranza del giovane pianismo italiano ma una certezza consolidata di valore internazionale in grado di spaziare alla pari dei grandi maestri su tutto il vasto repertorio della tastiera. Stilisticamente ineccepibile la Rana ha la capacità di estrarre dal piano tutte le armonie più profonde senza tralasciare l’aspetto virtuosistico che raramente appare fine a sé stesso. Un esempio per tutti: la perfetta resa di “pour le piano” di Debussy, un brano complesso e non frequentemente proposto. Una volta lodata incondizionatamente si può poi discutere su alcune scelte interpretative e segnatamente – ad esempio – l’eccesso di coloritura nell’ultimo tempo della sonata op. 35 di Chopin, dove il minaccioso magma sonoro è tale se è risolto con una sonorità quasi uniforme che naturalmente non vuole assolutamente dire monotonia. Anche i tempi staccati in alcune parti (ad esempio nella fuga iniziale e nel finale della partita bachiana) sono risultati eccessivi venendo a coprire la bellezza musicale sottesa. Ma sono eccessi perdonabili certamente dovuti al combinato disposto della giovane età e della facilità di mano della giovane concertista che ha tutto il tempo per imparare a tenere a freno la propria esuberanza. Grande e meritato successo di pubblico e un solo bis bachiano: forse una giovane pianista potrebbe essere un po’ più generosa!

HappyHappyHappy

Programma:
Johann Sebastian Bach Partita n. 2 in do minore BWV 826
Claude Debussy Pour le Piano
Fryderyk Chopin Sonata in si bemolle minore op. 35
Maurice Ravel  La valse
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Cameristica, Recensioni

Sebastian di Bin – Conoscere la musica 31 Marzo 2016

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Preceduto da una introduzione innecessaria, prolissa (20 minuti!) e scontata,  (il solito pistolotto “pistolettato dal relatore, prezzemolo con cui vengono conditi tutti i concerti bolognesi di livello medio basso)  il concerto vero e proprio inizia 30 minuti dopo l’orario previsto: una ingiustificata punizione per colpe non commesse dagli spettatori. Il pianismo di di Bin conosce alti e bassi. Si inizia con un’ottima esecuzione di tre momenti musicali di Rachmaninonv mentre i seguenti tre studi di Chopin op. 25 (soprattutto il n. 11 e il n. 12) appaiono troppo orientati a sottolineare le capacità tecniche dell’esecutore più che gli aspetti musicali (che ci sono, e come!) dei brani. Nel secondo tempo un’esecuzione corretta della fantasia di Skrjabin mentre il brano di Čajkovskij (Dumka) è risultato purtroppo uno studiolo tecnico privo di significato tralasciando di valorizzare le componenti musicali così caratteristiche del compositore russo. Il concerto è terminato con il secondo scherzo di Chopin (lo stesso autore nella prima e seconda parte per strizzare l’occhio al pubblico…) piagato – purtroppo – da due fallacci tecnici coperti con mestiere dal pianista: un’esecuzione certamente non memorabile. Come bis uno studio trascendentale di Liszt (eseguito con qualche incertezza) e un orrendo brano melodico-jazzistico del pianista che naturalmente ha solleticato i gusti più retrivi di un pubblico certamente non sofisticato che applaude acriticamente (con le solite risibili mani alzate)  i brani che conosce (vedi lo scherzo chopiniano). Il pianismo di di Bin conosce dei buoni momenti lirici (in particolare nei momenti musicali di Rachmaninov e nell’inizio del trio – per così dire – dello scherzo di Chopin) ma spesso si rifugia in effettacci che nulla aggiungono (anzi tolgono) a quanto eseguito. Un concerto “very average “.
PS Ma quando questi self appointed musicologi capiranno che tutte le tonalità minori (e rispettivamente tutte quelle maggiori), per strumenti con accordatura temperata (tutti oggi!), sono uguali nel senso che gli intervalli che determinano l’armonia e lo svolgimento di un brano musicale sono i medesimi nelle varie tonalità?  Povero Werkmeister con i suoi semitoni a distanza fissa di  radice dodicesima di 2 !!!

Happy

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Cameristica, Recensioni

Miriam Prandi – Talenti Bologna Festival 30 Marzo 2016

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Ci vuole un bel coraggio e una grande fiducia in sé stessi per condurre un concerto per violoncello solo all’età di 25 anni e con un programma certamente non facile per il pubblico. Ma la giovane artista ha portato a termine il compito con successo coronandolo con un bis di autore a me ignoto ma bellissimo che prevede che la voce della strumentista accompagni il suono del violoncello. Un programma – dicevo – non facile con una prima parte “moderna” e una seconda più tradizionale. La sonata di Ligeti – raramente eseguita – è un capolavoro sotto ogni aspetto e altrettanto si può dire della sonata di Hindemith. Sono due brani della (purtroppo) piuttosto rarefatta letteratura violoncellistica che meriterebbero di certo una più frequente esecuzione e che la Prandi (che vanta già un curriculum di primo ordine) ha saputo rendere alla perfezione sia dal punto di vista tecnico che da quello musicale. Forse meno brillante è stata l’esecuzione della terza suite bachiana dove un eccesso di velocità (segnatamente nel preludio, nella seconda bourrée e soprattutto nella giga finale) ha parzialmente oscurato l’aspetto più strettamente musicale a favore di un’interpretazione un po’ troppo virtuosistica. Un tipico peccato di gioventù che però può essere perdonato a una giovane artista per la quale il giudizio complessivo non può che essere più che positivo.
HappyHappy
Programma
György Ligeti  Sonata per violoncello solo
Paul Hindemith Sonata per violoncello op.25 n.3
Johann Sebastian Bach Suite n.3 in do maggiore BWV 1009
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Cameristica, Recensioni

Zagnoni Cameristi teatro Manzoni – 21 Marzo 2016

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Datemi un paio di  brandeburghesi e vi solleverò l’entusiasmo del pubblico…. Se poi si aggiunge la suite bachiana n. 2 allora per il pubblico di bocca buona il successo può diventare strepitoso. Sia chiaro l’esecuzione di Zagnoni (una vecchia gloria bolognese) e del complesso di musica da camera è stato più che dignitoso, puntando soprattutto (almeno nel secondo brandeburghese eseguito) sulla dinamica più che sull’interpretazione. Purtroppo il terreno è scivoloso ma soprattutto sovraffollato da migliaia di altre compagini che impongono confronti anche impietosi. Quale sia la cifra interpretativa giusta dei brani eseguiti è oggetto di un dibattito che non ha la possibilità di essere risolto. Strumenti filologici o moderni, quale organico, interpretazione barocca o moderna etc… Quindi è necessario in casi come questo evitare di porsi troppi problemi e accettare senza eccessivi sofismi quanto ammannito. Un concerto tutto sommato gradevole, che non pretendeva troppo, che certamente strizzava l’occhio a un pubblico soddisfatto a priori dal nome “brandeburghese” e ben felice di applaudire una compagine che giocava in casa. Tre bis indovina di chi? J.S.Bach…  Bene così….

Happy

PROGRAMMA
Johann Sebastian Bach
Concerto Brandeburghese n°5 in Re maggiore BWV 1050
           Concerto Brandeburghese n° 3 in Sol maggiore BWV 1048
          Suite per Orchestra n° 2 in Si minore BWV 1067
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Recensioni, Uncategorized

Teatro comunale e Carmen – 22 Marzo 2016

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Dopo l’insuccesso della Carmen (“buuhata” alla prima – forse in modo persino eccessivo – come non succedeva a Bologna da molti anni) e in presenza di un management (sovrintendente e comitato di indirizzo – Dio li fa poi li accompagna!) pervicacemente arroccato su scelte platealmente erronee (stigmatizzate anche recentemente sul Corriere di Bologna da Leone Magiera dall’alto della sua esperienza pluridecennale) avevo scritto la seguente lettera alla Repubblica di Bologna. “Sulla situazione del teatro comunale viene costantemente calato un velo che però non cambia la realtà dei fatti. La recente lettera di valutazione del ministero lo pone al penultimo posto nella classifica dell’imposto risanamento dei teatri di maggiore importanza ma non una risposta viene data alle seguenti importanti domande: E’ stata sanata la situazione debitoria della Filarmonica?  E’stata affrontato e risolto l’ambiguo rapporto fra orchestra del teatro e l’orchestra filarmonica (stesse persone con diverso cappello)? Perché a fronte di un bilancio disastrato sono stati diminuiti i prezzi delle prime quando si sa che i frequentatori sarebbero disposti a pagare il doppio pur di presenziare? Perché il sovrintendente si è aumentato gli emolumenti (quando mai un amministratore delegato aumenta i propri compensi se il bilancio è in rosso) senza neppure garantire una sua presenza quotidiana? Perché si continua a investire in opere moderne (spesso di dubbio valore) e con nessun richiamo per il pubblico? Perché è stata cancellata una performance in cartellone della Fura dels Baus senza alcuna plausibile giustificazione? Perché non si stipulano accordi strutturali e continuativi con altri teatri distanti per la condivisione delle spese di allestimento? E in tutto questo il comitato di indirizzo, il sindaco suo presidente e l’assessore alla cultura non hanno mai nulla da dire, novelli convitati pietrificati (non di pietra …) ? Ecco vorremmo che un management degno di questo nome rispondesse in modo serio e circostanziato a queste domande per rassicurare un pubblico nonostante tutto ancora (ma per quanto?) affezionato ma che ben conosce la realtà assai migliore di altri teatri italiani.” La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata dando la precedenza a ringraziamenti ai medici (che hanno semplicemente fatto il loro dovere), a modifiche dei sensi unici etc. etc. insomma ad argomenti di somma importanza. Qualcuno si immagina perché……?
SadSad
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Operistica, Sinfonica

Stuttgart BarockOrchester und Kammerchor – Bologna Festival 19 Marzo 2016

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Dopo la bellissima esecuzione della terza sinfonia di Mahler la Passione secondo Giovanni di Bach ha certamente sofferto del confronto, così come la partitura soffre del confronto con la sorella maggiore, la passione secondo Matteo. Dell’orchestra e dei soli si può soltanto affermare che si tratta di buoni, non strepitosi professionisti che hanno dato luogo a una esecuzione ricevuta dal pubblico con “composto” successo.  Difficile enucleare valori specifici: il collettivo ha offerto una lettura non entusiasmante e nessuna delle voci ha destato particolare interesse. Senza lode e senza infamia….
 HappySad
Programma
Johann Sebastian Bach  Passione secondo Giovanni BWV 245
Durettore Frieder Bernius
Soli Anja Petersen, Sophie Harmsen, Tilman Lichdi, Ludwig Mittelhammer,Thilo Dahlmann
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Operistica, Recensioni

Carmen – Teatro comunale Bologna 18 Marzo 2016

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Una Carmen non entusiasmante ma nella sua modestia con alcuni elementi positivi. L’impostazione registica è quella di una rappresentazione gestita da un prestigiatore in funzione di deus-ex-machina (scena di levitazione nella taverna di Lillas Pastia e gioco di comparse e sparizioni dei personaggi in un cestone di vimini nel proscenio) che però solo saltuariamente è in grado di influenzare gli avvenimenti che si svolgono in una Siviglia vagamente moderna (con il significato delle scene affidato a scritte realizzate anche con lettere giganti di cartone) e caratterizzata (nelle prime due scene) da grandi cartelloni turistici. Una scenografia e una regia, quella di Pietro Babina, non pretenziosa e per certi aspetti minimalista che nella sua semplicità ha il pregio di non essere velleitaria come purtroppo abbiamo subito altre volte al teatro Comunale (si pensi al recente allestimento del Flauto Magico….). Nella scena finale Carmen e don Josè si muovono come attori di uno spettacolo realista con un pubblico multicolore fino al finale nel quale appunto i due protagonisti – dopo la morte di Carmen – si prendono per mano per salutare il pubblico in sala senza che si chiuda il sipario. Una regia quindi che si muove sempre a cavallo fra il teatro nel teatro e la rappresentazione verista. La direzione musicale di Fréderic Chaslin si muove nei confini di una professionalità senza lode e senza infamia. La protagonista Veronica Simeoni ha una grande capacità scenica, ha il pregio di essere una bella donna e nella scena della taverna di Lillas Pastia dimostra anche di sapere ballare decentemente il flamenco. Ma seppure intonata.. le manca assolutamente la sensualità e la personalità di Carmen, la sua voce non è adatta al ruolo drammatico e intrigante che la partitura e la trama richiederebbero, con il risultato che la sua interpretazione giustamente non scalda assolutamente la platea. Al contrario del don José di Roberto Aronica che interpreta magistralmente la sua parte, sia dal punto di vista scenico che da quella vocale. Voce potente, drammatica, sempre intonata anche nelle zone più impervie (come nell’aria La fleur que tu m’avais jetée). All’estremo inferiore della valutazione l’Escamillo di Simone Alberghini, con una prestazione vocale scialba e anonima, priva di quella ubris che il personaggio richiederebbe con un physique du role a dir poco inappropriato: un torero destinato a essere incornato al primo assalto. Una performance positiva da parte di Maria Katzarava nel piccolo ruolo di Micaela. Un successo piuttosto modesto da parte di un parterre tutt’altro che esaurito e che ancora una volta dovrebbe fare riflettere sulle sorti del teatro cittadino,

HappySad

Cast
Carmen Veronica Simenoni
Micaela Maria Katzarava
Don José Roberto Aronica
Escamillo Simone Alberghini
Direttore Fréderic Chaslin
Regia e scene Pietro Babina
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Recensioni, Sinfonica

Budapest Festival Orchester – Bologna Festival 15 Marzo 2016

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Come ogni anno il Bologna Festival apre con un concerto sinfonico-vocale: quest’anno ospitata è stata la Budapest Festival Orchester, un complesso affiatato e di grande qualità che ha eseguito la gigantesca terza sinfonia di Mahler. Un’esecuzione di grande spessore nella quale è stato possibile apprezzare tutte le sezioni dell’orchestra a cominciare dagli ottoni e in particolare dalla tromba protagonista di una eccezionale performance nella seconda parte della sinfonia. Merito del successo dell’orchestra va ascritta al direttore Ivan Fischer che ha saputo estrarre dalla partitura tutti i temi e le recondite sfumature districandosi in un tessuto musicale di non facile lettura. A coadiuvarlo l’eccezionale mezzosoprano Gerhild  Romberger dotata di una calda voce straordinaria che ha interpretato alla perfezione sia il Lied su testo di Nietzsche sia il canto popolare  in antifona con il coro femminile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna entrambi ottimamente orchestrati. Una serata di grande e meritato successo che ha scatenato il giusto entusiasmo da parte del pubblico. Unico neo il solito ritardo nell’inizio del concerto (con maleducati ritardatari al seguito) a fronte di una sinfonia che addirittura dura ininterrottamente per 100 minuti. Possibile che gli organizzatori non capiscano che il ritardo è un’inaccettabile e ingiustificata manifestazione di provincialismo? Sono mai stati a un concerto a Berlino, a Salisburgo, a Londra etc. ?
 HappyHappy
Programma
Gustav Mahler Sinfonia n.3 in re minore
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Cameristica, Recensioni

Mancini Puccia – Goethe Zentrum Bologna 13 Marzo 2016

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Eravamo andati a sentire un concerto di violoncello e pianoforte: abbiamo assistito a un concerto di pianoforte con flebile, quasi impercettibile accompagnamento di violoncello. Tenere aperto il coperchio del piano a coda in un concerto con violoncello con l’acustica del Goethe è criminale e denuncia una totale incapacità della pianista a valutare le sonorità in gioco. Soprattutto se la tentazione è quella di suonare sempre con un volume medio-alto eccessivo, con un risultato facilmente prevedibile.  Si comincia male: l’incipit della sonata di Brahms è troppo veloce togliendo quell’aura di mistero che lo caratterizza e gli accordi di accompagnamento del piano sono fin dal principio di sonorità eccessiva. Proseguendo nell’esecuzione il piano incrementa costantemente il suo volume financo quando si tratta di puro e ripetitivo accompagnamento (persino nel caso delle ottave spezzate della nota di si nella fuga dell’ultimo tempo, ad esempio) sommergendo e annullando il suono del violoncello. Tecnicamente poi l’esecuzione delle due strumentiste non è certo impeccabile: difetti di intonazione del violoncello ed errori patenti del piano (clamoroso quello della mano sinistra nella riesposizione del tema nel tempo finale della sonata). Nella seconda parte (che ammicca al pubblico con l’esecuzione di due brani di stampo argentino di più facile ascolto) … la musica non cambia, soprattutto nel brano di Piazzolla dove il piano straripa permettendo di ascoltare il suono del violoncello solo quando (finalmente e saltuariamente!) tace. L’unico brano risultato sufficiente è stata la bellissima melodia di Bloch. Come bis una trascrizione di “Träume” dai Wesendonck Lieder di R. Wagner purtroppo inficiata dai problemi suesposti. Per una volta la sala del Goethe ha tutti i posti occupati ma da un pubblico totalmente ignaro del galateo che è richiesto in una sala da concerto. Persone che si alzano e si muovono in sala durante l’esecuzione, persone che entrano in ritardo a piacere (e questo è inaccettabile: chi arriva in ritardo aspetta fuori fino al termine del brano in esecuzione e la volta successiva impara ad arrivare in orario, come educazione richiede: una sala da concerto non è un bar!) e addirittura un bambino che saltella disturbando il pubblico senza adeguato intervento del genitore. Mancava solo un cane che abbaiasse ma in compenso ci ha pensato una signora di stazza enorme seduta sul retro della sala che seduta su una poltrona cigolante si è dimenata per tutto il concerto aggiungendo allo straripante pianoforte uno sgradito accompagnamento non previsto dai compositori.

SadSadSad

Programma
J. Brahms (1833.1897) Sonata in mi minore op. 38
J. Bragato (1915) Graciela y Buenos Aires
E. Bloch (1880-1959) From Jewish Life n.1 “Prayer” (1924)
A. Piazzolla (1921-1992) Le grand tango
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Ceccanti Fossi – Musica Insieme Ateneo 10 Marzo 2016

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Un programma molto interessante con le due sonate brahmsiane per violoncello e pianoforte così distanti nel tempo e nello stile. La sonata op. 35 è opera giovanile ma già già caratterizzata da tutti gli stilemi del compositore amburghese con una fuga finale travolgente mentre l’op. 99 è sonata contigua all’ultima sinfonia (la quarta) e sulla soglia dell’ultimo Brahms del quale si coglie l’impostazione soprattutto dell’ultimo tempo. Due capolavori assoluti della letteratura violoncellistica, il secondo dei quali pone problematiche tecniche non indifferenti agli esecutori e segnatamente al violoncellista. L’esecuzione del duo Ceccanti Fossi è stata di buona ma non eccelsa qualità con alcuni scompensi di sonorità fra piano e violoncello (soprattutto nell’ultimo tempo dell’op. 35), alcune incertezze di intonazione dello strumento ad arco e alcune imprecisioni del pianoforte. Di difficile valutazione il breve brano di Peter Maxwell-Davies: se non per i suoi aspetti folkloristici.

Happy

Programma:
Johannes Brahms:  Sonata in mi minore op. 38, Sonata in fa maggiore op. 99
Peter Maxwell-Davies: Dances from The Two Fiddlers (trascrizione per violoncello e pianoforte di Vittorio Ceccanti)
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Murray Perahia – Quartetto Milano 8 Marzo 2016

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Murray Perahia è un ospite praticamente fisso del Quartetto (fin dal 1968) e ha ormai raggiungo la venerabile età di 68 anni. Questo non ha tolto nulla all’entusiasmo con il quale il pianista statunitense affronta le partiture che esegue, con tutti i pregi e i difetti che questo approccio comporta. Nella prima parte del concerto abbiamo molto apprezzato la misura con la quale sono stati eseguiti i brani di Mozart e soprattutto le composizioni brahmsiane, incise nel passato con un eccesso di velocità che l’ultimo Brahms certamente non richiede. Un Brahms intimista e riflessivo come il testo musicale richiede. Un plauso quindi alla misura ritrovata che poteva essere ascritta all’incidenza del trascorrere del tempo e quindi a una sorta di maturazione interpretativa. Purtroppo il demone che da sempre affligge il pianismo di Perahia è riaffiorato in modo perentorio e per molti aspetti devastante nell’esecuzione della monumentale sonata beethoveniana op. 106. Qui i tempi staccati nel primo e secondo tempo ma soprattutto nell’ultimo, nella fuga finale, sono risultati semplicemente non sostenibili, con il risultato da un lato di una molteplicità di errori tecnici solo in parte coperti dal grande mestiere del pianista e dall’altro in un completo stravolgimento del pensiero musicale del compositore di Bonn. E’ noto che i tempi metronimici indicati da Beethoven (si veda in materia le interessanti considerazioni contenute nel libretto di sala) non sono compatibili con un’esecuzione musicalmente di qualità portando – se rispettati per quanto possibile – a un magma musicale informe e privo di significato. Perahia sembra avere ingerito e digerito un metronomo e anche il Perahia degli anni migliori (e 68 anni pesano!) non avrebbe potuto reggere il ritmo impresso. E purtroppo il rendersi conto del tempo che passa è il sintomo della grandezza di un artista (si pensi al caso di Radu Lupu o di Brendel) mentre il Perahia attuale ricorda l’ultimo Arrau che alla stessa età pretendeva di suonare Après une lecture de Dante di Liszt con risultati a dir poco disastrosi. Certamente un risultato che non corona degnamente una carriera così significativa e in qualche modo lo stesso artista deve essersene accorto non avendo concesso alcun bis al termine del concerto. Una esecuzione semplicemente da dimenticare.

SadHappySad

PS Prima del concerto un relatore prende possesso del palco. Un timore mi agghiaccia le membra: il virus di Musica Insieme di Bologna ha colpito anche il Quartetto? No: le poche parole sono state spese non per un commento musicologico (affidato sapientemente e intelligentemente al programma di sala che viene letto contrariamente a quanto da alcuni affermato) ma per una presentazione dell’artista e della sua carriera al Quartetto. Breve, interessante e piacevole.
Programma
W.A. Mozart ‐ Rondò in la minore K 511
W.A. Mozart ‐ Sonata in la minore K 310
J. Brahms ‐ Ballata in sol minore op. 118 n. 3
J. Brahms ‐ Intermezzo in do maggiore op. 119 n. 3
J. Brahms ‐ Intermezzo in mi minore op. 119 n. 2
J. Brahms ‐ Intermezzo in la maggiore op. 118 n. 2
J. Brahms ‐ Capriccio in re minore op. 116 n. 1
L. van Beethoven ‐ Sonata n. 29 in si bemolle maggiore op. 106 “Hammerklavier”
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Gabetta Chamayou – Musica Insieme Bologna 7 Marzo 2016

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Sol Gabetta (in questo caso coadiuvata da un superlativo Chamayou) è ormai entrata del Gotha del violoncellismo mondiale e per molti aspetti a ragione. Ottimo suono, tecnica eccellente, vasto repertorio e certamente grande miglioramento (leggasi maturazione) rispetto alla prima esibizione nella nostra regione risalente a 5 anni fa Imola. Il suo approccio alla musica potrebbe essere assimilato a quello di una cantante lirica e in quesa ottica ha dato il meglio di sé nei primi due brani del concerto e in particolare – come prevedibile – nella bellissima e celebre sonata di Mendelssohn. Ma il suo lirismo è anche il suo limite: non ha nelle sue corde (o ha in misura decisamenente minore) il côté drammatico e ciò è risultato evidente nell’esecuzione della sonata op.65 di Chopin (che il compositore di Żelazowa Wola non ha eseguito integralmente – come ultimo suo concerto –  limitandosi a causa della malattia al primo movimento, fatto non  chiarito dal solito impreciso relatore iniziale) dove la sua interpretazione – seppure tecnicamente perfetta – è apparsa un po’ troppo “leggera” (mi si perdoni il termine musicalmente impreciso ma che riassume appieno il mio pensiero) soprattutto a fronte dell’ottima, musicalmente ineccepibile esecuzione pianistica. Per apprezzare il limite dell’esecuzione della Gabetta si potrebbe suggerire di ascoltare l’esecuzione ormai classica del duo Maisky-Argerich. Perché poi gli esecutori si siano presi la libertà di cassare arbitrariamente il ritornello previsto nel primo tempo è di difficile comprensione. Il concerto è terminato con l’ineffabile Grand duo de concert su temi di Robert le Diable di Meyerbeer del compositore polacco (una composizione d’occasione da lasciare  nel dimenticatoio della storia musicale senza rimpianti) che potrebbe essere definito come un brano pianistico con accompagnamento (poco) di violoncello, tanto impervio tecnicamente per il pianoforte quanto musicalmente povero per entrambi gli strumentisti, che ha messo ancora in luce le qualità di Chamayou. Come bis il secondo tempo della sonata di Rachmaninov per violoncello e pianoforte (una scelta assai discutibile). Buon successo di pubblico (ma non travolgente come nel caso del macellaio Matsuev, cosa che ancora una volta dimostra  la sostanziale e trista  incompetenza del pubblico di MI).
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Programma:
Ludwig van Beethoven :Sette Variazioni in mi bemolle maggiore sopra il tema «Bei Männern, welche Liebe fühlen» WoO 46
Felix Mendelssohn: Sonata in re maggiore op. 58
Fryderyk Chopin :Sonata in sol minore op. 65,   Grand duo de concert su temi di Robert le Diable di Meyerbeer in mi-la maggiore (in collaborazione con Auguste Franchomme)
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Cameristica, Recensioni

Vignudelli Buselmeier Manicardi – Goethe Zentrum 6 Marzo 2016

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Un concerto di qualità con due soprani dalle caratteristiche differenti (più lirico Alexandra Buselmeier e più drammatico Barbara Vignudelli) ottimamente accompagnate dalla pianista Giulia Manicardi. Un programma  di qualità comprendente due compositori fra loro quasi contemporanei, Johannes Brahms e Max Reger (di cui ricorrre quest’anno il centenario della morte) che ha incluso anche brani assai poco praticati nel campo dei Lieder: i duetti. Le due voci si sono alternate in funzione della tipologia dei brani eseguiti e si sono fuse nei duetti nei quali hanno sempre trovato il giusto equilibrio. Anche l’accompagnamento pianistico ha trovato la cifra giusta sia per l’impiego (finalmente!) di un pianoforte di qualità, sia per la scelta di tenere chiuso il coperchio, accorgimento quanto mai necessario data l’acustica non certo perfetta della sala. Un solo appunto alle due cantanti: è ormai prassi consolidata (e assai apprezzabile) quella di accompagnare il canto con una gestualità che completi l’esecuzione. Una esecuzione statuaria toglie non poco all’esecuzione e le due interpreti dovrebbero – a giudizio di chi scrive – prendere esempio da alcuni interpreti che hanno grande successo presso il pubblico come Angelika Kirchschlager, Michael Schade etc. senza nulla togliere alle loro qualità vocali. Un solo rimpianto: lo scarsissimo pubblico. Ma questo è un problema ormai molte volte affrontato…

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Cameristica, Recensioni

Catherine Vickers – Bologna Concerti della Soffitta 1 Marzo 2016

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Praticamente scomparsa – o forse mai comparsa! – dalla scena italiana (almeno a mia conoscenza) dopo avere vinto il Busoni nel 1979 e nel 1981 il terzo premio al concorso di Sydney, Catherine Vickers si presenta come grande esperta di musica contemporanea e propone un brano di Huber (del gruppo di Darmstadt) a lei dedicato che dovrebbe esplorare il suono del pianoforte dopo il rilascio del martelletto. Brano di difficile interpretazione che alterna fortissimi (forse per analizzare gli effetti successivi alla percussione) con pianissimi rarefatti e lunghi silenzi e che probabilmente richiederebbe al sottoscritto, per una valutazione razionale, una competenza che dichiara candidamente di non avere. Il concerto si apre con i bellissimi Drei Klavierstücke D 946 di Franz Schubert, uno degli ultimi brani del compositore viennese. Una composizione che richiederebbe quella sensibilità sfumata ma non evanescente che induce molti pianisti (ad esempio Paul Badura Skoda e Andras Schiff) a scegliere per l’esecuzione pianoforti dal suono più morbido come il Bösendorfer rispetto alla brillantezza di uno Steinway. Il pianismo della Vickers è invece tendenzialmente roccioso e se ne ha subito una diretta impressione all’apertura del primo brano, nella quale un eccesso di sonorità stona decisamente con il carattere della composizione. Il concerto si chiude con una tarda composizione pianistica di un Debussy già provato dalla malattia e dal clima della prima guerra mondiale: i due quaderni di 12 studi per il pianoforte, un omaggio agli studi di Chopin ma ben lontani musicalmente dal compositore polacco. Qui la poetica di Debussy si fa più rarefatta, più asciutta e sfiora spesso un’impostazione didascalica che fa rimpiangere i grandi affreschi impressionistici del compositore francese. Si percepisce una sorta di aridità compositiva e un esaurimento dell’inventiva mascherati naturalmente sotto una grande capacità di utilizzo dello strumento ma con risultati inferiori a quelli della grande maturità. Per questo motivo è richiesto all’esecutore uno sforzo ulteriore sia tecnico che interpretativo per fare emergere la musicalità che è in questo caso di natura carsica. Non è il caso della Vickers che ancora una volta affronta in modo scolastico, ruvido e – purtroppo – con significative carenze tecniche (particolarmente evidenti nel quinto studio del primo libro dedicato alle ottave) l’impervia partitura. Un’esecuzione di certo non memorabile.

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PS Dimenticavo di segnalare che il brano di Huber massacra di fatto il pianoforte la cui accordatura avrebbe subito dopo l’esecuzione  la necessità di essere rivista. Ne ha fatto ulteriormente le spese Debussy.
Programma
Franz Schubert (1797-1828)
Drei Klavierstücke D 946 (1828)
n. 1 Allegro assai – n. 2 Allegretto – n. 3 Allegro
Nicolaus A. Huber (*1939)
Disappearances (1995)

Claude Debussy (1862-1918)
Douze Études pour le piano (1915)
Livre I: Pour les «cinq doigts» d’après M. Czerny – Pour les tierces
Pour les quartes – Pour les sixtes – Pour les octaves – Pour les huit doigts
Livre II: Pour les degrés chromatiques – Pour les agréments – Pour les notes répétées  – Pour les sonorités opposées – Pour les arpèges composés – Pour les accords
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Commenti, Sinfonica

Nuova orchestra Mozart – 27 Febbraio 2016

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Premetto: per onore di firma e di coerenza sono stato fra i primi a sottoscrivere il crowdfunding seppure nella perfetta convinzione che fossero soldi buttati al vento. I motivi del mio scetticismo sono molteplici ma derivano soprattutto dalla convinzione che con l’emotività si va poco in là (scusate la pessima rima!). Innanzitutto mi pare che ci si trovi in presenza di un tipico esempio di wishful thinking in assenza di un chiaro e analitico “business plan”. I 500 K€ che sono considerati sufficienti per iniziare come saltano fuori? Ed esattamente per cosa? Il progetto come presentato pare basarsi sull’assunto che gli strumentisti (fra i quali molte prime parti) siano disponibili sostanzialmente ad azzerare i loro emolumenti. Ora mentre in una primissima fase potrebbe anche essere possibile (ma non scontato) quanto può durare la situazione? Le “anime belle” hanno il fiato corto e i richiami economicamente significativi sono molti. Sottoscrizioni: a tutt’oggi (27 Febbraio ore 23.45) con 280 donatori la cifra raggiunta è di 18.200 euro: con questa media con 1000 sottoscrittori (un numero enorme)  si raggiungerebbero meno di 100.000 euro! Ma poi vi sono dei fatti curiosi. Ad esempio fra i finanziatori citati sul sito (neppure messi in ordine alfabetico!) non ci sono gli eredi di Abbado né i primi promotori dell’iniziativa. Ora la credibilità di un’iniziativa richiede il “metterci la faccia” (la tasca in questo caso) mentre in questo frangente non pare che siamo in questa condizione. Perché? E gli sponsors (quelli significativi e capienti) dove sono? Io faccio voti di sbagliarmi ma una certa esperienza industriale mi porta a un fondato e rassegnato scetticismo. Wait and see….

Sad

PS A proposito: qualcuno sa dove siano finite le donazioni via crowdfunding a Chris Merritt che pareva sull’orlo del suicidio per indigenza (e che naturalmente ho finanziato)? Il sito di donazione e tutto il resto sono … spariti!!!! Any opinion…? A pensar male ..
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Cameristica, Recensioni

Denis Matsuev – Musica Insieme 22 Febbraio 2016

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Più Russia di così: russo il pianista, russi i compositori… Appena il ragazzone di Irkutsk mette le mani sul pianoforte si capisce subito che non ci si trova davanti a un esecutore dotato di “esprit de finesse”: si è in presenza di un thrilling di cui si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (il piano è la vittima). Il nostro non esegue ma aggredisce il pianoforte come fosse un nemico da abbattere. Appartiene alla stessa categoria di Kathia Buniatishvili con l’aggravante della mascolinità che ne aumenta la potenza fisica: si potrebbe affermare che si tratta di un energumeno che ricorda – musicalmente – Donald Trump. Fin dal brano di Čajkovskij fa subito capire che il suo pianismo è puramente quantitativo e non qualitativo. La cosa si concretizza ulteriormente nei “Quadri di una esposizione” di Musorgskij: con una battutaccia si potrebbe affermare  che purtroppo sotto le sue mani si trasformano in… “Croste di una esposizione”. Matsuev concepisce solo sonorità che vanno dal mf allo sff e aborre i piani come fossero un virus contro il quale è stato vaccinato senza ricadute. Basta ascoltare la seconda esposizione della promenade per capire che l’intero impianto sarà privo di qualunque sfumatura. Il mercato di Limoges, ad esempio, è trasformato nella peggiore Vucciria palermitana. E’ tutto forte, e per una volta si può affermare che è tutto, semplicemente tutto, pestato (un termine che non uso quasi mai, ma quando ce vo’ ce vo’). Ha un bel da fare l’accordatore durante l’intervallo a rabberciare il piano che ha gravemente sofferto sotto i colpi impietosi del pianista russo. La seconda parte è tutta dedicata a Rachmaninov: il pianismo non cambia anche se qualche sprazzo lirico si intravede, ma sempre frettolosamente abbandonato per le sezioni più congeniali all’esecutore (in inglese si potrebbe usare il termine executioner…). Matsuev sarebbe anche dotato di una buona tecnica ma la ricerca spasmodica dell’effettaccio e della velocità ad ogni costo ricorda la micina frettolosa che fa i gattini ciechi. Ne è un esempio il pasticciaccio combinato nell’ultimo brano dei “quadri” di Musorgskij: “La grande porta di Kiev”. Lo confesso: non ho avuto la pazienza di ascoltare i bis: ne avevo semplicemente abbastanza. Nella sua biografia si legge che terrebbe 160 concerti all’anno (ma nei mesi di Febbraio, Marzo e Aprile del 2016 – dal suo sito – i concerti menzionati sono solo 6…..) : potrebbe anche essere perché questo proverebbe che certamente non ha il tempo per studiare e approfondire, e ne avrebbe tanto, ma tanto bisogno…. Come abbia vinto il Čajkovskij nel 1998 è per me un mistero ma il pianismo è come il vino: alcuni vini migliorano con l’invecchiamento e altri no. Matsuev ricade nella seconda categoria. Naturalmente il pubblico bolognese ha applaudito, ma questo non vuol dire assolutamente nulla (o forse molto, purtroppo…)

SadSad

Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Dumka op. 59
Modest Musorgskij  Quadri di un’esposizione
Sergej Rachmaninov  Étude-tableaux op. 39 n. 2 – n. 6, Preludio in sol minore op. 23. n. 5 , Preludio in sol diesis minore op. 32 n. 12,  Sonata in si bemolle minore op. 36 (seconda versione)
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Commenti

Costi delle opere – 19 Febbraio 2016

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A puro titolo di informazione segnalo che il ciclo del Ring wagneriano che è andato in scena alla Scala nel Giugno 2014 viene ripetuto con gli stessi cantanti, la stessa scenografia e regia e lo stesso direttore (Barenboim) alla staatsoper di Berlino nel Giugno di questo anno con la leggera differenza che i posti migliori che alla Scala costavano 1.100 euro costano a Berlino…. semplicemente la metà! Meditate gente, meditate….

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Cameristica, Recensioni

Pires Grigoryan – Quartetto Milano 16 Febbraio 2016

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiEvviva: ora abbiamo anche il concert-sharing, dove due interpreti suonano brani in comune e separatamente! Quale sia la ratio non è dato sapere e certamente lo spezzettamento non giova alla qualità del concerto, soprattutto se i valori in campo sono molto diversi. Inoltre le due interpreti siedono alternativamente a un tavolino per assistere alle reciproche esecuzioni solistiche, quasi a mo’ di giuria individuale. Una scelta veramente difficile da interpretare e giustificare che – credo – costituisca un “unicum” che peraltro si può solo sperare non si ripeta. Il programma eseguito comprendeva di Schubert l’Allegro D947 e la Fantasia D940 (entrambi a 4 mani) e le due sonate op. 101 e 111 eseguite rispettivamente dalla Grigoryan e dalla Pires. Mentre il primo brano a 4 mani (con la Grigoryan nella parte principale) è brano di poco spessore, molto più significativa è la Fantasia(con la Pires nella parte principale). Qui l’esecuzione è stata eccellente, mettendo in risalto (senza gli eccessi ritmici che purtroppo molto spesso si ascoltano) tutte le sfumature schubertiane fino alla grandiosa fuga finale nella quale il grande impianto musicale ha trovato tutto il suo valore. Una esecuzione giustamente applaudita dal pubblico. Discorso differente per le due sonate Beethoveniane. L’esecuzione dell’op, 101 da parte della Grigoryan è risultata scolastica e piatta, a cominciare dai tempi staccati troppo veloci. Questo ha gravemente inficiato – ad esempio – la grandiosa frase musicale che apre il primo tempo (ripresa poi nel corso della sonata) indicato da Beethoven come Etwas lebhaft, und mit der innigsten Empfindung (poco veloce e con il più intimo sentimento) anche il secondo tempo Lebhaft. Marschmäßig (vivace alla marcia). Discorso analogo per la fuga finale eseguita come uno studio a tempo metronimico. La Grigoryan è dotata di una buona tecnica ma quanto a musicalità ha molto da imparare in tutti i sensi, anche se si considera che è giovane ma non giovanissima e che vi sono fior di interpreti più giovani ma estremamente più maturi. Si può solo sperare che la Pires le metta “il sale sulla coda”. Eccellente invece l’esecuzione della sonata op. 111 di Beethoven da parte della Pires che specialmente nella Arietta e nelle relative variazioni ha trovato l’esatto equilibrio ritmico e interpretativo. Una esecuzione matura ed estremamente equilibrata che posta a confronto con quella della Grigoryan ha ulteriormente sottolineato i limiti di quest’ultima. Curiosa ma anche magistrale l’esecuzione dell’ultimo trillo che per una esecuzione letterale richiede una estensione della mano che la Pires non possiede e che nondimeno l’artista portoghese è riuscita a non fare notare. Un solo, minimo, bis composto di due parti suonate alternativamente e – ohimè – a me sconosciuto. Buon successo di pubblico.

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Annalisa Londero – Circolo della musica Bologna 13 Febbraio 2016

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Il concerto inizia alle 21.15 in orario, ma troppo tardi ormai anche per gli standard italiani (dove ormai è consolidato l’orario fra le 20 e – raramente – le 21). La pianista presenta un programma tutto romantico: sonata D894 di Schubert, IV ballata di Chopin e Davidsbündlertänze di Schumann. Purtroppo si comincia male: l’esecutrice tenta di introdurre i brani ma parlare in pubblico (un’arte e anche un mestiere, sia ben chiaro) soprattutto dovendo essere concisi è difficile e ci si chiede a cosa possa servire indicare che il pezzo eseguito è bello, che si compone di n parti, che è stato composto nell’anno… Se proprio si vuole introdurre sarebbe necessario non elencare quello che gli ascoltatori possono capire da soli ma indicare il contesto artistico del tempo, il raffronto con compositori coevi, il trend culturale allora in atto etc. Un esempio delle informazioni confusamente raccolte: secondo la pianista Clara Wieck non apprezzò le Davidsbündlertänze perché troppo simili al Carnival: peccato che le Davidsbündlertänze siano op. 6 e il Carnival op. 9. Che fosse una preveggente? Vorrei segnalare che questo blog ha condotto un sondaggio presso il pubblico con 200 voti espressi riguardo al gradimento delle introduzioni che ha visto quasi l’80% essere contrario.  Ma veniamo al concerto. La pianista ha una buona tecnica (non immacolata come dimostrato ad esempio dalla scala cromatica finale di seste dello studio chopiniano op. 25 eseguito come bis) e certamente non manca di esperienza. Certamente di buona esecuzione i primi tre tempi della sonata schubertiana, nei quali l’esecutrice è stata in grado di controllare la sonorità di una gran coda in un ambiente di certo non strutturato all’uopo, mentre certamente meno apprezzabile è stata la resa dell’ultimo, infido tempo, con quel secondo tema apparentemente così corrivo che richiede grande sensibilità musicale per non renderlo banale, così come molto più significanti andrebbero resi quelle triplette di terze che l’accompagnano. Quanto alla IV ballata non sono mancati momenti di vera liricità ma perché rallentare la non facile riesposizione del tema iniziale con il controcanto salvo poi accelerare esageratamente quando la partitura si semplifica? E nel finale infuocato una riduzione dell’uso del pedale avrebbe permesso un migliore ascolto della partitura.  Non è invece stata all’altezza l’esecuzione delle Davidsbündlertänze, Qui tutti i brani di Florestano sono stati eseguiti con acribia da studio tecnico, con un volume sempre eccessivo perdendo per strada quel tormento interiore che la partitura schumanniana esprime. Il sapere dosare la sonorità della propria esecuzione in funzione dell’ambiente in cui si suona è parte integrante della sensibilità musicale di un’artista e in questo caso è semplicemente mancata.

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Operistica, Recensioni

Il trionfo del Tempo e del Disinganno – La Scala 12 Febbraio 2016

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Si tratta di un oratorio del giovane Händel, composto nel periodo romano del compositore quando si trovava sotto l’ala protettrice del potente cardinale Pamphilij – autore del testo – con il quale i rapporti furono apparentemente non solo culturali. Il testo, scadentissimo e agiografico, narra della catarsi di “Bellezza” inizialmente legata a “Piacere” verso una resurrezione morale spinta da “Tempo” e Disinganno”, che nella messa in scena della Staatsoper berlinese – ripresa integralmente dalla Scala – passa corrispondentemente da un abbigliamento provocante da gran sera a un saio da monaca. Un oratorio certamente previsto per una piccola audience, con una orchestra strettamente barocca (seppure integrata da fiati) che trasposta sul grande palcoscenico pone non pochi problemi. Brillantemente risolti, però, da una ambientazione anni ’50 (si pensi solo alle colonne illuminate) con una serie di personaggi di contorno perfettamente in grado di rendere l’atmosfera di quello che poteva essere un “cafè chantant” parigino.  Ciò detto, però, l’opera mostra tutti i limiti di un’operazione intellettualistica che risulta troppo lunga e ripetitiva al gusto moderno e dove l’eliminazione di alcune arie non particolarmente valide nulla avrebbe tolto a una non-azione. Perché il testo, la tenzone fra i quattro personaggi non si eleva mai da quello che appare un dibattito banalmente filosofico e scontato. Ovviamente non mancano momenti di vera musica, ad esempio nell’intermezzo puramente strumentale alla fine del primo atto e nella stupenda aria di “Piacere” Lascia la spina che sarà integralmente ripresa nel Rinaldo nella grande aria di Zelmira Lascia che io pianga. Ma certo siamo lontani dalle grandi opere Händeliane e dai suoi ultimi oratori. Martina Jankova “Bellezza” è un soprano dotato incapace però di articolare correttamente l’italiano, il soprano Lucia Cirillo “Piacere” ha una bella voce che interpreta magistralmente l’aria Lascia la spina ma che mostra qualche difficoltà nell’agilità soprattutto nella difficilissima aria Come nembo che sfugge al vento (ah come si rimpiange la grandissima Marilyn Horne!) e Sara Mingardo “Disinganno” si conferma ottimo contralto nonostante il trascorrere degli anni. Nella norma il tenore Leonardo Cortellazzi la cui parte è di minore peso nell’opera. Ottima l’orchestra barocca e il direttore Diego Fasolis. Che l’uso di strumenti “d’epoca” costituisca scelta musicalmente significativa – se non da un punto di vista freddamente filologico – è tutto da verificare.

HappySad

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