Operistica, Recensioni

Hänsel e Gretel – La Scala 21 Settembre 2017

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Un gioiellino, questo Hänsel e Gretel, un’opera di repertorio nei paesi di lingua tedesca e nell’Italia conservatrice raramente rappresentata, un po’ come il Fledermaus  di Johann Strauss, una favola messa in musica con grande sensibilità da Engelbert Humperdink e messa in scena alla Scala rispettando in pieno lo spirito del testo. Se favola è, favola sia e quindi i costumi e le scene rappresentano un mondo fatato e fanciullesco dove solo un vago accenno alla realtà  è concesso all’inizio e alla fine ma in modo velato e rispettoso. E l’omino della sabbia, l’omino della rugiada, i bambini di marzapane e infine la strega sono rappresentati come nell’immaginario dei bambini grazie ai bellissimi costumi di fantasia (in particolare la lumaca che si avvicina ai fanciulli dormienti). Niente a che fare con le scenografie “creative” che sovrappongono al racconto dei fratelli Grimm (piuttosto pauroso nella versione originale come in tutte le loro favole – non per niente sono entrate ormai nel dimenticatoio in nome di una pedagogia buonista) interpretazioni didascaliche e artificiose nel tentativo, sempre fallito, di estrarre da una favola un significato sociologico. Qui i bambini sono bambini, la strega è grottesca, il suo castello (bellissimi i giochi di luce che ne alterano via via le caratteristiche) è fatto di leccornie etc. Insomma uno spettacolo godibilissimo e un plauso al regista Sven-Eric Bechtolf e  alla scenografia di  Julian Crouch. Il tutto ben diretto da Marc Albrecht. Quanto alle voci, svetta certamente la Gretel di Francesca Manzo, voce duttile e capace di rappresentare in modo vivace la sensibilità fanciullesca della protagonista. Ma anche tutte le altre voci risultano di ottima qualità. Uno spettacolo all’altezza dei migliori della Scala e una ventata di aria fresca in un panorama troppo spesso velleitario e incupito (si pensi solo al vergognoso  Die Entführung aus dem Serail  del teatro comunale di Bologna).
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Direttore
Marc Albrecht
Regia
Sven-Eric Bechtolf
Scene
Julian Crouch
Costumi
Kevin Pollard
Luci
Marco Filibeck
Video Designer
Joshua Higgason
CAST
Hänsel
Anna Doris Capitelli
Gretel
Francesca Manzo
Peter
Gustavo Castillo
Gertrud
Chiara Isotton
Knusperhexe
Mareike Jankowski
Taumännchen
Céline Mellon
Sandmännchen
Enkeleda Kamani

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Commenti

Sani & Co.- Bologna comunale 20 Settembre 2017

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La stampa cittadina di Bologna riporta con dovizia di particolari le dichiarazioni “bipartisan”in consiglio comunale contro il sovrintendente Sani e la sua gestione dopo l’ennesima riduzione dei fondi ministeriali e nonostante la recente iniezione di fondi  da parte del comune per ripianare il deficit di bilancio che, se non azzerato porterebbe, al declassamento del teatro con tutte le conseguenze che ne derivano. In questa vicenda bisogna essere chiari: il deficit non è solo della gestione Sani ma viene da lontano, da una politica del teatro che negli anni ha vissuto sulla convinzione che prima o poi qualche pantalone avrebbe pagato. Ora, semplicemente, non è più così. Ma Sani ci ha messo del suo con delle scelte sgangherate (si veda ad esempio “Qui non c’è perché” oppure “Il colore giallo” oppure il vergognoso “Ratto dal Serraglio” della presente stagione) che nel cartellone 2018 sono sparite sbandando poi dall’altra parte, con una programmazione che definire banale sarebbe persino un complimento (v. il post Stagione d’opera  – Teatro comunale Bologna 12 Settembre 2017)  e con la incapacità di attrarre sponsors di peso. Ora corre voce che lo scettro sia destinato a passare al direttore generale Macciardi come se quest’ultimo non fosse inevitabilmente corresponsabile della situazione. E la cosa è ancora più grave se si considera il comitato di indirizzo, un comitato formato nella  maggioranza da persone che con la musica hanno lo stesso rapporto che io ho con il dialetto dell’isola di Bali e che non è stato assolutamente in grado di incidere seriamente e positivamente sulla vita del teatro.  Un teatro che ha bisogno di un profondissimo rinnovamento, di un sovrintendente che a differenza dell’attuale sia impegnato a tempo pieno in teatro, di persone competenti in tutti gli organi, i cui membri attuali, se fossero seri, a fronte dell’attuale disastro dovrebbero avere un sussulto di dignità rassegnando le dimissioni (un istituto visto con orrore in Italia). Non sono ottimista, nonostante le dichiarazioni di Macciardi che paiono più un “wishful thinking” operato ad arte che una solida realtà e forse è ormai troppo tardi (nonostante che anche da questo blog fossero partite proposte che non sono state neppure prese in considerazione). Ma anche i segni hanno il loro peso e un totale rinnovamento sarebbe l’indicazione della volontà di cambiare che potrebbe avere positive ricadute. Quello che non è accettabile è la politica del “wait and see” in una sorta di messianica attesa di tempi migliori. Ma questo richiederebbe un interesse non sporadico verso questa importante istituzione bolognese che francamente non appare all’orizzonte.
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Cameristica, Recensioni

Stockhausen dieci anni dopo – Oratorio S.Filippo Neri Bologna 18 Settembre 2017

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Esiste una chiara differenza a livello della definizione  fisica fra rumore e musica e si basa sulla coerenza della emissione sonora. Udendo il brano di Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica ho avuto la certezza di trovarmi in presenza di rumore e non di musica. Ora nulla di grave: ci sono rumori piacevoli (ad esempio quello del mare) e rumori sgradevoli. Il brano del compositore tedesco rientra a pieno titolo in questa seconda categoria e ha anche il drammatico difetto di essere prolisso e ripetitivo. Ascoltandolo ho perfettamente capito cosa intendeva Fantozzi alla proiezione della Corazzata Potemkin e non mi importa se musicologi (spesso “fai da te”) si beano per 30 minuti e ritengono le mie considerazioni frutto di ignoranza redatte da un reazionario. Il brano è semplicemente una vera schifezza e non per niente è stata la sua prima (e si spera ultima) esecuzione bolognese. A mio parere si tratta di una truffa musicale (pardon, “rumorale”) ammantata di presunzione e supponenza. Non diversa è la mia valutazione dell’altro brano di Stockhausen Klavierstück n.12 per pianoforte solo nonostante la sforzo vocale e articolare della pianista Benelli Mosell. Diversi sono invece i casi delle altre composizioni della serata – in particolare i bellissimi e rarefatti Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (brani spesso eseguiti dal Pollini dei tempi migliori) – che rappresentano in modo interessante l’evoluzione della composizione moderna e che riflettono certamente il mondo che ci circonda con la sua complessità come molti dei quadri contemporanei. In questo contesto una valutazione degli interpreti è difficile ma di certo va sottolineata una loro buona qualità e buona volontà, fatta eccezione per l’ultimo brano in programma. Nessun bis: chissà perché….
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Michele Marelli corno di bassetto, clarinetto basso
Vanessa Benelli Mosell pianoforte
Andrea Rebaudengo pianoforte
Simone Beneventi percussione 
Paola Perrucci arpa
Alvise Vidolin regia del suono
 Programma
Stefano Gervasoni  Prima traccia per corno di bassetto e live electronics*
Karlheinz Stockhausen Harmonien per clarinetto basso (2006) da Klang – 5a ora  durata 15’,  Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (1952) durata 8, Klavierstück n.12 per pianoforte solo (1983) durata 22’
Gilberto Cappelli  Un giardino per Annamaria per arpa amplificata*
Karlheinz Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica (1958-60) durata 35’

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Commenti, Operistica

Stagione d’opera – Teatro comunale Bologna 12 Settembre 2017

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Difficile fare un commento positivo sulla stagione d’opera 2018 proposta dal teatro comunale. Abbondano i titoli riproposti costantemente (strizzando quindi l’occhio a quel pubblico conservatore che la direzione ritiene sia la garanzia della continuità degli abbonamenti). Chi troviamo? Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, Mozart… Neppure un titolo wagneriano (con tutta la tradizione bolognese) e nessun autore – non necessariamente senza senso come quello di “Qui non c’è perché” –  ma un po’ meno consueto? Un Weber, ad esempio – da quanti anni non viene rappresentato il Freischutz oppure l’Oberon? – , oppure un Berlioz – La damnation de Faust Le Troyens – o un Saint Saens – Sanson e Dalila – – un Händel, un Berg… Niente di tutto questo. E i titoli degli autori consueti sono i più consueti: Don Carlo, Don Giovanni, Bohème etc. Nulla da ridire sulla qualità di queste opere ma il senso di noia a riascoltarle sempre è inevitabile. Naturalmente per variare il programma servirebbero persone all’altezza della situazione che sapessero proporre una combinazione di titoli “sicuri” con altri, magari degli stessi autori, ma meno rappresentati, eventualmente mutuando le scenografie da altri teatri per risparmiare. Niente di tutto questo. Un cartellone che al confronto con altri teatri d’opera (non cito La Scala – stratosferico – , ma il Regio di Torino, La Fenice di Venezia etc.) fa veramente la figura della cenerentola, senza la fatina che nel finale salva il risultato. Nulla di nuovo e non previsto ma possibile che non capiti mai di essere positivamente sorpresi?
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Cameristica, Recensioni

Giovanni Gnocchi – Rovigo 5 Settembre 2017

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Il Rovigo Cello City è una meritevole rassegna violoncellistica che si tiene nella città veneta all’inizio di Settembre e che accoppia concerti con master classes. Un tributo doveroso a uno strumento tanto bello quanto trascurato sia dalla letteratura musicale che dalle sale da concerto (e così poco capito che un mio vicino di posto a una rassegna bolognese quando ha scoperto che Brunello avrebbe tenuto due concerti di violoncello solo anche quest’anno ha solennemente dichiarato che sarebbe rimasto a casa….). Ovviamente è chiaro che la ridotta letteratura dello strumento e la sua introduzione tardiva a livello concertistico dopo un lungo passato come strumento di appoggio (“basso continuo” per intenderci) ha contribuito a questa situazione ma è anche vero che oggi ci sono grandi interpreti e che la musica per violoncello ha brani di grandissima levatura. Un plauso quindi alla città di Rovigo per un’iniziativa coraggiosa: purtroppo per impegni pregressi ho potuto partecipare solo a questo concerto. Giovanni Gnocchi è stato laureato ai concorsi violoncellistici Primavera di Praga, Antonio Janigro di Zagabria e vincitore del Concorso “F. J. Haydn” di Vienna e ha alle spalle una carriera internazionale di tutto rispetto. Dotato di grandissima tecnica (esibita soprattutto nel la funambolica sonata di Kodàly che prevede anche l’abbassamento di un semitono della 3a e 4a corda per ampliare l’estensione dello strumento) ha tenuto il suo concerto in un ambiente perfetto, la chiesa di S.Spirito di Rovigo, una piccola sala (piena in tutti i posti) priva di riverbero e adatta ad esaltare le caratteristiche dello strumento.  Più discutibile l’interpretazione dei primi due brani barocchi nei quali un eccesso di variazioni ritmiche ha leggermente snaturato l’impianto rigoroso della partitura. Grande e meritato successo di pubblico per un concerto di alta qualità. Due bis (dopo avere riaccordato lo strumento!). 
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Happy
Programma
D. Gabrielli Ricercare n.6
J. S. Bach Suite n. 1
Z .Kodály Sonata per violoncello solo 

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Recensioni, Sinfonica

Ticciati Tezlaff SNO – Prom RAH Londra 15 Agosto 2017

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Assistere a un concerto delle PROMs alla Royal Albert Hall è un evento che a prima vista può far storcere il naso a uno spettatore abituato ai riti delle sale più tradizionali. Nell’immensa arena gli spettatori al centro stanno in piedi (i biglietti costano solo 10 sterline) si muovono e addirittura in certi casi si portano un picnic. Il tutto però senza disturbare il concerto e gli altri spettatori che negli altri ordini di posti sono comodamente seduti. La RAH è una struttura che in passato ha persino ospitato incontri di boxe e nella quale oggi si tengono anche concerti rock: una arena multifuzione appunto che proprio per la sua collocazione davanti all’Albert Memorial (uno dei monumenti più kitch che io abbia mai visto) è l’epitome dei fasti imperiali inglesi. Ma veniamo al concerto. Ticciati (in questo caso alla guida della Scottish National Orchestra) è un giovane direttore oggi sulla cresta dell’onda in UK (ha diretto anche a Glyndebourne – con grande successo di critica  – “La clemenza di Tito”) che ha nella sua esuberanza la caratteristica migliore ma anche il suo limite. Ottima la sua direzione dell’Ouverture tragica di Brahms mentre discutibile è stata quella della “Renana” dove i tempi troppo tirati hanno compresso la grandiosità del primo e ultimo tempo. Perfetta invece la direzione del quarto tempo nel quale alcune sonorità Schumanniane ricordano quelle del suo grande antagonista Wagner. Quanto al concerto di Berg (e al violinista Tazleff, anch’esso molto osannato in UK e reduce da vari concerti al festival di Edinburgo) il giudizio è viziato dal fatto che il suono del violino si perde nell’immensa sala anche perchè lo spartito è denso di sonorità soffuse. Una esecuzione probabilmente di qualità che forse hanno potuto meglio apprezzare gli ascoltatori di BBC radio 3, dal momento che il concerto è stato trasmesso in diretta in radio come tutti quelli delle PROMs. Il brano di Larcher (prima esecuzione assoluta) mi è apparso poco interessante nonostante l’uso di strumenti inconsueti come il sassofono basso e persino lo strofinio dell’archetto del contrabasso su una sfera di alluminio. Mah….
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Happy
Programma

Johannes Brahms  Tragic Overture
Alban Berg Violin Concerto
Thomas Larcher Nocturne – Insomnia
Robert Schumann Symphony No 3 in E flat major ‘Rhenish


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Operistica, Recensioni

La clemenza di Tito – Glyndebourne 6 Agosto 2017

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Composta tre mesi prima della morte La clemenza di Tito intende celebrare la ascesa al trono dell’imperatore Leopoldo II a re di Boemia. In puro stile di Glyndebourne lo spartito viene diviso in due atti della durata approssimativa di un’ora ciascuno con i necessari tagli che in un’opera agiografica non risultano fastidiosi. Il rapporto di amicizia fra Tito e Sesto, alla base del libretto, è inizialmente rappresentato da un filmato (poi ripreso più volte nel corso della rappresentazione) in cui i due protagonisti sono ripresi nella loro infanzia. La scenografia è su due livelli: in basso il mondo reale, in alto quello del trono e dell’imperatore. Tutto il dramma si svolge ovviamente nella parte bassa in mezzo a un campo apparentemente cosparso di ciuffi di grano di difficile interpretazione concettuale.
 
L’opera, diretta ottimamente da Robin Ticciati si avvale dell’ottima regia di Claus Guth e alterna arie di grande livello (come quella di Sesto nel primo atto) a momenti più convenzionali pur mantenendo comunque sempre l’alta qualità Mozartiana. Alice Coote come Vitellia, dopo un inizio non felice, esprime tutto il suo potenziale nella grande aria finale della confessione. Anna Stéfany come Sesto è certamente la migliore interprete dell’opera, di grande musicalità e a suo agio nei frequenti passi di agilità. Un soprano mozartiano che vorremmo vedere sulle scene italiane. Richard Croft (Tito) offre una buona interpretazione ma purtoppo manca di arte scenica, risultando in vari momenti goffo e convevzionale.
Come sempre l’opera a Glyndebourne è solo una parte dello spettacolo, essendo il picnic  prima e durante l’intervallo parte integrante del “rito”. Il 6 Agosto il tempo era spettacoloso (cosa rara!)  il che ha contibuito a un grande successo di pubblico.

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