Recensioni, Sinfonica

Mariotti Rana – Teatro Comunale 28 Giugno 2017

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Finalmente un bel concerto! Beatrice Rana, nonostante la sua giovane età, è concertista  matura e di grandissimo talento. Dotata di tecnica sopraffina (come comprovato anche dal bis debussiano) domina perfettamente i propri mezzi unendo a un tocco brillante e scandito una musicalità eccellente, indispensabile nel concerto di Čajkovskij.  Colpisce la duttilità imterpretativa che passa senza incertezze dal cantabile al brillante senza cesure con un continuum che è alla base di ogni grande esecuzione. Un plauso senza se e senza ma che ha anche una valenza maggiore se si considera che il piano su cui ha suonato è ben lungi dall’essere ottimo, denunciando una certa età e un suono piuttosto metallico negli acuti. Un secondo bis lisztiano, la trascrizione del celebre Lied schumanniano “Widmung”,  Nella sua esecuzione del concerto è stata sostenuta da un’orchestra finalmente all’altezza dei suoi compiti grazie anche alla eccellente direzione di Mariotti che nella seconda parte del concerto ha avuto modo di mettere in luce le sue doti di trascinatore. Il direttore pesarese si trova a suo agio nelle partiture in cui prevalgono la grandi masse orchestrali e l’enfasi espressiva, dove la foga e l’energia del direttore trovano il proprio ubi consistam. Un concerto alla fine  di grande spessore giustamente ripetutamente applaudito dal pubblico.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questo. Grazie anticipatam

Programma 
P. I  ČAJKOVSKIJ  Concerto n.1 per pianoforte e orchestra in Si bemolle minore, op.23
                                    Sinfonia n.2 in Do minore op.17 Piccola Russia

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Cameristica, Recensioni

Daniel Petrica Ciobanu – Bologna Pianofortissimo 27 Giugno 2017

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Peccato, peccato. Ciobanu è un abbastanza giovane pianista (27 anni) che ha una mano molto felice come dimostrato nel brano di Silvestri e nel bis di stile jazzistico, che non sempre però domina appropriatamente. È pianista che non ama le mezze misure e i mezzi toni ma che ama al posto dei chiaroscuri il contrasto violento di sonorità e che in alcuni casi non rifugge da atteggiamenti un po’ istrionici quando non manieristici. Si inizia con il brano chopiniano, forse quello maggiormente ben riuscito nel quale la componente virtuosistica, così forte, permette a Ciobanu di mettere in mostra le sue doti tecniche. Si tratta di composizione relativamente giovanile (come ad esempio quella per violoncello e pianoforte op. 3) dove l’esuberanza tecnica prevale ampiamente su quella interpretativa (a parte – forse – il non bellissimo andante spianato mutuato in parte da una versione orchestrale oggi del tutto dimenticata). Tutt’altro discorso per l’op. 57 di Beethoven, un cavallo di battaglia di tutti i grandi pianisti. Una interpretazione non priva di momenti felici ma che ha invece il suo punto di caduta nell’allegro finale e in particolare nel prestissimo terminale nel quale a causa di tempi quasi ineseguibili (ricordo solo Emil Gilels in grado di sostenere quella velocità) tutto il discorso musicale – nel quale deve comunque risaltare il tema del rondò – si sbrodola in una serie confusa di suoni. Inutile dire che il solito pubblico di bocca buonissima applaude con addirittura una carneade che urla “bravo” a scena aperta: in fondo basta suonare forte e in fretta un brano musicalmente noto e il successo è garantito. Lo stesso discorso vale – in tono peggiorativo – per i quadri di Mussorsky. Qui i difetti tecnici non si contano. In Gnomus la scala per moto contrario finale viene reiniziata per un grave errore; in Bydlo le due mani non suonano all’ unisono, un vezzo che talvolta i pianisti usano, ma con moderazione e che qui diventa elemento fondamentale interpretativo; nella ballata dei pulcini il ribattuto non si percepisce e infine nella capanna di Baba Yaga e nella porta di Kiev si sprecano le ottave sbagliate. Insomma un pianista che spreca il proprio talento per la ricerca di esasperata di effettacci quando invece le sue doti potrebbero permettergli ben altri risultati. Si può dire che è giovane ma non dimentichiamo che oggi si vince lo Chopin a venti anni e che c’è un’intera schiera di pianisti più giovani che il percorso di maturazione hanno già portato a termine.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
F.Chopin Andante spianato e grande polacca brillante op. 22
L. v. Beethoven Sonata n.23 op. 57  “Appassionata”
C. Silvestri Baccanale
M. Mussorski Quadri da un’esposizione

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Commenti

Finalmente! – Teatro Comunale 27 Giugno 2017

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Finalmente il sindaco Merola ne ha azzeccata una per il teatro. Dopo la faticosa e tardiva approvazione del contributo straordinario (quousque tandem….) – che la prossima, inevitabile, volta si chiamerà “contributo di solidarietà” …-  ha annunciato la rescissione dell’accordo con la Filarmonica del Teatro, un’orchestra che è semplicemente un duplicato dell’orchestra del teatro e che ha operato in base a una convenzione nata dalla gestione Ernani, patentemente violata, quando ha eseguito i Pagliacci in Giappone nonostante  l’espresso divieto di operare in opere liriche e nel colpevole silenzio dell’attuale sovrintendente Sani e del comitato di indirizzo (che probabilmente neppure conosce i termini della convenzione). Un comitato di indirizzo che è come il “re travicello (da Fedro e forse Esopo “Le rane chiesero un re“) e che in questa come in tante altre vicende (v. il caso Bosso) non è stato in grado di fare sentire la sua voce e neppure di esprimere un cauto e flebile parere. Chissà perché….  Ovviamente non si tratta qui di contestare per principio la nascita di una seconda orchestra (a Bologna? quando la stagione sinfonica al teatro comunale non riempie il teatro???) e neppure di contestare sempre per principio una qualche associazione al teatro ma entro ben determinati confini da far rispettare integralmente, gli stessi che regolano ad esempio la filarmonica della Scala etc. Ma forse ha ragione Zagnoni quando afferma di avere sempre agito in accordo con Sani:  ecco, appunto… chiudere un occhio (o entrambi) per evitare contrasti… La gestione Sani ha fatto il suo tempo (come il comitato di indirizzo) e sarebbe salutare per il teatro un cambiamento radicale di gestione con la dimissione dei componenti degli organi direttivi sostituiti tutti da persone di comprovata competenza musicale (e senza aumentare gli emolumenti in assenza di risultati chiari, positivi e stabili!!). Ma questo richiederebbe una coscienza professionale che certamente non abbonda in largo Respighi: che la via sia irrimediabilmente contaminata da piazza Verdi?
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Operistica, Recensioni

Boris Godunov- Berlino Deutsche Oper 23 Giugno 2017

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Boris nella versione della Deutsche Oper è un onesto, non eccezionale,  spettacolo, nel quale tutte le voci sono sostanzialmente di uguale qualità. Buoni professionisti senza particolari eccellenze e la stessa cosa vale per la direzione d’orchestra, peraltro particolarmente gradita al pubblico (sala gremita in tutti gli ordini di posti). Uno spettacolo da 150 minuti senza intervallo in una sala praticamente senza condizionamento: una vera maratona musicale. La scenografia ricalca quelle dei Boris tradizionali: bei costumi, masse sceniche ben organizzate e la presenza costante e ossessiva del ricordo dello zarevich sgozzato sia come spettro alla Banquo sia come trottola che viaggia per il proscenio (roteando correttamente).
 
I boiardi e lo zarevich si muovono su una specie di terrazzo che guarda il proscenio a simboleggiare l loro distanza dal mondo dei contadini che si muovono sulla scena. Mi è un po’ difficile dare un giudizio specifico: uno spettacolo che può piacere ma che non resterà negli annali della Deutsche Oper.

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Happy
Cast
Musikalische Leitung
Kirill Karabits
Inszenierung
Richard Jones
Szenische Einstudierung
Elaine Kidd
Bühne
Miriam Buether
Kostüme
Nicky Gillibrand
Licht
Mimi Jordan Sherin
Movement Director
Silke Sense
Chöre
Raymond Hughes
Leitung Kinderchor
Christian Lindhorst
Dramaturgie
Sebastian Hanusa

Boris Godunow

Ain Anger

Fjodor

Solisten des Knabenchores der Chorakademie Dortmund

Xenia

Alexandra Hutton

Xenias Amme

Ronnita Miller

Fürst Wassili Schuiskij

Burkhard Ulrich

Andrej Schtschelkalow

Dong-Hwan Lee

Pimen

Ante Jerkunica

Grigorij Otrepjew

Robert Watson

Warlaam

Alexei Botnarciuc

Schenkwirtin

Annika Schlicht

Missaïl

Jörg Schörner

Gottesnarr

Matthew Newlin

Nikititsch

Andrew Harris

Leibbojar

Andrew Dickinson

Mitjuch

Stephen Bronk

Grenzpolizist

Samuel Dale Johnson


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Operistica, Recensioni

Turandot- Berlino Deutsche Oper 22 Giugno 2017

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Una Turandot che dopo che Calaf ha risolto i tre indovinelli estrae una pistola con cui tenere lontana la folla e lo stesso Calaf non me la ero mai immaginata. Modestissimo coup de teatre in un allestimento modesto in tutti i sensi. Il vecchio imperatore e i saggi che verificano la correttezza delle risposte sono presentati su una sorta di tribuna che ricorda il politburo  del dittatore nordcoreano e i sudditi come spettatori delle esecuzioni, versione moderna del popolo di Place de la Concorde dove si ergeva il patibolo osannato da Robespierre.

In questo contesto non manca naturalmente l’esecuzione di Liù da parte di un boia che ricorda l’ISIS con esibizione di coltellaccio (ma per fortuna viene risparmiato agli spettatori lo sgozzamento sostituito dal taglio delle vene dei polsi – almeno questo!). Turandot, a parte la prestazione vocale, ha tutto fuorché le phisique du rôle rendendo difficile comprendere la passione di Calaf anche perché costantemente infagottata in abiti che anziché ridurne la stazza la amplificano, agghindandola comunque in modo improbabile. L’intera scenografia è orientata a una visione moderna della vicenda con Calaf vestito come un commesso viaggiatore che avrebbe fatto felice Arthut Miller. Non mancano anche alcuni momenti scurrili (protagonisti Ping, Pong e Pang) di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Insomma una messa in scena modesta e allo stesso tempo velleitaria per spettatori di bocca buona. Non una tragedia ma solo onesto artigianato.

Quanto al cast (in tedesco Besetzung) svetta sopra tutti la Liù di Elena Tsallagova giustamente applaudita sia durante lo spettacolo che al termine molto più di tutti gli altri protagonisti. Voce chiara, perfetta dizione italiana (ma come è difficile la nostra melodiosa lingua!) intonazione perfetta ma soprattutto interpretazione aderente allo spirito del personaggio. Turandot invece (Catherine Foster), pur senza difetti di intonazione, ha un registro monotono, una vocalità sempre sopra le righe persino nel finale dove il destarsi dell’amore (un po’ ridicolo nell’opera nella sua repentina apparizione) dovrebbe addolcirla,  con una prestazione non memorabile. Forse non è il suo ruolo. Scadente invece il Calaf di Kamen Chanev che in un ruolo certamente non facile sforza costantemente e presenta non infrequenti difetti di intonazione. Nella norma gli altri protagonisti e la direzione di Alexander Vedernikov
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Operistica, Recensioni

Lucia di Lammemoor -Teatro Comunale Bologna

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Come ho scritto non ho avuto la possibilità di assistere alla Lucia. Ricevo però dal prof. Giampiero Cane (della cui serietà ho personale certezza) questo articolo con il permesso di pubblicarlo. Ovviamente questo non riflette necessariamente la mia (inesistente in questo  caso) opinione.
Bologna, Teatro Comunale, 16 giugno 2017
Può anche darsi che la pioggia di rane in Magnolia discenda da Tam-Tam II (“pour Wilfredo”, forse Lam) di Aimé Cesaire: “à petits pas de pluie de chenille” ecc.: il surrealismo ci ha spalancato orizzonti su paesaggi preparati dal nostro stesso pensiero, non privi di senso, ma poli per flussi ininterrotti d’interpretazione; ci ha abituato a tutto, anche alle scemenze di quei registi d’opera, non tutti, è ovvio, che forse suppongono ancora di poter sorprendere col far volare gli asini o cose simili. Con ciò seminano quel loglio di cui non pare ci sia chi sappia utilmente fruire. Il pubblico si diverte a “buarli” (neologismo che discende dai paramuggiti che accompagnano il loro ingresso in scena, a cose fatte), l’intensità della “buazione” è proporzionale alle “boazze” depositate da loro sull’assito. Lucia di Lammermoor è un’opera di Donizetti testimone del primo romanticismo. È un concentrato di quel che fu l’opera quando la prese per mano Giuseppe Verdi e per mezzo secolo la portò dove volle. Il costume permettesse di tagliare qualcosa, di riscrivere altro, di farla propria come utilmente accade non molto raramente nel teatro di prosa, se ne potrebbe ricavare un fulmine abbacinante e travolgente. Ma nell’opera ciò l’han fatto qualche volta gli autori, modificando i loro testi per adattarli alle capacità delle voci di cui disponevano. Oggi queste varianti di produzione sono raccolte nelle edizioni dette critiche, allestite da filologi affatto noiosi in genere e, comunque, incapaci anche solo di suggerire di buttar via da Otello di Verdi, quella lagnosa “Ave Maria” che segue l’adorabile ninna nanna del salice. Naturalmente, la decisione eventuale di tagliare non potrebbe essere che a carico del podio e comunque sarebbe un grande scandalo perché “taglia Verdi uno che obbedisce a un Franceschini” (e messe le cose così, non ci sarebbe rimedio). L’opera è in scena al Comunale di Bologna. Inizia con un coro di cacciatori che hanno ammazzato un gran cervo che viene steso su grande tavolo Tra un po’ il fratello di Lucia taglierà la testa al cadavere del cornuto (chissà perché, ma forse per legare questa Lucia a quel Ratto mozartiano con tagliagole apprendisti che fece ridere mezza città un par di mesi or sono. Lo stesso tavolo sarà quello imbandito per la festa matrimoniale di Lucia con un Arturo ch’ella non ama affatto, ma cui è costretta dal fratello Enrico. Seduti attorno a detto tavolo, gli ospiti di casa Ashton (casato di Lucia) assisteranno composti come mummie all’alterco feroce tra Edgardo (amante, amato di Lucia) ed Enrico e in seguito apprenderanno dalla voce di Raimondo Bibedent, figura in gara con Germont padre in Traviata per il campionato d’ipocrisia tra i vecchi saggi. Quando quest’ultimo tacerà, del tavolo s’approprierà Lucia che, stando al libretto ha già ucciso l’Arturo che il fratello pretendeva di rifilarle e appare agli ospiti, del tutto compunti, coll’abito macchiato del sangue di lui e con un coltellaccio in mano. È una della più appassionanti scene di follia amorosa che ci sia dato conoscere e qui non s’interrompe nemmeno con l’ingresso del morto renitente che è venuto giù al piano terra, strisciando dietro l’assassina. Povera Lucia e povero Edgardo; lui sta per cantare “Se l’ira dei mortali /fece a noi sì dura guerra / Se divisi fummo in terra ne congiunga il nume in ciel”. È difficile non commuoversi, anche se oggi tutti dispongono di quegli strumenti interditivi della verità sentimentale che trionfano nel divorzio. L’ambientazione tardo settecentesca è qui sostituita da un periodo ipoteticamente “tra le due guerre”. Quali siano non è dato capire, ma dev’essere un tempo dell’alto Medioevo. Il Papa a Roma ci certifica che comunque non ne è passato molto In sala un gran correre di maschere a vietare l’uso fotografico dei cellulari. Dato che le madri degli stupidi sono sempre incinte, se ne ricava che la produzione di stupidi è continua. Michele Mariotti ha diretto l’opera con qualche ridondante, brusca sottolineatura sonora. Dovrà imparare a prendersi il carico di tutta l’interpretazione, gesti e voci comprese: in teatro la democrazia non ha senso, anzi rivela la sua natura contraria quella che le attribuì Churchill, tale per cui si manifesta come il modo più sicuro per scegliere i peggiori. In qualche modo lo dice anche nella politica se pensiamo al Duce, al Führer e al Piccolo Padre, tutti tre democraticamente eletti, mi pare. Generosa la performance di Stefan Pop, tenore rumeno ancora giovane, cui manca soltanto un po’ di quel che si chiama “anima” e meno sicura la Lucia disegnata dalla Lungu, fragile nel duetto d’entrata con Enrico, ma più consistente nella asperrima follia. “Chi mi frena in tal momento” è un concertato a 6 voci che ebbe tale successo per cui, con un arrangiamento adeguato ai mezzi di una jazz band degli anni Trenta, fu nel repertorio delle migliori orchestre nere di Harlem. Direi che l’abbiano registrata i Clouds of Joy e anche Cick Webb, ma non ci giurerei. Dalla mia discoteca sono spariti gli ellepi in oggetto. Mi ricordo queste tracce come ottimi esempi di quel prendere a calci nel sedere la tristezza (i blues) per vivere alla leggera. Ho l’impressione che pochi abbiano idea di cosa ciò significhi.
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Markus Werba

Lucia

Irina Lungu

Sir Edgardo di Ravenswood

Stefan Pop 

Lord Arturo Bucklaw

Alessandro Luciano

Raimondo Bidebend

Evgeny Stavinsky

Alisa

Elena Traversi

Normanno

Gianluca Floris

Orchestra e coro del TCBO

Direttore

Michele Mariotti

Regia

Lorenzo Mariani

Scene

Maurizio Balò

Costumi

Silvia Aymonino

Luci

Linus Fellbom

Videomaker

Fabio Massimo Iaquone
Luca Attilii

Assistente alla regia

Hannah Gelesz

Assistente alle scene

Andrea De Micheli

Assistente ai costumi

Vera Pierantoni Giua

Maestro del Coro

Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con ABAO Bilbao,
Slovak National Theatre e Teatro Carlo Felice di Genova


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Barenboim-Sadi Akademie- Berlino

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Ho assistito ieri a un concerto dei giovani strumentisti della fondazione Barenboim-Said, una fondazione che ha come suo scopo principale valorizzare giovani musicisti israeliani e palestinesi con tutte le ovvia implicazioni. La musica è linguaggio universale e suonare insieme vuol dire capirsi e scavalcare quelle frontiere etniche e ideologiche che sembrano insormontabili e che qui dimostrano tutta la loro assurdità. Il concerto di ieri, gratuito, eseguito da formazioni diverse nella meravigliosa sala Boulez come “saggio” di fine corso (ripetuto più volte con programmi diversi) ma sempre con la presenza di giovani di diversa estrazione è stato particolarmente godibile – anche se non perfetto – e ha visto in sala la presenza di Barenboim come una sorta di padre che cura lo sviluppo dei suoi figli in un’atmosfera particolarmente favorevole con un pubblico molto ridotto (non c’è pubblicità). Dopo il concerto Barenboim (con figlio e nipotino) si è attardato a discutere con gli esecutori l’esecuzione appena ascoltata. La fondazione (sostenuta da generosi contributi privati ma anche dalla Staatsoper) è un “unicum” a mia conoscenza. Qui strumentisti dotati palestinesi e israeliani vengono invitati per un periodo di studio a spese della fondazione e hanno la possibilità di conoscesi, di capirsi, di aprirsi a un mondo cosmopolita come quello berlinese, scoprendo che le diversità che in patria li dividono così aspramente possono scomparire nello stesso momento in cui c’è la possibilità di incontrarsi. Ovviamente il fenomeno di questa fondazione può considerai irripetibile per la presenza di Barenboim, i finanziamenti, la sede etc. ma è un esempio che dovrebbe in qualche modo stimolare altre realtà, magari con realizzazioni diverse. Comunque un’esperienza che chiunque si trovi a Berlino dovrebbe compiere: dice molto di più di tanti articoli, commenti etc, che infestano le pagine dei giornali da parte di personaggi che a malapena hanno girato un poco la regione in cui abitano.
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NB: leggete anche i commenti ai posts selezionando il bottone “commenti” sulla sinistra del post. Talvolta sono persino più interessanti del post stesso!!! 
PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che inseriscono commenti  ai posts utilizzando l’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è indispensabile lasciare nome e cognome – i commenti anonimi non saranno pubblicati)!!
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