Recensioni, Sinfonica

Ticciati Tezlaff SNO – Prom RAH Londra 15 Agosto 2017

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Assistere a un concerto delle PROMs alla Royal Albert Hall è un evento che a prima vista può far storcere il naso a uno spettatore abituato ai riti delle sale più tradizionali. Nell’immensa arena gli spettatori al centro stanno in piedi (i biglietti costano solo 10 sterline) si muovono e addirittura in certi casi si portano un picnic. Il tutto però senza disturbare il concerto e gli altri spettatori che negli altri ordini di posti sono comodamente seduti. La RAH è una struttura che in passato ha persino ospitato incontri di boxe e nella quale oggi si tengono anche concerti rock: una arena multifuzione appunto che proprio per la sua collocazione davanti all’Albert Memorial (uno dei monumenti più kitch che io abbia mai visto) è l’epitome dei fasti imperiali inglesi. Ma veniamo al concerto. Ticciati (in questo caso alla guida della Scottish National Orchestra) è un giovane direttore oggi sulla cresta dell’onda in UK (ha diretto anche a Glyndebourne – con grande successo di critica  – “La clemenza di Tito”) che ha nella sua esuberanza la caratteristica migliore ma anche il suo limite. Ottima la sua direzione dell’Ouverture tragica di Brahms mentre discutibile è stata quella della “Renana” dove i tempi troppo tirati hanno compresso la grandiosità del primo e ultimo tempo. Perfetta invece la direzione del quarto tempo nel quale alcune sonorità Schumanniane ricordano quelle del suo grande antagonista Wagner. Quanto al concerto di Berg (e al violinista Tazleff, anch’esso molto osannato in UK e reduce da vari concerti al festival di Edinburgo) il giudizio è viziato dal fatto che il suono del violino si perde nell’immensa sala anche perchè lo spartito è denso di sonorità soffuse. Una esecuzione probabilmente di qualità che forse hanno potuto meglio apprezzare gli ascoltatori di BBC radio 3, dal momento che il concerto è stato trasmesso in diretta in radio come tutti quelli delle PROMs. Il brano di Larcher (prima esecuzione assoluta) mi è apparso poco interessante nonostante l’uso di strumenti inconsueti come il sassofono basso e persino lo strofinio dell’archetto del contrabasso su una sfera di alluminio. Mah….
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Happy
Programma

Johannes Brahms  Tragic Overture
Alban Berg Violin Concerto
Thomas Larcher Nocturne – Insomnia
Robert Schumann Symphony No 3 in E flat major ‘Rhenish


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Operistica, Recensioni, Sinfonica

Riccardo Muti – Ravenna Festival 8 Luglio 2017

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Qualcuno, non più giovanissimo, ricorda i concerti vocali e strumentali “Martini e Rossi” trasmessi dalla radio negli anni ’50? Ecco questo concerto di stile nazional-popolare per celebrare l’amicizia irano-italiana con tanto di bandiere delle due nazioni (e altre non meglio identificate azzurre), TV e radio in diretta, ne è la fedele copia: un inizio e una fine solo orchestrali e una sequenza slegata di note arie d’opera (solo verdiane in questo caso e strettamente monosex – solo maschili probabilmente in ossequio alla grande nazione iraniana che considera le donne materiale di serie B indegne di esibizioni solistiche) a uso di un pubblico che finalmente si ritrova in partiture conosciute e quindi a proprio agio. Un pubblico da stadio che gremisce il Pala de Andrè in tutti gli ordini di posti con l’aria condizionata che non ce la fa in una giornata caldissima.  Non smetterò mai di stigmatizzare queste operazioni che di culturale non hanno nulla ma servono ad attirare spettatori (paganti) e stupisce (ma forse neanche tanto) che un direttore serio come Muti si presti a questi concerti (ma alla moglie con tutti i guai che ha avuto si può rifiutare?). Ve lo immaginate un Mehta, un Abbado che dirigano un concerto di questo tipo? Amen: la vocazione sempre più nazional-etnico-popolare del Ravenna Festival si concretizza anche in questo e sono lontanissimi i tempi in cui aveva una valenza culturale raffinata che si teneva nel teatro Alighieri e non nel Palasport De Andrè nel quale ci si stupisce di non trovare installati stabilmente i canestri del basket: mancavano solo gli arbitri e i venditori di gassose e brustulli. Tifo da stadio con inevitabili battimani fuori tempo. Orchestra mista con componenti delle due nazioni. Le iraniane impalandranate in tute nere della serie sauna-fai-da-te e scarpe nere basse con velo rosso per le orchestrali e giallo per le coriste (le donne nel coro e in orchestra si può, gentile concessione della grande nazione iraniana). Il contrasto con le italiane nei loro bei vestiti scollati ed eleganti non poteva essere più stridente. Moltitudine di veli neri anche nel pubblico dove mancavano però la simpatica guida suprema Kamenei e il volto allegro e rassicurante di Ajmadinejad (quello che negli USA con bella sicurezza affermava che gli omosessuali in Iran non esistono)… Le voci non erano male (tenore e baritono ok – quest’ultimo con qualche incertezza nell’aria iniziale dei Vespri) ma una direzione discutibile nel bellissimo duetto Rodrigo Carlo del Don Carlo dove i tempi imposti hanno impedito il dispiegarsi del canto, tanto da fare sospettare che la ragione fosse nella  incapacità del duo di sostenere tempi più allargati. E cosa avranno pensato i dirigenti dello stato islamico del finale del duetto “libertà, libertà”? Basta “il resto è noia” o con Don Bartolo  “uffa che noia”!
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Giuseppe Verdi
da “I vespri siciliani” sinfonia e aria di Procida “O tu Palermo”
da “Don Carlo” duetto di Don Carlo e Rodrigo “Dio che nell’alma infondere”
da “Simon Boccanegra” aria di Fiesco “A te l’estremo addio… Il lacerato spirito”, aria di Gabriele “Sento avvampar nell’anima”
da “Macbeth” aria di Banco “Studia il passo o mio figlio… Come dal ciel precipita”, coro “Patria oppressa”, aria di Macduff “Ah, la paterna mano”, coro “La patria tradita”, aria di Macbeth “Pietà, rispetto, amore”, battaglia, Inno di vittoria – Finale
da “La forza del destino” sinfonia

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Valcuha Fray – Ravenna Festival 30 Giugno 2017

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David Fray è un ovvio frequentatore del Ravenna Festival e nel concerto di ieri sera ha eseguito il concerto di Schumann, uno dei pezzi per pianoforte e orchestra più famosi dell’intero repertorio. Diciamo subito che non è stata un’esecuzione entusiasmante sotto ogni profilo. Fray si attarda in modo colpevolmente languido nelle parti cantabili e affretta eccessivamente in quelle più brillanti creando un contrasto che non sottolinea la partitura ma la frammenta togliendo quella caratteristica di continuità che tanta importanza ha in Schumann.  E purtroppo anche tecnicamente il concerto ha sofferto di non poche incertezze, soprattutto nell’ultimo tempo, dando luogo a una prestazione molto, ma molto discutibile. Avevamo sentito Fray ai “talenti” del Bologna Festival e l’impressione era stata migliore. La sensazione è di uno scadimento che vogliamo sperare temporaneo. Diversa è invece la valutazione della direzione di Valcuha che ha reso in modo egregio la famosissima sinfonia della Alpi di Strauss. Qui la varietà delle diverse parti (la sinfonia è una specie di resoconto di una ascensione) è stata resa con grande precisione e laddove necessaria con la dovuta enfasi. Un’esecuzione forse non memorabile ma di ottima qualità. Il concerto in un certo senso è lo specchio del Ravenna Festival decaduto a fesa nazional-popolare con “di tutto un po’”, ottimo per un pubblico eterogeneo ma ben distante dalla qualità dei primi anni.  Peccato.
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Programma 
Robert Schumann Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54
Richard Strauss “Eine Alpensinfonie”, poema sinfonico op. 64

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Mariotti Rana – Teatro Comunale 28 Giugno 2017

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Finalmente un bel concerto! Beatrice Rana, nonostante la sua giovane età, è concertista  matura e di grandissimo talento. Dotata di tecnica sopraffina (come comprovato anche dal bis debussiano) domina perfettamente i propri mezzi unendo a un tocco brillante e scandito una musicalità eccellente, indispensabile nel concerto di Čajkovskij.  Colpisce la duttilità imterpretativa che passa senza incertezze dal cantabile al brillante senza cesure con un continuum che è alla base di ogni grande esecuzione. Un plauso senza se e senza ma che ha anche una valenza maggiore se si considera che il piano su cui ha suonato è ben lungi dall’essere ottimo, denunciando una certa età e un suono piuttosto metallico negli acuti. Un secondo bis lisztiano, la trascrizione del celebre Lied schumanniano “Widmung”,  Nella sua esecuzione del concerto è stata sostenuta da un’orchestra finalmente all’altezza dei suoi compiti grazie anche alla eccellente direzione di Mariotti che nella seconda parte del concerto ha avuto modo di mettere in luce le sue doti di trascinatore. Il direttore pesarese si trova a suo agio nelle partiture in cui prevalgono la grandi masse orchestrali e l’enfasi espressiva, dove la foga e l’energia del direttore trovano il proprio ubi consistam. Un concerto alla fine  di grande spessore giustamente ripetutamente applaudito dal pubblico.
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Programma 
P. I  ČAJKOVSKIJ  Concerto n.1 per pianoforte e orchestra in Si bemolle minore, op.23
                                    Sinfonia n.2 in Do minore op.17 Piccola Russia

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Don Giovanni – La scala 31 Maggio 2017

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Quando si dice remake. Questo Don Giovanni è la ripresa del famoso Don Giovanni diretto da Barenboim per l’apertura della stagione del 2011 ma ne è solo la copia sbiadita. Le scene sono approssimativamente le stesse ma con una aggiunta istrionica  che trasforma la sottile ironia della regia originale di Carsen in una copia guittonesca con risultati facilmente prevedibili. La direzione di Jarvi è a dir poco approssimativa: non si contano i casi in cui canto e orchestra vanno fuori sincronismo e pure se esiste una responsabilità anche dei cantanti è del tutto evidente che la colpa maggiore ricade sul direttore. E veniamo ai cantanti. Il commendatore di Tomasz Konieczny è assolutamente fuori tono come voce che è piccola, stridula e mefistofelica (potrebbe essere  – forse – un modesto Jago) ma che non ha assolutamente la grandiosità richiesta dal personaggio. Insomma un disastro (se confrontato anche con la prestazione maiuscola del baritono coreano Kwangchul Youn del 2011).  Le due donne ( Anett Fritsch donna Elvira e Elisabeth Müller donna Anna) hanno un inizio del tutto incerto ma migliorano un poco nel corso dell’opera e cantano abbastanza bene nelle due arie finali, nulla di eccelso comunque. Lo stesso dicasi di Don Giovanni cui manca totalmente il lato maligno del personaggio e canta come un viveur da café chantant. Zerlina (Giulia Semenzato) e Masetto (Mattia Olivieri) sono due onesti professionisti. Buona la prova di Leporello (Luca Pisaroni) costretto da una regia che calca la mano a una prestazione eccessivamente buffonesca cui manca totalmente il “doppio” di Don Giovanni. Forse la voce migliore è quella del personaggio più modesto, drammaturgicamente inconsistente e persino ridicolo (una sorta di “scemo del villaggio”) Don Ottavio (Bernard Richter) che nelle sue due arie raccoglie meritati applausi che invece mancano clamorosamente agli altri protagonisti. Insomma un Don Giovanni modesto (il sovrintendente Pereira lascia il palco dopo il primo atto) probabilmente raffazzonato scopo incasso a uso dei moltissimi turisti. Pecunia non olet…
Direttore
Paavo Järvi
Regia
Robert Carsen
Scene
Michael Levine
Costumi
Brigitte Reiffenstuel
Luci
Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia
Philippe Giraudeau
CAST
Don Giovanni
Thomas Hampson
Commendatore
Tomasz Konieczny
Don Ottavio
Bernard Richter
Donna Anna
Hanna Elisabeth Müller
Donna Elvira
Anett Fritsch
Leporello
Luca Pisaroni
Zerlina
Giulia Semenzato
Masetto
Mattia Olivieri
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Seong-Jin Cho – Bologna Festival 30 Maggio 2017

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Vincitore del concorso Chopin del 2015, il concorso pianistico più prestigioso del mondo, il giovane pianista coreano ventitreenne , si presenta con un programma tutto incentrato su compositori classici, sorretto da una tecnica di primissimo ordine. Diciamo subito che non ha tradito le attese confermando il giudizio della giuria che gli ha attribuito il premio. Naturalmente la giovane età implica livelli di qualità non sempre uguali ma certamente molto alti. Forse dove meno è risultato convincente è stato nella sonata di Mozart dove l’ansia interpretativa lo ha portato a uscire talvolta da quei canoni di rispetto dello stile che sono invece la giusta cifra interpretativa del compositore salisburghese. Nulla di molto grave (niente a che fare insomma con gli inaccettabili eccessi manieristici cui abbiamo assistito nel recente concerto di Sokolov ) ma certo un aspetto che ci auguriamo venga preso inconsiderazione. Ma ripetiamo: si tratta di un giovane che ha tutta la carriera davanti per affinare e maturare le sue interpretazioni. Di grande qualità l’esecuzione dei due libri di Images di Debussy in cui le sonorità equoree così caratteristiche del compositore francese sono state rese in modo quasi perfetto. L’unico limite è stata la tentazione di allargare oltre misura i tempi (ad esempio nel penultimo brano della seconda serie Et la lune descend sur le temple qui fut) che porta come conseguenza la sfilacciatura del discorso musicale già di per sé così articolato. Un piccolo neo in un’ottima esecuzione. Benissimo invece le 4 ballate chopiniane, ma qui ci troviamo nel campo che ha costituito il terreno su cui ha costruito il suo successo nel 2015. Molto apprezzabile la capacità di trovare e sottolineare elementi melodici, attraverso cambi di sonorità e tempo, anche nelle parti più virtuosistiche dei brani, dimostrando una capacità di controllo non frequente nei giovani esecutori, spesso tesi a esecuzioni muscolari da effetti speciali (quando non ridicolmente eccessive come nel caso del macellaio Matsuev). Un giovane esecutore da seguire nel suo percorso di maturazione ma che già fin d’ora mantiene le promesse del concorso vinto. Due bis: un Momento musicale di Schubert e una rielaborazione virtuosistica di una famosa danza ungherese di Brahms. Grande successo di pubblico.
Nauseato dalle ridicole campagne di stampa non scriverò più di Bosso fno a quando un vero musicologo e non un critico “fai da te” o peggio ancora un giornalista ignorante a   caccia di facili consensi non scriverà in materia. Qualcosa è già circolato e con giudizi tutt’altro che lusinghieri ma solo fra gli addetti ai lavori. Il resto è pura pubblicità di basso livello. Pfui.
Happy
Programma:
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata n.12 in fa maggiore K.332
Claude Debussy Images (Livre I, Livre II)
Fryderyk Chopin Ballata n.1 in sol minore op.23, Ballata n.2 in fa maggiore op.38, Ballata n.3 in la bemolle, maggiore op.47, Ballata n.4 in fa minore op.52
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Gerstein Bychkov – Ravenna Festival 28 Maggio 2017

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Chiamato a sostituire all’ultimo momento Jean-Yves Thibaudet, Kirill Gerstein ha fornito una prova di buona, non eccelsa qualità. Dotato di eccellente tecnica (se si esclude qualche incertezza nelle prime ottave del primo tempo) ha eseguito il celebre concerto di Čajkovskij in modo autorevole secondo i canoni dell’interpretazione di scuola slava. ovvero con rallentamenti (a mio parere eccessivi) nelle parti cantabili e con non infrequenti licenze ritmiche che sono apparse talvolta eccessive. Ma nel complesso una buona esecuzione da parte di un artista non certo molto noto in Italia e che meriterebbe un “seconda chance” in un concerto solistico che permettesse di valutare appieno le sue doti. Di Semyon Bychkov abbiamo apprezzato da lungo tempo le doti di grande trascinatore e anche nella rutilante partitura di Berlioz ha messo in luce tutte quelle che sono le sue caratteristiche principali: gesto eloquente, perfetto rispetto dello stile dell’opera, assoluta padronanza dell’orchestra (di ottima qualità). Un’esecuzione insomma senza una sbavatura coronata giustamente dagli applausi fragorosi del pubblico che ha riempito in buona parte il Paladeandrè che ha una capienza di più di tremila posti.
Mi viene segnalato (mi era sfuggito e me ne scuso) un elzevirino sul Corriere di Bologna del 19 Maggio del Failoni Helmut (quello che con bella sicurezza aveva definito S.Cristina la sala perfetta per i concerti da camera, una sala tristemente riconosciuta come il luogo con la peggiore acustica di tutta Bologna!) che pretenderebbe di prendersela con gli orchestrali del teatro comunale (definiti invertebrati – categoria zoologico-musicale a me ignota: che esistano anche i coleotteri musicali?) rei di avere eccepito sul novello Karajan autoctono Ezio Bosso. Per il nostro eroe locale elogi sperticati financo ridicoli che tanto sanno di piaggeria, anche perché il Bosso si è esibito nel tipico rito italiano: le dimissioni annunciate e a quanto si sa non formalizzate (definite nell’articolo parole chiare …!).  Si potrebbe dubitare se il nostro Helmut sappia di cosa si sta trattando così come si dovrebbe dubitare a ragione che mai abbia frequentato S.Cristina, ma è la chiusa che è fenomenale: “la musica è l’altrove”. Mi sono a lungo scervellato per interpretarne il significato recondito e alla fine ho capito: il festival di San Remo! 

 

Happy
Programma:
P: Čajkovskij Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23
H. Berlioz Symphonie  fantastique op. 14
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