Operistica, Recensioni

Ti vedo, ti sento, mi perdo – La Scala 21 Novembre 2017

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Da tempo Sciarrino ci ha abituati a questa forma di “recitar cantando” in stile ventesimo secolo che forse meglio sarebbe definita come “parlar modulando”.  Sulla qualità e validità di questa forma compositiva si è discusso a lungo e sarebbe inutile aggiungere ulteriori commenti. Personalmente non ne sono affatto entusiasta ma capisco che corrisponda al mondo moderno in cui viviamo. L’esile trama dell’opera riposa su una sorta di prova generale di uno spettacolo in attesa che compaia il compositore Alessandro Stradella che naturalmente – novello Godot – non si presenta.
Ma la qualità dello spettacolo non riposa sull’ordito musicale ma  sulla regia e messa in scena di Jürgen Flimm secondo un’interpretazione registica solo tenuemente correlata al libretto. Qui abbiamo una rivisitazione del teatro nel teatro con personaggi (e addirittura orchestrali sul palcoscenico) in abiti settecenteschi (ma anche seicenteschi) e una miriade di personaggi che affollano la scena dando luogo a piccoli intermezzi che si sovrappongono alla trama principale: inservienti, maschere, danzatrici, figuranti, clowns etc.  Il tutto dà luogo a una sorta di carnevale godibilissimo su cui riposa il successo tributato da un pubblico non folto (e rarefatto nel secondo atto). Ma “un bel gioco..” e l’opera si prolunga eccessivamente, anche sfilacciata nel libretto che intreccia l’esile sviluppo dell’azione con  considerazioni filosofiche e liriche del tutto innecessarie e scorrelate.
Quanto alla compagnia di “canto” (che non ha la possibilità di esprimersi come tale) va purtroppo segnalata la performance scadente del soprano (primadonna) Laura Aikin, dotata di una voce piccolissima e del tutto inadatta a interpretare i brani di alcune arie di Stradella inserite nello spettacolo in un grande teatro: semplicemente non si sente. Potrebbe forse cantare in un repertorio barocco in piccole sale ma di certo non alla Scala. Un plauso  invece al giovane cantore Ramiro Maturana che intona perfettamente l’aria che chiude lo spettacolo. Quanto agli altri va purtroppo segnalata la dizione incerta in italiano di Charles Workman e Otto Katzameier, rispettivamente nei ruoli conflittuali di musico e letterato, una sorta di rivisitazione del “Capriccio” Strauss-Clemens (dove l’attesa frustrata della contessa è simile quella di Stradella nell’opera in questione) . Difficile giudicare gli altri e la direzione di Maxime Pascal a cui comunque va riconosciuto lo sforzo di tenere insieme un „partitura“ (o presunta tale) di difficilissima struttura.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Direttore
Maxime Pascal
Regia
Jürgen Flimm
Collaboratore del regista
Gudrun Hartmann – Wild
Scenografo
George Tsypin
Costumi
Ursula Kudrna
Lighting Designer
Olaf Freese

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Passa un giorno.. – Teatro comunale Bologna 17 Novembre 2017

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… passa l’altro e del prode Macciardi non si ha più notizia. Ora chiunque sia officiato a un’importante carica come la sovrintendenza di un teatro per prima cosa dovrebbe fare sapere quali saranno le sue linee programmatiche che in realtà avrebbero dovuto essere note prima della sua nomina per giustificare la scelta. Niente, silenzio assoluto. Non una conferenza stampa, una presa di posizione, un grido, un vagito cosicchè si può solo ipotizzare un’afonia assoluta (di voce o di idee?) Eppure gli abbonati e gli spettatori in generale avrebbero il diritto di sapere in quali mani il teatro è caduto (v. padella e brace). E non si tratta di una richiesta astrusa o provocatoria ma il minimo che il nostro dovrebbe sentire come proprio dovere. Continuerà la scellerata politica (ispirata dal Ronchi che asserì con bella sicurezza – totalmente digiuno di musica- che per aumentare gli spettatori bisognava incrementare il numero di opere contemporanee!) di infarcire il cartellone di opere degli amici? Oppure si punterà tutto su un teatro di repertorio? E se no quali opere ha in testa il Macciardi? E a quali iniziative pensa? Accordi con altri teatri? Resurrezione del festival della prosa? Oppure semplicemente niente perseverando nella linea di Sani? E il consiglio di indirizzo ha qualche suggerimento da dare o si contenta degli abbonamenti gratuiti?  La situazione mi ricorda la definizione di maggioranza silenziosa: è tale perchè non ha niente da dire. Dei 100 giorni che si accordano per tradizione a chi assume una carica ne sono passati 7: incrociamo le dita per i prossimi 93…
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Cameristica, Recensioni

Alexander Lonquich & friends – Bologna Festival 10-14 Novembre 2017

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Tre concerti di Alexander Lonquich, a due dei quali ho assistito (il secondo l’ho perso per la concomitante “prima” dell’Aida). Il primo insieme alla moglie Cristina Barbuti per due brani a 4 mani e il secondo libro dei preludi di Debussy. Il secondo concerto in trio e l’ultimo da solista. Lonquich è un buon pianista, dotato di una tecnica eccellente e molto eclettico nelle sue scelte spaziando su tutto il panorama dell‘orizzonte pianistico. Eppure non poco gli manca per accedere all‘empireo del pianismo internazionale, essendo mediamente di buona qualità in tutti gli aspetti ma non „outstanding“. Nelle esecuzioni a quattro mani sono stati scelti brani in cui il ruolo del „secondo“ si limita praticamente solo a un accompagnamento piuttosto banale, cosa assolutamente comprovata dal divertimento all’ungherese di Schubert, un brano veramente di infimo livello nel panorama delle composizioni del compositore viennese. L’esecuzione dei preludi del compositore francese è stata di buona qualità, rispettosa della cifra stilistica prevista dai brani, anche se il “tocco” (per una volta si può utilizzare un nome così spesso abusato che sta a significare la scelta della timbrica) del pianista di origine tedesca è ben lontano da quello di Walter Gieseking o Arturo Benedetti Michelangeli. Ma è nel concerto solistico che sono emersi i limiti del pianismo di Lonquich. In particolare in due brani, contraddistinti dallo stesso errore stilistico, ovvero in Nella nebbia di Janáček e nella Sonata in do minore D.958 di Schubert. I mondi dei due compositori (culturalmente assai lontani) sono però accomunati dall’obbligo di rinunciare a eccessi sonori e dall’assoluta necessità di evitare sforzati, stilisticamente impropri. Per capire quale sia il mondo di Janáček si dovrebbe ascoltare l’esecuzione di Rudolf Firkusny (il maggiore interprete del compositore boemo) della suite “Sul sentiero dei rovi” e per la sonata di Schubert le esecuzioni di Radu Lupu e di Alfred Brendel. Misura, toni sfumati, tempi contenuti, sottolineatura delle nuances musicali, insomma tutto quello che non abbiamo ascoltato del concerto di Lonquich. La sensazione è che ci troviamo di fronte a un pianista che progressivamente sta involvendo la sua cifra stilistica in un senso deteriore ma soprattutto è difficile comprendere come in Debussy siano stati rispettati i canoni esecutivi e nel concerto solistico siano stati violati. Grande successo di pubblico (tanto si applaude per principio e soprattutto la musica eseguita, non importa come, essendo la maggioranza del pubblico ignara del dettato dei compositori e incapace di fare confronti) e un bis Schubertiano.
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Programma
10 Novembre
Claude Debussy      6 epigraphes antiques (a quattro mani) – Preludes (II livre)
Franz Schubert Divertissement  à la hongroise in sol minore op.54 (a quattro mani)
14 Novembre
Franz Schubert Sonata in fa minore D.625
Leóš Janáček  Nella nebbia
Wolfgang Rihm Ländler (1979)
Franz Schubert Sonata in do minore
Sonata in do minore D.958

 


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Il ticket – Teatro comunale Bologna 14 Novembre 2017

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Dunque “tanto tuonò che piovve”. Dopo qualche mese di “rumours” l’avvicendamento di Sani è finalmente avvenuto. Mandato a casa un sovrintendente che ha ripetutamente dimostrato la propria insipienza professionale (e aumentandosi gli emolumenti nonostante una presenza non costante in teatro) con la scusa che deve dedicare più tempo alla sua attività artistica (ma forse qualcuno si è dimenticato che guarda caso fu sponsorizzato dal famigerato Ronchi  – fra le “perle” del defenestrato possiamo ricordare il  “Ratto dal Serraglio” che ha aperto la stagione 2017, una vergogna internazionale) chi viene chiamato al comando del teatro bolognese da parte di un comitato di indirizzo che per la prima volta batte un colpo (e naturalmente dopo questo sforzo dovrà riposarsi per molti mesi…)? Un’esimia figura del panorama musicale italiano? Un Quirino Principe per fare un esempio? Un Attilio Piovano? Ma figuriamoci: viene chiamato un personaggio che in tutto e per tutto ha condiviso le scellerate scelte del defenestrato e che mai, dico mai, neppure sottovoce si è dissociato. E il silenzio in questi casi significa assolutamente consenso. Insomma stiamo assistendo a quello che in politica viene chiamato un “ticket” (il perché del nome non l’ho mai capito). Sarò un inguaribile sognatore ma per i posti di responsabilità non sarebbe il caso di indire un bando e vedere chi si presenta e con quale programma anziché cooptare in modo acritico? Anche perché a un posto di quella responsabilità (e difficoltà) dovrebbe corrispondere necessariamente un programma di sviluppo ben dettagliato e credibile e qui non se ne vede uno. Ma se il cooptato Macciardi ha condiviso le sorti di Sani come possiamo anche solo ipotizzare che non ripercorra la stessa strada con gli stessi errori? E che dire del comitato di indirizzo: è senza colpe? Non avrebbe dovuto essere anch’esso “rinnovato”? Naturalmente a Macciardi vanno dati i classici 100 giorni per fare vedere cosa vale e saremo ben felici di dichiarare di esserci sbagliati (e Kurvenal non ha difficoltà a farlo quando è il caso) e quindi auguri! Anche ai poveri spettatori che ne hanno tanto bisogno!
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Recensioni, Sinfonica

Zimerman Nowak- Musica Insieme Bologna 13 Novembre 2017

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Un’esecuzione del quarto concerto (il mio preferito, fra l’altro) di Beethoven da parte di Krystian Zimerman assolutamente magistrale. Il pianista polacco da tempo ha ormai raggiunto quella perfezione che solo una grande maturità permette. Sostenuto da un’ottima tecnica ha saputo estrarre dalla partitura tutte le sfumature anche più recondite suscitando il giusto entusiasmo del pubblico. A partire dalla sua vittoria nel 1975 al concorso Chopin ha seguito un percorso culturale e stilistico di assoluto rigore che trova oggi la sua migliore espressione nel perfetto equilibrio dell’esecuzione che si inserisce nel solco che ha visto in passato Brendel come capostipite. Purtroppo non ha concesso neppure un bis. Molto buona anche l’esecuzione dell’orchestra che però ha dovuto eseguire i quadri di un’esposizione in una versione orchestrale chiassona e priva di quella sottile ironia che la pervade nell’orchestrazione di Ravel.  Un’operazione di archeologia musicale ingiustificata e che ha depresso il valore dell’orchestra ben diretta da Nowak. Caloroso successo di pubblico (ma quando si gioca in casa..).
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Programma
Hector Berlioz Le carnaval romain, «ouverture caractéristique» op. 9 Ludwig van
Beethoven Concerto n. 4 per piano e orchestra op. 58 
Modest Musorgskij Quadri da un’esposizione (trascrizione per orchestra di Sergej Gorčakov)

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Operistica, Recensioni

Aida – Teatro comunale Bologna 12 Novembre 2017

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Con i telefonini come sostitutivi dei sopratitoli (v. miei posts Sopratitoli!!! e Ri-Sopratitoli!!) viene proposta un’opera poco nota al pubblico … Aida, un azzardo per qualunque  teatro  per la sua notorietà. Disquisire sulla insulsaggine del management per questa buffonata tecnologica (con tanto di corifei specialisti della piaggeria su Repubblica e Corriere) sarebbe come agire da Maramaldo. Se si pensa che la trovata dei telefonini sarebbe dovuta alla “grandiosità” della messa in scena (a meno che per grandiosità non si intenda la dimensione dei fondali) c’è solo da ridere per non piangere. Di fatto gli spettatori si sono rivelati molto più intelligenti della direzione del teatro perché in pochissimi hanno usufruito del cervellotico sistema (sottoposto persino a referendum, il che fa pensare che si tratti di scempio potenzialmente da ripetere).

All’inizio viene annunciata la sostituzione del tenore nel ruolo di Radames con il tenore della seconda compagnia senza che venga data alcuna giustificazione.  Il pubblico ringrazia. La scenografia è  minimalista nel senso pieno della parola perché semplicemente … non esiste, sostituita da figure proiettate sullo sfondo che dovrebbero ricordare gli affreschi egizi e in altri casi sottolineare la temperie dei protagonisti. Risultato men che modesto: forse l‘unico vantaggio è che un teatro economicamente disastrato ha speso poco. Il coro nel primo atto canta avendo davanti – senza alcuna ragione – un tablet: un dono di Maroni rimasto dal referendum tenuto recentemente in Lombardia? Una nota di assoluto biasimo per uno scadentissimo balletto del primo atto con i soldati  di Star Wars (ma che c‘entrano?) così che ci si aspetta di vedere entrare da un momento all’altro Obi One Kenobi e Dart Feller. Radames avrebbe allora dovuto essere agghindato come come Sky Walker con tanto di spada luminosa. Protagonisti e coro che entrano dalla platea: un espediente mai visto prima ….

Nella scena finale (come in altre scene) sul proscenio si presenta un tizio con tablet (ancora una volta!!) che non si capisce cosa c‘entri (forse passava di lì per caso). Un narratore silente o un portoghese? Insomma una regia e una scenografia velleitarie e scadenti.
Veniamo agli aspetti musicali. Ramfis è sotto il minimo, riuscendo anche ad andare fuori tempo e fuori sincronismo nel primo intervento del primo atto. L‘Amneris di Nino Surguladze (e qui il blogger deve fare ammenda: in una prima versione del post aveva scambiato la georgiana Nino Surguladze per un cantante. Granchio non male!) ha un primo atto contratto e ingolato ma fornisce un‘ottima prestazione nel secondo atto, soprattutto nel duetto con Radames. Quanto a quest‘ultimo la stazza e l‘altezza non l‘aiutano dal punto di vista scenico come eroe anche perché impalandranato in un grembiulone  che ne accentua le carenze fisiche. Vocalmente avrebbe delle buone qualità ma riesce a esprimerle solo quando emette a pieni polmoni, mentre nei mezzi toni arranca vistosamente. Va comunque sottolineata un’ottima prestazione nella scena finale con Aida.  Molto buona invece sotto ogni profilo l‘Aida di Monica Zanettin, voce armoniosa in tutti i registri e capace di modulare l‘emissione in ogni situazione, dal vellutato al drammatico. Una prova assolutamente maiuscola, molto al di sopra di tutti gli altri protagonisti e giustamente applaudita da un pubblico che decreta invece un successo contenuto all’opera con una clacque così insulsa da riuscire a intervenire fuori tempo e fuori momento (clacque scadente in un teatro scadente – tout se tient). Dimenticavo (per carità di patria): la direzione di Chaslin a essere magnanimi è insignificante e l’orchestra non si è fatta mancare una clamorosa “imperfezione” (non si può usare la parola più classica senza suscitare un coro di reazioni spropositate) delle trombe.
All’uscita dal teatro un miracolo:  piazza Verdi vuota e pulita, priva assolutamente di quel caos che infesta normalmente la zona (sarà per la presenza di Prodi e signora in sala….?). Allora vuol dire che si può, e che se la zona viene lasciata in balia di malfattori, spacciatori, fracassoni etc. è solo per l‘insipienza e l‘ignavia delle istituzioni. E quindi doppiamente vergogna per coloro che non svolgono il loro dovere.
 Sad
Cast
Il Re
Luca Dall’Amico
Amneris
Nino Surguladze
Aida
Monica Zanettin
Radamès
 Antonello Palombi
Ramfis
Enrico Iori
Amonasro
Dario Solari
Gran Sacerdotessa
Beth Hagerman
Messaggero
Cristiano Olivieri
Direttore
Frédéric Chaslin
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Costumi
Silvia Aymonino
Luci
Fabio Barettin
Coreografie
Monica Casadei
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Ri-Sopratitoli!!! – Teatro comunale Bologna 10 Novembre 2017

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La sventurata, sciagurata, inconcepibile trovata di sostituire i sopratitoli con gli smartphones si arricchisce oggi dell‘“endorsement“ di un ineffabile Luca Baccolini sull’edizione bolognese di Repubblica (spalleggiata da Luciana Cavina sul Corriere. – lascio immaginare perchè. Guarda caso questi „giornalisti“ sono sempre d‘accordo con le scelte del teatro e scrivono sempre „prima“ della prima per non dovere prendere posizione sui risultati…) in cui si loda l‘eliminazione dei sopratitoli che sarebbero responsabili delle artriti cervicali degli spettatori! A riprova della piaggeria del nostro si citano teatri come la Scala o la nuovissima Staatsoper di Berlino (in cui il cronista non deve avere mai messo piede) che avrebbero da tempo adottato sistemi simili agli smartphones. Balle! In questi teatri un display collocato sugli schienali permette in modo molto discreto di seguire il libretto in 4 lingue, con una luminosità del tutto ridotta e – aggiungo io – con qualche difetto rispetto ai sopratitoli in quanto la lettura del display non può essere condotta senza distogliere lo sguardo dal palcoscenico. (A Torino i sopratitoli, per ovviare al problema, sono in lingua originale e in inglese). Parrebbe che la scusa per questa scellerata decisione – l‘ennesima di un management indegno di questo nome, invidiatoci dai teatri popolari spagnoli di periferia che mettono in scena „zarzuelas“ – sia la „grandiosa“ scenografia che solo per questo motivo fa già rabbrividire prima dello spettacolo. La realtà è che si tenta di raschiare il fondo del barile di un teatro disastrato con risparmi a scapito ancora una volta degli spettatori. Bontà loro, pare – dico pare – che sarà condotto un sondaggio sul gradimento. Vista la maleducata tendenza ad accendere i telefonini per leggere emails etc. il risultato sarà di un generale gradimento: è come chiedere ai giovani che si sballano se gradiscono un prolungamento degli orari di chiusura dei bar! E il teatro sarà ridotto a una platea da concerto rock!
Chiunque ritenga di aderire scriva ai giornali locali e al teatro per scongiurare questa follia!
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