Sinfonica

Enrico di Borgogna – Venezia teatro Malibran 20 Giugno 2026


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Opera giovanile di Donizetti (e riesumata solo recentemente)…
          ….. mostra tutta l’inesperienza del giovane musicista alle prese con un libretto che forse voleva essere “serio” ma che presenta anche un carattere giocoso: in una delle sue figure forse voleva fare il verso a Leporello. Peraltro di citazioni è piena l’opera: in primis Rossini con due “crescendo” rossiniani nell’ouverture e nel primo atto, e il “cheti cheti” all’inizio del secondo atto, a Mayr, al teatro barocco con un protagonista maschile impersonato da una soprano etc. Non mancano però indicazioni di quelle che saranno in seguito le caratteristiche musicali delle opere donizzettiane. Insomma una sorta di “prova d’artista”  che non manca talvolta di una sua freschezza che ben si presta alla soluzione registica scelta.

Quello che forse nell’intento degli autori doveva essere un dramma serio è qui trasformato in una sorta di “opera buffa”anche  con l’artifizio ormai troppo sfruttato del “teatro nel teatro”. Tutti i personaggi si comportano come una parodia del teatro drammatico, nei gesti e nelle espressioni. La scelta registica è quella di mostrare anche il “retro” del teatrino con un regista che smania nel tentativo di imporre una sua visione ai vari cantanti e i cantanti stessi che baruffano, si preparano all’entrata in scena e in un caso amoreggiano.  Ma è una finzione che mostra rapidamente la corda con una sorta di ripetitività che finisce per annoiare anche se – ovviamente – è molto gradita da un pubblico non troppo smaliziato. 
Le voci non sono tutte all’altezza . Mentre un’ottima performance è quella di Dave Monaco come Guido (il “cattivo” di turno) e anche quella di Omar Montanari come Gilberto (il “Leporello” dell’opera), meno brillante è risultata la figura di Enrico, una Teresa Iervolino che è mancata in alcune delle arie principali. Lo stesso dicasi per Giuseppina Bridelli come Elisa. Tutti gli altri protagonisti hanno dimostrato una buona professionalità a parte Christian Collia come Pietro, la cui voce non ha mai raggiunto il livello della sufficienza.
Una buona prestazione del direttore Corrado Rovaris cui va imputato però un eccessivo ritmo che ha messo talvolta a dura prova i cantanti. Per il resto un’opera diventata buffa cui attribuire una risicata sufficienza. Ovviamente successo di pubblico. 
PS I miei posts mancano di quella introduzione storico musicale dell’opera che è normale prassi nelle recensioni. Mi pare inutile duplicare quanto si può reperire nelle recensioni giornalistiche: Kurvenal si occupa solo di quanto rappresentato tagliando tutti i presupposti. 
Happy
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
direttore Corrado Rovaris
maestro del Coro Alfonso Caiani
regia Silvia Paoli
scene Andrea Belli
costumi Valeria Donata Bettella
light designer Fiammetta Baldiserri
Cast
Enrico, conte di Borgogna Teresa Iervolino
Pietro Christian Collia
Elisa Giuseppina Bridelli
Guido Dave Monaco
Gilberto Omar Montanari
Brunone Giuseppe Toia
Nicola Nicola Pamio
Geltrude Chiara Notarnicola

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(Giovanni Neri 80)

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An early work by Donizetti (and only recently revived), which clearly reveals the young composer’s inexperience in dealing with a libretto that perhaps was intended to be serious but also displays a playful side. One of the characters even seems to echo Leporello. In fact, the opera is full of references: first and foremost to Rossini, with two unmistakably Rossinian crescendos in the overture and the first act, as well as the “cheti cheti” passage at the beginning of the second act; there are also nods to Mayr, to Baroque theater with a male protagonist sung by a soprano, and more. At the same time, one can already detect musical traits that would later become characteristic of Donizetti’s mature operas. In short, it is something of an “artist’s apprenticeship piece,” one that at times possesses a freshness well suited to the directorial approach adopted here. What was perhaps intended by its creators as a serious drama is transformed here into a kind of opera buffa, also through the by-now overused device of “theater within the theater.” All the characters behave as parodies of dramatic theater, both in their gestures and expressions. The production choice is to expose the backstage of the little theater as well, featuring a director frantically trying to impose his vision on the singers, while the singers themselves quarrel, prepare for their entrances, and, in one case, engage in a flirtation. However, this conceit quickly begins to wear thin, resulting in a repetitiveness that ultimately becomes tiresome, even if it is, of course, greatly appreciated by a not overly discerning audience. The vocal performances were not uniformly strong. While Dave Monaco delivered an excellent performance as Guido (the opera’s villain), and Omar Montanari was equally convincing as Gilberto (the work’s “Leporello” figure), Teresa Iervolino’s Enrico was less successful, falling short in some of the principal arias. The same can be said of Giuseppina Bridelli as Elisa. All the other cast members displayed solid professionalism, with the exception of Christian Collia as Pietro, whose vocal performance never quite reached an acceptable standard.Conductor Corrado Rovaris led the performance effectively, although he can be faulted for adopting tempos that were at times excessively brisk, putting the singers under considerable strain. Overall, this is a serious opera turned comic, deserving no more than a modest passing grade. Unsurprisingly, it was a success with the audience.
PS. My posts lack the usual historical‑musical introduction to the opera that is standard practice in reviews. It seems pointless to duplicate what can easily be found in newspaper articles: Kurvenal deals only with what is staged, cutting away all the background
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