Cameristica, Recensioni

Stockhausen dieci anni dopo – Oratorio S.Filippo Neri Bologna 18 Settembre 2017

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Esiste una chiara differenza a livello della definizione  fisica fra rumore e musica e si basa sulla coerenza della emissione sonora. Udendo il brano di Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica ho avuto la certezza di trovarmi in presenza di rumore e non di musica. Ora nulla di grave: ci sono rumori piacevoli (ad esempio quello del mare) e rumori sgradevoli. Il brano del compositore tedesco rientra a pieno titolo in questa seconda categoria e ha anche il drammatico difetto di essere prolisso e ripetitivo. Ascoltandolo ho perfettamente capito cosa intendeva Fantozzi alla proiezione della Corazzata Potemkin e non mi importa se musicologi (spesso “fai da te”) si beano per 30 minuti e ritengono le mie considerazioni frutto di ignoranza redatte da un reazionario. Il brano è semplicemente una vera schifezza e non per niente è stata la sua prima (e si spera ultima) esecuzione bolognese. A mio parere si tratta di una truffa musicale (pardon, “rumorale”) ammantata di presunzione e supponenza. Non diversa è la mia valutazione dell’altro brano di Stockhausen Klavierstück n.12 per pianoforte solo nonostante la sforzo vocale e articolare della pianista Benelli Mosell. Diversi sono invece i casi delle altre composizioni della serata – in particolare i bellissimi e rarefatti Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (brani spesso eseguiti dal Pollini dei tempi migliori) – che rappresentano in modo interessante l’evoluzione della composizione moderna e che riflettono certamente il mondo che ci circonda con la sua complessità come molti dei quadri contemporanei. In questo contesto una valutazione degli interpreti è difficile ma di certo va sottolineata una loro buona qualità e buona volontà, fatta eccezione per l’ultimo brano in programma. Nessun bis: chissà perché….
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Michele Marelli corno di bassetto, clarinetto basso
Vanessa Benelli Mosell pianoforte
Andrea Rebaudengo pianoforte
Simone Beneventi percussione 
Paola Perrucci arpa
Alvise Vidolin regia del suono
 Programma
Stefano Gervasoni  Prima traccia per corno di bassetto e live electronics*
Karlheinz Stockhausen Harmonien per clarinetto basso (2006) da Klang – 5a ora  durata 15’,  Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (1952) durata 8, Klavierstück n.12 per pianoforte solo (1983) durata 22’
Gilberto Cappelli  Un giardino per Annamaria per arpa amplificata*
Karlheinz Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica (1958-60) durata 35’

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Cameristica, Recensioni

Giovanni Gnocchi – Rovigo 5 Settembre 2017

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Il Rovigo Cello City è una meritevole rassegna violoncellistica che si tiene nella città veneta all’inizio di Settembre e che accoppia concerti con master classes. Un tributo doveroso a uno strumento tanto bello quanto trascurato sia dalla letteratura musicale che dalle sale da concerto (e così poco capito che un mio vicino di posto a una rassegna bolognese quando ha scoperto che Brunello avrebbe tenuto due concerti di violoncello solo anche quest’anno ha solennemente dichiarato che sarebbe rimasto a casa….). Ovviamente è chiaro che la ridotta letteratura dello strumento e la sua introduzione tardiva a livello concertistico dopo un lungo passato come strumento di appoggio (“basso continuo” per intenderci) ha contribuito a questa situazione ma è anche vero che oggi ci sono grandi interpreti e che la musica per violoncello ha brani di grandissima levatura. Un plauso quindi alla città di Rovigo per un’iniziativa coraggiosa: purtroppo per impegni pregressi ho potuto partecipare solo a questo concerto. Giovanni Gnocchi è stato laureato ai concorsi violoncellistici Primavera di Praga, Antonio Janigro di Zagabria e vincitore del Concorso “F. J. Haydn” di Vienna e ha alle spalle una carriera internazionale di tutto rispetto. Dotato di grandissima tecnica (esibita soprattutto nel la funambolica sonata di Kodàly che prevede anche l’abbassamento di un semitono della 3a e 4a corda per ampliare l’estensione dello strumento) ha tenuto il suo concerto in un ambiente perfetto, la chiesa di S.Spirito di Rovigo, una piccola sala (piena in tutti i posti) priva di riverbero e adatta ad esaltare le caratteristiche dello strumento.  Più discutibile l’interpretazione dei primi due brani barocchi nei quali un eccesso di variazioni ritmiche ha leggermente snaturato l’impianto rigoroso della partitura. Grande e meritato successo di pubblico per un concerto di alta qualità. Due bis (dopo avere riaccordato lo strumento!). 
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Programma
D. Gabrielli Ricercare n.6
J. S. Bach Suite n. 1
Z .Kodály Sonata per violoncello solo 

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Braun Mayr – Circolo della musica 19 Luglio 2017

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Un concerto “double bill”  tenuto da due giovanissime vincitrici del concorso Baldi per la categoria “under 20”. Non ho difficoltà a condividere il giudizio ex-aequo della giuria essendo le caratteristiche delle due giovani pianiste sostanzialmente identiche. Solido impianto tecnico (non perfetto ma comunque di alta qualità), aggressività e irruenza giovanile ma una certa carenza di attenzione verso gli aspetti più strettamente artistici sopratutto nei brani più virtuosistici nei quali è mancata l’attenzione verso il significato – che pure esiste – musicale.  Di certo è necessario ad entrambe un percorso di maturazione che è però già presente in molti dei loro coetanei (si pensi ai vincitori dei concorsi Chopin) e quindi quanto mai urgente in un contesto che vede ormai moltissimi giovani dotati delle stesse qualità e nel quale per emergere è necessario quel “quid” che alle due giovani interpreti ancora manca.
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Programma
 Susanna Braun
1° premio assoluto ex-aequo (cat. E) al VII concorso Andrea Baldi 2017
Bach Preludio e fuga BWV 866 (libro 1) 
Beethoven Sonata op. 2 No. 3
Chopin Ballata n. 2
Schumann Variazioni Abegg op. 1 
Prokofiev Sonata No. 3
Lydia Mayr
1° premio assoluto ex-aequo (cat. E) al VII concorso Andrea Baldi 2017
Liszt Soirée de Vienne No.6 (Valse caprice d’après Franz Schubert)
Rachmaninov Etude-Tableau Op.39/7  
Prokofiev Sarcasmi Op.17
Liszt Paraprasi su un valzer di Gounod’s dall’opera “Faust”

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Alexandr Kobrin- Bologna Pianofortissimo 6 Luglio 2017

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Alexandr Kobrin è un pianista non più giovanissimo (37 anni), stakanovista dei concorsi internazionali: primo premio al Busoni 1999 e Van Cliburn 2005, terzo allo Chopin del 2000 oltre ad altri concorsi (sull’inflazione dei concorsi pianistici sarebbe necessaria una riflessione – ormai credo che fra importanti, meno importanti, regionali, locali e dopolavoristici ce ne sia almeno uno al giorno e non c’è pianista che non si possa fregiare della vittoria a un concorso, magari quello di Mohabit, quartiere degradato di Berlino, se esiste). Ovviamente non è il caso di Kobrin vittorioso in concorsi di primaria importanza. Eppure la sua carriera non sembra essere decollata proporzionalmente a questi successi, cosa che succede non infrequentemente, visto che il successo è certamente basato sui concorsi (ma non solo – vedi il caso di Volodov) ma soprattutto sulle case discografiche e sulle agenzie artistiche internazionali. Kobrin è dotato di una buona, non eccelsa tecnica, e una significativa musicalità ma ha il limite di voler dare uno specifico significato a ogni singola nota o piccolo episodio musicale, il che frammenta il discorso interpretativo che invece necessita di una continuità in cui individuare il significato globale del brano eseguito. Il concerto inizia con le celebri non trascendentali variazioni di Haydn, eseguite con aderenza allo stile se si eccettua l’esposizione del tema, troppo lento (l’eccesso di lentezza è caratteristica del pianista russo) e troppo romanticheggiante. Le stesse carenze (ma anche gli stessi pregi) si riscontrano nell’esecuzione dell’op. 101 di Beethoven dove però nell’ultimo tempo – specialmente nella fuga – emergono incertezze tecniche inaspettate. Purtroppo gli stessi limiti si riscontrano negli studi sinfonici di Schumann, dove ad esempio nella seconda variazione il ribattuto della mano sinistra non si percepisce, così come accade nella quinta variazione, tanto che verrebbe da dubitare che gli scappamenti del pianoforte abbiano dei gravi limiti. Kobrin non rifugge anche da quello che si potrebbe chiamare “mestiere” ovvero trova il modo di rallentare nei passaggi più impegnativi come nella settima variazione (o studio che chiamar si voglia). Molto arbitraria la scelta delle variazioni postume inserite qua e là nel corpo degli studi ufficiali (ma ovviamente qui la scelta è dell’esecutore) e non eseguite integralmente. Qualche arcaicismo nell’ultima variazione dove la ripresa del tema segue la prima versione degli studi. Insomma un pianista russo di ottime ma non eccelse qualità che giustificano la sua non strepitosa carriera. Due bis: una brano dalle Kinderszenen di Schumann (Der Dichter spricht) e La fille aux cheveux de lin dai preludi di Debussy.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Haydn Variazioni in fa minore HOB XVII 6
Beethoven sonata n. 28  op. 101  in la maggionre
Schumann Studi  op. 13  sinfonici  con variazioni postume

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Aaron Pilsan- Bologna Pianofortissimo 29 Giugno 2017

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Continua la sfilata di giovani “promesse” a pianofortissimo. Questa è la volta del ventiduenne pianista austriaco Aaron Pilsan al suo debutto in Italia. Un programma che presenta un autore inconsueto per il piano, Enescu, più noto fra i violinisti. Un brano oggettivamente non esaltante che fa parte di quella schiera di composizioni che oggi si estraggono come fanno i prestigiatori con i  conigli dal cilindro per variare il repertorio con esiti non sempre convincenti. Il pianismo di Pilsan è di buona qualità e supportato da una buona tecnica ma specialmente in Bach piuttosto scolastico a metà strada fra una visione filologica e una più moderna. Ampio uso del pedale ma poi una uniformità di sonorità che vorrebbe ricordare quella del clavicembalo: insomma una esecuzione piuttosto priva di personalità. Tralasciando il brano di Enescu eseguito in modo diligente un migliore risultato si è avuto con Schubert. Qui Pilsan ha dimostrato una certa maturità interpretativa che fa ben sperare ma che è lungi dall’essere giunta a compimento. Ma la giovane età permette di ben sperare se avrà l’umiltà di studiare senza farsi fagocitare dallo star system spcializzato in “usa e getta”. Tre bis: l ‘”arabesque” di Schumann e gli studi di Chopin 1 e 12 dell’op. 25.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
JOHANN SEBASTIAN BACH (1685-1750)  Suite francese n. 1 in re minore BWV 812
GEORGE ENESCU (1881-1955) Suite n. 3 op. 18 “Pièces impronptues”
FRANZ SCHUBERT (1797-1828) 
Sonata n. 19 in do minore D 958 (op. postuma)

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Daniel Petrica Ciobanu – Bologna Pianofortissimo 27 Giugno 2017

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Peccato, peccato. Ciobanu è un abbastanza giovane pianista (25 anni) che ha una mano molto felice come dimostrato nel brano di Silvestri e nel bis di stile jazzistico, che non sempre però domina appropriatamente. È pianista che non ama le mezze misure e i mezzi toni ma che ama al posto dei chiaroscuri il contrasto violento di sonorità e che in alcuni casi non rifugge da atteggiamenti un po’ istrionici quando non manieristici. Si inizia con il brano chopiniano, forse quello maggiormente ben riuscito nel quale la componente virtuosistica, così forte, permette a Ciobanu di mettere in mostra le sue doti tecniche. Si tratta di composizione relativamente giovanile (come ad esempio quella per violoncello e pianoforte op. 3) dove l’esuberanza tecnica prevale ampiamente su quella interpretativa (a parte – forse – il non bellissimo andante spianato mutuato in parte da una versione orchestrale oggi del tutto dimenticata). Tutt’altro discorso per l’op. 57 di Beethoven, un cavallo di battaglia di tutti i grandi pianisti. Una interpretazione non priva di momenti felici ma che ha invece il suo punto di caduta nell’allegro finale e in particolare nel prestissimo terminale nel quale a causa di tempi quasi ineseguibili (ricordo solo Emil Gilels in grado di sostenere quella velocità) tutto il discorso musicale – nel quale deve comunque risaltare il tema del rondò – si sbrodola in una serie confusa di suoni. Inutile dire che il solito pubblico di bocca buonissima applaude con addirittura una carneade che urla “bravo” a scena aperta: in fondo basta suonare forte e in fretta un brano musicalmente noto e il successo è garantito. Lo stesso discorso vale – in tono peggiorativo – per i quadri di Mussorsky. Qui i difetti tecnici non si contano. In Gnomus la scala per moto contrario finale viene reiniziata per un grave errore; in Bydlo le due mani non suonano all’ unisono, un vezzo che talvolta i pianisti usano, ma con moderazione e che qui diventa elemento fondamentale interpretativo; nella ballata dei pulcini il ribattuto non si percepisce e infine nella capanna di Baba Yaga e nella porta di Kiev si sprecano le ottave sbagliate. Insomma un pianista che spreca il proprio talento per la ricerca di esasperata di effettacci quando invece le sue doti potrebbero permettergli ben altri risultati. Si può dire che è giovane ma non dimentichiamo che oggi si vince lo Chopin a venti anni e che c’è un’intera schiera di pianisti più giovani che il percorso di maturazione hanno già portato a termine.
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Programma 
F.Chopin Andante spianato e grande polacca brillante op. 22
L. v. Beethoven Sonata n.23 op. 57  “Appassionata”
C. Silvestri Baccanale
M. Mussorski Quadri da un’esposizione

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Igor Levit- Berlino Philharmonie Kammersaal 20 Giugno 2017

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Ecco come si confeziona un concerto totalmente sbagliato. Fare seguire la variazioni Diabelli (55 minuti) da un polpettone di 62 minuti vuol dire non capire nulla di concerti. Se poi l’esecutore, dotato di ottima tecnica, eccede virtuosisticamente nelle variazioni brillanti e sbrodola impietosamente in quelle più intimistiche il risultato è scontato. Di fatto (e naturalmente la cosa vale per le Diabelli in primis ma anche per il polpettone) viene a mancare totalmente la linea che dovrebbe legare lo sviluppo del brano che diventa una sequenza di episodi fra loro staccati privi di unitarietà. Che poi il motivetto del “pueblo unito jamàs sarà vencido” (non peggiore peraltro del valzerino di Diabelli) possa costituire nelle mani di un compositore di certo non all’altezza di quello di Bonn la base per una serie di variazioni interminabili, fra loro slegate, dice tutto. Peccato perché Igor Levit ha indubitabili potenzialità ma sperperate nella ricerca di effettacci che snaturano i brani eseguiti. E le 36 (trentasei!) variazioni di Rzewski si apprestano a entrare rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale.
La clacque esiste anche a Berlino (v. il polpettone). A Berlino però nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Ludwig van Beethoven Diabelli-Variationen op. 120
Frederic Rzewski   36 Variations on The People United Will Never Be Defeated!

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