Cameristica, Recensioni

Cosmin Boeru – La soffitta Bologna 13 Febbraio 2018

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Boeru appartiene a quella categoria di pianisti che intendono l’espressività di un brano come risultato della singola espressività delle note che lo compongono e per questo sono costretti a estenuanti rallentamenti dell’esecuzione, trascurando il fatto che sempre la stessa espressività è frutto del discorso musicale che deve fluire senza essere costantemente interrotto. Ovviamente l’equilibrio fra le due componenti è difficile ma proprio in questo sta la qualità di un interprete. Il difetto di questo pianista si riscontra subito nell’esecuzione della fantasia Mozartiana eseguita a tempo di ninna-nanna togliendole in pieno quel senso di drammaticità che ne è l’asse portante, soprattutto nella prima parte.  Molto discutibile anche l’uso del pedale, sempre eccessivo. Ma passiamo a Ravel.  Ormai Gaspard de la nuit (“Il tesoriere della notte”-  linguisticamente di origine persiana)  è diventato la pietra di paragone del virtuosismo pianistico, il metro su cui giudicare le qualità tecniche di un pianista, una palestra pura di difficoltà, spesso dimenticando che si tratta di brano complesso e articolato che affianca momenti di grande drammaticità a momenti di intesa liricità, come nel caso dell’inizio di Ondine e in tutto il drammatico sviluppo di Le Gibet (“La forca”).  (Da una citazione riportata in Wikipedia Ravel avrebbe affermato di aver voluto realizzare una sorta di caricatura del Romanticismo e che  probabilmente aveva raggiunto quanto di meglio fosse  in grado di realizzare). L’interpretazione di Boeru, pur tecnicamente corretta, manca di quel senso di arcano che la composizione contiene. Ad esempio nel primo brano la mano destra non ha leggerezza necessaria e in Le Gibet la lentezza diventa non elemento di drammaticità ma di esasperante monotonia. Non migliora la situazione con i brani chopiniani. Addirittura nella marcia funebre dell’op.35 Boeru dimentica di sollevare il piede dal pedale destro con un effetto rimbombo del tutto inappropriato. Nell’ultimo tempo manca quella uniformità che ne fa una composizione unica nel panorama musicale.  Nel primo tempo della sonata non mancano imperfezioni tecniche. Un unico bis: il famoso Waltz in do diesis minore del compositore di Żelazowa Wola nel quale invece nella ripetizione del secondo tema si esibisce in un “accelerato” che in alcun modo rientra nelle indicazioni dinamiche del compositore e che stona nella architettura complessiva del brano. Insomma un pianista che non manca di sensibilità musicale ma che la esprime superando i limiti della corretta esecuzione producendo un risultato spesso soporifero. Un consiglio: un triplo caffè prima del concerto!
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentale e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità. Ho rimosso la mia iscrizione a facebook: non posso quindi essere contattato per questioni private via messenger ma solo via e-mail all’indirizzo giovanni.neri@unibo.it.
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Programma:
W.A.Mozart –  Fantasia in Do minore K 475
M.Ravel –  Gaspard de la nuit
F. Chopin –   Due Notturni (op. 48, n.1 e op. 9, n.1),  Sonata in Si bemolle minore op. 35
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Cameristica, Recensioni
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Assistere a un concerto solamente Lisztiano mette in ansia perché si teme il solito muscolare che massacra tastiera e orecchie, tanto più a rischio in una sala come quella del Goethe Zentrum di Bologna che quanto ad acustica lascia molto a desiderare. Donchev invece esegue il programma con misura e grande senso interpretativo. Dotato di ottima tecnica non si lascia in alcun modo trascinare da questa ma riesce ad asservirla allo spirito delle composizioni, anche in brani come “Aprés un lecture de Dante” che tanto spesso costituiscono una palestra per esecuzioni unicamente virtuosistiche e come tali scadenti. A parte il brano spirituale dell’ultimo Liszt meno riuscita è stata l’esecuzione della trascrizione di Wagner, sia da  un punto di vista tecnico che da quello dell’espressività, un brano forse ancora non sufficientemente maturato. Donchev è pianista ancora giovane che meriterebbe di essere ascoltato anche in un repertorio più vasto ma che in ogni caso promette molto e forse sarebbe degno di platee più ampie. Due bis: un trascrizione di un preludio per organo di Bach e l’ultimo studio op. 25 di Chopin. Ottimo successo da parte di un pubblico purtroppo rarefatto.
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Franz Liszt Années de pélerinage Italie – S.Dorotea – Tannäuser overture
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Operistica, Recensioni

Die Fledermaus – La Scala 11 Febbraio 2018

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Non sono mai stato un amante dell’operetta ma ci sono almeno due eccezioni: Le contes de Hoffman” e “Die Fledermaus”.  E bene ha fatto la Scala a riproporre per la prima volta (a Vienna viene riproposta ogni fine d’anno) l’operetta di Johann Strauss che sarebbe godibile sotto ogni profilo. Sarebbe…

se il regista non avesse trasformato un’operetta “fin de siècle” in una rappresentazione da baraccone, una sorta di avanspettacolo kitsch di periferia che la Scala di certo non merita.  C’è tutto il repertorio più scadente da parte del regista che ammicca alla sala stile Schikaneder da circo: totale trasformazione del testo con inserzioni fuori luogo, balletti dei protagonisti (ad esempio nel primo atto), balletti in generale (il corpo di ballo è l’unico che si salva),  il principe che diventa principessa, arie d’opera seria, esibizione di acrobati, battute di qualità infima e addirittura uno show di Paolo Rossi che con l’operetta c’entra come i cavoli a merenda. Fare una recensione seria di fronte a questo spettacolo sarebbe come sparare sulla croce rossa: praticamente non c’è nulla  che si salvi. Solo Adele  – die Zofe – (Daniela Fally)  offre una prestazione di valore con una spiritosa presenza scenica e una bella voce.”Il resto è noia….“. Pubblico ovviamente soddisfatto (!!!!!) ohimé.
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Cast
Direttore
Cornelius Meister
Regia
Cornelius Obonya
Co-regista
Carolin Pienkos
Scene e costumi
Heike Scheele
Luci
Friedrich Rom
Coreografia
Heinz Spoerli
Video
Alexander Scherpink
Eisenstein
Peter Sonn
Rosalinde
Eva Mei
Dr. Falke
Markus Werba
Frank
Michael Kraus
Adele
Daniela Fally
Princesse Orlofskaya
Elena Maximova
Alfred
Giorgio Berrugi
Dr. Blind
Kresimir Spicer
Frosch
Paolo Rossi
CAST CORPO DI BALLO
Una donna
Marta Romagna
Un uomo
Massimo Garon
Tre uomini czarda
Federico Fresi, Maurizio Licitra, Salvatore Perdichizzi
Coppia Solista
Beatrice Carbone, Massimo Garon
E il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
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Recensioni, Sinfonica

Liss Khozyainov – Teatro Comunale Bologna 8 Febbraio 2018

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Era veramente un pezzo che non assistevo a un concerto così brutto. Ma andiamo per ordine. Si presenta un giovincello di bruttissime speranze di anni 24 (2 più di quelli di Lisiecki!) che esegue il non bellissimo terzo concerto di Rachmaninov. Il suono è aspro, la tecnica non immacolata ma soprattutto il nostro gragnuola la tastiera impietosamente. Da salvare (forse) solo l’esecuzione del tema iniziale del concerto ma si tratta di una goccia nel mare. Si vede perfettamente che il pianista si sente un idolo e per questo ti rifila come due bis (di lunghezza entrambi eccessiva) due fantasie (ma meglio sarebbe dire due incubi) virtuosistiche di autori a me ignoti (ma credo che sia un titolo di merito – mi è stato detto che siano sue) su due famose arie operistiche, quella dell’ouverture del Guglielmo Tell e la ben nota “non più andrai..” delle nozze di Figaro.  Inutile dire che se proprio si vuole eseguire una parafrasi operistica non c’è che da scegliere nel repertorio del grande Franz. Due esecuzioni certamente non memorabili, kitsch e prive di qualunque aspetto artistico.  Ma non c’è nulla da dire: se un pianista suona male e non ha sensibilità artistica sceglie male anche i brani peggiori come bis, convinto in questo modo di fare impressione su un pubblico come sempre di bocca buonissima (diciamo più semplicemente ignorante e pronto a farsi turlupinare). Che infatti applaude: suonare forte e in fretta, anche alla “sperindio“, e il successo è garantito.  Ma “Dio li fa e poi li accompagna“. Il direttore Liss, agghindato con una casacca stile Kim Jong Hun ma con risvolti azzurrini (ovviamente confezionata su misura – non si troverebbe neppure da un robivecchi) dirige la brutta sinfonia di Rachmaninonv (il russo era un pianista le cui composizioni sinfoniche sono un suo sottoprodotto)  con una gestualità inutilmente violenta dalla quale non emerge un solo elemento positivo della composizione. Insomma un disastro. Che sia l’ultima eredità del non compianto Sani?
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 Sad
Programma
S.V. Rachmaninov
Concerto per pianoforte e orchestra in Re minore n.3 Op.30
Sinfonia n. 3 in La minore Op.44
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 Il giovanissimo Lisiecki non è nuovo al Quartetto. Alto almeno 1.90 arriva alla tastiera con passo falcato e dopo 10 secondi attacca un programma da fare tremare i polsi per difficoltà e lunghezza. Ma la giovinezza e l’entusiasmo permettono tutto questo. Forse discutibile il gusto di aprire con i notturni di Chopin e chiudere ancora con il compositore polacco e lo scherzo n.1, un brano di grande effetto ma forse il meno difficile dell’intero programma. Ma fa nulla. Lisiecki è un vero “enfant prodige” che assomma a una tecnica eccezionale una grande sensibilità artistica e il coraggio di proporre come unico bis il brano più sognante delle Kinderszenen di Schumann. Di cui esegue anche un ciclo raramente visitato, i Nachtstücke (credo di averli ascoltati in concerto solo un’altra volta – ancora meno eseguiti delle bellissime e spesso dimenticate Novellette) prima di affrontare il brano di difficoltà trascendentale di Ravel, pari solo a Islamey di Balakirev, a Pretuska di Straviskji e ad alcuni studi trascendentali di Liszt. Come Trifonov ha nelle mani una Ferrari che gli permette di superare agevolmente ogni difficoltà (anche nei brani di Rachmaninov) con l’unico difetto che la giovanile esuberanza manda fuori giri talvolta il bolide, ad esempio in Scarbo. Ma ha un’intera esistenza davanti per maturare e controllare gli eccessi con la stessa sensbilità con cui esegue i notturni di Chopin (salvo un tempo staccato nel secondo da gran premio). Un giovane (22 anni!) grande artista che ha anche l’umiltà di seguire ancora corsi di perfezionamento, consapevole che al miglioramento non esistono limiti. Vorremmo di  certo ascoltarlo anche nel repertorio mitteleuropeo, in Beethoven e Schubert, ma la sensazione è che se tira un po’ il freno a mano i risultati saranno eccezionali. Grande successo di pubblico (e poi un biondo ragazzino— credo anche belloccio – fa tanta tenerezza..).
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F. Chopin  Notturno op. 55 n. 2
R. Schumann  Nachtstücke op. 23
M. Ravel  Gaspard de la Nuit
S. Rachmaninov  Morceaux de Fantaisie op. 3 n. 5
F. Chopin  Notturno in mi minore op. 72 n. 1  Scherzo n. 1 in si minore op. 20
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Cameristica, Recensioni

Jan Lisiecki- Milano Quartetto 6 Febbraio 2018

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Cameristica, Recensioni

Rudolf Buchbinder – Musica Insieme Bologna 5 Febbraio 2018

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Rudolf Buchbinder, nato in Cecoslovacchia ma naturalizzato austriaco, è una  vecchia volpe delle sale da concerto che calca ormai da cinquanta anni. Più noto nei paesi di lingua tedesca, dove tiene molto frequentemente concerti, ma con un’audience comunque internazionale, iscrive il suo pianismo nel solco dei grandi interpreti tedeschi e austriaci: Backhaus, Kempff e più recentemente Brendel. Dotato di ottima tecnica la sua cifra stilistica ha come sfondo il costante rispetto della partitura e dello stile del compositore eseguito lasciando poco spazio a quelle forzature ed eccessi (talvolta indicati come impostazione di stampo slavo) che ormai si ascoltano in tanti esecutori. In questa cornice predilige quindi i compositori più “classici” come nel caso del concerto in questione (Bach, Beethoven e Schubert) evitando il repertorio romantico (ma non sempre). Brani che si comprende come abbia profondamente maturato nel corso degli anni e che esegue in modo impeccabile, persino talvolta un po’ troppo ingessato. Ma di grande qualità è il suo “piano” e le sonorità vellutate esibite in Schubert. Sia chiaro: stiamo parlando di un grande interprete per il cui concerto c’è solo il rimpianto di una durata di un’ora striminzita a confronto con i 90 minuti ormai diventati uno standard, in parte (ma solo in parte) compensati da due bis, un’esecuzione virtuosistica di un famoso Waltz di Johann Strauss e un brano di una partita di Bach. Applausi calorosi da un pubblico “pistolettato” (ovvero sottoposto al solito pistolotto) prima del concerto. Fa tenerezza il tentativo degli oratori, destinato all’inevitabile insuccesso,  di costruire ogni volta intorno al programma una sorta di raccontino che ha ovviamente le gambe cortissime.
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Johann Sebastian Bach Suite inglese n. 3 in sol minore BWV 808
Ludwig van Beethoven Sonata n. 21 in do maggiore op. 53 – Waldstein
Franz Schubert Quattro Improvvisi D 935
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Recensioni, Sinfonica

Albrecht Carcano – Teatro Comunale Bologna 4 Febbraio 2018

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Archiviato il brano d’occasione op. 80 di Beethoven (numero d’opera immediatamente antecedente a quello dell’op. 81 – la bellissima sonata “Les adieux” di ben altro spessore) con una prestazione assolutamente insufficiente delle voci femminili soliste del coro, Gabriele Carcano ha eseguito il famosissimo concerto di Mozart. Avevamo già recensito il pianista (v. link e link) ascoltato in concerti solistici con risultati molto brillanti. Non altrettanto si può dire per l’odierno concerto del salisburghese. Un primo tempo insufficientemente dinamico, una interpretazione discutibile con alcune imperfezioni tecniche, il risultato è stato inferiore alle aspettative. Un vero peccato perchè Carcano è un pianista abbastanza giovane (32 anni) e di grandi potenzialità che però deve evitare di cadere in alcuni manierismi del tutto innecessari. E’ quanto vale anche per il bis schumanniano (brano dai Davidsbundlertanze – ma perché eseguire un brano da un ciclo quando tanti ne esistono individuali?) dove un continuo squilibrio ritmico fra le due mani non ha di certo giovato all’interpretazione. Insomma una prestazione non all’altezza delle potenzialità di Carcano. Molto buona invece l’esecuzione della sinfonia beethoveniana: Albrecht ha saputo trarre il meglio dall’orchestra bolognese infondendo dinamica e cantabile in egual misura e ottenendo quindi un risultato di ottima qualità a riprova che un bravo direttore è in grado di estrarre da una compagine non eccelsa interpretazioni di ottimo livello. Applausi meritati da parte di un pubblico numeroso.
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Programma
L. V. Beethoven  Fantasia per pianoforte, coro e orchestra, Fantasia corale
 W.A. Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n.24 in Do minore, K 491
 L.V.Beethoven Sinfonia n.4 in Si bemolle maggiore Op.60
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