Operistica, Recensioni

Il trionfo del Tempo e del Disinganno – La Scala 12 Febbraio 2016

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Si tratta di un oratorio del giovane Händel, composto nel periodo romano del compositore quando si trovava sotto l’ala protettrice del potente cardinale Pamphilij – autore del testo – con il quale i rapporti furono apparentemente non solo culturali. Il testo, scadentissimo e agiografico, narra della catarsi di “Bellezza” inizialmente legata a “Piacere” verso una resurrezione morale spinta da “Tempo” e Disinganno”, che nella messa in scena della Staatsoper berlinese – ripresa integralmente dalla Scala – passa corrispondentemente da un abbigliamento provocante da gran sera a un saio da monaca. Un oratorio certamente previsto per una piccola audience, con una orchestra strettamente barocca (seppure integrata da fiati) che trasposta sul grande palcoscenico pone non pochi problemi. Brillantemente risolti, però, da una ambientazione anni ’50 (si pensi solo alle colonne illuminate) con una serie di personaggi di contorno perfettamente in grado di rendere l’atmosfera di quello che poteva essere un “cafè chantant” parigino.  Ciò detto, però, l’opera mostra tutti i limiti di un’operazione intellettualistica che risulta troppo lunga e ripetitiva al gusto moderno e dove l’eliminazione di alcune arie non particolarmente valide nulla avrebbe tolto a una non-azione. Perché il testo, la tenzone fra i quattro personaggi non si eleva mai da quello che appare un dibattito banalmente filosofico e scontato. Ovviamente non mancano momenti di vera musica, ad esempio nell’intermezzo puramente strumentale alla fine del primo atto e nella stupenda aria di “Piacere” Lascia la spina che sarà integralmente ripresa nel Rinaldo nella grande aria di Zelmira Lascia che io pianga. Ma certo siamo lontani dalle grandi opere Händeliane e dai suoi ultimi oratori. Martina Jankova “Bellezza” è un soprano dotato incapace però di articolare correttamente l’italiano, il soprano Lucia Cirillo “Piacere” ha una bella voce che interpreta magistralmente l’aria Lascia la spina ma che mostra qualche difficoltà nell’agilità soprattutto nella difficilissima aria Come nembo che sfugge al vento (ah come si rimpiange la grandissima Marilyn Horne!) e Sara Mingardo “Disinganno” si conferma ottimo contralto nonostante il trascorrere degli anni. Nella norma il tenore Leonardo Cortellazzi la cui parte è di minore peso nell’opera. Ottima l’orchestra barocca e il direttore Diego Fasolis. Che l’uso di strumenti “d’epoca” costituisca scelta musicalmente significativa – se non da un punto di vista freddamente filologico – è tutto da verificare.

HappySad

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Cheng Guang- S.Cristina 10 Febbraio 2016

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Una rondine non fa primavera…. ma il concerto è iniziato senza la solita ridicola introduzione ed esattamente in orario. Mi piacerebbe molto sperare che questo sia anche frutto del sondaggio effettuato da questo blog fra gli ascoltatori che hanno a larghissima maggioranza espresso il loro non gradimento della introduzione ma aspettiamo i prossimi concerti. Tutto non è ancora perfetto: infatti i soliti ritardatari che contavano su un inizio ritardato hanno continuato ad entrare nonostante nel programma fosse indicato che l’accesso in sala era impedito a concerto iniziato. Ma chi ben comincia… Veniamo al concerto: un nuovo giovane cinese della fucina imolese certamente dotato di talento. L’esecuzione della VI partita bachiana è stata certamente di qualità, specialmente considerando che sono state evitati i tipici eccessi ritmici nella fuga della toccata iniziale e soprattutto grazie a una interpretazione della allemanda con tempi rilassati che hanno permesso una larga espressività. Non tutta l’esecuzione è stata inappuntabile (alcune concessioni stilistiche romanticheggianti e un uso generoso del pedale sono discutibili) ma il risultato complessivo è da valutarsi positivamente.  Forse un po’ meno brillante è risultata l’esecuzione della sonata chopiniana, un po’ per alcuni errori tecnici evitabili riducendo la foga, un po’ per una esecuzione non perfetta del difficilissimo ultimo tempo. Non è comunque mancata l’espressività e il giovane esecutore ha ampi margini di miglioramento. Un solo bis: il famoso momento musicale di Rachmaninoff.
Happy
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Katia e Marielle Labeque – Musica Insieme 8 Febbraio 2016

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Da quasi 40 anni la premiata “ditta” Katia e Marielle Labeque è al vertice mondiale nel campo del duo pianistico. Eredi di grandi interpreti del passato (ricordiamo qui il grande duo Aloys e Alfons Kontarsky – per citarne uno) si sono sempre caratterizzate per interpretazioni di grande qualità sconfinando – quanto al repertorio – anche in ambiti non strettamente classici, quali il jazz e financo il rock, mantenendo sempre, però, un approccio stilisticamente inappuntabile. Trascinate dalla verve di Katia (certamente l’elemento tecnicamente e musicalmente più dotato e incisivo) hanno dato luogo a un concerto godibilissimo incentrato nella prima parte su una trascrizione da loro elaborata per due pianoforti de “Le sacre du printemps”  di Stravinskj e nella seconda su un florilegio di brevi brani di minore spessore inclusivi di Schumann, Strauss, Brahms e Dvorak. Una seconda parte che certamente ha strizzato l’occhio alla sensibilità più corriva del pubblico che peraltro ha dimostrato di apprezzare molto anche il non facile brano di Stravinskj.  Una parte del successo delle due sorelle, al di là della loro indubitabile bravura, è anche l’entusiasmo profuso nelle esecuzioni, l’atteggiamento antidivistico che si è concretizzato anche in un colloquio “familiare” con il pubblico (cosa che ha risparmiato la deprecata introduzione), in un atteggiamento quasi adolescenziale nel ringraziare il pubblico (v. le mani dietro di Katia – come è uso anche di Canino) e in un abbigliamento da brave sorelline che si tengono per mano. Ma sia chiaro: “tout se tient” e i due bis concessi (le pirotecniche variazioni di Lutoslavsky sul classico tema di Paganini, che tanto ricordano proprio il capriccio violinistico e un brano minimalista di Philip Glass) hanno coronato un’ottima esecuzione.

HappyHappy

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Götterdämmerung – Palermo 31 Gennaio 2016

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Non si fa mancare nulla il Götterdämmerung del Massimo di Palermo (un teatro che avrebbe nuovamente bisogno di interventi viste tutte le scrostature che piagano tutte le pareti). Si comincia con le tre Norne in veste di annoiate segretarie nerovestite delle quali una si arrotola una canna. Le tre tampicciano con dei fili che si rivelano alla fine della scena essere micce di una bomba artigianale che ritroveremo alla fine della rappresentazione. Fine del Walhalla non a causa della rottura dell’asta di frassino ma per deflagrazione terroristica. Insomma si comincia bene. Arrivano Brünhhilde e Sigfried su un montarozzo che dovrebbe essere una rupe inaccessibile: lui si riveste dopo il sonno notturno mentre lei é già vestita con una tutina aderente che a volere essere indulgenti non le dona e con un maquillage che rende bianco il volto e che permane per tutta l’opera. Sigfried viene spedito alla ventura e come pegno riceve il cavallo di lei, Grane, che é un nerboruto ragazzotto che si trascina una sedia a mo’ di sella. La fantasia é indispensabile. A Brünhhilde va l’anello fatato. Reggia dei Gibicunghi. Hagen indossa bretelle rosso fuoco, mentre i suoi due fratellastri Gutrune e Gunther si sollazzano incestuosamente con bevute e coca su un materasso piazzato per terra. Gutrune indossa unicamente una camicetta sull’arredo intimo che tenterà costantemente per tutta l’opera di tirare per compensare una esposizione di cui non é certamente fiera. Hagen segue su un tablet georeferenziato il percorso lungo il Reno di Sigfried che finalmente si presenta. Sbevazzatosi la pozione magica stringe patto di sangue con il perfido attraverso mutuo uso di siringhe da ero e gli mostra il ricordino preso da Fafner, il tarnhelm. Gutrune infoiata gli si struscia addosso sempre più mentre Hagen lo persuade a truffare Brünhhilde prendendo via tarnhelm la sembianze di Gunther e superando la barriera di fuoco. L’anello passa di mano sul montarozzo e tutti si avviano alle duplici nozze. Hagen va a trovare il padre Alberich che é paraplegico su sedia a rotelle garantendogli l’anello sottrattogli da Wotan con l’inganno (della serie chi la fa l’aspetti). Scena delle nozze durante le quali Brünhhilde scopre la truffa imbufalendosi mentre Gunther e Siegfried fanno cenno agli astanti di non farci caso: si tratta solo di scalmana femminile. Vendetta, vendetta, grida la Walküre e con Hagen decide la sorte di Siegfried. I due compagnoni vanno alla caccia fatale. Da una roulotte da sito di rottamazione escono tre ragazzotte vestite da entraîneurs che si scopre essere le figlie (degeneri) del Reno, con minigonne ascellari impietose. Dopo avere predetto all’eroe la sua catastrofe non riuscendo a recuperare l’anello se ne vanno stizzite. La roulotte serve anche da distributore di birre a cui si abbeverano Hagen e Sigfried. Poi Hagen infila l’asta nel retro di Sigfried che muore. Se ne vanno tutti dopo avere accatastato vicino alla roulotte ogni arredo scenico (inclusi i sacchi della spazzatura!) e Sigfried come fenice si rialza e canta per un buon quarto d’ora. Poi finalmente muore del tutto (non senza avere impedito a Hagen – da morto – di fregargli l’anello) e dopo l’assassinio di Gunther da parte di Hagen e la dipartita di Gutrune sempre in deshabillé Brünhhilde può sciogliere il canto funebre inclusivo di cavallo con sedia. Anello finalmente nelle mani delle ragazzotte e assassinio di Hagen con sacchetto di plastica in testa  (avrebbe dovuto essere trascinato sul fondo del Reno dalle figlie del fiume ma non facciamo troppo gli schizzinosi!). Finalino con tutte le comparse che si aprono il giubbotto mostrando le cinture esplosive confezionate dalle Norne. Il tentativo di utilizzare il motivo del Walhalla come metafora del disfacimento della nostra società potrebbe essere interessante ma in questo caso é assolutamente übertrieben. Come in molte regie moderne che vorrebbero essere in grado di calare felicemente una vicenda mitica in una realtà odierna si assiste in questo caso a un coacervo di invenzioni tramite le quali é il regista che impone la storia al librettista e non viceversa. E il linguaggio altdeutsch di Wagner, tradotto in un italiano da sesto grado zeppo di anacoluti e di costruzioni improbabili, impedisce ulteriormente l’operazione. Il risultato é una regia velleitaria e stucchevole nella quale i colpi di genio del regista diventano unicamente ridicole pantomime con vezzi da avanspettacolo (ad esempio con le figlie del Reno). Nonostante questa regia sventurata la grandissima Theorin riempie la scena con una interpretazione magistrale del difficilissimo ruolo di Brünhhilde: é probabilmente la migliore Brünhhilde oggi operativa. Al suo confronto il Sigfried di Christian Voigt é un mezzo disastro, con una voce spesso piatta e non senza difetti clamorosi di intonazione rimarcati dagli scarsissimi applausi ricevuti. Un plauso invece pieno all’Hagen di Mats Almgren, personalità fortissima, voce piena e potente e perfettamente aderente al ruolo. Quanto agli altri interpreti si può affermare che sono dei buoni professionisti e niente più. Bravine anche le figlie del Reno che sono molto spiritose anche scenicamente nell’avanspettacolino del terzo atto. L’orchestra ha lasciato a desiderare (specialmente nell’importante settore dei corni) e la direzione di Stefan Reck ha fatto del suo meglio (senza grandi risultati) nel contesto non facile di una messa in scena da dimenticare nonostante i continui sconfinamenti dei cantanti in platea.

HappySad

Siegfried Christian Voigt
Gunther Eric Greene
Alberich Sergei Leiferkus
Hagen Mats Almgren
Brünnhilde Irene Theorin
Gutrune Elizabeth Blancke-Biggs
Waltraute Viktoria Vizin
Erste Norn Annette Jahns
Zweite Norn/Wellgunde Christine Knorren
Dritte Norn/Woglinde Stephanie Corley
Flosshilde Renée Tatum
Ein Mann Antonio Barbagallo, Gianfranco Giordano
Ein anderer Mann Carlo Morgante, Luca Polizzi
Direttore: Stefan Anton Reck
Regia: Graham Vick
Scene e costumi: Richard Hudson
Azioni mimiche: Ron Howell
Luci: Giuseppe Di Iorio
Assistente musicale: Friedrich Suckel
Assistenti alla regia: Lorenzo Nencini e Yamala-Das Irmici
Scenografo e costumista collaboratore: Mauro Tinti
Assistente alle scene: Giacomo Campagna
Assistente ai costumi: Elena Cicorella
Maestro del Coro: Piero Monti
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
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Ran Feng – Musica Insieme Ateneo 28 Gennaio 2016

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Dotata di grande musicalità e di senso dello stile, i difetti della pianista cinese sono di fatto … i suoi pregi. Non ci troviamo – finalmente! – davanti alla solita macchina da guerra tutta muscoli e niente cervello bensì siamo in presenza di una pianista che antepone l’aspetto interpretativo a quello funambolico (rischio drammatico che si corre eseguendo Liszt) anche a motivo del fatto che pur dotata di buona tecnica è obbligata comunque a non esagerare nell’aspetto più spettacolare, permettendosi quindi di concentrare la propria attenzione sul significato della musica che sta eseguendo.  Ne è la prova l’esecuzione di una sonata mozartiana moderata nei toni e nei tempi, con pochissimo pedale in perfetto stile del compositore austriaco e una interpretazione della complessa sonata di Liszt nella quale vengono messi in risalto più gli aspetti musicali che i passaggi di bravura (che ci sono e che sono risolti senza esagerare con un perfetto controllo della tastiera). Insomma non siamo di fronte al solito sfoggio di ottave a velocità supersonica bensì a una esecuzione matura e ragionata. Forse un po’ meno valida è stata l’esecuzione dello studio di esecuzione trascendentale “Harmonies du soir” del compositore ungherese dove le imperfezioni tecniche sono risaltate un po’ troppo. Comunque una giovane molto promettente che vorremmo potere risentire in un programma che comprendesse un panorama più vasto di compositori. Un solo bis. E la solita introduzione…

HappyHappy

PS La sala è stata infestata da imbecilli con il telefonino acceso. Ma se uno è interessato al telefonino perché viene in sala a disturbare il prossimo? Quando viene chiesto di spegnere il telefonino bisognerebbe precisare che questo indica che deve essere SPENTO, display incluso! Alla Philharmonie di Berlino e alla South Bank di Londra lo spettatore è invitato a uscire. Meditare, cari provincialotti bolognesi….
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Belcea, Lederlin, Lifits – Musica Insieme 25 Gennaio 2016

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Veramente un bel concerto! Pur essendo io contrario ai concerti “a geometria variabile”, ovvero con formazioni che cambiano nel corso della esibizione, debbo riconoscere ai tre artisti una capacità di affiatamento che raramente capita di incontrare. A partire dalla statuaria violinista Corina Belcea, che dà il nome al trio, dotata di bellissimo suono e di tecnica raffinata. Ma lo stesso non può che dirsi del violoncellista Antoine Lederlin e soprattutto del pianista Michail Lifits. Un programma variegato che, a ritroso nel tempo, ha presentato nell’ordine Kodaly (duo per violino e violoncello – di fatto una sonata in tre tempi), la giovanile sonata di Strauss per violino e pianoforte per terminare con il monumentale trio op. 97 di Beethoven, l”Arciduca”, certamente il clou della serata. Interessante Kodaly e altrettanto dicasi di uno Strauss giovanile, ancora non fatalmente wagneriano, fortemente influenzato dalla poetica brahmsiana. Quanto al trio beethoveniano ci troviamo in presenza di una composizione al limite del secondo periodo del compositore tedesco (da un punto di vista pianistico la cosiddetta “terza fase” inizia con l’op. 101) in cui la forma ancora largamente classica nella struttura interna dei tempi si scontra con una inversione del tempo cantabile con lo scherzo (cosa che ritroveremo nell’op.106 e nell’op. 110) e con un allargamento dello sviluppo con forti licenze – nel primo tempo –  rispetto alla classica impostazione della forma sonata. Un plauso incondizionato alla formazione che ha saputo rendere perfettamente gli stili delle tre composizioni concedendo un unico bis al termine di un concerto veramente impegnativo. Unica pecca la introduzione “musicologica” nella quale M.Beghelli ha confermato di essere il peggior relatore di MI, prolisso, aneddotico e con tanto di foglietto degli appunti come uno scolaretto impreparato per una conversazione da 12 minuti!
PS Questo post è dedicato a R.C. e G.E. secondo cui redigo solo recensioni negative…

HappyHappy

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Attila – Teatro comunale Bologna 23 Gennaio 2016

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Con buonissima pace dei lodevoli sforzi di alcuni direttori d’orchestra e musicologi bisogna avere il coraggio di dire che l’Attila del grande Giuseppe andrebbe riposta nel dimenticatoio musicale senza rimpianti. Perché questa operazione di archeologia melodrammatica sia stata concepita dal management del teatro comunale di Bologna può essere solo oggetto di congetture. Volontà di innovare/rinnovare? Basso costo realizzativo? Semplicemente un errore? Naturalmente la clacque opportunamente foraggiata (che pena questa abitudine così stupidamente provinciale!) ha tentato di scaldare l’atmosfera ma con risultati risibili soprattutto intervenendo chiaramente a comando, dal momento che al termine di alcune arie non si è mossa. L’opera è semplicemente scombiccherata, con un libretto che degli aspetti storici degli eventi del V secolo d.C. ha solo i nomi, con un gusto tutto ottocentesco del polpettone a fosche tinte in spregio a qualsiasi logica. A ciò si aggiunga una lingua da settimo grado spesso incomprensibile nel costrutto al limite della crittografia e nei vocaboli (conca=coppa, stranio=straniero e così via). E da dove arriva il dio Wodano? Una traduzione sciagurata di Wotan/Odino? Purtroppo mentre in altre opere verdiane la musica in qualche modo mitiga l’inaccettabile qualità del libretto qui sono evidenti tutti i limiti del primo Verdi con quelle ripetitive introduzioni alle arie contraddistinte dalle due note di valore metà in levare. Un Verdi immaturo, scontato o – più semplicemente – scadente. Un Verdi provinciale che pare essere scarsamente consapevole del contesto culturale che in quel tempo caratterizzava il mondo musicale europeo e persino italiano. Interessante comunque nella breve scena con Leone i chiari riferimenti musicali ai toni del commendatore nel finale del Don Giovanni. Perché comunque ripescare quest’opera – aspetti economici a parte – quando ad esempio da tempo immemore – solo per citare qualche esempio – mancano dal palcoscenico bolognese “I maestri cantori di Norimberga” wagneriani o l’ “Otello” verdiano? E se i problemi sono quelli di budget (certamente!) perché continuare con un’organizzazione autarchica anziché cercare di stringere accordi duraturi e strutturali con altri teatri (ad esempio il Regio di Torino e il teatro di Genova sufficientemente lontani per evitare di pestarsi i piedi)? Insomma soli e nudi alla meta con esiti facilmente immaginabili salvo poi richiedere il ripiano del deficit in nome di un astratto concetto di cultura, come richiesto dal sovrintendente Sani nell’ultima riunione in presenza del ministro Franceschini: non sarebbe meglio prendere il toro per le corna con azioni incisive e coraggiose senza nascondere scheletri nell’armadio (v. anche mio post relativo)? E magari con un sovrintendente che esercitasse il suo ruolo a tempo pieno senza altri incarichi come qualunque AD di una società, visti anche i suoi emolumenti? Ma torniamo al maledetto unno. Nella vicenda narrata Attila ha una grandiosità inaspettata, si potrebbe dire una nobile coerenza a fronte degli altri personaggi da operetta pronti a cambiare opinione e atteggiamento ogni tre battute. Nel contesto di un’opera scadente va in ogni modo sottolineata una realizzazione di qualità. In primo luogo la direzione di Mariotti, impeccabile sotto ogni profilo, che ha saputo trarre dall’orchestra del teatro il meglio che può offrire. Ottima anche la messa in scena sotto la regia di Abbado  con arredi e costumi senza tempo e luci fredde a sottolineare la vicenda cupa dell’opera. Nel cast va lodata l’interpretazione perfetta di Ildebrando D’Arcangelo nel ruolo di Attila (insufficientemente applaudita dal pubblico). Ottimo anche il soprano Maria José Siri specialmente nei toni flautati mentre mostra qualche limite nelle arie drammatiche. Il tenore Fabio Sartori  ha offerto una buona prova nei limiti di una voce di qualità non eccezionale. Molto bravi Gianluca Floris e Simone Piazzola rispettivamente nei panni di  Uldino ed Ezio e anche Antonio di Matteo nella breve parte di Leone.  Pubblico delle migliori occasioni bolognesi che ha tributato alla rappresentazione un buon successo. … e mira ed è mirata e in côr s’allegra…
SadHappySad
Interpreti
Attila
Ildebrando D’Arcangelo

 

Ezio
Simone Piazzola
Odabella
Maria Josè Siri
Foresto
Fabio Sartori
Uldino
Gianluca Floris
Leone
Antonio Di Matteo
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Daniele Abbado
Scene e luci
Gianni Carluccio
Costumi
Gianni Carluccio
Daniela Cernigliaro
Movimenti scenici
Simona Bucci
Regista collaboratore
Boris Stetka
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con Teatro Massimo di Palermo e Teatro La Fenice di Venezia

Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO

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Mikhail Pletnev – Società del Quartetto Milano 12 Gennaio 2016

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Il poliedrico pianista russo (che negli ultimi anni aveva un po’ abbandonato la tastiera per la bacchetta e anche per la composizione) ha eseguito un programma un po’ fuori dall’ordinario come contenuti, come ordine cronologico e come durata (quasi 100 minuti di musica con un lungo intervallo): un preludio e fuga di Bach trascritto da Liszt, due brani di Grieg (la sonata op. 7 e la ballata op.24) e a conclusione tre sonate di Mozart (K 311, K 457, K 533). Come unico bis il Liebestraum di Liszt. I due brani di Grieg sono stati ripescati dal dimenticatoio della storia musicale ma meritano di ritornarci al più presto. La sonata è opera giovanile del compositore norvegese e oltre ad essere sconclusionata nella forma ha un approccio tardoromantico assolutamente fuori dal contesto culturale contemporaneo. Forse un po’ più interessante è la ballata ma ci troviamo comunque in una zona che poco ha dire all’ascoltatore. Ovviamente agli antipodi la valutazione per i brani di Bach-Liszt e Mozart. Pletnev è interprete raffinato che nulla concede all’esibizionismo pur rimanendo in un alveo interpretativo di impostazione slava. Il suo Mozart è stilisticamente e tecnicamente perfetto e permette all’ascoltatore di cogliere tutte le sfumature che sono spesso trascurate da altri interpreti ad esempio sottolineando le pause del dettato musicale. Atteggiamento interpretativo diverso rispetto a quello di Schiff ascoltato la sera prima ma ugualmente rigoroso. Qui abbiamo un tocco di maggiore pathos seppure misurato nell’ambito di un perfetto rigore stilistico.  Forse il limite di Pletnev è la pressoché totale assenza di comunicativa verso il pubblico che però non ha mancato di tributargli applausi scroscianti.
http://www.quartettomilano.it/it/02322/324/mikhail-pletnev.html#sthash.mmcYbIwA.dpuf
 HappyHappy

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Andras Schiff – Serate musicali Milano 11 Gennaio 2016

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Il concerto inizia teoricamente alle 21. Alle 20.30 mi reco al conservatorio per scambiare la mia prenotazione (pagata) con il biglietto (cosa già di per sé ridicola). Trovo due code ciascuna di un centinaio di persone che hanno il mio stesso problema e che procedono a una lentezza biblica a causa di una disorganizzazione epocale. Risultato: il concerto comincia con oltre 30 minuti di ritardo dopo ripetute proteste del pubblico e con gli ultimi spettatori in coda fatti entrare senza controllo. Una vergogna assoluta. E non si capisce per quale motivo la prenotazione pagata recante il numero del posto e il codice a barre identificativo non possa essere il biglietto come avviene in tutti i paesi civili. Niente da fare: medioevo. Che dire di A.Schiff (che a causa del clima instaurato in Ungheria da Orbàn non suona più nel suo paese di origine)? Potrebbe essere il vero erede di A. Brendel ma forse gli manca quel tocco di aristocratica statura (non fisica!) del pianista austriaco naturalizzato inglese. Intelligente non solo nell’esecuzione ma anche nella scelta accuratissima dei programmi (meditate, meditate giovani leoni che eseguite scervellati programmi pot-pourri solo per puro esibizionismo!) ha una visione apollinea del pianoforte che rifugge da ogni esibizionismo evitando, schivando (se così si può dire) gli ostacoli tecnici che tanti affrontano come una belva da domare. Il programma della serata comprendeva la sonata K. 570 di Mozart, la sonata op. 110 di Beethoven, la sonata Hob XVI.51 di Haydn e la sonata D 959 di Schubert. Si tratta del secondo concerto dedicato dal pianista ungherese alle ultime sonate dei grandi compositori. Per Haydn e Beethoven Schiff ha utilizzato uno Steinway (Fabbrini) mentre per gli altri due compositori il più morbido Bösendorfer. Come è suo costume da lungo tempo non c’è stato alcun intervallo e come bis il pianista ungherese (che passa parecchio tempo in Toscana come un tempo fece Kempff a Positano) ha eseguito un improvviso di Schubert e il primo tempo della sonata “facile” di Mozart. Grandi esecuzioni nelle quali però non sono mancati alcuni aspetti manieristici innecessari. Nel primo tempo della sonata Beethoveniana, i gruppi di 4 biscrome dopo l’introduzione sono stati eseguiti con un accento marcato sulla prima nota di ogni gruppo che certamente non è indicato dal compositore di Bonn e che sono risultati musicalmente molto discutibili. L’adagio della stessa sonata è stato affrontato a un tempo eccessivo che ha tolto parecchio alla profonda mestizia del brano e la ripresa della fuga dopo il tema eseguito per moto contrario è stato affrontato a una lentezza esasperante salvo poi dare luogo a una accelerazione furiosa che francamente poco ha a che vedere con una fuga. Nel bis Mozartiano poi durante l’esecuzione del ritornello del primo tema ha introdotto abbellimenti che hanno lasciato il pubblico di stucco. Un grande successo comunque turbato solo al termine da un pubblico indisciplinato che, vista anche l’ora tarda dovuta alla disorganizzazione del management, ha iniziato a lasciare la sala al termine della sonata Schubertiana.
Al posto del pistolotto introduttivo: http://www.seratemusicali.it/files/Libretto-11.01.2016.pdf  (Gott sei Dank)

HappyHappy

 

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Operistica, Recensioni

Giovanna d’arco revisited – La Scala 18 Dicembre 2015

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Rispetto al commento a caldo (http://wp.me/p5m12m-KB) dopo la visione della “prima” in TV il giudizio complessivo non cambia. Vanno però sottolineati due aspetti (non individuabili in TV): le proiezioni animate iniziali sullo sfondo (molto bella quella che ricorda la battaglia di San Romano di Paolo Uccello) e alcune correzioni registiche delle posizioni e della gestualità degli interpreti. Significativo anche il miglioramento del baritono Devid Cecconi nel ruolo del padre nello scombiccherato libretto di Temistocle Solera. Per il resto confermo il mio giudizio sostanzialmente negativo, forse leggermente meno negativo della “prima”.

Sad

PS Ricordo che è in corso un sondaggio presso i miei lettori riguardo all’opportunità di fare precedere i concerti da una presentazione verbale: esprimere un voto è un aiuto a migliorarne la qualità.  
                                                   
PPS Le risposte sono anonime….

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Cameristica, Recensioni

Giuseppe Andaloro – S.Cristina 15 Dicembre 2015

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La “manifestazione” inizia con buoni 7 minuti di ritardo (alla faccia degli spettatori che educatamente sono arrivati in orario!) e per 15 minuti viene ammannito il solito pistolotto inutile, noioso, autoreferenziale, prolisso da parte di un compiaciuto relatore che evidentemente non ha il polso dell’uditorio che manifesta ben evidenti segni di insofferenza. (Forse gli servirebbe un corso universitario a 300 studenti per capire di cosa parlo: se l’uditorio si annoia sono grossi guai e mal ne incoglie a chi non comprende immediatamente la situazione!). Ma qualcuno riesce a immaginarsi una cosa simile al quartetto di Milano, alla salle Pleyel di Parigi, al Musikverein di Vienna, alla Wigmore hall di Londra o alla Philharmonie di Berlino? Solo nella provinciale Bologna i poveri spettatori subiscono regolarmente una sorta di punizione preliminare per colpe che non hanno commesso. Il programma presentato dall’esecutore è un pot-pourri quale non si vedeva da tempo, una sequenza di brani fra loro del tutto scorrelati che forse poteva essere accettabile agli inizi del ‘900 ma che oggi fa rabbrividire, Si passa da Frescobaldi direttamente a Chopin, poi a Brahms per ritornare al ‘600 con Merula e Trabaci per compiere poi un salto nella fine dell’800 con Skrjabin per ritornare (questa poi!) di nuovo a Chopin!!! Con tanti saluti a 50 anni di programmi intelligenti e ben costruiti filologicamente. Il pianismo di Andaloro può essere assimilato a quello di chefs di seconda categoria che con la panna cercano di nascondere la scarsa qualità dei loro piatti. Qui il legante è il pedale ammannito a dosi massicce insieme ai ff che dominano tutte le esecuzioni (a S.Cristina, con quel riverbero pazzesco!) unitamente a una ricerca spasmodica della velocità a tutto scapito della musicalità. E naturalmente ne scapita anche la precisione: ad esempio nel primo scherzo di Chopin su otto ripetizioni della progressione che lo caratterizza ben cinque sono terminate con una nota falsa superiore! A che scopo? E che dire dello scherzo Brahmsiano dove è risultata del tutto assente quella vena di atmosfera magica, ammiccante e allusiva (la stessa della quasi coeva terza ballata) che lo contraddistingue? Naturalmente il “vers la flamme” di Skrjabin (un brano che sta vivendo un revival che andrebbe analizzato) ha subito lo stesso trattamento. Forse il brano riuscito meno peggio è stato la quarta ballata di Chopin nella quale però il drammatico finale ha perso tutto il suo significato musicale sommerso da una gragnuola di suoni eseguiti a tutto gas senza alcun tentativo di interpretazione. Non so nulla dei bis: sono uscito prima della loro esecuzione. Qualcuno si immagina perché?
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Cameristica, Recensioni, Sinfonica

Akademie für alte Musik Berlin – Musica Insieme 14 Dicembre 2015

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Finalmente un’orchestra da camera barocca capace di rigore filologico senza ridicoli atteggiamenti talebani (quali ad esempio – in certi casi – ridicoli travestimenti d’antan). Il complesso è assai noto nei circoli culturali del settore e ha offerto un concerto di alta qualità imperniato su un ventaglio di autori, da Biber a Corelli passando per Telemann Vivaldi, Locatelli e il meno noto (ma ugualmente valido) Pez. Rigore stilistico, affiatamento, calibrazione del suono (addirittura spostando in un caso i flauti nel retropalco per evitare sonorità eccessive e prevalenti) e tecnica esecutiva di altissima qualità sono i suoi indiscutibili meriti. Fra gli strumentisti da citare le bravissime Anna Fusek (flauto) e Xenia Löffler (oboe e flauto dolce) che hanno saputo destreggiarsi magistralmente con gli strumenti barocchi (quelli – per intenderci – privi delle chiavi meccaniche oggi in uso). Un concerto di grande livello, applaudito calorosamente dal pubblico e concluso (come poteva essere diversamente?) con un tempo del IV concerto brandeburghese che ha naturalmente suscitato l’entusiasmo degli spettatori. Interessanti ma discutibili le tesi di Fabrizio Festa nella breve conversazione che ha preceduto il concerto. Illudersi di impostare una sensibilità di fruizione dei brani corrispondente ai tempi in cui furono composti sperando di scrollarsi di dosso la nostra storia per ricostruire la sensibilità e l’ambiente esecutivo del tempo (i brani eseguiti non erano certo previsti per un uditorio di 1.200 persone!) è operazione utopica e anche ingiusta.  Non siamo forse anche oggi, con la nostra sensibilità moderna, in grado di capire e godere della musica del passato (cosa che naturalmente vale anche per i romantici, i post- romantici etc.)? Comunque un bel regalo di Natale da parte di Musica Insieme.
 HappyHappy
PS Qualcuno mi ha accusato di scrivere solo posts negativi (per lo meno nella maggioranza dei casi). Ne ho riletti alcuni dei più recenti e le cose stanno diversamente: non so se sia un merito o un demerito ma questa è la realtà.

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Operistica, Recensioni

L’elisir d’amore – Bologna Teatro Comunale 13 Dicembre 2015

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Dopo la messa in scena alla Malpensa ecco un’altra scenografia moderna della celebre opera donizettiana ripresa da un allestimento del 2010. Sulla scenografia e regia si può dare un giudizio duplice: quello puramente estetico e quello di aderenza al testo dell’opera. Sul primo il giudizio è positivo: in particolare sono risultate gustose la prima scena con il caos tipico di una classe all’inizio delle lezioni e Nemorino agghindato come la caricatura dello studente di Guzzanti, quella dell’aula di disegno che si conclude con il celebre duetto fra Nemorino e Adina e quella dell’aula di ginnastica che si trasforma in un ring. L’idea di incarnare Dulcamara in una sorta di Beppe Maniglia coatto con tanto di spolverino e moto che dovrebbe offrire erba come elisir è invece risultata un po’ artefatta e anche Belcore come leader di una banda di  giovinotti ingiubbottati in pelle è parso poco riuscito. Altrettanto  dicasi – ad esempio – di un’altra “invenzione” ovvero quella di corredare la citazione degli spasimanti di Adina con un catalogo fotografico, espediente ripetuto in molteplici edizioni del Don Giovanni in occasione della celebre aria “Madamina, il catalogo è questo”. Ma se però si analizzano scenografia e regia dal punto di vista del libretto allora il discorso è diverso e tutto l’impianto regge a fatica. Le distanze fra il testo e la scenografia sono semplicemente abissali e ne deriva che quanto proposto visivamente non trova alcuna rispondenza nello sviluppo dell’azione. In altre parole la scenografia appare una sequenza di scene interessanti e anche divertenti (a tratti) ma con la sensazione che qualunque altra sfilata di quadretti di genere avrebbe potuto essere proposta con lo stesso risultato. Sempre a titolo di confronto assai più vicina al testo è stata la messa in scena di Malpensa dove la cura del particolare nell’aderire al dettato del libretto è apparsa molto più attenta e riuscita pur essendo il contesto ugualmente difficile da rendere. Dal punto di vista musicale l’esecuzione è risultata di medio calibro con Adina (Barbara Bargnesi che nell’agilità del finale ha dato prova di grandi qualità) e Nemorino (Antonio Poli) che sono cresciuti con il trascorrere del tempo (se si eccettua una piccola incertezza del tenore nella “furtiva lagrima”). Non esaltante la prova di Alessandro Luongo che nella resa di Dulcamara ha troppo spesso calcato l’aspetto grottesco a scapito di quello musicale e oggettivamente opaca è stata la prestazione di Christian Senn nei panni di Belcore. La direzione di Stefano Ranzani si è mantenuta in un dignitoso alveo con alcune incertezze di sincronismo con il coro soprattutto nella prima scena. Uno spettacolo passabile, quindi, che ancora una volta nonostante la clacque non ha scaldato un teatro con moltissimi posti vuoti (anche in occasione della lagrima di Nemorino con qualche isolata e artificiale richiesta di bis come si ebbe al tempo di Pavarotti – si parva licet…) . 

SadHappySad

Si conclude così una stagione operistica non esaltante nella quale le migliori proposte sono state quelle dell’Elektra e della Jenufa e le peggiori una inqualificabile Butterfly e un velleitario Flauto magico.  Una stagione di un teatro non di prima categoria che si dibatte nei problemi di bilancio comune a tutte le fondazioni ma che ha anche responsabilità locali. La prima è quella di un consiglio di indirizzo inadeguato in cui un solo componente ha competenze musicali e la seconda è quella di una politica complessiva di gestione che pare più barcamenarsi che offrire un chiaro indirizzo culturale. Non mancano iniziative positive – sia chiaro – fra le quali, ad esempio, l’idea di dotare il teatro di un bookshop o quello di offrire alla disastrata (e colpevolmente abbandonata dalle varie istituzioni che dovrebbero curarne una volta per tutte la bonifica) piazza Verdi la possibilità di assistere agli spettacoli o quello di offrire abbonamenti a prezzi popolari agli under 30 (ma 25  – come un tempo – sarebbe stato più ragionevole). Ma o si trovano sponsors disposti ad allargare i cordoni della borsa (a parte quelli istituzionali come le fondazioni o gli esempi illuminati come i Golinelli) o il teatro non può reggersi. E il mondo industriale bolognese non è certo contraddistinto da mecenatismo, anche in presenza di un quadro economico migliorato. La ventilata dipartita di Mariotti è certamente un segnale molto negativo di instabilità e la scelta di abbassare i prezzi persino delle “prime” quando si sa che i relativi spettatori avrebbero senza difficoltà accettato anche un incremento dei prezzi certamente non aiutano. E’ ben vero che il botteghino copre solo in piccola parte i costi ma i segnali – anche piccoli – debbono essere coerenti. La traversie con il FUS, il rifiuto del comune di anticipare i contributi 2017 (anche per il manifesto disinteresse dell’amministrazione locale per gli eventi musicali) non fanno ben sperare. E non pare che il nuovo assessore alla cultura abbia competenze e sensibilità musicali (in questo muovendosi nel solco del mai sufficientemente infamato Ronchi).  Aspettiamo quindi con un certo timore la prossima stagione con un’opera di apertura assai discutibile. Mah……

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Operistica, Recensioni

Giovanna d’arco – La Scala 7 Dicembre 2015

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Certamente l’opera non appartiene ai capolavori verdiani e che la giunonica Netrebko possa rappresentare una giovane diciassettenne richiede un bello sforzo di immaginazione. Ma tant’è: siamo ormai abituati persino a delle Mimì in pieno climaterio. L’espediente scenico di alludere tramite la presenza ossessiva di un letto a una possibile pazzia di Giovanna nella cui immaginazione si svolge tutta l’azione scenica ha ormai fatto il suo tempo. Ovviamente Friederich Schiller avrebbe citato in giudizio lo sventurato Temistocle Solera, autore dello sgangherato libretto, se solo avesse osato citarlo come ispiratore. Si inizia con una Netrebko in bianco e nero durante l’ouverture in un letto di manicomio. Si presenta re Carlo (Francesco Meli) che è stato immerso nella porporina. Giovanna assiste e intanto si spoglia per prepararsi alla vestizione da pulzella guerriera. Dopo l’aria (purtroppo anche troppo verdiana) in cui essa chiede alla vergine (con tanto di statuetta di Lourdes in mano -pfui) di essere prescelta, Carlo si risveglia. Dopo il risibile coro degli spiriti malvagi (peraltro pieni di buon senso) Giovanna inizia la vestizione stile pupo siciliano. Duetto senza orchestra mentre Giacomo – padre di vaga ispirazione talebana – crede la pulzella preda dei demoni! Inizia il primo atto con il tradimento di Giacomo, voce oggettivamente modesta, ingolata e piatta (Devid – sic -Cecconi, sostituto dell’indisposto Alvarez). Non vista assiste il pupo siciliano Netrebko nel suo ridicolo costume che terminata la battaglia e rivestitasi con tailleurino blu si prepara all’incontro con Carlo. Amore a prima vista ma rimproveri degli spiriti celesti per un amore terreno. Dopo il trionfo tributato dal popolo, Giovanna (sempre stesa sul letto) si dibatte fra amore e dovere e intanto gli spiriti malvagi (mascherati da diavoli rossi con tanto di ali infernali intorno al solito letto, in puro stile carnevale veneziano) si fregano le mani per averla corrotta in una sorta di notte di Valpurga di noantri. Inizia il secondo atto con la pulzella nuovamente in camicia da notte che viene costretta a reindossare il costume da pupo. Immagine pessima e ridicola unitamente al porporino Carlo: manca solo il feroce saladino… Ma ecco il perfido Giacomo ingolfato in una improbabile palandrana verde che si allea con il nemico e durante il trionfo di Giovanna la accusa di impuritá. Perché Giovanna non risponda mandandolo a quel paese è un mistero che ovviamente resterà irrisolto. Dannazione della pulzella che nell’ultimo atto è di fatto legata a una croce fino alla redenzione del padre che capisce di essere solo un pirla. Finalino edificante con la pulzella che assurge in cielo al posto del rogo di prammatica. Una regia sgangherata assolutamente indegna della scala (e ci si sono messi in due, Moshe Leiser e Patrice Caurier!). La Netrebko è una grandissima artista e Francesco Meli non ha sfigurato. Chailly ha fatto del suo meglio, spesso esagerando con la foga, per tenere in piedi uno spettacolo veramente indegno di una prima della Scala. Una serata da dimenticare. Applausi modesti nonostante una clacque in grande spolvero. Balle sparate a palle incatenate dalla TV di regime sull’inesistente successo: ignoranza o solo ignobile piaggeria?
PS Ore 6. Leggo sui giornali di un trionfo stellare. La durata degli applausi passa nei vari quotidiani da 8 a 9 fino a 13 minuti (una frangia dello spazio-tempo di Einstein?). La maggior parte degli articoli paiono scritti in anticipo e impera naturalmente il gossip sulle toilettes e l’avvenenza (vera o presunta) delle gentili signore. Speriamo che nei prossimi giorni e negli articoli più seri e meditati si legga qualcosa di sensato che abbia a che fare con un’analisi critica dell’opera e della sua messa in scena. Che io abbia sbagliato indirizzo e assistito allo spettacolo sbagliato?🙄

SadSad

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Quartetto Noûs – Bologna Festival 2 Dicembre 2015

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Il concerto finale del giovane quartetto, assai promettente, che ha ricevuto i migliori giudizi nella rassegna dei “talenti” del Bologna Festival. Il concerto prevedeva il quartetto op. 18 n.6 di Beethoven e il quartetto op. 51 di Dvořák. La giovane compagine si caratterizza per un suono limpido e un grande affiatamento oltre che per individualità tecniche di eccellente livello. L’esecuzione del brano beethoveniano ha messo in luce tutte le caratteristiche dell’opera giovanile del compositore di Bonn, risultando particolarmente convincente nella lunga introduzione cantabile del quarto tempo ove è richiesta sensibilità stilistica e un suono lieve e terso. Ma l’intera esecuzione del quartetto è risultata convincente e premiata dal pubblico con un lungo applauso. Forse meno centrata è invece risultata l’esecuzione del brano del compositore ceko dove le accentuate caratteristiche popolari non hanno avuto il risalto necessario. Una esecuzione insomma troppo “classica” mentre la tipologia del brano richiede al contrario una maggiore spontaneità e vivacità. Interessante – e forse giustificata – la inconsueta disposizione degli archi con i due violini alle estremità e il violoncello a fianco del primo violino. Va anche sottolineato che l’acustica assai difficoltosa dell’oratorio di S. Filippo Neri non punisce le formazioni cameristiche come è invece il caso del pianoforte. Interessante l’analisi dei punteggi ricevuti dai vari esecutori nel corso dei concerti dei “talenti”. Con una partecipazione media al voto di molte decine di spettatori (e quindi un campione significativo) la media dei voti è stata sempre superiore all’8 su una scala di 10 mentre a mio giudizio in alcuni casi si è sfiorata l’insufficienza (si vedano i miei posts in materia). Il che conferma la mia opinione che il pubblico premia molto più la musica degli esecutori.

Happy

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Steinbacher Festival Strings Lucerne – Musica Insieme Bologna 30 Novembre 2015

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Comincio con un “mea culpa”: confesso infatti di non avere ricordato che la violinista di origine tedesca Arabella Steinbacher aveva già suonato a Bologna alcuni anni fa e non ricordare un’artista di così elevato talento è grave. La Steinbacher ha eseguito sul suo Stradivari due concerti di Mozart in modo semplicemente perfetto: suono limpido, intonazione perfetta, tecnica esecutiva sopraffina e stile mozartiano senza una sbavatura. Una performance memorabile coronata dall’esecuzione virtuosistica – come bis – di una sonata per violino solo di Eugène Ysaÿe che ha strappato l’applauso (questa volta pienamente giustificato) di tutto il pubblico. Bisogna sperare che venga reinvitata quanto prima per un concerto solistico. Come corollario possiamo anche dire che una volta tanto abbiamo visto una solista vestita con grande eleganza, osando addirittura il colore viola che notoriamente è ostracizzato dagli artisti per motivi scaramantici e la cui scelta conferma l’assoluta sicurezza esecutiva della Steinbacher. La performance è stata coadiuvata da un’ottima orchestra da camera che ha eseguito i brani di Grieg e la sinfonia di Mozart con rigore stilistico e piena rispondenza con i periodi di composizione. Da sottolineare la prova dei fiati (e in particolare dei corni) dimostrando che anche con strumenti infidi è possibile evitare incertezze di intonazione. Un concerto veramente di ottima qualità.

HappyHappyHappy

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Doskočilová Fenyešová Boschi Pisani – Goethe Zentrum Bologna 28 Novembre 2015

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Un concerto “sui generis”: una prima parte pianistico-liederistica con brani di Respighi e Janáček e una seconda parte con un pochissimo eseguito trio di Mendelssohn per piano, clarinetto e fagotto. La scelta degli autori è quantomeno curiosa non esistendo fra loro alcuna correlazione e mai come in questo caso un concerto “a geometria variabile”. Partiamo dalla liederistica. La mezzosoprano Andrea Doskočilová ha veramente una bella voce e canta con grande proprietà la arie popolari di Janáček. Quanto ai Lieder (arie) di Respighi (poco eseguite – a ragione…) la valutazione è di una buona professionalità. Il pianismo di Monika Fenyešová è invece troppo muscolare e tradisce i brani di Janáček che furono fra i cavalli di battaglia del compianto pianista ceko Rudolf Firkusny. Nella sua interpretazione manca quell’aura onirica e vagamente magica che caratterizza la partitura. Quanto al trio di Mendelssohn si può solo parlare di una buona esecuzione di un brano chiaramente d’occasione e troppo breve per permettere una valutazione degli interpreti. Un concerto interessante, in ogni modo, e a tratti di buona qualità. Da sottolineare positivamente le presentazioni dei brani da parte di Laura Ballerini: per una volta precise e interessanti. 

Happy

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Recensioni, Sinfonica

Romanovsky Zagrosek – Bologna sinfonica comunale 26 Novembre 2015

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Avevamo apprezzato Alexander Romanovsky da quando a 17 anni aveva vinto il Busoni ma purtroppo abbiamo assistito nel concerto in questione a una preoccupante involuzione. Nell’esecuzione del secondo concerto di Brahms ha infatti prevalso l’aspetto esteriorizzante, la gestualità esasperata (ogni attacco del pianoforte sembrava una aggressione alla tastiera) mentre è mancato totalmente l’approfondimento musicale per una partitura dalle mille sfaccettature che segna l’ingresso del compositore amburghese nella sua ultima fase, quella della introspezione, della rarefazione insomma del dettato musicale. E sorprendentemente anche l’esecuzione tecnica non è risultata immacolata (nel quarto tempo si è avuto anche un vuoto di memoria – o addirittura un “pasticcio” – coperto dall’orchestra e risolto dall’esecutore con molto mestiere). Naturalmente l’armamentario tecnico di Romanovsky è di prim’ordine (eccezionali i passaggi di ottave nel secondo e nel quarto tempo) ma questo certamente non è sufficiente per una composizione che unisce a una difficoltà tecnica trascendentale un percorso musicale di amplissimo respiro. E senza dubbio il pianista di Dniprodzeržyns’k non è stato aiutato da un’orchestra e da un direttore “non in serata”. Si inizia con una intonazione incerta dei corni all’inizio del primo tempo (una pecca ripetuta anche all’attacco e all’interno dell’oratorio beethoveniano della seconda parte del concerto) e con un relativo tempo troppo allargato per finire con un costante affanno a concertare i tempi con il pianista. E anche i bis solistici (lo studio n. 12 dell’op. 10 di Chopin e una trascrizione di un preludio Bachiano) non hanno ecceduto un livello medio. Peccato. Nella seconda parte il direttore non riesce a scaldare la platea con un’esecuzione non memorabile della Leonora n. 3;  nello scarsamente eseguito oratorio Beethoveniano (Christus am Ölberg)  gli interpreti vocali non sono stati tutti all’altezza del compito. In particolare non è risultata convincente la soprano Patrizia Biccirè, una bella voce lirica – belli i suoi acuti scintillanti ma di taglio rossiniano – che però non si trova a suo agio in una partitura seria e talvolta drammatica e la cui emissione è spesso sovrastata dall’orchestra (complice il direttore). Nella norma il tenore Daniel Kirch mentre di grande qualità è stata la performance del basso David Steffens, voce possente e piena, purtroppo in una parte fin troppo ridotta. Perché poi nel libretto di sala (carta patinata con molte pagine) non sia presente il necessario testo dell’oratorio – dal momento che i sopratitoli non sono disponibili – è un mistero. Un concerto di certo non memorabile.

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Cameristica, Recensioni

Cianchi Bosacchi – Goethe Zentrum Bologna 22 Novembre 2015

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Da tempo non assistevamo a un così bel concerto liederistico. Un programma tutt’altro che facile e per molti versi coraggioso  sia per gli interpreti che per il pubblico: Webern, Wolf e Berg.  Il soprano Maria Simona Cianchi è dotata di una bellissima voce in tutti i registri, calda e piena di tutti gli armonici sia negli acuti che non sono mai strappati ma sempre arrotondati e tenuti sotto perfetto controllo sia nel registro basso che così spesso risulta afono per le soprano anche nelle impervie armonie di Wolf e Berg. A ciò si aggiunga una perfetta aderenza interpretativa all’armonia dei brani eseguiti e – cosa non sempre verificata – al significato dei testi eseguiti. L’unico elemento leggermente negativo è la pronuncia tedesca, non sempre perfetta, un limite che nulla toglie alla soprano Cianchi. Una cantante di Lieder comunque che possiamo soltanto augurarci di risentire quanto prima anche in un contesto di pubblico più vasto e di maggiore soddisfazione (purtroppo i presenti erano meno di 20,,,). Ma un’esecuzione liederistica può essere di qualità solo se accompagnata da un pianismo consapevole delle problematiche di canto e piano ovvero alla ricerca della loro perfetta fusione. E’ questo il caso di Anna Bosacchi che oltre a una esecuzione immacolata (anche in brani tecnicamente impegnativi come la coda finale di “Er ist es” di H. Wolf) ha anche saputo tenere sempre la giusta sonorità, mai coprendo il canto e sottolineando i percorsi armonici anche di Lieder di non facile interpretazione come quelli di Webern. Un bellissimo, raffinato concerto, quindi, coronato da un Lied di Wolf e dal successo incondizionato e meritato, tributato dal pubblico.

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Cameristica, Recensioni

Li Janáček – Musica Insieme 16 Novembre 2015

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Un concerto a due facce: una prima parte di solo quartetto e una seconda parte con il quintetto op. 34 di Brahms. Nella parte puramente quartettistica è certamente risultata migliore l’interpretazione del quartetto  di Janáček mentre quella del quartetto delle arpe di Beethoven (op. 74) è risultata priva di nerbo e sostanzialmente esangue. Un bellissimo suono, solisti che si trovano a occhi chiusi  ma nei quartetti beethoveniani oltre alla componente apollinea esiste anche quella vitale vitale e drammatica (a titolo di paragone si ricordi che il quartetto è stato composto più o meno nello stesso periodo della sonata op. 81 “Les adieux”). Quindi una esecuzione – parafrasando una nota canzone – “bella ma senz’anima“. Diverso è il giudizio per il quartetto n.1 di Janáček (“La sonata a Kreutzer” che nulla ha a che vedere con la celebre sonata per violino e pianoforte di Beethoven). Qui la componente ceca ha trovato la sua espressione migliore e l’esecuzione è risultata vibrante e ha messo in luce tutte quelle caratteristiche che fanno del compositore (purtroppo non spesso eseguito in Italia) un grande rappresentante della musica mitteleuropea del primo ‘900.
Il quintetto brahmsiano è sostanzialmente un brano pianistico con il supporto degli archi, come peraltro comprovato dalla sua genesi per due pianoforti. Il pianismo di Ang Li è sempre granitico e sorretto da un’ottima tecnica ma è assolutamente carente sul piano del canto. La pianista cinese ha trascinato il quartetto Janáček in tempi sempre vorticosi che sono perfetti per il 3° e 4° tempo ma assolutamente innecessari e controproducenti nel secondo tempo dove il tema di terze perde tutto il suo fascino cantabile riducendosi a un esercizio meccanico. Ovviamente il finale travolgente del quintetto ha scatenato l’entusiasmo del pubblico che ha applaudito lungamente (come sempre più la musica che gli interpreti… Il pubblico ha la memoria corta e valuta solo le ultime battute di un’esecuzione. Da notare il solito ridicolo, penoso esercizio ginnico di chi applaude alzando le mani al cielo per distinguere il proprio gradimento da quello della massa… ).
Sono sempre stato contrario alle “introduzioni” che precedono i concerti ma avevo salvato quelle di M. Chiara Mazzi. Quella di ieri sera però conteneva un notevole errore storico. Asserire che i cambiamenti apportati da Beethoven alla struttura del quartetto corrispondono alle “rivoluzioni” sociali allora in atto è antistorico. La vita di Beethoven (un libertario individualista, un ribelle ma in nessun modo un rivoluzionario) si svolge nel segno delle controrivoluzioni e delle restaurazioni, quella napoleonica prima e quella del congresso di Vienna poi. Le prime rivoluzioni (dopo quella francese del 1789 tradita da Napoleone) si hanno negli anni’30 dell’800 in Francia, quando Beethoven è morto da quasi 10 anni. A meno che non si voglia considerare la restaurazione (la controrivoluzione) napoleonica una rivoluzione ma questo è semplicemente storicamente sbagliato.

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Operistica, Recensioni

Elektra – Teatro comunale Bologna 15 Novembre 2015

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Un carcere con le ancelle abbigliate come carceriere in uniforme con tanto di mitra pronte a scagliarsi con violenza contro l’unica ancella che difende Elektra, una garitta e una scala che porta alla cella della protagonista. Una scenografia tutta sui toni del grigio nella quale Elettra urla il suo dolore e la sua rabbia per l’assassinio del padre Agamennone votata unicamente alla vendetta perché solo il sangue può lavare il sangue.
 Elektra
L’opera di Strauss, una delle più difficili per la protagonista che rimane in scena ininterrottamente per quasi due ore, rappresenta uno dei suoi capolavori sorretto, anche del bellissimo libretto di von Hofmannsthal che riprende la tragedia di Sofocle (ma anche di Eschilo e Euripide) adattandola alla scena lirica, sottolineandone gli aspetti più tragici senza minimamente stravolgerne il significato.  Purtroppo la traduzione proiettata sopra il palcoscenico è risultata di scadente qualità (non senza alcuni errori di grammatica!) facendone perdere parecchio della sua intensità espressiva. Anche i comprimari – dal punto di vista operistico, si intende! – (la sorella Chrysothemis, il fratello Orest e soprattutto la figura tragica di Clitemnestra – Aegisth praticamente non ha ruolo) contribuiscono con il loro contrasto psicologico a fare risaltare la figura dominante di Elettra. Il libretto e la musica di Strauss rendono perfettamente il turbamento interiore di Klytämnestra il cui animo è diviso fra il senso di colpa, la fedeltà a Egisto e la sofferenza per l’odio della figlia. Venendo alla realizzazione del teatro comunale si può eccepire una Klytämnestra che dal punto di vista scenico non rende appieno il suo travaglio psicologico (troppo elegante e ieratica), l’assenza dell’importantissimo finale previsto da von Hofmannsthal (la danza bacchica di Elektra) e – questo sì quasi inaccettabile – una resa del personaggio di Egisto quale dittatore sudamericano ubriaco (addirittura con bottiglia in mano) agghindato con medagliere sul petto. Ma l’impianto complessivo è solido e registicamente (Guy Joosten) di alta qualità considerando anche che il carcere è rappresentato come ambiente quasi senza tempo (se si eccettua la vestizione iniziale delle carceriere) che contribuisce al senso di isolamento drammatico di Elektra. Di altissima qualità la prova di Elena Nebera (Elektra) di gran lunga superiore a tutti gli altri protagonisti. Brava anche Natascha Petrinsky nel ruolo di Klytämnestra; buoni professionisti sono anche Anna Gabler (Chrysothemis) e Jan Vacik (Orest) assecondati da un’ottima direzione di Lothar Zagrosek che ha saputo trovare un giusto equilibrio fra il dramma e gli aspetti lirici che non mancano nella partitura Straussiana. Per una volta un successo pieno tributato dal pubblico a un’opera non facile e non dalla sguaiata clacque che così sovente infesta le “prime” del teatro bolognese. 

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Recensioni, Sinfonica

Dindo Senzaspine – Teatro Duse 4 Novembre 2015

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C’è un aspetto di Enrico Dindo che si somma alle sue eccezionali caratteristiche musicali: quello di dare l’impressione non solo di divertirsi durante le sue esecuzioni, ma anche quello di essere “alla mano” ovvero di non presentarsi come un ieratico ministro di un’arte superiore ma bensì come un artefice insieme al pubblico di una festa musicale. Lo ha dimostrato anche nel concerto in questione nel quale, presentatosi con un abbigliamento al limite del “casual” proprio a dimostrare la sua vicinanza agli altri esecutori e al pubblico, con pochi ma significativi gesti del capo e della persona ha trascinato la giovane orchestra “senzaspine” a una esecuzione di altissimo livello.  Una vera festa della musica dominata dall’eccezionale tecnica e dalla musicalità di un artista che pure nel gotha internazionale dei violoncellisti non ha ancora visto il suo nome inserito ai vertici assoluti mondiali insieme a Yo Yo Ma, Mischa Maisky, Mario Brunello, Natalia Gutman  etc. come meriterebbe. E complimenti per avere accettato di eseguire con una giovane ma promettente orchestra  (tutti, direttore incluso, under 35) che certamente ha molto imparato da Dindo nel corso dell’esecuzione del celebre concerto di Dvořák. Il preludio della prima partita di Bach per violoncello solo è stato il bis concesso da Dindo (forse meno eccezionale del concerto). Una giovane orchestra che ha eseguito nella seconda parte – sempre del compositore ceco – la altrettanto famosa “sinfonia dal nuovo mondo” composta nel suo periodo newyorkese. Qui un minimo di inesperienza del direttore (che forse dovrebbe ricordarsi che le due braccia possono e devono muoversi non all’unisono – Abbado docet) e dell’orchestra ha sottolineato i limiti attuali della giovane compagine nella quale però la sezione dei fiati (e in particolare quella dei corni – strumento terribilmente infido) ha offerto una prova significativa. Purtroppo la sala del concerto – il teatro Duse dedicato normalmente agli spettacoli di prosa – ha un’acustica disgraziata, ma questo non ha impedito al pubblico abbastanza numeroso – anche se un po’ scalcinato in quanto non avvezzo al galateo delle sale da concerto, come dimostrato dagli applausi alla fine dei primi tempi – di tributare un buon, meritato successo al concerto.
 HappyHappy

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Recensioni

Concorso Chopin – Varsavia 2015

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Parliamoci chiaro: tutti i giovani pianisti che abbiamo avuto l’occasione di sentire nel corso della manifestazione costituiscono l’élite del giovane pianismo internazionale. Sono semplicemente tutti stratosferici e il compito della giuria è stato certamente ingrato. Poi ovviamente sulla decisione finale hanno giocato molteplici fattori oltre il giudizio individuale: le majors, la figura del vincitore per il mercato, l’influenza delle case produttrici di pianoforti (Steinway e Yamaha soprattutto – ne sa qualcosa il povero Fazioli non utilizzato da alcuno dei concorrenti –  e comunque in assenza di Bösendorfer e Bechstein). Molti di questi pianisti giungono dalla famosa accademia Curtis (e hanno quasi impresso un marchio di fabbrica). Tecnica eccezionale di tutti i concorrenti, alcune strepitose come quella di Dinara Klinton (bocciata al terzo round – giustificatamente – per un pianismo alla “Buniatishvili” http://wp.me/p5m12m-a), scuole interpretative diverse. Grande afflusso di preparatissimi giovani asiatici, molti dei quali studiano negli USA. Un unico italiano – Luigi Carroccia – ha raggiunto il terzo round e nessuno la finale. Certamente discutibili molte delle decisioni della giuria e molto interessante il forum on-line degli ascoltatori che hanno riflesso il ben noto motto latino “tot capita tot sententiae”. Comunque una grande manifestazione, il più importante concorso pianistico del mondo che si tiene ogni 5 anni. Veniamo ai vincitori. Il primo premio è andato (con sufficiente ma non strepitoso merito) al giovane diciannovenne di origine coreana Seong-Jin Cho, il secondo ragionevolmente al canadese Charles Richard-Hamelin mentre ha suscitato la riprovazione unanime della maggioranza degli ascoltatori il terzo premio alla singaporegna Kate Liu. Inopinatamente lasciato fuori da ogni premio – ingiustamente a mio parere – uno dei grandi favoriti (anche del pubblico), il lituano  Georgijs Osokins che probabilmente nonostante il risultato sarà uno dei protagonisti delle prossime stagioni concertistiche (come fu nel 2010 il caso di Trifonov, quando vinse la modesta Avdeejeva). Probabilmente sarebbe stato più giusto non assegnare il primo premio: nel concorso non vi è stato alcuno dei partecipanti che svettasse al di sopra di tutti come invece fu nel 2005 con Blechacz e nel 2000 con Yundi Li.  Certamente concorsi come lo Chopin permettono ai giovani promettenti di adire a un pubblico internazionale ma la soggettività dei giurati (molti dei quali sono vecchie glorie non più attive in campo concertistico e francamente di levatura culturale assai modesta come comprovato dalle interviste rilasciate – una larga parte non parla addirittura l’inglese dimostrando l’assenza di esperienza internazionale) gioca un ruolo discutibile e giustifica più di una perplessità (ricordo ancora il caso della Avdeejeva). Un plauso all’organizzazione che ha trasmesso in streaming su Internet con un’ottima qualità audio/video tutte le fasi del concorso. Questa sera alle 18 il concorso dei premiati (http://chopincompetition2015.com/news/da488a79-70d4-422f-80fa-b2544f2a8856).
PS Che sia arrivata in finale Kate Liu la dice lunga sulla potenza della Curtis e della Yamaha. Per giudizio unanime non doveva neppure raggiungere il terzo round!

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Recensioni

La cacciata dell’unno – Bologna 10 Ottobre 2015

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Questo blog non si occupa di politica e non se ne occuperà mai: è la musica (quella “alta” secondo la definizione di Q.Principe) il suo soggetto.  Ma il biondo rockettaro Ronchi è stato uno dei più fieri avversari di questa musica, sostenendo sempre e comunque quella “bassa” allo stesso livello della sua (in)cultura. Non è una perversione da Maramaldo, ma leggere che l’ex assessore si vanta di essere ricordato come l’ “assessore jazz”, che le foto nel suo studio – che deve rimuovere – sono quelle dei Nirvana, di Patti Smith e di Freak Antoni e che è stato “avvicinato” (forse voleva dire “accostato”, ahimè la lingua italiana non è un optional)  ai Wilco la dice lunghissima sul concetto distorto di cultura musicale (e non solo) che ha il nostro. Un plauso quindi al sindaco Merola che finalmente, dopo averlo coperto a lungo, troppo a lungo, l’ha cacciato e il rimprovero di non averlo valutato fin dall’inizio, dopo le sue “dismissioni” dalla regione, per quella nullità spocchiosa e negativa che è, nonostante molte persone non sospette di interessi di parte l’avessero messo in guardia. Possiamo solo fare voti che ora il sindaco non compia più lo stesso errore e che alla cultura (con la C maiuscola questa volta) vada un uomo serio di cultura. Dopo questi anni ne abbiamo proprio bisogno.
PS Leggo oggi 11 Ottobre sui quotidiani locali che dopo il sindaco di S.Lazzaro (!!!) viene ventilata la candidatura di M.Lepore quale assessore alla cultura. E Casalecchio non ha nulla da dire? Ohimé ci risiamo, un altro politico: non è bastato Ronchi? Malissima tempora currunt…..

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Dindo Cattarossi- Cortina 12 Agosto 2015

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Nel desolante panorama del moribondo festival Ciani di Cortina una figura almeno ha tenuto un concerto degno di questo nome: Enrico Dindo accompagnato da Monica Cattarossi. Il festival Ciani, iniziato circa dieci anni orsono, dopo un inizio di grande qualità con nomi prestigiosi (e auditorium pieno con caccia accanita ai biglietti!) è andato via via scadendo con un pubblico sempre meno numeroso fino alla miseria di questo anno il cui tema è il musical americano con figure di secondo piano. Colpa di una gestione disastrosa, incapace di informare adeguatamente il pubblico, di gestire in modo dignitoso una mailing list, di pubblicizzare il festival. Ci si è invece concentrati su una modestissima “accademia” di giovani musicisti che partecipano a una scuola estiva con risultati francamente non esaltanti. Il festival ha seguito la parabola discendente del suo organizzatore Jeffrey Swann passato dalla meritata vittoria alla prima edizione del concorso Ciani di Milano (circa 20 anni fa) a un tramonto prematuro confermato dalle poche e scadenti esibizioni recenti. Dindo appartiene al Gotha dei violoncellisti mondiali dopo la sua vittoria nel 1997 al concorso Rostropovich di Parigi e l’apprezzamento senza di riserve del grande maestro russo. Il programma eseguito – Robert Schumann Adagio e allegro op.70, Fantasiestücke, e 5 Stücke in Volkton, Claude Debussy sonata e Frank Bridge sonata con un bis Raveliano-  ne ha messo in mostra ancora una volta la tecnica sopraffina e il fraseggio ampio ed espressivo, sempre rispettoso dello stile dei compositori. Adeguato l’accompagnamento di Monica Cattarossi non adeguatamente supportata da uno Stainway 3/4 di coda che ha visto tempi migliori. Un caloroso successo del non folto pubblico (un centinaio massimo di persone, alcune dileguatisi dopo il primo tempo). Purtroppo il concerto non è stato neppure tenuto nell’auditorium dei concerti di Cortina ma nell’inadeguata acusticamente sala Dolomia dell’albergo Savoia il che la dice lunga sull’organizzazione. A parte Dindo l’Agosto culturale di Cortina prosegue la sua lenta ma inarrestabile agonia.

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Tristan und Isolde – Bayreuth 7 Agosto 2015

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Per decenni abbiamo creduto che il re Marke fosse il prototipo dell’uomo saggio, tollerante, capace di sopportare con dignità i colpi dell’avverso destino: sbagliato! Ci ha aperto gli occhi la “regista” Katarina Wagner che capovolge (stravolge) il significato del testo wagneriano. Ma andiamo con ordine. Il primo atto si apre in una penombra che affliggerà tutti i tre atti, riempita di scale, molte delle quali terminano nel vuoto mettendo a rischio l’incolumità dei cantanti. Il prototipo è quello di Escher (altro che il Piranesi contrabbandato nel programma) cui manca però l’artifizio visivo per cui sono tutte connesse: qui il vuoto è vuoto. Dove sia la nave non si sa. Tutti i protagonisti sono in scena: Isolde, Tristan, Kurvenal e Brangäne, tutti su piani diversi. Una sorta di ascensore costituito da piattaforma con balaustra li fa salire e scendere. Brangäne è affetta da delirium tremens o ballo di S.Vito alle gambe ma forse indossa soltanto scarpe troppo strette. Isolde è manesca e tenta di azzuffarsi fisicamente con Tristan ugualmente manesco: hanno un bel daffare Brangäne e Kurvenal a trattenerli. Isolde maneggia pericolosamente un coltello ma poi, anticipando la coppa fatale, abbraccia Tristan che non si sa se ne voglia. I due comunque si baloccano con un velo da sposa che subisce un trattamento non da educande. Finalmente dovrebbero bere il filtro fatale ma anziché ingurgitarlo lo rovesciano sulle mani ma fa effetto ugualmente (mah?). Arriva Marke ma si tratta di un regista-carceriere le cui malefatte sono esplicate nel secondo atto. Qui Tristan, Isolde, Brangäne e Kurvenal sono letteralmente scaraventati da loschi figuri in un recinto da cui non possono uscire. Kurvenal dopo avere dato ripetutamente di capoccia contro l’uscio sbarrato tenta una arrampicata di sesto grado su una serie di appigli da cui cade fragorosamente. Brangäne la dà su più in fretta e non si capisce se e quando venga spenta la fiaccola fatale. L’intero spazio è illuminato da riflettori nella parte alta del palcoscenico sparati verso il basso: set cinematografico o illuminazione della guardina? I due protagonisti si coprono con un telo per ripararsi dalle luci accecanti e Tristan addobba il telo con lucine di stile natalizio. Poi preso da improvviso furore distrugge tutto come fanno i bambini. Al centro della scena si erge una sorta di tornello multipiano che racchiude Tristan e Isolde a turno. I due cantano la parte finale del duetto d’amore con le spalle rivolte alla platea in un buio quasi spettrale. Arriva Marke-regista-carceriere vestito con un pastrano giallo e un cappello da Al Capone accompagnato da una masnada di brutti ceffi agghindati in calzamaglia gialla come gli agenti cattivi del colesterolo di una ben nota pubblicità televisiva. Tristan viene bendato e ammanettato e Melot l’accoltella senza dargli la possibilità di difendersi. Terzo atto. Il corpo di Tristan è vegliato in un angolo della scena buia da quattro personaggi seduti con tanto di lumino stile lux votiva rossa fra le gambe. Tristan si risveglia e canta il suo dolore mentre appaiono successivamente dei triangoli luminosi di foggia massonica con all’interno l’effigie di Isotta. Tristan muore e arriva Isolde. Il corpo di Tristan viene adagiato su un divanetto rialzato e interviene Marke – sempre addobbato con pastrano e cappello – per spostargli le gambe e far posto a Isolde che canta il suo Liebestod appoggiata alla cara salma. Al termine viene portata via – viva – da Marke. Dove sia il Tod non si sa. Fine. Che a una dilettante ridicola come Katharina Wagner siano affidate delle regie è ipotizzabile solo sulla base del suo cognome. Uno spettacolo teatrale può certamente essere diversamente interpretato, essere oggetto di provocazione ma deve rispettare una regola fondamentale: deve essere bello e tanto più quanto provocatorio. In questo caso siamo in presenza di una parodia del Tristan, brutta e noiosa e devo confessare che il solo fatto di parlarne mi fa sentire in colpa perché lo scopo di questi “sregisti” non è fare begli spettacoli ma solo provocare commenti: che siano positivi o negativi che importa?

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La musica e i cantanti. La direzione di Tielemann (nuovo music director con tanto di targhetta fatta apporre nel parcheggio) è “maschia” con tempi piuttosto stringati ma certamente di qualità. Solo nell’ouverture questa impostazione mostra un po’ la corda perché comprime quel senso di ansia dato dalle successive modulazioni mai risolte in tonica. L’Isolde di  Evelyn Herlitzius, misteriosamente richiamata a sostenere la parte all’ultimo momento,  è di buona qualità con qualche cedimento (ad esempio nel primo acuto del secondo atto) ma di certo non regge il confronto con l’Isolde della grande Irene Theorin, precedente interprete del ruolo wagneriano a Bayreuth. Eccellente è invece Stephen Gould nella parte di Tristan. Qui siamo ai vertici mondiali del wagnerismo con una voce sempre perfetta nella intonazione e nei toni drammatici e il pubblico gli ha tributato un meritato trionfo. Grande successo anche di Christa Mayer come Brangäne, giustificato ma leggermente viziato dal fatto di giocare in casa. Buona la performance di Iain Peterson come Kurvenal e altrettanto buona quella di Georg Zeppenfeld come Marke. Ovviamente non giudicabile Raimund Nolte come Melot. Comunque grande successo finale di pubblico che si è profuso in un applauso liberatorio anche perché sapeva di potere entro poco “uscire a rivedere le stelle” dopo essere stato letteralmente rinchiuso (le porte sono ausgeschlossen) in un girone infernale.
HappyHappy
Una nota finale sul teatro. Per un malinteso rispetto del dettato wagneriano il teatro è privo di climatizzazione (e il 7 Agosto c’erano 39 gradi a Bayreuth!), non ha sopratitoli (e anche la maggioranza dei tedeschi ha difficoltà a capire la lingua altmodisch di Wagner) e i sedili di legno sono una vera tortura per gli spettatori. Perché? Wagner era un innovatore e volle un teatro del tutto innovativo a partire dal golfo mistico. Il suo scopo era quello di glorificare la sua musica e certamente ha utilizzato tutte le tecniche del tempo a questo scopo. Oggi sarebbe il primo a volere sfruttare le nuove tecnologie ma la pochezza intellettuale degli attuali reggenti non arriva a capirlo. E’ vero: il pubblico continua a partecipare agli spettacoli, certamente più per gli aspetti mondani, per il rito, che per l’opera rappresentata, anche se bisogna dire che la qualità estetica dei partecipanti è vieppiù in calo. Ma per 300 euro a cranio si avrebbe diritto se non a un bello spettacolo almeno a una visione confortevole. E non è un problema di budget visto che è in atto il rifacimento della facciata. Scrissi alcuni anni fa una lettera in materia a Katarina Wagner e a sua cognata Eva Pasquier, allora sovrintendenti del teatro, ma chi è poco intelligente è anche maleducato. Nessuna risposta. Può essere interessante sapere che due volte ho scritto a Angela Merkel e in entrambi casi ho ricevuto risposta. Senza commenti.

SadSadSad

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Operistica, Recensioni

Schade Zeyen – La Scala 5 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerStrepitoso è l’unico aggettivo che possa descrivere il Liederabend di Michael Schade accompagnato dall’ottimo pianista Justus Zeyen.  Impegnato nel  famosissimo ciclo di Schubert Die schöne Müllerin ha saputo rendere lo spirito dei Lieder che lo compongono con una voce assolutamente strepitosa e una perfetta sensibilità musicale quale rarissimamente si incontrano, grazie anche alla evidente consuetudine interpretativa con il pianista Zeyen che ne ha assecondato in ogni momento l’espressività. Ma alle qualità musicali Schade aggiunge una qualità che raramente si incontra nei concerti di Lieder e che appartiene a una ristretta schiera di grandi interpreti quali Angelika Kirchschlager o Teresa Berganza: l’arte scenica, chiaramente mutuata dalla sua esperienza operistica e che ha completato un’esibizione memorabile. L’espressività del volto, il movimento del corpo, l’uso perfetto del gesto hanno permesso al pubblico che non conosce il tedesco, non dotato di testo a causa di una organizzazione dell’ultimo momento dovuta alla cancellazione del concerto della Barcellona per malattia, di comprendere la tragica vicenda sentimentale del protagonista, la sua esaltazione, la sua rabbia e in ultimo la sua decisione di togliersi la vita. Un successo decretato da un pubblico che ha riempito la platea della Scala con un lungo, ripetuto, caldissimo applauso ricambiato da due bis  di Schubert e Lehar. Possiamo solo auspicare che questo grandissimo interprete torni al più presto in Italia: di liederisti come lui ne abbiamo bisogno per convincere un pubblico non avvertito che il Lied è genere musicale sopraffino.

HappyHappyHappy

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Operistica, Recensioni

Othello – La Scala 4 Luglio 2015

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Da molto tempo non assistevo a un coro di “buh” (meritati) di questa portata in un teatro d’opera italiano (e un plauso alla Scala dove i buh non sono trattenuti come invece nel teatro bolognese regolarmente imbottito di claque). Una vera tempesta che ha coinvolto direttore d’orchestra e regista “in primis” ma che ha quasi travolto anche il cast vocale. Questa opera “seria” di Rossini è uno dei suoi vertici musicali (se si prescinde dal libretto) che non viene rappresentata frequentemente. Opera vocalmente impegnativa alla portata comunque (teoricamente) del cast selezionato.
Othello 1
Il libretto assolutamente risibile nella sua pochezza e illogicità deriva vagamente dalla tragedia Shakespeariana. Cassio diviene Rodrigo (perché?), una parte significativa l’ha il padre di Desdemona Elmiro, mentre Jago non assume quel ruolo fondamentale che ha nella tragedia del Bardo. L’adesione solo molto parziale di un libretto al testo originale è ormai fatto accettato senza problemi (si pensi alle opere verdiane da  Shakepeare  quali Macbeth o Falstaff) ma nel caso in questione tutto è stravolto a partire dalla figura di Desdemona che risulta una ragazzotta spaesata che non capisce cosa stia succedendo muovendosi come un’oca giuliva (e la regia ci mette del suo in aggiunta al libretto). Il fatidico fazzoletto si trasforma in un biglietto d’amore indirizzato da Desdemona a Othello ma da questi interpretato come indirizzato a Rodrigo (tradimento e vendetta!). Giustamente Byron si scandalizzò di fronte all’opera. Bene o male (assai più male che bene) si tratta comunque della vicenda del moro e della sua gelosia. La direzione di Muhai Tang si rivela assolutamente non all’altezza fin dall’ouverture: fiacca, strascicata e priva del vigore che la partitura richiederebbe e prosegue piatta per tutta l’opera senza alcun momento di riscatto. Pessima quanto mai la regia. Si inizia con una Desdemona che fa una sorta di passerella durante l’ouverture agghindata con un trionfo di piume (che cascano) in una mise ottocentesca improbabile che porterà fino all’ultimo atto, nel quale invece indossa una veste da camera identica a quella di Othello (si sono accordati almeno per uno stesso stilista…). Il trionfo di Othello nel primo atto è un banchetto di nobili ottocenteschi con tanto di tuba, il vecchio doge esibisce un parkinson da ricovero e a un certo punto dell’atto si presentano due comparse con irroratori automatici stile vigna che bagnano il palcoscenico (umidificazione d’antan data la calura milanese?). Jago e Rodrigo, durante la tragedia, pur impegnati nel complotto, se la spassano comunque con cortigiane in calore. Si potrebbe continuare ma il peggio viene ammannito nel terzo atto dove viene portata sul proscenio un’ingombrante gondola (cui manca però il rostro di prua)  intorno alla quale ruotano i due protagonisti che salgono sull’imbarcazione solo per l’accoltellamento dell’improbabile Desdemona. Mentre nessuno capisce perchè Othello poi decida di pugnalarsi  (tutto avviene in un millisecondo) i tendaggi che fanno da contorno alla scena cadono lasciando il posto a un successivo tendagggio sul quale è stampata una visione sfocata di Broadway. Dovrebbe essere un coup de théâtre finale? Se sì, fallisce miseramente come peraltro l’intera regia. Tutti i personaggi si muovono nel corso dell’opera in modo scoordinato e in particolare Desdemona che risulta una sciocchina che non sa mai che pesci pigliare. Insomma un disastro che irrita a tal punto gli spettatori da farli esplodere alla fine in un liberatorio buh corale ben meritato. Dal  punto di vista vocale il migliore è certamente Rodrigo (Juan Diego Flórez  – con prolungati e meritati applausi al termine dell”opera)  e ottima è anche l’ancella Emilia (Annalisa Stroppa). Gregory Kunde (Othello) e Desdemona (Olga Peretyatko) non sono certamente dei protagonisti indimenticabili forse impacciati dalla regia dilettantesca. Fin dalla prima aria Kunde appare non a suo agio nella parte. Anche nella “canzone del salice” (dove l’arpa di accompagnamento è spinta in palcoscenico su un carrello con tanto di intoppo del carrello stesso) la Peretyatko  non raggiunge livelli di eccellenza pur mantenendosi a un livello accettabile. Jago (Edgardo Rocha) è insignificante mancandogli – anche per colpa del libretto – quell’accento malefico che contraddistingue il personaggio.  Nella norma Elmiro Barberico (Edgardo Rocha). A conti fatti una serata da dimenticare assolutamente non all’altezza della tradizione scaligera.
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Cameristica, Recensioni

Jacky Terrasson – Bologna 1 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerEccomi in terreno “nemico” con un pianista jazz, genere musicale da me quasi mai frequentato e di cui capisco assai poco (ma certamente detesto i pianisti “contaminati” come Bollani che solleticano la vanità del pubblico incompetente facendoli ritenere esperti anche se di musica capiscono poco o niente). Forse non dovrei neppure recensire per onestà intellettuale un “concerto” come questo. Quindi posso solo dire che Terrasson è dotato di solido impianto tecnico derivante da studi classici e che esegue la sua musica con maestria… jazzistica. Il suo è un jazz “melodico” (ammenda per l’uso improprio dell’aggettivo) che certamente risente degli studi classici. L’esecuzione ha però tutti gli stilemi tipici del jazz a partire dall’indicazione del piano come artefice principale dell’esecuzione, a finire con le espressioni del volto che in un pianista “classico” stigmatizzerei ma che in questo caso guardo con timoroso rispetto.  Una serata abbastanza piacevole anche se per la mia sensibilità e preparazione avrei preferito un pianista più adatto ai miei gusti.

Happy

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Operistica, Recensioni

Il Luglio musicale a Bologna – 30 Giugno 2015

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E’ particolarmente triste osservare il “cartellone” musicale bolognese di Luglio dopo il bagno di spettacoli berlinesi (alcuni dei quali molto discutibili). Semplicemente nulla. C’è l’EXPO? E chi se ne importa? Milano ha uno spettacolo al giorno? E allora? I turisti vengono a Bologna? Peggio per loro che saranno comunque in grado di confrontare l’offerta di Firenze, Venezia etc. per non parlare dei luoghi esteri.  Che cosa può fare chi ama la musica? O andare a uno dei tristissimi e velleitari spettacolini populistici a uso dei turisti a Ravenna (che trasformazione negativa sotto l’organizzazione Mazzavillani!) oppure sottostare ai costi ingiustificatamente elevati del “festival” di Varignana nel quale il clou sarebbe la cena con gli artisti, uno specchietto per allodole che la dice lunga sulla serietà dell’operazione che né più né meno è uno spottone per il resort.  (Forse parteciperò a una serata, perchè si scrive solo di quanto si è visto e ascoltato, a differenza dei presupposti “critici” che infestano i giornali italiani. Che tristezza il confronto con i giornali anche locali tedeschi- a Berlino il Berliner Zeitung oppure Tagespiel – che per ogni manifestazione di qualche rilevanza non mancano di pubblicare il relativo non condizionato Besprechung).  Poi il nulla. Il teatro comunale di Bologna non ha nulla da dire? E in Settembre? Filarmonica (e quindi orchestra del teatro – il solito problema non affrontato e quindi irrisolto) in Giappone? Il silenzio è calato (ovviamente) sulla vicenda. Quieta non movere oppure Quietare..sopire.. del conte zio di Manzoniana memoria. Ovviamente, quindi, Kurvenal va in quiescenza forzata nella speranza che improvvisamente qualche manifestazione imprevista appaia all’orizzonte. Unica mia ipotesi per il momento: Otello…. ma alla Scala! Poi in Agosto Bayreuth con Tristan und Isolde.   Meditate gente, meditate….e ai miei lettori (incredibilmente anche russi, tedeschi, spagnoli, argentini, francesi, giapponesi, slovacchi …) non abbandonate Kurvenal!

SadSad

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