Cameristica, Recensioni

Andras Schiff – Serate musicali Milano 11 Gennaio 2016

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Sclerosi
Il concerto inizia teoricamente alle 21. Alle 20.30 mi reco al conservatorio per scambiare la mia prenotazione (pagata) con il biglietto (cosa già di per sé ridicola). Trovo due code ciascuna di un centinaio di persone che hanno il mio stesso problema e che procedono a una lentezza biblica a causa di una disorganizzazione epocale. Risultato: il concerto comincia con oltre 30 minuti di ritardo dopo ripetute proteste del pubblico e con gli ultimi spettatori in coda fatti entrare senza controllo. Una vergogna assoluta. E non si capisce per quale motivo la prenotazione pagata recante il numero del posto e il codice a barre identificativo non possa essere il biglietto come avviene in tutti i paesi civili. Niente da fare: medioevo. Che dire di A.Schiff (che a causa del clima instaurato in Ungheria da Orbàn non suona più nel suo paese di origine)? Potrebbe essere il vero erede di A. Brendel ma forse gli manca quel tocco di aristocratica statura (non fisica!) del pianista austriaco naturalizzato inglese. Intelligente non solo nell’esecuzione ma anche nella scelta accuratissima dei programmi (meditate, meditate giovani leoni che eseguite scervellati programmi pot-pourri solo per puro esibizionismo!) ha una visione apollinea del pianoforte che rifugge da ogni esibizionismo evitando, schivando (se così si può dire) gli ostacoli tecnici che tanti affrontano come una belva da domare. Il programma della serata comprendeva la sonata K. 570 di Mozart, la sonata op. 110 di Beethoven, la sonata Hob XVI.51 di Haydn e la sonata D 959 di Schubert. Si tratta del secondo concerto dedicato dal pianista ungherese alle ultime sonate dei grandi compositori. Per Haydn e Beethoven Schiff ha utilizzato uno Steinway (Fabbrini) mentre per gli altri due compositori il più morbido Bösendorfer. Come è suo costume da lungo tempo non c’è stato alcun intervallo e come bis il pianista ungherese (che passa parecchio tempo in Toscana come un tempo fece Kempff a Positano) ha eseguito un improvviso di Schubert e il primo tempo della sonata “facile” di Mozart. Grandi esecuzioni nelle quali però non sono mancati alcuni aspetti manieristici innecessari. Nel primo tempo della sonata Beethoveniana, i gruppi di 4 biscrome dopo l’introduzione sono stati eseguiti con un accento marcato sulla prima nota di ogni gruppo che certamente non è indicato dal compositore di Bonn e che sono risultati musicalmente molto discutibili. L’adagio della stessa sonata è stato affrontato a un tempo eccessivo che ha tolto parecchio alla profonda mestizia del brano e la ripresa della fuga dopo il tema eseguito per moto contrario è stato affrontato a una lentezza esasperante salvo poi dare luogo a una accelerazione furiosa che francamente poco ha a che vedere con una fuga. Nel bis Mozartiano poi durante l’esecuzione del ritornello del primo tema ha introdotto abbellimenti che hanno lasciato il pubblico di stucco. Un grande successo comunque turbato solo al termine da un pubblico indisciplinato che, vista anche l’ora tarda dovuta alla disorganizzazione del management, ha iniziato a lasciare la sala al termine della sonata Schubertiana.
Al posto del pistolotto introduttivo: http://www.seratemusicali.it/files/Libretto-11.01.2016.pdf  (Gott sei Dank)

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3 thoughts on “Andras Schiff – Serate musicali Milano 11 Gennaio 2016

  1. Davide Barto ha detto:

    Buonasera Prof. Neri, ho avuto anch’io il piacere di assistere al concerto di Andras Schiff. Mi permetto di dissentere con una sua affermazione in merito all’approccio interpretativo del pianista ungherese alla sonata op. 110 di Beethoven. Lei rileva nell’esecuzione di Schiff “alcuni aspetti manieristici innecessari…. che sono risultati musicalmente molto discutibili”. Su ogni gruppo di quartine di biscrome a paritre da battuta 12, Beethoven segna un trattino e ciò si può ben notare nell’olografo del manoscritto (http://imslp.org/wiki/Piano_Sonata_No.31,_Op.110_%28Beethoven,_Ludwig_van%29) e nelle succesive edizioni usate quotidianamente (come per esempio la Henle Verlag). Non è quindi come lei afferma nella sua recensione ovvero “un accento marcato… che certamente non è indicato dal compositore di Bonn.”
    La notazione musicale non ha lo stesso significato in ogni periodo storico: il segno che noi oggi intepretiamo ed usiamo come accento (>) non veniva ancora usato all’epoca di Beethoven, ma al suo posto venivano usati i punti, i cunei oppure trattini verticali sopra le note. La invito a leggere le annotazioni che Beethoven ha fatto a 21 studi di Cramer per il nipote Karl (edite dall’Universal Edition) ed anche gli appunti di Czerny ai lavori di Beethoven (metodo op. 500, anch’esso edito dall’Universal Edition).
    Altri esempi di questo tipo di notazione per gli accenti all’interno dell’opera pianistica di Beethoven, sono riscontrabili nell’op. 14 n. 1/iii/47-64; op. 13/i/93-98, op. 53/i/280-281; op. 53/iii/51-54, op. 109/iii/169-171.
    Negli olografi delle opp. 53, 109 e 110, Beethoven nel manoscritto ha indicato gli accenti metrici con dei trattini, che nella scrittura a stampa sono equivalenti ai cunei.
    Davide Barto

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    • La ringrazio per la sua precisa nota. Del manoscritto non ero a conoscenza e mi sono quindi basato sulla partitura che ho utilizzato quando ho studiato la sonata per il diploma. C’è sempre molto da imparare anche se nel caso specifico il risultato, pur essendo conforme alla volontà del compositore, non mi pare particolarmente piacevole. Grazie ancora per le sue precisazioni.

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      • Davide Barto ha detto:

        Posso essere d’accordo con Lei per quanto riguarda il risultato finale, vale a dire che l’interpretazione di Schiff poteva essere un poco meno marcata. Tuttavia, personalmente, preferisco una lettura portata più agli estremi per evidenziare il volere del compositore, anziché scelte interpretative sempre attenuate dalla volontà del rimanere nel “piacevole”.
        Grazie a Lei per la Sua risposta.

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