Operistica, Recensioni

L’elisir d’amore – Bologna Teatro Comunale 13 Dicembre 2015

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Dopo la messa in scena alla Malpensa ecco un’altra scenografia moderna della celebre opera donizettiana ripresa da un allestimento del 2010. Sulla scenografia e regia si può dare un giudizio duplice: quello puramente estetico e quello di aderenza al testo dell’opera. Sul primo il giudizio è positivo: in particolare sono risultate gustose la prima scena con il caos tipico di una classe all’inizio delle lezioni e Nemorino agghindato come la caricatura dello studente di Guzzanti, quella dell’aula di disegno che si conclude con il celebre duetto fra Nemorino e Adina e quella dell’aula di ginnastica che si trasforma in un ring. L’idea di incarnare Dulcamara in una sorta di Beppe Maniglia coatto con tanto di spolverino e moto che dovrebbe offrire erba come elisir è invece risultata un po’ artefatta e anche Belcore come leader di una banda di  giovinotti ingiubbottati in pelle è parso poco riuscito. Altrettanto  dicasi – ad esempio – di un’altra “invenzione” ovvero quella di corredare la citazione degli spasimanti di Adina con un catalogo fotografico, espediente ripetuto in molteplici edizioni del Don Giovanni in occasione della celebre aria “Madamina, il catalogo è questo”. Ma se però si analizzano scenografia e regia dal punto di vista del libretto allora il discorso è diverso e tutto l’impianto regge a fatica. Le distanze fra il testo e la scenografia sono semplicemente abissali e ne deriva che quanto proposto visivamente non trova alcuna rispondenza nello sviluppo dell’azione. In altre parole la scenografia appare una sequenza di scene interessanti e anche divertenti (a tratti) ma con la sensazione che qualunque altra sfilata di quadretti di genere avrebbe potuto essere proposta con lo stesso risultato. Sempre a titolo di confronto assai più vicina al testo è stata la messa in scena di Malpensa dove la cura del particolare nell’aderire al dettato del libretto è apparsa molto più attenta e riuscita pur essendo il contesto ugualmente difficile da rendere. Dal punto di vista musicale l’esecuzione è risultata di medio calibro con Adina (Barbara Bargnesi che nell’agilità del finale ha dato prova di grandi qualità) e Nemorino (Antonio Poli) che sono cresciuti con il trascorrere del tempo (se si eccettua una piccola incertezza del tenore nella “furtiva lagrima”). Non esaltante la prova di Alessandro Luongo che nella resa di Dulcamara ha troppo spesso calcato l’aspetto grottesco a scapito di quello musicale e oggettivamente opaca è stata la prestazione di Christian Senn nei panni di Belcore. La direzione di Stefano Ranzani si è mantenuta in un dignitoso alveo con alcune incertezze di sincronismo con il coro soprattutto nella prima scena. Uno spettacolo passabile, quindi, che ancora una volta nonostante la clacque non ha scaldato un teatro con moltissimi posti vuoti (anche in occasione della lagrima di Nemorino con qualche isolata e artificiale richiesta di bis come si ebbe al tempo di Pavarotti – si parva licet…) . 

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Si conclude così una stagione operistica non esaltante nella quale le migliori proposte sono state quelle dell’Elektra e della Jenufa e le peggiori una inqualificabile Butterfly e un velleitario Flauto magico.  Una stagione di un teatro non di prima categoria che si dibatte nei problemi di bilancio comune a tutte le fondazioni ma che ha anche responsabilità locali. La prima è quella di un consiglio di indirizzo inadeguato in cui un solo componente ha competenze musicali e la seconda è quella di una politica complessiva di gestione che pare più barcamenarsi che offrire un chiaro indirizzo culturale. Non mancano iniziative positive – sia chiaro – fra le quali, ad esempio, l’idea di dotare il teatro di un bookshop o quello di offrire alla disastrata (e colpevolmente abbandonata dalle varie istituzioni che dovrebbero curarne una volta per tutte la bonifica) piazza Verdi la possibilità di assistere agli spettacoli o quello di offrire abbonamenti a prezzi popolari agli under 30 (ma 25  – come un tempo – sarebbe stato più ragionevole). Ma o si trovano sponsors disposti ad allargare i cordoni della borsa (a parte quelli istituzionali come le fondazioni o gli esempi illuminati come i Golinelli) o il teatro non può reggersi. E il mondo industriale bolognese non è certo contraddistinto da mecenatismo, anche in presenza di un quadro economico migliorato. La ventilata dipartita di Mariotti è certamente un segnale molto negativo di instabilità e la scelta di abbassare i prezzi persino delle “prime” quando si sa che i relativi spettatori avrebbero senza difficoltà accettato anche un incremento dei prezzi certamente non aiutano. E’ ben vero che il botteghino copre solo in piccola parte i costi ma i segnali – anche piccoli – debbono essere coerenti. La traversie con il FUS, il rifiuto del comune di anticipare i contributi 2017 (anche per il manifesto disinteresse dell’amministrazione locale per gli eventi musicali) non fanno ben sperare. E non pare che il nuovo assessore alla cultura abbia competenze e sensibilità musicali (in questo muovendosi nel solco del mai sufficientemente infamato Ronchi).  Aspettiamo quindi con un certo timore la prossima stagione con un’opera di apertura assai discutibile. Mah……

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7 thoughts on “L’elisir d’amore – Bologna Teatro Comunale 13 Dicembre 2015

  1. Maria Cristina ha detto:

    Da tempo ormai il “facciamolo strano” ha sostituito il “facciamolo bene”. E’ il frutto della “mancanza del limite” che appesta ormai tutte le attività umane. Ma il discorso sarebbe lungo ( e filosofico…)

    Mi piace

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