Operistica, Recensioni

Elektra – Teatro comunale Bologna 15 Novembre 2015

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Un carcere con le ancelle abbigliate come carceriere in uniforme con tanto di mitra pronte a scagliarsi con violenza contro l’unica ancella che difende Elektra, una garitta e una scala che porta alla cella della protagonista. Una scenografia tutta sui toni del grigio nella quale Elettra urla il suo dolore e la sua rabbia per l’assassinio del padre Agamennone votata unicamente alla vendetta perché solo il sangue può lavare il sangue.
 Elektra
L’opera di Strauss, una delle più difficili per la protagonista che rimane in scena ininterrottamente per quasi due ore, rappresenta uno dei suoi capolavori sorretto, anche del bellissimo libretto di von Hofmannsthal che riprende la tragedia di Sofocle (ma anche di Eschilo e Euripide) adattandola alla scena lirica, sottolineandone gli aspetti più tragici senza minimamente stravolgerne il significato.  Purtroppo la traduzione proiettata sopra il palcoscenico è risultata di scadente qualità (non senza alcuni errori di grammatica!) facendone perdere parecchio della sua intensità espressiva. Anche i comprimari – dal punto di vista operistico, si intende! – (la sorella Chrysothemis, il fratello Orest e soprattutto la figura tragica di Clitemnestra – Aegisth praticamente non ha ruolo) contribuiscono con il loro contrasto psicologico a fare risaltare la figura dominante di Elettra. Il libretto e la musica di Strauss rendono perfettamente il turbamento interiore di Klytämnestra il cui animo è diviso fra il senso di colpa, la fedeltà a Egisto e la sofferenza per l’odio della figlia. Venendo alla realizzazione del teatro comunale si può eccepire una Klytämnestra che dal punto di vista scenico non rende appieno il suo travaglio psicologico (troppo elegante e ieratica), l’assenza dell’importantissimo finale previsto da von Hofmannsthal (la danza bacchica di Elektra) e – questo sì quasi inaccettabile – una resa del personaggio di Egisto quale dittatore sudamericano ubriaco (addirittura con bottiglia in mano) agghindato con medagliere sul petto. Ma l’impianto complessivo è solido e registicamente (Guy Joosten) di alta qualità considerando anche che il carcere è rappresentato come ambiente quasi senza tempo (se si eccettua la vestizione iniziale delle carceriere) che contribuisce al senso di isolamento drammatico di Elektra. Di altissima qualità la prova di Elena Nebera (Elektra) di gran lunga superiore a tutti gli altri protagonisti. Brava anche Natascha Petrinsky nel ruolo di Klytämnestra; buoni professionisti sono anche Anna Gabler (Chrysothemis) e Jan Vacik (Orest) assecondati da un’ottima direzione di Lothar Zagrosek che ha saputo trovare un giusto equilibrio fra il dramma e gli aspetti lirici che non mancano nella partitura Straussiana. Per una volta un successo pieno tributato dal pubblico a un’opera non facile e non dalla sguaiata clacque che così sovente infesta le “prime” del teatro bolognese. 

HappyHappy

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