Operistica, Recensioni

Attila – Teatro comunale Bologna 23 Gennaio 2016

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Con buonissima pace dei lodevoli sforzi di alcuni direttori d’orchestra e musicologi bisogna avere il coraggio di dire che l’Attila del grande Giuseppe andrebbe riposta nel dimenticatoio musicale senza rimpianti. Perché questa operazione di archeologia melodrammatica sia stata concepita dal management del teatro comunale di Bologna può essere solo oggetto di congetture. Volontà di innovare/rinnovare? Basso costo realizzativo? Semplicemente un errore? Naturalmente la clacque opportunamente foraggiata (che pena questa abitudine così stupidamente provinciale!) ha tentato di scaldare l’atmosfera ma con risultati risibili soprattutto intervenendo chiaramente a comando, dal momento che al termine di alcune arie non si è mossa. L’opera è semplicemente scombiccherata, con un libretto che degli aspetti storici degli eventi del V secolo d.C. ha solo i nomi, con un gusto tutto ottocentesco del polpettone a fosche tinte in spregio a qualsiasi logica. A ciò si aggiunga una lingua da settimo grado spesso incomprensibile nel costrutto al limite della crittografia e nei vocaboli (conca=coppa, stranio=straniero e così via). E da dove arriva il dio Wodano? Una traduzione sciagurata di Wotan/Odino? Purtroppo mentre in altre opere verdiane la musica in qualche modo mitiga l’inaccettabile qualità del libretto qui sono evidenti tutti i limiti del primo Verdi con quelle ripetitive introduzioni alle arie contraddistinte dalle due note di valore metà in levare. Un Verdi immaturo, scontato o – più semplicemente – scadente. Un Verdi provinciale che pare essere scarsamente consapevole del contesto culturale che in quel tempo caratterizzava il mondo musicale europeo e persino italiano. Interessante comunque nella breve scena con Leone i chiari riferimenti musicali ai toni del commendatore nel finale del Don Giovanni. Perché comunque ripescare quest’opera – aspetti economici a parte – quando ad esempio da tempo immemore – solo per citare qualche esempio – mancano dal palcoscenico bolognese “I maestri cantori di Norimberga” wagneriani o l’ “Otello” verdiano? E se i problemi sono quelli di budget (certamente!) perché continuare con un’organizzazione autarchica anziché cercare di stringere accordi duraturi e strutturali con altri teatri (ad esempio il Regio di Torino e il teatro di Genova sufficientemente lontani per evitare di pestarsi i piedi)? Insomma soli e nudi alla meta con esiti facilmente immaginabili salvo poi richiedere il ripiano del deficit in nome di un astratto concetto di cultura, come richiesto dal sovrintendente Sani nell’ultima riunione in presenza del ministro Franceschini: non sarebbe meglio prendere il toro per le corna con azioni incisive e coraggiose senza nascondere scheletri nell’armadio (v. anche mio post relativo)? E magari con un sovrintendente che esercitasse il suo ruolo a tempo pieno senza altri incarichi come qualunque AD di una società, visti anche i suoi emolumenti? Ma torniamo al maledetto unno. Nella vicenda narrata Attila ha una grandiosità inaspettata, si potrebbe dire una nobile coerenza a fronte degli altri personaggi da operetta pronti a cambiare opinione e atteggiamento ogni tre battute. Nel contesto di un’opera scadente va in ogni modo sottolineata una realizzazione di qualità. In primo luogo la direzione di Mariotti, impeccabile sotto ogni profilo, che ha saputo trarre dall’orchestra del teatro il meglio che può offrire. Ottima anche la messa in scena sotto la regia di Abbado  con arredi e costumi senza tempo e luci fredde a sottolineare la vicenda cupa dell’opera. Nel cast va lodata l’interpretazione perfetta di Ildebrando D’Arcangelo nel ruolo di Attila (insufficientemente applaudita dal pubblico). Ottimo anche il soprano Maria José Siri specialmente nei toni flautati mentre mostra qualche limite nelle arie drammatiche. Il tenore Fabio Sartori  ha offerto una buona prova nei limiti di una voce di qualità non eccezionale. Molto bravi Gianluca Floris e Simone Piazzola rispettivamente nei panni di  Uldino ed Ezio e anche Antonio di Matteo nella breve parte di Leone.  Pubblico delle migliori occasioni bolognesi che ha tributato alla rappresentazione un buon successo. … e mira ed è mirata e in côr s’allegra…
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Interpreti
Attila
Ildebrando D’Arcangelo

 

Ezio
Simone Piazzola
Odabella
Maria Josè Siri
Foresto
Fabio Sartori
Uldino
Gianluca Floris
Leone
Antonio Di Matteo
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Daniele Abbado
Scene e luci
Gianni Carluccio
Costumi
Gianni Carluccio
Daniela Cernigliaro
Movimenti scenici
Simona Bucci
Regista collaboratore
Boris Stetka
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con Teatro Massimo di Palermo e Teatro La Fenice di Venezia

Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO

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Giovanna d’arco revisited – La Scala 18 Dicembre 2015

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Rispetto al commento a caldo (http://wp.me/p5m12m-KB) dopo la visione della “prima” in TV il giudizio complessivo non cambia. Vanno però sottolineati due aspetti (non individuabili in TV): le proiezioni animate iniziali sullo sfondo (molto bella quella che ricorda la battaglia di San Romano di Paolo Uccello) e alcune correzioni registiche delle posizioni e della gestualità degli interpreti. Significativo anche il miglioramento del baritono Devid Cecconi nel ruolo del padre nello scombiccherato libretto di Temistocle Solera. Per il resto confermo il mio giudizio sostanzialmente negativo, forse leggermente meno negativo della “prima”.

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PS Ricordo che è in corso un sondaggio presso i miei lettori riguardo all’opportunità di fare precedere i concerti da una presentazione verbale: esprimere un voto è un aiuto a migliorarne la qualità.  
                                                   
PPS Le risposte sono anonime….

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Giovanna d’arco – La Scala 7 Dicembre 2015

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Certamente l’opera non appartiene ai capolavori verdiani e che la giunonica Netrebko possa rappresentare una giovane diciassettenne richiede un bello sforzo di immaginazione. Ma tant’è: siamo ormai abituati persino a delle Mimì in pieno climaterio. L’espediente scenico di alludere tramite la presenza ossessiva di un letto a una possibile pazzia di Giovanna nella cui immaginazione si svolge tutta l’azione scenica ha ormai fatto il suo tempo. Ovviamente Friederich Schiller avrebbe citato in giudizio lo sventurato Temistocle Solera, autore dello sgangherato libretto, se solo avesse osato citarlo come ispiratore. Si inizia con una Netrebko in bianco e nero durante l’ouverture in un letto di manicomio. Si presenta re Carlo (Francesco Meli) che è stato immerso nella porporina. Giovanna assiste e intanto si spoglia per prepararsi alla vestizione da pulzella guerriera. Dopo l’aria (purtroppo anche troppo verdiana) in cui essa chiede alla vergine (con tanto di statuetta di Lourdes in mano -pfui) di essere prescelta, Carlo si risveglia. Dopo il risibile coro degli spiriti malvagi (peraltro pieni di buon senso) Giovanna inizia la vestizione stile pupo siciliano. Duetto senza orchestra mentre Giacomo – padre di vaga ispirazione talebana – crede la pulzella preda dei demoni! Inizia il primo atto con il tradimento di Giacomo, voce oggettivamente modesta, ingolata e piatta (Devid – sic -Cecconi, sostituto dell’indisposto Alvarez). Non vista assiste il pupo siciliano Netrebko nel suo ridicolo costume che terminata la battaglia e rivestitasi con tailleurino blu si prepara all’incontro con Carlo. Amore a prima vista ma rimproveri degli spiriti celesti per un amore terreno. Dopo il trionfo tributato dal popolo, Giovanna (sempre stesa sul letto) si dibatte fra amore e dovere e intanto gli spiriti malvagi (mascherati da diavoli rossi con tanto di ali infernali intorno al solito letto, in puro stile carnevale veneziano) si fregano le mani per averla corrotta in una sorta di notte di Valpurga di noantri. Inizia il secondo atto con la pulzella nuovamente in camicia da notte che viene costretta a reindossare il costume da pupo. Immagine pessima e ridicola unitamente al porporino Carlo: manca solo il feroce saladino… Ma ecco il perfido Giacomo ingolfato in una improbabile palandrana verde che si allea con il nemico e durante il trionfo di Giovanna la accusa di impuritá. Perché Giovanna non risponda mandandolo a quel paese è un mistero che ovviamente resterà irrisolto. Dannazione della pulzella che nell’ultimo atto è di fatto legata a una croce fino alla redenzione del padre che capisce di essere solo un pirla. Finalino edificante con la pulzella che assurge in cielo al posto del rogo di prammatica. Una regia sgangherata assolutamente indegna della scala (e ci si sono messi in due, Moshe Leiser e Patrice Caurier!). La Netrebko è una grandissima artista e Francesco Meli non ha sfigurato. Chailly ha fatto del suo meglio, spesso esagerando con la foga, per tenere in piedi uno spettacolo veramente indegno di una prima della Scala. Una serata da dimenticare. Applausi modesti nonostante una clacque in grande spolvero. Balle sparate a palle incatenate dalla TV di regime sull’inesistente successo: ignoranza o solo ignobile piaggeria?
PS Ore 6. Leggo sui giornali di un trionfo stellare. La durata degli applausi passa nei vari quotidiani da 8 a 9 fino a 13 minuti (una frangia dello spazio-tempo di Einstein?). La maggior parte degli articoli paiono scritti in anticipo e impera naturalmente il gossip sulle toilettes e l’avvenenza (vera o presunta) delle gentili signore. Speriamo che nei prossimi giorni e negli articoli più seri e meditati si legga qualcosa di sensato che abbia a che fare con un’analisi critica dell’opera e della sua messa in scena. Che io abbia sbagliato indirizzo e assistito allo spettacolo sbagliato?🙄

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