Operistica, Recensioni

Othello – La Scala 4 Luglio 2015

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Da molto tempo non assistevo a un coro di “buh” (meritati) di questa portata in un teatro d’opera italiano (e un plauso alla Scala dove i buh non sono trattenuti come invece nel teatro bolognese regolarmente imbottito di claque). Una vera tempesta che ha coinvolto direttore d’orchestra e regista “in primis” ma che ha quasi travolto anche il cast vocale. Questa opera “seria” di Rossini è uno dei suoi vertici musicali (se si prescinde dal libretto) che non viene rappresentata frequentemente. Opera vocalmente impegnativa alla portata comunque (teoricamente) del cast selezionato.
Othello 1
Il libretto assolutamente risibile nella sua pochezza e illogicità deriva vagamente dalla tragedia Shakespeariana. Cassio diviene Rodrigo (perché?), una parte significativa l’ha il padre di Desdemona Elmiro, mentre Jago non assume quel ruolo fondamentale che ha nella tragedia del Bardo. L’adesione solo molto parziale di un libretto al testo originale è ormai fatto accettato senza problemi (si pensi alle opere verdiane da  Shakepeare  quali Macbeth o Falstaff) ma nel caso in questione tutto è stravolto a partire dalla figura di Desdemona che risulta una ragazzotta spaesata che non capisce cosa stia succedendo muovendosi come un’oca giuliva (e la regia ci mette del suo in aggiunta al libretto). Il fatidico fazzoletto si trasforma in un biglietto d’amore indirizzato da Desdemona a Othello ma da questi interpretato come indirizzato a Rodrigo (tradimento e vendetta!). Giustamente Byron si scandalizzò di fronte all’opera. Bene o male (assai più male che bene) si tratta comunque della vicenda del moro e della sua gelosia. La direzione di Muhai Tang si rivela assolutamente non all’altezza fin dall’ouverture: fiacca, strascicata e priva del vigore che la partitura richiederebbe e prosegue piatta per tutta l’opera senza alcun momento di riscatto. Pessima quanto mai la regia. Si inizia con una Desdemona che fa una sorta di passerella durante l’ouverture agghindata con un trionfo di piume (che cascano) in una mise ottocentesca improbabile che porterà fino all’ultimo atto, nel quale invece indossa una veste da camera identica a quella di Othello (si sono accordati almeno per uno stesso stilista…). Il trionfo di Othello nel primo atto è un banchetto di nobili ottocenteschi con tanto di tuba, il vecchio doge esibisce un parkinson da ricovero e a un certo punto dell’atto si presentano due comparse con irroratori automatici stile vigna che bagnano il palcoscenico (umidificazione d’antan data la calura milanese?). Jago e Rodrigo, durante la tragedia, pur impegnati nel complotto, se la spassano comunque con cortigiane in calore. Si potrebbe continuare ma il peggio viene ammannito nel terzo atto dove viene portata sul proscenio un’ingombrante gondola (cui manca però il rostro di prua)  intorno alla quale ruotano i due protagonisti che salgono sull’imbarcazione solo per l’accoltellamento dell’improbabile Desdemona. Mentre nessuno capisce perchè Othello poi decida di pugnalarsi  (tutto avviene in un millisecondo) i tendaggi che fanno da contorno alla scena cadono lasciando il posto a un successivo tendagggio sul quale è stampata una visione sfocata di Broadway. Dovrebbe essere un coup de théâtre finale? Se sì, fallisce miseramente come peraltro l’intera regia. Tutti i personaggi si muovono nel corso dell’opera in modo scoordinato e in particolare Desdemona che risulta una sciocchina che non sa mai che pesci pigliare. Insomma un disastro che irrita a tal punto gli spettatori da farli esplodere alla fine in un liberatorio buh corale ben meritato. Dal  punto di vista vocale il migliore è certamente Rodrigo (Juan Diego Flórez  – con prolungati e meritati applausi al termine dell”opera)  e ottima è anche l’ancella Emilia (Annalisa Stroppa). Gregory Kunde (Othello) e Desdemona (Olga Peretyatko) non sono certamente dei protagonisti indimenticabili forse impacciati dalla regia dilettantesca. Fin dalla prima aria Kunde appare non a suo agio nella parte. Anche nella “canzone del salice” (dove l’arpa di accompagnamento è spinta in palcoscenico su un carrello con tanto di intoppo del carrello stesso) la Peretyatko  non raggiunge livelli di eccellenza pur mantenendosi a un livello accettabile. Jago (Edgardo Rocha) è insignificante mancandogli – anche per colpa del libretto – quell’accento malefico che contraddistingue il personaggio.  Nella norma Elmiro Barberico (Edgardo Rocha). A conti fatti una serata da dimenticare assolutamente non all’altezza della tradizione scaligera.
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