Cameristica, Recensioni

Yuja Wang – Berlino Philharmonie 13 Giugno 2016

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Con buona pace del maestro di musica del conservatorio di Genova (che afferma di avere suonato in tutto il mondo – si può essere invitati anche al dopolavoro ferroviario di Garching in Baviera…) che considera Yuja Wang uno scartino e che mi ha infamato su Facebook per avere “osato” accostarle la peraltro bravissima Beatrice Rana, la mini-cinese ha tenuto un concerto memorabile alla Philharmonie di Berlino in cui ha eseguito anche autori che fino ad ora non aveva affrontato e in particolare Beethoven con la sua sonata monumentale op. 106. Yuja Wang fa ormai parte dell’olimpo internazionale pianistico dopo la fortunata sostituzione di Martha Argerich e il favore di Abbado. Dotata di una sorprendente tecnica (sempre al servizio dell’interpretazione, non come certi macellai che infestano il panorama pianistico) ha ormai un repertorio vastissimo e il programma alla Philharmonie ne ha ampliato i confini. Diciamo subito che la “prova” Beethoven è stata superata a pieni voti. Un’interpretazione profonda, magistrale, con tutte le necessarie sfumature nel monumentale adagio e con una esecuzione perfetta della fuga finale che, eseguita quasi al tempo metronomico indicato da Beethoven, è riuscita ciò nondimeno a sottolinearne tutti gli aspetti strutturali con il dovuto risalto dei temi e rendendo appieno le parti più melodiche. Del programma presentato purtroppo qualcosa è stato arbitrario: eseguire due sole delle 4 ballate di Brahms che formano un “corpus” unico del Brahms giovanile è una scelta non felice e riflette una debolezza della Wang che ha registrato nello stesso spirito le variazioni su un tema di Paganini del compositore amburghese nella forma della ormai famosa esecuzione di Michelangeli, un arbitrio che forse poteva essere accettabile negli anni ’30 ma che oggi non trova alcuna giustificazione. Forse una ragione per questa esecuzione parziale sta nel minutaggio ma la scelta non appare comunque giustificata. Esecuzione certamente di altissimo livello specialmente nella prima ballata dove l’atmosfera mistica ha trovato una perfetta scelta di intensità e tocco. Ha completato l’impegnativo programma la Kreisleriana di Schumann, la cui esecuzione – seppure ancora una volta a livelli eccezionali – non è stata contraddistinta da scelte sempre felici. Troppo spesso la ricerca spasmodica di effetti interpretativi legati ad ogni singolo passaggio hanno spezzato il flusso melodico della composizione. Non va comunque dimenticato che il programma presentato è stato finora eseguito poche volte in pubblico e ben sappiamo che ogni programma necessita di rodaggio, come ci insegna Sokolov, che esegue per una stagione intera un solo programma. Come bis la Wang ha eseguito la trascrizione lisztiana di “Gretchen am Spinnrade”, una rivisitazione virtuosistica di temi della Carmen di autore a me ignoto e il valzer in do diesis minore di Chopin, tutti interpretati perfettamente. Grande successo di pubblico che occupava il 65 % del Großer Saal della Philharmonie. Speriamo che Musica Insieme di Bologna inviti la Wang quanto prima per un concerto solistico dopo quello del 2012. Nota di colore: due vestiti nelle due parti del concerto. Il primo lungo da gran sera e il secondo – secondo la tradizione della Wang – con uno spacco alla Belen Rodriguez.


HappyHappy

PS Ricevo da un ANONIMO difensore d’ufficio del teatro comunale di Bologna all’indirizzo 3935451877@tre.it che risulta inesistente un commento irritato e negativo nel quale mi dà dell’incompetente per le mie critiche al teatro, suggerendomi di occuparmi solo di ingegneria. Non pubblico commenti privi di nome e cognome e avrei voluto rispondergli privatamente ma l’indirizzo – come ho detto – è inesistente. Questo è comunque il testo che spero lo raggiunga. In primo luogo sappia che sono diplomato in pianoforte col massimo dei voti prima di essere laureato in ingegneria (a differenza Sua). In secondo luogo pubblico tutti i commenti – anche i più negativi – SOLO se corredati di nome e cognome, come la buona educazione richiede, regola che evidentemente Lei non conosce. Terzo il favore che riscuote il mio blog è certamente indice che quanto scrivo è condiviso.  Naturalmente sarò felice di pubblicare i Suoi commenti se avrà il buon gusto di firmarsi, mettendoci la faccia come faccio io e non nascondendosi dietro l’anonimato. Avendo molte primavere sulle spalle è con grande dispiacere che assisto all’irreversibile degrado del nostro teatro, che ha visto stagioni e gestioni di ben altro livello. Le garantisco comunque che continuerò a scrivere ciò che ritengo giusto (recensioni, NON “presentazioni” asettiche, come fanno certi “critici” garantendosi un costo del biglietto nullo…) pubblicando anche i pareri discordi purché firmati ed educati. Temo che sia Lei a dovere imparare un mestiere oltre che l’educazione. Distinti saluti.

SadSad

Programma
J. BRAHMS: Ballate Op. 10, N. 1&2
R. SCHUMANN: Kreisleriana, Op.16
L.V. BEETHOVEN: Sonata Nr.29 B-Dur, « Hammerklavier»
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Operistica, Recensioni

Der Rosenkavalier – La scala 7 Giugno 2016

 
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Ma perchè per assistere a un bello spettacolo dopo la miseria del teatro Comunale di Bologna bisogna emigrare alla Scala? Eppure il  teatro bolognese è stato nel passato capace di grandi produzioni: il Ring degli anni ’90, il Faust degli anni ’80 e più recentemente Le nozze di Figaro di Martone e Mariotti. Vogliamo sottolineare che non è solo una questione economica ma ben diverso era il management? Der Rosenkavalier per alcuni non è la più bella opera di Strauss; per me è una di quelle che rivedrei in continuazione. La bellezza della musica che riflette perfettamente l’impareggiabile libretto di Von Hofmannsthal (nonostante il suo tedesco-austriaco impervio) ne fanno un capolavoro assoluto. Il valzer che viene ripetutamente ripreso nel corso dell’opera (una sorta di leitmotiv del postwagneriano Strauss) è fra le cose più belle del compositore di Monaco. Il finale, la fine del primo atto e tutta la vicenda della marescialla che accetta il passare del suo tempo senza tristezza ma con consapevole distacco e allo stesso tempo con affetto sono difficilmente riscontrabili in altre opere. Non posso negare che probabilmente la storia del libretto può essere apprezzata appieno proprio da coloro che con la marescialla condividono l’autunno della vita.  Zubin Mehta rende perfettamente l’atmosfera dell’opera e ha i suoi momenti migliori nelle parti più liriche ma tutta l’orchestra offre una grande performance all’altezza delle sue tradizioni (ma a riprova che nessuno é perfetto un corno stecca nelle prime battute dell’opera). La scenografia si avvale di gigantografie in bianco e nero sullo sfondo che nel primo atto ingrigiscono  eccessivamente l’ambiente ma trova una sua perfetta collocazione nel viale alberato e spoglio (da sunset boulevard invernale) della fine del primo atto che riflette perfettamente le considerazioni della marescialla. Perfetta invece l’ambientazione Hofburg della residenza dell’arrampicatore sociale Faninal (moderna versione del molieriano Bourgeois gentilhomme) e la collocazione Prater-bosco viennese dell’ultimo atto dove i personaggi grotteschi rendono appieno lo spirito carnascialesco di Von Hofmannstahl. La bellezza dell’opera risiede proprio nella perfetta fusione fra il piano intimistico della marescialla e dei due giovani innamorati e quello farsesco grottesco di Ochs, una fusione che in nessun altro libretto dello scrittore austriaco è rinvenibile. Il tocco finale del fazzoletto raccolto dal servitore di colore che fa della marescialla una equal opprtunity employer – all’inizio del ‘900! – completa lo spirito ironico, distaccato ma anche bonario e mitteleuropeo del libretto. Der Rosenkavalier è opera corale dove tutti i personaggi giocano un ruolo importante con la marescialla e Ochs in primo piano. La marescialla di Krassimira Stoyanova è perfetta, con una voce in grado di modulare tutti i toni della impervia partitura straussiana. L’Ochs di Günther Groissböck è di altissima qualità dal punto di vista vocale: dal punto di vista scenico è un po’ più debole a causa dell’eleganza della figura che dovrebbe invece, nella visione di Von Hofmannstahl, sottolineare la sua grossolanità con un aspetto grasso e basso. Tutti gli altri personaggi cantano molto bene: leggermente un tono sotto la Sophie di Christiane Karg cui manca l’ironia del personaggio ufficialmente dimesso ma sostanzialmente ben consapevole dei propri scopi.  Giustamente molte le repliche scaligere giustificate da un grande successo di pubblico. Forse l’opera che dura 4 ore e mezza dovrebbe iniziare alle 18 e non alle 19 permettendo al pubblico un ritorno a casa più agevole come avviene ormai in tutti i grandi teatri europei.

HappyHappy

Cast

Direttore
Zubin Mehta
Regia
Harry Kupfer
Scene
Hans Schavernoch
Costumi
Yan Tax
Luci
Jürgen Hoffman
Video
Thomas Reimer
CAST
Die Feldmarschallin
Krassimira Stoyanova
Der Baron Ochs auf Lerchenau
Günther Groissböck
Octavian
Sophie Koch
Faninal
Adrian Eröd
Sophie
Christiane Karg
Jungfer Marianne Leitmetzerin
Silvana Dussmann
Valzacchi
Kresimir Spicer
Annina
Janina Baechle
Ein Polizeikommissar
Thomas E. Bauer
Ein Notar
Dennis Wilgenhof
Ein italienischer Sänger
Benjamin Bernheim
Ein Wirt
Roman Sadnik
Der Haushofmeister bei der Faninal
Michele Mauro

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Operistica, Recensioni, Sinfonica

Yoshida Masleev – FTCB Teatro Manzoni 6 Giugno 2016

 
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Il giovane Masleev è pianista di solidissime basi tecniche, di buona musicalità e di rispetto dello stile dei brani eseguiti. Il primo concerto di Čajkovskij è una partitura di impervie difficoltà tecniche risolte con apparente facilità dal giovane russo, vincitore del concorso Čajkovskij del 2015. Quello che appare ancora mancare è la maturità interpretativa che è qualità certamente alla sua portata se avrà la pazienza di continuare i suoi studi senza farsi attrarre da troppi concerti, un problema che purtroppo affligge molti giovani interpreti. Lo star-system della musica classica ha sempre più bisogno di nuovi talenti da immettere in un mercato diventato difficile e Masleev è certamente elemento molto “appetibile” per la sua giovane età e per la vittoria a uno dei più importanti concorsi pianistici del mondo. Due i bis eseguiti entrambi di Čajkovskij. Purtroppo l’esecuzione del concerto di ieri sera è stata piagata da un direttore assolutamente non all’altezza, che ha obbligato l’orchestra (e quindi il solista) a un volume di suono eccessivo che non ha permesso di cogliere le sfumature della partitura, la quale in molti casi si è risolta in un approccio muscolare e persino sgradevole. Yoshida è il massacratore della Butterfly di apertura della stagione 2014-2015 del teatro comunale (nelle recenti Nozze di Figaro si è fortunatamente limitato a un direzione piatta e incolore), ha una gestualità esasperata (mentre dirigeva pensavo alla signorilità composta ma autorevolissima di Abbado) e addirittura si esibisce in “stomping” del pulpito (tanto per aumentare il rumore). Che sia stato scelto per le aderenze giapponesi che hanno portato la Filarmonica bolognese a eseguire opere in Giappone con qualche dubbio relativo alla liceità dell’operazione? Una nota di biasimo assoluta per un direttore che speriamo di vedere sparire quanto prima dall’orizzonte bolognese. 

HappySad

 Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in si bemolle minore, op. 23
Leonard Bernstein West side story: Symphonic dance

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Cameristica, Recensioni

Mitsuko Uchida – Ravenna Festival 1 Giugno 2016

 
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Mitsuko Uchida è giustamente da molto tempo ai vertici del pianismo mondiale e il concerto in questione ne è una riprova. Un programma ritagliato sulle caratteristiche principali della pianista giapponese che ha studiato a Vienna e che ora vive in UK: Mozart e Schubert. Il tratto principale di Uchida è certamente una musicalità perfettamente aderente allo stile dei brani eseguiti, un tocco felicissimo e un uso sapiente del pedale. Forse meno valido- oggi –  è l’aspetto tecnico sottolineato da svariati errori nella prima serie di improvvisi di Schubert (D899) e comprovato dai tempi un po’ troppo “cauti” nel secondo e nel quarto improvviso della stessa serie. Bellissimo invece l’incipit del secondo improvviso della seconda serie (D935) con una impostazione interpretativa superba e una sonorità assolutamente perfetta. Bellissima certamente anche l’esecuzione del rondò mozartiano anche se certe libertà ritmiche possono apparire discutibili nel contesto dello stile del compositore salisburghese. Due bis: una celebre sonata di Scarlatti, resa assolutamente senza pedale ma con l’uso continuo di “una corda” (forse per avvicinarsi alle sonorità clavicembalistiche?) e un momento musicale di Schubert. Grande successo di pubblico per l’unica vera manifestazione solistica classica dell’ormai trasformato (in senso peggiorativo) festival ravennate, che costituisce la controprova che anche nell’arte esiste purtroppo un trend populistico.

HappyHappy

 Programma
Wolfgang Amadeus Mozart : Rondò in la minore K511
Franz Schubert:  “Impromptus” Libro I D899, “Impromptus” Libro II D935

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Cameristica, Recensioni

Europa galante – Bologna Festival 31 Maggio 2016

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Della serie “horror” o “non ci facciamo mancare nulla” ci vengono ammannite due non richieste introduzioni “musicologiche” inutili, banali e la prima delle due cosí prolissa che la prima parte del concerto dura solo 25 minuti costringendo la compagine barocca a un “fuori programma” per riportare la durata musicale a un minutaggio decente. Archetti e impugnature di rigorosa impostazione barocca dimenticando che se si volesse tentare di riprodurre un vero contesto barocco bisognerebbe suonare in una piccola sala e non in un auditorium da più di mille posti! Ma illudersi non costa niente. Prima parte Vivaldiana: la musica del prete rosso è sempre gradevole ma durante l’ascolto non potevo dimenticare la caustica affermazione di Stravinskij che Vivaldi aveva composto 400 volte lo stesso concerto! Una esecuzione comunque di buon livello e gradita dal pubblico. Dopo il “fuori programma” di una sonata di Nicolò Corradini viene eseguito “Il combattimento di Tancredi e Clorinda” di Monteverdi accreditato dalla musicologia corrente come primo abbozzo di melodramma. Il programma indica la presenza di  “movimenti scenici” a contorno dell’esecuzione ma si tratta solo dei due protagonisti vocali che si aggirano un po’ spersi per il palcoscenico con un finale in cui il narratore cade volutamente “come corpo morto cade” quale improbabile incarnazione della redenta e defunta Clorinda. Purtroppo l’esecuzione è piagata dall’assenza nel programma di sala del testo che nella dizione imprecisa del tenore narratore risulta totalmente incomprensibile. Una esecuzione quindi complessivamente insufficiente. E con questo concerto si conclude la serie dei “grandi interpreti” 2016 del Bologna Festival con luci ed ombre.  Senza lode e senza infamia.

HappySad

 Programma
Antonio Vivaldi
Sinfonia “Il Coro delle Muse” RV 149
Sinfonia da “La Griselda” RV 718
Sinfonia da “Ercole sul Termodonte” RV 710 (sostituita dal Concerto in sol minore RV 152)
Sonata op.1 n.12 “La follia” RV 63
Claudio Monteverdi
Combattimento di Tancredi e Clorinda
movimenti scenici a cura di Walter Le Moli

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MiTo …ma non Bo – 29 Maggio 2016

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E’ stata annunciata la nuova rassegna MiTo 2016 che Gott sei Dank ha deciso di evitare manifestazioni rock, pop, etc. Non ce ne è proprio bisogno visto che ne siamo sommersi da televisione etc. Ciò di cui vorrei rammaricarmi invece è che Bologna non abbia la capacità (o la voglia) di inserirsi in una manifestazione così ricca e che si tiene in Settembre ovvero senza interferire con altre stagioni. MiTo presenta artisti di affermata fama unitamente a giovani il cui ascolto sarebbe oltremodo interessante visto che di rassegne di giovani nell’ultraconservatrice Bologna non se ne vedono (se si escludono quelle che si tengono  all’Accademia Filarmonica,  più per necessità che per virtù…). Quale recondita ragione sia alla base di questo disinteresse è difficile capire: di certo è una grossa perdita e l’occasione sfumata di allacciare rapporti con le organizzazioni musicali di Torino e Milano. Si sarebbe ancora in tempo ma temo che manchi assolutamente la volontà…

SadSad

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Operistica, Recensioni

Le nozze di Figaro – Bologna Teatro Comunale 26 Maggio 2016

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Scordatevi la bellissima regia di Martone di qualche anno fa ed evitate il confronto con altre edizioni famose. Qui siamo in un altro contesto: un teatro fatto da giovani, con scenografie ridotte al minimo e una regia che dal materiale umano e musicale cerca di ottenere il meglio. Questo per dire che rispetto ad altre pretenziose rappresentazioni del teatro comunale (ad esempio la Carmen) l’opera è risultata gradevole non senza spunti di qualità e in grado di valorizzare la bellissima musica di Mozart e lo strepitoso libretto di Da Ponte.  Il risultato è comparabile a quello del Don Pasquale dello scorso anno e forse la disastrata direzione del teatro farebbe bene a puntare su questo tipo di produzioni anziché lanciarsi in improbabili avventure modernistiche o cercare confronti di qualità con teatri di altri mezzi  e di altre gestioni. Difficile fare una classifica differenziata dei vari interpreti. Di sicuro un plauso alla contessa  di Alexandra Grigoras che ha saputo rendere la bellissima aria “Dove sono i bei momenti” con il pathos e la musicalità richiesti. Ovviamente di successo il Cherubino di Shahar Lavi forse più per l’accattivante presenza scenica che per la vocalità. Un po’ meno di valore vocalmente e musicalmente la Susanna di Alessandra Contaldo mentre i due ruoli maschili si sono mantenuti su un accettabile ma non eccezionale livello. Buono il Basilio di David Astorga e non valutabili gli altri protagonisti per la loro ridotta presenza (e anche per il taglio dell’aria di Marcellina – perchè?). Qualche pecca di sincronizzazione di orchestra e cantanti si è verificata soprattutto nei concertati anche per la responsabilità del direttore Hirofumi Yoshida che ha confermato il suo ridotto valore con una direzione piatta e del tutto poco significativa. Ma Le nozze di Figaro è opera complessa e il confronto con le grandi direzioni impietoso e questa esterofilia giapponese è tutta da capire: non abbiamo in Italia molti direttori della stessa qualità?  Quanto alla regia e alla scenografia bisogna dare atto a Silvia Paoli di avere raggiunto un buon risultato attraverso un gioco di scatoloni e di armadi di costo minimo che ha comunque ottenuto il risultato voluto. In complesso quindi forse uno dei migliori risultati della stagione decretato anche da un non folto pubblico che non ha lesinato applausi sinceri, non inquinati da quella clacque che la direzione del teatro infligge regolarmente alle produzioni “importanti” e raramente di qualità. 

HappyHappy

Cast
Il Conte d’Almaviva
Andrea Vincenzo Bonsignore
Pablo Gálvez (27, 29/5, 1/6)
La Contessa d’Almaviva
Alexandra Grigoras
Arianna Vendittelli
(27, 29/5, 1/6)
Figaro
Lorenzo Malagola Barbieri
Riccardo Fassi
(27, 29/5, 1/6)
Susanna
Alessandra Contaldo
Inés Ballesteros Bejarano
(27, 29/5, 1/6)
Cherubino
Shahar Lavi
Valentina Stadler
(27, 29/5, 1/6)
Basilio / Don Curzio
David Astorga
Bartolo / Antonio
Jaime Pialli
Javier Povedano
(27, 29/5, 1/6)
Marcellina
Silvia Zorita
Barbarina
Carmen Mateo Aniorte
Antonio
Jaime Pialli/Javier Povedano Ruiz (27, 29/5, 1/6)
Don Curzio
David Astorga
Due contadine
Maria Adele Magnelli / Rosa Guarracino (27, 29.05– 1.06)  Marie Luce Erard
Danzatori
ARTEMIS DANZA Diletta Della Martira, Giulio Petrucci
Direttore
Hirofumi Yoshida
Yi-Chen Lin (27 e 29 maggio)
Regia
Silvia Paoli
Scene
Andrea Belli
Costumi
Massimo Carlotto
Luci
Hugo Corugatti
Assistente alla regia
Giacomo Benamati
Assistente alle scene
Carlotta Orioli
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Preparatori cantanti
Giulio Zappa, Michele D’elia
 Progetto OPERA NEXT a cura della Scuola dell’Opera del TCBO in collaborazione Opera Estudio di Tenerife
Produzione del TCBO con l’Auditorium de Tenerife
Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO

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Benjamin Grosvenor- Bologna Festival 25 Maggio 2016

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Apparso out of the blue e senza avere vinto alcun concorso (almeno così dalla sua scarna biografia disponibile in rete) il giovane (24 anni) Benjamin Grosvenor è stato una piacevole sorpresa al Bologna Festival.  Il suo pianismo poggia su una solidissima base tecnica (ne è prova l’esecuzione del Tombeau de Couperin di Ravel e segnatamente della trascendentale Toccata che è certamente assimilabile come difficoltà ai più noti Gaspard de la nuit e  Petrushka di Stravinskji) che però costituisce solo la piattaforma su cui impostare una esecuzione di altissimo livello. Una maturità artistica che nei giovanissimi solo pochi veri artisti sono oggi in grado di esibire a fronte di una massa di atletici muscolari quasi sempre privi di sensibilità musicale. Il programma presentato oltre al già citato Tombeau ha presentato alcuni brani poco eseguiti di Mendelssohn (preludi e fughe)  e  la sonata in sib minore di Chopin. Anche in questo caso è stata la musica a farla da padrone sia nella celebre marcia funebre ma soprattutto nelle sfumature dello scherzo e del primo tempo laddove molto spesso eccessi di velocità virtuosistici offuscano il portato musicale. E financo in Liszt, dove il rischio del funambolismo è costantemente presente, Grosvenor ha saputo tenere una misura encomiabile anche laddove la difficoltà tecnica avrebbe potuto suggerire una diversa impostazione. Naturalmente non sono mancati alcuni aspetti discutibili, ad esempio nel primo brano del Tombeau  ove una impostazione un po’ troppo algida e tecnica ha mancato di mettere in risalto alcune sfumature molto importanti del brano. Ma – sia chiaro – in un contesto assolutamente positivo. Il giovane pianista ha concesso a un pubblico giustamente plaudente (ma purtroppo non osannante come nel caso del macellaio Matsuev…) tre bis assolutamente ignoti al sottoscritto. Food for thought..
 HappyHappy
Programma
Felix Mendelssohn-Bartholdy  Preludio e fuga in mi minore op.35 – Preludio e fuga in fa minore op.35
Fryderyk Chopin  Sonata n.2 in si bemolle minore op.35
Maurice Ravel Le tombeau de Couperin
Franz Liszt Venezia e Napoli  – da Années de pèlerinage, Deuxième année, Italie
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Davide Cabassi – Milano Quartetto 24 Maggio 2016

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Non va per il sottile il giovane Cabassi. Lo si percepisce dalle prime note delle Kinderszenen dove viene totalmente a mancare quell’aura di racconto favolistico che è la cifra della raccolta. Un’impostazione che si perpetua in tutti i brani della raccolta e nel Carnaval. Il pianismo di Cabassi è muscolare con dosi massicce di pedale, un tocco sempre granitico e una ricerca della velocità a scapito dell’interpretazione. Lo si percepisce soprattutto nel Carnaval schumanniano dove nei brani veloci si avventa aggredendoli più che suonandoli, anche in parte temerariamente, perché non sempre sorretto da una tecnica immacolata.  Nella seconda parte vengono eseguiti dei brani interessanti e musicalmente molto piacevoli di N. Castiglioni  (Dulce Refrigerium) che prevedono un breve intervento canoro dell’esecutore. Senza soluzione di continuità (perché?) Cabassi ha poi eseguito i Quadri di Musorgskij che pur dando luogo a risultati migliori rispetto alla prima parte hanno peccato degli stessi difetti. Quello che manca al pianista milanese è quell’opera di raffinamento stilistico che contraddistingue un interprete di valore da un interprete con solide basi tecniche ma carente di valori musicali in senso stretto. E non pare a chi scrive che questa faticosa catarsi sia alle viste. Come primo  bis un virtuosistico Scarlatti con note ripetute.  Il secondo e ultimo bis si è basato su una rivisitazione di “over the rainbow” che scatena un “bravo” a scena aperta (quasi una sorta di grido liberatorio) da parte di un pellegrino del pubblico che chiaramente digiuno di musica  finalmente ha riconosciuto un brano. Senza commenti.
 Sad
Programma
R. Schumann  Kinderszenen op. 15
R. Schumann  Carnaval op. 9
N. Castiglioni  Dulce Refrigerium
M. Musorgskij Quadri di un”esposizione
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Stipendi teatro comunale – 22 Maggio 2016

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Credo che possa essere interessante confrontare gli emolumenti dei vertici del teatro comunale di Bologna con altre realtà bolognesi. Il sovrintendente percepisce 120k€ annuali per un impegno NON a tempo pieno  (10K€ più del predecessore Ernani) ed eguale emolumento percepisce il direttore generale Macciardi il cui stipendio era nel 2014 di 93K€ (un bel salto in due anni a fronte del blocco generalizzato degli stipendi….). Il tutto senza alcuna giustificazione relativa a risultati raggiunti, a fronte di una situazione finanziaria asfittica e addirittura con scioperi minacciati ed esuberi da gestire. Per non parlare di tutte le situazioni non chiare di cui alle mie domande (http://wp.me/p5m12m-Sl).  Derivo l’informazione sugli emolumenti da Repubblica.it (http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/03/26/news/teatro_comunale_guerra_su_stipendi_e_consulenze-136291231/) in quanto in barba alla trasparenza non sono riuscito a trovare l’informazione aggiornata sul sito del teatro (i dati presenti sono – volutamente ? – obsoleti …).  Ma la cosa più interessante è un confronto con altre realtà. Ad esempio la presidente e AD di TPER  (un incarico infinitamente più oneroso, con responsabilità gravissime e che obbliga a un lavoro quotidiano a tempo pieno certamente non inferiore alle 12 ore di cui ho esperienza personale) percepisce – udite udite – 87 K€ annui a fronte di risultati economici di tutto valore. Ora lascio ai lettori giudicare……

SadSad

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Teatro comunale – 19 Maggio 2016

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Contrariamente al solito mi permetto un secondo post in data odierna: qualcuno si è accorto del silenzio assordante del giornalucolo locale “Il Resto del Carlino” sulla vicenda del comunale, degli esuberi, degli scioperi etc. ?  Zitti e mosca, guarda caso… E il comitato di indirizzo ancora una volta non ha idee in materia (dimostrando – se mai vene fosse bisogno – la sua totale inadeguatezza e incompetenza), il sindaco se ne disinteressa (mai toccare temi scottanti in periodo elettorale soprattutto per argomenti che portano pochi voti) e intanto salta una delle poche (forse) interessanti rappresentazioni ovvero Le nozze di Figaro. La cosa forse può fare piacere all’incolto rockettaro Ronki che detesta il repertorio classico (che naturalmente non conosce) ma fa infuriare gli amanti della musica e dell’opera come il sottoscritto. Poi sulla sostanza della vicenda inutile dire che ancora una volta i sindacati esprimono tutta la corporatività che li contraddistingue in ogni settore  e preferiscono che il teatro muoia (Sansone con tutti i filistei) piuttosto che accettare qualche piccola amara pillola in nome di un interesse più alto: la minacciata vita del teatro. Naturalmente confidando che tanto poi una soluzione all’italiana si troverà, proroga, accomodamento etc. Ma basta: le regole sono regole, vanno accettate e vanno fatte rispettareDura lex….

SadSad

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Cameristica, Recensioni

Le concert des nations – Bologna Festival 19 Maggio 2016

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Lo dico forte e chiaro e senza pudori: la fine del concerto è arrivata come una liberazione. Ho sofferto l’intero concerto vicino a un energumeno seduto scompostamente e praticamente in simbiosi con un mozzicone di sigaretta l’Offerta Musicale di Bach è risultata un tormento che ancora una volta un ineffabile Jordi Savall ci ha inferto. La raccolta di brani Bachiani (al pari dell’Arte della Fuga) è musica estremamente rarefatta nella sua algida geometria e richiede, per essere apprezzata, un contesto raccolto, un’esecuzione rigorosamente cameristica. Savall invece, come purtroppo è solito fare,  si disinteressa del risultato convinto che il solo suo nome sia sufficiente a garantire un successo immeritato. Sia ben chiaro: nessun demerito individuale per gli strumentisti ma un’esecuzione complessivamente piatta e monotona e – in sostanza – estremamente noiosa. Sarebbe ora che qualcuno affermasse forte e chiaro che il re è nudo e che il Bologna Festival smettesse una volta per tutte di includere Savall nei suoi programmi. Con buona pace di chi si esalta anche in questo contesto come all’ascolto del canto gregoriano convinto di fare sfoggio di grande competenza musicale. Se non temessi l’ira funesta degli organizzatori mi lancerei nella famosa esclamazione di Fantozzi durante la proiezione della Corazzata Potemkin. Amen.

SadSad

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Recensioni, Sinfonica

Takàcs Kremer – Manzoni Factory 16 Maggio 2016

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Avevo avuto modo di ascoltare Gábor Takács   Nagy in quartetto e ne avevo un ottimo ricordo come violinista e come membro del quartetto.  Nel concerto di ieri sera si è presentato nel ruolo – che svolge sempre più frequentemente- di direttore d’orchestra e con buoni risultati. La sua è una direzione energica che tende più alla visione di insieme di un brano che alla ‘analisi dettagliata dei particolari ma oggettivamente con buoni risultati. Sotto la sua bacchetta (virtuale, perché dirige senza) la filarmonica del teatro comunale ha saputo rendere appieno il significato musicale della seconda sinfonia di Čajkovskij  (oggettivamente non  un capolavoro del compositore russo) riscuotendo un giusto e caloroso applauso del pubblico. Un discorso diverso vale invece per i brani che hanno visto al violino Gidon Kremer. A parte la Sérénade mélancolique  il cui spessore musicale è decisamente ridotto è stato eseguito il famosissismo concerto per violoncello e orchestra dell’ultimo Schumann nella trascrizione “originale” per violino. Una versione decisamente discutibile che sottolinea costantemente come il brano fosse previsto per il violoncello (vista la preponderanza di timbri scuri dell’orchestra) e nell’ambito del quale il violino non trova la giusta sonorità, perdendo quell’aura nobile e fiera che la versione per violoncello fornisce. A questo si aggiunga che Kremer, per sua natura, non è violinista aggressivo ed energico ma “di tocco” il che ha aggravato in senso negativo l’esecuzione del concerto. Mentre è comprensibile che data la rarefatta letteratura violoncellistica si tenti di arricchirla con trascrizioni di brani violinistici il discorso non vale al contrario e certe operazioni di archeologia musicale andrebbero evitate. Il contesto in cui certe trascrizioni avevano un senso (si pensi – ad esempio – anche alla trascrizione Beethoveniana della grande fuga op. 133 per pianoforte a 4 mani che certo non è neppure comparabile alla versione per quartetto) non è quello moderno con tutti i mezzi di riproduzione oggi disponibili. Peccato perché Kremer in altri contesti è capace di superbe interpretazioni: nel caso in questione la sua prestazione è stata appena sufficiente.
 Happy
Programma
Robert Schumann
Concerto per violoncello e orchestra in la minore, op. 129
(trascrizione originale per violino e orchestra)
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Sérénade mélancolique per violino e orchestra, op. 26
Sinfonia n.2  in do minore, op.17 “Piccola Russia
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Cameristica, Recensioni

Lorenzo Bagnati – Talenti Bologna Festival 12 Maggio 2016

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Il concerto comincia in perfetto orario e senza l’abominato pistolotto iniziale. Ben fatto, finalmente! Il giovane Bagnati (17 anni) è promettente: ha una buona tecnica, senso della musica interpretata e indubbia musicalità. La prima parte del concerto (Liszt e Ravel) è certamente la migliore mentre più carente è stata la seconda (Skryabin e Chopin) e segnatamente la sonata op. 58 di Chopin dove nel terzo tempo è mancata la poesia del canto e nell’ultimo tempo il desiderio di impressionare il pubblico ha travolto letteralmente il significato musicale della composizione. Bagnati è molto giovane e avrà certamente modo di maturare sotto ogni profilo perché la stoffa non manca: ha solo bisogno di essere ancora guidato evitando quella china – in cui molti giovani cadono – costituita da  un troppo facile successo iniziale che non lascia spazio alla maturazione. Un bis.

Happy

Programma
Franz Liszt  Vallée d’Obermann da Années de pèlerinage, Première Année, Suisse – L es jeux d’eau de la Villa d’Este da Années de pèlerinage, Troisième Année
Maurice Ravel Jeux d’eau
Alexander Skrjabin  Sonata n.9 op.68
Fryderyk Chopin Sonata n.3 in si minore op.58

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Operistica, Recensioni

Il barbiere di Siviglia – Teatro comunale 11 Maggio 2016

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiDopo un periodo di forzata assenza Kurvenal ritorna ai suoi affezionati lettori (fino al 12 Giugno – a partire da tale data per 15 giorni sarò a Berlino).
 “Famolo strano”  proponeva il coatto Carlo Verdone in una delle sue caratterizzazioni di un famoso film. Eccoci nuovamente di fronte a una tipica messa in scena della improvvida gestione Sani, che per necessità economica o per “virtù” (si fa per dire) ci ammannisce regolarmente scenografie non convenzionali. Nulla da eccepire se solo… fossero di buona qualità. Non è certamente il caso di questo Barbiere nel quale il lato buffonesco eccede oltre misura trasformando un’opera buffa in una pagliacciata della quale certamente non si sentiva il bisogno, strizzando nel contempo l’occhio alla sensibilità più corriva del pubblico (nel caso particolare particolarmente di bocca buona). La cosa da notare in queste regie “creative” (in questo caso di Francesco Micheli) è che sarebbero teoricamente motivate dal tentativo di non riproporre schemi ormai vieti, insomma per interessare il pubblico, mentre di fatto la convenzionalità del non convenzionale risulta più noiosa dei modelli che si vorrebbe mettere in soffitta. E non sono certo un paio di “trovate” (quale  ad esempio il “Pace e bene” cantato da un Almaviva agghindato come un Beatle con mossette da cantante pop o don Basilio come Frankenstein)  a risollevare lo spettacolo. E almeno fosse la parte musicale e vocale in grado di compensare con l’orecchio quello che l’occhio ha sofferto. Nyet. La replica cui ho assistito aveva la seconda compagnia di canto e purtroppo per mio errore ho assistito solo al secondo atto. Quanto basta, comunque. La direzione di Tenan è scialba e piatta e si limita a dare scolasticamente gli attacchi all’orchestra e ai cantanti (e non sempre con precisione..). Quanto alla Rosina di Raffaella Lupinacci il meglio che si può dire è che è piena di buona volontà ma ha terribili limiti nel registro intermedio che risulta costantemente ingolato. Meglio la compagnia di canto maschile senza particolari difetti ma anche senza particolari pregi. E dubito assai che il primo atto sia stato molto meglio.
Siamo ormai alla fine della stagione operistica e un consuntivo è possibile. Ebbene NON una sola opera è risultata al di sopra di un noioso grigiore e quando un’organizzazione non funziona la responsabilità non può che essere attribuita in prima battuta ai vertici. E’ inutile costantemente lamentarsi del budget e auspicare l’interesse di ipotetici “cavalieri bianchi” se il prodotto non ne giustifica la presenza. E questo nonostante l’ulteriore e imprevisto generoso contributo di 500K€ da parte del comune. La triste realtà è che il teatro comunale con la gestione attuale dovrebbe risolversi ad abbassare le proprie prospettive riducendosi ufficialmente a teatro di periferia e che fino a quando lo spirito che  ancora aleggia è quello del rockettaro Ronchi (rimane ridicolmente e drammaticamente famosa la sua affermazione da spettatore presente solo con biglietto gratuito da assessore – qualcuno l’ha visto recentemente in teatro…? – che per attrarre più pubblico è necessario incrementare il numero di opere moderne come Qui non c’è perché!), del quale Sani è il perfetto sodale (a caro prezzo per il teatro a fronte di 30 licenziamenti), non c’è nulla da sperare. Amen.
PS In un mio precedente post http://wp.me/p5m12m-Sl avevo posto una serie di quesiti: qualcuno si immagina che abbiano avuto anche una sola risposta? Eppure rispondere agli abbonati oltre che un necessario atto di educazione è un dovere nei confronti del pubblico pagante. Mais tout se tient...

SadSad

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Il cast

 

Il Conte di Almaviva Alessandro Luciano 
Bartolo Marco Filippo Romano 
Rosina Raffaella Lupinacci 
Figaro Vittorio Prato 
Basilio Abramo Rosalen 
Berta Laura Cherici
Fiorello Gabriele Ribis
Un ufficiale Sandro Pucci
Direttore Carlo Tenan
Regia Francesco Micheli
Scene e luci Nicolas Bovey
Costumi Gianluca Falaschi
Progetto Video Panagiotis Tomaras
Assistenti alla Regia Erika Natati
Valentina Brunetti
Costumista collaboratore Gianmaria Sposito
Maestro del Coro Andrea Faidutti
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Orchestra Mozart – Bologna 8 Maggio 2016

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E’ con grande dispiacere ma anche con grande rabbia che assisto alla prevedibile, inevitabile deriva del crowdfunding della Orchestra Mozart. Sul sito è oggi proposta una sorta di lotteria che assegna a sorte fra i sottoscrittori un abbonamento Spotify a fronte dell’inevitabile esaurimento di contributori, un fenomeno ampiamente prevedibile per un’iniziativa dilettantesca e velleitaria che potrebbe essere salvata solo dall’intervento di un improbabile “cavaliere bianco”, categoria oggi in via di rapido esaurimento senza un ritorno di immagine significativo. Ciò che maggiormente irrita è lo scadimento a livello di iniziativa pubblicitaria che avrebbe fatto orrore al fondatore dell’orchestra Abbado.  E chi oggi rifiuta di aprire gli occhi di fronte alla realtà contribuisce unicamente a prolungare l’agonia di una iniziativa nata morta prima di nascere. Che alla fine servirà solo a rifornire parzialmente le casse disastrate dell’Accademia visto che i contributi non saranno resi in caso di fallimento. Ci manca solo che alla fine venga proposta una “riffa” felliniana… (Devo a una segnalazione di un lettore che desidera restare anonimo – ammettere di leggere Kurvenal come centinaia di assidui lettori è forse marchio di infamia? – che il regista dell’episodio “La Riffa” di Boccaccio ’70 non era Fellini ma De Sica).

SadSad

PS scrivo queste righe essendo uno degli sventurati sottoscrittori…
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Quatuor Hermés – Talenti Bologna Festival 28 Aprile 2016

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È stato un piacere ascoltare il concerto di questo giovane quartetto che ha già in repertorio composizioni poco eseguite ma meritevoli di ascolto. È il caso Èduard Lalo e Gabriel Faurè, esponenti della generazione di compositori francesi a cavallo della fine del XIX secolo che hanno improntato con le loro opere quella feconda stagione culturale. Mentre il brano di Lalo subisce ancora fortemente l’impronta beethoveniana ma senza venirne troppo condizionato, più innovativo è il quartetto di Faurè con quell’assolo iniziale di viola così inconsueto nella letteratura quartettistica.  Fra i due brani francesi un interessante tempo di quartetto a sé stante del giovane Webern che mostra tutto l’influsso che Brahms ebbe sul compositore austriaco per lo meno nelle sue prime opere. Il Quator Hermés ha certamente favorevolmente impressionato il non folto pubblico con un’esecuzione stilisticamente impeccabile, un affiatamento degli strumentisti di notevole impatto e al contempo con una freschezza di impostazione che raramente si incontra nelle giovani compagini. Un concerto che certamente ha meritato di essere incluso nella rassegna dei “Talenti” del Bologna Festival.
PS Non possiamo che rallegrarci che il Bologna Festival abbia rinunciato alle noiose e inutili introduzioni iniziali…

HappyHappy

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Teatro comunale – 28 Aprile 2016

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In un mio post del 22 Marzo (http://wp.me/p5m12m-Sl)  avevo riportato una mia lettera alla Repubblica di Bologna con una serie di domande relativamente alla scandalosa gestione del teatro comunale che – guarda caso – non era stata pubblicata, con tanti saluti all’onestà intellettuale di un giornale che si piccherebbe di essere un esponente indipendente dell’intellighenzia bolognese e che invece è dominato da consorterie controllate da ben individuati personaggi. Per fortuna ci pensa il corriere bolognese di oggi a sollevare gli stessi interrogativi con due lettere al giornale: fra questi l’aumento degli emolumenti ai vertici del teatro a fronte del silenzio assordante dell’organo di indirizzo e segnatamente del suo presidente per legge, il sindaco Merola. Ora qualcuno dovrebbe spiegarmi come sia possibile avere un organo – selezionato sulla base di criteri che con la musica nulla hanno a che vedere – nel quale un’unica persona – emanazione di Musica Insieme – ha una qualche competenza musicale e con un presidente che probabilmente vede  l’opera e la musica classica in generale come il fumo negli occhi. Per non parlare del precedente assessore alla cultura – il rockettaro Ronchi – legato a doppio filo al sovrintendente, e di quello attuale – probabilmente riconfermato non per meriti ma per affiliazione alla tribù della Frascaroli – che in materia si è esibito in un silenzio assordante. E dire che proprio  per legge ci sarebbe la possibilità di una delega almeno per quanto  concerne il presidente non esercitata a favore di una persona di provata competenza per motivi incomprensibili. E intanto il teatro sprofonda sempre più nelle classifiche nazionali, regala soldi al sovrintendente e al direttore generale a fronte di bilanci “de paura”,  butta soldi in opere moderne che non riscuotono alcun successo di pubblico, si appresta a “esodare” un largo numero di addetti ecc.  Quousque tandem Sani abutere patientia nostra? 

SadSad

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Paredes Ionita – Bologna Teatro Manzoni 26 Aprile 2016

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Come sempre la limitata letteratura violoncellista porta a inevitabili confronti. Le Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra di Čajkovskij sono state il cavallo di battaglia di molti grandi solisti e in particolare di Mstislav Rostropovič: un confronto difficile e persino impietoso che ha visto il giovane violoncellista rumeno Andrei Ionita impegnarsi a fondo in una partitura complessa e in molti tratti tecnicamente molto ardua. Il risultato è stato quello di una buona – non superlativa – esecuzione, non tanto sotto il profilo tecnico (seppure qualche incertezza di intonazione all’inizio del brano si è avuta) quanto sotto l’aspetto interpretativo. Una partitura romantica su un tema barocco richiede un equilibrio fra i vari aspetti stilistici che purtroppo in molte variazioni è venuta a mancare.  Ciò è stato particolarmente evidente nelle parti più liriche dove l’assenza di virtuosismo lascia l’esecutore “scoperto”. I dubbi sulle qualità di Ionita sono stati confermati anche dall’esecuzione di due numeri bachiani (suites prima e terza) che sono risultati particolarmente scialbi e incolori. Un terzo bis di solo “pizzicato” è a me totalmente ignoto. Quanto ai brani orchestrali l’orchestra del teatro Comunale (pardon, la Filarmonica del teatro Comunale….) ha ripetuto quelli che sono i suoi pregi e i suoi difetti. Ottime le sezioni degli archi, decisamente inferiori i fiati dando luogo a un impasto sonoro di qualità variabile. Ma ci ha messo del suo il direttore Paredes che ha iniziato primo e secondo tempo della sinfonia al passo di una marcia funebre, con una dilatazione dei ritmi che hanno totalmente snaturato il bellissimo ordito musicale del compositore russo. Quali recondite pulsioni possano portare a scelte così improbabili non è dato sapere, ma certo il risultato è stato disastroso: meglio il terzo e quarto tempo e non classificabile il pezzo d’occasione di Busoni.

SadHappy

Programma
F. Busoni
Eine Lustspiel Ouverture op. 38
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Variazioni su un tema rococò op. 33
Sinfonia n.5 op. 64
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Orchestra Mozart – 19 Aprile 2016

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Guardo con tristezza sul sito dell’orchestra Mozart all’andamento di raccolta fondi (cui ho generosamente e doverosamente contribuito) e purtroppo la situazione è quella che chiunque abbia un po’ di esperienza in materia di crowdfunding poteva facilmente ipotizzare. Dopo oltre due mesi (ma forse più: non ricordo) siamo al 10% di una cifra indicata e mai giustificata. Il numero di contributori ovviamente ha avuto il tipico andamento temporale: un inizio buono salvo poi scemare verso lo zero.  Il crowdfunding non può essere una operazione velleitaria e – mi si scusi il termine – dilettantesca. Richiede un progetto preciso (un business plan, per essere chiari), tempi certi entro i quali un determinato obiettivo deve essere raggiunto e – soprattutto – l’impegno a restituire i fondi in caso di mancato raggiungimento altrimenti si tratta di beneficenza (e ci sono altre istituzioni che necessitano maggiormente). Niente di tutto questo caratterizza l’operazione in questione e debbo solo segnalare che tante persone amanti della musica si sono rifiutate di aderire all’iniziativa per i motivi suesposti (e anche per motivi meno nobili…). Dopo gli improperi ricevuti per avere predetto la situazione è scarsa consolazione vedere che avevo ragione.  E pour dessus le marché  a una richiesta di chiarimenti non ho avuto neppure il piacere (dovuto) di una risposta. OK: diciamo che si tratta di un finanziamento della disastrata situazione economica dell’accademia? Oppure si continua a sperare nel classico “cavaliere bianco”, una specie piuttosto rara nella situazione presente senza un ritorno significativo almeno di immagine… ?

SadSad

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Cameristica, Recensioni

Grigory Lipmanovič Sokolov – Bologna Festival 19 Aprile 2016

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Involuzione e manierismo: sono questi i due vocaboli che costantemente mi sono circolati in testa durante il concerto del pianista russo. Rispetto alle ultime esecuzioni cui avevo assistito alcuni dei caratteri distintivi che seppur al limite dello stile potevano risultare accettabili in una visione esecutiva molto slava (nel senso migliore della parola) si sono ritrovati nel concerto di ieri sera esasperati oltre misura snaturando molti dei brani in programma. Al manierismo di Sokolov eravamo già stati abituati in un concerto di alcuni anni fa che vedeva nella prima parte brani di Rameau. Là predominavano trilli e gruppetti fino a diventare la cifra portante dell’interpretazione; qui vi è stato un totale stravolgimento dei tempi, allargati senza motivo alcuno. Ne ha fatto le spese in prima battuta la fantasia di Schumann e in particolare il secondo movimento (Durchaus energisch) che di energico non aveva nulla rilassando oltre misura il tempo puntato (così caratteristico delle composizioni schumanniane!) persino nel finale brillante e virtuosistico trasformato in una massa sonora informe. E lo stesso dicasi del primo movimento (Mässig) dove il secondo tema (Im Legendton) ha perso l’aura di mistero risultando in un “lento” senza capo né coda. Inutile dire che lo stesso è accaduto nel finale della fantasia (Langsam getragen) anche se in questo caso l’espressività ha in parte giustificato il tempo scelto. Tutto quanto detto può applicarsi alla sonata in sib di Chopin e in particolare all’ultimo tempo dove un uso quasi nullo del pedale (possibile in una esecuzione esemplare) non ha trovato alcuna corrispondenza in un’impostazione scialba e metronomicamente persino noiosa. Senza lode e senza infamia gli altri brani (Arabeske op. 18 di Schumann e due notturni di Chopin) dove ancora una volta il manierismo l’ha fatta da padrone. A tutto questo va aggiunta una fallosità significativa (addirittura due salti consecutivi identici hanno portato a una nota sporca!). Come bis gli amati Momenti Musicali di Schubert. La serata poi è stata infestata dal solito pubblico modaiolo e ignorante del Bologna Festival che ha ripetutamente applaudito fuori tempo, indipendentemente dalla qualità di quanto ascoltato, quasi in preda a un prurito irrefrenabile da sedare con il battimani (o forse nella speranza di arrivare quanto prima all’intervallo, dove esercitare il proprio ruolo di PR…), il che ha obbligato Sokolov a eseguire secondo e terzo tempo della fantasia (e analogamente per la sonata di Chopin) praticamente senza interruzione. Che pena questa ignoranza unita alla spocchia di cercare di millantare una inesistente competenza con l’applauso in tempo reale!

SadSad

Programma
Robert Schumann
Arabeske in do maggiore op.18
Fantasia in do maggiore op.17
Fryderyk Chopin
Notturno in si maggiore op.32 n.1
Notturno in la bemolle maggiore op.32 n.2
Sonata n.2 in si bemolle minore op.35
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Cameristica, Recensioni

András Schiff – Quartetto Milano 13 Aprile 2016

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I tre autori di riferimento per András Schiff (o Sir András Schiff come indicato nei cartelloni) sono certamente Bach, Beethoven e Schubert (anche se non mancano concerti che includono brani di Chopin, Schumann etc.). Il programma in questione (una vera e propria maratona bachiana – 135 mins di musica più 15 minuti di intervallo e il tema delle Goldberg come bis) rientra nel novero dei suoi autori preferiti essendo poi Bach l’autore che a detta del pianista ungherese egli esegue quotidianamente insieme… alle scale (meditate, giovani leoni, meditate…).  Il Bach di Schiff è quello che maggiormente si avvicina a quello cembalistico, data la quasi assoluta assenza di pedale e una dinamica contenuta che però non corrisponde in alcun caso a una esecuzione monotona. Una scelta difficilissima ma che Schiff rende alla perfezione essendo in grado, pur nell’assenza di grandi variazioni di suono, di inserire quelle sfumature che valorizzano appieno il tessuto musicale. Una grandissima interpretazione di un artista raffinato, dotato di una maturità stilistica difficilmente reperibile nel panorama degli interpreti internazionali.  Interessante il fatto che sul palcoscenico vi erano due Steinway (uno più nuovo e più brillante e uno di alcuni anni con un suono più ovattato – a differenza di molti altri casi nei quali oltre a uno Steinway  c’era un Bösendorfer) selezionati dal pianista ungherese in base alle caratteristiche della partita eseguita. Un successo calorosissimo del foltissimo pubblico.
PS Partendo da Bologna si sta diffondendo un virus pericolossisimo , la “pistolettite” ovvero la moda del pistolotto introduttivo. Purtroppo anche al Quartetto è invalsa l’abitudine di una introduzione musicologica che per il momento è in forma lieve (5 minuti a differenza dei 15-20 minuti sbrodolati a Bologna) e – devo ammettere – di ottima qualità. Speriamo bene….

HappyHappyHappy

 Programma
J.S. Bach ‐ Sei Partite BWV 825 – 830
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Cameristica, Recensioni

Krystian Zimerman – Quartetto Milano 9 Aprile 2016

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Zimerman è certamente un pianista che si inscrive nel novero dei grandi classici contemporanei ma con un occhio rivolto a un recente passato, ai grandi maestri dell’interpretazione che – purtroppo – lasciano spesso il posto a energumeni della tastiera o più semplicemente a funamboli che fanno della tecnica il loro principale e spesso unico pregio. Zimerman è invece pianista che nulla concede al glamour con la sua maniacale cura nel preparare personalmente il suo pianoforte che trasporta in furgone da lui guidato, con un’impostazione classica, stilisticamente rigorosa, curata in ogni dettaglio e sottolineata persino dalla scelta di indossare il frack, costume ormai desueto nelle sale da concerto. Il programma eseguito è lo stesso già eseguito a Bologna e Imola nel Giugno 2015 senza neppure le variazioni giovanili presenti nelle due date dello scorso anno. Ripetere all’infinito lo stesso programma era tipica prerogativa di Sokolov ma evidentemente ha fatto scuola! Per carità: esecuzione eccezionale, raffinata dalle mille ripetizioni ma come sempre un po’ ripetitiva mentre una maggiore varietà sarebbe molto gradita (v. il caso Argerich). Il giudizio rimane lo stesso già espresso precedentemente (http://wp.me/p5m12m-tT) e quindi non lo ripeto, l’unica differenza essendo tempi discutibilmente più stretti nei primi tempi delle due sonate e tre bis lirici di Szimanowksy. Grandissimo (e meritato) successo di pubblico.

HappyHappy

Programma
F. Schubert‐ Sonata in la maggiore op. post. D 959; Sonata in si bemolle maggiore op. post. D 960
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Recensioni, Sinfonica

Argerich Nagy Manchester Camerata – Bologna Festival 6 Aprile 2016

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Difficile dire se si può parlare male di Garibaldi ma ormai del primo concerto di Beethoven suonato dalla Argerich (che ormai si dedica principalmente alla musica da camera e da moltissimi anni non tiene più un concerto solistico) abbiamo fatto il pieno e francamente non si sentiva la necessità di un’ulteriore ripetizione. La grande Martha suona benissimo ma la ossessiva ripetizione dello stesso programma fa nascere dei dubbi e forse richiedere un cambiamento (che so? un V concerto, un concerto di Chopin…) rispetto al I e II di Beethoven, al concerto di Ravel e poco altro sarebbe chiedere troppo? O gli organizzatori sopraffatti dal timore reverenziale verso l’icona del pianismo mondiale, campionessa di rinunce all’ultimo momento, non si attentano convinti che comunque il solo nome sia sufficiente a fare felici gli abbonati? Personalmente mi dichiaro insoddisfatto. E non credo neppure che valga l’ipotesi di problemi di memoria. A parte che ci sono stati (Richter) e ci sono (Pogorelich, Zimerman) grandi artisti che si sono avvalsi e si avvalgono dello spartito che dire del coetaneo Barenboim che in repertorio a memoria ha decine di concerti? E Sokolov etc.? Veniamo al concerto. L’orchestra è quella che è: una formazione come tante che certamente non risulterà negli annali del Bologna Festival e con alcune sezioni deboli, come quella degli ottoni e segnatamente dei corni che denunciano preoccupanti incertezze nell’adagio della prima sinfonia mozartiana. L’esecuzione della Jupiter è accettabile con un buon finale che riscatta in parte l’esecuzione scialba degli altri tempi. L’esecuzione della Argerich del concerto beethoveniano è impeccabile (probabilmente sarà la trecentesima volta e più che l’esegue) con un fraseggio sapiente e una tecnica che di certo non fa presagire l’età della pianista. Forse leggermente discutibile è il tempo staccato nel finale, eccessivo al limite del virtuosismo fine a sé stesso che finisce per deprimere il significato musicale del brano. Come unico (unico come al solito) bis viene eseguita la celebre toccata scarlattiana (quella delle note ribattute – per intenderci – che potrebbe essere rinominata “il trionfo del doppio scappamento”), un cavallo di battaglia della pianista argentina dagli anni ’60 (ce n’è una registrazione anche su youtube) che era già stata un cavallo di battaglia di Horowitz. Un’esecuzione tecnicamente strabiliante anche se molto discutibile sul piano stilistico, visto che la composizione era stata prevista per il clavicembalo, uno strumento che di certo non permetteva la stessa velocità, neppure da lontano. Un eccellente (ma non strepitoso) successo di pubblico.

Happy

  Programma
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.1  in mi bemolle maggiore K.16
 Ludwig van Beethoven Concerto n.1  in do maggiore op.15
 Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.41  in do maggiore  K.551 “Jupiter”
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Trio Ars et Labor – Musica Insieme Ateneo 5 Aprile 2016

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La serietà di un concerto si misura fin dall’inizio da come l’organizzazione “tiene” la sala. Nel caso in questione viene fatta entrare durante l’esecuzione del trio Brahmsiano una torma rumorosa di ragazzotti, totalmente ignari del galateo richiesto da un concerto, cosa che alla fine del brano suscita lo sdegno ad alta voce, giustificatissimo, di una spettatrice. Chi arriva in ritardo sta fuori fino alla fine del brano in esecuzione e basta, anche perché trattandosi di giovani spettatori la cosa ha un valore didattico. Essendo poi stato costretto ad emigrare dal mio posto al centro della platea all’ultima fila della sala a causa di una giovin signora evidentemente reduce da una lunga corsa ho poi potuto verificare come la stessa torma fosse totalmente disinteressata al concerto dedicandosi per la maggior parte del tempo a compulsare il telefonino. E a questo punto sale ovviamente l’interrogativo: perché vengono al concerto se poi se ne disinteressano disturbando con la luce del maledetto dispositivo gli spettatori interessati al concerto stesso? Non imporre un costo seppure modesto toglie un filtro che mai come in questo caso sarebbe indispensabile: il buonismo a tutti i costi è sempre foriero di disastri. Prima del concerto ha luogo la solita introduzione affidata – come sempre – a uno studente ma mai come in questo caso palesemente mal scopiazzata da qualche articolo: da quando mai uno studente è in grado autonomamente di attribuire – ad esempio – l’aggettivo “pulviscolare” all’ultimo tempo del trio di Ravel? Anche il trio Brahmsiano non comincia affatto bene. A parte la discutibilissima scelta di eseguire la versione giovanile – decisamente meno bella – del compositore amburghese (una sorta di archeologia musicale priva di logica se non allo scopo di impressionare cheap il pubblico) l’attacco del bellissimo, nobile primo tempo (identico a quello della versione finale) è lento e scialbo. Una lentezza che affliggerà anche il secondo tempo del trio di Ravel e che fa sospettare una tecnica insufficiente della pianista che raramente dosa la propria sonorità con ovvi risultati. Le esecuzioni del trio (tutto al femminile) sono sfilacciate, ogni strumento pare andare per proprio conto e non sono rare le imperfezioni, segnatamente quelle del pianoforte e del violino. Un’analisi ulteriore puntuale delle due esecuzioni non sarebbe giustificata. Diciamo in sintesi che si è trattata di una serata da non ricordare e che il nome del trio andrebbe modificato in poco Ars e molto Labor ancora da svolgere.  (Scrivo mentre ascolto il trio di Brahms suonato da Stern, Casals e Istomin: non sembra neppure lo stesso brano! E confesso: come vorrei saper suonare il violoncello!).

SadSad

Programma
Johannes Brahms Trio op. 8 (prima versione)
Maurice Ravel Trio in La minore-maggiore
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Cameristica, Recensioni

Beatrice Rana – Musica Insieme 4 Aprile 2016

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Avevamo sentito e recensito la giovane Beatrice Rana (oggi ventitreenne) 3 anni fa nel corso della rassegna “pianofortissimo” curata da A.Spano, subito dopo avere vinto il secondo premio al concorso Van Cliburn, ricevendone un’ottima impressione (http://wp.me/p5m12m-1E). Il concerto di ieri sera è riuscito a farci scordare rapidamente la pedante, prolissa, autocompiaciuta e apparentemente ineludibile introduzione “musicologica” (un vero “flagello di Dio” in questo caso, brandito dall’associato universitario Beghelli, che ancora una volta si conferma al gradino più basso della scala – di per sè già bassa –  dei cosiddetti relatori) dando luogo a una performance di assoluto rilievo. Sorretta da una tecnica di primissimo ordine, senza macchia, brillante e sgranata ma anche capace di pianissimi eterei e da un tocco dai molti colori, Beatrice Rana non è più una grande speranza del giovane pianismo italiano ma una certezza consolidata di valore internazionale in grado di spaziare alla pari dei grandi maestri su tutto il vasto repertorio della tastiera. Stilisticamente ineccepibile la Rana ha la capacità di estrarre dal piano tutte le armonie più profonde senza tralasciare l’aspetto virtuosistico che raramente appare fine a sé stesso. Un esempio per tutti: la perfetta resa di “pour le piano” di Debussy, un brano complesso e non frequentemente proposto. Una volta lodata incondizionatamente si può poi discutere su alcune scelte interpretative e segnatamente – ad esempio – l’eccesso di coloritura nell’ultimo tempo della sonata op. 35 di Chopin, dove il minaccioso magma sonoro è tale se è risolto con una sonorità quasi uniforme che naturalmente non vuole assolutamente dire monotonia. Anche i tempi staccati in alcune parti (ad esempio nella fuga iniziale e nel finale della partita bachiana) sono risultati eccessivi venendo a coprire la bellezza musicale sottesa. Ma sono eccessi perdonabili certamente dovuti al combinato disposto della giovane età e della facilità di mano della giovane concertista che ha tutto il tempo per imparare a tenere a freno la propria esuberanza. Grande e meritato successo di pubblico e un solo bis bachiano: forse una giovane pianista potrebbe essere un po’ più generosa!

HappyHappyHappy

Programma:
Johann Sebastian Bach Partita n. 2 in do minore BWV 826
Claude Debussy Pour le Piano
Fryderyk Chopin Sonata in si bemolle minore op. 35
Maurice Ravel  La valse
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Sebastian di Bin – Conoscere la musica 31 Marzo 2016

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Preceduto da una introduzione innecessaria, prolissa (20 minuti!) e scontata,  (il solito pistolotto “pistolettato dal relatore, prezzemolo con cui vengono conditi tutti i concerti bolognesi di livello medio basso)  il concerto vero e proprio inizia 30 minuti dopo l’orario previsto: una ingiustificata punizione per colpe non commesse dagli spettatori. Il pianismo di di Bin conosce alti e bassi. Si inizia con un’ottima esecuzione di tre momenti musicali di Rachmaninonv mentre i seguenti tre studi di Chopin op. 25 (soprattutto il n. 11 e il n. 12) appaiono troppo orientati a sottolineare le capacità tecniche dell’esecutore più che gli aspetti musicali (che ci sono, e come!) dei brani. Nel secondo tempo un’esecuzione corretta della fantasia di Skrjabin mentre il brano di Čajkovskij (Dumka) è risultato purtroppo uno studiolo tecnico privo di significato tralasciando di valorizzare le componenti musicali così caratteristiche del compositore russo. Il concerto è terminato con il secondo scherzo di Chopin (lo stesso autore nella prima e seconda parte per strizzare l’occhio al pubblico…) piagato – purtroppo – da due fallacci tecnici coperti con mestiere dal pianista: un’esecuzione certamente non memorabile. Come bis uno studio trascendentale di Liszt (eseguito con qualche incertezza) e un orrendo brano melodico-jazzistico del pianista che naturalmente ha solleticato i gusti più retrivi di un pubblico certamente non sofisticato che applaude acriticamente (con le solite risibili mani alzate)  i brani che conosce (vedi lo scherzo chopiniano). Il pianismo di di Bin conosce dei buoni momenti lirici (in particolare nei momenti musicali di Rachmaninov e nell’inizio del trio – per così dire – dello scherzo di Chopin) ma spesso si rifugia in effettacci che nulla aggiungono (anzi tolgono) a quanto eseguito. Un concerto “very average “.
PS Ma quando questi self appointed musicologi capiranno che tutte le tonalità minori (e rispettivamente tutte quelle maggiori), per strumenti con accordatura temperata (tutti oggi!), sono uguali nel senso che gli intervalli che determinano l’armonia e lo svolgimento di un brano musicale sono i medesimi nelle varie tonalità?  Povero Werkmeister con i suoi semitoni a distanza fissa di  radice dodicesima di 2 !!!

Happy

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Miriam Prandi – Talenti Bologna Festival 30 Marzo 2016

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Ci vuole un bel coraggio e una grande fiducia in sé stessi per condurre un concerto per violoncello solo all’età di 25 anni e con un programma certamente non facile per il pubblico. Ma la giovane artista ha portato a termine il compito con successo coronandolo con un bis di autore a me ignoto ma bellissimo che prevede che la voce della strumentista accompagni il suono del violoncello. Un programma – dicevo – non facile con una prima parte “moderna” e una seconda più tradizionale. La sonata di Ligeti – raramente eseguita – è un capolavoro sotto ogni aspetto e altrettanto si può dire della sonata di Hindemith. Sono due brani della (purtroppo) piuttosto rarefatta letteratura violoncellistica che meriterebbero di certo una più frequente esecuzione e che la Prandi (che vanta già un curriculum di primo ordine) ha saputo rendere alla perfezione sia dal punto di vista tecnico che da quello musicale. Forse meno brillante è stata l’esecuzione della terza suite bachiana dove un eccesso di velocità (segnatamente nel preludio, nella seconda bourrée e soprattutto nella giga finale) ha parzialmente oscurato l’aspetto più strettamente musicale a favore di un’interpretazione un po’ troppo virtuosistica. Un tipico peccato di gioventù che però può essere perdonato a una giovane artista per la quale il giudizio complessivo non può che essere più che positivo.
HappyHappy
Programma
György Ligeti  Sonata per violoncello solo
Paul Hindemith Sonata per violoncello op.25 n.3
Johann Sebastian Bach Suite n.3 in do maggiore BWV 1009
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Zagnoni Cameristi teatro Manzoni – 21 Marzo 2016

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Datemi un paio di  brandeburghesi e vi solleverò l’entusiasmo del pubblico…. Se poi si aggiunge la suite bachiana n. 2 allora per il pubblico di bocca buona il successo può diventare strepitoso. Sia chiaro l’esecuzione di Zagnoni (una vecchia gloria bolognese) e del complesso di musica da camera è stato più che dignitoso, puntando soprattutto (almeno nel secondo brandeburghese eseguito) sulla dinamica più che sull’interpretazione. Purtroppo il terreno è scivoloso ma soprattutto sovraffollato da migliaia di altre compagini che impongono confronti anche impietosi. Quale sia la cifra interpretativa giusta dei brani eseguiti è oggetto di un dibattito che non ha la possibilità di essere risolto. Strumenti filologici o moderni, quale organico, interpretazione barocca o moderna etc… Quindi è necessario in casi come questo evitare di porsi troppi problemi e accettare senza eccessivi sofismi quanto ammannito. Un concerto tutto sommato gradevole, che non pretendeva troppo, che certamente strizzava l’occhio a un pubblico soddisfatto a priori dal nome “brandeburghese” e ben felice di applaudire una compagine che giocava in casa. Tre bis indovina di chi? J.S.Bach…  Bene così….

Happy

PROGRAMMA
Johann Sebastian Bach
Concerto Brandeburghese n°5 in Re maggiore BWV 1050
           Concerto Brandeburghese n° 3 in Sol maggiore BWV 1048
          Suite per Orchestra n° 2 in Si minore BWV 1067
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Teatro comunale e Carmen – 22 Marzo 2016

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Dopo l’insuccesso della Carmen (“buuhata” alla prima – forse in modo persino eccessivo – come non succedeva a Bologna da molti anni) e in presenza di un management (sovrintendente e comitato di indirizzo – Dio li fa poi li accompagna!) pervicacemente arroccato su scelte platealmente erronee (stigmatizzate anche recentemente sul Corriere di Bologna da Leone Magiera dall’alto della sua esperienza pluridecennale) avevo scritto la seguente lettera alla Repubblica di Bologna. “Sulla situazione del teatro comunale viene costantemente calato un velo che però non cambia la realtà dei fatti. La recente lettera di valutazione del ministero lo pone al penultimo posto nella classifica dell’imposto risanamento dei teatri di maggiore importanza ma non una risposta viene data alle seguenti importanti domande: E’ stata sanata la situazione debitoria della Filarmonica?  E’stata affrontato e risolto l’ambiguo rapporto fra orchestra del teatro e l’orchestra filarmonica (stesse persone con diverso cappello)? Perché a fronte di un bilancio disastrato sono stati diminuiti i prezzi delle prime quando si sa che i frequentatori sarebbero disposti a pagare il doppio pur di presenziare? Perché il sovrintendente si è aumentato gli emolumenti (quando mai un amministratore delegato aumenta i propri compensi se il bilancio è in rosso) senza neppure garantire una sua presenza quotidiana? Perché si continua a investire in opere moderne (spesso di dubbio valore) e con nessun richiamo per il pubblico? Perché è stata cancellata una performance in cartellone della Fura dels Baus senza alcuna plausibile giustificazione? Perché non si stipulano accordi strutturali e continuativi con altri teatri distanti per la condivisione delle spese di allestimento? E in tutto questo il comitato di indirizzo, il sindaco suo presidente e l’assessore alla cultura non hanno mai nulla da dire, novelli convitati pietrificati (non di pietra …) ? Ecco vorremmo che un management degno di questo nome rispondesse in modo serio e circostanziato a queste domande per rassicurare un pubblico nonostante tutto ancora (ma per quanto?) affezionato ma che ben conosce la realtà assai migliore di altri teatri italiani.” La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata dando la precedenza a ringraziamenti ai medici (che hanno semplicemente fatto il loro dovere), a modifiche dei sensi unici etc. etc. insomma ad argomenti di somma importanza. Qualcuno si immagina perché……?
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