Operistica, Recensioni

Le nozze di Figaro – Bologna Teatro Comunale 26 Maggio 2016

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Scordatevi la bellissima regia di Martone di qualche anno fa ed evitate il confronto con altre edizioni famose. Qui siamo in un altro contesto: un teatro fatto da giovani, con scenografie ridotte al minimo e una regia che dal materiale umano e musicale cerca di ottenere il meglio. Questo per dire che rispetto ad altre pretenziose rappresentazioni del teatro comunale (ad esempio la Carmen) l’opera è risultata gradevole non senza spunti di qualità e in grado di valorizzare la bellissima musica di Mozart e lo strepitoso libretto di Da Ponte.  Il risultato è comparabile a quello del Don Pasquale dello scorso anno e forse la disastrata direzione del teatro farebbe bene a puntare su questo tipo di produzioni anziché lanciarsi in improbabili avventure modernistiche o cercare confronti di qualità con teatri di altri mezzi  e di altre gestioni. Difficile fare una classifica differenziata dei vari interpreti. Di sicuro un plauso alla contessa  di Alexandra Grigoras che ha saputo rendere la bellissima aria “Dove sono i bei momenti” con il pathos e la musicalità richiesti. Ovviamente di successo il Cherubino di Shahar Lavi forse più per l’accattivante presenza scenica che per la vocalità. Un po’ meno di valore vocalmente e musicalmente la Susanna di Alessandra Contaldo mentre i due ruoli maschili si sono mantenuti su un accettabile ma non eccezionale livello. Buono il Basilio di David Astorga e non valutabili gli altri protagonisti per la loro ridotta presenza (e anche per il taglio dell’aria di Marcellina – perchè?). Qualche pecca di sincronizzazione di orchestra e cantanti si è verificata soprattutto nei concertati anche per la responsabilità del direttore Hirofumi Yoshida che ha confermato il suo ridotto valore con una direzione piatta e del tutto poco significativa. Ma Le nozze di Figaro è opera complessa e il confronto con le grandi direzioni impietoso e questa esterofilia giapponese è tutta da capire: non abbiamo in Italia molti direttori della stessa qualità?  Quanto alla regia e alla scenografia bisogna dare atto a Silvia Paoli di avere raggiunto un buon risultato attraverso un gioco di scatoloni e di armadi di costo minimo che ha comunque ottenuto il risultato voluto. In complesso quindi forse uno dei migliori risultati della stagione decretato anche da un non folto pubblico che non ha lesinato applausi sinceri, non inquinati da quella clacque che la direzione del teatro infligge regolarmente alle produzioni “importanti” e raramente di qualità. 

HappyHappy

Cast
Il Conte d’Almaviva
Andrea Vincenzo Bonsignore
Pablo Gálvez (27, 29/5, 1/6)
La Contessa d’Almaviva
Alexandra Grigoras
Arianna Vendittelli
(27, 29/5, 1/6)
Figaro
Lorenzo Malagola Barbieri
Riccardo Fassi
(27, 29/5, 1/6)
Susanna
Alessandra Contaldo
Inés Ballesteros Bejarano
(27, 29/5, 1/6)
Cherubino
Shahar Lavi
Valentina Stadler
(27, 29/5, 1/6)
Basilio / Don Curzio
David Astorga
Bartolo / Antonio
Jaime Pialli
Javier Povedano
(27, 29/5, 1/6)
Marcellina
Silvia Zorita
Barbarina
Carmen Mateo Aniorte
Antonio
Jaime Pialli/Javier Povedano Ruiz (27, 29/5, 1/6)
Don Curzio
David Astorga
Due contadine
Maria Adele Magnelli / Rosa Guarracino (27, 29.05– 1.06)  Marie Luce Erard
Danzatori
ARTEMIS DANZA Diletta Della Martira, Giulio Petrucci
Direttore
Hirofumi Yoshida
Yi-Chen Lin (27 e 29 maggio)
Regia
Silvia Paoli
Scene
Andrea Belli
Costumi
Massimo Carlotto
Luci
Hugo Corugatti
Assistente alla regia
Giacomo Benamati
Assistente alle scene
Carlotta Orioli
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Preparatori cantanti
Giulio Zappa, Michele D’elia
 Progetto OPERA NEXT a cura della Scuola dell’Opera del TCBO in collaborazione Opera Estudio di Tenerife
Produzione del TCBO con l’Auditorium de Tenerife
Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO

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Benjamin Grosvenor- Bologna Festival 25 Maggio 2016

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Apparso out of the blue e senza avere vinto alcun concorso (almeno così dalla sua scarna biografia disponibile in rete) il giovane (24 anni) Benjamin Grosvenor è stato una piacevole sorpresa al Bologna Festival.  Il suo pianismo poggia su una solidissima base tecnica (ne è prova l’esecuzione del Tombeau de Couperin di Ravel e segnatamente della trascendentale Toccata che è certamente assimilabile come difficoltà ai più noti Gaspard de la nuit e  Petrushka di Stravinskji) che però costituisce solo la piattaforma su cui impostare una esecuzione di altissimo livello. Una maturità artistica che nei giovanissimi solo pochi veri artisti sono oggi in grado di esibire a fronte di una massa di atletici muscolari quasi sempre privi di sensibilità musicale. Il programma presentato oltre al già citato Tombeau ha presentato alcuni brani poco eseguiti di Mendelssohn (preludi e fughe)  e  la sonata in sib minore di Chopin. Anche in questo caso è stata la musica a farla da padrone sia nella celebre marcia funebre ma soprattutto nelle sfumature dello scherzo e del primo tempo laddove molto spesso eccessi di velocità virtuosistici offuscano il portato musicale. E financo in Liszt, dove il rischio del funambolismo è costantemente presente, Grosvenor ha saputo tenere una misura encomiabile anche laddove la difficoltà tecnica avrebbe potuto suggerire una diversa impostazione. Naturalmente non sono mancati alcuni aspetti discutibili, ad esempio nel primo brano del Tombeau  ove una impostazione un po’ troppo algida e tecnica ha mancato di mettere in risalto alcune sfumature molto importanti del brano. Ma – sia chiaro – in un contesto assolutamente positivo. Il giovane pianista ha concesso a un pubblico giustamente plaudente (ma purtroppo non osannante come nel caso del macellaio Matsuev…) tre bis assolutamente ignoti al sottoscritto. Food for thought..
 HappyHappy
Programma
Felix Mendelssohn-Bartholdy  Preludio e fuga in mi minore op.35 – Preludio e fuga in fa minore op.35
Fryderyk Chopin  Sonata n.2 in si bemolle minore op.35
Maurice Ravel Le tombeau de Couperin
Franz Liszt Venezia e Napoli  – da Années de pèlerinage, Deuxième année, Italie
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Cameristica, Recensioni

Davide Cabassi – Milano Quartetto 24 Maggio 2016

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Non va per il sottile il giovane Cabassi. Lo si percepisce dalle prime note delle Kinderszenen dove viene totalmente a mancare quell’aura di racconto favolistico che è la cifra della raccolta. Un’impostazione che si perpetua in tutti i brani della raccolta e nel Carnaval. Il pianismo di Cabassi è muscolare con dosi massicce di pedale, un tocco sempre granitico e una ricerca della velocità a scapito dell’interpretazione. Lo si percepisce soprattutto nel Carnaval schumanniano dove nei brani veloci si avventa aggredendoli più che suonandoli, anche in parte temerariamente, perché non sempre sorretto da una tecnica immacolata.  Nella seconda parte vengono eseguiti dei brani interessanti e musicalmente molto piacevoli di N. Castiglioni  (Dulce Refrigerium) che prevedono un breve intervento canoro dell’esecutore. Senza soluzione di continuità (perché?) Cabassi ha poi eseguito i Quadri di Musorgskij che pur dando luogo a risultati migliori rispetto alla prima parte hanno peccato degli stessi difetti. Quello che manca al pianista milanese è quell’opera di raffinamento stilistico che contraddistingue un interprete di valore da un interprete con solide basi tecniche ma carente di valori musicali in senso stretto. E non pare a chi scrive che questa faticosa catarsi sia alle viste. Come primo  bis un virtuosistico Scarlatti con note ripetute.  Il secondo e ultimo bis si è basato su una rivisitazione di “over the rainbow” che scatena un “bravo” a scena aperta (quasi una sorta di grido liberatorio) da parte di un pellegrino del pubblico che chiaramente digiuno di musica  finalmente ha riconosciuto un brano. Senza commenti.
 Sad
Programma
R. Schumann  Kinderszenen op. 15
R. Schumann  Carnaval op. 9
N. Castiglioni  Dulce Refrigerium
M. Musorgskij Quadri di un”esposizione
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Cameristica, Recensioni

Le concert des nations – Bologna Festival 19 Maggio 2016

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Lo dico forte e chiaro e senza pudori: la fine del concerto è arrivata come una liberazione. Ho sofferto l’intero concerto vicino a un energumeno seduto scompostamente e praticamente in simbiosi con un mozzicone di sigaretta l’Offerta Musicale di Bach è risultata un tormento che ancora una volta un ineffabile Jordi Savall ci ha inferto. La raccolta di brani Bachiani (al pari dell’Arte della Fuga) è musica estremamente rarefatta nella sua algida geometria e richiede, per essere apprezzata, un contesto raccolto, un’esecuzione rigorosamente cameristica. Savall invece, come purtroppo è solito fare,  si disinteressa del risultato convinto che il solo suo nome sia sufficiente a garantire un successo immeritato. Sia ben chiaro: nessun demerito individuale per gli strumentisti ma un’esecuzione complessivamente piatta e monotona e – in sostanza – estremamente noiosa. Sarebbe ora che qualcuno affermasse forte e chiaro che il re è nudo e che il Bologna Festival smettesse una volta per tutte di includere Savall nei suoi programmi. Con buona pace di chi si esalta anche in questo contesto come all’ascolto del canto gregoriano convinto di fare sfoggio di grande competenza musicale. Se non temessi l’ira funesta degli organizzatori mi lancerei nella famosa esclamazione di Fantozzi durante la proiezione della Corazzata Potemkin. Amen.

SadSad

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Recensioni, Sinfonica

Takàcs Kremer – Manzoni Factory 16 Maggio 2016

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Avevo avuto modo di ascoltare Gábor Takács   Nagy in quartetto e ne avevo un ottimo ricordo come violinista e come membro del quartetto.  Nel concerto di ieri sera si è presentato nel ruolo – che svolge sempre più frequentemente- di direttore d’orchestra e con buoni risultati. La sua è una direzione energica che tende più alla visione di insieme di un brano che alla ‘analisi dettagliata dei particolari ma oggettivamente con buoni risultati. Sotto la sua bacchetta (virtuale, perché dirige senza) la filarmonica del teatro comunale ha saputo rendere appieno il significato musicale della seconda sinfonia di Čajkovskij  (oggettivamente non  un capolavoro del compositore russo) riscuotendo un giusto e caloroso applauso del pubblico. Un discorso diverso vale invece per i brani che hanno visto al violino Gidon Kremer. A parte la Sérénade mélancolique  il cui spessore musicale è decisamente ridotto è stato eseguito il famosissismo concerto per violoncello e orchestra dell’ultimo Schumann nella trascrizione “originale” per violino. Una versione decisamente discutibile che sottolinea costantemente come il brano fosse previsto per il violoncello (vista la preponderanza di timbri scuri dell’orchestra) e nell’ambito del quale il violino non trova la giusta sonorità, perdendo quell’aura nobile e fiera che la versione per violoncello fornisce. A questo si aggiunga che Kremer, per sua natura, non è violinista aggressivo ed energico ma “di tocco” il che ha aggravato in senso negativo l’esecuzione del concerto. Mentre è comprensibile che data la rarefatta letteratura violoncellistica si tenti di arricchirla con trascrizioni di brani violinistici il discorso non vale al contrario e certe operazioni di archeologia musicale andrebbero evitate. Il contesto in cui certe trascrizioni avevano un senso (si pensi – ad esempio – anche alla trascrizione Beethoveniana della grande fuga op. 133 per pianoforte a 4 mani che certo non è neppure comparabile alla versione per quartetto) non è quello moderno con tutti i mezzi di riproduzione oggi disponibili. Peccato perché Kremer in altri contesti è capace di superbe interpretazioni: nel caso in questione la sua prestazione è stata appena sufficiente.
 Happy
Programma
Robert Schumann
Concerto per violoncello e orchestra in la minore, op. 129
(trascrizione originale per violino e orchestra)
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Sérénade mélancolique per violino e orchestra, op. 26
Sinfonia n.2  in do minore, op.17 “Piccola Russia
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Cameristica, Recensioni

Lorenzo Bagnati – Talenti Bologna Festival 12 Maggio 2016

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Il concerto comincia in perfetto orario e senza l’abominato pistolotto iniziale. Ben fatto, finalmente! Il giovane Bagnati (17 anni) è promettente: ha una buona tecnica, senso della musica interpretata e indubbia musicalità. La prima parte del concerto (Liszt e Ravel) è certamente la migliore mentre più carente è stata la seconda (Skryabin e Chopin) e segnatamente la sonata op. 58 di Chopin dove nel terzo tempo è mancata la poesia del canto e nell’ultimo tempo il desiderio di impressionare il pubblico ha travolto letteralmente il significato musicale della composizione. Bagnati è molto giovane e avrà certamente modo di maturare sotto ogni profilo perché la stoffa non manca: ha solo bisogno di essere ancora guidato evitando quella china – in cui molti giovani cadono – costituita da  un troppo facile successo iniziale che non lascia spazio alla maturazione. Un bis.

Happy

Programma
Franz Liszt  Vallée d’Obermann da Années de pèlerinage, Première Année, Suisse – L es jeux d’eau de la Villa d’Este da Années de pèlerinage, Troisième Année
Maurice Ravel Jeux d’eau
Alexander Skrjabin  Sonata n.9 op.68
Fryderyk Chopin Sonata n.3 in si minore op.58

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Operistica, Recensioni

Il barbiere di Siviglia – Teatro comunale 11 Maggio 2016

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiDopo un periodo di forzata assenza Kurvenal ritorna ai suoi affezionati lettori (fino al 12 Giugno – a partire da tale data per 15 giorni sarò a Berlino).
 “Famolo strano”  proponeva il coatto Carlo Verdone in una delle sue caratterizzazioni di un famoso film. Eccoci nuovamente di fronte a una tipica messa in scena della improvvida gestione Sani, che per necessità economica o per “virtù” (si fa per dire) ci ammannisce regolarmente scenografie non convenzionali. Nulla da eccepire se solo… fossero di buona qualità. Non è certamente il caso di questo Barbiere nel quale il lato buffonesco eccede oltre misura trasformando un’opera buffa in una pagliacciata della quale certamente non si sentiva il bisogno, strizzando nel contempo l’occhio alla sensibilità più corriva del pubblico (nel caso particolare particolarmente di bocca buona). La cosa da notare in queste regie “creative” (in questo caso di Francesco Micheli) è che sarebbero teoricamente motivate dal tentativo di non riproporre schemi ormai vieti, insomma per interessare il pubblico, mentre di fatto la convenzionalità del non convenzionale risulta più noiosa dei modelli che si vorrebbe mettere in soffitta. E non sono certo un paio di “trovate” (quale  ad esempio il “Pace e bene” cantato da un Almaviva agghindato come un Beatle con mossette da cantante pop o don Basilio come Frankenstein)  a risollevare lo spettacolo. E almeno fosse la parte musicale e vocale in grado di compensare con l’orecchio quello che l’occhio ha sofferto. Nyet. La replica cui ho assistito aveva la seconda compagnia di canto e purtroppo per mio errore ho assistito solo al secondo atto. Quanto basta, comunque. La direzione di Tenan è scialba e piatta e si limita a dare scolasticamente gli attacchi all’orchestra e ai cantanti (e non sempre con precisione..). Quanto alla Rosina di Raffaella Lupinacci il meglio che si può dire è che è piena di buona volontà ma ha terribili limiti nel registro intermedio che risulta costantemente ingolato. Meglio la compagnia di canto maschile senza particolari difetti ma anche senza particolari pregi. E dubito assai che il primo atto sia stato molto meglio.
Siamo ormai alla fine della stagione operistica e un consuntivo è possibile. Ebbene NON una sola opera è risultata al di sopra di un noioso grigiore e quando un’organizzazione non funziona la responsabilità non può che essere attribuita in prima battuta ai vertici. E’ inutile costantemente lamentarsi del budget e auspicare l’interesse di ipotetici “cavalieri bianchi” se il prodotto non ne giustifica la presenza. E questo nonostante l’ulteriore e imprevisto generoso contributo di 500K€ da parte del comune. La triste realtà è che il teatro comunale con la gestione attuale dovrebbe risolversi ad abbassare le proprie prospettive riducendosi ufficialmente a teatro di periferia e che fino a quando lo spirito che  ancora aleggia è quello del rockettaro Ronchi (rimane ridicolmente e drammaticamente famosa la sua affermazione da spettatore presente solo con biglietto gratuito da assessore – qualcuno l’ha visto recentemente in teatro…? – che per attrarre più pubblico è necessario incrementare il numero di opere moderne come Qui non c’è perché!), del quale Sani è il perfetto sodale (a caro prezzo per il teatro a fronte di 30 licenziamenti), non c’è nulla da sperare. Amen.
PS In un mio precedente post http://wp.me/p5m12m-Sl avevo posto una serie di quesiti: qualcuno si immagina che abbiano avuto anche una sola risposta? Eppure rispondere agli abbonati oltre che un necessario atto di educazione è un dovere nei confronti del pubblico pagante. Mais tout se tient...

SadSad

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Il cast

 

Il Conte di Almaviva Alessandro Luciano 
Bartolo Marco Filippo Romano 
Rosina Raffaella Lupinacci 
Figaro Vittorio Prato 
Basilio Abramo Rosalen 
Berta Laura Cherici
Fiorello Gabriele Ribis
Un ufficiale Sandro Pucci
Direttore Carlo Tenan
Regia Francesco Micheli
Scene e luci Nicolas Bovey
Costumi Gianluca Falaschi
Progetto Video Panagiotis Tomaras
Assistenti alla Regia Erika Natati
Valentina Brunetti
Costumista collaboratore Gianmaria Sposito
Maestro del Coro Andrea Faidutti
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Quatuor Hermés – Talenti Bologna Festival 28 Aprile 2016

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È stato un piacere ascoltare il concerto di questo giovane quartetto che ha già in repertorio composizioni poco eseguite ma meritevoli di ascolto. È il caso Èduard Lalo e Gabriel Faurè, esponenti della generazione di compositori francesi a cavallo della fine del XIX secolo che hanno improntato con le loro opere quella feconda stagione culturale. Mentre il brano di Lalo subisce ancora fortemente l’impronta beethoveniana ma senza venirne troppo condizionato, più innovativo è il quartetto di Faurè con quell’assolo iniziale di viola così inconsueto nella letteratura quartettistica.  Fra i due brani francesi un interessante tempo di quartetto a sé stante del giovane Webern che mostra tutto l’influsso che Brahms ebbe sul compositore austriaco per lo meno nelle sue prime opere. Il Quator Hermés ha certamente favorevolmente impressionato il non folto pubblico con un’esecuzione stilisticamente impeccabile, un affiatamento degli strumentisti di notevole impatto e al contempo con una freschezza di impostazione che raramente si incontra nelle giovani compagini. Un concerto che certamente ha meritato di essere incluso nella rassegna dei “Talenti” del Bologna Festival.
PS Non possiamo che rallegrarci che il Bologna Festival abbia rinunciato alle noiose e inutili introduzioni iniziali…

HappyHappy

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Paredes Ionita – Bologna Teatro Manzoni 26 Aprile 2016

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Come sempre la limitata letteratura violoncellista porta a inevitabili confronti. Le Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra di Čajkovskij sono state il cavallo di battaglia di molti grandi solisti e in particolare di Mstislav Rostropovič: un confronto difficile e persino impietoso che ha visto il giovane violoncellista rumeno Andrei Ionita impegnarsi a fondo in una partitura complessa e in molti tratti tecnicamente molto ardua. Il risultato è stato quello di una buona – non superlativa – esecuzione, non tanto sotto il profilo tecnico (seppure qualche incertezza di intonazione all’inizio del brano si è avuta) quanto sotto l’aspetto interpretativo. Una partitura romantica su un tema barocco richiede un equilibrio fra i vari aspetti stilistici che purtroppo in molte variazioni è venuta a mancare.  Ciò è stato particolarmente evidente nelle parti più liriche dove l’assenza di virtuosismo lascia l’esecutore “scoperto”. I dubbi sulle qualità di Ionita sono stati confermati anche dall’esecuzione di due numeri bachiani (suites prima e terza) che sono risultati particolarmente scialbi e incolori. Un terzo bis di solo “pizzicato” è a me totalmente ignoto. Quanto ai brani orchestrali l’orchestra del teatro Comunale (pardon, la Filarmonica del teatro Comunale….) ha ripetuto quelli che sono i suoi pregi e i suoi difetti. Ottime le sezioni degli archi, decisamente inferiori i fiati dando luogo a un impasto sonoro di qualità variabile. Ma ci ha messo del suo il direttore Paredes che ha iniziato primo e secondo tempo della sinfonia al passo di una marcia funebre, con una dilatazione dei ritmi che hanno totalmente snaturato il bellissimo ordito musicale del compositore russo. Quali recondite pulsioni possano portare a scelte così improbabili non è dato sapere, ma certo il risultato è stato disastroso: meglio il terzo e quarto tempo e non classificabile il pezzo d’occasione di Busoni.

SadHappy

Programma
F. Busoni
Eine Lustspiel Ouverture op. 38
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Variazioni su un tema rococò op. 33
Sinfonia n.5 op. 64
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Grigory Lipmanovič Sokolov – Bologna Festival 19 Aprile 2016

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Involuzione e manierismo: sono questi i due vocaboli che costantemente mi sono circolati in testa durante il concerto del pianista russo. Rispetto alle ultime esecuzioni cui avevo assistito alcuni dei caratteri distintivi che seppur al limite dello stile potevano risultare accettabili in una visione esecutiva molto slava (nel senso migliore della parola) si sono ritrovati nel concerto di ieri sera esasperati oltre misura snaturando molti dei brani in programma. Al manierismo di Sokolov eravamo già stati abituati in un concerto di alcuni anni fa che vedeva nella prima parte brani di Rameau. Là predominavano trilli e gruppetti fino a diventare la cifra portante dell’interpretazione; qui vi è stato un totale stravolgimento dei tempi, allargati senza motivo alcuno. Ne ha fatto le spese in prima battuta la fantasia di Schumann e in particolare il secondo movimento (Durchaus energisch) che di energico non aveva nulla rilassando oltre misura il tempo puntato (così caratteristico delle composizioni schumanniane!) persino nel finale brillante e virtuosistico trasformato in una massa sonora informe. E lo stesso dicasi del primo movimento (Mässig) dove il secondo tema (Im Legendton) ha perso l’aura di mistero risultando in un “lento” senza capo né coda. Inutile dire che lo stesso è accaduto nel finale della fantasia (Langsam getragen) anche se in questo caso l’espressività ha in parte giustificato il tempo scelto. Tutto quanto detto può applicarsi alla sonata in sib di Chopin e in particolare all’ultimo tempo dove un uso quasi nullo del pedale (possibile in una esecuzione esemplare) non ha trovato alcuna corrispondenza in un’impostazione scialba e metronomicamente persino noiosa. Senza lode e senza infamia gli altri brani (Arabeske op. 18 di Schumann e due notturni di Chopin) dove ancora una volta il manierismo l’ha fatta da padrone. A tutto questo va aggiunta una fallosità significativa (addirittura due salti consecutivi identici hanno portato a una nota sporca!). Come bis gli amati Momenti Musicali di Schubert. La serata poi è stata infestata dal solito pubblico modaiolo e ignorante del Bologna Festival che ha ripetutamente applaudito fuori tempo, indipendentemente dalla qualità di quanto ascoltato, quasi in preda a un prurito irrefrenabile da sedare con il battimani (o forse nella speranza di arrivare quanto prima all’intervallo, dove esercitare il proprio ruolo di PR…), il che ha obbligato Sokolov a eseguire secondo e terzo tempo della fantasia (e analogamente per la sonata di Chopin) praticamente senza interruzione. Che pena questa ignoranza unita alla spocchia di cercare di millantare una inesistente competenza con l’applauso in tempo reale!

SadSad

Programma
Robert Schumann
Arabeske in do maggiore op.18
Fantasia in do maggiore op.17
Fryderyk Chopin
Notturno in si maggiore op.32 n.1
Notturno in la bemolle maggiore op.32 n.2
Sonata n.2 in si bemolle minore op.35
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Cameristica, Recensioni

András Schiff – Quartetto Milano 13 Aprile 2016

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I tre autori di riferimento per András Schiff (o Sir András Schiff come indicato nei cartelloni) sono certamente Bach, Beethoven e Schubert (anche se non mancano concerti che includono brani di Chopin, Schumann etc.). Il programma in questione (una vera e propria maratona bachiana – 135 mins di musica più 15 minuti di intervallo e il tema delle Goldberg come bis) rientra nel novero dei suoi autori preferiti essendo poi Bach l’autore che a detta del pianista ungherese egli esegue quotidianamente insieme… alle scale (meditate, giovani leoni, meditate…).  Il Bach di Schiff è quello che maggiormente si avvicina a quello cembalistico, data la quasi assoluta assenza di pedale e una dinamica contenuta che però non corrisponde in alcun caso a una esecuzione monotona. Una scelta difficilissima ma che Schiff rende alla perfezione essendo in grado, pur nell’assenza di grandi variazioni di suono, di inserire quelle sfumature che valorizzano appieno il tessuto musicale. Una grandissima interpretazione di un artista raffinato, dotato di una maturità stilistica difficilmente reperibile nel panorama degli interpreti internazionali.  Interessante il fatto che sul palcoscenico vi erano due Steinway (uno più nuovo e più brillante e uno di alcuni anni con un suono più ovattato – a differenza di molti altri casi nei quali oltre a uno Steinway  c’era un Bösendorfer) selezionati dal pianista ungherese in base alle caratteristiche della partita eseguita. Un successo calorosissimo del foltissimo pubblico.
PS Partendo da Bologna si sta diffondendo un virus pericolossisimo , la “pistolettite” ovvero la moda del pistolotto introduttivo. Purtroppo anche al Quartetto è invalsa l’abitudine di una introduzione musicologica che per il momento è in forma lieve (5 minuti a differenza dei 15-20 minuti sbrodolati a Bologna) e – devo ammettere – di ottima qualità. Speriamo bene….

HappyHappyHappy

 Programma
J.S. Bach ‐ Sei Partite BWV 825 – 830
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Cameristica, Recensioni

Krystian Zimerman – Quartetto Milano 9 Aprile 2016

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Zimerman è certamente un pianista che si inscrive nel novero dei grandi classici contemporanei ma con un occhio rivolto a un recente passato, ai grandi maestri dell’interpretazione che – purtroppo – lasciano spesso il posto a energumeni della tastiera o più semplicemente a funamboli che fanno della tecnica il loro principale e spesso unico pregio. Zimerman è invece pianista che nulla concede al glamour con la sua maniacale cura nel preparare personalmente il suo pianoforte che trasporta in furgone da lui guidato, con un’impostazione classica, stilisticamente rigorosa, curata in ogni dettaglio e sottolineata persino dalla scelta di indossare il frack, costume ormai desueto nelle sale da concerto. Il programma eseguito è lo stesso già eseguito a Bologna e Imola nel Giugno 2015 senza neppure le variazioni giovanili presenti nelle due date dello scorso anno. Ripetere all’infinito lo stesso programma era tipica prerogativa di Sokolov ma evidentemente ha fatto scuola! Per carità: esecuzione eccezionale, raffinata dalle mille ripetizioni ma come sempre un po’ ripetitiva mentre una maggiore varietà sarebbe molto gradita (v. il caso Argerich). Il giudizio rimane lo stesso già espresso precedentemente (http://wp.me/p5m12m-tT) e quindi non lo ripeto, l’unica differenza essendo tempi discutibilmente più stretti nei primi tempi delle due sonate e tre bis lirici di Szimanowksy. Grandissimo (e meritato) successo di pubblico.

HappyHappy

Programma
F. Schubert‐ Sonata in la maggiore op. post. D 959; Sonata in si bemolle maggiore op. post. D 960
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Recensioni, Sinfonica

Argerich Nagy Manchester Camerata – Bologna Festival 6 Aprile 2016

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Difficile dire se si può parlare male di Garibaldi ma ormai del primo concerto di Beethoven suonato dalla Argerich (che ormai si dedica principalmente alla musica da camera e da moltissimi anni non tiene più un concerto solistico) abbiamo fatto il pieno e francamente non si sentiva la necessità di un’ulteriore ripetizione. La grande Martha suona benissimo ma la ossessiva ripetizione dello stesso programma fa nascere dei dubbi e forse richiedere un cambiamento (che so? un V concerto, un concerto di Chopin…) rispetto al I e II di Beethoven, al concerto di Ravel e poco altro sarebbe chiedere troppo? O gli organizzatori sopraffatti dal timore reverenziale verso l’icona del pianismo mondiale, campionessa di rinunce all’ultimo momento, non si attentano convinti che comunque il solo nome sia sufficiente a fare felici gli abbonati? Personalmente mi dichiaro insoddisfatto. E non credo neppure che valga l’ipotesi di problemi di memoria. A parte che ci sono stati (Richter) e ci sono (Pogorelich, Zimerman) grandi artisti che si sono avvalsi e si avvalgono dello spartito che dire del coetaneo Barenboim che in repertorio a memoria ha decine di concerti? E Sokolov etc.? Veniamo al concerto. L’orchestra è quella che è: una formazione come tante che certamente non risulterà negli annali del Bologna Festival e con alcune sezioni deboli, come quella degli ottoni e segnatamente dei corni che denunciano preoccupanti incertezze nell’adagio della prima sinfonia mozartiana. L’esecuzione della Jupiter è accettabile con un buon finale che riscatta in parte l’esecuzione scialba degli altri tempi. L’esecuzione della Argerich del concerto beethoveniano è impeccabile (probabilmente sarà la trecentesima volta e più che l’esegue) con un fraseggio sapiente e una tecnica che di certo non fa presagire l’età della pianista. Forse leggermente discutibile è il tempo staccato nel finale, eccessivo al limite del virtuosismo fine a sé stesso che finisce per deprimere il significato musicale del brano. Come unico (unico come al solito) bis viene eseguita la celebre toccata scarlattiana (quella delle note ribattute – per intenderci – che potrebbe essere rinominata “il trionfo del doppio scappamento”), un cavallo di battaglia della pianista argentina dagli anni ’60 (ce n’è una registrazione anche su youtube) che era già stata un cavallo di battaglia di Horowitz. Un’esecuzione tecnicamente strabiliante anche se molto discutibile sul piano stilistico, visto che la composizione era stata prevista per il clavicembalo, uno strumento che di certo non permetteva la stessa velocità, neppure da lontano. Un eccellente (ma non strepitoso) successo di pubblico.

Happy

  Programma
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.1  in mi bemolle maggiore K.16
 Ludwig van Beethoven Concerto n.1  in do maggiore op.15
 Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.41  in do maggiore  K.551 “Jupiter”
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Cameristica, Recensioni

Trio Ars et Labor – Musica Insieme Ateneo 5 Aprile 2016

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La serietà di un concerto si misura fin dall’inizio da come l’organizzazione “tiene” la sala. Nel caso in questione viene fatta entrare durante l’esecuzione del trio Brahmsiano una torma rumorosa di ragazzotti, totalmente ignari del galateo richiesto da un concerto, cosa che alla fine del brano suscita lo sdegno ad alta voce, giustificatissimo, di una spettatrice. Chi arriva in ritardo sta fuori fino alla fine del brano in esecuzione e basta, anche perché trattandosi di giovani spettatori la cosa ha un valore didattico. Essendo poi stato costretto ad emigrare dal mio posto al centro della platea all’ultima fila della sala a causa di una giovin signora evidentemente reduce da una lunga corsa ho poi potuto verificare come la stessa torma fosse totalmente disinteressata al concerto dedicandosi per la maggior parte del tempo a compulsare il telefonino. E a questo punto sale ovviamente l’interrogativo: perché vengono al concerto se poi se ne disinteressano disturbando con la luce del maledetto dispositivo gli spettatori interessati al concerto stesso? Non imporre un costo seppure modesto toglie un filtro che mai come in questo caso sarebbe indispensabile: il buonismo a tutti i costi è sempre foriero di disastri. Prima del concerto ha luogo la solita introduzione affidata – come sempre – a uno studente ma mai come in questo caso palesemente mal scopiazzata da qualche articolo: da quando mai uno studente è in grado autonomamente di attribuire – ad esempio – l’aggettivo “pulviscolare” all’ultimo tempo del trio di Ravel? Anche il trio Brahmsiano non comincia affatto bene. A parte la discutibilissima scelta di eseguire la versione giovanile – decisamente meno bella – del compositore amburghese (una sorta di archeologia musicale priva di logica se non allo scopo di impressionare cheap il pubblico) l’attacco del bellissimo, nobile primo tempo (identico a quello della versione finale) è lento e scialbo. Una lentezza che affliggerà anche il secondo tempo del trio di Ravel e che fa sospettare una tecnica insufficiente della pianista che raramente dosa la propria sonorità con ovvi risultati. Le esecuzioni del trio (tutto al femminile) sono sfilacciate, ogni strumento pare andare per proprio conto e non sono rare le imperfezioni, segnatamente quelle del pianoforte e del violino. Un’analisi ulteriore puntuale delle due esecuzioni non sarebbe giustificata. Diciamo in sintesi che si è trattata di una serata da non ricordare e che il nome del trio andrebbe modificato in poco Ars e molto Labor ancora da svolgere.  (Scrivo mentre ascolto il trio di Brahms suonato da Stern, Casals e Istomin: non sembra neppure lo stesso brano! E confesso: come vorrei saper suonare il violoncello!).

SadSad

Programma
Johannes Brahms Trio op. 8 (prima versione)
Maurice Ravel Trio in La minore-maggiore
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Cameristica, Recensioni

Beatrice Rana – Musica Insieme 4 Aprile 2016

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Avevamo sentito e recensito la giovane Beatrice Rana (oggi ventitreenne) 3 anni fa nel corso della rassegna “pianofortissimo” curata da A.Spano, subito dopo avere vinto il secondo premio al concorso Van Cliburn, ricevendone un’ottima impressione (http://wp.me/p5m12m-1E). Il concerto di ieri sera è riuscito a farci scordare rapidamente la pedante, prolissa, autocompiaciuta e apparentemente ineludibile introduzione “musicologica” (un vero “flagello di Dio” in questo caso, brandito dall’associato universitario Beghelli, che ancora una volta si conferma al gradino più basso della scala – di per sè già bassa –  dei cosiddetti relatori) dando luogo a una performance di assoluto rilievo. Sorretta da una tecnica di primissimo ordine, senza macchia, brillante e sgranata ma anche capace di pianissimi eterei e da un tocco dai molti colori, Beatrice Rana non è più una grande speranza del giovane pianismo italiano ma una certezza consolidata di valore internazionale in grado di spaziare alla pari dei grandi maestri su tutto il vasto repertorio della tastiera. Stilisticamente ineccepibile la Rana ha la capacità di estrarre dal piano tutte le armonie più profonde senza tralasciare l’aspetto virtuosistico che raramente appare fine a sé stesso. Un esempio per tutti: la perfetta resa di “pour le piano” di Debussy, un brano complesso e non frequentemente proposto. Una volta lodata incondizionatamente si può poi discutere su alcune scelte interpretative e segnatamente – ad esempio – l’eccesso di coloritura nell’ultimo tempo della sonata op. 35 di Chopin, dove il minaccioso magma sonoro è tale se è risolto con una sonorità quasi uniforme che naturalmente non vuole assolutamente dire monotonia. Anche i tempi staccati in alcune parti (ad esempio nella fuga iniziale e nel finale della partita bachiana) sono risultati eccessivi venendo a coprire la bellezza musicale sottesa. Ma sono eccessi perdonabili certamente dovuti al combinato disposto della giovane età e della facilità di mano della giovane concertista che ha tutto il tempo per imparare a tenere a freno la propria esuberanza. Grande e meritato successo di pubblico e un solo bis bachiano: forse una giovane pianista potrebbe essere un po’ più generosa!

HappyHappyHappy

Programma:
Johann Sebastian Bach Partita n. 2 in do minore BWV 826
Claude Debussy Pour le Piano
Fryderyk Chopin Sonata in si bemolle minore op. 35
Maurice Ravel  La valse
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Sebastian di Bin – Conoscere la musica 31 Marzo 2016

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Preceduto da una introduzione innecessaria, prolissa (20 minuti!) e scontata,  (il solito pistolotto “pistolettato dal relatore, prezzemolo con cui vengono conditi tutti i concerti bolognesi di livello medio basso)  il concerto vero e proprio inizia 30 minuti dopo l’orario previsto: una ingiustificata punizione per colpe non commesse dagli spettatori. Il pianismo di di Bin conosce alti e bassi. Si inizia con un’ottima esecuzione di tre momenti musicali di Rachmaninonv mentre i seguenti tre studi di Chopin op. 25 (soprattutto il n. 11 e il n. 12) appaiono troppo orientati a sottolineare le capacità tecniche dell’esecutore più che gli aspetti musicali (che ci sono, e come!) dei brani. Nel secondo tempo un’esecuzione corretta della fantasia di Skrjabin mentre il brano di Čajkovskij (Dumka) è risultato purtroppo uno studiolo tecnico privo di significato tralasciando di valorizzare le componenti musicali così caratteristiche del compositore russo. Il concerto è terminato con il secondo scherzo di Chopin (lo stesso autore nella prima e seconda parte per strizzare l’occhio al pubblico…) piagato – purtroppo – da due fallacci tecnici coperti con mestiere dal pianista: un’esecuzione certamente non memorabile. Come bis uno studio trascendentale di Liszt (eseguito con qualche incertezza) e un orrendo brano melodico-jazzistico del pianista che naturalmente ha solleticato i gusti più retrivi di un pubblico certamente non sofisticato che applaude acriticamente (con le solite risibili mani alzate)  i brani che conosce (vedi lo scherzo chopiniano). Il pianismo di di Bin conosce dei buoni momenti lirici (in particolare nei momenti musicali di Rachmaninov e nell’inizio del trio – per così dire – dello scherzo di Chopin) ma spesso si rifugia in effettacci che nulla aggiungono (anzi tolgono) a quanto eseguito. Un concerto “very average “.
PS Ma quando questi self appointed musicologi capiranno che tutte le tonalità minori (e rispettivamente tutte quelle maggiori), per strumenti con accordatura temperata (tutti oggi!), sono uguali nel senso che gli intervalli che determinano l’armonia e lo svolgimento di un brano musicale sono i medesimi nelle varie tonalità?  Povero Werkmeister con i suoi semitoni a distanza fissa di  radice dodicesima di 2 !!!

Happy

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Miriam Prandi – Talenti Bologna Festival 30 Marzo 2016

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Ci vuole un bel coraggio e una grande fiducia in sé stessi per condurre un concerto per violoncello solo all’età di 25 anni e con un programma certamente non facile per il pubblico. Ma la giovane artista ha portato a termine il compito con successo coronandolo con un bis di autore a me ignoto ma bellissimo che prevede che la voce della strumentista accompagni il suono del violoncello. Un programma – dicevo – non facile con una prima parte “moderna” e una seconda più tradizionale. La sonata di Ligeti – raramente eseguita – è un capolavoro sotto ogni aspetto e altrettanto si può dire della sonata di Hindemith. Sono due brani della (purtroppo) piuttosto rarefatta letteratura violoncellistica che meriterebbero di certo una più frequente esecuzione e che la Prandi (che vanta già un curriculum di primo ordine) ha saputo rendere alla perfezione sia dal punto di vista tecnico che da quello musicale. Forse meno brillante è stata l’esecuzione della terza suite bachiana dove un eccesso di velocità (segnatamente nel preludio, nella seconda bourrée e soprattutto nella giga finale) ha parzialmente oscurato l’aspetto più strettamente musicale a favore di un’interpretazione un po’ troppo virtuosistica. Un tipico peccato di gioventù che però può essere perdonato a una giovane artista per la quale il giudizio complessivo non può che essere più che positivo.
HappyHappy
Programma
György Ligeti  Sonata per violoncello solo
Paul Hindemith Sonata per violoncello op.25 n.3
Johann Sebastian Bach Suite n.3 in do maggiore BWV 1009
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Zagnoni Cameristi teatro Manzoni – 21 Marzo 2016

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Datemi un paio di  brandeburghesi e vi solleverò l’entusiasmo del pubblico…. Se poi si aggiunge la suite bachiana n. 2 allora per il pubblico di bocca buona il successo può diventare strepitoso. Sia chiaro l’esecuzione di Zagnoni (una vecchia gloria bolognese) e del complesso di musica da camera è stato più che dignitoso, puntando soprattutto (almeno nel secondo brandeburghese eseguito) sulla dinamica più che sull’interpretazione. Purtroppo il terreno è scivoloso ma soprattutto sovraffollato da migliaia di altre compagini che impongono confronti anche impietosi. Quale sia la cifra interpretativa giusta dei brani eseguiti è oggetto di un dibattito che non ha la possibilità di essere risolto. Strumenti filologici o moderni, quale organico, interpretazione barocca o moderna etc… Quindi è necessario in casi come questo evitare di porsi troppi problemi e accettare senza eccessivi sofismi quanto ammannito. Un concerto tutto sommato gradevole, che non pretendeva troppo, che certamente strizzava l’occhio a un pubblico soddisfatto a priori dal nome “brandeburghese” e ben felice di applaudire una compagine che giocava in casa. Tre bis indovina di chi? J.S.Bach…  Bene così….

Happy

PROGRAMMA
Johann Sebastian Bach
Concerto Brandeburghese n°5 in Re maggiore BWV 1050
           Concerto Brandeburghese n° 3 in Sol maggiore BWV 1048
          Suite per Orchestra n° 2 in Si minore BWV 1067
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Teatro comunale e Carmen – 22 Marzo 2016

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Dopo l’insuccesso della Carmen (“buuhata” alla prima – forse in modo persino eccessivo – come non succedeva a Bologna da molti anni) e in presenza di un management (sovrintendente e comitato di indirizzo – Dio li fa poi li accompagna!) pervicacemente arroccato su scelte platealmente erronee (stigmatizzate anche recentemente sul Corriere di Bologna da Leone Magiera dall’alto della sua esperienza pluridecennale) avevo scritto la seguente lettera alla Repubblica di Bologna. “Sulla situazione del teatro comunale viene costantemente calato un velo che però non cambia la realtà dei fatti. La recente lettera di valutazione del ministero lo pone al penultimo posto nella classifica dell’imposto risanamento dei teatri di maggiore importanza ma non una risposta viene data alle seguenti importanti domande: E’ stata sanata la situazione debitoria della Filarmonica?  E’stata affrontato e risolto l’ambiguo rapporto fra orchestra del teatro e l’orchestra filarmonica (stesse persone con diverso cappello)? Perché a fronte di un bilancio disastrato sono stati diminuiti i prezzi delle prime quando si sa che i frequentatori sarebbero disposti a pagare il doppio pur di presenziare? Perché il sovrintendente si è aumentato gli emolumenti (quando mai un amministratore delegato aumenta i propri compensi se il bilancio è in rosso) senza neppure garantire una sua presenza quotidiana? Perché si continua a investire in opere moderne (spesso di dubbio valore) e con nessun richiamo per il pubblico? Perché è stata cancellata una performance in cartellone della Fura dels Baus senza alcuna plausibile giustificazione? Perché non si stipulano accordi strutturali e continuativi con altri teatri distanti per la condivisione delle spese di allestimento? E in tutto questo il comitato di indirizzo, il sindaco suo presidente e l’assessore alla cultura non hanno mai nulla da dire, novelli convitati pietrificati (non di pietra …) ? Ecco vorremmo che un management degno di questo nome rispondesse in modo serio e circostanziato a queste domande per rassicurare un pubblico nonostante tutto ancora (ma per quanto?) affezionato ma che ben conosce la realtà assai migliore di altri teatri italiani.” La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata dando la precedenza a ringraziamenti ai medici (che hanno semplicemente fatto il loro dovere), a modifiche dei sensi unici etc. etc. insomma ad argomenti di somma importanza. Qualcuno si immagina perché……?
SadSad
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Operistica, Recensioni

Carmen – Teatro comunale Bologna 18 Marzo 2016

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Una Carmen non entusiasmante ma nella sua modestia con alcuni elementi positivi. L’impostazione registica è quella di una rappresentazione gestita da un prestigiatore in funzione di deus-ex-machina (scena di levitazione nella taverna di Lillas Pastia e gioco di comparse e sparizioni dei personaggi in un cestone di vimini nel proscenio) che però solo saltuariamente è in grado di influenzare gli avvenimenti che si svolgono in una Siviglia vagamente moderna (con il significato delle scene affidato a scritte realizzate anche con lettere giganti di cartone) e caratterizzata (nelle prime due scene) da grandi cartelloni turistici. Una scenografia e una regia, quella di Pietro Babina, non pretenziosa e per certi aspetti minimalista che nella sua semplicità ha il pregio di non essere velleitaria come purtroppo abbiamo subito altre volte al teatro Comunale (si pensi al recente allestimento del Flauto Magico….). Nella scena finale Carmen e don Josè si muovono come attori di uno spettacolo realista con un pubblico multicolore fino al finale nel quale appunto i due protagonisti – dopo la morte di Carmen – si prendono per mano per salutare il pubblico in sala senza che si chiuda il sipario. Una regia quindi che si muove sempre a cavallo fra il teatro nel teatro e la rappresentazione verista. La direzione musicale di Fréderic Chaslin si muove nei confini di una professionalità senza lode e senza infamia. La protagonista Veronica Simeoni ha una grande capacità scenica, ha il pregio di essere una bella donna e nella scena della taverna di Lillas Pastia dimostra anche di sapere ballare decentemente il flamenco. Ma seppure intonata.. le manca assolutamente la sensualità e la personalità di Carmen, la sua voce non è adatta al ruolo drammatico e intrigante che la partitura e la trama richiederebbero, con il risultato che la sua interpretazione giustamente non scalda assolutamente la platea. Al contrario del don José di Roberto Aronica che interpreta magistralmente la sua parte, sia dal punto di vista scenico che da quella vocale. Voce potente, drammatica, sempre intonata anche nelle zone più impervie (come nell’aria La fleur que tu m’avais jetée). All’estremo inferiore della valutazione l’Escamillo di Simone Alberghini, con una prestazione vocale scialba e anonima, priva di quella ubris che il personaggio richiederebbe con un physique du role a dir poco inappropriato: un torero destinato a essere incornato al primo assalto. Una performance positiva da parte di Maria Katzarava nel piccolo ruolo di Micaela. Un successo piuttosto modesto da parte di un parterre tutt’altro che esaurito e che ancora una volta dovrebbe fare riflettere sulle sorti del teatro cittadino,

HappySad

Cast
Carmen Veronica Simenoni
Micaela Maria Katzarava
Don José Roberto Aronica
Escamillo Simone Alberghini
Direttore Fréderic Chaslin
Regia e scene Pietro Babina
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Recensioni, Sinfonica

Budapest Festival Orchester – Bologna Festival 15 Marzo 2016

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Come ogni anno il Bologna Festival apre con un concerto sinfonico-vocale: quest’anno ospitata è stata la Budapest Festival Orchester, un complesso affiatato e di grande qualità che ha eseguito la gigantesca terza sinfonia di Mahler. Un’esecuzione di grande spessore nella quale è stato possibile apprezzare tutte le sezioni dell’orchestra a cominciare dagli ottoni e in particolare dalla tromba protagonista di una eccezionale performance nella seconda parte della sinfonia. Merito del successo dell’orchestra va ascritta al direttore Ivan Fischer che ha saputo estrarre dalla partitura tutti i temi e le recondite sfumature districandosi in un tessuto musicale di non facile lettura. A coadiuvarlo l’eccezionale mezzosoprano Gerhild  Romberger dotata di una calda voce straordinaria che ha interpretato alla perfezione sia il Lied su testo di Nietzsche sia il canto popolare  in antifona con il coro femminile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna entrambi ottimamente orchestrati. Una serata di grande e meritato successo che ha scatenato il giusto entusiasmo da parte del pubblico. Unico neo il solito ritardo nell’inizio del concerto (con maleducati ritardatari al seguito) a fronte di una sinfonia che addirittura dura ininterrottamente per 100 minuti. Possibile che gli organizzatori non capiscano che il ritardo è un’inaccettabile e ingiustificata manifestazione di provincialismo? Sono mai stati a un concerto a Berlino, a Salisburgo, a Londra etc. ?
 HappyHappy
Programma
Gustav Mahler Sinfonia n.3 in re minore
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Cameristica, Recensioni

Mancini Puccia – Goethe Zentrum Bologna 13 Marzo 2016

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Eravamo andati a sentire un concerto di violoncello e pianoforte: abbiamo assistito a un concerto di pianoforte con flebile, quasi impercettibile accompagnamento di violoncello. Tenere aperto il coperchio del piano a coda in un concerto con violoncello con l’acustica del Goethe è criminale e denuncia una totale incapacità della pianista a valutare le sonorità in gioco. Soprattutto se la tentazione è quella di suonare sempre con un volume medio-alto eccessivo, con un risultato facilmente prevedibile.  Si comincia male: l’incipit della sonata di Brahms è troppo veloce togliendo quell’aura di mistero che lo caratterizza e gli accordi di accompagnamento del piano sono fin dal principio di sonorità eccessiva. Proseguendo nell’esecuzione il piano incrementa costantemente il suo volume financo quando si tratta di puro e ripetitivo accompagnamento (persino nel caso delle ottave spezzate della nota di si nella fuga dell’ultimo tempo, ad esempio) sommergendo e annullando il suono del violoncello. Tecnicamente poi l’esecuzione delle due strumentiste non è certo impeccabile: difetti di intonazione del violoncello ed errori patenti del piano (clamoroso quello della mano sinistra nella riesposizione del tema nel tempo finale della sonata). Nella seconda parte (che ammicca al pubblico con l’esecuzione di due brani di stampo argentino di più facile ascolto) … la musica non cambia, soprattutto nel brano di Piazzolla dove il piano straripa permettendo di ascoltare il suono del violoncello solo quando (finalmente e saltuariamente!) tace. L’unico brano risultato sufficiente è stata la bellissima melodia di Bloch. Come bis una trascrizione di “Träume” dai Wesendonck Lieder di R. Wagner purtroppo inficiata dai problemi suesposti. Per una volta la sala del Goethe ha tutti i posti occupati ma da un pubblico totalmente ignaro del galateo che è richiesto in una sala da concerto. Persone che si alzano e si muovono in sala durante l’esecuzione, persone che entrano in ritardo a piacere (e questo è inaccettabile: chi arriva in ritardo aspetta fuori fino al termine del brano in esecuzione e la volta successiva impara ad arrivare in orario, come educazione richiede: una sala da concerto non è un bar!) e addirittura un bambino che saltella disturbando il pubblico senza adeguato intervento del genitore. Mancava solo un cane che abbaiasse ma in compenso ci ha pensato una signora di stazza enorme seduta sul retro della sala che seduta su una poltrona cigolante si è dimenata per tutto il concerto aggiungendo allo straripante pianoforte uno sgradito accompagnamento non previsto dai compositori.

SadSadSad

Programma
J. Brahms (1833.1897) Sonata in mi minore op. 38
J. Bragato (1915) Graciela y Buenos Aires
E. Bloch (1880-1959) From Jewish Life n.1 “Prayer” (1924)
A. Piazzolla (1921-1992) Le grand tango
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Cameristica, Recensioni

Ceccanti Fossi – Musica Insieme Ateneo 10 Marzo 2016

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Un programma molto interessante con le due sonate brahmsiane per violoncello e pianoforte così distanti nel tempo e nello stile. La sonata op. 35 è opera giovanile ma già già caratterizzata da tutti gli stilemi del compositore amburghese con una fuga finale travolgente mentre l’op. 99 è sonata contigua all’ultima sinfonia (la quarta) e sulla soglia dell’ultimo Brahms del quale si coglie l’impostazione soprattutto dell’ultimo tempo. Due capolavori assoluti della letteratura violoncellistica, il secondo dei quali pone problematiche tecniche non indifferenti agli esecutori e segnatamente al violoncellista. L’esecuzione del duo Ceccanti Fossi è stata di buona ma non eccelsa qualità con alcuni scompensi di sonorità fra piano e violoncello (soprattutto nell’ultimo tempo dell’op. 35), alcune incertezze di intonazione dello strumento ad arco e alcune imprecisioni del pianoforte. Di difficile valutazione il breve brano di Peter Maxwell-Davies: se non per i suoi aspetti folkloristici.

Happy

Programma:
Johannes Brahms:  Sonata in mi minore op. 38, Sonata in fa maggiore op. 99
Peter Maxwell-Davies: Dances from The Two Fiddlers (trascrizione per violoncello e pianoforte di Vittorio Ceccanti)
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Murray Perahia – Quartetto Milano 8 Marzo 2016

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Murray Perahia è un ospite praticamente fisso del Quartetto (fin dal 1968) e ha ormai raggiungo la venerabile età di 68 anni. Questo non ha tolto nulla all’entusiasmo con il quale il pianista statunitense affronta le partiture che esegue, con tutti i pregi e i difetti che questo approccio comporta. Nella prima parte del concerto abbiamo molto apprezzato la misura con la quale sono stati eseguiti i brani di Mozart e soprattutto le composizioni brahmsiane, incise nel passato con un eccesso di velocità che l’ultimo Brahms certamente non richiede. Un Brahms intimista e riflessivo come il testo musicale richiede. Un plauso quindi alla misura ritrovata che poteva essere ascritta all’incidenza del trascorrere del tempo e quindi a una sorta di maturazione interpretativa. Purtroppo il demone che da sempre affligge il pianismo di Perahia è riaffiorato in modo perentorio e per molti aspetti devastante nell’esecuzione della monumentale sonata beethoveniana op. 106. Qui i tempi staccati nel primo e secondo tempo ma soprattutto nell’ultimo, nella fuga finale, sono risultati semplicemente non sostenibili, con il risultato da un lato di una molteplicità di errori tecnici solo in parte coperti dal grande mestiere del pianista e dall’altro in un completo stravolgimento del pensiero musicale del compositore di Bonn. E’ noto che i tempi metronimici indicati da Beethoven (si veda in materia le interessanti considerazioni contenute nel libretto di sala) non sono compatibili con un’esecuzione musicalmente di qualità portando – se rispettati per quanto possibile – a un magma musicale informe e privo di significato. Perahia sembra avere ingerito e digerito un metronomo e anche il Perahia degli anni migliori (e 68 anni pesano!) non avrebbe potuto reggere il ritmo impresso. E purtroppo il rendersi conto del tempo che passa è il sintomo della grandezza di un artista (si pensi al caso di Radu Lupu o di Brendel) mentre il Perahia attuale ricorda l’ultimo Arrau che alla stessa età pretendeva di suonare Après une lecture de Dante di Liszt con risultati a dir poco disastrosi. Certamente un risultato che non corona degnamente una carriera così significativa e in qualche modo lo stesso artista deve essersene accorto non avendo concesso alcun bis al termine del concerto. Una esecuzione semplicemente da dimenticare.

SadHappySad

PS Prima del concerto un relatore prende possesso del palco. Un timore mi agghiaccia le membra: il virus di Musica Insieme di Bologna ha colpito anche il Quartetto? No: le poche parole sono state spese non per un commento musicologico (affidato sapientemente e intelligentemente al programma di sala che viene letto contrariamente a quanto da alcuni affermato) ma per una presentazione dell’artista e della sua carriera al Quartetto. Breve, interessante e piacevole.
Programma
W.A. Mozart ‐ Rondò in la minore K 511
W.A. Mozart ‐ Sonata in la minore K 310
J. Brahms ‐ Ballata in sol minore op. 118 n. 3
J. Brahms ‐ Intermezzo in do maggiore op. 119 n. 3
J. Brahms ‐ Intermezzo in mi minore op. 119 n. 2
J. Brahms ‐ Intermezzo in la maggiore op. 118 n. 2
J. Brahms ‐ Capriccio in re minore op. 116 n. 1
L. van Beethoven ‐ Sonata n. 29 in si bemolle maggiore op. 106 “Hammerklavier”
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Gabetta Chamayou – Musica Insieme Bologna 7 Marzo 2016

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Sol Gabetta (in questo caso coadiuvata da un superlativo Chamayou) è ormai entrata del Gotha del violoncellismo mondiale e per molti aspetti a ragione. Ottimo suono, tecnica eccellente, vasto repertorio e certamente grande miglioramento (leggasi maturazione) rispetto alla prima esibizione nella nostra regione risalente a 5 anni fa Imola. Il suo approccio alla musica potrebbe essere assimilato a quello di una cantante lirica e in quesa ottica ha dato il meglio di sé nei primi due brani del concerto e in particolare – come prevedibile – nella bellissima e celebre sonata di Mendelssohn. Ma il suo lirismo è anche il suo limite: non ha nelle sue corde (o ha in misura decisamenente minore) il côté drammatico e ciò è risultato evidente nell’esecuzione della sonata op.65 di Chopin (che il compositore di Żelazowa Wola non ha eseguito integralmente – come ultimo suo concerto –  limitandosi a causa della malattia al primo movimento, fatto non  chiarito dal solito impreciso relatore iniziale) dove la sua interpretazione – seppure tecnicamente perfetta – è apparsa un po’ troppo “leggera” (mi si perdoni il termine musicalmente impreciso ma che riassume appieno il mio pensiero) soprattutto a fronte dell’ottima, musicalmente ineccepibile esecuzione pianistica. Per apprezzare il limite dell’esecuzione della Gabetta si potrebbe suggerire di ascoltare l’esecuzione ormai classica del duo Maisky-Argerich. Perché poi gli esecutori si siano presi la libertà di cassare arbitrariamente il ritornello previsto nel primo tempo è di difficile comprensione. Il concerto è terminato con l’ineffabile Grand duo de concert su temi di Robert le Diable di Meyerbeer del compositore polacco (una composizione d’occasione da lasciare  nel dimenticatoio della storia musicale senza rimpianti) che potrebbe essere definito come un brano pianistico con accompagnamento (poco) di violoncello, tanto impervio tecnicamente per il pianoforte quanto musicalmente povero per entrambi gli strumentisti, che ha messo ancora in luce le qualità di Chamayou. Come bis il secondo tempo della sonata di Rachmaninov per violoncello e pianoforte (una scelta assai discutibile). Buon successo di pubblico (ma non travolgente come nel caso del macellaio Matsuev, cosa che ancora una volta dimostra  la sostanziale e trista  incompetenza del pubblico di MI).
HappySadHappy

Programma:
Ludwig van Beethoven :Sette Variazioni in mi bemolle maggiore sopra il tema «Bei Männern, welche Liebe fühlen» WoO 46
Felix Mendelssohn: Sonata in re maggiore op. 58
Fryderyk Chopin :Sonata in sol minore op. 65,   Grand duo de concert su temi di Robert le Diable di Meyerbeer in mi-la maggiore (in collaborazione con Auguste Franchomme)
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Vignudelli Buselmeier Manicardi – Goethe Zentrum 6 Marzo 2016

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Un concerto di qualità con due soprani dalle caratteristiche differenti (più lirico Alexandra Buselmeier e più drammatico Barbara Vignudelli) ottimamente accompagnate dalla pianista Giulia Manicardi. Un programma  di qualità comprendente due compositori fra loro quasi contemporanei, Johannes Brahms e Max Reger (di cui ricorrre quest’anno il centenario della morte) che ha incluso anche brani assai poco praticati nel campo dei Lieder: i duetti. Le due voci si sono alternate in funzione della tipologia dei brani eseguiti e si sono fuse nei duetti nei quali hanno sempre trovato il giusto equilibrio. Anche l’accompagnamento pianistico ha trovato la cifra giusta sia per l’impiego (finalmente!) di un pianoforte di qualità, sia per la scelta di tenere chiuso il coperchio, accorgimento quanto mai necessario data l’acustica non certo perfetta della sala. Un solo appunto alle due cantanti: è ormai prassi consolidata (e assai apprezzabile) quella di accompagnare il canto con una gestualità che completi l’esecuzione. Una esecuzione statuaria toglie non poco all’esecuzione e le due interpreti dovrebbero – a giudizio di chi scrive – prendere esempio da alcuni interpreti che hanno grande successo presso il pubblico come Angelika Kirchschlager, Michael Schade etc. senza nulla togliere alle loro qualità vocali. Un solo rimpianto: lo scarsissimo pubblico. Ma questo è un problema ormai molte volte affrontato…

HappyHappy

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Catherine Vickers – Bologna Concerti della Soffitta 1 Marzo 2016

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Praticamente scomparsa – o forse mai comparsa! – dalla scena italiana (almeno a mia conoscenza) dopo avere vinto il Busoni nel 1979 e nel 1981 il terzo premio al concorso di Sydney, Catherine Vickers si presenta come grande esperta di musica contemporanea e propone un brano di Huber (del gruppo di Darmstadt) a lei dedicato che dovrebbe esplorare il suono del pianoforte dopo il rilascio del martelletto. Brano di difficile interpretazione che alterna fortissimi (forse per analizzare gli effetti successivi alla percussione) con pianissimi rarefatti e lunghi silenzi e che probabilmente richiederebbe al sottoscritto, per una valutazione razionale, una competenza che dichiara candidamente di non avere. Il concerto si apre con i bellissimi Drei Klavierstücke D 946 di Franz Schubert, uno degli ultimi brani del compositore viennese. Una composizione che richiederebbe quella sensibilità sfumata ma non evanescente che induce molti pianisti (ad esempio Paul Badura Skoda e Andras Schiff) a scegliere per l’esecuzione pianoforti dal suono più morbido come il Bösendorfer rispetto alla brillantezza di uno Steinway. Il pianismo della Vickers è invece tendenzialmente roccioso e se ne ha subito una diretta impressione all’apertura del primo brano, nella quale un eccesso di sonorità stona decisamente con il carattere della composizione. Il concerto si chiude con una tarda composizione pianistica di un Debussy già provato dalla malattia e dal clima della prima guerra mondiale: i due quaderni di 12 studi per il pianoforte, un omaggio agli studi di Chopin ma ben lontani musicalmente dal compositore polacco. Qui la poetica di Debussy si fa più rarefatta, più asciutta e sfiora spesso un’impostazione didascalica che fa rimpiangere i grandi affreschi impressionistici del compositore francese. Si percepisce una sorta di aridità compositiva e un esaurimento dell’inventiva mascherati naturalmente sotto una grande capacità di utilizzo dello strumento ma con risultati inferiori a quelli della grande maturità. Per questo motivo è richiesto all’esecutore uno sforzo ulteriore sia tecnico che interpretativo per fare emergere la musicalità che è in questo caso di natura carsica. Non è il caso della Vickers che ancora una volta affronta in modo scolastico, ruvido e – purtroppo – con significative carenze tecniche (particolarmente evidenti nel quinto studio del primo libro dedicato alle ottave) l’impervia partitura. Un’esecuzione di certo non memorabile.

Sad

PS Dimenticavo di segnalare che il brano di Huber massacra di fatto il pianoforte la cui accordatura avrebbe subito dopo l’esecuzione  la necessità di essere rivista. Ne ha fatto ulteriormente le spese Debussy.
Programma
Franz Schubert (1797-1828)
Drei Klavierstücke D 946 (1828)
n. 1 Allegro assai – n. 2 Allegretto – n. 3 Allegro
Nicolaus A. Huber (*1939)
Disappearances (1995)

Claude Debussy (1862-1918)
Douze Études pour le piano (1915)
Livre I: Pour les «cinq doigts» d’après M. Czerny – Pour les tierces
Pour les quartes – Pour les sixtes – Pour les octaves – Pour les huit doigts
Livre II: Pour les degrés chromatiques – Pour les agréments – Pour les notes répétées  – Pour les sonorités opposées – Pour les arpèges composés – Pour les accords
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Denis Matsuev – Musica Insieme 22 Febbraio 2016

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Più Russia di così: russo il pianista, russi i compositori… Appena il ragazzone di Irkutsk mette le mani sul pianoforte si capisce subito che non ci si trova davanti a un esecutore dotato di “esprit de finesse”: si è in presenza di un thrilling di cui si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (il piano è la vittima). Il nostro non esegue ma aggredisce il pianoforte come fosse un nemico da abbattere. Appartiene alla stessa categoria di Kathia Buniatishvili con l’aggravante della mascolinità che ne aumenta la potenza fisica: si potrebbe affermare che si tratta di un energumeno che ricorda – musicalmente – Donald Trump. Fin dal brano di Čajkovskij fa subito capire che il suo pianismo è puramente quantitativo e non qualitativo. La cosa si concretizza ulteriormente nei “Quadri di una esposizione” di Musorgskij: con una battutaccia si potrebbe affermare  che purtroppo sotto le sue mani si trasformano in… “Croste di una esposizione”. Matsuev concepisce solo sonorità che vanno dal mf allo sff e aborre i piani come fossero un virus contro il quale è stato vaccinato senza ricadute. Basta ascoltare la seconda esposizione della promenade per capire che l’intero impianto sarà privo di qualunque sfumatura. Il mercato di Limoges, ad esempio, è trasformato nella peggiore Vucciria palermitana. E’ tutto forte, e per una volta si può affermare che è tutto, semplicemente tutto, pestato (un termine che non uso quasi mai, ma quando ce vo’ ce vo’). Ha un bel da fare l’accordatore durante l’intervallo a rabberciare il piano che ha gravemente sofferto sotto i colpi impietosi del pianista russo. La seconda parte è tutta dedicata a Rachmaninov: il pianismo non cambia anche se qualche sprazzo lirico si intravede, ma sempre frettolosamente abbandonato per le sezioni più congeniali all’esecutore (in inglese si potrebbe usare il termine executioner…). Matsuev sarebbe anche dotato di una buona tecnica ma la ricerca spasmodica dell’effettaccio e della velocità ad ogni costo ricorda la micina frettolosa che fa i gattini ciechi. Ne è un esempio il pasticciaccio combinato nell’ultimo brano dei “quadri” di Musorgskij: “La grande porta di Kiev”. Lo confesso: non ho avuto la pazienza di ascoltare i bis: ne avevo semplicemente abbastanza. Nella sua biografia si legge che terrebbe 160 concerti all’anno (ma nei mesi di Febbraio, Marzo e Aprile del 2016 – dal suo sito – i concerti menzionati sono solo 6…..) : potrebbe anche essere perché questo proverebbe che certamente non ha il tempo per studiare e approfondire, e ne avrebbe tanto, ma tanto bisogno…. Come abbia vinto il Čajkovskij nel 1998 è per me un mistero ma il pianismo è come il vino: alcuni vini migliorano con l’invecchiamento e altri no. Matsuev ricade nella seconda categoria. Naturalmente il pubblico bolognese ha applaudito, ma questo non vuol dire assolutamente nulla (o forse molto, purtroppo…)

SadSad

Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Dumka op. 59
Modest Musorgskij  Quadri di un’esposizione
Sergej Rachmaninov  Étude-tableaux op. 39 n. 2 – n. 6, Preludio in sol minore op. 23. n. 5 , Preludio in sol diesis minore op. 32 n. 12,  Sonata in si bemolle minore op. 36 (seconda versione)
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Pires Grigoryan – Quartetto Milano 16 Febbraio 2016

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiEvviva: ora abbiamo anche il concert-sharing, dove due interpreti suonano brani in comune e separatamente! Quale sia la ratio non è dato sapere e certamente lo spezzettamento non giova alla qualità del concerto, soprattutto se i valori in campo sono molto diversi. Inoltre le due interpreti siedono alternativamente a un tavolino per assistere alle reciproche esecuzioni solistiche, quasi a mo’ di giuria individuale. Una scelta veramente difficile da interpretare e giustificare che – credo – costituisca un “unicum” che peraltro si può solo sperare non si ripeta. Il programma eseguito comprendeva di Schubert l’Allegro D947 e la Fantasia D940 (entrambi a 4 mani) e le due sonate op. 101 e 111 eseguite rispettivamente dalla Grigoryan e dalla Pires. Mentre il primo brano a 4 mani (con la Grigoryan nella parte principale) è brano di poco spessore, molto più significativa è la Fantasia(con la Pires nella parte principale). Qui l’esecuzione è stata eccellente, mettendo in risalto (senza gli eccessi ritmici che purtroppo molto spesso si ascoltano) tutte le sfumature schubertiane fino alla grandiosa fuga finale nella quale il grande impianto musicale ha trovato tutto il suo valore. Una esecuzione giustamente applaudita dal pubblico. Discorso differente per le due sonate Beethoveniane. L’esecuzione dell’op, 101 da parte della Grigoryan è risultata scolastica e piatta, a cominciare dai tempi staccati troppo veloci. Questo ha gravemente inficiato – ad esempio – la grandiosa frase musicale che apre il primo tempo (ripresa poi nel corso della sonata) indicato da Beethoven come Etwas lebhaft, und mit der innigsten Empfindung (poco veloce e con il più intimo sentimento) anche il secondo tempo Lebhaft. Marschmäßig (vivace alla marcia). Discorso analogo per la fuga finale eseguita come uno studio a tempo metronimico. La Grigoryan è dotata di una buona tecnica ma quanto a musicalità ha molto da imparare in tutti i sensi, anche se si considera che è giovane ma non giovanissima e che vi sono fior di interpreti più giovani ma estremamente più maturi. Si può solo sperare che la Pires le metta “il sale sulla coda”. Eccellente invece l’esecuzione della sonata op. 111 di Beethoven da parte della Pires che specialmente nella Arietta e nelle relative variazioni ha trovato l’esatto equilibrio ritmico e interpretativo. Una esecuzione matura ed estremamente equilibrata che posta a confronto con quella della Grigoryan ha ulteriormente sottolineato i limiti di quest’ultima. Curiosa ma anche magistrale l’esecuzione dell’ultimo trillo che per una esecuzione letterale richiede una estensione della mano che la Pires non possiede e che nondimeno l’artista portoghese è riuscita a non fare notare. Un solo, minimo, bis composto di due parti suonate alternativamente e – ohimè – a me sconosciuto. Buon successo di pubblico.

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Annalisa Londero – Circolo della musica Bologna 13 Febbraio 2016

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Il concerto inizia alle 21.15 in orario, ma troppo tardi ormai anche per gli standard italiani (dove ormai è consolidato l’orario fra le 20 e – raramente – le 21). La pianista presenta un programma tutto romantico: sonata D894 di Schubert, IV ballata di Chopin e Davidsbündlertänze di Schumann. Purtroppo si comincia male: l’esecutrice tenta di introdurre i brani ma parlare in pubblico (un’arte e anche un mestiere, sia ben chiaro) soprattutto dovendo essere concisi è difficile e ci si chiede a cosa possa servire indicare che il pezzo eseguito è bello, che si compone di n parti, che è stato composto nell’anno… Se proprio si vuole introdurre sarebbe necessario non elencare quello che gli ascoltatori possono capire da soli ma indicare il contesto artistico del tempo, il raffronto con compositori coevi, il trend culturale allora in atto etc. Un esempio delle informazioni confusamente raccolte: secondo la pianista Clara Wieck non apprezzò le Davidsbündlertänze perché troppo simili al Carnival: peccato che le Davidsbündlertänze siano op. 6 e il Carnival op. 9. Che fosse una preveggente? Vorrei segnalare che questo blog ha condotto un sondaggio presso il pubblico con 200 voti espressi riguardo al gradimento delle introduzioni che ha visto quasi l’80% essere contrario.  Ma veniamo al concerto. La pianista ha una buona tecnica (non immacolata come dimostrato ad esempio dalla scala cromatica finale di seste dello studio chopiniano op. 25 eseguito come bis) e certamente non manca di esperienza. Certamente di buona esecuzione i primi tre tempi della sonata schubertiana, nei quali l’esecutrice è stata in grado di controllare la sonorità di una gran coda in un ambiente di certo non strutturato all’uopo, mentre certamente meno apprezzabile è stata la resa dell’ultimo, infido tempo, con quel secondo tema apparentemente così corrivo che richiede grande sensibilità musicale per non renderlo banale, così come molto più significanti andrebbero resi quelle triplette di terze che l’accompagnano. Quanto alla IV ballata non sono mancati momenti di vera liricità ma perché rallentare la non facile riesposizione del tema iniziale con il controcanto salvo poi accelerare esageratamente quando la partitura si semplifica? E nel finale infuocato una riduzione dell’uso del pedale avrebbe permesso un migliore ascolto della partitura.  Non è invece stata all’altezza l’esecuzione delle Davidsbündlertänze, Qui tutti i brani di Florestano sono stati eseguiti con acribia da studio tecnico, con un volume sempre eccessivo perdendo per strada quel tormento interiore che la partitura schumanniana esprime. Il sapere dosare la sonorità della propria esecuzione in funzione dell’ambiente in cui si suona è parte integrante della sensibilità musicale di un’artista e in questo caso è semplicemente mancata.

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