Cameristica, Recensioni

Ars Trio di Roma – Bologna S.Filippo Neri 25 Maggio 2015

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Nelle formazioni cameristiche il trio con pianoforte riveste una grande importanza come esempio di perfetta fusione fra i tre strumenti principe della musica da camera (e non solo).  In questa ottica l’Ars trio di Roma ha fornito una eccellente prestazione con l’esecuzione di tre composizioni, due “classici” (“L’Arciduca” di Beethoven e il trio di Mendelssohn op. 49) e l’interessante “trio in tre movimenti” di Mauricio Kagel. Cominciando da quest’ultimo si può affermare che è un intreccio di stili nel quale si ritrovano gli approcci di Cage (le corde del piano pizzicate a mano), impostazioni melodiche (nel primo tempo) e inflessioni    legate alla locazione geografica del compositore. Una composizione che non manca di sezioni di grande qualità ma che soffre di una eccessiva lunghezza. Gli altri due trii eseguiti (e segnatamente quello di Mendelssohn) sono, come quasi sempre accade, una sorta di concerti per piano con accompagnamrnto di archi. In quello appena citato è spiccato l’ottimo pianismo di Laura Pietrocini che ha trascinato il trio in un crescendo travolgente culminato in un finale virtuosistico che ha giustamente suscitato l’entusiasmo del pubblico in sala. Forse meno brillante è stata l’esecuzione del trio beethoveniano con tempi eccessivamente rilassati che pur permettendo forse una maggiore espressività hanno però sfilacciato l’ordito complessivo della composizione. Un meritato successo.

 HappyHappy

PS Nel clima censorio musicale della provincia bolognese, con il “pactum sceleris” fra istituzioni musicali e giornali per abolire l’odiata e temuta recensione, la modestissima flebile voce libera e indipendente di Kurvenal (moderno Bérenger musicale in sedicesimo – Ionescu – che tenta di resistere al dilagante rinocerontismo) con il suo modesto successo è indigesta. Naturalmente il dissenso su quanto riportato sul blog non solo è lecito ma addirittura – se fondato – necessario essendo il dibattito stimolato e ricercato (ma questo comporterebbe l’ammissione di leggere il blog, colpa sufficiente per essere oggetto di ostracismo, come nei regimi totalitari…). Invece nella cultura imperante del “dietrismo” tutto italiano le uniche domande che ci si pone sono “quale è il suo fine nascosto” oppure “di quali agganci gode” oppure “chi c’è dietro“. Lor signori (“vostre eccellenze che mi stanno in cagnesco”) si tranquillizzino: dietro al sottoscritto ci sono solo io che non fruisco (e mai vorrei fruire) di abbonamenti gratuiti (in questa ottica ci piacerebbe sapere se i membri del consiglio di indirizzo si pagano, come dovrebbero, i propri abbonamenti) o di altri favori, che diplomato in pianoforte a Bologna a pieni voti sono appassionato di musica classica e operistica, che non ho inconfessabili scopi nascosti, che devolvo una non indifferente parte del mio stipendio all’acquisto dei biglietti a prezzo pieno e che dedico una parte del mio tempo al blog per recensire spettacoli cui ho assistito….  Senza sconti per nessuno, però.
 Sad
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Cameristica, Recensioni

Thiemann Rambaldi – Goethe Zentrum 24 Maggio 2015

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Un concerto interessante di due giovani concertisti: il violoncllista Felix-Eugen Thiemann e la pianista Francesca Rambaldi impegnati in un concerto di ampio respiro, con una sonata di Beethoven, un brano di Schumann, la sonata di Debussy e la suite di De Falla.  Certamente un duo affiatato ed esuberante con una qualità del violoncellista che promette un grande futuro mentre più discutibile è il valore del pianismo della Rambaldi.  Il limite di Thiemann è forse proprio l’eccesso di confidenza nei propri mezzi che lo porta talvolta, nei passaggi più impegnativi (ad esempio in Schumann), a errori che potrebbe facilmente evitare. Ha un bel suono pieno che però talvolta non riesce a modulare per i piani dando luogo a una esecuzione molto muscolare che meriterebbe invece una maggiore articolazione espressiva. Un discorso simile vale per la pianista che non ha  brillato nelle sue esecuzioni e che ha molto spesso ha coperto con una eccessiva sonorità il suono del violoncello (segnatamente all’inizio della sonata di Debussy che fra i brani eseguiti è stato quello di minore qualità). Cionondimeno il concerto è stato godibile e molto apprezzato dal  pubblico purtroppo non folto, anche per l’assenza di qualunque informazione sui quotidiani locali. Non solo assenza di recensioni ma addirittura assenza delle informazioni. Si impone quindi per i validi concerti del Goethe Zentrum (l’unica istituzione a Bologna che organizzi ancora concerti di Lieder!) una maggiore penetrazione capillare eventualmente attraverso accordi con le istituzioni principali. Due consigli per il futuro di questi concerti: rinunciare assolutamente alle presentazioni da parte degli esecutori dei brani eseguiti che sono inutili e spesso  noiose e dilettantistiche (il pubblico poi non è sprovveduto!) e tenere socchiuso il coperchio del pianoforte, data l’ acustica non perfetta della sala.

Happy

PS A margine di questa breve recensione debbo segnalare come l’atteggiamento del mitteleuropeo Goethe Zentrum differisca dal provincialismo di altre istituzioni bolognesi. Mentre una recensione negativa (e ne ho redatte!) di un suo concerto viene accettata serenamente nel rispetto della libertà di opinione e comunque con atteggiamento di gratitudicne per la partecipazione,  una critica negativa di uno spettacolo del teatro comunale è sentita dal management come un delitto di lesa maestà. Ogni commento è superfluo.
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Commenti

Censura preventiva – Teatro comunale 19 Maggio 2015

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Non male: dopo l’assenza di recensioni serie del Flauto Magico sui giornali locali (a meno che non si vogliano considerare tali i peana preconfezionati e acritici come quello del Corriere di oggi 19 Maggio) si palesano uno o più Ždanov autoctoni (dai nomi a me ignoti) che sul sito” diamo valore alla cultura” dei lavoratori del teatro Comunale (con tanto di logo ufficiale  del teatro!) inseriscono le recensioni positive (ad esempio quella della Repubblica) e censurano quella parzialmente negativa di Kurvenal (a differenza di quanto avvenuto in passato)! E sarebbe questo “dare valore alla cultura“? Questi sgangherati clientes “culturali” del potere che evidentemente intendono ingraziarsi i ras di turno per una misera sportula svendendo la dignità del sito sono un tipico prodotto del clima di consenso artificiale (una sorta di claque endogena) che il sovrintendente, il comitato di indirizzo  e il suo presidente “in pectore” (che però ormai da mesi rimane tale – a quanto ne è dato sapere – forse per disinteresse o dimenticanza del sindaco) vogliono creare con tanti saluti alla indipendenza e al dibattito, anche serrato, che è il sale della cultura.  Che dire? Kurvenal (una voce libera e indipendente, ahimé per loro) come novello “samizdat” dalla circolazione clandestina che tutti leggono (200 secondo le ultime statistiche) ma nessuno vuole ammetterlo (e di queste anime belle ce ne sono tante, anche ben note…)? Senza capire che così facendo si attizza, contrariamente alle aspettative, un interesse insperato e si ammette implicitamente che quanto scritto sul blog è vero, tanto da dovere nasconderlo? Non solo malafede ma anche intelligenza sotto il minimo. L’autore ringrazia.

SadSadSad

PS finalmente (forse) una buona notizia: sulla pagina bolognese di Repubblica l’ineffabile rockettaro Ronchi ventila la possibilità di un suo abbandono dell’assessorato. Ci dispiace per coloro presso i quali in futuro farà danno ma  “mors tua …”..
PPS leggere http://ilcorrieredellagrisi.eu a proposito del flauto….
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Operistica, Recensioni

Die Zauberflöte – Bologna Teatro Comunale 16 Maggio 2015

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Una Zauberflöte così (in tedesco è femminile!), che in campo mozartiano aveva generato  –  dopo il flop di “Così fa tutte”della scorsa stagione – grandi aspettative sapientemente  orchestrate dalla stampa locale e dalla sovrintendenza del teatro, con stereoscopia e scomodissimi occhialini 3D al seguito forniti agli spettatori (con i quali spesso si vede solo la “stereoscenografia”  dei video e non i cantanti), non l’avevamo mai neppure ipotizzata (e speriamo di non rivederla più). Stante che il palcoscenico è per sua natura tridimensionale, la scomodità degli occhialini rossoverdi – da Guinness dei primati per i teatri d’opera la ridicola vista panoramica del pubblico in sala! –  non è compensata da una plasticità stereoscopica della scena e quindi in ultima analisi è “dispensabile” (a differenza di quanto avviene al cinema). Affidandosi ad aspetti visuali (drammaticamente, noiosamente ripetitivi) e non a scenografie solide nel senso stretto della parola  si viene a creare un assurdo spazio vuoto fra il proscenio e lo schermo del fondale talché i cantanti sono piazzati dal direttore per lo più proprio sul proscenio onde evitare conseguenze acustiche negative legate al vuoto della scena. Per tutto c’è una prima (e speriamo ultima) volta…
Zauberflöte
L’idea di considerare la vicenda della Zauberflöte  come una favoletta inventata e gestita da due mocciosi poco espressivi vestiti alla marinara (massoni in erba anche loro?), ossessivamente presenti sullo sfondo, semplicemente non funziona: è velleitaria e inutilmente accattivante, insomma totalmente fuori dallo spirito così polivalente dell’opera. Un’impostazione assai difficile da sostenere che, ove mai fosse ipotizzabile, avrebbe comunque richiesto una compagine registica di ben altro livello. Analogamente risulta noioso e ripetitivo l’ andirivieni dei pannelli a mo’ di otturatore fotografico, un artificio che è come il gioco: bello fin che dura poco… Se poi la presenza dei solisti e del coro in sala con illuminazione da café chantant è il nuovo che avanza c’è di che stare “freschi”. Che la perfida regina della notte si palesi da un cono a pan di zucchero, che ricorda le dolcezze dei “baci” Perugina in versione natalizia più che la volta celeste, è semplicemente ridicolo  (anche perchè l’ “aggeggio” dopo l’apparizione rimane in palcoscenico senza alcun significato, neppure visivo). E così via.

Flauto

Insomma una regia e una scenografia velleitarie e sostanzialmente dilettantesche e noiose. Uno spettacolo che certamente fa rimpiangere la bellezza visiva (seppure a tratti discutibilmente ridondante) di Jenufa. Il regista è palesemente digiuno di rappresentazioni in teatro di opere liriche e l’accattivante, mistificante e usurpato richiamo dell’organizzazione cui appartiene (Fanny e Alexander) al mondo di Bergman è solo uno scadente “wishful thinking”. Dovrebbe rivedersi cento volte la registrazione dello splendido allestimento de “Le nozze di Figaro” di Martone del 2013 per imparare come si gestisce e valorizza un’opera teatrale di grande repertorio.  Senza volere escludere a priori una rivisitazione in chiave moderna di uno spettacolo classico, purchè non velleitaria e in ultima analisi scadente che fa ovviamente rimpiangere (e molto) messe in scena più tradizionali ma in grado di valorizzare e non deprimere il capolavoro mozartiano. Per le rivoluzioni ci vogliono veri rivoluzionari e non ribellisti dilettanti convinti che “épater le bourgeois” con effetti speciali (o ritenuti tali) sia sufficiente a garantirsi qualità e  successo! (Purtroppo scrivendo questa recensione negativa mi rendo conto di fare comunque un involontario favore alla regia perchè anche solo il parlarne – seppure male e addirittura talvolta proprio per questo motivo – è pur sempre una cassa di risonanza per una immeritata pubblicità).
La direzione di Mariotti non è stata esaltante e spesso diseguale: forse il Mozart della Zauberflöte non è particolarmente nelle sue corde. Troppo lente molte arie (e segnatamente la prima di Tamino e della regina della notte). E’ un’opera che per la sua stessa natura richiede un equilibrio particolare in quanto si trova costantemente in bilico fra la favoletta (non per nulla il libretto è di un impresario improvvisatosi librettista, Schikaneder, e diretto a un pubblico di bocca buona del tempo) e l’apologo agogico e paludato del trionfo del bene sul male. Un libretto non sempre facile da digerire e interpretare (chi non parteggia inizialmente per la regina della notte cui la figlia è stata sottratta?), spesso sconclusionato, con alcune figure un po’ grottesche come Monostatos e un po’ stralunate come Papageno/Papagena,  e uno sviluppo dell’azione tutt’altro che lineare. E’ solo il genio mozartiano che è riuscito a trasformare questo potenziale disastro in un capolavoro e proprio a fronte di questa “politomia” la direzione musicale si trova costantemente di fronte a difficili scelte interpretative. Certamente le modestissime scelte registiche non hanno aiutato il direttore ma è certamente vero che abbiamo assistito a rappresentazioni di questa difficilissima opera musicalmente assai migliori (e in particolare va ricordata quella magistrale di Abbado, anni luce distante da quella di Mariotti).
Il cast.  Evidenti, inaccettabili problemi di pronuncia della lingua tedesca – in un Singspiel! – da parte degli italiani.  Ahimé la provincia e le obsolete scuole di canto rivolte solo al bel canto e al barocco italiano! Non per niente l’importantissimo genere musicale del Lied è colpevolmente e sostanzialmente sconosciuto nel belpaese. A parte questo il livello medio è apparso vocalmente di buona qualità e in particolare va segnalata l’ottima  Pamina di Maria Grazia Schiavo  (aiutata in questo dalla più bella aria dell’opera), che ha nelle sue corde tutti gli accenti del personaggio mozartiano. Quanto alla regina della notte (musicalmente ruolo chiave dell’opera) di Christina Poulitsi  i suoi sopracuti sono perfettamente intonati ma ha qualche incertezza di emissione nel registro medio-alto. Tamino (Paolo Fanale) è tenore di ottima professionalità mentre il Sarastro del gigantesco Mika Kares ha una voce da basso perfetta nel ruolo anche se talvolta un po’ monotona. Il duo Papageno/Papagena, rispettivamente interpretati da Nicola Ulivieri e Anna Corvino non ha particolarmente impressionato.  Purtroppo assolutamente sotto il minimo le tre dame e carini i tre fanciulli (vocalmente non ineccepibili) che però potevano essere scelti localmente senza pregiudizio alcuno (come già faceva 30 anni fa il teatro).
Come sempre il pubblico bolognese è indulgente (quando mai si sentiranno finalmente dei sacrosanti “buh” quando meritati? Ricordo un Ring di Bayreuth del 2010 splendidamente cantato e orchestrato – una vera meraviglia – ma con una messa in scena “de paura”, in occasione del quale la timida apparizione a mezzobusto del regista dietro il sipario socchiuso scatenò una salva di disapprovazioni tali da fare letteralmente fuggire – addirittura dal teatro penso –  il malcapitato!) e esterna il proprio dissenso al massimo con un applauso più tiepido oppure non presentandosi alle rappresentazioni (diverso è il caso della “generale” dell’opera al termine della quale, all’uscita dal teatro, il team della gestione video è stato “omaggiato” da una meritata salva di “buh”). La “prima” fa caso a sé: qui predomina la presenza del bel mondo bolognese non particolarmente avvertito  musicalmente (“e mira ed è mirato, e in cor s’allegra”…) e più che altro interessato agli intervalli, e soprattutto della claque (in questo caso veramente assordante e insopportabile nella quale in platea si è distinto uno scatenato piacione) che si combina con il successo opportunamente preorganizzato dalla sovrintendenza con la stampa locale, che non brilla certo per indipendenza e competenza (si leggano gli articoli di presentazione dell’opera: semplicemente il nulla a stampa). Per una recensione giornalistica sulla stampa seria e indipendente bisogna aspettare gli articoli di Carla Moreni sul Sole 24 ore o di Paolo Isotta sul Corriere della sera ammesso che prendano in considerazione un teatro oggettivamente non di primario interesse nazionale come il Comunale di Bologna. Quindi fiato alle trombe (e ai tromboni..) locali e che la festa (?) cominci….
PS A proposito di registi “creativi” segnalo questo gustosissimo articolo http://www.ilcorrieredellagrisi.eu/2012/05/come-diventare-un-grande-regista-a-la-page-in-25-mosse/

 Sad

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Cameristica, Recensioni

Gloria Campaner – Bologna S. Filippo Neri 13 Maggio 2015

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Gloria Campaner è una pianista certamente dotata musicalmente, fornita di una eccellente tecnica che trova i suoi accenti migliori nei brani a forte componente virtuosistica (nel caso specifico i Morçeaux de fantasie op.3 di Rachmaninov e i due brani di Skrjabin, lo Studio in do minore op.2 n1. e il poema di ispirazione apocalittica Vers la flamme op. 72) nei quali ha saputo fare rivivere lo spirito così diverso e contrastante dei due compositori russi con tutti gli accenti drammatici e lirici che essi comportano.  Un discorso diverso vale invece per Schumann dei quali ha eseguito le  Humoreske op. 20  e le Kinderszenen op. 15. Qui, soprattutto nelle Kinderszenen, l’eccessivo sforzo interpretativo ha stravolto, negli episodi cantabili, lo stile musicale schumanniano. Interpretare” non significa sostituirsi allo spirito del compositore, strascicando oltre misura i tempi, forzando armonie non specificamente indicate, utilizzando artifici quali la disincronia delle mani etc.: l’alone favolistico e onirico che pervade le Kinderszenen non può essere considerato un alibi per qualunque libertà. Un brano musicale può essere assimilato a una carreggiata larga da percorrere (lo stile), ma entro la quale è necessario mantenersi. L’esecutore ha la possibilità di definire il corso all’interno che ritiene migliore (e in questo si misura la qualità dell’esecuzione) ma non ha il diritto di debordare, come invece la Campaner ha fatto. Non è assolutamente necessario che ad ogni nota debba esser data una specifica, determinata espressione spezzando di fatto il filo logico del brano ma la musica deve poter correre, naturalmente guidata e indirizzata dalla sensibilità dell’esecutore. Come sempre vi sono grandi e famose esecuzioni delle Kinderszenen da analizzare (e qui citerei la magistrale e stilisticamente inappuntabile interpretazione della grande Marta), non ovviamente da copiare ma da considerare come spunto da cui prendere esempio. Migliore è stata comunque l’esecuzione dell’altro ciclo schumanniano, le Humoreske, brano non spesso frequentato, che non ha sofferto degli stessi eccessi delle Kinderszenen e che ha in buona (non perfetta…) misura rispettato il dettato del compositore di Zwickau.  Il giudizio sulla Campaner è quindi parzialmente positivo nella speranza che la maturazione porti a risultati che sono certamente alla sua portata ma che richiedono un approfondimento dello spirito e un rispetto dello stile delle composizioni eseguite. Di certo vi sono esempi di pianisti più giovani (ad esempio Lisiecki o Blechacz) che tale maturazione hanno già portato a termine e il confronto, al momento, è sfavorevole alla Campaner. Due bis e ottimo successo di pubblico. Due clamorosi strafalcioni nel programma di sala: Curiose Keschichte (senza senso) al posto di Curiose Geschichte “storia curiosa” ma soprattutto la traduzione di  Bittendes Kind che significa “bambino che chiede” e non “bambino che prega” (che sarebbe Betendes Kind)….Ma per fortuna in questa serie ci è almeno risparmiata l’ “introduzione musicologica”  permettendo un inizio quasi puntuale e una conclusione in orari accettabili secondo gli standard europei.

Happy

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Prague Chamber Orchestra Vacatello – Bologna Musica Insieme 11 Maggio 2015

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Una cosa è certa: il pianismo di Mariangela Vacatello è improntato a una forte componente virtuosistica, grazie a una “mano” tecnicamente estremamente dotata e questo aspetto è anche comprovato dalla predilezione che la pianista napoletana dichiara di avere per gli “studi” nei quali la sua tecnica trascendentale ha la possibilità di esprimersi al meglio.  Ciò detto va però riconosciuto che questo aspetto, così spesso nei giovani pianisti preponderante, è ben controllato da una grande musicalità. I due aspetti sono apparsi contemporaneamente nell’esecuzione del secondo concerto di Beethoven dove soprattutto nel cantabile del secondo tempo la Vacatello ha saputo trovare gli accenti giusti nel dialogo con l’orchestra. E’ invece apparso prevalere l’aspetto virtuosistico nell’ultimo tempo affrontato a una velocità eccessiva che ha tolto in parte lo spirito compositivo del Beethoven giovanile. Un’esecuzione comunque di alto livello e che porta a ben sperare per l’evoluzione e la maturazione della giovane pianista. Il concerto è poi risultato godibilissimo anche grazie all’ottima formazione cameristica che a parte l’adagio di Barber (ottimamente reso) ha presentato due brani di compositori cechi della seconda metà dell’ 800, Janáček  e Dvořák. Lo spirito delle due composizioni è chiaramente nella sensibilità degli esecutori e in particolare la serenata di Dvořák (brano celeberrimo) ha suscitato il giusto entusiasmo del pubblico. Un concerto di alta qualità, insomma che a parte il prolungamento dovuto al ritardato concerto di Zimerman (se mai sarà in grado di venire…) ho degnamente concluso la stagione di Musica Insieme. Ci auguriamo di risentire presto Mariangela Vacatello in un concerto solistico che come bis ha offerto “La campanella” di Liszt (brano virtuosistico per eccellenza eseguito magistralmente) e la celebre, costantemente svilita da pianisti dilettanti  Für Elise di Beethoven, rendendo al brano la sua bellissima musicalità. Una bella provocazione, molto apprezzata.

HappyHappy

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Fetisova Guidetti – Bologna Goethe Zentrum 8 Maggio 2015

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Mozart, Schumann, Brahms e Strauss: l’olimpo dei Lieder (mancano solo secondo i miei gusti Schubert, Wolf e Mahler, ma ovviamente non si può eseguire tutto in una serata!).  Il duo è molto affiatato e va subito sottolineato che il soprano ha cantato i 26 (ventisei!) Lieder tutti a memoria (cosa non comune) cui va aggiunto il bis, una versione russa di Čajkovskij della celebre poesia di Mignon “Wer die Sensucht kennt”. La Fetisova ha i suoi accenti migliori nel registro basso e negli acuti mentre nel registro intermedio ha qualche difficoltà a controllare i mezzitoni. La sua è certamente una bella voce drammatica che talvolta nel campo Liederistico può non trovare una sua specifica corrispondenza e sulla quale ha bisogno di lavorare per evitare che la innata potenza vocale esploda in ogni brano, anche quelli più intimistici e in quelli – così apparentemente semplici ma così difficili – di Mozart. Di certo ha trovato i suoi accenti migliori nella bella interpretazione degli Ziegeunerlieder di Brahms proprio per le caratteristiche vocali suesposte e complessivamente, in ogni caso, ha dato una bella e soprattutto promettente prova delle proprie capacità. Un plauso anche al pianista Guidetti che ha saputo accompagnarla ottimamente ma che deve fare molta attenzione in una sala come quella del Goethe Zentrum a moderare le sonorità che rischiano, altrimenti, di sovrastare la voce del soprano spigendola ad esaltare quelle caratteristiche dinamiche che invece deve tenere sotto controllo. Certamente visto l’esiguo pubblico e la scadente acustica della sala una scelta assai migliore sarebbe stata quella di tenere chiuso il coperchio. Purtroppo il pubblico – come precedentemente detto – era molto rarefatto forse per la bella giornata e l’orario pomeridiano. Personalmente ritengo che un orario serale infrasettimanale favorirebbe l’afflusso mentre sarebbe certamente necessario che una bella iniziativa nel campo Liederistico come quella del Goethe Zentrum  – unica a Bologna! –  avesse un riscontro pubblicitario assai più ampio, magari trovando un legame con le organizzazione musicali maggiori. Da lodare il libretto di sala nel quale – finalmente – i testi tedeschi e le traduzioni erano impeccabili.

HappyHappy

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Rossi Noferini Cattani – Bologna Conoscere la musica 5 Maggio 2015

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Munitomi di giubbotto antiproiettile ed elmetto dopo la mia recensione del concerto di Francesco Libetta che mi ha attirato gratuite patenti di incompetenza e più in generale i fulmini dei suoi sostenitori (fortunatamente adeguatamente rintuzzati dai miei sostenitori della libertà di espressione) ho avuto il coraggio (l’ardire sarebbe meglio dire) di entrare nuovamente nella Sala Mozart dell’Accademia Filarmonica bolognese  per un concerto di Conoscere la Musica sapendo che con una ulteriore recensione negativa la mia vita (non solo quella musicale!) sarebbe stata in pericolo.  Appiattitomi in fondo alla sala in una poltrona laterale dalla parte dell’uscita per un’eventuale fuga precipitosa ho assistito quanto più incognito possibile al concerto: se scrivo questo post significa che comunque ho avuto salva la vita (che non è poco!). A questo punto si potrebbe pensare che una recensione positiva sia frutto di una più o meno esplicita pressione psicologica. Si tranquillizzino i miei lettori: non saranno i pochi esagitati che si sono esibiti a violentare la mia libertà di espressione. Il concerto in questione è stato di buona qualità con una vecchia gloria come Cristiano Rossi (che purtroppo non ha fatto quella carriera che in gioventù lasciava presagire) spalleggiato dal bolognese Roberto Noferini e dalla pianista Chiara Cattani.  Un concerto in formazione non consueta (due violini con cembalo/pianoforte) diviso in due parti: una prima dedicata al barocco (Corelli e Couperin) e una seconda al ‘900 (Milhaud e Martinu).  Il trio è ben affiatato, ben supportato dalla pianista/clavicembalista e il programma eseguito è risultato assai interessante (forse con una minore qualità per la sonata di Milhaud).  Un bis di Šostakovič molto orecchiabile. L’unico costante difetto (se non nel bis e parzialmente in Martinu) è stata la qualità complessiva del suono degli archi risultata sempre aspra (almeno al fondo della sala) lasciando ipotizzare (forse) un’acustica non perfetta. Ed è sembrata troppo lenta l’esposizione del tema della “follia”. Un pubblico abbastanza folto per la sala se si considera la concomitanza della partita della Juventus e il concerto a S.Cristina. E ora sparo nuovamente alla luna. La musica è iniziata alle 21.25 con la “presentazione” iniziata alle 21.10. Il mancato rispetto degli orari è mancanza di rispetto verso gli spettatori puntuali (che si sentono degli idioti per dovere aspettare a lungo), probabilmente nella speranza di incrementare con i maleducati ritardatari l’incasso.  Forse non mi sono accorto che Bologna è ancora una marca provinciale dello stato pontificio…
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Supporters e detrattori – 5 Maggio 2015

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Alla vigilia del mio duecentesimo post (sì, quasi duecento in meno di due anni!!) qualche considerazione sul pubblico posso (forse) permettermela. Tralascio il fatto che nella larga maggioranza dei casi è influenzato in modo irrimediabile dallo star-system e che quasi sempre applaude la musica e non l’esecuzione (sarei pronto a scommettere che se dietro un tendone faccio eseguire lo stesso brano da Schiff e da due bravi allievi di conservatorio la maggioranza non è in grado di distinguere) ma interessanti sono i fans di questo o quell’interprete, tanto più accaniti quanto più vicini personalmente all’esecutore. E scrivere un post di dissenso rispetto a un’interpretazione suscita le ire più incontrollabili che quasi sempre si riducono alle accuse di incompetenza musicale tralasciando di confutare nella sostanza quanto affermato e contestato.  Insomma si guarda il dito e non la luna…Si potrebbe dire che i supporters vivono una specie di trans amoroso che li rende ciechi come gli innamorati (ma in questo caso direi sordi…) con un’apodittica fede in questo o quel personaggio dimenticando che a tutti, anche ai grandissimi, capita una sera no e che il povero recensore giudica una serata e non l’intera storia e stirpe dell’esecutore. Quello dei fans è – traslato – il medesimo atteggiamento dei tifosi di calcio per i quali l’arbitro ha sempre torto pronti a sterminare mediaticamente chi ha l’ardire di dissentire. Purtroppo in questo blog non sono mancati gli eccessi e le contumelie che mi hanno costretto a imporre un’approvazione prima della pubblicazione di un commento ma spero che tutti si siano accorti che in nessun caso ho censurato chi mi dà dell’incompetente: così come è vero che per ripetute sentenze della magistratura non è perseguibile in alcun caso chi scrive una critica, anche la più velenosa, così non sarebbe giusto censurare i commenti, a meno che non si tratti di villani e maleducati. Per fortuna in numero limitatissimo.
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Operistica, Recensioni

Turandot – Milano La Scala 1 Maggio 2015

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Biglietto da visita musicale dell’Italia (altro che l’ignobile “s-concerto” del 30 Aprile da me visionato registrato solo per onor di firma – vergogna!) la Turandot di apertura dell’EXPO è stata in tutto e per tutto all’altezza delle aspettative, iscrivendosi nelle produzioni di grande qualità che da sempre contraddistinguono le opere della Scala. Uno spettacolo molto bello dal punto di vista scenografico e musicale a riprova che l’Italia è paese dell’arte (quella vera, non il posticcio del “tenorino” piagnucoloso Bocelli). 
Turandot
Con buona pace di chi afferma che l’estensore di questo blog non è mai soddisfatto e  critica per principio, posso affermare che tutto di questa produzione è di ottima-eccelsa qualità a partire dalla direzione di Riccardo Chailly, a finire con la regia di Nikolaus Lehnhoff e alle scene di Raimund Bauer. La Turandot di Nina Stemme è stata perfettamente algida come la parte richiede, con una voce perfetta per il ruolo e agghindata con bei costumi ma di tale complessità che gli spettatori si sono chiesti come riuscisse a cantare. Il Calaf di Aleksandrs Antonenko non è parso invece ben calzato nella parte, sforzando regolarmente negli acuti e con una presenza scenica piuttosto goffa e per certi versi indisponente. Buono l’Altoum di  Carlo Bosi in una parte non facile. Un plauso particolare invece alla Liù di Maria Agresta, bellissima voce, sicuramente la vera protagonista dello spettacolo, infagottata purtroppo in un costume piuttosto assurdo e un voto solo sufficiente al Timur di Alexander Tsymbalyuk. Molto apprezzabili musicalmente e scenicamente invece i tre dignitari Ping, Pong e Pang con costumi perfetti a rifletterne la psicologia e un azzeccatissimo trucco facciale da clowns che ricordava il Joker della serie di Batman e il coro (anche se il meccanismo del “doppio” di Artaud con le maschere ha fatto da lungo il suo tempo). Turandot è opera che richiede grande equilibrio se si vuole evitare di cadere nella trappola di un orientalismo di seconda mano o di trasformarla in una fiaba sdolcinata centrata sul personaggio di Liù mentre in realtà si tratta di azione altamente drammatica che non vive certo del solo inflazionatissimo acuto di “Nessun dorma” (forse che “Non piangere Liù” è da meno?). Bellissimo il finale di Luciano Berio che ha sostituito quello tradizionale di Alfano, nell’ambito del quale la figura di Liù assurge a un ruolo primario che in altri casi risulta invece troppo sfumato. Purtroppo la diretta televisiva, anche se di ottima qualità, impedisce una visione d’assieme del palcoscenico e mi riprometto quindi di assistere a una rappresentazione in teatro. Ove notassi delle differenze redigerò un post integrativo.

HappyHappy

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30 Aprile e 1 Maggio 2015

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Passi per i “concertoni” nazional popolari che infestano ormai ovunque in Italia  la data del 1 Maggio e che allietano schiere di persone che mai hanno messo piede in una sala da concerto o in un teatro d’opera (e che avrebbero comunque potuto assistere in TV alla Turandot della Scala – ma la cultura è faticosa ed è una conquista, non un “prêt-à-porter usa e getta”) ma la vergogna della squallida esibizione del 30 Aprile è inaccettabile. Presentare come biglietto da visita un “cantante” che avrebbe potuto essere surclassato da Claudio Villa e che solo un buonismo d’accatto (è non vedente!)  subdolamente sfruttato dallo star system è in grado di presentare come “artista” è circonvenzione di incapace. E la presenza del fenomeno da baraccone Lang Lang pronto a vendersi al miglior offerente indipendentemente dalla qualità del contesto in cui si esibisce (ognuno immagini l’epiteto che ritiene opportuno affibbiargli) la dice lunga sul concetto di cultura sbandierato dagli organizzatori (e avente come ciliegina sulla torta la scandalosa ignoranza culturale e linguistica dei presentatori incapaci di pronunciare correttamente il nome di Feuerbach che evidentemente non hanno mai prima sentito – si legge “foierbach” signori somari). Ma insomma si può conoscere il nome degli organizzatori che si spacciano per  operatori “culturali” responsabili di questo scempio, fra l’altro costato una fortuna conoscendo i cachet dei due dilettanti? E che ci fa una soprano seria in mezzo a questi figuri? Anche lei pronta a vendersi per trenta denari? Se è vero quanto si afferma, ovvero che l’Italia non è una potenza economica ma non ha nulla da invidiare quanto a cultura, siamo in mezzo a una banda di malfattori che hanno truffato il buon nome della cultura italiana. E si torna al  1 Maggio: quale è la differenza alla fine dei conti? Non potevamo mandare Cric e Croc sul palco del concertone?

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Recensioni, Sinfonica

Pletnev Schuch – Bologna 4 Maggio 2015

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Avevamo già avuto modo di recensire un concerto di Herbert Schuch (Herbert Schuch) e il giudizio, ovviamente, rimane il medesimo: un pianista di buona qualità, intimista, lontano da qualunque esibizionismo che trova i suoi accenti migliori nei brani cantabili (talvolta un po’ troppo strascicati a fini interpretativi).  Schuch non concede nulla al virtuosismo anche se questo atteggiamento interpretativo, quando troppo ripetuto, finisce con banalizzare anche brani (e ce ne sono nel IV concerto di Beethoven!) nei quali un pianismo brillante – non virtuosistico! – meglio renderebbe lo spirito della composizione. Certamente Schuch deve ringraziare la direzione di Pletnev del concerto che proprio per la sua impostazione pianistica ha saputo assecondarlo al meglio. Anche l’unico bis concesso si è inquadrato nello stesso schema esecutivo. Insomma un buon, non esaltante, pianista.  Differente è il giudizio sui due brani orchestrali. Mentre per l’ouverture Schumanniana op. 81 Genoveva nulla vi è da eccepire molto c’è da dire sulla trascrizione orchestrale di Pletnev delle variazioni e fuga su un tema di Händel di Brahms.  Una pessima trascrizione che ha completamente sfigurato lo splendido quadro compositivo del compositore amburghese. Mentre l’impostazione originale del ciclo (l’unico pianistico insieme alle virtuosistiche variazioni su un tema di Paganini) rispetta totalmente lo spirito del tema barocco, ci si trova nella innecessaria trascrizione (ma che significato ha, quando ci sono tanti brani orchestrali specificamente composti?) in un fragore di fiati che violano totalmente il tessuto connettivo del brano. Che significato ha affidare il delicato tema barocco alle trombe (fra l’altro non particolarmente brillanti nel caso)? E la IV variazione ad esempio?  viene trasformata dalla trascrizione in una sorta di concerto bandistico. Necessariamente le variazioni più cantabili vengono affidate a singoli strumenti rendendole una sorta di piccoli concerti per strumento con accompagnamento di orchestra. Siamo distanti anni luce dalle impostazioni originali delle variazioni Brahmsiane (ad esempio quelle sul corale di S.Antonio o la passacaglia della IV sinfonia) che forse Pletnev dovrebbe ascoltare ripetutamente prima di trascrivere in modo così rozzo un brano pianistico così eccezionale. Insomma un vero disastro che non rende certamente giustizia a un artista come Pletnev che comunque preferiamo assai come pianista anziché come direttore (ma la tentazione di dirigere è irresistibile anche per motivi non sempre confessabili). Possiamo solo dire: peccato! Una breve citazione merita anche l’intervista di apertura (!) a Carmela Remigio nel magazine dell’orchestra: le domande sono così banali e da settimanale di gossip che si percepisce l’imbarazzo (giustificatissimo) della Remigio a rispondere!  Il giornalismo non è mestiere per dilettanti allo sbaraglio.

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Cameristica, Recensioni

Consonni Salvemini – Bologna S.Cristina 30 Aprile 2015

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Un concerto con due brave giovanissime (della fucina imolese) che a quattro mani hanno suonato alcune delle composizioni brahmsiane più note pur in un contesto acustico “de paura”. Che dire? Dopo tanti “tromboni” un duo fresco, affiatato, dotato di una ottima tecnica e  contraddistinto chiaramente dal piacere, dalla gioia di suonare. Una ventata di aria fresca nel panorama musicale bolognese di cui si sentiva proprio il bisogno. A risentirle presto!

Happy Happy

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Recensori e Pubblicitari – Bologna 30 Aprile 2015

Non profit bannerNon profit bannerRequiescat in pace: è l’epitaffio della recensione sulle pagine locali dei grandi quotidiani nazionali (segnatamente Corriere e Repubblica). Al posto di quella che dovrebbe essere una doverosa disamina delle manifestazioni musicali cittadine gli ineffabili “critici” bolognesi si limitano a “presentare” l’evento il giorno precedente a mo’ di anonima pubblicità. Questo ha dal loro punto molteplici vantaggi: evita possibili contrasti con gli organizzatori in caso di flop ed evita di dovere assistere allo spettacolo che teoricamente richiederebbe una recensione. Non che i recensori “nazionali” si sprechino: gli unici casi di commenti estesi sono normalmente riservati alle grandi manifestazioni operistiche. Ma nel caso dei giornali locali nulla! Sicché questi cosiddetti “critici” (il vocabolo “critico” deriva dal greco κρινω [“krino”] che significa giudicare!) si riducono a una specie di pubblicitari senza correre rischi di sorta, senza perdere probabilmente biglietti gratuiti per le manifestazioni ma mancando in pieno a quello che dovrebbe essere il loro compito primario. Pubblicizzare un evento (magari a pagamento e con articoli preconfezionati da parte delle organizzazioni musicali) è attività che chiunque può esercitare senza particolari difficoltà; avere idee qualificate su quanto eseguito richiede studio, competenza, presenza e attenzione. Cosa credono i miei lettori che manchi?

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Accademia Bizantina Mullova – Bologna Grandi Interpreti 29 Aprile 2015

Non profit bannerNon profit bannerScrivi Viktoria Mullova e leggi qualità garantita. Pur in un contesto unicamente barocco la violinista russa, bella quanto brava, nel gotha del violinismo internazionale da oltre trent’anni, versatile nella scelta del suo repertorio – talvolta anche in modo discutibile come nell’ultimo concerto a Musica Insieme (v. Viktoria Mullova & friends – 10 Febbraio 2014) -, ha dato un’ennesima prova della sua bravura interpretando insieme all’Accademia Bizantina 3 concerti per violino e orchestra di Bach. Intonazione perfetta, tempi azzeccati, stile impeccabile, sonorità ineccepibili. Che altro dire? L’Ensemble con cui si è esibita (archi e clavicembalo) è presente da molti anni ed è composto da eccellenti strumentisti con la passione per le interpretazioni “filologiche” che ancora una volta si concretizzano unicamente in archetti a punta, impugnature sopra il tallone etc. Buona l’interpretazione della sonata di Händel senza la Mullova. L’esiguità dell’organico richiederebbe in ogni caso una sala meno vasta del teatro Manzoni (e della sua pessima acustica). Certamente curioso che in un organico esteticamente barocco spunti – senza contrasti musicali – l’archetto moderno della Mullova (che suona alternativamente uno Stradivari e un Guadagnini, due strumenti costruiti in epoca barocca), a riprova di come la pretesa di riproporre l’ambiente barocco “com’era” sia di fatto solo una pretesa, appunto. Un bis bachiano e grande successo di pubblico.

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Cameristica, Recensioni

Enrico Pace – Milano Quartetto 28 Aprile 2015

Non profit bannerNon profit bannerDi Enrico Pace avevamo già svuto modo di scrivere in occasione del concerto in duo con Leonidas Kavakos nell’ambito della stagione di Musica Insieme a Bologna (Kavakos Pace – Bologna Musica Insieme 19 Gennaio 2015) : ora abbiamo avuto la possibilità di riascoltarlo come solista (la prima volta fu a Bologna nell’ambito dei concerti organizzati dal DAMS, quando ancora questo blog doveva vedere la luce). L’impressione ricevuta non è mutata. Pace ha 47 anni, un’età nella quale la maturità interpretativa – nei grandi artisti – ha da tempo preso il sopravvento sull’esuberanza tecnica. Non è il caso di Pace che dotato di tecnica eccellente e suono granitico applica queste due caratteristiche indistintamente a tutti i brani eseguiti. Caratteristiche perfette per la bellissima (e purtroppo poco eseguita) terza sonata di Hindemith mentre ne hanno fatto le spese per prime le Six  épigraphes antiques – brano di apertura – di Debussy. Qui tutte le sonorità liquide e impressionistiche del compositore francese sono state costantemente violentate da una esecuzione sgranata, quasi scarlattiana, nelle quali si è percepita costantemente l’attesa di un passaggio in cui mettere in luce l’aspetto tecnico (in aggiunta al vizietto costante delle due mani disallineate). A maggior ragione la cosa è risultata evidente nella Kreisleriana op. 16 di Schumann dove le libertà (ma forse sarebbe meglio dire arbitrarietà) interpretative hanno snaturato il ciclo forse più bello del panorama del compositore di Zwickau. Un esempio è quello del secondo brano della serie. I due intermezzi sono stati affrontati a velocità priva di significato musicale senza alcuna continuità con l’impianto musicale del pezzo trasmettendo al pubblico l’ansia di precipitarsi verso un brano di bravura interpretato in modo fine a sé stesso.  Forse l’elemento più negativamente sorprendente della serata è stata la pessima esecuzione de la celeberrima  Vallée d’Obermann di Liszt, un autore che teoricamente dovrebbe attagliarsi perfettamente alle caratteristiche di Pace. Dopo un inizio esasperantemente lento si è sprigionata una insensata potenza di fuoco delle ottave che hanno reso il brano un esercizio tecnico svuotato di contenuto musicale. Una esecuzione tutta muscolare senza alcun riguardo al significato profondo del dettato Lisztiano. E dire che il brano è quello forse più bello e più musicalmente valido degli Années de Pélerinages la cui esecuzione magistrale di Vladimir Horowitz (reperibile su You Tube) dovrebbe risultare di esempio a tutti gli esecutori e che in questo caso è risultata del tutto antitetica. Un giudizio negativo assolutamente identico per i due bis Lisztiani, Orage della stessa serie della Valléè e il Sonetto del Petrarca n°104. Un buon (non strepitoso) successo del non folto e non sprovveduto pubblico del Quartetto. Un ennesimo plauso al libretto di sala, completo, preciso e perfettamente strutturato. Sotto questo aspetto Milano non dista 180 ma 180.000 Km. dalla provinciale Bologna!

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Concerto Italiano Piccinini Pontecorvo Alessandrini – Bologna Musica Insieme 27 Aprile 2015

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Un tipico “concerto di transizione” di Musica Insieme. Serata barocca classica: Bach e Vivaldi, con cantate bachiane e vivaldiane, concerti vivaldiani e il quinto concerto brandeburghese.  In assenza totale di Liederistica da anni a Musica Insieme (ah, la provincia!) qualche brano vocale agisce da premio di consolazione. Un piccolo complesso di buona qualità, stagionato e coeso ma totalmente inadatto a una sala di oltre 1000 posti. Un complesso cameristico per sale da 100-200 posti.  Strumenti “filologici” che si traducono – di fatto – in archetti appuntiti, impugnature sopra il tallone e violoncello senza puntale. L’assenza dei tiracantini impone lunghe e noiose sessioni di accordatura tramite i bischeri. Il flauto traverso in legno, poi, al di là della bravura della flautista – Laura Pontecorvo  -, risulta totalmente inudibile se non nei brani nei quali dialoga solitario con altri strumenti singoli. Ovviamente altrettanto dicasi – e a maggior ragione – per il clavicembalo.  Dal punto di vista strumentale, quindi un concerto forse interessante ma praticamente difficile da giudicare. Quanto alla cantante – Monica Piccinini – il problema è analogo: una voce piccola, anche se ben intonata, un’agilità di medio calibro e una pessima dizione del testo (sostanzialmente incomprensibile) che si perde nella grande sala.  Presentazione improvvisata e poco significativa (probabilmente su richiesta inaspettata) del direttore clavicembalista Rinaldo Alessandrini. Un bis e il solito, inevitabile, prevedibile, acritico successo di pubblico

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Recensioni, Sinfonica

Swedish Radio Symphony Orchestra Frang – Bologna Grandi Interpreti 24 Aprile 2015

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Non sono d’accordo con la incondizionata “Begeisterung” (grande entusiasmo) dell’ “innominato” (un esperto musicale che rifiuta di vedere associato il proprio nome anche per un commento a questo blog e che é anche un grande estimatore del fascino muliebre delle esecutrici cui spesso soggiace nei suoi giudizi musicali….): la giovane violinista norvegese Vilde Frang è un’ottima professionista che però non ha ancora raggiunto – anche data la sua ancora giovane età, 28 anni – quella maturità che è richiesta per entrare nel gotha del violinismo internazionale. Grande musicalità, fraseggio ampio e convincente, senso dello stile (così importante in Brahms), ha però un suono piuttosto piccolo che in certi casi è scomparso sommerso dalle sonorità esuberanti della orchestra svedese sotto la direzione di Daniel Harding. Pur dotata di un’ottima tecnica non sono mancate nell’esecuzione della difficilissima partitura incertezze sia nell’attacco del primo tempo che – segnatamente – nell’esecuzione della cadenza sempre del primo tempo.  L’impostazione prevalentemente lirica del suo violinismo porta a credere che possa dare il meglio di sé in un repertorio cameristico nel quale ci auguriamo di poterla presto ascoltare. Di certo un potenziale grande talento che ha ancora ampi margini di miglioramento. Un bis di un autore a me “diversamente noto”… L’esecuzione della Symphonie Fantastique di Berlioz (esponente di punta del grand opéra francese – si pensi alla recente, bellissima esecuzione de Les Troyens alla Scala) è stata un grande successo anche per la qualità dell’orchestra che è risultata di eccellente in tutte le sue sezioni. Peccato che l’acustica del teatro Manzoni e la sua ridotta dimensione siano inadatte al brano eseguito e ne abbiano compresso il valore sinfonico.  Daniel Harding ha diretto secondo il suo stile, la cui cifra distintiva è la ricerca di sonorità esuberanti e l’accentuazione delle dinamiche talvolta a scapito della cantabilità. Ma non è questo il caso della esecuzione di cui alla presente recensione alla quale va un plauso incondizionato anche se il risultato per i limiti suesposti è stato purtroppo compresso. Grande, immaginabile, meritato successo del  pubblico del Bologna Festival.

HappyHappy

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Recensioni, Sinfonica

Collegium Musicum Bae- Bologna Musica Ateneo 21 Aprile 2015

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La serata comincia malissimo: per 25 minuti dopo l’orario di inizio previsto, le signorine dell’accoglienza si muovono avanti e indietro per il corridoio centrale senza alcun evidente motivo (quale Godot avrebbe dovuto palesarsi?), cosicchè il terribile, temutissimo pistolotto introduttivo inizia con un ritardo da dopolavoro parrocchiale terzomondista. Nel frattempo il pubblico arriva alla spicciolata, consapevole che tanto l’orario indicato è solo un’ipotesi. Il pubblico non è quello che frequenta normalmente le sale da concerto bolognesi e al suo interno si notano alcuni attempati signori con una ridicola abbronzatura da ustione, con la quale cercano di nascondere – invano – gli impietosi segni del tempo. Il pistolotto – forse il peggiore che negli ultimi tempi abbia molestato il mio sistema uditivo –  viene letto con voce monotona da un ignoto giovane di brutte speranze: fra le perle del contenuto l’affermazione che il terzo concerto di Beethoven è il primo nel quale si evidenzia la personalità del musicista di Bonn. Una frase che certamente fa rivoltare Ludwig nella tomba (e la grande Marta che fa? suona concerti di secondo ordine?), probabilmente copiata da una pagina sbagliata di un manuale scadente di storia della musica. Si inizia con due brani non troppo impegnativi per l’orchestra (composta da strumentisti tutti studenti dell’Alma Mater sotto la direzione di Roberto Pischedda): la Trauermusik di Hindemith e la Serenade di Elgar. Buona la prova della prima viola dell’orchestra (Valentina Rebaudengo) nel brano di Hindemith che si inquadra in una prestazione più che dignitosa dei soli archi.  Ovviamente il pezzo forte della serata è il terzo concerto di Beethoven con la giovane solista Gile Bae, un’alunna del vivaio imolese. Inutile dire che il riverbero dovuto all’orchestra integrata con fiati e timpani è vicino alla soglia del dolore. Avevamo già avuto modo di ascoltare la Bae in un concerto  del Mi-To tutto dedicato a Brahms con risultati tecnicamente e interpretativamente disastrosi (Gile Bae – Mi-To 17 Settembre 2014) a seguito del quale suggerivamo alla giovane interprete di studiare. Forse l’auspicio è stato ascoltato perché l’esecuzione del terzo concerto è stata di buona qualità (senza esagerare..) caratterizzata da pulizia tecnica, un ottimo fraseggio ma con tempi molto, troppo allargati, forse per evitare incidenti. Insomma una buona prova di una giovane pianista che ha certamente del talento ma che deve metterlo a frutto evitando anche atteggiamenti ridicolmente plateali che ormai nessun interprete serio adotta. Naturalmente una volta rimossa l’ansia evidente del concerto, dopo un bis scarlattiano (già eseguito anche a Torino) di buona esecuzione, la Bae ha sentito la necessità di un effetto speciale eseguendo l’ultimo tempo di una sonata di Haydn a grande velocità, snaturandone però il significato musicale e trasformandolo in uno studio di Czerny. La Bae è giovane (20 anni) e ha interessanti potenzialità ma deve ricordarsi che suonare vuol dire controllo, che una smaccata clacque non sempre è presente e che non sempre il pubblico è di bocca buona e incompetente come nel caso del concerto in questione (come comprovato dal temuto applauso dopo il primo tempo del concerto beethoveniano). Grande successo (soprattutto fra il pubblico maschile…).

Happy

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Cameristica, Recensioni

Jenůfa – Bologna Teatro Comunale 17 Aprile 2015

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Il libretto di Jenůfa di Janáček può riassumersi nella storia di un infanticidio con redenzione agiografica nell’ambiente contadino moravo. Libretto sostanzialmente assai modesto, ma a parte Wagner, von Hofmannstahl e Da Ponte tutti i libretti sono sostanzialmente degli scadenti polpettoni includendo anche le spesso risibili e arbitrarie riduzioni verdiane dei drammi Shakespeariani. Per fortuna nelle opere è la musica l’elemento fondante e nel caso di Jenůfa parliamo di grande musica. L’allestimento del teatro Comunale sotto la regia di Alvis Hermanis rientra nel novero dei grandi spettacoli, quasi sproporzionato rispetto alla sostanza del libretto e tale da metterlo sostanzialmente in secondo ordine. Niente a che vedere con la messa in scena minimalista cui ho assistito nel 2012 a Praga dove la quasi inesistente scenografia (certamente legata a problemi di budget) sembrava volere sottolineare lo spirito cupo della vicenda. Qui siamo invece in un trionfo di costumi e colori che per molti aspetti stridono nella loro esuberanza con quello che dovrebbe essere lo spirito dell’opera. Ma ben venga un bello spettacolo dopo la tristezza della Butterfly di inizio stagione. Le scene e i costumi seguono un doppio binario. Nel primo e terzo atto una sfolgorante rivisitazione onirica dei costumi contadini (?) quasi senza tempo (alcuni sembrano riecheggiare nelle acconciature femminili il medioevo pur inserite in un ambiente jugendstil) in un contesto rutilante di colori sottolineato anche dalla presenza di danzatori che sullo sfondo paiono riprodurre con la loro gestualità lo svolgimento dell’azione, mentre nel secondo atto (quello dell’infanticidio) i protagonisti si muovono in una stanza/cucina moderna malandata che fa da cornice allo squallore delle decisioni della madre che conducono alla sua scelta omicida in favore dell’onore della figlia. Rimane il dubbio di capire per quale motivo il regista abbia imposto ai cantanti nel primo atto una gestualità da teatro dei pupi, obbligandoli financo a cantare in ginocchio. Come sempre i registi accorti e scaltri inseriscono elementi che fanno discutere ma è proprio la discussione il sale che porta alla notorietà (Andreotti docuit)… La direzione di Juraj Valčuha imprime a tutta l’opera il giusto ritmo e le giuste sonorità (dopo faticose prove in cui non sono mancati momenti di vera tensione con l’orchestra). La partitura di Janáček non è di semplice lettura ma il giovane direttore ha saputo condurre l’orchestra a una esecuzione che valorizza appieno le caratteristiche fortemente peculiari e gli stilemi di origine slava del compositore ceco. Superlativa la prova del soprano spagnolo Angeles Blancas Gulin dotata di una magnifica voce drammatica che ha reso il personaggio della madre nel secondo atto la vera protagonista dell’opera e che ha giustamente riscosso dal (veramente non folto) pubblico una ovazione incondizionata, di gran lunga superiore a quella tributata agli altri interpreti tutti di buona qualità (ma non alla sua altezza) e segnatamente Andrea Dankova, un’ottima Jenůfa che certamente ha sofferto il confronto con la Gulin. Una prova convincente (ma non entusiasmante) quella dei due protagonisti maschili alle prese peraltro con ruoli relegati da Janáček a figure musicali di secondo piano. Un buon successo complessivo sottolineato dagli applausi prolungati del pubblico (che forse avrebbero maggiore significato se qualche volta almeno tributasse sonori fischi a produzioni scadenti – ad esempio il caso di “Qui non c’è perché” – come invece mai accade soprattutto alle “prime” con la clacque in piena azione ….).
HappyHappy
PS l’opera è iniziata con un ritardo causato da “problemi tecnici” non meglio precisati dallo speaker. In realtà sembra che la causa sia stata invece  l’irreperibilità di uno strumentista..  Sarebbe poi interessante conoscere chi ha curato la traduzione del libretto, dal momento che i sopratitoli proiettati sono pieni di strafalcioni di grammatica.

Sad

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Cameristica, Recensioni

Giardini Matsunaga Chiocci Ippolito – Bologna Musica Insieme Ateneo 16 Aprile 2015

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Dopo una introduzione nella quale il relatore ci ha sorprendentemente informato che Albione è l’attuale Inghilterra (forse dimenticando che il mascellone del bieco ventennio malediva la “perfida Albione” dopo le sanzioni imposte per la vile invasione dell’Etiopia) il quartetto in questione (violino, viola e due viole da gamba)  ha presentato un programma di tre autori distanti di 400 anni: Purcell, Locke e Nyman. Purtroppo i brani in questione rimossi dal loro contesto (per i due autori antichi la corte inglese) risultano troppo frammentari e, detto in modo molto piano, piuttosto noiosi, al di là della buona volontà degli esecutori. Essi venivano suonati in un ambiente che prevedeva danze, azioni sceniche etc. ovvero una concentrazione di arti che ne giustificavano il significato. Si pensi, in materia, all’Enea and Dido di Purcell e alle messe in scena che anche in tempi moderni ne hanno valorizzato il significato musicale. Uno stesso discorso vale per i due brani del compositore moderno (noto per le colonne musicali di pellicole di successo) Nyman che si rifa in chiave moderna a Purcell. A rendere ancor più faticoso l’ascolto si sono avute,  fra un brano e l’altro,  interminabili accordature – soprattutto delle viole da gamba – che io non ricordo, ad esempio, nei concerti di Jordi Savall. Una serata dimenticabile. 
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Recensioni, Sinfonica

Orpheus Chamber Orchestra Say – Bologna Grandi Interpreti 15 Aprile 2015

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Avevamo già avuto occasione di ascoltare a Bologna Fazil Say (niente a che vedere con “Il turco in Italia”..), infaticabile  (5 concerti in 5 giorni consecutivi in differenti città – v. http://fazilsay.com) poliedrico pianista, compositore e libero, laico pensatore (in una Turchia sempre più sprofondata nel fondamentalismo islamico – povero Mustafa Kemal Ataturk che forse si rivolta nella tomba! – è stato condannato con sentenza sospesa per un messaggio twitter)  e il giudizio non è cambiato. Si tratta di un pianista di buon livello, dalla tecnica non sempre immacolata (nel concerto di Mozart in la maggiore K.488 eseguito sono stati riscontrati almeno 4 episodi di note “diversamente intonate”) e dalle sonorità non sempre cristalline come il brano avrebbe richiesto. Siamo certamente lontani dai grandi interpreti mozartiani (Brendel, Pollini, Schiff) ma una figura non certo minore nel panorama pianistico internazionale, comunque degno del palcoscenico del Bologna Festival.  Come Pogorelich ha qualche problema di memoria (spartito sul piano) e forse non si trova completamente a proprio agio a dovere rinunciare totalmente al ruolo di Kapellmeister con l’Orpheus Chamber Orchestra che ha come sua caratteristica specifica quella di essere formazione senza direttore. Un bis con orchestra ancora Mozartiano.  L’Orpheus Chamber Orchestra è formazione di lunga tradizione e di buona/ottima qualità. Archi e strumentini eccellenti. Meno felice l’altra sezione di fiati e segnatamente i corni che hanno avuto qualche evidente incertezza di intonazione.  Ho già avuto modo di segnalare come il corno sia strumento maledettamente difficile (e per certi aspetti imprevedibile risentendo delle condizioni ambientali) ma questo non può costituire attenuante. L’esecuzione del wagneriano Siegfried-Idyll  (praticamente l’unica composizione sinfonica di Wagner ancor oggi eseguita anche se meno frequentemente del passato) dedicato alla moglie Cosima nel secondo anniversario del loro matrimonio, ha risentito di un inizio un po’ troppo lento ma poi ha ritrovato tutto lo spirito del compositore tedesco. Quanto alla Chamber Symphony op.62  (compositore prolifico!)  di Say il giudizio è un mixed feeling. Una composizione tonale fortemente caratterizzata dalle melodie popolari e dal folklore turco, con la presenza di ritmi dispari e spesso con lunghe ripetizioni dei ritmi di spirito apotropaico.  Non un capolavoro ma una composizione interessante, utile anche per meglio definire la personalità di Say. Ottima l’esecuzione finale della Sinfonia n.80 in re minore  di Haydn e due bis fra cui la trascinante ouverture de La cambiale di matrimonio di Rossini. Buon successo complessivo di pubblico.

Happy

PS Maleducazione. Nell’ultima fila del secondo settore  per tutto il concerto un anziano signore ha compulsato costantemente il proprio telefonino fino a quando una signora, giustamente esasperata, glielo ha fatto notare ottenendo come risposta “faccio quello che mi pare”. Al di là della maleducazione dell’atteggiamento e della risposta ci si chiede che significato possa avere presenziare a un concerto per non ascoltare una nota e disturbare, anche solo con la luce emessa,  coloro che invece al concerto sono interessati.  L’uso del telefonino è molto più comodo fuori dalla sala!!!  Nelle “avvertenze” che precedono il concerto oltre che chiedere di spegnere la suoneria dei cellulari dovrebbe essere indicato che essi dovrebbero essere spenti tout court, come avviene negli aerei.  Inutile dire che questo avviene quasi sempre all’estero nelle sale da concerto serie e che  eventuali trasgressioni sono immediatamente sanzionate dalle maschere chiedendo al disturbatore di spegnere immediatamente e financo  di lasciare la sala.
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Cameristica, Recensioni

Münchner Symphoniker Feng – Bologna Musica Insieme 13 Aprile 2015

 “Bella senz’anima” cantava alcuni anni or sono Riccardo Cocciante. Parafrasando il titolo si potrebbe dire “Bravo senz’anima” del  giovane violinista cinese pluripremiato Ning Feng, un altro tipico prodotto dell’immenso vivaio cinese (che però partorisce anche artisti veri come – ad esempio – la brava giovane pianista Zhang Zuo) dotato di strabiliante tecnica mostrata nel primo concerto di Paganini (se si eccettua l’attacco della parte violinistica del primo tempo ove ha mostrato una difficile da interpretarsi incertezza) ma che però  ha unicamente mostrato questo lato della sua personalità artistica. E’ vero: i concerti di Paganini non offrono agli interpreti grandi possibilità espressive, caricati come sono di virtuosismi, ma è anche vero che esistono esempi (anche su YouTube) nei quali gli interpreti cercano di addolcire la freddezza funambolica della partitura, almeno nelle parti più cantabili. Non è questo il caso di Ning Feng che proprio in queste parti, dove la componente muscolare gioca una ruolo minore si trova meno a suo agio. E certamente non depone a favore dell’intelligenza dell’esecutore avere proposto come bis un capriccio ancora di Paganini: assai meglio sarebbe stato eseguire un brano di autore diverso (da Bach a Ysaye) dal momento che non aveva certo bisogno di mostrare la sua valentia tecnica. Sia chiaro: è giovane, ha bisogno di “épater les bourgeois” e gli hanno insegnato che per ottenere un facile applauso (compreso quello sempre a mani alzate di una spettatrice di Musica Insieme che ad ogni concerto si esercita ginnasticamente in materia) Paganini “paga” ma bisogna sperare che compia un percorso artistico come quello di altri giovani interpreti che con l’avvento della maturità capiscono che suonare non è correre i 100 metri in 8 secondi.
HappySad
Una bella sorpresa è stata invece quella offerta dai Münchner Symphoniker, una formazione assai affiatata che sotto la guida di Ariel Zuckermann nelle due sinfonie eseguite (Kraus e Haydn) e nell’ouverture di Berwald ha dimostrato un suono brillante, compatto in tutte le sezioni e un rispetto rigoroso della partitura pur nella capacità di sottolineare le parti più liriche.  Un’orchestra di indubbio valore che vorremmo riascoltare in un repertorio più vasto.

 HappyHappy

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Alcune considerazioni – Bologna 13 Aprile 2015

Come sempre mi succede ho atteso 24 ore prima di prendere una decisione a me sgradita ma resasi ora indispensabile dopo quanto avvenuto ieri su questo blog in seguito alla mia recensione del concerto di Francesco Libetta: i commenti saranno d’ora in poi sottoposti alla mia approvazione per evitare che a causa di qualche scalmanato uno spazio di civile, anche aspro, confronto di idee si trasformi in una trasmissione trash da TV pomeridiana per casalinghe annoiate. Si tranquillizzino i miei lettori: nessuna censura per opinioni diverse dalle mie purché confinate al terreno delle idee e senza sconfinamenti nell’insulto personale. Chiunque ha diritto di esprimere le proprie opinioni su questo blog anche ove non vantasse competenze specifiche in campo musicale (e non è il mio caso maestro Martelli, se solo avesse avuto la pazienza di leggere il mio CV!) purché espresse in modo civile e motivato. Ammettere onestamente da parte di chi scrive di non conoscere un brano non è una prova di incompetenza ma una prova di onestà intellettuale se mai da ammirare e non da stigmatizzare. E utilizzare versioni non Urtext nelle esecuzioni andrebbe segnalato: gli esempi di alterazioni arbitrarie del dettato originale chopiniano non si contano. Serve citare Mikuli, Klindworth e persino nel ‘900 Cortot? Mi consola il fatto che questi eccessi provengono unicamente da una piccola organizzazione musicale locale che forse farebbe bene a informarsi, ad esempio, della stroncatura abrasiva di Cappello (da me recensito negativamente) in occasione del suo recente concerto a Cagliari (debbo la segnalazione a un conoscente – La Nuova Sardegna, mercoledì 8 aprile 2015, pag. 34) o del commento feroce del concerto della Buniatishvili al quartetto di Milano sul Corriere Musicale che ha fatto seguito alla mia negativa recensione dello stesso concerto. Solo per dire che mentre è vero che non sono dotato ohimé della infallibilità è anche vero che spesso le mie recensioni coincidono con quelle dei critici “accreditati” secondo la visione del maestro Martelli che evidentemente si arroga autocraticamente il diritto di distribuire diplomi di competenza senza averne titolo. Peraltro qualcuno potrebbe immaginarsi una reazione furibonda di uno Zimerman, di una Wang, di un Blechacz, di un Yundi etc. a una critica negativa? Chi è grande sa bene che a tutti capita una serata negativa (mai comunque sotto un certo livello) e proprio perchè grande sarà il primo a dolersi di una performance inadeguata. Sono gli altri che minacciano ridicole querele e invocano le liste di proscrizione se si dimostra che il re è nudo. Perchè non proporre anche l’olio di ricino? E citare gli applausi come prova della qualità di una esecuzione è ridicolo. Il pubblico, in Italia per lo più è comprensibilmente poco preparato, non applaude notoriamente l’esecutore ma la musica eseguita, tanto più quanto essa è orecchiabile e nota e quanto più velocemente (magari con molte stecche passate inosservate) eseguita. E su questo contano quegli esecutori che tentano di spacciare per oro colato pacottiglia di vile stagno. In conclusione: questo blog è stato, è e sempre sarà aperto a tutti ma proprio perchè voglio salvaguardare a tutti i costi la sua qualità inserirò un filtro “anti energumeni”. Purtroppo. Cordialmente

SadSad

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Quartetto Noûs- Bologna Talenti S. Filippo Neri 7 Aprile 2015

Un quartetto composto da giovani che ha avuto il coraggio di presentare come prima parte due brani di non facile comprensione. I tre brevissimi pezzi per quartetto d’archi di Stravinskij (composti dopo il grande successo de Le sacre du printemps) sono caratterizzati da un primo tempo con i quattro strumenti che paiono non avere rapporti mentre i due successivi rientrano nell’alveo del “concertato” (per quanto in un brano del compositore russo ciò sia possibile).  I brani di Adès (Arcadiana) sono interessanti ma non di più. Molto bello il quartetto op. 30 di Čajkovskij nel quale è stato possibile apprezzare le qualità degli esecutori. Un giudizio complessivo sul quartetto è positivo anche se certamente manca quella maturità che solo una lunga esperienza esecutiva può dare.  Un complesso quindi che ci auguriamo di riascoltare fra qualche anno anche in un repertorio più vasto. Un buon e meritato successo di pubblico. Un plauso assoluto all’assenza della introduzione “musicologica” iniziale che ha piagato tutta la scorsa stagione. Speriamo che si tratti di una assoluzione definitiva e non solo di una amnistia temporanea!
Happy
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Assessore Ronchi – Bologna 28 Marzo 2015

Finalmente, bisognerebbe dire, qualcuno si è reso conto che l’assessore è “nudo” (come nella celebre favola di Andersen) e i nodi anche nella stampa più servile (leggasi Repubblica) vengono al pettine. Perchè Ronchi sia assessore alla cultura del comune di Bologna (dopo essere stato cacciato da Errani) è un mistero irrisolto: quali qualifiche possa vantare, quali studi e con quali risultati, quale background abbia non è dato sapere. Nulla, nebbia. Si sa solo che è un irriducibile “rockettaro” – sic – che raramente si presenta agli eventi culturali a meno che non servano a mettersi in mostra, che veste in modo trasandato (per mostrare anche visivamente un ribellismo d’accatto) e che è sostenuto ormai dal solo sindaco Merola (speriamo ancora per poco) perchè – come disse il sindaco in un colloquio privato a fronte delle contestazioni portate da vari presenti – “sa dire di no!”. Un po’ poco e quale sia il motivo di dovere attingere al panorama ferrarese per un assessore alla cultura bolognese, è un puzzle irrisolto, quasi mancassero figure prestigiose bolognesi in grado di ricoprire con merito quell’incarico (discorso analogo vale per Sani per il quale la cravatta è un cappio e il suo nodo un nodo scorsoio – the Ferrara connection). L’ineffabile Ronchi, che di musica classica e opera capisce persino meno di Merola (roba da Guinness dei primati!) vuole anche diventare presidente del consiglio di indirizzo del teatro comunale (a meno che non lo sia già segretamente diventato) impersonando il famoso principio di Peter sulla massima incompetenza. Non è autorevole ma autocratico. Si può solo sperare che il ritardo nella nomina sia dovuto a un tardivo ripensamento del sindaco ma c’è poco da sperare. Ora si vocifera che voglia anche fondare un proprio partito alla sinistra del PD, magari associandosi a Landini (propongo il nome “confusione mentale”): come si dice Dio li fa poi li accompagna!

SadSad

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Kremer Argerich- Bologna Grandi Interpreti 26 Marzo 2015

68 lui, 73 lei, una coppia splendida in grado di dar luogo al più bel concerto che si sia tenuto a Bologna negli ultimi tempi con due sonate di Weinberg, una di Beethoven e quella famosissima di Franck. Un’intesa perfetta, sonorità spesso soffuse e sempre espressive nei brani cantabili ma anche tempi staccati velocissimi e brillanti negli “allegri” trascinati dalla verve di una pianista per la quale veramente il tempo non sembra passare mai, dotata ancor oggi di una tecnica da fare impallidire molti giovani leoni. A volere proprio cercare il pelo nell’uovo si potrebbe arricciare il naso per qualche eccessiva concessione all’allargamento dei tempi in alcune sezioni del recitativo della sonata di Franck ma – come si usa dire – “ci possono anche stare”. Per il resto tutto assolutamente perfetto e ogni ulteriore commento sarebbe inutile. Un plauso specifico per i due brani dell’ingiustamente dimenticato compositore di origine polacca (ma vissuto nell’Unione Sovietica al tempo dello Zhdanovismo)  Mieczyslaw Weinberg che pur avendo operato in pieno ‘900  propone una musica che seppure del tutto inserita nel milieu culturale del suo secolo  non rifugge da momenti lirici e da una strutturazione delle sue sonate di tipo classico. Molto interessante – fra l’altro – la sonata per violino solo che si inscrive nella non vasta letteratura per lo strumento ad arco e che – dopo Bach – vede nella letteratura recente pochi esempi fra i quali le sei sonate di Eugène Ysaÿe e la sonata di Béla Bartók. La musica di Weinberg è la prova provata che la musica “moderna” può anche essere di non difficile ascolto senza astrusi intellettualismi o sonorità che spesso rendono “unpalatable” molti autori contemporanei. Tre bis fra i quali un tempo della sonata beethoveniana “a Kreutzer” (scelta un po’ discutibile), un ritmo di tango (trascrizione da Piazzolla? Benvenuti i suggerimenti) e un brano cantabile assolutamente ignoto al sottoscritto. Sarebbe sempre auspicabile che gli esecutori annunciassero i titoli dei brani eseguiti come bis senza trasformarli in indovinelli musicali. Ora prevista di inizio del concerto 20.30. Ora reale d’inizio 20.40. Viva la provincia!

HappyHappyHappy

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Cameristica, Recensioni

Lessing Savary Maurizzi- Bologna Conoscere la musica 19 Marzo 2015

C’era un tempo in cui i concerti di S.Cristina erano di alta qualità. Adesso dopo il disastro Maltempo viene proposto un altro concerto di qualità discutibile (problemi di budget?). Il trio in questione ha dato luogo a una performance tutt’altro che memorabile: un concerto definibile al meglio come “onesto”. Tre brani: una sonata per violoncello e pianoforte brevissima, un  “cammeo”, di Debussy, la sonata in pratica giustamente mai eseguita di Ravel per violino e violoncello ove i due strumenti seguono percorsi indipendenti senza mai sincronizzarsi quasi si trattasse di composizione cinquecentesca sviluppata “orizzontalmente” e il celebre trio n. 3 op. 110 di Schumann.  Le tre esecuzioni sono state ben lungi dall’essere memorabili. Innanzitutto tenere il coperchio del piano aperto in presenza di due archi e del riverbero di S.Cristina è criminale: l’effetto è che il piano copre quasi completamente gli altri due poveri strumenti. E poi i tre strumentisti sono dei bravi artigiani ma nulla più. Ne consegue che il livello esecutivo è facilmente immaginabile: molta buona volontà ma nulla più. Amen. Il concerto doveva iniziare alle 20.30. Il pistolotto del relatore introduttivo (sob, sob..) Mioli è iniziato alle 20.43 (quarto d’ora accademico? Ma qui non siamo all’università dove si deve dare il tempo agli studenti di cambiare aula) e si é iniziato a suonare alle 20.55. Maleducazione? Incompetenza? Disorganizzazione? Colpevole indulgenza verso i ritardatari? Oppure provincialismo da teatro di periferia? Forse tutto assieme. Quindi un concerto modesto e male organizzato per un pubblico populisticamente non pagante. Ottimo e abbondante…

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Recensioni, Sinfonica

New London Consort- Bologna Grandi Interpreti 18 Marzo 2015

La mania invalsa negli ultimi due decenni delle esecuzioni “filologiche” è una malapianta inestirpabile che vellica la vanità di ascoltatori che si ritengono in tal modo esperti in grado di valutare quale fosse l’esecuzione ai tempi della composizione eseguita. Inutile dire che si tratta di modalità esecutiva del tutto artificiale che sempre mescola elementi moderni con antichi con risultati spesso disastrosi. E chi asserisce che in tal modo si estrae il vero spirito della composizione semplicemente è un truffatore (in senso musicale se esecutore) o un mentitore (in senso musicale se critico). Strumenti barocchi con archetti impugnati sopra il tallone (solo a scopo estetico e senza reale valore esecutivo) e corni (strumento difficilissimo anche nella versione moderna con i pistoni)  che nonostante gli sforzi e la bravura degli esecutori inevitabilmente stonano. Purtroppo i compositori barocchi non hanno la possibilità di irridere la scelta di utilizzare strumenti obsoleti (o utilizzati in modo obsoleto): se rinati ci crederebbero matti a non utilizzare strumenti assai migliori (quelli moderni). In questo senso l’esecuzione della messa in si minore di Bach da parte del New London Consort rientra in questo filone aggiungendo però il dato negativo di una bassissima qualità esecutiva. Voci piccolissime specialmente nel settore femminile (e addirittura nel caso dei due brevissimi passaggi solistici del Kyrie iniziale con note “diversamente intonate”) con l’unica eccezione del controtenore David Allsop mentre all’estremo opposto si colloca il basso-baritono Michael George al limite dell’afonia. Insomma un’esecuzione piatta e scialba con un direttore che se assente nessuno se ne sarebbe accorto.  Per capire come il brano bachiano possa essere interpretato e valorizzato in tutta la sua bellezza invito a riascoltare l’edizione di Karajan con Janowitz, Ludwig, Schreier, Berliner Philharmoniker ecc. altro che questo modesto “consort”!  Purtroppo di questi flops al concerto iniziale del Bologna festival abbiamo già avuto esperienza nel passato. Forse sarebbe ormai il caso di tenerne conto.
PS “Customers who have the misfortune of being late will be admitted only during the interval“. Questo è l’avviso che campeggia nelle sale da concerto londinesi dove si comincia sempre in perfetto orario senza indulgenza verso i ritardatari e i capannelli di “spettatori” più interessati alle “public relations” che al concerto. Ma siamo a Bologna e Londra (come Berlino, come Parigi, come Vienna) è molto, molto lontana….
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Cameristica, Recensioni

Ingolf Wunder revisited- Bologna Musica Insieme 16 Marzo 2015

Purtroppo ancora una volta il pubblico bolognese non ha avuto l’occasione di ascoltare un concerto di Yundi, vincitore con merito dello Chopin 2000: la sua unica esibizione nei dintorni si è avuta a Imola lo scorso anno e fu un concerto memorabile. L’auspicio è che venga reinvitato non appena i suoi problemi famigliari saranno risolti. Al suo posto è stato invitato Ingolf Wunder, secondo premio allo Chopin 2010 (ex aequo con Lukas Geniušas). Il biglietto da visita di Wunder lo si può desumere dal suo ritratto su Wikipedia in inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Ingolf_Wunder – che bisogna immaginare da lui ispirato) che non dimostra certo fair play (omette di precisare che il secondo premio vinto era ex-aequo..): senza mezzi termini accusa la giuria di avergli scippato la vittoria (in inglese insomma lo si definirebbe a super brat). Certamente il concorso ha avuto un esito anomalo attribuendo la vittoria a una diligente, modesta e sbalordita Yulianna Avdeeva (pur essendo in giuria Marta Argerich, che ricordiamo giurata implacabile al tempo di Ivo Pogorelich) che certamente fra i finalisti era la più debole, che si trova ora raramente nei cartelloni delle manifestazioni pianistiche di primo piano, che è senza contratto delle case discoghrafiche più importanti e che non ha neppure un suo sito web! (A proposito dello Chopin 2010 va anche ricordato l’abbandono polemico di Bozhanov che lasciò infuriato il concorso prima della premiazione).  Purtroppo anche il più importante premio pianistico – lo Chopin – è oggi per motivi di sponsorizzazione sottoposto all’influenza delle case costruttrici dei pianoforti. I concorrenti hanno persino il diritto di scegliere (orrore!) su quale pianoforte suonare e la Avdeeva suonava su uno Yamaha….Al tempo del concorso (trasmesso in streaming video) comunque la mia preferenza andava a Wunder e va ricordato che nel Novembre di questo anno ci sarà la nuova edizione del quinquennale concorso. Ma veniamo al concerto in questione.  Un programma che più classico (in realtà romantico) non si può: una prima parte dedicata a Chopin e la seconda a Liszt con due brani da archeologia musicale ovvero l’Allegro da concerto op.46 di Chopin e le Variazioni su un tema dei Puritani di Bellini di Liszt (quest’ultimo in realtà una composizione solo coordinata da Liszt ma frutto di una collaborazioni di più musicisti – fra cui Chopin – alla stregua del FAE di Schumann-Brahms-Dietrich e altri esempi ottocenteschi). Il pianismo di Wunder è fuor di dubbio di alta qualità, molto elaborato e non immune dai temuti “effetti speciali” in Liszt. Ci sono pianisti cui riconosco grandissime qualità (è questo il caso) ma che non suscitano pienamente il mio plauso, come se vi fosse una vaga sensazione di incompletezza o di artificialità nell’esecuzione per me di difficile individuazione. Forse una definizione potrebbe darsi a contrariis, con il confronto con altri giovani pianisti che invece ritengo al vertice interpretativo: Wang, Yundi, Blechacz, Lisiecki etc. da me recentemente recensiti con un plauso incondizionato. Mi voglio scusare con i miei lettori per una definizione così imprecisa ma sarei veramente curioso di conoscere il parere di altri che abbiano assistito al concerto in questione. Sia chiaro ancora una volta: si parla di un “giovane leone” giustamente applaudito dal pubblico (almeno una volta a ragione!) che è necessario potere valutare in un repertorio più vasto (non solo confinato al romanticismo)  e che mi auguro in tale contesto di potere riascoltare presto. Due bis intimistici: Clair de lune dalla Suite bergamasque di Debussy e una trascrizione pianistica della Casta Diva di Bellini eseguiti con grande intensità.

Happy

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