Cameristica, Recensioni

Jenůfa – Bologna Teatro Comunale 17 Aprile 2015

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Il libretto di Jenůfa di Janáček può riassumersi nella storia di un infanticidio con redenzione agiografica nell’ambiente contadino moravo. Libretto sostanzialmente assai modesto, ma a parte Wagner, von Hofmannstahl e Da Ponte tutti i libretti sono sostanzialmente degli scadenti polpettoni includendo anche le spesso risibili e arbitrarie riduzioni verdiane dei drammi Shakespeariani. Per fortuna nelle opere è la musica l’elemento fondante e nel caso di Jenůfa parliamo di grande musica. L’allestimento del teatro Comunale sotto la regia di Alvis Hermanis rientra nel novero dei grandi spettacoli, quasi sproporzionato rispetto alla sostanza del libretto e tale da metterlo sostanzialmente in secondo ordine. Niente a che vedere con la messa in scena minimalista cui ho assistito nel 2012 a Praga dove la quasi inesistente scenografia (certamente legata a problemi di budget) sembrava volere sottolineare lo spirito cupo della vicenda. Qui siamo invece in un trionfo di costumi e colori che per molti aspetti stridono nella loro esuberanza con quello che dovrebbe essere lo spirito dell’opera. Ma ben venga un bello spettacolo dopo la tristezza della Butterfly di inizio stagione. Le scene e i costumi seguono un doppio binario. Nel primo e terzo atto una sfolgorante rivisitazione onirica dei costumi contadini (?) quasi senza tempo (alcuni sembrano riecheggiare nelle acconciature femminili il medioevo pur inserite in un ambiente jugendstil) in un contesto rutilante di colori sottolineato anche dalla presenza di danzatori che sullo sfondo paiono riprodurre con la loro gestualità lo svolgimento dell’azione, mentre nel secondo atto (quello dell’infanticidio) i protagonisti si muovono in una stanza/cucina moderna malandata che fa da cornice allo squallore delle decisioni della madre che conducono alla sua scelta omicida in favore dell’onore della figlia. Rimane il dubbio di capire per quale motivo il regista abbia imposto ai cantanti nel primo atto una gestualità da teatro dei pupi, obbligandoli financo a cantare in ginocchio. Come sempre i registi accorti e scaltri inseriscono elementi che fanno discutere ma è proprio la discussione il sale che porta alla notorietà (Andreotti docuit)… La direzione di Juraj Valčuha imprime a tutta l’opera il giusto ritmo e le giuste sonorità (dopo faticose prove in cui non sono mancati momenti di vera tensione con l’orchestra). La partitura di Janáček non è di semplice lettura ma il giovane direttore ha saputo condurre l’orchestra a una esecuzione che valorizza appieno le caratteristiche fortemente peculiari e gli stilemi di origine slava del compositore ceco. Superlativa la prova del soprano spagnolo Angeles Blancas Gulin dotata di una magnifica voce drammatica che ha reso il personaggio della madre nel secondo atto la vera protagonista dell’opera e che ha giustamente riscosso dal (veramente non folto) pubblico una ovazione incondizionata, di gran lunga superiore a quella tributata agli altri interpreti tutti di buona qualità (ma non alla sua altezza) e segnatamente Andrea Dankova, un’ottima Jenůfa che certamente ha sofferto il confronto con la Gulin. Una prova convincente (ma non entusiasmante) quella dei due protagonisti maschili alle prese peraltro con ruoli relegati da Janáček a figure musicali di secondo piano. Un buon successo complessivo sottolineato dagli applausi prolungati del pubblico (che forse avrebbero maggiore significato se qualche volta almeno tributasse sonori fischi a produzioni scadenti – ad esempio il caso di “Qui non c’è perché” – come invece mai accade soprattutto alle “prime” con la clacque in piena azione ….).
HappyHappy
PS l’opera è iniziata con un ritardo causato da “problemi tecnici” non meglio precisati dallo speaker. In realtà sembra che la causa sia stata invece  l’irreperibilità di uno strumentista..  Sarebbe poi interessante conoscere chi ha curato la traduzione del libretto, dal momento che i sopratitoli proiettati sono pieni di strafalcioni di grammatica.

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