Operistica, Recensioni

Die Zauberflöte – Bologna Teatro Comunale 16 Maggio 2015

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Una Zauberflöte così (in tedesco è femminile!), che in campo mozartiano aveva generato  –  dopo il flop di “Così fa tutte”della scorsa stagione – grandi aspettative sapientemente  orchestrate dalla stampa locale e dalla sovrintendenza del teatro, con stereoscopia e scomodissimi occhialini 3D al seguito forniti agli spettatori (con i quali spesso si vede solo la “stereoscenografia”  dei video e non i cantanti), non l’avevamo mai neppure ipotizzata (e speriamo di non rivederla più). Stante che il palcoscenico è per sua natura tridimensionale, la scomodità degli occhialini rossoverdi – da Guinness dei primati per i teatri d’opera la ridicola vista panoramica del pubblico in sala! –  non è compensata da una plasticità stereoscopica della scena e quindi in ultima analisi è “dispensabile” (a differenza di quanto avviene al cinema). Affidandosi ad aspetti visuali (drammaticamente, noiosamente ripetitivi) e non a scenografie solide nel senso stretto della parola  si viene a creare un assurdo spazio vuoto fra il proscenio e lo schermo del fondale talché i cantanti sono piazzati dal direttore per lo più proprio sul proscenio onde evitare conseguenze acustiche negative legate al vuoto della scena. Per tutto c’è una prima (e speriamo ultima) volta…
Zauberflöte
L’idea di considerare la vicenda della Zauberflöte  come una favoletta inventata e gestita da due mocciosi poco espressivi vestiti alla marinara (massoni in erba anche loro?), ossessivamente presenti sullo sfondo, semplicemente non funziona: è velleitaria e inutilmente accattivante, insomma totalmente fuori dallo spirito così polivalente dell’opera. Un’impostazione assai difficile da sostenere che, ove mai fosse ipotizzabile, avrebbe comunque richiesto una compagine registica di ben altro livello. Analogamente risulta noioso e ripetitivo l’ andirivieni dei pannelli a mo’ di otturatore fotografico, un artificio che è come il gioco: bello fin che dura poco… Se poi la presenza dei solisti e del coro in sala con illuminazione da café chantant è il nuovo che avanza c’è di che stare “freschi”. Che la perfida regina della notte si palesi da un cono a pan di zucchero, che ricorda le dolcezze dei “baci” Perugina in versione natalizia più che la volta celeste, è semplicemente ridicolo  (anche perchè l’ “aggeggio” dopo l’apparizione rimane in palcoscenico senza alcun significato, neppure visivo). E così via.

Flauto

Insomma una regia e una scenografia velleitarie e sostanzialmente dilettantesche e noiose. Uno spettacolo che certamente fa rimpiangere la bellezza visiva (seppure a tratti discutibilmente ridondante) di Jenufa. Il regista è palesemente digiuno di rappresentazioni in teatro di opere liriche e l’accattivante, mistificante e usurpato richiamo dell’organizzazione cui appartiene (Fanny e Alexander) al mondo di Bergman è solo uno scadente “wishful thinking”. Dovrebbe rivedersi cento volte la registrazione dello splendido allestimento de “Le nozze di Figaro” di Martone del 2013 per imparare come si gestisce e valorizza un’opera teatrale di grande repertorio.  Senza volere escludere a priori una rivisitazione in chiave moderna di uno spettacolo classico, purchè non velleitaria e in ultima analisi scadente che fa ovviamente rimpiangere (e molto) messe in scena più tradizionali ma in grado di valorizzare e non deprimere il capolavoro mozartiano. Per le rivoluzioni ci vogliono veri rivoluzionari e non ribellisti dilettanti convinti che “épater le bourgeois” con effetti speciali (o ritenuti tali) sia sufficiente a garantirsi qualità e  successo! (Purtroppo scrivendo questa recensione negativa mi rendo conto di fare comunque un involontario favore alla regia perchè anche solo il parlarne – seppure male e addirittura talvolta proprio per questo motivo – è pur sempre una cassa di risonanza per una immeritata pubblicità).
La direzione di Mariotti non è stata esaltante e spesso diseguale: forse il Mozart della Zauberflöte non è particolarmente nelle sue corde. Troppo lente molte arie (e segnatamente la prima di Tamino e della regina della notte). E’ un’opera che per la sua stessa natura richiede un equilibrio particolare in quanto si trova costantemente in bilico fra la favoletta (non per nulla il libretto è di un impresario improvvisatosi librettista, Schikaneder, e diretto a un pubblico di bocca buona del tempo) e l’apologo agogico e paludato del trionfo del bene sul male. Un libretto non sempre facile da digerire e interpretare (chi non parteggia inizialmente per la regina della notte cui la figlia è stata sottratta?), spesso sconclusionato, con alcune figure un po’ grottesche come Monostatos e un po’ stralunate come Papageno/Papagena,  e uno sviluppo dell’azione tutt’altro che lineare. E’ solo il genio mozartiano che è riuscito a trasformare questo potenziale disastro in un capolavoro e proprio a fronte di questa “politomia” la direzione musicale si trova costantemente di fronte a difficili scelte interpretative. Certamente le modestissime scelte registiche non hanno aiutato il direttore ma è certamente vero che abbiamo assistito a rappresentazioni di questa difficilissima opera musicalmente assai migliori (e in particolare va ricordata quella magistrale di Abbado, anni luce distante da quella di Mariotti).
Il cast.  Evidenti, inaccettabili problemi di pronuncia della lingua tedesca – in un Singspiel! – da parte degli italiani.  Ahimé la provincia e le obsolete scuole di canto rivolte solo al bel canto e al barocco italiano! Non per niente l’importantissimo genere musicale del Lied è colpevolmente e sostanzialmente sconosciuto nel belpaese. A parte questo il livello medio è apparso vocalmente di buona qualità e in particolare va segnalata l’ottima  Pamina di Maria Grazia Schiavo  (aiutata in questo dalla più bella aria dell’opera), che ha nelle sue corde tutti gli accenti del personaggio mozartiano. Quanto alla regina della notte (musicalmente ruolo chiave dell’opera) di Christina Poulitsi  i suoi sopracuti sono perfettamente intonati ma ha qualche incertezza di emissione nel registro medio-alto. Tamino (Paolo Fanale) è tenore di ottima professionalità mentre il Sarastro del gigantesco Mika Kares ha una voce da basso perfetta nel ruolo anche se talvolta un po’ monotona. Il duo Papageno/Papagena, rispettivamente interpretati da Nicola Ulivieri e Anna Corvino non ha particolarmente impressionato.  Purtroppo assolutamente sotto il minimo le tre dame e carini i tre fanciulli (vocalmente non ineccepibili) che però potevano essere scelti localmente senza pregiudizio alcuno (come già faceva 30 anni fa il teatro).
Come sempre il pubblico bolognese è indulgente (quando mai si sentiranno finalmente dei sacrosanti “buh” quando meritati? Ricordo un Ring di Bayreuth del 2010 splendidamente cantato e orchestrato – una vera meraviglia – ma con una messa in scena “de paura”, in occasione del quale la timida apparizione a mezzobusto del regista dietro il sipario socchiuso scatenò una salva di disapprovazioni tali da fare letteralmente fuggire – addirittura dal teatro penso –  il malcapitato!) e esterna il proprio dissenso al massimo con un applauso più tiepido oppure non presentandosi alle rappresentazioni (diverso è il caso della “generale” dell’opera al termine della quale, all’uscita dal teatro, il team della gestione video è stato “omaggiato” da una meritata salva di “buh”). La “prima” fa caso a sé: qui predomina la presenza del bel mondo bolognese non particolarmente avvertito  musicalmente (“e mira ed è mirato, e in cor s’allegra”…) e più che altro interessato agli intervalli, e soprattutto della claque (in questo caso veramente assordante e insopportabile nella quale in platea si è distinto uno scatenato piacione) che si combina con il successo opportunamente preorganizzato dalla sovrintendenza con la stampa locale, che non brilla certo per indipendenza e competenza (si leggano gli articoli di presentazione dell’opera: semplicemente il nulla a stampa). Per una recensione giornalistica sulla stampa seria e indipendente bisogna aspettare gli articoli di Carla Moreni sul Sole 24 ore o di Paolo Isotta sul Corriere della sera ammesso che prendano in considerazione un teatro oggettivamente non di primario interesse nazionale come il Comunale di Bologna. Quindi fiato alle trombe (e ai tromboni..) locali e che la festa (?) cominci….
PS A proposito di registi “creativi” segnalo questo gustosissimo articolo http://www.ilcorrieredellagrisi.eu/2012/05/come-diventare-un-grande-regista-a-la-page-in-25-mosse/

 Sad

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7 thoughts on “Die Zauberflöte – Bologna Teatro Comunale 16 Maggio 2015

  1. Maria Cristina ha detto:

    Grazie, Professore.
    Da tempo il “facciamolo strano” ha sostitruito il “facciamolo bene”, tanto nessuno se ne accorge ( e se ne parla di più!).
    In Italia basta che si urli e gli applausi scrosciano! Tutto l’ opposto di quanto occorre fare nei Lied, come lei ben sa. Non a caso nessun Liederabend all’ orizzonte!

    .

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  2. Carlo Boghi ha detto:

    Si, anch’io non capisco proprio questo pubblico bolognese che, anche quando la musica è trasformata in fastidioso rumore, applaude religiosamente sempre. A me è capitato con una sinfonia di Mahler diretta da Gatti. Dopo un paio di stecche dei fiati nel primo movimento l’orchestra non si è più riavuta. Non so come ho fatto a rimaner li sino alla fine. Forse perchè ero più giovane. Comunque alla fine incredibile, uno scroscio di applausi prolungati ed apparentemente molto convinti. Non so se fossi più scandalizzato dalla cattiva performance di Gatti e dell’orchestra o dagli applausi. Da allora comunque se posso me ne vado quando si chide il sipario prima degli applausi. E così tutti puniti anche coloro che non se lo meritano.

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  3. Roberto Barilli ha detto:

    ….. e io ‘copio’ Lei caro prof. Neri: una gustosissima recensione, la sua. Questa volta senza rammaricarmi di avere mancato l’opera!

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