Cameristica, Recensioni

Giuseppe Andaloro – S.Cristina 15 Dicembre 2015

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La “manifestazione” inizia con buoni 7 minuti di ritardo (alla faccia degli spettatori che educatamente sono arrivati in orario!) e per 15 minuti viene ammannito il solito pistolotto inutile, noioso, autoreferenziale, prolisso da parte di un compiaciuto relatore che evidentemente non ha il polso dell’uditorio che manifesta ben evidenti segni di insofferenza. (Forse gli servirebbe un corso universitario a 300 studenti per capire di cosa parlo: se l’uditorio si annoia sono grossi guai e mal ne incoglie a chi non comprende immediatamente la situazione!). Ma qualcuno riesce a immaginarsi una cosa simile al quartetto di Milano, alla salle Pleyel di Parigi, al Musikverein di Vienna, alla Wigmore hall di Londra o alla Philharmonie di Berlino? Solo nella provinciale Bologna i poveri spettatori subiscono regolarmente una sorta di punizione preliminare per colpe che non hanno commesso. Il programma presentato dall’esecutore è un pot-pourri quale non si vedeva da tempo, una sequenza di brani fra loro del tutto scorrelati che forse poteva essere accettabile agli inizi del ‘900 ma che oggi fa rabbrividire, Si passa da Frescobaldi direttamente a Chopin, poi a Brahms per ritornare al ‘600 con Merula e Trabaci per compiere poi un salto nella fine dell’800 con Skrjabin per ritornare (questa poi!) di nuovo a Chopin!!! Con tanti saluti a 50 anni di programmi intelligenti e ben costruiti filologicamente. Il pianismo di Andaloro può essere assimilato a quello di chefs di seconda categoria che con la panna cercano di nascondere la scarsa qualità dei loro piatti. Qui il legante è il pedale ammannito a dosi massicce insieme ai ff che dominano tutte le esecuzioni (a S.Cristina, con quel riverbero pazzesco!) unitamente a una ricerca spasmodica della velocità a tutto scapito della musicalità. E naturalmente ne scapita anche la precisione: ad esempio nel primo scherzo di Chopin su otto ripetizioni della progressione che lo caratterizza ben cinque sono terminate con una nota falsa superiore! A che scopo? E che dire dello scherzo Brahmsiano dove è risultata del tutto assente quella vena di atmosfera magica, ammiccante e allusiva (la stessa della quasi coeva terza ballata) che lo contraddistingue? Naturalmente il “vers la flamme” di Skrjabin (un brano che sta vivendo un revival che andrebbe analizzato) ha subito lo stesso trattamento. Forse il brano riuscito meno peggio è stato la quarta ballata di Chopin nella quale però il drammatico finale ha perso tutto il suo significato musicale sommerso da una gragnuola di suoni eseguiti a tutto gas senza alcun tentativo di interpretazione. Non so nulla dei bis: sono uscito prima della loro esecuzione. Qualcuno si immagina perché?
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Cameristica, Recensioni, Sinfonica

Akademie für alte Musik Berlin – Musica Insieme 14 Dicembre 2015

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Finalmente un’orchestra da camera barocca capace di rigore filologico senza ridicoli atteggiamenti talebani (quali ad esempio – in certi casi – ridicoli travestimenti d’antan). Il complesso è assai noto nei circoli culturali del settore e ha offerto un concerto di alta qualità imperniato su un ventaglio di autori, da Biber a Corelli passando per Telemann Vivaldi, Locatelli e il meno noto (ma ugualmente valido) Pez. Rigore stilistico, affiatamento, calibrazione del suono (addirittura spostando in un caso i flauti nel retropalco per evitare sonorità eccessive e prevalenti) e tecnica esecutiva di altissima qualità sono i suoi indiscutibili meriti. Fra gli strumentisti da citare le bravissime Anna Fusek (flauto) e Xenia Löffler (oboe e flauto dolce) che hanno saputo destreggiarsi magistralmente con gli strumenti barocchi (quelli – per intenderci – privi delle chiavi meccaniche oggi in uso). Un concerto di grande livello, applaudito calorosamente dal pubblico e concluso (come poteva essere diversamente?) con un tempo del IV concerto brandeburghese che ha naturalmente suscitato l’entusiasmo degli spettatori. Interessanti ma discutibili le tesi di Fabrizio Festa nella breve conversazione che ha preceduto il concerto. Illudersi di impostare una sensibilità di fruizione dei brani corrispondente ai tempi in cui furono composti sperando di scrollarsi di dosso la nostra storia per ricostruire la sensibilità e l’ambiente esecutivo del tempo (i brani eseguiti non erano certo previsti per un uditorio di 1.200 persone!) è operazione utopica e anche ingiusta.  Non siamo forse anche oggi, con la nostra sensibilità moderna, in grado di capire e godere della musica del passato (cosa che naturalmente vale anche per i romantici, i post- romantici etc.)? Comunque un bel regalo di Natale da parte di Musica Insieme.
 HappyHappy
PS Qualcuno mi ha accusato di scrivere solo posts negativi (per lo meno nella maggioranza dei casi). Ne ho riletti alcuni dei più recenti e le cose stanno diversamente: non so se sia un merito o un demerito ma questa è la realtà.

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Operistica, Recensioni

L’elisir d’amore – Bologna Teatro Comunale 13 Dicembre 2015

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Dopo la messa in scena alla Malpensa ecco un’altra scenografia moderna della celebre opera donizettiana ripresa da un allestimento del 2010. Sulla scenografia e regia si può dare un giudizio duplice: quello puramente estetico e quello di aderenza al testo dell’opera. Sul primo il giudizio è positivo: in particolare sono risultate gustose la prima scena con il caos tipico di una classe all’inizio delle lezioni e Nemorino agghindato come la caricatura dello studente di Guzzanti, quella dell’aula di disegno che si conclude con il celebre duetto fra Nemorino e Adina e quella dell’aula di ginnastica che si trasforma in un ring. L’idea di incarnare Dulcamara in una sorta di Beppe Maniglia coatto con tanto di spolverino e moto che dovrebbe offrire erba come elisir è invece risultata un po’ artefatta e anche Belcore come leader di una banda di  giovinotti ingiubbottati in pelle è parso poco riuscito. Altrettanto  dicasi – ad esempio – di un’altra “invenzione” ovvero quella di corredare la citazione degli spasimanti di Adina con un catalogo fotografico, espediente ripetuto in molteplici edizioni del Don Giovanni in occasione della celebre aria “Madamina, il catalogo è questo”. Ma se però si analizzano scenografia e regia dal punto di vista del libretto allora il discorso è diverso e tutto l’impianto regge a fatica. Le distanze fra il testo e la scenografia sono semplicemente abissali e ne deriva che quanto proposto visivamente non trova alcuna rispondenza nello sviluppo dell’azione. In altre parole la scenografia appare una sequenza di scene interessanti e anche divertenti (a tratti) ma con la sensazione che qualunque altra sfilata di quadretti di genere avrebbe potuto essere proposta con lo stesso risultato. Sempre a titolo di confronto assai più vicina al testo è stata la messa in scena di Malpensa dove la cura del particolare nell’aderire al dettato del libretto è apparsa molto più attenta e riuscita pur essendo il contesto ugualmente difficile da rendere. Dal punto di vista musicale l’esecuzione è risultata di medio calibro con Adina (Barbara Bargnesi che nell’agilità del finale ha dato prova di grandi qualità) e Nemorino (Antonio Poli) che sono cresciuti con il trascorrere del tempo (se si eccettua una piccola incertezza del tenore nella “furtiva lagrima”). Non esaltante la prova di Alessandro Luongo che nella resa di Dulcamara ha troppo spesso calcato l’aspetto grottesco a scapito di quello musicale e oggettivamente opaca è stata la prestazione di Christian Senn nei panni di Belcore. La direzione di Stefano Ranzani si è mantenuta in un dignitoso alveo con alcune incertezze di sincronismo con il coro soprattutto nella prima scena. Uno spettacolo passabile, quindi, che ancora una volta nonostante la clacque non ha scaldato un teatro con moltissimi posti vuoti (anche in occasione della lagrima di Nemorino con qualche isolata e artificiale richiesta di bis come si ebbe al tempo di Pavarotti – si parva licet…) . 

SadHappySad

Si conclude così una stagione operistica non esaltante nella quale le migliori proposte sono state quelle dell’Elektra e della Jenufa e le peggiori una inqualificabile Butterfly e un velleitario Flauto magico.  Una stagione di un teatro non di prima categoria che si dibatte nei problemi di bilancio comune a tutte le fondazioni ma che ha anche responsabilità locali. La prima è quella di un consiglio di indirizzo inadeguato in cui un solo componente ha competenze musicali e la seconda è quella di una politica complessiva di gestione che pare più barcamenarsi che offrire un chiaro indirizzo culturale. Non mancano iniziative positive – sia chiaro – fra le quali, ad esempio, l’idea di dotare il teatro di un bookshop o quello di offrire alla disastrata (e colpevolmente abbandonata dalle varie istituzioni che dovrebbero curarne una volta per tutte la bonifica) piazza Verdi la possibilità di assistere agli spettacoli o quello di offrire abbonamenti a prezzi popolari agli under 30 (ma 25  – come un tempo – sarebbe stato più ragionevole). Ma o si trovano sponsors disposti ad allargare i cordoni della borsa (a parte quelli istituzionali come le fondazioni o gli esempi illuminati come i Golinelli) o il teatro non può reggersi. E il mondo industriale bolognese non è certo contraddistinto da mecenatismo, anche in presenza di un quadro economico migliorato. La ventilata dipartita di Mariotti è certamente un segnale molto negativo di instabilità e la scelta di abbassare i prezzi persino delle “prime” quando si sa che i relativi spettatori avrebbero senza difficoltà accettato anche un incremento dei prezzi certamente non aiutano. E’ ben vero che il botteghino copre solo in piccola parte i costi ma i segnali – anche piccoli – debbono essere coerenti. La traversie con il FUS, il rifiuto del comune di anticipare i contributi 2017 (anche per il manifesto disinteresse dell’amministrazione locale per gli eventi musicali) non fanno ben sperare. E non pare che il nuovo assessore alla cultura abbia competenze e sensibilità musicali (in questo muovendosi nel solco del mai sufficientemente infamato Ronchi).  Aspettiamo quindi con un certo timore la prossima stagione con un’opera di apertura assai discutibile. Mah……

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Operistica, Recensioni

Giovanna d’arco – La Scala 7 Dicembre 2015

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Certamente l’opera non appartiene ai capolavori verdiani e che la giunonica Netrebko possa rappresentare una giovane diciassettenne richiede un bello sforzo di immaginazione. Ma tant’è: siamo ormai abituati persino a delle Mimì in pieno climaterio. L’espediente scenico di alludere tramite la presenza ossessiva di un letto a una possibile pazzia di Giovanna nella cui immaginazione si svolge tutta l’azione scenica ha ormai fatto il suo tempo. Ovviamente Friederich Schiller avrebbe citato in giudizio lo sventurato Temistocle Solera, autore dello sgangherato libretto, se solo avesse osato citarlo come ispiratore. Si inizia con una Netrebko in bianco e nero durante l’ouverture in un letto di manicomio. Si presenta re Carlo (Francesco Meli) che è stato immerso nella porporina. Giovanna assiste e intanto si spoglia per prepararsi alla vestizione da pulzella guerriera. Dopo l’aria (purtroppo anche troppo verdiana) in cui essa chiede alla vergine (con tanto di statuetta di Lourdes in mano -pfui) di essere prescelta, Carlo si risveglia. Dopo il risibile coro degli spiriti malvagi (peraltro pieni di buon senso) Giovanna inizia la vestizione stile pupo siciliano. Duetto senza orchestra mentre Giacomo – padre di vaga ispirazione talebana – crede la pulzella preda dei demoni! Inizia il primo atto con il tradimento di Giacomo, voce oggettivamente modesta, ingolata e piatta (Devid – sic -Cecconi, sostituto dell’indisposto Alvarez). Non vista assiste il pupo siciliano Netrebko nel suo ridicolo costume che terminata la battaglia e rivestitasi con tailleurino blu si prepara all’incontro con Carlo. Amore a prima vista ma rimproveri degli spiriti celesti per un amore terreno. Dopo il trionfo tributato dal popolo, Giovanna (sempre stesa sul letto) si dibatte fra amore e dovere e intanto gli spiriti malvagi (mascherati da diavoli rossi con tanto di ali infernali intorno al solito letto, in puro stile carnevale veneziano) si fregano le mani per averla corrotta in una sorta di notte di Valpurga di noantri. Inizia il secondo atto con la pulzella nuovamente in camicia da notte che viene costretta a reindossare il costume da pupo. Immagine pessima e ridicola unitamente al porporino Carlo: manca solo il feroce saladino… Ma ecco il perfido Giacomo ingolfato in una improbabile palandrana verde che si allea con il nemico e durante il trionfo di Giovanna la accusa di impuritá. Perché Giovanna non risponda mandandolo a quel paese è un mistero che ovviamente resterà irrisolto. Dannazione della pulzella che nell’ultimo atto è di fatto legata a una croce fino alla redenzione del padre che capisce di essere solo un pirla. Finalino edificante con la pulzella che assurge in cielo al posto del rogo di prammatica. Una regia sgangherata assolutamente indegna della scala (e ci si sono messi in due, Moshe Leiser e Patrice Caurier!). La Netrebko è una grandissima artista e Francesco Meli non ha sfigurato. Chailly ha fatto del suo meglio, spesso esagerando con la foga, per tenere in piedi uno spettacolo veramente indegno di una prima della Scala. Una serata da dimenticare. Applausi modesti nonostante una clacque in grande spolvero. Balle sparate a palle incatenate dalla TV di regime sull’inesistente successo: ignoranza o solo ignobile piaggeria?
PS Ore 6. Leggo sui giornali di un trionfo stellare. La durata degli applausi passa nei vari quotidiani da 8 a 9 fino a 13 minuti (una frangia dello spazio-tempo di Einstein?). La maggior parte degli articoli paiono scritti in anticipo e impera naturalmente il gossip sulle toilettes e l’avvenenza (vera o presunta) delle gentili signore. Speriamo che nei prossimi giorni e negli articoli più seri e meditati si legga qualcosa di sensato che abbia a che fare con un’analisi critica dell’opera e della sua messa in scena. Che io abbia sbagliato indirizzo e assistito allo spettacolo sbagliato?🙄

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Operistica al teatro comunale di Bologna

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C’è un fenomeno carsico “curioso” e assai provinciale. Personaggi che mai avevano frequentato l’opera improvvisamente e misteriosamente si palesano in sala per poi altrettanto misteriosamente scomparire. Amori improvvisi seguiti da improvvise delusioni? Niente di tutto questo. Molto più prosaicamente è l’effetto “biglietti gratuiti”: passione per il melodramma  (soprattutto per la passerella delle “prime”…) finché i biglietti a sbafo durano e poi … puff tutto si sgonfia… Alla faccia di chi, a differenza degli improvvisati melomani “pro tempore”, per indipendenza di giudizio invece ha sempre rifiutato biglietti gratuiti e investe personalmente a proprie spese in cultura! “Mala tempora currunt” se siamo ancora una volta in presenza degli immarcescibili “clientes cum sportula” (oggi trasformati in clacque) o a anime che si fanno belle e si pavoneggiano con denaro altrui…

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Quartetto Noûs – Bologna Festival 2 Dicembre 2015

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Il concerto finale del giovane quartetto, assai promettente, che ha ricevuto i migliori giudizi nella rassegna dei “talenti” del Bologna Festival. Il concerto prevedeva il quartetto op. 18 n.6 di Beethoven e il quartetto op. 51 di Dvořák. La giovane compagine si caratterizza per un suono limpido e un grande affiatamento oltre che per individualità tecniche di eccellente livello. L’esecuzione del brano beethoveniano ha messo in luce tutte le caratteristiche dell’opera giovanile del compositore di Bonn, risultando particolarmente convincente nella lunga introduzione cantabile del quarto tempo ove è richiesta sensibilità stilistica e un suono lieve e terso. Ma l’intera esecuzione del quartetto è risultata convincente e premiata dal pubblico con un lungo applauso. Forse meno centrata è invece risultata l’esecuzione del brano del compositore ceko dove le accentuate caratteristiche popolari non hanno avuto il risalto necessario. Una esecuzione insomma troppo “classica” mentre la tipologia del brano richiede al contrario una maggiore spontaneità e vivacità. Interessante – e forse giustificata – la inconsueta disposizione degli archi con i due violini alle estremità e il violoncello a fianco del primo violino. Va anche sottolineato che l’acustica assai difficoltosa dell’oratorio di S. Filippo Neri non punisce le formazioni cameristiche come è invece il caso del pianoforte. Interessante l’analisi dei punteggi ricevuti dai vari esecutori nel corso dei concerti dei “talenti”. Con una partecipazione media al voto di molte decine di spettatori (e quindi un campione significativo) la media dei voti è stata sempre superiore all’8 su una scala di 10 mentre a mio giudizio in alcuni casi si è sfiorata l’insufficienza (si vedano i miei posts in materia). Il che conferma la mia opinione che il pubblico premia molto più la musica degli esecutori.

Happy

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Steinbacher Festival Strings Lucerne – Musica Insieme Bologna 30 Novembre 2015

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Comincio con un “mea culpa”: confesso infatti di non avere ricordato che la violinista di origine tedesca Arabella Steinbacher aveva già suonato a Bologna alcuni anni fa e non ricordare un’artista di così elevato talento è grave. La Steinbacher ha eseguito sul suo Stradivari due concerti di Mozart in modo semplicemente perfetto: suono limpido, intonazione perfetta, tecnica esecutiva sopraffina e stile mozartiano senza una sbavatura. Una performance memorabile coronata dall’esecuzione virtuosistica – come bis – di una sonata per violino solo di Eugène Ysaÿe che ha strappato l’applauso (questa volta pienamente giustificato) di tutto il pubblico. Bisogna sperare che venga reinvitata quanto prima per un concerto solistico. Come corollario possiamo anche dire che una volta tanto abbiamo visto una solista vestita con grande eleganza, osando addirittura il colore viola che notoriamente è ostracizzato dagli artisti per motivi scaramantici e la cui scelta conferma l’assoluta sicurezza esecutiva della Steinbacher. La performance è stata coadiuvata da un’ottima orchestra da camera che ha eseguito i brani di Grieg e la sinfonia di Mozart con rigore stilistico e piena rispondenza con i periodi di composizione. Da sottolineare la prova dei fiati (e in particolare dei corni) dimostrando che anche con strumenti infidi è possibile evitare incertezze di intonazione. Un concerto veramente di ottima qualità.

HappyHappyHappy

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Doskočilová Fenyešová Boschi Pisani – Goethe Zentrum Bologna 28 Novembre 2015

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Un concerto “sui generis”: una prima parte pianistico-liederistica con brani di Respighi e Janáček e una seconda parte con un pochissimo eseguito trio di Mendelssohn per piano, clarinetto e fagotto. La scelta degli autori è quantomeno curiosa non esistendo fra loro alcuna correlazione e mai come in questo caso un concerto “a geometria variabile”. Partiamo dalla liederistica. La mezzosoprano Andrea Doskočilová ha veramente una bella voce e canta con grande proprietà la arie popolari di Janáček. Quanto ai Lieder (arie) di Respighi (poco eseguite – a ragione…) la valutazione è di una buona professionalità. Il pianismo di Monika Fenyešová è invece troppo muscolare e tradisce i brani di Janáček che furono fra i cavalli di battaglia del compianto pianista ceko Rudolf Firkusny. Nella sua interpretazione manca quell’aura onirica e vagamente magica che caratterizza la partitura. Quanto al trio di Mendelssohn si può solo parlare di una buona esecuzione di un brano chiaramente d’occasione e troppo breve per permettere una valutazione degli interpreti. Un concerto interessante, in ogni modo, e a tratti di buona qualità. Da sottolineare positivamente le presentazioni dei brani da parte di Laura Ballerini: per una volta precise e interessanti. 

Happy

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Romanovsky Zagrosek – Bologna sinfonica comunale 26 Novembre 2015

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Avevamo apprezzato Alexander Romanovsky da quando a 17 anni aveva vinto il Busoni ma purtroppo abbiamo assistito nel concerto in questione a una preoccupante involuzione. Nell’esecuzione del secondo concerto di Brahms ha infatti prevalso l’aspetto esteriorizzante, la gestualità esasperata (ogni attacco del pianoforte sembrava una aggressione alla tastiera) mentre è mancato totalmente l’approfondimento musicale per una partitura dalle mille sfaccettature che segna l’ingresso del compositore amburghese nella sua ultima fase, quella della introspezione, della rarefazione insomma del dettato musicale. E sorprendentemente anche l’esecuzione tecnica non è risultata immacolata (nel quarto tempo si è avuto anche un vuoto di memoria – o addirittura un “pasticcio” – coperto dall’orchestra e risolto dall’esecutore con molto mestiere). Naturalmente l’armamentario tecnico di Romanovsky è di prim’ordine (eccezionali i passaggi di ottave nel secondo e nel quarto tempo) ma questo certamente non è sufficiente per una composizione che unisce a una difficoltà tecnica trascendentale un percorso musicale di amplissimo respiro. E senza dubbio il pianista di Dniprodzeržyns’k non è stato aiutato da un’orchestra e da un direttore “non in serata”. Si inizia con una intonazione incerta dei corni all’inizio del primo tempo (una pecca ripetuta anche all’attacco e all’interno dell’oratorio beethoveniano della seconda parte del concerto) e con un relativo tempo troppo allargato per finire con un costante affanno a concertare i tempi con il pianista. E anche i bis solistici (lo studio n. 12 dell’op. 10 di Chopin e una trascrizione di un preludio Bachiano) non hanno ecceduto un livello medio. Peccato. Nella seconda parte il direttore non riesce a scaldare la platea con un’esecuzione non memorabile della Leonora n. 3;  nello scarsamente eseguito oratorio Beethoveniano (Christus am Ölberg)  gli interpreti vocali non sono stati tutti all’altezza del compito. In particolare non è risultata convincente la soprano Patrizia Biccirè, una bella voce lirica – belli i suoi acuti scintillanti ma di taglio rossiniano – che però non si trova a suo agio in una partitura seria e talvolta drammatica e la cui emissione è spesso sovrastata dall’orchestra (complice il direttore). Nella norma il tenore Daniel Kirch mentre di grande qualità è stata la performance del basso David Steffens, voce possente e piena, purtroppo in una parte fin troppo ridotta. Perché poi nel libretto di sala (carta patinata con molte pagine) non sia presente il necessario testo dell’oratorio – dal momento che i sopratitoli non sono disponibili – è un mistero. Un concerto di certo non memorabile.

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Cianchi Bosacchi – Goethe Zentrum Bologna 22 Novembre 2015

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Da tempo non assistevamo a un così bel concerto liederistico. Un programma tutt’altro che facile e per molti versi coraggioso  sia per gli interpreti che per il pubblico: Webern, Wolf e Berg.  Il soprano Maria Simona Cianchi è dotata di una bellissima voce in tutti i registri, calda e piena di tutti gli armonici sia negli acuti che non sono mai strappati ma sempre arrotondati e tenuti sotto perfetto controllo sia nel registro basso che così spesso risulta afono per le soprano anche nelle impervie armonie di Wolf e Berg. A ciò si aggiunga una perfetta aderenza interpretativa all’armonia dei brani eseguiti e – cosa non sempre verificata – al significato dei testi eseguiti. L’unico elemento leggermente negativo è la pronuncia tedesca, non sempre perfetta, un limite che nulla toglie alla soprano Cianchi. Una cantante di Lieder comunque che possiamo soltanto augurarci di risentire quanto prima anche in un contesto di pubblico più vasto e di maggiore soddisfazione (purtroppo i presenti erano meno di 20,,,). Ma un’esecuzione liederistica può essere di qualità solo se accompagnata da un pianismo consapevole delle problematiche di canto e piano ovvero alla ricerca della loro perfetta fusione. E’ questo il caso di Anna Bosacchi che oltre a una esecuzione immacolata (anche in brani tecnicamente impegnativi come la coda finale di “Er ist es” di H. Wolf) ha anche saputo tenere sempre la giusta sonorità, mai coprendo il canto e sottolineando i percorsi armonici anche di Lieder di non facile interpretazione come quelli di Webern. Un bellissimo, raffinato concerto, quindi, coronato da un Lied di Wolf e dal successo incondizionato e meritato, tributato dal pubblico.

HappyHappyHappy

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Cameristica, Recensioni

Li Janáček – Musica Insieme 16 Novembre 2015

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Un concerto a due facce: una prima parte di solo quartetto e una seconda parte con il quintetto op. 34 di Brahms. Nella parte puramente quartettistica è certamente risultata migliore l’interpretazione del quartetto  di Janáček mentre quella del quartetto delle arpe di Beethoven (op. 74) è risultata priva di nerbo e sostanzialmente esangue. Un bellissimo suono, solisti che si trovano a occhi chiusi  ma nei quartetti beethoveniani oltre alla componente apollinea esiste anche quella vitale vitale e drammatica (a titolo di paragone si ricordi che il quartetto è stato composto più o meno nello stesso periodo della sonata op. 81 “Les adieux”). Quindi una esecuzione – parafrasando una nota canzone – “bella ma senz’anima“. Diverso è il giudizio per il quartetto n.1 di Janáček (“La sonata a Kreutzer” che nulla ha a che vedere con la celebre sonata per violino e pianoforte di Beethoven). Qui la componente ceca ha trovato la sua espressione migliore e l’esecuzione è risultata vibrante e ha messo in luce tutte quelle caratteristiche che fanno del compositore (purtroppo non spesso eseguito in Italia) un grande rappresentante della musica mitteleuropea del primo ‘900.
Il quintetto brahmsiano è sostanzialmente un brano pianistico con il supporto degli archi, come peraltro comprovato dalla sua genesi per due pianoforti. Il pianismo di Ang Li è sempre granitico e sorretto da un’ottima tecnica ma è assolutamente carente sul piano del canto. La pianista cinese ha trascinato il quartetto Janáček in tempi sempre vorticosi che sono perfetti per il 3° e 4° tempo ma assolutamente innecessari e controproducenti nel secondo tempo dove il tema di terze perde tutto il suo fascino cantabile riducendosi a un esercizio meccanico. Ovviamente il finale travolgente del quintetto ha scatenato l’entusiasmo del pubblico che ha applaudito lungamente (come sempre più la musica che gli interpreti… Il pubblico ha la memoria corta e valuta solo le ultime battute di un’esecuzione. Da notare il solito ridicolo, penoso esercizio ginnico di chi applaude alzando le mani al cielo per distinguere il proprio gradimento da quello della massa… ).
Sono sempre stato contrario alle “introduzioni” che precedono i concerti ma avevo salvato quelle di M. Chiara Mazzi. Quella di ieri sera però conteneva un notevole errore storico. Asserire che i cambiamenti apportati da Beethoven alla struttura del quartetto corrispondono alle “rivoluzioni” sociali allora in atto è antistorico. La vita di Beethoven (un libertario individualista, un ribelle ma in nessun modo un rivoluzionario) si svolge nel segno delle controrivoluzioni e delle restaurazioni, quella napoleonica prima e quella del congresso di Vienna poi. Le prime rivoluzioni (dopo quella francese del 1789 tradita da Napoleone) si hanno negli anni’30 dell’800 in Francia, quando Beethoven è morto da quasi 10 anni. A meno che non si voglia considerare la restaurazione (la controrivoluzione) napoleonica una rivoluzione ma questo è semplicemente storicamente sbagliato.

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Operistica, Recensioni

Elektra – Teatro comunale Bologna 15 Novembre 2015

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Un carcere con le ancelle abbigliate come carceriere in uniforme con tanto di mitra pronte a scagliarsi con violenza contro l’unica ancella che difende Elektra, una garitta e una scala che porta alla cella della protagonista. Una scenografia tutta sui toni del grigio nella quale Elettra urla il suo dolore e la sua rabbia per l’assassinio del padre Agamennone votata unicamente alla vendetta perché solo il sangue può lavare il sangue.
 Elektra
L’opera di Strauss, una delle più difficili per la protagonista che rimane in scena ininterrottamente per quasi due ore, rappresenta uno dei suoi capolavori sorretto, anche del bellissimo libretto di von Hofmannsthal che riprende la tragedia di Sofocle (ma anche di Eschilo e Euripide) adattandola alla scena lirica, sottolineandone gli aspetti più tragici senza minimamente stravolgerne il significato.  Purtroppo la traduzione proiettata sopra il palcoscenico è risultata di scadente qualità (non senza alcuni errori di grammatica!) facendone perdere parecchio della sua intensità espressiva. Anche i comprimari – dal punto di vista operistico, si intende! – (la sorella Chrysothemis, il fratello Orest e soprattutto la figura tragica di Clitemnestra – Aegisth praticamente non ha ruolo) contribuiscono con il loro contrasto psicologico a fare risaltare la figura dominante di Elettra. Il libretto e la musica di Strauss rendono perfettamente il turbamento interiore di Klytämnestra il cui animo è diviso fra il senso di colpa, la fedeltà a Egisto e la sofferenza per l’odio della figlia. Venendo alla realizzazione del teatro comunale si può eccepire una Klytämnestra che dal punto di vista scenico non rende appieno il suo travaglio psicologico (troppo elegante e ieratica), l’assenza dell’importantissimo finale previsto da von Hofmannsthal (la danza bacchica di Elektra) e – questo sì quasi inaccettabile – una resa del personaggio di Egisto quale dittatore sudamericano ubriaco (addirittura con bottiglia in mano) agghindato con medagliere sul petto. Ma l’impianto complessivo è solido e registicamente (Guy Joosten) di alta qualità considerando anche che il carcere è rappresentato come ambiente quasi senza tempo (se si eccettua la vestizione iniziale delle carceriere) che contribuisce al senso di isolamento drammatico di Elektra. Di altissima qualità la prova di Elena Nebera (Elektra) di gran lunga superiore a tutti gli altri protagonisti. Brava anche Natascha Petrinsky nel ruolo di Klytämnestra; buoni professionisti sono anche Anna Gabler (Chrysothemis) e Jan Vacik (Orest) assecondati da un’ottima direzione di Lothar Zagrosek che ha saputo trovare un giusto equilibrio fra il dramma e gli aspetti lirici che non mancano nella partitura Straussiana. Per una volta un successo pieno tributato dal pubblico a un’opera non facile e non dalla sguaiata clacque che così sovente infesta le “prime” del teatro bolognese. 

HappyHappy

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Cameristica

Martirosyan Mezzini – Sala Mozart 5 Novembre 2015

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Ricomincia  la stagione di “Conoscere la musica”: debbo solo alla cortesia del presidente Francesco Vella l’essere stato avvertito, poiché nessun messaggio e-mail in proposito mi è stato inviato e mi viene il sospetto di un tentativo di ostracismo “per per que’ pochi postucci di dozzina”  (G.Giusti..) nei quali mi sono permesso di criticare alcuni degli esecutori presentati. Purtroppo ho l’abitudine di dire le cose con molta franchezza (e se mi è permesso a ragion veduta), anche quelle che altri dicono sottovoce per non farsi sentire, magari scrivendomi di essere d’accordo ma senza avere il coraggio di inserire un commento con nome e cognome (v. sasso e mano..). Tornando al concerto in questione si è trattato di un’esecuzione interessante anche se “a geometria variabile” (ovvero con canto accompagnato inframmezzato da brani pianistici solistici) che ho già avuto modo più volte di stigmatizzare in quanto impedisce per certi aspetti di valutare appieno i due esecutori. Ciò detto possiamo dire che la soprano Elizaveta Martirosyan ha certamente delle potenzialità ma avrebbe bisogno di un maggiore controllo della propria vocalità in quanto laddove il volume aumenta in modo eccessivo la voce diventa aspra, talvolta stridula, mentre quando mantiene la mezza voce o il mezzoforte esprime il meglio di sé. E’ stato il caso – ad esempio – del brano di Poulenc eseguito magistralmente mentre all’estremo opposto si è collocata l’aria del “Turco in Italia” di Rossini e certamente è mancato quel tocco di ironia e leggerezza nell’aria di Oscar del “Ballo in maschera”. C’è certamente un costante tentativo di lasciare libero sfogo alla voce mentre un rigido controllo sarebbe nel caso in questione doveroso. Assai apprezzabile l’arte scenica (quanto spesso abbiamo assistito a concerti vocali con cantanti rigidamente impalati!), talvolta quasi eccessiva, che ha trovato un ottimo esempio nell’aria Donizettiana eseguita come bis “ ’na casa in miezzo ‘o mare” eseguita come vera e propria sciantosa. Un’esecuzione quindi in chiaroscuro e l’augurio di un migliore uso del propri mezzi. Un plauso incondizionato alla pianista Nicoletta Mezzini, molto sicura nella sua esecuzione, sempre pronta ad assecondare il canto e con un’ottima esecuzione della Ciaccona di Händel. Buona anche l’esecuzione del “Preludio” della “Suite Bergamasque” di Debussy, seppure a un volume spesso eccessivo. Bisognerebbe capire perché con tanti brani individuali si scelga un brano di una raccolta…

HappySad

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Recensioni, Sinfonica

Dindo Senzaspine – Teatro Duse 4 Novembre 2015

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C’è un aspetto di Enrico Dindo che si somma alle sue eccezionali caratteristiche musicali: quello di dare l’impressione non solo di divertirsi durante le sue esecuzioni, ma anche quello di essere “alla mano” ovvero di non presentarsi come un ieratico ministro di un’arte superiore ma bensì come un artefice insieme al pubblico di una festa musicale. Lo ha dimostrato anche nel concerto in questione nel quale, presentatosi con un abbigliamento al limite del “casual” proprio a dimostrare la sua vicinanza agli altri esecutori e al pubblico, con pochi ma significativi gesti del capo e della persona ha trascinato la giovane orchestra “senzaspine” a una esecuzione di altissimo livello.  Una vera festa della musica dominata dall’eccezionale tecnica e dalla musicalità di un artista che pure nel gotha internazionale dei violoncellisti non ha ancora visto il suo nome inserito ai vertici assoluti mondiali insieme a Yo Yo Ma, Mischa Maisky, Mario Brunello, Natalia Gutman  etc. come meriterebbe. E complimenti per avere accettato di eseguire con una giovane ma promettente orchestra  (tutti, direttore incluso, under 35) che certamente ha molto imparato da Dindo nel corso dell’esecuzione del celebre concerto di Dvořák. Il preludio della prima partita di Bach per violoncello solo è stato il bis concesso da Dindo (forse meno eccezionale del concerto). Una giovane orchestra che ha eseguito nella seconda parte – sempre del compositore ceco – la altrettanto famosa “sinfonia dal nuovo mondo” composta nel suo periodo newyorkese. Qui un minimo di inesperienza del direttore (che forse dovrebbe ricordarsi che le due braccia possono e devono muoversi non all’unisono – Abbado docet) e dell’orchestra ha sottolineato i limiti attuali della giovane compagine nella quale però la sezione dei fiati (e in particolare quella dei corni – strumento terribilmente infido) ha offerto una prova significativa. Purtroppo la sala del concerto – il teatro Duse dedicato normalmente agli spettacoli di prosa – ha un’acustica disgraziata, ma questo non ha impedito al pubblico abbastanza numeroso – anche se un po’ scalcinato in quanto non avvezzo al galateo delle sale da concerto, come dimostrato dagli applausi alla fine dei primi tempi – di tributare un buon, meritato successo al concerto.
 HappyHappy

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Cameristica

Arkadij Volodos – Musica Insieme Teatro Manzoni 26 Ottobre 2015

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Volodos ha ripetuto il concerto di Berlino da me recensito in Giugno Arkadij Volodos  – Berlino Konzerthaus 16 Giugno 2015, sostituendo per Brahms le variazioni op. 18b e gli otto Klavierstücke op. 76, una serie che comprende fra l’altro 4 capricci tecnicamente trascendentali. Valgono tutte le considerazioni del post di cui sopra che evito di ripetere. Un grande pianista dotato di una “mano” strepitosa (parafrasando una nota frase pubblicitaria “con quella mano può fare ciò che vuole”) che non è mai virtuosistica e fine a sé stessa ma è sempre al servizio dell’interpretazione. Una musicalità raffinatissima. Quattro bis fra i quali un brano poco eseguito di Mompou, una Malagueña virtuosistica di Lecuona e un intermezzo di Brahms. Un grande concerto.

HappyHappyHappy

Qui come a Berlino un giustificato successo strepitoso di pubblico. L’unica vera differenza con il concerto di Berlino è che là – come in tutte le sale serie – non viene inferta al pubblico la punizione dell’introduzione “musicologica”, mai come in questa occasione inutile, improvvisata, priva di reali contenuti e con un errore grossolano che non commetterebbe neppure uno studente di storia della musica del conservatorio. Affermare con bella sicurezza che Brahms a partire dall’opera 76 ha composto solo capricci e intermezzi vuol dire non ricordare o ancor peggio non conoscere le due importanti rapsodie op. 79. Una “introduzione” un tanto al kilo ammannita in modo saccente a un pubblico che si considera ignorante e che invece tale non è…

SadSad 

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Cameristica

Salvi Orlandi – Goethe Zentrum Bologna 24 Ottobre 2015

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Un concerto iniziato male e finito peggio. Si comincia dal programma di sala: nell’elenco dei Lieder schubertiani NON è indicato Erlkönig; i testi sono presi dal sito web della Liederistca paro paro cosicché vengono copiati anche i riferimenti alle note a piè di pagina del sito che però (ovviamente) non sono presenti. Ricordo che la cosa è particolarmente pericolosa in quanto vi è un copyright sui testi del sito (e azioni legali in corso). I testi vengono letti con voce monotona e biascicata (inintelligibile in fondo alla sala) da una improvvisata “attrice” che probabilmente non distingue fra “La vispa teresa” e la povera Greta Goethiana. Recitare una poesia non significa leggerla (addirittura incespicando) ma dando una intonazione e una coloratura al testo, inserendo le pause e dando l’impressione della consapevolezza di quanto letto. Amen. Il concerto inizia e si nota subito che la soprano ha poca dimestichezza con la lingua tedesca: le Umlaut spariscono e del testo si perde una larga parte. Il piano suona sempre dannatamente forte coprendo la soprano che naturalmente deve sforzare per farsi sentire (ma possibile che non si faccia una prova e non si tenga chiuso il coperchio diminuendo l’intensità del suono? Non siamo mica alla Carnegie Hall!). La soprano ci dà del suo: tutti i toni sono sempre drammatici e sforzati persino in un Lied delicato con Scheeglöckchen di Schumann, i colori risultano per lo più assenti e gli acuti spesso di intonazione incerta. Purtroppo non è neppure assistita da una bella voce e sarebbero necessari molta tecnica e molto esercizio per arrotondare e addolcire il canto. Non risulta accettabile neppure l’Erlkönig per quanto sia drammatico con il piano che tuona impietosamente. La “lettura” dei testi si arresta fortunatamente quando vengono eseguiti i Lieder di Marx: un compositore interessante che non rinuncia ad ammiccare in certi passaggi al café chantant. Nei quattro Lieder vengono coinvolti in sequenza violino, violoncello e flauto: esecuzioni pulite ma ovviamente non giudicabili. Il concerto finalmente termina e come bis…. viene ripetuto il Lied “Gretchen am Spinnrade!! Della serie “errare umanum est…”. Un pomeriggio da dimenticare.
SadSadSad
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Cameristica

Grigorij Sokolov – Imola 23 Ottobre 2015

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Diciamolo subito: Grigorij Lipmanovič Sokolov appartiene alla schiera dei grandi pianisti moderni. Dopo avere vinto a 16 anni, nel 1966, il concorso Čajkovskij (allora presidente della giuria era il grande Emil Gilels) ha iniziato una strepitosa carriera che l’ha portato ad essere acclamato in tutto il mondo. Carattere non facile (detesta, ad esempio, le incisioni) il suo repertorio spazia dal barocco al tardo romanticismo. Il  concerto eseguito a Imola prevedeva di Schubert la sonata in la minore op. 143 e i momenti musicali op.94, e di Chopin due notturni e la sonata op. 35. Sokolov è un maestro insuperato nella calibrazione del fraseggio e dell’intensità sonora conferita ad ogni nota e questo è magnificamente risaltato nell’esecuzione delle composizioni Schubertiane, nelle quali anche l’uso di tempi rilassati gli ha permesso di estrarre dalla partitura tutte le sfumature più recondite (si pensi ad esempio agli arpeggi per moto contrario perfettamente sfumati dell’ultimo tempo della sonata, l’Allegro vivace a canone). La scelta dei tempi poi, sempre nell’ultimo tempo della sonata, ha evitato quell’ effetto di rallentamento che si ascolta alla fine in tante interpretazioni a causa di una sequenza di ottave ineseguibili alla velocità iniziale adottata da tanti pianisti. Un plauso quindi incondizionato. La stessa valutazione per i due notturni chopiniani mentre qualche riserva può essere avanzata per la sonata dello stesso compositore. Qui la scelta dinamica (specialmente nel primo tempo e nello scherzo) ha ridotto l’impatto eroico e drammatico dei due brani e – cosa quasi incredibile per Sokolov – non sono mancate le note false. Perfetta invece l’esecuzione della Marche funèbre e il finale misterioso.  Come sempre Sokolov è stato generoso con i bis: 5 brani Chopiniani (4 mazurche e il celebre preludio in lab maggiore) seguiti da un brano inconsueto del protoromantico Griboyedov (brano a me ignoto: grazie a D.Mirri e A.Spano per l’informazione in materia). Sokolov per ogni stagione esegue costantemente lo stesso programma, il che lo porta al termine della stessa a un estremo grado di raffinamento: nel caso specifico il programma eseguito è quello di inizio stagione il che dà ragione di alcuni aspetti che certamente migliorerà nel corso dell’anno. Grande successo di pubblico il che sottolinea ancora una volta come risulti incomprensibile a tutto il pubblico imolese (e non) la conclusione prematura dei concerti del Circolo della Musica. Interpreto certamente l’opinione della stragrande maggioranza degli spettatori (sottolineatami anche ripetutamente da più persone durante l’intervallo) affermando che è assolutamente indispensabile che l’esperienza non abbia termine.
PS può essere che questo sia l’ultimo post del blog: da uno sfegatato ammiratore del pianista russo sono stato minacciato di punizione corporale nel caso mi permettessi di eccepire anche minimamente sull’esecuzione….. Si potrebbe commutare la pena in un commento anche velenoso sul blog…Happy.?
HappyHappy
PPS La palma della maleducazione in sala spetta allo spettatore dell’ultima fila del primo settore che ha quasi costantemente tenuto acceso il proprio cellulare disturbando con la sua luce gli altri spettatori. La domanda che ognuno si pone è: ma che ci viene a fare in teatro se poi non segue il concerto e perchè non tiene conto degli altri? Non fare agli altri…

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Recensioni

Concorso Chopin – Varsavia 2015

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Parliamoci chiaro: tutti i giovani pianisti che abbiamo avuto l’occasione di sentire nel corso della manifestazione costituiscono l’élite del giovane pianismo internazionale. Sono semplicemente tutti stratosferici e il compito della giuria è stato certamente ingrato. Poi ovviamente sulla decisione finale hanno giocato molteplici fattori oltre il giudizio individuale: le majors, la figura del vincitore per il mercato, l’influenza delle case produttrici di pianoforti (Steinway e Yamaha soprattutto – ne sa qualcosa il povero Fazioli non utilizzato da alcuno dei concorrenti –  e comunque in assenza di Bösendorfer e Bechstein). Molti di questi pianisti giungono dalla famosa accademia Curtis (e hanno quasi impresso un marchio di fabbrica). Tecnica eccezionale di tutti i concorrenti, alcune strepitose come quella di Dinara Klinton (bocciata al terzo round – giustificatamente – per un pianismo alla “Buniatishvili” http://wp.me/p5m12m-a), scuole interpretative diverse. Grande afflusso di preparatissimi giovani asiatici, molti dei quali studiano negli USA. Un unico italiano – Luigi Carroccia – ha raggiunto il terzo round e nessuno la finale. Certamente discutibili molte delle decisioni della giuria e molto interessante il forum on-line degli ascoltatori che hanno riflesso il ben noto motto latino “tot capita tot sententiae”. Comunque una grande manifestazione, il più importante concorso pianistico del mondo che si tiene ogni 5 anni. Veniamo ai vincitori. Il primo premio è andato (con sufficiente ma non strepitoso merito) al giovane diciannovenne di origine coreana Seong-Jin Cho, il secondo ragionevolmente al canadese Charles Richard-Hamelin mentre ha suscitato la riprovazione unanime della maggioranza degli ascoltatori il terzo premio alla singaporegna Kate Liu. Inopinatamente lasciato fuori da ogni premio – ingiustamente a mio parere – uno dei grandi favoriti (anche del pubblico), il lituano  Georgijs Osokins che probabilmente nonostante il risultato sarà uno dei protagonisti delle prossime stagioni concertistiche (come fu nel 2010 il caso di Trifonov, quando vinse la modesta Avdeejeva). Probabilmente sarebbe stato più giusto non assegnare il primo premio: nel concorso non vi è stato alcuno dei partecipanti che svettasse al di sopra di tutti come invece fu nel 2005 con Blechacz e nel 2000 con Yundi Li.  Certamente concorsi come lo Chopin permettono ai giovani promettenti di adire a un pubblico internazionale ma la soggettività dei giurati (molti dei quali sono vecchie glorie non più attive in campo concertistico e francamente di levatura culturale assai modesta come comprovato dalle interviste rilasciate – una larga parte non parla addirittura l’inglese dimostrando l’assenza di esperienza internazionale) gioca un ruolo discutibile e giustifica più di una perplessità (ricordo ancora il caso della Avdeejeva). Un plauso all’organizzazione che ha trasmesso in streaming su Internet con un’ottima qualità audio/video tutte le fasi del concorso. Questa sera alle 18 il concorso dei premiati (http://chopincompetition2015.com/news/da488a79-70d4-422f-80fa-b2544f2a8856).
PS Che sia arrivata in finale Kate Liu la dice lunga sulla potenza della Curtis e della Yamaha. Per giudizio unanime non doveva neppure raggiungere il terzo round!

Happy

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Cameristica, Operistica

King Arthur – Musica Insieme 18 Ottobre 2015


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Le opere di Purcell si prestano a ricostruzioni (o meglio traslazioni) moderne: ne è prova il King Arthur rappresentato dal Motus Ensemble per Musica Insieme. Luca Scarlini ha estratto dalla versione originale (di notevole lunghezza) dei brani ricostruendo (non in ordine) la vicenda e trasportandola in un ambiente senza tempo. Il risultato è controverso, forse anche per la limitata dimensione del palcoscenico che ha costretto a comprimere la scenografia riducendone l’effetto grafico. Della “vicenda” (ammesso che di questo si possa parlare nella ricostruzione) il pubblico non ha certamente potuto avere consapevolezza per l’assenza di sopratitoli, l’assenza di illuminazione in sala che ha precluso la possibilità di leggere il libretto e anche per la ellitticità del messaggio. La “semiopera” (come viene indicata ma si tratta di una tipologia di singspiel con parti recitate e parti cantate) basa una larga parte della sua scenografia su un ossessivo uso di una videocamera retrò (per chi ha qualche anno sulle spalle i filmini in formato “8”) con riferimenti parlati (più o meno allusivi) alla vicenda, inframmezzata da alcune arie prese dalla versione originale di Purcell. Il risultato è piuttosto ripetitivo e certamente non eguaglia neppure lontanamente il risultato di un’operazione simile alla Staatsoper di Berlino, dove fu rappresentata nel 2008 una versione assolutamente strepitosa del “Dido and Aeneas” del compositore inglese (ripresa peraltro quest’anno). Come nel caso dell’opera di Berlino viene anche utilizzato al termine un giocoliere, forse per alludere alla non serietà della vicenda rappresentata (oppure solo come semplice stratagemma scenografico). Più che la drammaturgia (sostanzialmente piuttosto velleitaria) sono risultate di qualità le parti musicali e in particolare va sottolineata la prova del soprano Elena Bernardi dotata di voce limpidissima, ben coadiuvata dal secondo soprano Yuliya Poleshchuk, mentre il complesso musicale barocco ha svolto con diligenza il proprio non insormontabile compito. Nella assoluta norma il controtenore Carlo Vistoli. Lunghi applausi da parte del pubblico.

HappySad

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Cameristica

Macbeth – Teatro comunale 6 Ottobre 2015

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Il Macbeth verdiano è stato ripreso con la stessa regia di Bob Wilson di due anni fa e con la stessa scenografia: luci fredde sui volti dei protagonisti, gestualità con movimenti a scatto da teatro “No” giapponese, isolamento fisico dei vari personaggi, coro in controluce.  Effetto straniante per sottolineare una tragedia fosca nei quali ciascuno dei protagonisti vive un proprio, individuale dramma accomunati però da un tragico destino. Naturalmente ci riferiamo per l’intreccio al dramma shakespeariano non certo all’incredibile libretto di Francesco Maria Piave che impedirebbe a chiunque non conoscesse l’opera del bardo di comprendere cosa accada in palcoscenico. Certamente Macbeth (tradotto – orrore – come Macbetto!!) è dal punto di vista del libretto l’opera peggiore di Verdi sorretta però da una musica in molti tratti eccezionale (si pensi solo all’ultima aria di Lady Macbeth). Il cast è di buona qualità: in particolare è risultato vocalmente e scenicamente convincente il Macbeth di Dario Solari; controverso è invece il giudizio su Amarilli Nizza (Lady Macbeth) inizialmente non troppo a suo agio nel ruolo, con evidenti forzature che si sono via via ridotte fino a scomparire nel corso dell’opera. Magistrale l’interpretazione della sua ultima aria. Quanto agli altri interpreti si possono definire nella norma. In generale il cast non ha suscitato nel pubblico particolari entusiasmi se si eccettuano i risibili e patetici interventi della claque (versione moderna dei clientes con la sportula). Molto positiva la direzione di Roberto Abbado che ha saputo dare il giusto tono e la corretta impostazione drammatica all’orchestra. Un successo non clamoroso
PS Nunc est bibendum. Nunc pede libero pulsanda tellus! Il rockettaro è stato cacciato; finalmente ci siamo liberati di un personaggio che con la cultura con la “c” maiuscola (e in particolare la musica) non ha avuto nulla a che vedere, occupato com’era a tingersi i capelli e a dimostrare quanto “alternativo” fosse. Adesso si respira!

Happy

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Cameristica

Brueggergosman Zeyen – Imola 18 Ottobre 2015

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Si è tenuto ieri sera il primo dei quattro concerti della sessantesima stagione del Circolo della Musica di Imola che purtroppo, salvo cambiamenti non annunciati, chiude con questi concerti la sua attività. Una fine inaspettata e che dovrebbe essere riconsiderata alla luce dell’importanza culturale che il Circolo ha avuto in tutti questi anni. Come indicato nella introduzione tenuta da M. Montanari la soprano canadese Measha Brueggergosman (un cognome nato dalla fusione del suo originario e di quello del marito) è riuscita a risalire fino ai suoi antenati del 1.700 che erano schiavi riusciti a fuggire in Canada dove si sono poi stabiliti. Di questa sua origine la Brueggergrosman è certamente fiera come testimoniato anche dal suo abbigliamento (mutato nell’intervallo) che in entrambi i casi ha previsto i piedi scalzi.  Ma tralasciando queste note di “folklore” il concerto è certamente stato di ottima qualità e ha previsto quattro Lieder di Schubert, tre Lieder giovanili d Berg, i Wesendonck Lieder di Wagner, Shéhérazade di Ravel, le chansons di Bilitis di Debussy e infine le cinque canzoni “negre” di Montsalvatge. La Brueggergosman è dotata di voce possente più da mezzosoprano che da soprano (anche se ha un ottimo registro acuto) ed esprime il meglio di sé nei toni drammatici (ad esempio Berg e Wagner) mentre meno riuscite sono state le delicate espressioni schubertiane che richiedono sfumature liriche non del tutto adatte alla sua voce. Molto buone in ogni caso sono state le esecuzioni di Ravel e particolarmente congeniale alla cantante sono stati i Lieder di Montsalvatge. Una (mezzo)soprano non ancora molto noto in Italia anche se ha al suo attivo parecchi album discografici che abbracciano un repertorio vasto, dal sinfonico al cameristico. Un’artista molto estroversa che possiamo solo sperare di riascoltare più spesso nel repertorio operistico anche in Italia (dove peraltro ha recentemente cantato nel Mahagonny). L’accompagnamento di Zeyen è stato di buona, non eccelsa, qualità: sono mancati sovente quei “piani” così importanti in campo liederistico come, ad esempio, nel primo dei Wesendonck (”Der Engel”). Un pianismo un po’ troppo muscolare per la liederistica che forse richiederebbe una maggiore flessibilità. Un bis e un ottimo successo del non folto pubblico (ma si sa, il Lied non gode di grande popolarità nel paese del “belcanto”).

HappyHappy

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Recensioni

La cacciata dell’unno – Bologna 10 Ottobre 2015

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Questo blog non si occupa di politica e non se ne occuperà mai: è la musica (quella “alta” secondo la definizione di Q.Principe) il suo soggetto.  Ma il biondo rockettaro Ronchi è stato uno dei più fieri avversari di questa musica, sostenendo sempre e comunque quella “bassa” allo stesso livello della sua (in)cultura. Non è una perversione da Maramaldo, ma leggere che l’ex assessore si vanta di essere ricordato come l’ “assessore jazz”, che le foto nel suo studio – che deve rimuovere – sono quelle dei Nirvana, di Patti Smith e di Freak Antoni e che è stato “avvicinato” (forse voleva dire “accostato”, ahimè la lingua italiana non è un optional)  ai Wilco la dice lunghissima sul concetto distorto di cultura musicale (e non solo) che ha il nostro. Un plauso quindi al sindaco Merola che finalmente, dopo averlo coperto a lungo, troppo a lungo, l’ha cacciato e il rimprovero di non averlo valutato fin dall’inizio, dopo le sue “dismissioni” dalla regione, per quella nullità spocchiosa e negativa che è, nonostante molte persone non sospette di interessi di parte l’avessero messo in guardia. Possiamo solo fare voti che ora il sindaco non compia più lo stesso errore e che alla cultura (con la C maiuscola questa volta) vada un uomo serio di cultura. Dopo questi anni ne abbiamo proprio bisogno.
PS Leggo oggi 11 Ottobre sui quotidiani locali che dopo il sindaco di S.Lazzaro (!!!) viene ventilata la candidatura di M.Lepore quale assessore alla cultura. E Casalecchio non ha nulla da dire? Ohimé ci risiamo, un altro politico: non è bastato Ronchi? Malissima tempora currunt…..

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Cameristica

Carbonare Pappano – Teatro Manzoni 7 Ottobre 2015

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Est, est, est!  Un plauso incondizionato al Bologna Festival che ha avuto il coraggio di proporre un concerto cameristico nel senso stretto della parola, ovvero un duo clarinetto e pianoforte, nell’ambito della sua rassegna maggiore. E il pubblico ha risposto riempiendo la sala e tributando ai due artisti un applauso prolungato facilitato anche dai due bis nei quali il clarinetto ha eseguito brani moderni (uno di Miles Davis) di facile “digestione”. Un programma di tutto rispetto: le due sonate tarde brahmsiane op. 120 (eseguite spesso con la viola al posto del clarinetto) e sei brani schumanniani (3 Fantasiestücke op. 73 e le tre romanze op. 94, originariamente composte per oboe). Il clou della serata è stato certamente incentrato sulle due sonate di Brahms, opere della assoluta maturità compositiva nelle quali si percepisce una sorta di commiato dell’autore, una visione pacificata del mondo acquisita tramite la saggezza derivante dall’età.  E il clarinetto ha saputo renderle alla perfezione, permettendo all’uditorio di apprezzarne tutte le sfumature e ben assecondato dal pianismo di Pappano. A proposito di quest’ultimo si può affermare che è certamente un grande musicista e direttore ma non un pianista dello stesso livello. Le imperfezioni sono state molteplici confermando il fatto che Brahms non solo è compositore musicalmente complesso ma anche tecnicamente impervio. E il piano, come ogni altro strumento, non perdona e richiede un costante esercizio che certamente Pappano non è in grado di sostenere, data la sua intensa attività come direttore. La cosa mi ricorda un concerto di trenta anni fa (quando ancora il Bologna Festival si chiamava “I grandi interpreti”) nel quale Georg Szolti si esibì come pianista in un concerto di Mozart con risultati molto discutibili (c0munque assai peggiori di quelli di Pappano). Tornando alla questione concerti cameristici bisogna solo sperare che questo concerto faccia da apripista a una maggiore articolazione dell’offerta musicale bolognese, anche considerando che il Bologna Festival proseguirà su questa strada (un plauso a Messinis) proponendo tre concerti di Ian Bostridge impegnato nei tre grandi cicli liederistici di Schubert.  Possiamo (forse) sperare che i fin troppo cauti organizzatori bolognesi capiscano che il pubblico è più che pronto ad accettare concerti cameristici più variegati come avviene in tutte le sale europee, anche se le resistenze ci sono e non piccole. Sed gutta cavat lapidem…

HappyHappy

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Stagioni d’opera e balletto italiani 2015-2016

 

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Per pura curiosità ho tentato di mettere a confronto alcune stagioni d’opera e balletto di alcuni dei maggiori teatri italiani. Ovviamente il confronto va preso con cautela in quanto la fantasia dei sovrintendenti nell’impostare le  stagioni (alcune sono a cavallo 2015-2016 altre riguardano solo il 2016) e i prezzi è incalcolabile ma ho preso alcuni parametri più o meno confrontabili: numero di spettacoli, costo abbonamento turno A nella migliore poltrona, posto singolo turno A migliore poltrona, numero di opere e di balletti. E’ eccezionale: a parità più o meno quanto a numero di spettacoli (e di qualità comparabile: per esempio il Massimo apre con un Götterdammerung con John Voigt e Irene Theorin, un cast stellare!) i prezzi scendono scendendo lo stivale: a partire dalla Scala più che dimezzano!!! Si passa da un abbonamento alla Scala da 2260 (duemiladuecentosessanta!) euro (e solo 11 opere) e un prezzo del singolo spettacolo di 250€ all’abbonamento del Massimo (13 spettacoli)  a 725€ e un costo singolo di 100€!!!! Ora la cosa assomiglia al puzzle dei costi standard della sanità: quale è la ragione di un divario così clamoroso?  Riporto qui i valori per i maggiori teatri italiani (fra i quali includo per puro campanilismo il comunale di Bologna che quest’anno ha scelto una politica dei prezzi particolarmente accattivante) :
                                  Opere      Balletti  Abbonamento        Singolo
La Scala Milano         11              0              2260                         250
Regio Torino             12              2                1310                          170
Comunale Bologna           9                      850                         125
Opera Roma                8               4               1360                         150
San Carlo Napoli       11              1                 1050                         120
Massimo Palermo     10            3                     725                        100
Ovviamente i prezzi vanno considerati nel loro significato di ordine di grandezza (passibili quindi di variazioni del 10%) per  le ragioni suesposte. Ma viviamo nello stesso paese? Non ci può essere divario di qualità che possa giustificare simili differenze. Se si dovesse partire da questi prezzi si dovrebbe inferire che uno stesso stipendio a Milano e Palermo ha un potere d’acquisto di meno della metà!  Ora è noto che il costo della vita al sud è decisamente inferiore a quello del nord ma il confronto di questi valori lascia sbalorditi. Ed escludo che Voigt e Theorin richiedano cachets diversi a Milano e Palermo. Poiché la cosa mi incuriosisce assai e avendo assistito all’ultimo Götterdammerung della Scala (con la magnifica Theorin) cercherò di assistere a quello di Palermo e ne farò oggetto di un post….
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Cameristica

Chopin e Skrjabin – Torino 8-22 Settembre 2015

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Questa è una delle manifestazioni meritorie del MiTo, il festival della musica condiviso fra Milano e Torino: al 90% i concerti sono gli stessi e spaziano dalla classica, al jazz, alla sinfonica etc. Concerti di alto e medio livello, a prezzi popolari, alcuni trasmessi in streaming su Internet, con molto spazio lasciato ai giovani, nel caso in questione giovani allievi dell’accademia di Imola. Questi concerti durano 45-60 minuti (la metà di un normale concerto a parte quello della Chistiakova che è durato il doppio) e permettono di avvicinare giovani promesse a un pubblico maturo e competente. Inutile dire che a Bologna non viene neppure ipotizzato qualcosa di simile (in fondo un Mi-To-Bo, almeno per alcune delle sue serie sarebbe ben possibile, anche se si pensa che il tutto avviene in Settembre quando il numero di concerti locali non è certo stratosferico. Inoltre questi concerti si tengono il pomeriggio, non interferendo con alcuna altra manifestazione…). Ovviamente non intendo recensire singolarmente su un post ciascun concerto ma dare un giudizio a tutti gli interpreti in un solo post. Si inizia con Marie Kiyone (che per due volte – 2010 e 2015 -ha fallito la partecipazione al concorso Chopin) impegnata nella sonata n.1 e in 5 preludi di Skrjabin, seguiti da un preludio, da un improvviso e dalla barcarola di Chopin. Bravina, molto “pulita” ma piuttosto scolastica e metronimica, senza particolare personalità. André Gallo, impegnato in un programma principalmente indirizzato alle mazurche dei due compositori, è certamente dotato di grande musicalità e ottima tecnica e ha offerto un’ottima prestazione per le composizioni di Skrjabin ma non coglie lo spirito intimo chopiniano delle mazurke adottando tempi troppo strascicati alla ricerca di significanza di ogni nota e perdendo quindi di vista il significato complessivo struggente e sfumato delle composizioni. Molto migliore l’esecuzione dei tre notturni del compositore polacco anche se non si sottrae troppo, troppo spesso al vizietto della mancata sincronia delle due mani. Che cosa c’entri poi un bis di Debussy in questo contesto è tutto da scoprire…. Pietro Beltrami interpreta i 24 preludi di Skrjabin e la sua polacca op. 21 seguito dalla polacca op. 44 di Chopin. Abbastanza bene Skrjabin anche se carente un po’ dello spirito onirico che informa tutte le sue composizioni. Molto meno bene Chopin, con una esecuzione della polacca che all’inizio manca totalmente di quel senso di mistero così importante per definirne lo spirito e che in tutto lo svolgimento non ne coglie il significato profondo. Da sottolineare una tecnica non sempre molto pulita, tutt’altro che immacolata. Molto meglio Giuseppe Albanese il cui programma comprende invece una maggioranza di brani chopiniani fra cui la celebra polacca-fantasia e la fantasia op. 49 in aggiunta a due notturni mentre meno impegnativo è il programma di Skrjabin (Poème-nocturne op. 61. Notturno per la mano sinistra e fantasia in si minore op. 28). Dotato di solida tecnica rende con molto stile i brani eseguiti sottolineando con accuratezza le differenze fra i due autori. Forse in certi casi esagera un po’ con l’enfasi ma è un giovane assai promettente. Un programma molto vasto esegue Alessandro Tardino con una serie di mazurche chopiniane e di Skjabin fra loro inframmezzate (interessante) seguite da 18 preludi di Skrjabin e due brani di effetto: Grande polonaise brillante in mi bemolle maggiore op. 22 di Chopin e, come chiusa, l’onirico Vers la flamme op. 72 di Skrjabin. Pianismo solido, ottima tecnica interpreta mirabilmente Skrjabin. In Chopin esagera talvolta con l’enfasi non cogliendo appieno le sfumature della mazurke non trovando il giusto equilibrio fra enfasi romantica e carattere intimistico delle composizioni. Quanto al cinese Cheng Guang che ha eseguito Skrjabin Sonata Fantaisie n. 2 in sol diesis minore op. 19, Sonata n. 4 in fa diesis maggiore op. 30, Chopin Sonate Fantaisie n. 2 in sol diesis minore op. 19, Polonaise-Fantaisie in la bemolle maggiore op. 61, Ballata n. 1 in sol minore op. 23 non posso dire nulla perché non ho fatto in tempo ad ascoltarlo! Sicuramente di un buon palmo su tutti gli altri la russa Galina Chistiakova che ha presentato un vasto programma (Chopin tre mazurke, un notturno, due studi e il quarto scherzo e di Skrjabin i 12 studi op. 8 e una sonata). Dotata di grande maturità artistica e di una solidissima tecnica è certamente in grado di aspirare a un premio al prossimo concorso Chopin cui parteciperà il prossimo Novembre. Brava, incondizionatamente e con grande, meritato successo di pubblico. Per concludere: il ciclo è sicuramente interessante ma gli nuoce la ripetitività di molti brani (ad esempio in due giorni consecutivi due volte la polacca-fantasia). Un ciclo come questo dovrebbe offrire la panoramica più vasta sulla produzione dei due compositori altrimenti diventa una accozzaglia di programmi non coordinati. E la cosa, essendo gli esecutori giovani, non dovrebbe certo costituire un problema…
 HappyHappy
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Operistica

L’elisir d’amore – Malpensa 17 e La Scala 21 Settembre 2015

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Un Elisir d’amore a due facce. Dopo la scenografia di successo e piena di fantasia della Malpensa (è così che si imposta una scenografia non convenzionale piena di estro – l’arrivo di Dulcamara aviatore anni ’20 su un aereo stile Topolino con il cammeo di Pereira che lo accoglie è eccezionale) l’opera si ritrasferisce nel suo contenitore naturale. Niente di più diverso. Per l’ambientazione alla Malpensa (per due volte trasmessa su RAI 5 e su Arte dove sarà ulteriormente replicata), piena di humour e di vitalità non hanno neppure stonato i siparietti dei due presentatori: nell’impostazione popolare dell’opera, data anche la loro durata contenuta, hanno aiutato un pubblico non avvezzo alla lirica ad apprezzarla. E si può anche accettare lo spottone di Dulcamara per l’Expo nell’intervallo fra i due atti nel quale il baritono recita la sua filastrocca iniziale sotto l’albero della vita. L’elisir d’amore è opera buffa ma anche disincantata sulle debolezze umane con un fondo amaro laddove i sentimenti sono di fatto condizionati da fattori economici e con un tocco di misoginia per un’Adina affascinata (ma senza mai lasciarsi andare) dal “glamour” di Belcore, fatuo esponente di un’umanità tutta esteriore (qualche raffronto con la realtà attuale nella quale calciatori e cantanti rock rappresentano gli idoli di riferimento per una larga maggioranza di rappresentanti del genere femminile? Quanta intelligenza nel sex symbol Marilyn Monroe che fu affascinata da Arthur Miller. Altri tempi….).  Insomma a Dio piacendo una scenografia lontana dalle noiose e insensate follie di Bayreuth o München: Pereira avrebbe dovuto invitare alla Malpensa la sventurata Katharina Wagner (si veda la mia recensione del Tristano e Isotta di Bayreuth) per mostrarle come con buon gusto e senso dell’umorismo si può immergere un’opera “classica” in un ambiente moderno. Ben diverso è il discorso per l’opera rappresentata alla Scala. Qui una scenografia zuccherosa e melensa, con costumi assolutamente impropri (Nemorino un paggetto settecentesco anziché un povero contadino, Adina una vichinga cui manca solo l’elmo e Dulcamara un burattino dalla triste più che buffa figura) e un’atmosfera da Heidi hanno reso l’intera impostazione dell’opera fallimentare: in termini gergali un vero flop sottolineato dai pochi e stentati applausi del pubblico e qualche voce di chiaro dissenso del loggione. Il che ha avuto un significativo impatto sui cantanti. La Buratto, un’Adina perfetta alla Malpensa, dotata di una bella voce, ottima agilità e presenza scenica capace di rendere appieno la volubilità del personaggio ha avuto qualche incertezza alla Scala (“beccata” sonoramente dal loggione), ingolfata come si trovava in un costume assolutamente improprio (che fra l’altro la imbruttisce significativamente). All’altezza del personaggio è risultato alla Malpensa e alla Scala il Nemorino di Vittorio Grigolo (molto applaudito nella famosa “Una furtiva lagrima”). Molto bravo anche Michele Pertusi come Dulcamara (un ruolo che ormai gli appartiene come Rigoletto a Leo Nucci) sia vocalmente che scenicamente (ma anch’egli negativamente influenzato alla Scala da un costume assolutamente inappropriato a sottolinearne la scaltrezza e la doppiezza) mentre un gradino sotto tutti gli altri protagonisti è il Belcore di Mattia Olivieri che spesso sforza e che non rende appieno la personalità del soldato da operetta. Un plauso al divertente e dinoccolato mimo Jan Pezzali stile Marty Feldman in Frankenstein junior che fa da spalla a Dulcamara. Di buona qualità, senza particolare valore positivo o negativo, nella norma – direi – la direzione di Fabio Luisi. Un plauso alla regia di Grischa Asagaroff (limitatamente alla Malpensa) e un biasimo pieno ai costumi e alla scenografia di Tullio Pericoli alla Scala. Perché l’impostazione scenica vincente della Malpensa non sia stata trasportata alla Scala (e sarebbe ben stato possibile) è veramente un mistero.Un Elisir d’amore alla Scala che in gergo si può solo definire “loffio” o più elegantemente deludente…
PS 24 Settembre – Quando si dice “de gustibus…”. Leggo ora l’articolo sul Corriere di Paolo Isotta, tutto un’osanna alla versione scaligera e un biasimo a Grigolo per “Una furtiva lacrima”… In pratica il mio post a rovescio. No problem e chapeau al grande critico. Ma Isotta c’era veramente alla Scala il 21 Settembre, ha sentito il dissenso del loggione (con tutti i suoi limiti), ha notato gli scarsissimi applausi e financo i giudizi tutti negativi del pubblico nel foyer? Va bene essere autonomi e anche controcorrente ma …. E perché nessuna citazione della Malpensa? A pensar male si fa peccato ma… (Andreotti docet)…

Elisir 2

   Elisir 1

Due momenti della rappresentazione alla Malpensa

 

HappyHappy per Malpensa
SadSad per La Scala

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Cameristica

Faust – Melnikov -Komsi – S.Domenico 15-16 Settembre 2015

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Recensisco in unico post due dei tre concerti tenuti da Isabelle Faust per il Bologna Festival con il fortepianista Alexander Melnikov e il soprano Anu Komsi, non essendomi possibile assistere al concerto del 20 (sarò a Milano per la prima de “L’elisir d’amore” alla Scala). Purtroppo il Bologna Festival pare innamorarsi di alcuni interpreti o formazioni cameristiche anche minori che vengono riproposti quasi ogni stagione indipendentemente dal loro valore. Certamente la Faust è una grande violinista ma sarebbe certamente più interessante avere un panorama di esecutori più vasto e quindi meno ripetitivo. Le ragioni di queste scelte appaiono piuttosto oscure e comunque assai discutibili. Il primo dei due concerti si apre con una gestione inaccettabile degli ingressi che obbliga gli ignari spettatori a una interminabile coda all’esterno della chiesa (e se pioveva?) e con un inizio del concerto con quasi mezzora in ritardo. La sala è gremita all’inverosimile, con un caldo insopportabile e con qualche dubbio sulla sicurezza in termini di sfollamento in caso di incidente (prudentemente mi siedo in fondo – come sempre – vicino all’uscita). Si inizia con una, per fortuna breve, introduzione condotta con voce flebile inaudibile in fondo alla sala nonostante l’uso del microfono. L’acustica della sala non è pessima: è semplicemente inesistente (ma chi è l’anima bella che ha avuto la brillante idea di organizzare un concerto in una biblioteca quadrata ben ad altro adibita – ad esempio a convegni e seminari)? Il concerto si sviluppa con l’esecuzione di brani minori di Haydn, Mozart e Beethoven eseguiti con impugnatura barocca (ma non l’archetto!) dalla Faust fasciata in abito arcobaleno e un fortepiano dalla voce flebile che inevitabilmente si scorda durante l’esecuzione obbligando l’esecutore a interventi di accordatura. Sull’assurdità di presunte esecuzioni “filologiche” ho già avuto modo di esprimere tutta la mia contrarietà a partire dal fatto che i brani eseguiti erano stati previsti dagli autori per una piccola sala (“musica da camera”) con un pubblico ristretto e non per una sala con piû di trecento spettatori (i posti sono in realtà 400 come mi fa notare A.Spano)! La durata del concerto (con sollievo del pubblico peraltro osannante – si gioca in casa di fatto – per la conclusione della sauna) è stata di soli 64 (al posto dei canonici 90) minuti con un bis di 5 minuti. Una buona esecuzione ma, dato il repertorio, non poteva essere diversamente. Insomma un concerto ben lontano dall’essere memorabile e sulla cui organizzazione, al di là del plauso dovuto alla buona volontà dei sostenitori privati, sarebbe bene riflettere attentamente. Molto più interessante il concerto successivo con la soprano Anu Komsi. Il brano eseguito è il bellissimo “Kafka Fragmente” op. 24 di György Kurtág, una composizione certamente non di facile digestione ma interpretato in modo magistrale dalle due artiste e che richiede tecniche violinistiche e canore di grande qualità. Forse per il richiamo legato al nome della Faust (beniamina bolognese) la sala (sempre la stessa dall’acustica infame) è piena per ¾, certamente un grande successo per un concerto che in altri tempi avrebbe visto un vuoto pneumatico e che ha invece riscosso un meritato, prolungato applauso. La soprano ha saputo destreggiarsi con bravura in una partitura impervia, per la quale peraltro ha dimostrato tutta la sua esperienza in tema di musica contemporanea. Purtroppo il testo stampato fornito agli spettatori conteneva molti errori di tedesco e alcune traduzioni discutibili. Eppure non sarebbe difficile produrre testi corretti e soprattutto rivisti da esperti.…

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Cameristica, Commenti

Comunale e sponsorizzazioni – 11 Settembre 2015

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Di certo non sono mai stato tenero nei confronti della gestione del teatro comunale di Bologna (Ronchi, Sani e consiglio di indirizzo) ma andando sul sito del teatro sono rimasto allibito dai valori del sostegno dato al teatro da istituzioni e imprese cittadine (sempre che il sito sia aggiornato .. la questione sito è un altro argomento dolente… per capire come sia fatto un sito serio si guardi quello della Scala!). Le cifre sono presto riassunte: contributi previsti 3.000.000€, ricevuti123.000€ ovvero meno del 5% !!!!  Forse nel computo sono rimasti esclusi i contributi alla realizzazione di singole opere (ma le cifre difficilmente potrebbero cambiare di ordine di grandezza)? Ora i casi sono due o il management è in mano a incompetenti incapaci di formulare previsioni realistiche oppure la ricca e opulenta Bologna promette e non mantiene e quindi dovrebbe vergognarsi. Queste cifre sono incredibili: come si fa a mettere in previsione una cifra così sballata? Una previsione seria dovrebbe riflettere i valori che ragionevolmente potrebbero/dovrebbero essere raggiunti, altrimenti si è in presenza del solito specchietto delle allodole. Naturalmente del problema non si trova praticamente traccia sui giornali (chissà perché…). Va comunque detto che una città come Bologna dovrebbe vergognarsi di investire così poco nel suo teatro ricordando che begli spettacoli vogliono dire indotto e che non esistono solo i “concerti” rock (un nome che forse evoca uno dei personaggi coinvolti…): Bologna ha una tradizione (purtroppo tradita) di altissimo valore, se solo si pensa che al comunale si è avuta la prima italiana del Tristano di Wagner! Senza dimenticare i generosi vantaggi fiscali legati alle sponsorizzazioni. Da piangere!

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Sponsorizzazione – La poesia del canto 2016

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Ebbene sì, questa volta non si tratta di una recensione ma di una ricerca di enti o organizzazioni o società (o anche singoli) sensibili alla cultura. Come avevo già annunciato in un mio precedente post sto cercando di organizzare con Goethe Zentrum, Conservatorio e ateneo il ciclo di conferenze/concerti “La poesia del canto”. Il ciclo intende cambiare la prospettiva consueta dei concerti che pone al centro il compositore di cui vengono poi eseguiti Lieder di poeti diversi. In questo caso la centralità è quella del poeta presentando poi i Lieder di vari autori che ad esso si sono ispirati, mettendo in musica le sue poesie. Il ciclo prevede di prendere in considerazione 4 autori: Goethe, Heine, Mörike e Rückert e per ciascuno di essi, salvo qualche eccezione, intende presentare poesie singolarmente musicate da almeno due diversi compositori (almeno laddove possibile). I compositori presi in considerazione sono: Schubert, Schumann, Mendelssohn Bartholdy, Wolf e Brahms con l’aggiunta di Mozart, Liszt, Mahler e Strauss.  Da un punto di vista organizzativo ogni evento si divide in due parti: una conversazione sulla vita e l’attività letteraria del poeta con l’analisi delle poesie che faranno parte dei Lieder del concerto di circa un’ora (con inizio alle 19), un intervallo di un’ora e a seguire il concerto. Questo tipo di impostazione (che ricalca quella della Philharmonie di Berlino) permette agli spettatori di scegliere a quale delle due parti assistere senza essere costretti a sceglierne una.  Le conversazioni saranno tenute da colleghi dell’area germanistica e da esperti di Liederistica. Cantanti e pianisti sono giovani già in carriera e allievi dell’ultimo anno del conservatorio; il nuovo rettore mi ha concesso l’uso dell’aula absidale e del pianoforte. Ma… parlando con la funzionaria dell’ateneo che si occupa della gestione dell’aula ho saputo che per le manifestazioni come quelle da me ipotizzate sono necessari ogni sera pompieri, infermiera, autoambulanza etc. per un costo di 2.000€ a serata (una leggerezza)!!!! (La cosa più incredibile però è che quando l’aula è usata per le lezioni tutto questo non è necessario. Studenti come carne da cannone…. ). Mentre per tutti i costi “tradizionali” (artisti, libretti, ENPALS etc.) in qualche modo si era già ipotizzata una soluzione questo inaspettato problema – se non risolto – affossa fin da ora la manifestazione. Qualche suggerimento (le fondazioni sono già state prese in considerazione per i costi “tradizionali”) o ancor meglio soluzione? Grazie per l’attenzione.

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Dobbiaco vs. Cortina – 31 Agosto 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiRiprendo, dopo un forzato silenzio dovuto … all’assenza di manifestazioni a Cortina (ove mi sono consolato vagando e arrampicando per monti), il mio dialogo con i lettori. Vorrei portare alla vostra attenzione la vivacità culturale di una piccola cittadina, Dobbiaco, rispetto alla assai più titolata Cortina.  Dopo i 13 giorni consecutivi di concerti (dal 18 al 31 Luglio) per le settimane musicali Gustav Mahler, con solisti e direttori del calibro di Nelson Goerner, Daniel Harding, Johanna Winkel, quartetto Prometeo etc. il cartellone di Settembre si presenta altrettanto interessante (nel mese di Agosto, purtroppo, niente..): viene infatti organizzato il festival dell’Alto Adige (12/9-20/9) con una impostazione più articolata verso una musica più “popolare” che vede anche  – ohimè – anche la presenza di Bollani, prezzemolino musicale che rispunta regolarmente nei concerti di livello non eccelso (il discorso sulle contaminazioni richiederebbe un discorso approfondito che mi riservo di affrontare più avanti – ci sono contaminazioni e contaminazioni: si vedano quelle ottime delle Labèque e quelle assai più corrive di Bollani): il programma dettagliato si trova facilmente su Internet. Inutile dire che a Cortina per tutto il periodo (se si eccettua il “festival Ciani” scaduto a livelli inimmaginabili) la musica tace in un assordante silenzio: lascio ai lettori le riflessioni in merito e la considerazione di come il “glamour” assai poco (nulla direi) ha a che fare con la cultura. Nei cartelloni esposti a Dobbiaco figura anche un concerto solistico di Pollini che ha evidentemente cancellato la sua presenza (non se ne trova traccia sul programma in Internet) e che molto mi aveva colpito. La piazza di Dobbiaco, per quanto valida, non è certo quella delle grandi sale concertistiche e tenervi un concerto solistico (l’unico di tutta la stagione) appare una potenziale “diminutio capitis” che per un artista dal carattere così difficile ed elitario potrebbe volere dire molte cose. Naturalmente spero che l’artista milanese si ristabilisca quanto prima ma certamente quella presenza sul cartellone di Dobbiaco si presta a molte e non sempre positive considerazioni.
PS Mi segnala A.S. che il concerto di Pollini è ancora annunciato su un sito mentre è assente su un altro…….. Mah…

HappySad

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