Katia e Marielle Labeque – Musica Insieme 8 Febbraio 2016
Da quasi 40 anni la premiata “ditta” Katia e Marielle Labeque è al vertice mondiale nel campo del duo pianistico. Eredi di grandi interpreti del passato (ricordiamo qui il grande duo Aloys e Alfons Kontarsky – per citarne uno) si sono sempre caratterizzate per interpretazioni di grande qualità sconfinando – quanto al repertorio – anche in ambiti non strettamente classici, quali il jazz e financo il rock, mantenendo sempre, però, un approccio stilisticamente inappuntabile. Trascinate dalla verve di Katia (certamente l’elemento tecnicamente e musicalmente più dotato e incisivo) hanno dato luogo a un concerto godibilissimo incentrato nella prima parte su una trascrizione da loro elaborata per due pianoforti de “Le sacre du printemps” di Stravinskj e nella seconda su un florilegio di brevi brani di minore spessore inclusivi di Schumann, Strauss, Brahms e Dvorak. Una seconda parte che certamente ha strizzato l’occhio alla sensibilità più corriva del pubblico che peraltro ha dimostrato di apprezzare molto anche il non facile brano di Stravinskj. Una parte del successo delle due sorelle, al di là della loro indubitabile bravura, è anche l’entusiasmo profuso nelle esecuzioni, l’atteggiamento antidivistico che si è concretizzato anche in un colloquio “familiare” con il pubblico (cosa che ha risparmiato la deprecata introduzione), in un atteggiamento quasi adolescenziale nel ringraziare il pubblico (v. le mani dietro di Katia – come è uso anche di Canino) e in un abbigliamento da brave sorelline che si tengono per mano. Ma sia chiaro: “tout se tient” e i due bis concessi (le pirotecniche variazioni di Lutoslavsky sul classico tema di Paganini, che tanto ricordano proprio il capriccio violinistico e un brano minimalista di Philip Glass) hanno coronato un’ottima esecuzione.
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Götterdämmerung – Palermo 31 Gennaio 2016
Non si fa mancare nulla il Götterdämmerung del Massimo di Palermo (un teatro che avrebbe nuovamente bisogno di interventi viste tutte le scrostature che piagano tutte le pareti). Si comincia con le tre Norne in veste di annoiate segretarie nerovestite delle quali una si arrotola una canna. Le tre tampicciano con dei fili che si rivelano alla fine della scena essere micce di una bomba artigianale che ritroveremo alla fine della rappresentazione. Fine del Walhalla non a causa della rottura dell’asta di frassino ma per deflagrazione terroristica. Insomma si comincia bene. Arrivano Brünhhilde e Sigfried su un montarozzo che dovrebbe essere una rupe inaccessibile: lui si riveste dopo il sonno notturno mentre lei é già vestita con una tutina aderente che a volere essere indulgenti non le dona e con un maquillage che rende bianco il volto e che permane per tutta l’opera. Sigfried viene spedito alla ventura e come pegno riceve il cavallo di lei, Grane, che é un nerboruto ragazzotto che si trascina una sedia a mo’ di sella. La fantasia é indispensabile. A Brünhhilde va l’anello fatato. Reggia dei Gibicunghi. Hagen indossa bretelle rosso fuoco, mentre i suoi due fratellastri Gutrune e Gunther si sollazzano incestuosamente con bevute e coca su un materasso piazzato per terra. Gutrune indossa unicamente una camicetta sull’arredo intimo che tenterà costantemente per tutta l’opera di tirare per compensare una esposizione di cui non é certamente fiera. Hagen segue su un tablet georeferenziato il percorso lungo il Reno di Sigfried che finalmente si presenta. Sbevazzatosi la pozione magica stringe patto di sangue con il perfido attraverso mutuo uso di siringhe da ero e gli mostra il ricordino preso da Fafner, il tarnhelm. Gutrune infoiata gli si struscia addosso sempre più mentre Hagen lo persuade a truffare Brünhhilde prendendo via tarnhelm la sembianze di Gunther e superando la barriera di fuoco. L’anello passa di mano sul montarozzo e tutti si avviano alle duplici nozze. Hagen va a trovare il padre Alberich che é paraplegico su sedia a rotelle garantendogli l’anello sottrattogli da Wotan con l’inganno (della serie chi la fa l’aspetti). Scena delle nozze durante le quali Brünhhilde scopre la truffa imbufalendosi mentre Gunther e Siegfried fanno cenno agli astanti di non farci caso: si tratta solo di scalmana femminile. Vendetta, vendetta, grida la Walküre e con Hagen decide la sorte di Siegfried. I due compagnoni vanno alla caccia fatale. Da una roulotte da sito di rottamazione escono tre ragazzotte vestite da entraîneurs che si scopre essere le figlie (degeneri) del Reno, con minigonne ascellari impietose. Dopo avere predetto all’eroe la sua catastrofe non riuscendo a recuperare l’anello se ne vanno stizzite. La roulotte serve anche da distributore di birre a cui si abbeverano Hagen e Sigfried. Poi Hagen infila l’asta nel retro di Sigfried che muore. Se ne vanno tutti dopo avere accatastato vicino alla roulotte ogni arredo scenico (inclusi i sacchi della spazzatura!) e Sigfried come fenice si rialza e canta per un buon quarto d’ora. Poi finalmente muore del tutto (non senza avere impedito a Hagen – da morto – di fregargli l’anello) e dopo l’assassinio di Gunther da parte di Hagen e la dipartita di Gutrune sempre in deshabillé Brünhhilde può sciogliere il canto funebre inclusivo di cavallo con sedia. Anello finalmente nelle mani delle ragazzotte e assassinio di Hagen con sacchetto di plastica in testa (avrebbe dovuto essere trascinato sul fondo del Reno dalle figlie del fiume ma non facciamo troppo gli schizzinosi!). Finalino con tutte le comparse che si aprono il giubbotto mostrando le cinture esplosive confezionate dalle Norne. Il tentativo di utilizzare il motivo del Walhalla come metafora del disfacimento della nostra società potrebbe essere interessante ma in questo caso é assolutamente übertrieben. Come in molte regie moderne che vorrebbero essere in grado di calare felicemente una vicenda mitica in una realtà odierna si assiste in questo caso a un coacervo di invenzioni tramite le quali é il regista che impone la storia al librettista e non viceversa. E il linguaggio altdeutsch di Wagner, tradotto in un italiano da sesto grado zeppo di anacoluti e di costruzioni improbabili, impedisce ulteriormente l’operazione. Il risultato é una regia velleitaria e stucchevole nella quale i colpi di genio del regista diventano unicamente ridicole pantomime con vezzi da avanspettacolo (ad esempio con le figlie del Reno). Nonostante questa regia sventurata la grandissima Theorin riempie la scena con una interpretazione magistrale del difficilissimo ruolo di Brünhhilde: é probabilmente la migliore Brünhhilde oggi operativa. Al suo confronto il Sigfried di Christian Voigt é un mezzo disastro, con una voce spesso piatta e non senza difetti clamorosi di intonazione rimarcati dagli scarsissimi applausi ricevuti. Un plauso invece pieno all’Hagen di Mats Almgren, personalità fortissima, voce piena e potente e perfettamente aderente al ruolo. Quanto agli altri interpreti si può affermare che sono dei buoni professionisti e niente più. Bravine anche le figlie del Reno che sono molto spiritose anche scenicamente nell’avanspettacolino del terzo atto. L’orchestra ha lasciato a desiderare (specialmente nell’importante settore dei corni) e la direzione di Stefan Reck ha fatto del suo meglio (senza grandi risultati) nel contesto non facile di una messa in scena da dimenticare nonostante i continui sconfinamenti dei cantanti in platea.
Siegfried Christian Voigt
Gunther Eric Greene
Alberich Sergei Leiferkus
Hagen Mats Almgren
Brünnhilde Irene Theorin
Gutrune Elizabeth Blancke-Biggs
Waltraute Viktoria Vizin
Erste Norn Annette Jahns
Zweite Norn/Wellgunde Christine Knorren
Dritte Norn/Woglinde Stephanie Corley
Flosshilde Renée Tatum
Ein Mann Antonio Barbagallo, Gianfranco Giordano
Ein anderer Mann Carlo Morgante, Luca Polizzi
Direttore: Stefan Anton Reck
Regia: Graham Vick
Scene e costumi: Richard Hudson
Azioni mimiche: Ron Howell
Luci: Giuseppe Di Iorio
Assistente musicale: Friedrich Suckel
Assistenti alla regia: Lorenzo Nencini e Yamala-Das Irmici
Scenografo e costumista collaboratore: Mauro Tinti
Assistente alle scene: Giacomo Campagna
Assistente ai costumi: Elena Cicorella
Maestro del Coro: Piero Monti
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
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Ran Feng – Musica Insieme Ateneo 28 Gennaio 2016
Dotata di grande musicalità e di senso dello stile, i difetti della pianista cinese sono di fatto … i suoi pregi. Non ci troviamo – finalmente! – davanti alla solita macchina da guerra tutta muscoli e niente cervello bensì siamo in presenza di una pianista che antepone l’aspetto interpretativo a quello funambolico (rischio drammatico che si corre eseguendo Liszt) anche a motivo del fatto che pur dotata di buona tecnica è obbligata comunque a non esagerare nell’aspetto più spettacolare, permettendosi quindi di concentrare la propria attenzione sul significato della musica che sta eseguendo. Ne è la prova l’esecuzione di una sonata mozartiana moderata nei toni e nei tempi, con pochissimo pedale in perfetto stile del compositore austriaco e una interpretazione della complessa sonata di Liszt nella quale vengono messi in risalto più gli aspetti musicali che i passaggi di bravura (che ci sono e che sono risolti senza esagerare con un perfetto controllo della tastiera). Insomma non siamo di fronte al solito sfoggio di ottave a velocità supersonica bensì a una esecuzione matura e ragionata. Forse un po’ meno valida è stata l’esecuzione dello studio di esecuzione trascendentale “Harmonies du soir” del compositore ungherese dove le imperfezioni tecniche sono risaltate un po’ troppo. Comunque una giovane molto promettente che vorremmo potere risentire in un programma che comprendesse un panorama più vasto di compositori. Un solo bis. E la solita introduzione…
PS La sala è stata infestata da imbecilli con il telefonino acceso. Ma se uno è interessato al telefonino perché viene in sala a disturbare il prossimo? Quando viene chiesto di spegnere il telefonino bisognerebbe precisare che questo indica che deve essere SPENTO, display incluso! Alla Philharmonie di Berlino e alla South Bank di Londra lo spettatore è invitato a uscire. Meditare, cari provincialotti bolognesi….
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Belcea, Lederlin, Lifits – Musica Insieme 25 Gennaio 2016
Veramente un bel concerto! Pur essendo io contrario ai concerti “a geometria variabile”, ovvero con formazioni che cambiano nel corso della esibizione, debbo riconoscere ai tre artisti una capacità di affiatamento che raramente capita di incontrare. A partire dalla statuaria violinista Corina Belcea, che dà il nome al trio, dotata di bellissimo suono e di tecnica raffinata. Ma lo stesso non può che dirsi del violoncellista Antoine Lederlin e soprattutto del pianista Michail Lifits. Un programma variegato che, a ritroso nel tempo, ha presentato nell’ordine Kodaly (duo per violino e violoncello – di fatto una sonata in tre tempi), la giovanile sonata di Strauss per violino e pianoforte per terminare con il monumentale trio op. 97 di Beethoven, l”Arciduca”, certamente il clou della serata. Interessante Kodaly e altrettanto dicasi di uno Strauss giovanile, ancora non fatalmente wagneriano, fortemente influenzato dalla poetica brahmsiana. Quanto al trio beethoveniano ci troviamo in presenza di una composizione al limite del secondo periodo del compositore tedesco (da un punto di vista pianistico la cosiddetta “terza fase” inizia con l’op. 101) in cui la forma ancora largamente classica nella struttura interna dei tempi si scontra con una inversione del tempo cantabile con lo scherzo (cosa che ritroveremo nell’op.106 e nell’op. 110) e con un allargamento dello sviluppo con forti licenze – nel primo tempo – rispetto alla classica impostazione della forma sonata. Un plauso incondizionato alla formazione che ha saputo rendere perfettamente gli stili delle tre composizioni concedendo un unico bis al termine di un concerto veramente impegnativo. Unica pecca la introduzione “musicologica” nella quale M.Beghelli ha confermato di essere il peggior relatore di MI, prolisso, aneddotico e con tanto di foglietto degli appunti come uno scolaretto impreparato per una conversazione da 12 minuti!
PS Questo post è dedicato a R.C. e G.E. secondo cui redigo solo recensioni negative…
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Attila – Teatro comunale Bologna 23 Gennaio 2016
Con buonissima pace dei lodevoli sforzi di alcuni direttori d’orchestra e musicologi bisogna avere il coraggio di dire che l’Attila del grande Giuseppe andrebbe riposta nel dimenticatoio musicale senza rimpianti. Perché questa operazione di archeologia melodrammatica sia stata concepita dal management del teatro comunale di Bologna può essere solo oggetto di congetture. Volontà di innovare/rinnovare? Basso costo realizzativo? Semplicemente un errore? Naturalmente la clacque opportunamente foraggiata (che pena questa abitudine così stupidamente provinciale!) ha tentato di scaldare l’atmosfera ma con risultati risibili soprattutto intervenendo chiaramente a comando, dal momento che al termine di alcune arie non si è mossa. L’opera è semplicemente scombiccherata, con un libretto che degli aspetti storici degli eventi del V secolo d.C. ha solo i nomi, con un gusto tutto ottocentesco del polpettone a fosche tinte in spregio a qualsiasi logica. A ciò si aggiunga una lingua da settimo grado spesso incomprensibile nel costrutto al limite della crittografia e nei vocaboli (conca=coppa, stranio=straniero e così via). E da dove arriva il dio Wodano? Una traduzione sciagurata di Wotan/Odino? Purtroppo mentre in altre opere verdiane la musica in qualche modo mitiga l’inaccettabile qualità del libretto qui sono evidenti tutti i limiti del primo Verdi con quelle ripetitive introduzioni alle arie contraddistinte dalle due note di valore metà in levare. Un Verdi immaturo, scontato o – più semplicemente – scadente. Un Verdi provinciale che pare essere scarsamente consapevole del contesto culturale che in quel tempo caratterizzava il mondo musicale europeo e persino italiano. Interessante comunque nella breve scena con Leone i chiari riferimenti musicali ai toni del commendatore nel finale del Don Giovanni. Perché comunque ripescare quest’opera – aspetti economici a parte – quando ad esempio da tempo immemore – solo per citare qualche esempio – mancano dal palcoscenico bolognese “I maestri cantori di Norimberga” wagneriani o l’ “Otello” verdiano? E se i problemi sono quelli di budget (certamente!) perché continuare con un’organizzazione autarchica anziché cercare di stringere accordi duraturi e strutturali con altri teatri (ad esempio il Regio di Torino e il teatro di Genova sufficientemente lontani per evitare di pestarsi i piedi)? Insomma soli e nudi alla meta con esiti facilmente immaginabili salvo poi richiedere il ripiano del deficit in nome di un astratto concetto di cultura, come richiesto dal sovrintendente Sani nell’ultima riunione in presenza del ministro Franceschini: non sarebbe meglio prendere il toro per le corna con azioni incisive e coraggiose senza nascondere scheletri nell’armadio (v. anche mio post relativo)? E magari con un sovrintendente che esercitasse il suo ruolo a tempo pieno senza altri incarichi come qualunque AD di una società, visti anche i suoi emolumenti? Ma torniamo al maledetto unno. Nella vicenda narrata Attila ha una grandiosità inaspettata, si potrebbe dire una nobile coerenza a fronte degli altri personaggi da operetta pronti a cambiare opinione e atteggiamento ogni tre battute. Nel contesto di un’opera scadente va in ogni modo sottolineata una realizzazione di qualità. In primo luogo la direzione di Mariotti, impeccabile sotto ogni profilo, che ha saputo trarre dall’orchestra del teatro il meglio che può offrire. Ottima anche la messa in scena sotto la regia di Abbado con arredi e costumi senza tempo e luci fredde a sottolineare la vicenda cupa dell’opera. Nel cast va lodata l’interpretazione perfetta di Ildebrando D’Arcangelo nel ruolo di Attila (insufficientemente applaudita dal pubblico). Ottimo anche il soprano Maria José Siri specialmente nei toni flautati mentre mostra qualche limite nelle arie drammatiche. Il tenore Fabio Sartori ha offerto una buona prova nei limiti di una voce di qualità non eccezionale. Molto bravi Gianluca Floris e Simone Piazzola rispettivamente nei panni di Uldino ed Ezio e anche Antonio di Matteo nella breve parte di Leone. Pubblico delle migliori occasioni bolognesi che ha tributato alla rappresentazione un buon successo. … e mira ed è mirata e in côr s’allegra…
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Mikhail Pletnev – Società del Quartetto Milano 12 Gennaio 2016
Il poliedrico pianista russo (che negli ultimi anni aveva un po’ abbandonato la tastiera per la bacchetta e anche per la composizione) ha eseguito un programma un po’ fuori dall’ordinario come contenuti, come ordine cronologico e come durata (quasi 100 minuti di musica con un lungo intervallo): un preludio e fuga di Bach trascritto da Liszt, due brani di Grieg (la sonata op. 7 e la ballata op.24) e a conclusione tre sonate di Mozart (K 311, K 457, K 533). Come unico bis il Liebestraum di Liszt. I due brani di Grieg sono stati ripescati dal dimenticatoio della storia musicale ma meritano di ritornarci al più presto. La sonata è opera giovanile del compositore norvegese e oltre ad essere sconclusionata nella forma ha un approccio tardoromantico assolutamente fuori dal contesto culturale contemporaneo. Forse un po’ più interessante è la ballata ma ci troviamo comunque in una zona che poco ha dire all’ascoltatore. Ovviamente agli antipodi la valutazione per i brani di Bach-Liszt e Mozart. Pletnev è interprete raffinato che nulla concede all’esibizionismo pur rimanendo in un alveo interpretativo di impostazione slava. Il suo Mozart è stilisticamente e tecnicamente perfetto e permette all’ascoltatore di cogliere tutte le sfumature che sono spesso trascurate da altri interpreti ad esempio sottolineando le pause del dettato musicale. Atteggiamento interpretativo diverso rispetto a quello di Schiff ascoltato la sera prima ma ugualmente rigoroso. Qui abbiamo un tocco di maggiore pathos seppure misurato nell’ambito di un perfetto rigore stilistico. Forse il limite di Pletnev è la pressoché totale assenza di comunicativa verso il pubblico che però non ha mancato di tributargli applausi scroscianti.
http://www.quartettomilano.it/it/02322/324/mikhail-pletnev.html#sthash.mmcYbIwA.dpuf
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Conferenza Teatro comunale – Bologna 11 Gennaio 2016
Avevo deciso di non recensire l’inutile passerella di questa mattina (“Ferrara connection” al completo..) con i vari attori (ad esclusione dell’assessore alla cultura del Comune di Bologna) che “dovrebbero” avere a cuore le sorti del teatro, ma di fronte al nulla (“aria fritta” in termini popolari) non posso esimermi dal proporre un breve post. Cominciamo col dire che evidentemente gli organizzatori non hanno idea di come si organizza una tavola rotonda. Il chairman deve preventivamente assegnare a ogni relatore un tempo preciso e tre minuti prima della scadenza lo avverte per fare rispettare i tempi. Niente di tutto questo. I relatori non hanno il dono della concisione e per esprimere semplici concetti impiegano minuti e minuti nella convinzione che più parlano più sono importanti e credibili. Fra le perle da non dimenticare un pellegrino che traduce il tedeschissimo nome di Richard Wagner in inglese (pronunciato “Riciard Wegner” sic). Le posizioni sono semplici. Il sovrintendente Sani vorrebbe finanziamenti in nome solo della “cultura” (ma sul significato che gli attribuisce ci sono dubbi). Il sindaco, seppure ammantando di zucchero i concetti, dice con chiarezza che altri soldi non se ne vedranno (a parte la ristrutturazione della terrazza) e che gli organici debbono essere sfoltiti. Niente soldi ulteriori dalla regione. Le fondazioni esprimono supporto generico e nessuna promessa aggiuntiva. Franceschini parla per ultimo (e dico subito che per impegni pregressi non ho potuto ascoltarlo ma mi è stato riferito che di fatto ha esortato a contribuire precisando che nulla più arriverà dal governo). Il ministro è stato l’unico ad avere la buona educazione di alzarsi in piedi durante il suo discorso. A parte quindi le solite, inutili, dichiarazioni di sostegno (a parole – a parte i pochi veri supporter come i Golinelli) impegni precisi nessuno. Ma come si può pretendere un incremento dei contributi a fronte di scheletrini nell’armadio, accuratamente nascosti, come:
1) Annunciato (o già deliberato?) aumento degli emolumenti a sovrintendente e direttore generale in presenza di situazione economica disastrosa. In presenza di finanze disastrate i compensi si riducono se si vuole essere credibili!
2) Lettera ricevuta in Ottobre per grave inadempienza del teatro rispetto agli obiettivi indispensabili per il suo futuro resa pubblica solo per l’intervento della FIALS
3) Rapporto fra orchestra filarmonica e orchestra del teatro e regole della filarmonica per quanto concerne il settore operistico (che è successo a Kyoto? Nessuna precisazione o spiegazione è giunta dal teatro)
4) Futuro del teatro Manzoni
5) Saldo dei debiti pregressi della società di gestione del teatro Manzoni: è stato effettuato?
7) Riduzione dei costi degli abbonamenti persino per le “prime” (una scelta suicida) per le quali il pubblico avrebbe pagato il doppio senza battere ciglio pur di non rinunciare all’inevitabile, provincialissimo, presenzialismo. Si sa che il botteghino contribuisce solo in parte ai costi ma il segnale è semplicemente autolesionistico
Senza ulteriori commenti
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Andras Schiff – Serate musicali Milano 11 Gennaio 2016
Il concerto inizia teoricamente alle 21. Alle 20.30 mi reco al conservatorio per scambiare la mia prenotazione (pagata) con il biglietto (cosa già di per sé ridicola). Trovo due code ciascuna di un centinaio di persone che hanno il mio stesso problema e che procedono a una lentezza biblica a causa di una disorganizzazione epocale. Risultato: il concerto comincia con oltre 30 minuti di ritardo dopo ripetute proteste del pubblico e con gli ultimi spettatori in coda fatti entrare senza controllo. Una vergogna assoluta. E non si capisce per quale motivo la prenotazione pagata recante il numero del posto e il codice a barre identificativo non possa essere il biglietto come avviene in tutti i paesi civili. Niente da fare: medioevo. Che dire di A.Schiff (che a causa del clima instaurato in Ungheria da Orbàn non suona più nel suo paese di origine)? Potrebbe essere il vero erede di A. Brendel ma forse gli manca quel tocco di aristocratica statura (non fisica!) del pianista austriaco naturalizzato inglese. Intelligente non solo nell’esecuzione ma anche nella scelta accuratissima dei programmi (meditate, meditate giovani leoni che eseguite scervellati programmi pot-pourri solo per puro esibizionismo!) ha una visione apollinea del pianoforte che rifugge da ogni esibizionismo evitando, schivando (se così si può dire) gli ostacoli tecnici che tanti affrontano come una belva da domare. Il programma della serata comprendeva la sonata K. 570 di Mozart, la sonata op. 110 di Beethoven, la sonata Hob XVI.51 di Haydn e la sonata D 959 di Schubert. Si tratta del secondo concerto dedicato dal pianista ungherese alle ultime sonate dei grandi compositori. Per Haydn e Beethoven Schiff ha utilizzato uno Steinway (Fabbrini) mentre per gli altri due compositori il più morbido Bösendorfer. Come è suo costume da lungo tempo non c’è stato alcun intervallo e come bis il pianista ungherese (che passa parecchio tempo in Toscana come un tempo fece Kempff a Positano) ha eseguito un improvviso di Schubert e il primo tempo della sonata “facile” di Mozart. Grandi esecuzioni nelle quali però non sono mancati alcuni aspetti manieristici innecessari. Nel primo tempo della sonata Beethoveniana, i gruppi di 4 biscrome dopo l’introduzione sono stati eseguiti con un accento marcato sulla prima nota di ogni gruppo che certamente non è indicato dal compositore di Bonn e che sono risultati musicalmente molto discutibili. L’adagio della stessa sonata è stato affrontato a un tempo eccessivo che ha tolto parecchio alla profonda mestizia del brano e la ripresa della fuga dopo il tema eseguito per moto contrario è stato affrontato a una lentezza esasperante salvo poi dare luogo a una accelerazione furiosa che francamente poco ha a che vedere con una fuga. Nel bis Mozartiano poi durante l’esecuzione del ritornello del primo tema ha introdotto abbellimenti che hanno lasciato il pubblico di stucco. Un grande successo comunque turbato solo al termine da un pubblico indisciplinato che, vista anche l’ora tarda dovuta alla disorganizzazione del management, ha iniziato a lasciare la sala al termine della sonata Schubertiana.
Al posto del pistolotto introduttivo: http://www.seratemusicali.it/files/Libretto-11.01.2016.pdf (Gott sei Dank)
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Da Musica Insieme – Bologna 11 Gennaio 2016


RIcevo e pubblico volentieri
Oggetto: R: Test gradimento introduzioni ai concerti
Gentilissimo Ingegnere,
innanzitutto, desidero ricambiare da parte mia e dello staff di Musica Insieme
gli auguri per un 2016 felice e pieno di soddisfazioni. La ringrazio per la dichiarata
intenzione di continuare ad essere dei nostri, e ne sono lieto.
Venendo al merito della sua comunicazione, non metterò certo in dubbio i risultati
della sua indagine, anche se mi conforta il fatto che il numero stesso degli interpellati
dal sondaggio, che immagino peraltro riferito a tutta la scena musicale bolognese e non
soltanto ai Concerti di Musica Insieme, è di per sé ampiamente inferiore al numero
dei soli nostri abbonati, appunto. Abbonati che, mi creda, in questi anni ci hanno
rivolto davvero centinaia di attestazioni di gradimento per le introduzioni ai concerti.
Al di là comunque dei numeri, carissimo Ingegnere, più importante della statistica ritengo
che debba essere l’intento e la visione strategica che ha spinto Musica Insieme a varare
questa iniziativa: sono convinto infatti che 6-8 minuti al massimo di introduzione al
concerto aiutino il pubblico ad accostarsi alla musica che seguirà.
Non dimentichiamo che la maggioranza dei nostri ascoltatori non possiede competenze
musicologiche specifiche, ed il suo approccio non è quello di un ‘tecnico’ o di un esperto,
di un recensore o di un artista, ma quello di chi desidera trarre un beneficio
ed un arricchimento sia dall’ascolto della musica che da un ampliamento delle
proprie cognizioni culturali, guidato in modo semplice e non accademico.
A questo proposito le pongo una domanda: se questo servizio che Musica Insieme
intende offrire all’ascoltatore è gradito da chi ne trae giovamento, perché deve tanto
dispiacere a chi non ne ha bisogno?
Naturalmente, chi vuole ed ha gli strumenti per farlo ha il totale diritto di replica,
ma mi lasci dire che se chi fa un mestiere come il mio dovesse tenere conto di tutte
le istanze, i suggerimenti, le sollecitazioni e le critiche, non potrebbe neppure
iniziare ad intraprenderlo, il proprio lavoro, né pensare di varare una qualsivoglia iniziativa
che abbia un carattere di originalità o novità rispetto al percorso già tracciato e prevedibile.
Non sarà mai possibile infatti accontentare tutti, ma è altresì un dovere professionale
quello di seguire le proprie convinzioni, convinzioni maturate con l’esperienza di decenni
e legate alla volontà di promuovere e diffondere la conoscenza della musica classica,
offrendo anche qualche scoperta (di artisti, di musiche) a chi vorrà essere aperto a
sperimentarla.
E di questo sono una concreta testimonianza i circa 300 abbonati di “Invito alla Musica”,
provenienti da tutto il territorio metropolitano: il 90% di essi non aveva mai, prima di
questa iniziativa, assistito a un concerto di musica da camera (per non dire
di classica tout court), ed ha perciò accolto con tanto più interesse e partecipazione
sinceri le brevi conversazioni introduttive, che preparano all’ascolto con un taglio
divulgativo e sintetico. Anche in questo caso, caro Ingegnere, se ormai 15 anni fa mi
fossi affidato ad una mera valutazione numerica non avrei mai varato neppure una rassegna
come “Invito alla Musica”, che a Musica Insieme è costata moltissimo impegno, ma che
oggi porta a concerto tanti nuovi appassionati.
Il fatto stesso poi, riconosciuto anche dal Dottor Taverna, che l’iniziativa di Musica
Insieme abbia dato origine a diverse imitazioni, mi fa pensare che forse non sia del tutto
sgradita. Venendo dunque all’intervento del citato Taverna (che peraltro
è stato da me invitato, e volentieri ha accettato di presentare in un paio di occasioni
i Concerti di Musica Insieme) e all’esempio della Società del Quartetto (con la quale
Musica Insieme intrattiene uno strettissimo rapporto di collaborazione e di stima
reciproca), sono convinto che ogni contributo illustrativo ex post sia meno efficace
di una breve prolusione verbale ‘dal vivo’. L’approfondimento, da consumarsi nei tempi
e nei modi in cui l’abbonato vorrà e potrà farlo, è da noi comunque garantito con la
spedizione (da ormai 25 anni e gratuitamente, tengo a precisarlo) del magazine
bimestrale “MI”, dove alla presentazione dei concerti si accompagnano note
discografiche e interviste agli interpreti, come lei saprà bene. Ma il momento
del concerto è diverso, e la distribuzione di programmi ‘musicologici’ all’ingresso
del pubblico in sala mi ha sempre trovato piuttosto freddo, perché come ben sappiamo
prima del concerto manca il tempo materiale per leggere attentamente,
e durante il concerto l’eventuale lettura distrarrebbe dall’ascolto, quello sì
– credo che in questo concordiamo totalmente – da assaporare senza distrazioni.
Tanto le dovevo, con immutata stima, un cordiale saluto a Lei,
Suo
Bruno Borsari
Fondazione Musica Insieme
Galleria Cavour, 2
40124 Bologna
Tel. 051-271932
Fax 051-279278
info@musicainsiemebologna.it
http://www.musicainsiemebologna.it
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Test di gradimento introduzioni ai concerti – Bologna 7 Gennaio 2016


Raggiunti i 200 voti espressi riporto qui la lettera da me indirizzata a Musica Insieme.
Att.ne Dott. Borsari
Egregio Dottore,
ho voluto attendere di ricevere 200 voti per il sondaggio relativo al gradimento delle introduzioni ai concerti condotto nel mio blog per inviarLe i risultati. I numeri – come può vedere – sono inequivocabili e possono essere verificati individualmente: al termine di ogni “post” è presente un riquadro tramite il quale è possibile esprimere il proprio voto e verificare il risultato complessivo (ovviamente i voti ripetuti sono bloccati…). Il test rimarrà disponibile fino alla fine di Gennaio. Mi conforta in questa mia indagine – i cui risultati non fanno che confermare la sensazione personale che ho avuto modo più volte di comunicarLe – anche l’opinione espressa da Taverna il 27 Dicembre sul Corriere di Bologna (se non credete a me credete a questo “galantuomo” – dice Don Giovanni a Donna Elvira indicando Leporello che le sciorinerà il famoso catalogo!). Non mi illudo che tutto questo abbia l’effetto di porre termine a una prassi che io – come la maggioranza – considero un inutile orpello ma mi permetto di accluderLe un libretto di sala del Quartetto di Milano (ovviamente non inseribile nel presente post ma reperibile sul sito del Quartetto – http://quartettomilano.it/00646/DOCS/T-SdQ06_1516.pdf) che frequento molto spesso: lì l’introduzione musicologica prende una forma culturale fruibile anche dopo il concerto stesso a completamento di quest’ultimo. E con risultati di ben altro spessore. Le auguro un felice 2016 e mi avrà comunque Suo fedele, seppur critico, abbonato.
Cordialmente
G.Neri
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Introduzioni ai concerti – Risultati parziali dell’indagine – 22 Dicembre 2015
Prima delle vacanze desidero presentare i risultati (ancora parziali) dell’indagine condotta sul gradimento delle introduzioni “musicologiche” (che spesso si riducono – salvo rarissimi casi – a puro gossip musicale o a narcisistico sfoggio di nozionismo: parlare in pubblico condensando in pochi minuti concetti significativi è un’arte che non si improvvisa…). I risultati (187 voti espressi – più del 77% contrari all’introduzione) mi paiono espliciti e in linea con la sensazione riscontrata nei colloqui personali. L’immagine, che è una fotografia del sito che gestisce l’indagine, non è particolarmente nitida ma “clikkando” su di essa comunque si ottiene l’immagine nitida. Non mi illudo che questo risultato porti a riflettere gli organizzatori dei concerti (sarebbe un segno insperato di sensibilità e certamente l’interesse personale autoreferenziale dei “relatori” non va trascurato) ma rende almeno giustizia all’opinione che ho avuto più volte occasione di esprimere. Naturalmente il sondaggio è ancora aperto e lo sarà fino alla fine di Gennaio (e permette ai partecipanti di verificare personalmente e in tempo reale all’atto del voto i risultati – ovviamente i voti ripetuti non sono permessi….). Buonissime feste a tutti: Kurvenal tornerà dopo il 6 Gennaio.
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Bologna Teatro Comunale 20 Dicembre 2015
Le notizie “a spizzichi” riportate dai giornali locali sulla situazione del “nostro” teatro comunale sono vieppiù deprimenti e trovo irritante che la “bacchettata” inserita nell’ultima relazione semestrale del commissario governativo, datata sempre secondo i giornali 31 di Ottobre, sia stata portata conoscenza solo dalla FIALS (che ha dovuto richiederla espressamente a Roma!) e solo il 20 Dicembre. Nascondere la polvere sotto il letto è prassi da “birichini”… Facendo seguito alle considerazioni che ho espresso nel mio post del 13 Dicembre (http://wp.me/p5m12m-L8) posso aggiungere due riflessioni. La prima è che mentre a mio parere è del tutto lecito un compenso adeguato per i vertici del teatro (e quello riportato è in valore assoluto in linea con questo principio) è di converso del tutto inaccettabile che siano stati operati aumenti in presenza di bilanci pesantemente in rosso. Gli aumenti si deliberano quando i bilanci sono positivi come riconoscimento di una gestione efficiente e non come se essi fossero una variabile indipendente. E non dimentichiamo che vi sono altre realtà cittadine che pure in presenza di bilanci positivi hanno evitato aumenti e persino deliberato riduzioni per rispetto della situazione economica generale. E mentre non ho mai lesinato critiche a molti aspetti corporativi dell’orchestra (e ad anomalie come quella della filarmonica) non posso disconoscere che gli aumenti dei vertici suonano come una provocazione a fronte della riduzione dello stipendio degli orchestrali. E’ questo un segnale fortemente negativo (che si aggiunge a quello di una diminuzione indiscriminata dei prezzi) che non può che irritare gli ambiti ma per il momento freddi sponsors. Ancora una volta il consiglio di indirizzo, nominato con criteri assai discutibili, ha dato prova della sua totale inadeguatezza nel silenzio del presidente del teatro, il sindaco Merola. A ciò si aggiunga che in presenza di gravissime problematiche economiche l’ostinazione nel volere proporre “opere prime” (addirittura commissionate) appare del tutto insensato. E questo non può che essere il risultato dell’onda lunga del sodalizio con il fortunatamente defenestrato assessore Ronchi (musicalmente un perfetto incompetente – che però è stato il main sponsor di Sani e del CdI) che ai tempi dell’inqualificabile “Qui non c’è perché” asserì con bella improntitudine che per attirare più pubblico bisognava incrementare il numero di opere “moderne”. Peccato che il risultato corrispondente in materia sia una diminuzione del pubblico e un aumento dei costi. Ma – si sa – ammettere i propri errori è di pochi sparuti politici seri: gli altri contano sempre sul rapido oblio del popolo bue che però ha qualche eccezione…
PS Ricordo che è in corso un sondaggio presso i miei lettori riguardo all’opportunità di fare precedere i concerti da una presentazione verbale: esprimere un voto è un aiuto a migliorarne la qualità.
PPS Le risposte sono anonime…. Molti lettori hanno espresso un voto “condizionato” nel senso che hanno votato si o no esprimendo però il desiderio di una risposta più articolata. Ne terrò conto e indirò un sondaggio più approfondito
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Giovanna d’arco revisited – La Scala 18 Dicembre 2015
Rispetto al commento a caldo (http://wp.me/p5m12m-KB) dopo la visione della “prima” in TV il giudizio complessivo non cambia. Vanno però sottolineati due aspetti (non individuabili in TV): le proiezioni animate iniziali sullo sfondo (molto bella quella che ricorda la battaglia di San Romano di Paolo Uccello) e alcune correzioni registiche delle posizioni e della gestualità degli interpreti. Significativo anche il miglioramento del baritono Devid Cecconi nel ruolo del padre nello scombiccherato libretto di Temistocle Solera. Per il resto confermo il mio giudizio sostanzialmente negativo, forse leggermente meno negativo della “prima”.
PS Ricordo che è in corso un sondaggio presso i miei lettori riguardo all’opportunità di fare precedere i concerti da una presentazione verbale: esprimere un voto è un aiuto a migliorarne la qualità.
PPS Le risposte sono anonime….
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Vi piacciono le presentazioni prima dei concerti? – Indagine – 17 Dicembre 2015
Il panorama concertistico bolognese è infestato da un virus che sembra non si riesca a estirpare: il pistolotto che precede i concerti. Roba che in qualunque sala seria (quartetto a Milano, salle Pleyel a Parigi, Wigmore hall a Londra, Philharmonie a Parigi, Herculessaal a Monaco, Musikverein a Vienna etc.) farebbe ridere facendo considerare Bologna alla stregua di Brisighella (senza offesa alla simpatica cittadina). Ma vorrei conoscere l’opinione dei miei stimati lettori. Per questo ho inserito un box nel quale potete indicare se condividete la mia opinione o meno. Sarebbe importante ricevere il maggior numero di risposte in modo da potere poi fare avere i risultati agli organizzatori. Grazie anticipatamente
PS Le risposte sono anonime….
Giuseppe Andaloro – S.Cristina 15 Dicembre 2015
La “manifestazione” inizia con buoni 7 minuti di ritardo (alla faccia degli spettatori che educatamente sono arrivati in orario!) e per 15 minuti viene ammannito il solito pistolotto inutile, noioso, autoreferenziale, prolisso da parte di un compiaciuto relatore che evidentemente non ha il polso dell’uditorio che manifesta ben evidenti segni di insofferenza. (Forse gli servirebbe un corso universitario a 300 studenti per capire di cosa parlo: se l’uditorio si annoia sono grossi guai e mal ne incoglie a chi non comprende immediatamente la situazione!). Ma qualcuno riesce a immaginarsi una cosa simile al quartetto di Milano, alla salle Pleyel di Parigi, al Musikverein di Vienna, alla Wigmore hall di Londra o alla Philharmonie di Berlino? Solo nella provinciale Bologna i poveri spettatori subiscono regolarmente una sorta di punizione preliminare per colpe che non hanno commesso. Il programma presentato dall’esecutore è un pot-pourri quale non si vedeva da tempo, una sequenza di brani fra loro del tutto scorrelati che forse poteva essere accettabile agli inizi del ‘900 ma che oggi fa rabbrividire, Si passa da Frescobaldi direttamente a Chopin, poi a Brahms per ritornare al ‘600 con Merula e Trabaci per compiere poi un salto nella fine dell’800 con Skrjabin per ritornare (questa poi!) di nuovo a Chopin!!! Con tanti saluti a 50 anni di programmi intelligenti e ben costruiti filologicamente. Il pianismo di Andaloro può essere assimilato a quello di chefs di seconda categoria che con la panna cercano di nascondere la scarsa qualità dei loro piatti. Qui il legante è il pedale ammannito a dosi massicce insieme ai ff che dominano tutte le esecuzioni (a S.Cristina, con quel riverbero pazzesco!) unitamente a una ricerca spasmodica della velocità a tutto scapito della musicalità. E naturalmente ne scapita anche la precisione: ad esempio nel primo scherzo di Chopin su otto ripetizioni della progressione che lo caratterizza ben cinque sono terminate con una nota falsa superiore! A che scopo? E che dire dello scherzo Brahmsiano dove è risultata del tutto assente quella vena di atmosfera magica, ammiccante e allusiva (la stessa della quasi coeva terza ballata) che lo contraddistingue? Naturalmente il “vers la flamme” di Skrjabin (un brano che sta vivendo un revival che andrebbe analizzato) ha subito lo stesso trattamento. Forse il brano riuscito meno peggio è stato la quarta ballata di Chopin nella quale però il drammatico finale ha perso tutto il suo significato musicale sommerso da una gragnuola di suoni eseguiti a tutto gas senza alcun tentativo di interpretazione. Non so nulla dei bis: sono uscito prima della loro esecuzione. Qualcuno si immagina perché?
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Akademie für alte Musik Berlin – Musica Insieme 14 Dicembre 2015
Finalmente un’orchestra da camera barocca capace di rigore filologico senza ridicoli atteggiamenti talebani (quali ad esempio – in certi casi – ridicoli travestimenti d’antan). Il complesso è assai noto nei circoli culturali del settore e ha offerto un concerto di alta qualità imperniato su un ventaglio di autori, da Biber a Corelli passando per Telemann Vivaldi, Locatelli e il meno noto (ma ugualmente valido) Pez. Rigore stilistico, affiatamento, calibrazione del suono (addirittura spostando in un caso i flauti nel retropalco per evitare sonorità eccessive e prevalenti) e tecnica esecutiva di altissima qualità sono i suoi indiscutibili meriti. Fra gli strumentisti da citare le bravissime Anna Fusek (flauto) e Xenia Löffler (oboe e flauto dolce) che hanno saputo destreggiarsi magistralmente con gli strumenti barocchi (quelli – per intenderci – privi delle chiavi meccaniche oggi in uso). Un concerto di grande livello, applaudito calorosamente dal pubblico e concluso (come poteva essere diversamente?) con un tempo del IV concerto brandeburghese che ha naturalmente suscitato l’entusiasmo degli spettatori. Interessanti ma discutibili le tesi di Fabrizio Festa nella breve conversazione che ha preceduto il concerto. Illudersi di impostare una sensibilità di fruizione dei brani corrispondente ai tempi in cui furono composti sperando di scrollarsi di dosso la nostra storia per ricostruire la sensibilità e l’ambiente esecutivo del tempo (i brani eseguiti non erano certo previsti per un uditorio di 1.200 persone!) è operazione utopica e anche ingiusta. Non siamo forse anche oggi, con la nostra sensibilità moderna, in grado di capire e godere della musica del passato (cosa che naturalmente vale anche per i romantici, i post- romantici etc.)? Comunque un bel regalo di Natale da parte di Musica Insieme.
PS Qualcuno mi ha accusato di scrivere solo posts negativi (per lo meno nella maggioranza dei casi). Ne ho riletti alcuni dei più recenti e le cose stanno diversamente: non so se sia un merito o un demerito ma questa è la realtà.
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L’elisir d’amore – Bologna Teatro Comunale 13 Dicembre 2015
Dopo la messa in scena alla Malpensa ecco un’altra scenografia moderna della celebre opera donizettiana ripresa da un allestimento del 2010. Sulla scenografia e regia si può dare un giudizio duplice: quello puramente estetico e quello di aderenza al testo dell’opera. Sul primo il giudizio è positivo: in particolare sono risultate gustose la prima scena con il caos tipico di una classe all’inizio delle lezioni e Nemorino agghindato come la caricatura dello studente di Guzzanti, quella dell’aula di disegno che si conclude con il celebre duetto fra Nemorino e Adina e quella dell’aula di ginnastica che si trasforma in un ring. L’idea di incarnare Dulcamara in una sorta di Beppe Maniglia coatto con tanto di spolverino e moto che dovrebbe offrire erba come elisir è invece risultata un po’ artefatta e anche Belcore come leader di una banda di giovinotti ingiubbottati in pelle è parso poco riuscito. Altrettanto dicasi – ad esempio – di un’altra “invenzione” ovvero quella di corredare la citazione degli spasimanti di Adina con un catalogo fotografico, espediente ripetuto in molteplici edizioni del Don Giovanni in occasione della celebre aria “Madamina, il catalogo è questo”. Ma se però si analizzano scenografia e regia dal punto di vista del libretto allora il discorso è diverso e tutto l’impianto regge a fatica. Le distanze fra il testo e la scenografia sono semplicemente abissali e ne deriva che quanto proposto visivamente non trova alcuna rispondenza nello sviluppo dell’azione. In altre parole la scenografia appare una sequenza di scene interessanti e anche divertenti (a tratti) ma con la sensazione che qualunque altra sfilata di quadretti di genere avrebbe potuto essere proposta con lo stesso risultato. Sempre a titolo di confronto assai più vicina al testo è stata la messa in scena di Malpensa dove la cura del particolare nell’aderire al dettato del libretto è apparsa molto più attenta e riuscita pur essendo il contesto ugualmente difficile da rendere. Dal punto di vista musicale l’esecuzione è risultata di medio calibro con Adina (Barbara Bargnesi che nell’agilità del finale ha dato prova di grandi qualità) e Nemorino (Antonio Poli) che sono cresciuti con il trascorrere del tempo (se si eccettua una piccola incertezza del tenore nella “furtiva lagrima”). Non esaltante la prova di Alessandro Luongo che nella resa di Dulcamara ha troppo spesso calcato l’aspetto grottesco a scapito di quello musicale e oggettivamente opaca è stata la prestazione di Christian Senn nei panni di Belcore. La direzione di Stefano Ranzani si è mantenuta in un dignitoso alveo con alcune incertezze di sincronismo con il coro soprattutto nella prima scena. Uno spettacolo passabile, quindi, che ancora una volta nonostante la clacque non ha scaldato un teatro con moltissimi posti vuoti (anche in occasione della lagrima di Nemorino con qualche isolata e artificiale richiesta di bis come si ebbe al tempo di Pavarotti – si parva licet…) .
Si conclude così una stagione operistica non esaltante nella quale le migliori proposte sono state quelle dell’Elektra e della Jenufa e le peggiori una inqualificabile Butterfly e un velleitario Flauto magico. Una stagione di un teatro non di prima categoria che si dibatte nei problemi di bilancio comune a tutte le fondazioni ma che ha anche responsabilità locali. La prima è quella di un consiglio di indirizzo inadeguato in cui un solo componente ha competenze musicali e la seconda è quella di una politica complessiva di gestione che pare più barcamenarsi che offrire un chiaro indirizzo culturale. Non mancano iniziative positive – sia chiaro – fra le quali, ad esempio, l’idea di dotare il teatro di un bookshop o quello di offrire alla disastrata (e colpevolmente abbandonata dalle varie istituzioni che dovrebbero curarne una volta per tutte la bonifica) piazza Verdi la possibilità di assistere agli spettacoli o quello di offrire abbonamenti a prezzi popolari agli under 30 (ma 25 – come un tempo – sarebbe stato più ragionevole). Ma o si trovano sponsors disposti ad allargare i cordoni della borsa (a parte quelli istituzionali come le fondazioni o gli esempi illuminati come i Golinelli) o il teatro non può reggersi. E il mondo industriale bolognese non è certo contraddistinto da mecenatismo, anche in presenza di un quadro economico migliorato. La ventilata dipartita di Mariotti è certamente un segnale molto negativo di instabilità e la scelta di abbassare i prezzi persino delle “prime” quando si sa che i relativi spettatori avrebbero senza difficoltà accettato anche un incremento dei prezzi certamente non aiutano. E’ ben vero che il botteghino copre solo in piccola parte i costi ma i segnali – anche piccoli – debbono essere coerenti. La traversie con il FUS, il rifiuto del comune di anticipare i contributi 2017 (anche per il manifesto disinteresse dell’amministrazione locale per gli eventi musicali) non fanno ben sperare. E non pare che il nuovo assessore alla cultura abbia competenze e sensibilità musicali (in questo muovendosi nel solco del mai sufficientemente infamato Ronchi). Aspettiamo quindi con un certo timore la prossima stagione con un’opera di apertura assai discutibile. Mah……
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Giovanna d’arco – La Scala 7 Dicembre 2015
Certamente l’opera non appartiene ai capolavori verdiani e che la giunonica Netrebko possa rappresentare una giovane diciassettenne richiede un bello sforzo di immaginazione. Ma tant’è: siamo ormai abituati persino a delle Mimì in pieno climaterio. L’espediente scenico di alludere tramite la presenza ossessiva di un letto a una possibile pazzia di Giovanna nella cui immaginazione si svolge tutta l’azione scenica ha ormai fatto il suo tempo. Ovviamente Friederich Schiller avrebbe citato in giudizio lo sventurato Temistocle Solera, autore dello sgangherato libretto, se solo avesse osato citarlo come ispiratore. Si inizia con una Netrebko in bianco e nero durante l’ouverture in un letto di manicomio. Si presenta re Carlo (Francesco Meli) che è stato immerso nella porporina. Giovanna assiste e intanto si spoglia per prepararsi alla vestizione da pulzella guerriera. Dopo l’aria (purtroppo anche troppo verdiana) in cui essa chiede alla vergine (con tanto di statuetta di Lourdes in mano -pfui) di essere prescelta, Carlo si risveglia. Dopo il risibile coro degli spiriti malvagi (peraltro pieni di buon senso) Giovanna inizia la vestizione stile pupo siciliano. Duetto senza orchestra mentre Giacomo – padre di vaga ispirazione talebana – crede la pulzella preda dei demoni! Inizia il primo atto con il tradimento di Giacomo, voce oggettivamente modesta, ingolata e piatta (Devid – sic -Cecconi, sostituto dell’indisposto Alvarez). Non vista assiste il pupo siciliano Netrebko nel suo ridicolo costume che terminata la battaglia e rivestitasi con tailleurino blu si prepara all’incontro con Carlo. Amore a prima vista ma rimproveri degli spiriti celesti per un amore terreno. Dopo il trionfo tributato dal popolo, Giovanna (sempre stesa sul letto) si dibatte fra amore e dovere e intanto gli spiriti malvagi (mascherati da diavoli rossi con tanto di ali infernali intorno al solito letto, in puro stile carnevale veneziano) si fregano le mani per averla corrotta in una sorta di notte di Valpurga di noantri. Inizia il secondo atto con la pulzella nuovamente in camicia da notte che viene costretta a reindossare il costume da pupo. Immagine pessima e ridicola unitamente al porporino Carlo: manca solo il feroce saladino… Ma ecco il perfido Giacomo ingolfato in una improbabile palandrana verde che si allea con il nemico e durante il trionfo di Giovanna la accusa di impuritá. Perché Giovanna non risponda mandandolo a quel paese è un mistero che ovviamente resterà irrisolto. Dannazione della pulzella che nell’ultimo atto è di fatto legata a una croce fino alla redenzione del padre che capisce di essere solo un pirla. Finalino edificante con la pulzella che assurge in cielo al posto del rogo di prammatica. Una regia sgangherata assolutamente indegna della scala (e ci si sono messi in due, Moshe Leiser e Patrice Caurier!). La Netrebko è una grandissima artista e Francesco Meli non ha sfigurato. Chailly ha fatto del suo meglio, spesso esagerando con la foga, per tenere in piedi uno spettacolo veramente indegno di una prima della Scala. Una serata da dimenticare. Applausi modesti nonostante una clacque in grande spolvero. Balle sparate a palle incatenate dalla TV di regime sull’inesistente successo: ignoranza o solo ignobile piaggeria?
PS Ore 6. Leggo sui giornali di un trionfo stellare. La durata degli applausi passa nei vari quotidiani da 8 a 9 fino a 13 minuti (una frangia dello spazio-tempo di Einstein?). La maggior parte degli articoli paiono scritti in anticipo e impera naturalmente il gossip sulle toilettes e l’avvenenza (vera o presunta) delle gentili signore. Speriamo che nei prossimi giorni e negli articoli più seri e meditati si legga qualcosa di sensato che abbia a che fare con un’analisi critica dell’opera e della sua messa in scena. Che io abbia sbagliato indirizzo e assistito allo spettacolo sbagliato?🙄
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Operistica al teatro comunale di Bologna
C’è un fenomeno carsico “curioso” e assai provinciale. Personaggi che mai avevano frequentato l’opera improvvisamente e misteriosamente si palesano in sala per poi altrettanto misteriosamente scomparire. Amori improvvisi seguiti da improvvise delusioni? Niente di tutto questo. Molto più prosaicamente è l’effetto “biglietti gratuiti”: passione per il melodramma (soprattutto per la passerella delle “prime”…) finché i biglietti a sbafo durano e poi … puff tutto si sgonfia… Alla faccia di chi, a differenza degli improvvisati melomani “pro tempore”, per indipendenza di giudizio invece ha sempre rifiutato biglietti gratuiti e investe personalmente a proprie spese in cultura! “Mala tempora currunt” se siamo ancora una volta in presenza degli immarcescibili “clientes cum sportula” (oggi trasformati in clacque) o a anime che si fanno belle e si pavoneggiano con denaro altrui…
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Quartetto Noûs – Bologna Festival 2 Dicembre 2015
Il concerto finale del giovane quartetto, assai promettente, che ha ricevuto i migliori giudizi nella rassegna dei “talenti” del Bologna Festival. Il concerto prevedeva il quartetto op. 18 n.6 di Beethoven e il quartetto op. 51 di Dvořák. La giovane compagine si caratterizza per un suono limpido e un grande affiatamento oltre che per individualità tecniche di eccellente livello. L’esecuzione del brano beethoveniano ha messo in luce tutte le caratteristiche dell’opera giovanile del compositore di Bonn, risultando particolarmente convincente nella lunga introduzione cantabile del quarto tempo ove è richiesta sensibilità stilistica e un suono lieve e terso. Ma l’intera esecuzione del quartetto è risultata convincente e premiata dal pubblico con un lungo applauso. Forse meno centrata è invece risultata l’esecuzione del brano del compositore ceko dove le accentuate caratteristiche popolari non hanno avuto il risalto necessario. Una esecuzione insomma troppo “classica” mentre la tipologia del brano richiede al contrario una maggiore spontaneità e vivacità. Interessante – e forse giustificata – la inconsueta disposizione degli archi con i due violini alle estremità e il violoncello a fianco del primo violino. Va anche sottolineato che l’acustica assai difficoltosa dell’oratorio di S. Filippo Neri non punisce le formazioni cameristiche come è invece il caso del pianoforte. Interessante l’analisi dei punteggi ricevuti dai vari esecutori nel corso dei concerti dei “talenti”. Con una partecipazione media al voto di molte decine di spettatori (e quindi un campione significativo) la media dei voti è stata sempre superiore all’8 su una scala di 10 mentre a mio giudizio in alcuni casi si è sfiorata l’insufficienza (si vedano i miei posts in materia). Il che conferma la mia opinione che il pubblico premia molto più la musica degli esecutori.
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Steinbacher Festival Strings Lucerne – Musica Insieme Bologna 30 Novembre 2015
Comincio con un “mea culpa”: confesso infatti di non avere ricordato che la violinista di origine tedesca Arabella Steinbacher aveva già suonato a Bologna alcuni anni fa e non ricordare un’artista di così elevato talento è grave. La Steinbacher ha eseguito sul suo Stradivari due concerti di Mozart in modo semplicemente perfetto: suono limpido, intonazione perfetta, tecnica esecutiva sopraffina e stile mozartiano senza una sbavatura. Una performance memorabile coronata dall’esecuzione virtuosistica – come bis – di una sonata per violino solo di Eugène Ysaÿe che ha strappato l’applauso (questa volta pienamente giustificato) di tutto il pubblico. Bisogna sperare che venga reinvitata quanto prima per un concerto solistico. Come corollario possiamo anche dire che una volta tanto abbiamo visto una solista vestita con grande eleganza, osando addirittura il colore viola che notoriamente è ostracizzato dagli artisti per motivi scaramantici e la cui scelta conferma l’assoluta sicurezza esecutiva della Steinbacher. La performance è stata coadiuvata da un’ottima orchestra da camera che ha eseguito i brani di Grieg e la sinfonia di Mozart con rigore stilistico e piena rispondenza con i periodi di composizione. Da sottolineare la prova dei fiati (e in particolare dei corni) dimostrando che anche con strumenti infidi è possibile evitare incertezze di intonazione. Un concerto veramente di ottima qualità.
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Doskočilová Fenyešová Boschi Pisani – Goethe Zentrum Bologna 28 Novembre 2015
Un concerto “sui generis”: una prima parte pianistico-liederistica con brani di Respighi e Janáček e una seconda parte con un pochissimo eseguito trio di Mendelssohn per piano, clarinetto e fagotto. La scelta degli autori è quantomeno curiosa non esistendo fra loro alcuna correlazione e mai come in questo caso un concerto “a geometria variabile”. Partiamo dalla liederistica. La mezzosoprano Andrea Doskočilová ha veramente una bella voce e canta con grande proprietà la arie popolari di Janáček. Quanto ai Lieder (arie) di Respighi (poco eseguite – a ragione…) la valutazione è di una buona professionalità. Il pianismo di Monika Fenyešová è invece troppo muscolare e tradisce i brani di Janáček che furono fra i cavalli di battaglia del compianto pianista ceko Rudolf Firkusny. Nella sua interpretazione manca quell’aura onirica e vagamente magica che caratterizza la partitura. Quanto al trio di Mendelssohn si può solo parlare di una buona esecuzione di un brano chiaramente d’occasione e troppo breve per permettere una valutazione degli interpreti. Un concerto interessante, in ogni modo, e a tratti di buona qualità. Da sottolineare positivamente le presentazioni dei brani da parte di Laura Ballerini: per una volta precise e interessanti.
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Romanovsky Zagrosek – Bologna sinfonica comunale 26 Novembre 2015
Avevamo apprezzato Alexander Romanovsky da quando a 17 anni aveva vinto il Busoni ma purtroppo abbiamo assistito nel concerto in questione a una preoccupante involuzione. Nell’esecuzione del secondo concerto di Brahms ha infatti prevalso l’aspetto esteriorizzante, la gestualità esasperata (ogni attacco del pianoforte sembrava una aggressione alla tastiera) mentre è mancato totalmente l’approfondimento musicale per una partitura dalle mille sfaccettature che segna l’ingresso del compositore amburghese nella sua ultima fase, quella della introspezione, della rarefazione insomma del dettato musicale. E sorprendentemente anche l’esecuzione tecnica non è risultata immacolata (nel quarto tempo si è avuto anche un vuoto di memoria – o addirittura un “pasticcio” – coperto dall’orchestra e risolto dall’esecutore con molto mestiere). Naturalmente l’armamentario tecnico di Romanovsky è di prim’ordine (eccezionali i passaggi di ottave nel secondo e nel quarto tempo) ma questo certamente non è sufficiente per una composizione che unisce a una difficoltà tecnica trascendentale un percorso musicale di amplissimo respiro. E senza dubbio il pianista di Dniprodzeržyns’k non è stato aiutato da un’orchestra e da un direttore “non in serata”. Si inizia con una intonazione incerta dei corni all’inizio del primo tempo (una pecca ripetuta anche all’attacco e all’interno dell’oratorio beethoveniano della seconda parte del concerto) e con un relativo tempo troppo allargato per finire con un costante affanno a concertare i tempi con il pianista. E anche i bis solistici (lo studio n. 12 dell’op. 10 di Chopin e una trascrizione di un preludio Bachiano) non hanno ecceduto un livello medio. Peccato. Nella seconda parte il direttore non riesce a scaldare la platea con un’esecuzione non memorabile della Leonora n. 3; nello scarsamente eseguito oratorio Beethoveniano (Christus am Ölberg) gli interpreti vocali non sono stati tutti all’altezza del compito. In particolare non è risultata convincente la soprano Patrizia Biccirè, una bella voce lirica – belli i suoi acuti scintillanti ma di taglio rossiniano – che però non si trova a suo agio in una partitura seria e talvolta drammatica e la cui emissione è spesso sovrastata dall’orchestra (complice il direttore). Nella norma il tenore Daniel Kirch mentre di grande qualità è stata la performance del basso David Steffens, voce possente e piena, purtroppo in una parte fin troppo ridotta. Perché poi nel libretto di sala (carta patinata con molte pagine) non sia presente il necessario testo dell’oratorio – dal momento che i sopratitoli non sono disponibili – è un mistero. Un concerto di certo non memorabile.
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Cianchi Bosacchi – Goethe Zentrum Bologna 22 Novembre 2015
Da tempo non assistevamo a un così bel concerto liederistico. Un programma tutt’altro che facile e per molti versi coraggioso sia per gli interpreti che per il pubblico: Webern, Wolf e Berg. Il soprano Maria Simona Cianchi è dotata di una bellissima voce in tutti i registri, calda e piena di tutti gli armonici sia negli acuti che non sono mai strappati ma sempre arrotondati e tenuti sotto perfetto controllo sia nel registro basso che così spesso risulta afono per le soprano anche nelle impervie armonie di Wolf e Berg. A ciò si aggiunga una perfetta aderenza interpretativa all’armonia dei brani eseguiti e – cosa non sempre verificata – al significato dei testi eseguiti. L’unico elemento leggermente negativo è la pronuncia tedesca, non sempre perfetta, un limite che nulla toglie alla soprano Cianchi. Una cantante di Lieder comunque che possiamo soltanto augurarci di risentire quanto prima anche in un contesto di pubblico più vasto e di maggiore soddisfazione (purtroppo i presenti erano meno di 20,,,). Ma un’esecuzione liederistica può essere di qualità solo se accompagnata da un pianismo consapevole delle problematiche di canto e piano ovvero alla ricerca della loro perfetta fusione. E’ questo il caso di Anna Bosacchi che oltre a una esecuzione immacolata (anche in brani tecnicamente impegnativi come la coda finale di “Er ist es” di H. Wolf) ha anche saputo tenere sempre la giusta sonorità, mai coprendo il canto e sottolineando i percorsi armonici anche di Lieder di non facile interpretazione come quelli di Webern. Un bellissimo, raffinato concerto, quindi, coronato da un Lied di Wolf e dal successo incondizionato e meritato, tributato dal pubblico.
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Li Janáček – Musica Insieme 16 Novembre 2015
Un concerto a due facce: una prima parte di solo quartetto e una seconda parte con il quintetto op. 34 di Brahms. Nella parte puramente quartettistica è certamente risultata migliore l’interpretazione del quartetto di Janáček mentre quella del quartetto delle arpe di Beethoven (op. 74) è risultata priva di nerbo e sostanzialmente esangue. Un bellissimo suono, solisti che si trovano a occhi chiusi ma nei quartetti beethoveniani oltre alla componente apollinea esiste anche quella vitale vitale e drammatica (a titolo di paragone si ricordi che il quartetto è stato composto più o meno nello stesso periodo della sonata op. 81 “Les adieux”). Quindi una esecuzione – parafrasando una nota canzone – “bella ma senz’anima“. Diverso è il giudizio per il quartetto n.1 di Janáček (“La sonata a Kreutzer” che nulla ha a che vedere con la celebre sonata per violino e pianoforte di Beethoven). Qui la componente ceca ha trovato la sua espressione migliore e l’esecuzione è risultata vibrante e ha messo in luce tutte quelle caratteristiche che fanno del compositore (purtroppo non spesso eseguito in Italia) un grande rappresentante della musica mitteleuropea del primo ‘900.
Il quintetto brahmsiano è sostanzialmente un brano pianistico con il supporto degli archi, come peraltro comprovato dalla sua genesi per due pianoforti. Il pianismo di Ang Li è sempre granitico e sorretto da un’ottima tecnica ma è assolutamente carente sul piano del canto. La pianista cinese ha trascinato il quartetto Janáček in tempi sempre vorticosi che sono perfetti per il 3° e 4° tempo ma assolutamente innecessari e controproducenti nel secondo tempo dove il tema di terze perde tutto il suo fascino cantabile riducendosi a un esercizio meccanico. Ovviamente il finale travolgente del quintetto ha scatenato l’entusiasmo del pubblico che ha applaudito lungamente (come sempre più la musica che gli interpreti… Il pubblico ha la memoria corta e valuta solo le ultime battute di un’esecuzione. Da notare il solito ridicolo, penoso esercizio ginnico di chi applaude alzando le mani al cielo per distinguere il proprio gradimento da quello della massa… ).
Sono sempre stato contrario alle “introduzioni” che precedono i concerti ma avevo salvato quelle di M. Chiara Mazzi. Quella di ieri sera però conteneva un notevole errore storico. Asserire che i cambiamenti apportati da Beethoven alla struttura del quartetto corrispondono alle “rivoluzioni” sociali allora in atto è antistorico. La vita di Beethoven (un libertario individualista, un ribelle ma in nessun modo un rivoluzionario) si svolge nel segno delle controrivoluzioni e delle restaurazioni, quella napoleonica prima e quella del congresso di Vienna poi. Le prime rivoluzioni (dopo quella francese del 1789 tradita da Napoleone) si hanno negli anni’30 dell’800 in Francia, quando Beethoven è morto da quasi 10 anni. A meno che non si voglia considerare la restaurazione (la controrivoluzione) napoleonica una rivoluzione ma questo è semplicemente storicamente sbagliato.
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Elektra – Teatro comunale Bologna 15 Novembre 2015
Un carcere con le ancelle abbigliate come carceriere in uniforme con tanto di mitra pronte a scagliarsi con violenza contro l’unica ancella che difende Elektra, una garitta e una scala che porta alla cella della protagonista. Una scenografia tutta sui toni del grigio nella quale Elettra urla il suo dolore e la sua rabbia per l’assassinio del padre Agamennone votata unicamente alla vendetta perché solo il sangue può lavare il sangue.
L’opera di Strauss, una delle più difficili per la protagonista che rimane in scena ininterrottamente per quasi due ore, rappresenta uno dei suoi capolavori sorretto, anche del bellissimo libretto di von Hofmannsthal che riprende la tragedia di Sofocle (ma anche di Eschilo e Euripide) adattandola alla scena lirica, sottolineandone gli aspetti più tragici senza minimamente stravolgerne il significato. Purtroppo la traduzione proiettata sopra il palcoscenico è risultata di scadente qualità (non senza alcuni errori di grammatica!) facendone perdere parecchio della sua intensità espressiva. Anche i comprimari – dal punto di vista operistico, si intende! – (la sorella Chrysothemis, il fratello Orest e soprattutto la figura tragica di Clitemnestra – Aegisth praticamente non ha ruolo) contribuiscono con il loro contrasto psicologico a fare risaltare la figura dominante di Elettra. Il libretto e la musica di Strauss rendono perfettamente il turbamento interiore di Klytämnestra il cui animo è diviso fra il senso di colpa, la fedeltà a Egisto e la sofferenza per l’odio della figlia. Venendo alla realizzazione del teatro comunale si può eccepire una Klytämnestra che dal punto di vista scenico non rende appieno il suo travaglio psicologico (troppo elegante e ieratica), l’assenza dell’importantissimo finale previsto da von Hofmannsthal (la danza bacchica di Elektra) e – questo sì quasi inaccettabile – una resa del personaggio di Egisto quale dittatore sudamericano ubriaco (addirittura con bottiglia in mano) agghindato con medagliere sul petto. Ma l’impianto complessivo è solido e registicamente (Guy Joosten) di alta qualità considerando anche che il carcere è rappresentato come ambiente quasi senza tempo (se si eccettua la vestizione iniziale delle carceriere) che contribuisce al senso di isolamento drammatico di Elektra. Di altissima qualità la prova di Elena Nebera (Elektra) di gran lunga superiore a tutti gli altri protagonisti. Brava anche Natascha Petrinsky nel ruolo di Klytämnestra; buoni professionisti sono anche Anna Gabler (Chrysothemis) e Jan Vacik (Orest) assecondati da un’ottima direzione di Lothar Zagrosek che ha saputo trovare un giusto equilibrio fra il dramma e gli aspetti lirici che non mancano nella partitura Straussiana. Per una volta un successo pieno tributato dal pubblico a un’opera non facile e non dalla sguaiata clacque che così sovente infesta le “prime” del teatro bolognese.
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Martirosyan Mezzini – Sala Mozart 5 Novembre 2015
Ricomincia la stagione di “Conoscere la musica”: debbo solo alla cortesia del presidente Francesco Vella l’essere stato avvertito, poiché nessun messaggio e-mail in proposito mi è stato inviato e mi viene il sospetto di un tentativo di ostracismo “per per que’ pochi postucci di dozzina” (G.Giusti..) nei quali mi sono permesso di criticare alcuni degli esecutori presentati. Purtroppo ho l’abitudine di dire le cose con molta franchezza (e se mi è permesso a ragion veduta), anche quelle che altri dicono sottovoce per non farsi sentire, magari scrivendomi di essere d’accordo ma senza avere il coraggio di inserire un commento con nome e cognome (v. sasso e mano..). Tornando al concerto in questione si è trattato di un’esecuzione interessante anche se “a geometria variabile” (ovvero con canto accompagnato inframmezzato da brani pianistici solistici) che ho già avuto modo più volte di stigmatizzare in quanto impedisce per certi aspetti di valutare appieno i due esecutori. Ciò detto possiamo dire che la soprano Elizaveta Martirosyan ha certamente delle potenzialità ma avrebbe bisogno di un maggiore controllo della propria vocalità in quanto laddove il volume aumenta in modo eccessivo la voce diventa aspra, talvolta stridula, mentre quando mantiene la mezza voce o il mezzoforte esprime il meglio di sé. E’ stato il caso – ad esempio – del brano di Poulenc eseguito magistralmente mentre all’estremo opposto si è collocata l’aria del “Turco in Italia” di Rossini e certamente è mancato quel tocco di ironia e leggerezza nell’aria di Oscar del “Ballo in maschera”. C’è certamente un costante tentativo di lasciare libero sfogo alla voce mentre un rigido controllo sarebbe nel caso in questione doveroso. Assai apprezzabile l’arte scenica (quanto spesso abbiamo assistito a concerti vocali con cantanti rigidamente impalati!), talvolta quasi eccessiva, che ha trovato un ottimo esempio nell’aria Donizettiana eseguita come bis “ ’na casa in miezzo ‘o mare” eseguita come vera e propria sciantosa. Un’esecuzione quindi in chiaroscuro e l’augurio di un migliore uso del propri mezzi. Un plauso incondizionato alla pianista Nicoletta Mezzini, molto sicura nella sua esecuzione, sempre pronta ad assecondare il canto e con un’ottima esecuzione della Ciaccona di Händel. Buona anche l’esecuzione del “Preludio” della “Suite Bergamasque” di Debussy, seppure a un volume spesso eccessivo. Bisognerebbe capire perché con tanti brani individuali si scelga un brano di una raccolta…
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Dindo Senzaspine – Teatro Duse 4 Novembre 2015
C’è un aspetto di Enrico Dindo che si somma alle sue eccezionali caratteristiche musicali: quello di dare l’impressione non solo di divertirsi durante le sue esecuzioni, ma anche quello di essere “alla mano” ovvero di non presentarsi come un ieratico ministro di un’arte superiore ma bensì come un artefice insieme al pubblico di una festa musicale. Lo ha dimostrato anche nel concerto in questione nel quale, presentatosi con un abbigliamento al limite del “casual” proprio a dimostrare la sua vicinanza agli altri esecutori e al pubblico, con pochi ma significativi gesti del capo e della persona ha trascinato la giovane orchestra “senzaspine” a una esecuzione di altissimo livello. Una vera festa della musica dominata dall’eccezionale tecnica e dalla musicalità di un artista che pure nel gotha internazionale dei violoncellisti non ha ancora visto il suo nome inserito ai vertici assoluti mondiali insieme a Yo Yo Ma, Mischa Maisky, Mario Brunello, Natalia Gutman etc. come meriterebbe. E complimenti per avere accettato di eseguire con una giovane ma promettente orchestra (tutti, direttore incluso, under 35) che certamente ha molto imparato da Dindo nel corso dell’esecuzione del celebre concerto di Dvořák. Il preludio della prima partita di Bach per violoncello solo è stato il bis concesso da Dindo (forse meno eccezionale del concerto). Una giovane orchestra che ha eseguito nella seconda parte – sempre del compositore ceco – la altrettanto famosa “sinfonia dal nuovo mondo” composta nel suo periodo newyorkese. Qui un minimo di inesperienza del direttore (che forse dovrebbe ricordarsi che le due braccia possono e devono muoversi non all’unisono – Abbado docet) e dell’orchestra ha sottolineato i limiti attuali della giovane compagine nella quale però la sezione dei fiati (e in particolare quella dei corni – strumento terribilmente infido) ha offerto una prova significativa. Purtroppo la sala del concerto – il teatro Duse dedicato normalmente agli spettacoli di prosa – ha un’acustica disgraziata, ma questo non ha impedito al pubblico abbastanza numeroso – anche se un po’ scalcinato in quanto non avvezzo al galateo delle sale da concerto, come dimostrato dagli applausi alla fine dei primi tempi – di tributare un buon, meritato successo al concerto.
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Arkadij Volodos – Musica Insieme Teatro Manzoni 26 Ottobre 2015
Volodos ha ripetuto il concerto di Berlino da me recensito in Giugno Arkadij Volodos – Berlino Konzerthaus 16 Giugno 2015, sostituendo per Brahms le variazioni op. 18b e gli otto Klavierstücke op. 76, una serie che comprende fra l’altro 4 capricci tecnicamente trascendentali. Valgono tutte le considerazioni del post di cui sopra che evito di ripetere. Un grande pianista dotato di una “mano” strepitosa (parafrasando una nota frase pubblicitaria “con quella mano può fare ciò che vuole”) che non è mai virtuosistica e fine a sé stessa ma è sempre al servizio dell’interpretazione. Una musicalità raffinatissima. Quattro bis fra i quali un brano poco eseguito di Mompou, una Malagueña virtuosistica di Lecuona e un intermezzo di Brahms. Un grande concerto.
Qui come a Berlino un giustificato successo strepitoso di pubblico. L’unica vera differenza con il concerto di Berlino è che là – come in tutte le sale serie – non viene inferta al pubblico la punizione dell’introduzione “musicologica”, mai come in questa occasione inutile, improvvisata, priva di reali contenuti e con un errore grossolano che non commetterebbe neppure uno studente di storia della musica del conservatorio. Affermare con bella sicurezza che Brahms a partire dall’opera 76 ha composto solo capricci e intermezzi vuol dire non ricordare o ancor peggio non conoscere le due importanti rapsodie op. 79. Una “introduzione” un tanto al kilo ammannita in modo saccente a un pubblico che si considera ignorante e che invece tale non è…
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