Operistica, Sinfonica

Stuttgart BarockOrchester und Kammerchor – Bologna Festival 19 Marzo 2016

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Dopo la bellissima esecuzione della terza sinfonia di Mahler la Passione secondo Giovanni di Bach ha certamente sofferto del confronto, così come la partitura soffre del confronto con la sorella maggiore, la passione secondo Matteo. Dell’orchestra e dei soli si può soltanto affermare che si tratta di buoni, non strepitosi professionisti che hanno dato luogo a una esecuzione ricevuta dal pubblico con “composto” successo.  Difficile enucleare valori specifici: il collettivo ha offerto una lettura non entusiasmante e nessuna delle voci ha destato particolare interesse. Senza lode e senza infamia….
 HappySad
Programma
Johann Sebastian Bach  Passione secondo Giovanni BWV 245
Durettore Frieder Bernius
Soli Anja Petersen, Sophie Harmsen, Tilman Lichdi, Ludwig Mittelhammer,Thilo Dahlmann
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Operistica, Recensioni

Carmen – Teatro comunale Bologna 18 Marzo 2016

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Una Carmen non entusiasmante ma nella sua modestia con alcuni elementi positivi. L’impostazione registica è quella di una rappresentazione gestita da un prestigiatore in funzione di deus-ex-machina (scena di levitazione nella taverna di Lillas Pastia e gioco di comparse e sparizioni dei personaggi in un cestone di vimini nel proscenio) che però solo saltuariamente è in grado di influenzare gli avvenimenti che si svolgono in una Siviglia vagamente moderna (con il significato delle scene affidato a scritte realizzate anche con lettere giganti di cartone) e caratterizzata (nelle prime due scene) da grandi cartelloni turistici. Una scenografia e una regia, quella di Pietro Babina, non pretenziosa e per certi aspetti minimalista che nella sua semplicità ha il pregio di non essere velleitaria come purtroppo abbiamo subito altre volte al teatro Comunale (si pensi al recente allestimento del Flauto Magico….). Nella scena finale Carmen e don Josè si muovono come attori di uno spettacolo realista con un pubblico multicolore fino al finale nel quale appunto i due protagonisti – dopo la morte di Carmen – si prendono per mano per salutare il pubblico in sala senza che si chiuda il sipario. Una regia quindi che si muove sempre a cavallo fra il teatro nel teatro e la rappresentazione verista. La direzione musicale di Fréderic Chaslin si muove nei confini di una professionalità senza lode e senza infamia. La protagonista Veronica Simeoni ha una grande capacità scenica, ha il pregio di essere una bella donna e nella scena della taverna di Lillas Pastia dimostra anche di sapere ballare decentemente il flamenco. Ma seppure intonata.. le manca assolutamente la sensualità e la personalità di Carmen, la sua voce non è adatta al ruolo drammatico e intrigante che la partitura e la trama richiederebbero, con il risultato che la sua interpretazione giustamente non scalda assolutamente la platea. Al contrario del don José di Roberto Aronica che interpreta magistralmente la sua parte, sia dal punto di vista scenico che da quella vocale. Voce potente, drammatica, sempre intonata anche nelle zone più impervie (come nell’aria La fleur que tu m’avais jetée). All’estremo inferiore della valutazione l’Escamillo di Simone Alberghini, con una prestazione vocale scialba e anonima, priva di quella ubris che il personaggio richiederebbe con un physique du role a dir poco inappropriato: un torero destinato a essere incornato al primo assalto. Una performance positiva da parte di Maria Katzarava nel piccolo ruolo di Micaela. Un successo piuttosto modesto da parte di un parterre tutt’altro che esaurito e che ancora una volta dovrebbe fare riflettere sulle sorti del teatro cittadino,

HappySad

Cast
Carmen Veronica Simenoni
Micaela Maria Katzarava
Don José Roberto Aronica
Escamillo Simone Alberghini
Direttore Fréderic Chaslin
Regia e scene Pietro Babina
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Recensioni, Sinfonica

Budapest Festival Orchester – Bologna Festival 15 Marzo 2016

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Come ogni anno il Bologna Festival apre con un concerto sinfonico-vocale: quest’anno ospitata è stata la Budapest Festival Orchester, un complesso affiatato e di grande qualità che ha eseguito la gigantesca terza sinfonia di Mahler. Un’esecuzione di grande spessore nella quale è stato possibile apprezzare tutte le sezioni dell’orchestra a cominciare dagli ottoni e in particolare dalla tromba protagonista di una eccezionale performance nella seconda parte della sinfonia. Merito del successo dell’orchestra va ascritta al direttore Ivan Fischer che ha saputo estrarre dalla partitura tutti i temi e le recondite sfumature districandosi in un tessuto musicale di non facile lettura. A coadiuvarlo l’eccezionale mezzosoprano Gerhild  Romberger dotata di una calda voce straordinaria che ha interpretato alla perfezione sia il Lied su testo di Nietzsche sia il canto popolare  in antifona con il coro femminile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna entrambi ottimamente orchestrati. Una serata di grande e meritato successo che ha scatenato il giusto entusiasmo da parte del pubblico. Unico neo il solito ritardo nell’inizio del concerto (con maleducati ritardatari al seguito) a fronte di una sinfonia che addirittura dura ininterrottamente per 100 minuti. Possibile che gli organizzatori non capiscano che il ritardo è un’inaccettabile e ingiustificata manifestazione di provincialismo? Sono mai stati a un concerto a Berlino, a Salisburgo, a Londra etc. ?
 HappyHappy
Programma
Gustav Mahler Sinfonia n.3 in re minore
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Cameristica, Recensioni

Mancini Puccia – Goethe Zentrum Bologna 13 Marzo 2016

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Eravamo andati a sentire un concerto di violoncello e pianoforte: abbiamo assistito a un concerto di pianoforte con flebile, quasi impercettibile accompagnamento di violoncello. Tenere aperto il coperchio del piano a coda in un concerto con violoncello con l’acustica del Goethe è criminale e denuncia una totale incapacità della pianista a valutare le sonorità in gioco. Soprattutto se la tentazione è quella di suonare sempre con un volume medio-alto eccessivo, con un risultato facilmente prevedibile.  Si comincia male: l’incipit della sonata di Brahms è troppo veloce togliendo quell’aura di mistero che lo caratterizza e gli accordi di accompagnamento del piano sono fin dal principio di sonorità eccessiva. Proseguendo nell’esecuzione il piano incrementa costantemente il suo volume financo quando si tratta di puro e ripetitivo accompagnamento (persino nel caso delle ottave spezzate della nota di si nella fuga dell’ultimo tempo, ad esempio) sommergendo e annullando il suono del violoncello. Tecnicamente poi l’esecuzione delle due strumentiste non è certo impeccabile: difetti di intonazione del violoncello ed errori patenti del piano (clamoroso quello della mano sinistra nella riesposizione del tema nel tempo finale della sonata). Nella seconda parte (che ammicca al pubblico con l’esecuzione di due brani di stampo argentino di più facile ascolto) … la musica non cambia, soprattutto nel brano di Piazzolla dove il piano straripa permettendo di ascoltare il suono del violoncello solo quando (finalmente e saltuariamente!) tace. L’unico brano risultato sufficiente è stata la bellissima melodia di Bloch. Come bis una trascrizione di “Träume” dai Wesendonck Lieder di R. Wagner purtroppo inficiata dai problemi suesposti. Per una volta la sala del Goethe ha tutti i posti occupati ma da un pubblico totalmente ignaro del galateo che è richiesto in una sala da concerto. Persone che si alzano e si muovono in sala durante l’esecuzione, persone che entrano in ritardo a piacere (e questo è inaccettabile: chi arriva in ritardo aspetta fuori fino al termine del brano in esecuzione e la volta successiva impara ad arrivare in orario, come educazione richiede: una sala da concerto non è un bar!) e addirittura un bambino che saltella disturbando il pubblico senza adeguato intervento del genitore. Mancava solo un cane che abbaiasse ma in compenso ci ha pensato una signora di stazza enorme seduta sul retro della sala che seduta su una poltrona cigolante si è dimenata per tutto il concerto aggiungendo allo straripante pianoforte uno sgradito accompagnamento non previsto dai compositori.

SadSadSad

Programma
J. Brahms (1833.1897) Sonata in mi minore op. 38
J. Bragato (1915) Graciela y Buenos Aires
E. Bloch (1880-1959) From Jewish Life n.1 “Prayer” (1924)
A. Piazzolla (1921-1992) Le grand tango
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Cameristica, Recensioni

Ceccanti Fossi – Musica Insieme Ateneo 10 Marzo 2016

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Un programma molto interessante con le due sonate brahmsiane per violoncello e pianoforte così distanti nel tempo e nello stile. La sonata op. 35 è opera giovanile ma già già caratterizzata da tutti gli stilemi del compositore amburghese con una fuga finale travolgente mentre l’op. 99 è sonata contigua all’ultima sinfonia (la quarta) e sulla soglia dell’ultimo Brahms del quale si coglie l’impostazione soprattutto dell’ultimo tempo. Due capolavori assoluti della letteratura violoncellistica, il secondo dei quali pone problematiche tecniche non indifferenti agli esecutori e segnatamente al violoncellista. L’esecuzione del duo Ceccanti Fossi è stata di buona ma non eccelsa qualità con alcuni scompensi di sonorità fra piano e violoncello (soprattutto nell’ultimo tempo dell’op. 35), alcune incertezze di intonazione dello strumento ad arco e alcune imprecisioni del pianoforte. Di difficile valutazione il breve brano di Peter Maxwell-Davies: se non per i suoi aspetti folkloristici.

Happy

Programma:
Johannes Brahms:  Sonata in mi minore op. 38, Sonata in fa maggiore op. 99
Peter Maxwell-Davies: Dances from The Two Fiddlers (trascrizione per violoncello e pianoforte di Vittorio Ceccanti)
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Cameristica, Recensioni

Murray Perahia – Quartetto Milano 8 Marzo 2016

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Murray Perahia è un ospite praticamente fisso del Quartetto (fin dal 1968) e ha ormai raggiungo la venerabile età di 68 anni. Questo non ha tolto nulla all’entusiasmo con il quale il pianista statunitense affronta le partiture che esegue, con tutti i pregi e i difetti che questo approccio comporta. Nella prima parte del concerto abbiamo molto apprezzato la misura con la quale sono stati eseguiti i brani di Mozart e soprattutto le composizioni brahmsiane, incise nel passato con un eccesso di velocità che l’ultimo Brahms certamente non richiede. Un Brahms intimista e riflessivo come il testo musicale richiede. Un plauso quindi alla misura ritrovata che poteva essere ascritta all’incidenza del trascorrere del tempo e quindi a una sorta di maturazione interpretativa. Purtroppo il demone che da sempre affligge il pianismo di Perahia è riaffiorato in modo perentorio e per molti aspetti devastante nell’esecuzione della monumentale sonata beethoveniana op. 106. Qui i tempi staccati nel primo e secondo tempo ma soprattutto nell’ultimo, nella fuga finale, sono risultati semplicemente non sostenibili, con il risultato da un lato di una molteplicità di errori tecnici solo in parte coperti dal grande mestiere del pianista e dall’altro in un completo stravolgimento del pensiero musicale del compositore di Bonn. E’ noto che i tempi metronimici indicati da Beethoven (si veda in materia le interessanti considerazioni contenute nel libretto di sala) non sono compatibili con un’esecuzione musicalmente di qualità portando – se rispettati per quanto possibile – a un magma musicale informe e privo di significato. Perahia sembra avere ingerito e digerito un metronomo e anche il Perahia degli anni migliori (e 68 anni pesano!) non avrebbe potuto reggere il ritmo impresso. E purtroppo il rendersi conto del tempo che passa è il sintomo della grandezza di un artista (si pensi al caso di Radu Lupu o di Brendel) mentre il Perahia attuale ricorda l’ultimo Arrau che alla stessa età pretendeva di suonare Après une lecture de Dante di Liszt con risultati a dir poco disastrosi. Certamente un risultato che non corona degnamente una carriera così significativa e in qualche modo lo stesso artista deve essersene accorto non avendo concesso alcun bis al termine del concerto. Una esecuzione semplicemente da dimenticare.

SadHappySad

PS Prima del concerto un relatore prende possesso del palco. Un timore mi agghiaccia le membra: il virus di Musica Insieme di Bologna ha colpito anche il Quartetto? No: le poche parole sono state spese non per un commento musicologico (affidato sapientemente e intelligentemente al programma di sala che viene letto contrariamente a quanto da alcuni affermato) ma per una presentazione dell’artista e della sua carriera al Quartetto. Breve, interessante e piacevole.
Programma
W.A. Mozart ‐ Rondò in la minore K 511
W.A. Mozart ‐ Sonata in la minore K 310
J. Brahms ‐ Ballata in sol minore op. 118 n. 3
J. Brahms ‐ Intermezzo in do maggiore op. 119 n. 3
J. Brahms ‐ Intermezzo in mi minore op. 119 n. 2
J. Brahms ‐ Intermezzo in la maggiore op. 118 n. 2
J. Brahms ‐ Capriccio in re minore op. 116 n. 1
L. van Beethoven ‐ Sonata n. 29 in si bemolle maggiore op. 106 “Hammerklavier”
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Cameristica, Recensioni

Gabetta Chamayou – Musica Insieme Bologna 7 Marzo 2016

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Sol Gabetta (in questo caso coadiuvata da un superlativo Chamayou) è ormai entrata del Gotha del violoncellismo mondiale e per molti aspetti a ragione. Ottimo suono, tecnica eccellente, vasto repertorio e certamente grande miglioramento (leggasi maturazione) rispetto alla prima esibizione nella nostra regione risalente a 5 anni fa Imola. Il suo approccio alla musica potrebbe essere assimilato a quello di una cantante lirica e in quesa ottica ha dato il meglio di sé nei primi due brani del concerto e in particolare – come prevedibile – nella bellissima e celebre sonata di Mendelssohn. Ma il suo lirismo è anche il suo limite: non ha nelle sue corde (o ha in misura decisamenente minore) il côté drammatico e ciò è risultato evidente nell’esecuzione della sonata op.65 di Chopin (che il compositore di Żelazowa Wola non ha eseguito integralmente – come ultimo suo concerto –  limitandosi a causa della malattia al primo movimento, fatto non  chiarito dal solito impreciso relatore iniziale) dove la sua interpretazione – seppure tecnicamente perfetta – è apparsa un po’ troppo “leggera” (mi si perdoni il termine musicalmente impreciso ma che riassume appieno il mio pensiero) soprattutto a fronte dell’ottima, musicalmente ineccepibile esecuzione pianistica. Per apprezzare il limite dell’esecuzione della Gabetta si potrebbe suggerire di ascoltare l’esecuzione ormai classica del duo Maisky-Argerich. Perché poi gli esecutori si siano presi la libertà di cassare arbitrariamente il ritornello previsto nel primo tempo è di difficile comprensione. Il concerto è terminato con l’ineffabile Grand duo de concert su temi di Robert le Diable di Meyerbeer del compositore polacco (una composizione d’occasione da lasciare  nel dimenticatoio della storia musicale senza rimpianti) che potrebbe essere definito come un brano pianistico con accompagnamento (poco) di violoncello, tanto impervio tecnicamente per il pianoforte quanto musicalmente povero per entrambi gli strumentisti, che ha messo ancora in luce le qualità di Chamayou. Come bis il secondo tempo della sonata di Rachmaninov per violoncello e pianoforte (una scelta assai discutibile). Buon successo di pubblico (ma non travolgente come nel caso del macellaio Matsuev, cosa che ancora una volta dimostra  la sostanziale e trista  incompetenza del pubblico di MI).
HappySadHappy

Programma:
Ludwig van Beethoven :Sette Variazioni in mi bemolle maggiore sopra il tema «Bei Männern, welche Liebe fühlen» WoO 46
Felix Mendelssohn: Sonata in re maggiore op. 58
Fryderyk Chopin :Sonata in sol minore op. 65,   Grand duo de concert su temi di Robert le Diable di Meyerbeer in mi-la maggiore (in collaborazione con Auguste Franchomme)
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Vignudelli Buselmeier Manicardi – Goethe Zentrum 6 Marzo 2016

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Un concerto di qualità con due soprani dalle caratteristiche differenti (più lirico Alexandra Buselmeier e più drammatico Barbara Vignudelli) ottimamente accompagnate dalla pianista Giulia Manicardi. Un programma  di qualità comprendente due compositori fra loro quasi contemporanei, Johannes Brahms e Max Reger (di cui ricorrre quest’anno il centenario della morte) che ha incluso anche brani assai poco praticati nel campo dei Lieder: i duetti. Le due voci si sono alternate in funzione della tipologia dei brani eseguiti e si sono fuse nei duetti nei quali hanno sempre trovato il giusto equilibrio. Anche l’accompagnamento pianistico ha trovato la cifra giusta sia per l’impiego (finalmente!) di un pianoforte di qualità, sia per la scelta di tenere chiuso il coperchio, accorgimento quanto mai necessario data l’acustica non certo perfetta della sala. Un solo appunto alle due cantanti: è ormai prassi consolidata (e assai apprezzabile) quella di accompagnare il canto con una gestualità che completi l’esecuzione. Una esecuzione statuaria toglie non poco all’esecuzione e le due interpreti dovrebbero – a giudizio di chi scrive – prendere esempio da alcuni interpreti che hanno grande successo presso il pubblico come Angelika Kirchschlager, Michael Schade etc. senza nulla togliere alle loro qualità vocali. Un solo rimpianto: lo scarsissimo pubblico. Ma questo è un problema ormai molte volte affrontato…

HappyHappy

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Catherine Vickers – Bologna Concerti della Soffitta 1 Marzo 2016

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Praticamente scomparsa – o forse mai comparsa! – dalla scena italiana (almeno a mia conoscenza) dopo avere vinto il Busoni nel 1979 e nel 1981 il terzo premio al concorso di Sydney, Catherine Vickers si presenta come grande esperta di musica contemporanea e propone un brano di Huber (del gruppo di Darmstadt) a lei dedicato che dovrebbe esplorare il suono del pianoforte dopo il rilascio del martelletto. Brano di difficile interpretazione che alterna fortissimi (forse per analizzare gli effetti successivi alla percussione) con pianissimi rarefatti e lunghi silenzi e che probabilmente richiederebbe al sottoscritto, per una valutazione razionale, una competenza che dichiara candidamente di non avere. Il concerto si apre con i bellissimi Drei Klavierstücke D 946 di Franz Schubert, uno degli ultimi brani del compositore viennese. Una composizione che richiederebbe quella sensibilità sfumata ma non evanescente che induce molti pianisti (ad esempio Paul Badura Skoda e Andras Schiff) a scegliere per l’esecuzione pianoforti dal suono più morbido come il Bösendorfer rispetto alla brillantezza di uno Steinway. Il pianismo della Vickers è invece tendenzialmente roccioso e se ne ha subito una diretta impressione all’apertura del primo brano, nella quale un eccesso di sonorità stona decisamente con il carattere della composizione. Il concerto si chiude con una tarda composizione pianistica di un Debussy già provato dalla malattia e dal clima della prima guerra mondiale: i due quaderni di 12 studi per il pianoforte, un omaggio agli studi di Chopin ma ben lontani musicalmente dal compositore polacco. Qui la poetica di Debussy si fa più rarefatta, più asciutta e sfiora spesso un’impostazione didascalica che fa rimpiangere i grandi affreschi impressionistici del compositore francese. Si percepisce una sorta di aridità compositiva e un esaurimento dell’inventiva mascherati naturalmente sotto una grande capacità di utilizzo dello strumento ma con risultati inferiori a quelli della grande maturità. Per questo motivo è richiesto all’esecutore uno sforzo ulteriore sia tecnico che interpretativo per fare emergere la musicalità che è in questo caso di natura carsica. Non è il caso della Vickers che ancora una volta affronta in modo scolastico, ruvido e – purtroppo – con significative carenze tecniche (particolarmente evidenti nel quinto studio del primo libro dedicato alle ottave) l’impervia partitura. Un’esecuzione di certo non memorabile.

Sad

PS Dimenticavo di segnalare che il brano di Huber massacra di fatto il pianoforte la cui accordatura avrebbe subito dopo l’esecuzione  la necessità di essere rivista. Ne ha fatto ulteriormente le spese Debussy.
Programma
Franz Schubert (1797-1828)
Drei Klavierstücke D 946 (1828)
n. 1 Allegro assai – n. 2 Allegretto – n. 3 Allegro
Nicolaus A. Huber (*1939)
Disappearances (1995)

Claude Debussy (1862-1918)
Douze Études pour le piano (1915)
Livre I: Pour les «cinq doigts» d’après M. Czerny – Pour les tierces
Pour les quartes – Pour les sixtes – Pour les octaves – Pour les huit doigts
Livre II: Pour les degrés chromatiques – Pour les agréments – Pour les notes répétées  – Pour les sonorités opposées – Pour les arpèges composés – Pour les accords
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Nuova orchestra Mozart – 27 Febbraio 2016

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Premetto: per onore di firma e di coerenza sono stato fra i primi a sottoscrivere il crowdfunding seppure nella perfetta convinzione che fossero soldi buttati al vento. I motivi del mio scetticismo sono molteplici ma derivano soprattutto dalla convinzione che con l’emotività si va poco in là (scusate la pessima rima!). Innanzitutto mi pare che ci si trovi in presenza di un tipico esempio di wishful thinking in assenza di un chiaro e analitico “business plan”. I 500 K€ che sono considerati sufficienti per iniziare come saltano fuori? Ed esattamente per cosa? Il progetto come presentato pare basarsi sull’assunto che gli strumentisti (fra i quali molte prime parti) siano disponibili sostanzialmente ad azzerare i loro emolumenti. Ora mentre in una primissima fase potrebbe anche essere possibile (ma non scontato) quanto può durare la situazione? Le “anime belle” hanno il fiato corto e i richiami economicamente significativi sono molti. Sottoscrizioni: a tutt’oggi (27 Febbraio ore 23.45) con 280 donatori la cifra raggiunta è di 18.200 euro: con questa media con 1000 sottoscrittori (un numero enorme)  si raggiungerebbero meno di 100.000 euro! Ma poi vi sono dei fatti curiosi. Ad esempio fra i finanziatori citati sul sito (neppure messi in ordine alfabetico!) non ci sono gli eredi di Abbado né i primi promotori dell’iniziativa. Ora la credibilità di un’iniziativa richiede il “metterci la faccia” (la tasca in questo caso) mentre in questo frangente non pare che siamo in questa condizione. Perché? E gli sponsors (quelli significativi e capienti) dove sono? Io faccio voti di sbagliarmi ma una certa esperienza industriale mi porta a un fondato e rassegnato scetticismo. Wait and see….

Sad

PS A proposito: qualcuno sa dove siano finite le donazioni via crowdfunding a Chris Merritt che pareva sull’orlo del suicidio per indigenza (e che naturalmente ho finanziato)? Il sito di donazione e tutto il resto sono … spariti!!!! Any opinion…? A pensar male ..
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Denis Matsuev – Musica Insieme 22 Febbraio 2016

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Più Russia di così: russo il pianista, russi i compositori… Appena il ragazzone di Irkutsk mette le mani sul pianoforte si capisce subito che non ci si trova davanti a un esecutore dotato di “esprit de finesse”: si è in presenza di un thrilling di cui si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (il piano è la vittima). Il nostro non esegue ma aggredisce il pianoforte come fosse un nemico da abbattere. Appartiene alla stessa categoria di Kathia Buniatishvili con l’aggravante della mascolinità che ne aumenta la potenza fisica: si potrebbe affermare che si tratta di un energumeno che ricorda – musicalmente – Donald Trump. Fin dal brano di Čajkovskij fa subito capire che il suo pianismo è puramente quantitativo e non qualitativo. La cosa si concretizza ulteriormente nei “Quadri di una esposizione” di Musorgskij: con una battutaccia si potrebbe affermare  che purtroppo sotto le sue mani si trasformano in… “Croste di una esposizione”. Matsuev concepisce solo sonorità che vanno dal mf allo sff e aborre i piani come fossero un virus contro il quale è stato vaccinato senza ricadute. Basta ascoltare la seconda esposizione della promenade per capire che l’intero impianto sarà privo di qualunque sfumatura. Il mercato di Limoges, ad esempio, è trasformato nella peggiore Vucciria palermitana. E’ tutto forte, e per una volta si può affermare che è tutto, semplicemente tutto, pestato (un termine che non uso quasi mai, ma quando ce vo’ ce vo’). Ha un bel da fare l’accordatore durante l’intervallo a rabberciare il piano che ha gravemente sofferto sotto i colpi impietosi del pianista russo. La seconda parte è tutta dedicata a Rachmaninov: il pianismo non cambia anche se qualche sprazzo lirico si intravede, ma sempre frettolosamente abbandonato per le sezioni più congeniali all’esecutore (in inglese si potrebbe usare il termine executioner…). Matsuev sarebbe anche dotato di una buona tecnica ma la ricerca spasmodica dell’effettaccio e della velocità ad ogni costo ricorda la micina frettolosa che fa i gattini ciechi. Ne è un esempio il pasticciaccio combinato nell’ultimo brano dei “quadri” di Musorgskij: “La grande porta di Kiev”. Lo confesso: non ho avuto la pazienza di ascoltare i bis: ne avevo semplicemente abbastanza. Nella sua biografia si legge che terrebbe 160 concerti all’anno (ma nei mesi di Febbraio, Marzo e Aprile del 2016 – dal suo sito – i concerti menzionati sono solo 6…..) : potrebbe anche essere perché questo proverebbe che certamente non ha il tempo per studiare e approfondire, e ne avrebbe tanto, ma tanto bisogno…. Come abbia vinto il Čajkovskij nel 1998 è per me un mistero ma il pianismo è come il vino: alcuni vini migliorano con l’invecchiamento e altri no. Matsuev ricade nella seconda categoria. Naturalmente il pubblico bolognese ha applaudito, ma questo non vuol dire assolutamente nulla (o forse molto, purtroppo…)

SadSad

Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Dumka op. 59
Modest Musorgskij  Quadri di un’esposizione
Sergej Rachmaninov  Étude-tableaux op. 39 n. 2 – n. 6, Preludio in sol minore op. 23. n. 5 , Preludio in sol diesis minore op. 32 n. 12,  Sonata in si bemolle minore op. 36 (seconda versione)
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Costi delle opere – 19 Febbraio 2016

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A puro titolo di informazione segnalo che il ciclo del Ring wagneriano che è andato in scena alla Scala nel Giugno 2014 viene ripetuto con gli stessi cantanti, la stessa scenografia e regia e lo stesso direttore (Barenboim) alla staatsoper di Berlino nel Giugno di questo anno con la leggera differenza che i posti migliori che alla Scala costavano 1.100 euro costano a Berlino…. semplicemente la metà! Meditate gente, meditate….

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Cameristica, Recensioni

Pires Grigoryan – Quartetto Milano 16 Febbraio 2016

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiEvviva: ora abbiamo anche il concert-sharing, dove due interpreti suonano brani in comune e separatamente! Quale sia la ratio non è dato sapere e certamente lo spezzettamento non giova alla qualità del concerto, soprattutto se i valori in campo sono molto diversi. Inoltre le due interpreti siedono alternativamente a un tavolino per assistere alle reciproche esecuzioni solistiche, quasi a mo’ di giuria individuale. Una scelta veramente difficile da interpretare e giustificare che – credo – costituisca un “unicum” che peraltro si può solo sperare non si ripeta. Il programma eseguito comprendeva di Schubert l’Allegro D947 e la Fantasia D940 (entrambi a 4 mani) e le due sonate op. 101 e 111 eseguite rispettivamente dalla Grigoryan e dalla Pires. Mentre il primo brano a 4 mani (con la Grigoryan nella parte principale) è brano di poco spessore, molto più significativa è la Fantasia(con la Pires nella parte principale). Qui l’esecuzione è stata eccellente, mettendo in risalto (senza gli eccessi ritmici che purtroppo molto spesso si ascoltano) tutte le sfumature schubertiane fino alla grandiosa fuga finale nella quale il grande impianto musicale ha trovato tutto il suo valore. Una esecuzione giustamente applaudita dal pubblico. Discorso differente per le due sonate Beethoveniane. L’esecuzione dell’op, 101 da parte della Grigoryan è risultata scolastica e piatta, a cominciare dai tempi staccati troppo veloci. Questo ha gravemente inficiato – ad esempio – la grandiosa frase musicale che apre il primo tempo (ripresa poi nel corso della sonata) indicato da Beethoven come Etwas lebhaft, und mit der innigsten Empfindung (poco veloce e con il più intimo sentimento) anche il secondo tempo Lebhaft. Marschmäßig (vivace alla marcia). Discorso analogo per la fuga finale eseguita come uno studio a tempo metronimico. La Grigoryan è dotata di una buona tecnica ma quanto a musicalità ha molto da imparare in tutti i sensi, anche se si considera che è giovane ma non giovanissima e che vi sono fior di interpreti più giovani ma estremamente più maturi. Si può solo sperare che la Pires le metta “il sale sulla coda”. Eccellente invece l’esecuzione della sonata op. 111 di Beethoven da parte della Pires che specialmente nella Arietta e nelle relative variazioni ha trovato l’esatto equilibrio ritmico e interpretativo. Una esecuzione matura ed estremamente equilibrata che posta a confronto con quella della Grigoryan ha ulteriormente sottolineato i limiti di quest’ultima. Curiosa ma anche magistrale l’esecuzione dell’ultimo trillo che per una esecuzione letterale richiede una estensione della mano che la Pires non possiede e che nondimeno l’artista portoghese è riuscita a non fare notare. Un solo, minimo, bis composto di due parti suonate alternativamente e – ohimè – a me sconosciuto. Buon successo di pubblico.

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Cameristica, Recensioni

Annalisa Londero – Circolo della musica Bologna 13 Febbraio 2016

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Il concerto inizia alle 21.15 in orario, ma troppo tardi ormai anche per gli standard italiani (dove ormai è consolidato l’orario fra le 20 e – raramente – le 21). La pianista presenta un programma tutto romantico: sonata D894 di Schubert, IV ballata di Chopin e Davidsbündlertänze di Schumann. Purtroppo si comincia male: l’esecutrice tenta di introdurre i brani ma parlare in pubblico (un’arte e anche un mestiere, sia ben chiaro) soprattutto dovendo essere concisi è difficile e ci si chiede a cosa possa servire indicare che il pezzo eseguito è bello, che si compone di n parti, che è stato composto nell’anno… Se proprio si vuole introdurre sarebbe necessario non elencare quello che gli ascoltatori possono capire da soli ma indicare il contesto artistico del tempo, il raffronto con compositori coevi, il trend culturale allora in atto etc. Un esempio delle informazioni confusamente raccolte: secondo la pianista Clara Wieck non apprezzò le Davidsbündlertänze perché troppo simili al Carnival: peccato che le Davidsbündlertänze siano op. 6 e il Carnival op. 9. Che fosse una preveggente? Vorrei segnalare che questo blog ha condotto un sondaggio presso il pubblico con 200 voti espressi riguardo al gradimento delle introduzioni che ha visto quasi l’80% essere contrario.  Ma veniamo al concerto. La pianista ha una buona tecnica (non immacolata come dimostrato ad esempio dalla scala cromatica finale di seste dello studio chopiniano op. 25 eseguito come bis) e certamente non manca di esperienza. Certamente di buona esecuzione i primi tre tempi della sonata schubertiana, nei quali l’esecutrice è stata in grado di controllare la sonorità di una gran coda in un ambiente di certo non strutturato all’uopo, mentre certamente meno apprezzabile è stata la resa dell’ultimo, infido tempo, con quel secondo tema apparentemente così corrivo che richiede grande sensibilità musicale per non renderlo banale, così come molto più significanti andrebbero resi quelle triplette di terze che l’accompagnano. Quanto alla IV ballata non sono mancati momenti di vera liricità ma perché rallentare la non facile riesposizione del tema iniziale con il controcanto salvo poi accelerare esageratamente quando la partitura si semplifica? E nel finale infuocato una riduzione dell’uso del pedale avrebbe permesso un migliore ascolto della partitura.  Non è invece stata all’altezza l’esecuzione delle Davidsbündlertänze, Qui tutti i brani di Florestano sono stati eseguiti con acribia da studio tecnico, con un volume sempre eccessivo perdendo per strada quel tormento interiore che la partitura schumanniana esprime. Il sapere dosare la sonorità della propria esecuzione in funzione dell’ambiente in cui si suona è parte integrante della sensibilità musicale di un’artista e in questo caso è semplicemente mancata.

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Operistica, Recensioni

Il trionfo del Tempo e del Disinganno – La Scala 12 Febbraio 2016

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Si tratta di un oratorio del giovane Händel, composto nel periodo romano del compositore quando si trovava sotto l’ala protettrice del potente cardinale Pamphilij – autore del testo – con il quale i rapporti furono apparentemente non solo culturali. Il testo, scadentissimo e agiografico, narra della catarsi di “Bellezza” inizialmente legata a “Piacere” verso una resurrezione morale spinta da “Tempo” e Disinganno”, che nella messa in scena della Staatsoper berlinese – ripresa integralmente dalla Scala – passa corrispondentemente da un abbigliamento provocante da gran sera a un saio da monaca. Un oratorio certamente previsto per una piccola audience, con una orchestra strettamente barocca (seppure integrata da fiati) che trasposta sul grande palcoscenico pone non pochi problemi. Brillantemente risolti, però, da una ambientazione anni ’50 (si pensi solo alle colonne illuminate) con una serie di personaggi di contorno perfettamente in grado di rendere l’atmosfera di quello che poteva essere un “cafè chantant” parigino.  Ciò detto, però, l’opera mostra tutti i limiti di un’operazione intellettualistica che risulta troppo lunga e ripetitiva al gusto moderno e dove l’eliminazione di alcune arie non particolarmente valide nulla avrebbe tolto a una non-azione. Perché il testo, la tenzone fra i quattro personaggi non si eleva mai da quello che appare un dibattito banalmente filosofico e scontato. Ovviamente non mancano momenti di vera musica, ad esempio nell’intermezzo puramente strumentale alla fine del primo atto e nella stupenda aria di “Piacere” Lascia la spina che sarà integralmente ripresa nel Rinaldo nella grande aria di Zelmira Lascia che io pianga. Ma certo siamo lontani dalle grandi opere Händeliane e dai suoi ultimi oratori. Martina Jankova “Bellezza” è un soprano dotato incapace però di articolare correttamente l’italiano, il soprano Lucia Cirillo “Piacere” ha una bella voce che interpreta magistralmente l’aria Lascia la spina ma che mostra qualche difficoltà nell’agilità soprattutto nella difficilissima aria Come nembo che sfugge al vento (ah come si rimpiange la grandissima Marilyn Horne!) e Sara Mingardo “Disinganno” si conferma ottimo contralto nonostante il trascorrere degli anni. Nella norma il tenore Leonardo Cortellazzi la cui parte è di minore peso nell’opera. Ottima l’orchestra barocca e il direttore Diego Fasolis. Che l’uso di strumenti “d’epoca” costituisca scelta musicalmente significativa – se non da un punto di vista freddamente filologico – è tutto da verificare.

HappySad

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Cheng Guang- S.Cristina 10 Febbraio 2016

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Una rondine non fa primavera…. ma il concerto è iniziato senza la solita ridicola introduzione ed esattamente in orario. Mi piacerebbe molto sperare che questo sia anche frutto del sondaggio effettuato da questo blog fra gli ascoltatori che hanno a larghissima maggioranza espresso il loro non gradimento della introduzione ma aspettiamo i prossimi concerti. Tutto non è ancora perfetto: infatti i soliti ritardatari che contavano su un inizio ritardato hanno continuato ad entrare nonostante nel programma fosse indicato che l’accesso in sala era impedito a concerto iniziato. Ma chi ben comincia… Veniamo al concerto: un nuovo giovane cinese della fucina imolese certamente dotato di talento. L’esecuzione della VI partita bachiana è stata certamente di qualità, specialmente considerando che sono state evitati i tipici eccessi ritmici nella fuga della toccata iniziale e soprattutto grazie a una interpretazione della allemanda con tempi rilassati che hanno permesso una larga espressività. Non tutta l’esecuzione è stata inappuntabile (alcune concessioni stilistiche romanticheggianti e un uso generoso del pedale sono discutibili) ma il risultato complessivo è da valutarsi positivamente.  Forse un po’ meno brillante è risultata l’esecuzione della sonata chopiniana, un po’ per alcuni errori tecnici evitabili riducendo la foga, un po’ per una esecuzione non perfetta del difficilissimo ultimo tempo. Non è comunque mancata l’espressività e il giovane esecutore ha ampi margini di miglioramento. Un solo bis: il famoso momento musicale di Rachmaninoff.
Happy
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Katia e Marielle Labeque – Musica Insieme 8 Febbraio 2016

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Da quasi 40 anni la premiata “ditta” Katia e Marielle Labeque è al vertice mondiale nel campo del duo pianistico. Eredi di grandi interpreti del passato (ricordiamo qui il grande duo Aloys e Alfons Kontarsky – per citarne uno) si sono sempre caratterizzate per interpretazioni di grande qualità sconfinando – quanto al repertorio – anche in ambiti non strettamente classici, quali il jazz e financo il rock, mantenendo sempre, però, un approccio stilisticamente inappuntabile. Trascinate dalla verve di Katia (certamente l’elemento tecnicamente e musicalmente più dotato e incisivo) hanno dato luogo a un concerto godibilissimo incentrato nella prima parte su una trascrizione da loro elaborata per due pianoforti de “Le sacre du printemps”  di Stravinskj e nella seconda su un florilegio di brevi brani di minore spessore inclusivi di Schumann, Strauss, Brahms e Dvorak. Una seconda parte che certamente ha strizzato l’occhio alla sensibilità più corriva del pubblico che peraltro ha dimostrato di apprezzare molto anche il non facile brano di Stravinskj.  Una parte del successo delle due sorelle, al di là della loro indubitabile bravura, è anche l’entusiasmo profuso nelle esecuzioni, l’atteggiamento antidivistico che si è concretizzato anche in un colloquio “familiare” con il pubblico (cosa che ha risparmiato la deprecata introduzione), in un atteggiamento quasi adolescenziale nel ringraziare il pubblico (v. le mani dietro di Katia – come è uso anche di Canino) e in un abbigliamento da brave sorelline che si tengono per mano. Ma sia chiaro: “tout se tient” e i due bis concessi (le pirotecniche variazioni di Lutoslavsky sul classico tema di Paganini, che tanto ricordano proprio il capriccio violinistico e un brano minimalista di Philip Glass) hanno coronato un’ottima esecuzione.

HappyHappy

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Götterdämmerung – Palermo 31 Gennaio 2016

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Non si fa mancare nulla il Götterdämmerung del Massimo di Palermo (un teatro che avrebbe nuovamente bisogno di interventi viste tutte le scrostature che piagano tutte le pareti). Si comincia con le tre Norne in veste di annoiate segretarie nerovestite delle quali una si arrotola una canna. Le tre tampicciano con dei fili che si rivelano alla fine della scena essere micce di una bomba artigianale che ritroveremo alla fine della rappresentazione. Fine del Walhalla non a causa della rottura dell’asta di frassino ma per deflagrazione terroristica. Insomma si comincia bene. Arrivano Brünhhilde e Sigfried su un montarozzo che dovrebbe essere una rupe inaccessibile: lui si riveste dopo il sonno notturno mentre lei é già vestita con una tutina aderente che a volere essere indulgenti non le dona e con un maquillage che rende bianco il volto e che permane per tutta l’opera. Sigfried viene spedito alla ventura e come pegno riceve il cavallo di lei, Grane, che é un nerboruto ragazzotto che si trascina una sedia a mo’ di sella. La fantasia é indispensabile. A Brünhhilde va l’anello fatato. Reggia dei Gibicunghi. Hagen indossa bretelle rosso fuoco, mentre i suoi due fratellastri Gutrune e Gunther si sollazzano incestuosamente con bevute e coca su un materasso piazzato per terra. Gutrune indossa unicamente una camicetta sull’arredo intimo che tenterà costantemente per tutta l’opera di tirare per compensare una esposizione di cui non é certamente fiera. Hagen segue su un tablet georeferenziato il percorso lungo il Reno di Sigfried che finalmente si presenta. Sbevazzatosi la pozione magica stringe patto di sangue con il perfido attraverso mutuo uso di siringhe da ero e gli mostra il ricordino preso da Fafner, il tarnhelm. Gutrune infoiata gli si struscia addosso sempre più mentre Hagen lo persuade a truffare Brünhhilde prendendo via tarnhelm la sembianze di Gunther e superando la barriera di fuoco. L’anello passa di mano sul montarozzo e tutti si avviano alle duplici nozze. Hagen va a trovare il padre Alberich che é paraplegico su sedia a rotelle garantendogli l’anello sottrattogli da Wotan con l’inganno (della serie chi la fa l’aspetti). Scena delle nozze durante le quali Brünhhilde scopre la truffa imbufalendosi mentre Gunther e Siegfried fanno cenno agli astanti di non farci caso: si tratta solo di scalmana femminile. Vendetta, vendetta, grida la Walküre e con Hagen decide la sorte di Siegfried. I due compagnoni vanno alla caccia fatale. Da una roulotte da sito di rottamazione escono tre ragazzotte vestite da entraîneurs che si scopre essere le figlie (degeneri) del Reno, con minigonne ascellari impietose. Dopo avere predetto all’eroe la sua catastrofe non riuscendo a recuperare l’anello se ne vanno stizzite. La roulotte serve anche da distributore di birre a cui si abbeverano Hagen e Sigfried. Poi Hagen infila l’asta nel retro di Sigfried che muore. Se ne vanno tutti dopo avere accatastato vicino alla roulotte ogni arredo scenico (inclusi i sacchi della spazzatura!) e Sigfried come fenice si rialza e canta per un buon quarto d’ora. Poi finalmente muore del tutto (non senza avere impedito a Hagen – da morto – di fregargli l’anello) e dopo l’assassinio di Gunther da parte di Hagen e la dipartita di Gutrune sempre in deshabillé Brünhhilde può sciogliere il canto funebre inclusivo di cavallo con sedia. Anello finalmente nelle mani delle ragazzotte e assassinio di Hagen con sacchetto di plastica in testa  (avrebbe dovuto essere trascinato sul fondo del Reno dalle figlie del fiume ma non facciamo troppo gli schizzinosi!). Finalino con tutte le comparse che si aprono il giubbotto mostrando le cinture esplosive confezionate dalle Norne. Il tentativo di utilizzare il motivo del Walhalla come metafora del disfacimento della nostra società potrebbe essere interessante ma in questo caso é assolutamente übertrieben. Come in molte regie moderne che vorrebbero essere in grado di calare felicemente una vicenda mitica in una realtà odierna si assiste in questo caso a un coacervo di invenzioni tramite le quali é il regista che impone la storia al librettista e non viceversa. E il linguaggio altdeutsch di Wagner, tradotto in un italiano da sesto grado zeppo di anacoluti e di costruzioni improbabili, impedisce ulteriormente l’operazione. Il risultato é una regia velleitaria e stucchevole nella quale i colpi di genio del regista diventano unicamente ridicole pantomime con vezzi da avanspettacolo (ad esempio con le figlie del Reno). Nonostante questa regia sventurata la grandissima Theorin riempie la scena con una interpretazione magistrale del difficilissimo ruolo di Brünhhilde: é probabilmente la migliore Brünhhilde oggi operativa. Al suo confronto il Sigfried di Christian Voigt é un mezzo disastro, con una voce spesso piatta e non senza difetti clamorosi di intonazione rimarcati dagli scarsissimi applausi ricevuti. Un plauso invece pieno all’Hagen di Mats Almgren, personalità fortissima, voce piena e potente e perfettamente aderente al ruolo. Quanto agli altri interpreti si può affermare che sono dei buoni professionisti e niente più. Bravine anche le figlie del Reno che sono molto spiritose anche scenicamente nell’avanspettacolino del terzo atto. L’orchestra ha lasciato a desiderare (specialmente nell’importante settore dei corni) e la direzione di Stefan Reck ha fatto del suo meglio (senza grandi risultati) nel contesto non facile di una messa in scena da dimenticare nonostante i continui sconfinamenti dei cantanti in platea.

HappySad

Siegfried Christian Voigt
Gunther Eric Greene
Alberich Sergei Leiferkus
Hagen Mats Almgren
Brünnhilde Irene Theorin
Gutrune Elizabeth Blancke-Biggs
Waltraute Viktoria Vizin
Erste Norn Annette Jahns
Zweite Norn/Wellgunde Christine Knorren
Dritte Norn/Woglinde Stephanie Corley
Flosshilde Renée Tatum
Ein Mann Antonio Barbagallo, Gianfranco Giordano
Ein anderer Mann Carlo Morgante, Luca Polizzi
Direttore: Stefan Anton Reck
Regia: Graham Vick
Scene e costumi: Richard Hudson
Azioni mimiche: Ron Howell
Luci: Giuseppe Di Iorio
Assistente musicale: Friedrich Suckel
Assistenti alla regia: Lorenzo Nencini e Yamala-Das Irmici
Scenografo e costumista collaboratore: Mauro Tinti
Assistente alle scene: Giacomo Campagna
Assistente ai costumi: Elena Cicorella
Maestro del Coro: Piero Monti
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
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Ran Feng – Musica Insieme Ateneo 28 Gennaio 2016

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Dotata di grande musicalità e di senso dello stile, i difetti della pianista cinese sono di fatto … i suoi pregi. Non ci troviamo – finalmente! – davanti alla solita macchina da guerra tutta muscoli e niente cervello bensì siamo in presenza di una pianista che antepone l’aspetto interpretativo a quello funambolico (rischio drammatico che si corre eseguendo Liszt) anche a motivo del fatto che pur dotata di buona tecnica è obbligata comunque a non esagerare nell’aspetto più spettacolare, permettendosi quindi di concentrare la propria attenzione sul significato della musica che sta eseguendo.  Ne è la prova l’esecuzione di una sonata mozartiana moderata nei toni e nei tempi, con pochissimo pedale in perfetto stile del compositore austriaco e una interpretazione della complessa sonata di Liszt nella quale vengono messi in risalto più gli aspetti musicali che i passaggi di bravura (che ci sono e che sono risolti senza esagerare con un perfetto controllo della tastiera). Insomma non siamo di fronte al solito sfoggio di ottave a velocità supersonica bensì a una esecuzione matura e ragionata. Forse un po’ meno valida è stata l’esecuzione dello studio di esecuzione trascendentale “Harmonies du soir” del compositore ungherese dove le imperfezioni tecniche sono risaltate un po’ troppo. Comunque una giovane molto promettente che vorremmo potere risentire in un programma che comprendesse un panorama più vasto di compositori. Un solo bis. E la solita introduzione…

HappyHappy

PS La sala è stata infestata da imbecilli con il telefonino acceso. Ma se uno è interessato al telefonino perché viene in sala a disturbare il prossimo? Quando viene chiesto di spegnere il telefonino bisognerebbe precisare che questo indica che deve essere SPENTO, display incluso! Alla Philharmonie di Berlino e alla South Bank di Londra lo spettatore è invitato a uscire. Meditare, cari provincialotti bolognesi….
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Belcea, Lederlin, Lifits – Musica Insieme 25 Gennaio 2016

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Veramente un bel concerto! Pur essendo io contrario ai concerti “a geometria variabile”, ovvero con formazioni che cambiano nel corso della esibizione, debbo riconoscere ai tre artisti una capacità di affiatamento che raramente capita di incontrare. A partire dalla statuaria violinista Corina Belcea, che dà il nome al trio, dotata di bellissimo suono e di tecnica raffinata. Ma lo stesso non può che dirsi del violoncellista Antoine Lederlin e soprattutto del pianista Michail Lifits. Un programma variegato che, a ritroso nel tempo, ha presentato nell’ordine Kodaly (duo per violino e violoncello – di fatto una sonata in tre tempi), la giovanile sonata di Strauss per violino e pianoforte per terminare con il monumentale trio op. 97 di Beethoven, l”Arciduca”, certamente il clou della serata. Interessante Kodaly e altrettanto dicasi di uno Strauss giovanile, ancora non fatalmente wagneriano, fortemente influenzato dalla poetica brahmsiana. Quanto al trio beethoveniano ci troviamo in presenza di una composizione al limite del secondo periodo del compositore tedesco (da un punto di vista pianistico la cosiddetta “terza fase” inizia con l’op. 101) in cui la forma ancora largamente classica nella struttura interna dei tempi si scontra con una inversione del tempo cantabile con lo scherzo (cosa che ritroveremo nell’op.106 e nell’op. 110) e con un allargamento dello sviluppo con forti licenze – nel primo tempo –  rispetto alla classica impostazione della forma sonata. Un plauso incondizionato alla formazione che ha saputo rendere perfettamente gli stili delle tre composizioni concedendo un unico bis al termine di un concerto veramente impegnativo. Unica pecca la introduzione “musicologica” nella quale M.Beghelli ha confermato di essere il peggior relatore di MI, prolisso, aneddotico e con tanto di foglietto degli appunti come uno scolaretto impreparato per una conversazione da 12 minuti!
PS Questo post è dedicato a R.C. e G.E. secondo cui redigo solo recensioni negative…

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Operistica, Recensioni

Attila – Teatro comunale Bologna 23 Gennaio 2016

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Con buonissima pace dei lodevoli sforzi di alcuni direttori d’orchestra e musicologi bisogna avere il coraggio di dire che l’Attila del grande Giuseppe andrebbe riposta nel dimenticatoio musicale senza rimpianti. Perché questa operazione di archeologia melodrammatica sia stata concepita dal management del teatro comunale di Bologna può essere solo oggetto di congetture. Volontà di innovare/rinnovare? Basso costo realizzativo? Semplicemente un errore? Naturalmente la clacque opportunamente foraggiata (che pena questa abitudine così stupidamente provinciale!) ha tentato di scaldare l’atmosfera ma con risultati risibili soprattutto intervenendo chiaramente a comando, dal momento che al termine di alcune arie non si è mossa. L’opera è semplicemente scombiccherata, con un libretto che degli aspetti storici degli eventi del V secolo d.C. ha solo i nomi, con un gusto tutto ottocentesco del polpettone a fosche tinte in spregio a qualsiasi logica. A ciò si aggiunga una lingua da settimo grado spesso incomprensibile nel costrutto al limite della crittografia e nei vocaboli (conca=coppa, stranio=straniero e così via). E da dove arriva il dio Wodano? Una traduzione sciagurata di Wotan/Odino? Purtroppo mentre in altre opere verdiane la musica in qualche modo mitiga l’inaccettabile qualità del libretto qui sono evidenti tutti i limiti del primo Verdi con quelle ripetitive introduzioni alle arie contraddistinte dalle due note di valore metà in levare. Un Verdi immaturo, scontato o – più semplicemente – scadente. Un Verdi provinciale che pare essere scarsamente consapevole del contesto culturale che in quel tempo caratterizzava il mondo musicale europeo e persino italiano. Interessante comunque nella breve scena con Leone i chiari riferimenti musicali ai toni del commendatore nel finale del Don Giovanni. Perché comunque ripescare quest’opera – aspetti economici a parte – quando ad esempio da tempo immemore – solo per citare qualche esempio – mancano dal palcoscenico bolognese “I maestri cantori di Norimberga” wagneriani o l’ “Otello” verdiano? E se i problemi sono quelli di budget (certamente!) perché continuare con un’organizzazione autarchica anziché cercare di stringere accordi duraturi e strutturali con altri teatri (ad esempio il Regio di Torino e il teatro di Genova sufficientemente lontani per evitare di pestarsi i piedi)? Insomma soli e nudi alla meta con esiti facilmente immaginabili salvo poi richiedere il ripiano del deficit in nome di un astratto concetto di cultura, come richiesto dal sovrintendente Sani nell’ultima riunione in presenza del ministro Franceschini: non sarebbe meglio prendere il toro per le corna con azioni incisive e coraggiose senza nascondere scheletri nell’armadio (v. anche mio post relativo)? E magari con un sovrintendente che esercitasse il suo ruolo a tempo pieno senza altri incarichi come qualunque AD di una società, visti anche i suoi emolumenti? Ma torniamo al maledetto unno. Nella vicenda narrata Attila ha una grandiosità inaspettata, si potrebbe dire una nobile coerenza a fronte degli altri personaggi da operetta pronti a cambiare opinione e atteggiamento ogni tre battute. Nel contesto di un’opera scadente va in ogni modo sottolineata una realizzazione di qualità. In primo luogo la direzione di Mariotti, impeccabile sotto ogni profilo, che ha saputo trarre dall’orchestra del teatro il meglio che può offrire. Ottima anche la messa in scena sotto la regia di Abbado  con arredi e costumi senza tempo e luci fredde a sottolineare la vicenda cupa dell’opera. Nel cast va lodata l’interpretazione perfetta di Ildebrando D’Arcangelo nel ruolo di Attila (insufficientemente applaudita dal pubblico). Ottimo anche il soprano Maria José Siri specialmente nei toni flautati mentre mostra qualche limite nelle arie drammatiche. Il tenore Fabio Sartori  ha offerto una buona prova nei limiti di una voce di qualità non eccezionale. Molto bravi Gianluca Floris e Simone Piazzola rispettivamente nei panni di  Uldino ed Ezio e anche Antonio di Matteo nella breve parte di Leone.  Pubblico delle migliori occasioni bolognesi che ha tributato alla rappresentazione un buon successo. … e mira ed è mirata e in côr s’allegra…
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Interpreti
Attila
Ildebrando D’Arcangelo

 

Ezio
Simone Piazzola
Odabella
Maria Josè Siri
Foresto
Fabio Sartori
Uldino
Gianluca Floris
Leone
Antonio Di Matteo
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Daniele Abbado
Scene e luci
Gianni Carluccio
Costumi
Gianni Carluccio
Daniela Cernigliaro
Movimenti scenici
Simona Bucci
Regista collaboratore
Boris Stetka
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con Teatro Massimo di Palermo e Teatro La Fenice di Venezia

Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO

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Cameristica, Recensioni

Mikhail Pletnev – Società del Quartetto Milano 12 Gennaio 2016

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Il poliedrico pianista russo (che negli ultimi anni aveva un po’ abbandonato la tastiera per la bacchetta e anche per la composizione) ha eseguito un programma un po’ fuori dall’ordinario come contenuti, come ordine cronologico e come durata (quasi 100 minuti di musica con un lungo intervallo): un preludio e fuga di Bach trascritto da Liszt, due brani di Grieg (la sonata op. 7 e la ballata op.24) e a conclusione tre sonate di Mozart (K 311, K 457, K 533). Come unico bis il Liebestraum di Liszt. I due brani di Grieg sono stati ripescati dal dimenticatoio della storia musicale ma meritano di ritornarci al più presto. La sonata è opera giovanile del compositore norvegese e oltre ad essere sconclusionata nella forma ha un approccio tardoromantico assolutamente fuori dal contesto culturale contemporaneo. Forse un po’ più interessante è la ballata ma ci troviamo comunque in una zona che poco ha dire all’ascoltatore. Ovviamente agli antipodi la valutazione per i brani di Bach-Liszt e Mozart. Pletnev è interprete raffinato che nulla concede all’esibizionismo pur rimanendo in un alveo interpretativo di impostazione slava. Il suo Mozart è stilisticamente e tecnicamente perfetto e permette all’ascoltatore di cogliere tutte le sfumature che sono spesso trascurate da altri interpreti ad esempio sottolineando le pause del dettato musicale. Atteggiamento interpretativo diverso rispetto a quello di Schiff ascoltato la sera prima ma ugualmente rigoroso. Qui abbiamo un tocco di maggiore pathos seppure misurato nell’ambito di un perfetto rigore stilistico.  Forse il limite di Pletnev è la pressoché totale assenza di comunicativa verso il pubblico che però non ha mancato di tributargli applausi scroscianti.
http://www.quartettomilano.it/it/02322/324/mikhail-pletnev.html#sthash.mmcYbIwA.dpuf
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Conferenza Teatro comunale – Bologna 11 Gennaio 2016

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Avevo deciso di non recensire l’inutile passerella di questa mattina (“Ferrara connection” al completo..) con i vari attori (ad esclusione dell’assessore alla cultura del Comune di Bologna) che “dovrebbero” avere a cuore le sorti del teatro, ma di fronte al nulla (“aria fritta” in termini popolari) non posso esimermi dal proporre un breve post. Cominciamo col dire che evidentemente gli organizzatori non hanno idea di come si organizza una tavola rotonda. Il chairman deve preventivamente assegnare a ogni relatore un tempo preciso e tre minuti prima della scadenza lo avverte per fare rispettare i tempi. Niente di tutto questo. I relatori non hanno il dono della concisione e per esprimere semplici concetti impiegano minuti e minuti nella convinzione che più parlano più sono importanti e credibili. Fra le perle da non dimenticare un pellegrino che traduce il tedeschissimo nome di Richard Wagner in inglese (pronunciato “Riciard Wegner” sic).  Le posizioni sono semplici. Il sovrintendente Sani vorrebbe finanziamenti in nome solo della “cultura” (ma sul significato che gli attribuisce ci sono dubbi). Il sindaco, seppure ammantando di zucchero i concetti, dice con chiarezza che altri soldi non se ne vedranno (a parte la ristrutturazione della terrazza) e che gli organici debbono essere sfoltiti. Niente soldi ulteriori dalla regione. Le fondazioni esprimono supporto generico e nessuna promessa aggiuntiva. Franceschini parla per ultimo (e dico subito che per impegni pregressi non ho potuto ascoltarlo ma mi è stato riferito che di fatto ha esortato a contribuire precisando che nulla più arriverà dal governo). Il ministro è stato l’unico ad avere la buona educazione di alzarsi in piedi durante il suo discorso.  A parte quindi le solite, inutili, dichiarazioni di sostegno (a parole – a parte i pochi veri supporter come i Golinelli) impegni precisi nessuno. Ma come si può pretendere un incremento dei contributi a fronte di scheletrini nell’armadio, accuratamente nascosti, come:
1) Annunciato (o già deliberato?) aumento degli  emolumenti a sovrintendente e direttore generale in presenza di situazione economica disastrosa. In presenza di finanze disastrate i compensi si riducono se si vuole essere credibili!
2)  Lettera ricevuta in Ottobre per grave inadempienza del teatro rispetto agli obiettivi indispensabili per il suo futuro resa pubblica solo per l’intervento della FIALS
3) Rapporto fra orchestra filarmonica e orchestra del teatro e regole della filarmonica per quanto concerne il settore operistico (che è successo a Kyoto? Nessuna precisazione o spiegazione è giunta dal teatro)
4) Futuro del teatro Manzoni
5) Saldo dei debiti pregressi della società di gestione del teatro Manzoni: è stato effettuato? 
7) Riduzione dei costi degli abbonamenti persino per le “prime” (una scelta suicida) per le quali il pubblico avrebbe pagato il doppio senza battere ciglio pur di non rinunciare all’inevitabile, provincialissimo, presenzialismo. Si sa che il botteghino contribuisce solo in parte ai costi ma il segnale è semplicemente autolesionistico
Senza ulteriori commenti

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Cameristica, Recensioni

Andras Schiff – Serate musicali Milano 11 Gennaio 2016

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Il concerto inizia teoricamente alle 21. Alle 20.30 mi reco al conservatorio per scambiare la mia prenotazione (pagata) con il biglietto (cosa già di per sé ridicola). Trovo due code ciascuna di un centinaio di persone che hanno il mio stesso problema e che procedono a una lentezza biblica a causa di una disorganizzazione epocale. Risultato: il concerto comincia con oltre 30 minuti di ritardo dopo ripetute proteste del pubblico e con gli ultimi spettatori in coda fatti entrare senza controllo. Una vergogna assoluta. E non si capisce per quale motivo la prenotazione pagata recante il numero del posto e il codice a barre identificativo non possa essere il biglietto come avviene in tutti i paesi civili. Niente da fare: medioevo. Che dire di A.Schiff (che a causa del clima instaurato in Ungheria da Orbàn non suona più nel suo paese di origine)? Potrebbe essere il vero erede di A. Brendel ma forse gli manca quel tocco di aristocratica statura (non fisica!) del pianista austriaco naturalizzato inglese. Intelligente non solo nell’esecuzione ma anche nella scelta accuratissima dei programmi (meditate, meditate giovani leoni che eseguite scervellati programmi pot-pourri solo per puro esibizionismo!) ha una visione apollinea del pianoforte che rifugge da ogni esibizionismo evitando, schivando (se così si può dire) gli ostacoli tecnici che tanti affrontano come una belva da domare. Il programma della serata comprendeva la sonata K. 570 di Mozart, la sonata op. 110 di Beethoven, la sonata Hob XVI.51 di Haydn e la sonata D 959 di Schubert. Si tratta del secondo concerto dedicato dal pianista ungherese alle ultime sonate dei grandi compositori. Per Haydn e Beethoven Schiff ha utilizzato uno Steinway (Fabbrini) mentre per gli altri due compositori il più morbido Bösendorfer. Come è suo costume da lungo tempo non c’è stato alcun intervallo e come bis il pianista ungherese (che passa parecchio tempo in Toscana come un tempo fece Kempff a Positano) ha eseguito un improvviso di Schubert e il primo tempo della sonata “facile” di Mozart. Grandi esecuzioni nelle quali però non sono mancati alcuni aspetti manieristici innecessari. Nel primo tempo della sonata Beethoveniana, i gruppi di 4 biscrome dopo l’introduzione sono stati eseguiti con un accento marcato sulla prima nota di ogni gruppo che certamente non è indicato dal compositore di Bonn e che sono risultati musicalmente molto discutibili. L’adagio della stessa sonata è stato affrontato a un tempo eccessivo che ha tolto parecchio alla profonda mestizia del brano e la ripresa della fuga dopo il tema eseguito per moto contrario è stato affrontato a una lentezza esasperante salvo poi dare luogo a una accelerazione furiosa che francamente poco ha a che vedere con una fuga. Nel bis Mozartiano poi durante l’esecuzione del ritornello del primo tema ha introdotto abbellimenti che hanno lasciato il pubblico di stucco. Un grande successo comunque turbato solo al termine da un pubblico indisciplinato che, vista anche l’ora tarda dovuta alla disorganizzazione del management, ha iniziato a lasciare la sala al termine della sonata Schubertiana.
Al posto del pistolotto introduttivo: http://www.seratemusicali.it/files/Libretto-11.01.2016.pdf  (Gott sei Dank)

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Da Musica Insieme – Bologna 11 Gennaio 2016

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RIcevo e pubblico volentieri
Oggetto: R: Test gradimento introduzioni ai concerti

Gentilissimo Ingegnere,

innanzitutto, desidero ricambiare da parte mia e dello staff di Musica Insieme
gli auguri per un 2016 felice e pieno di soddisfazioni. La ringrazio per la dichiarata
intenzione di continuare ad essere dei nostri, e ne sono lieto.

Venendo al merito della sua comunicazione, non metterò certo in dubbio i risultati
della sua indagine, anche se mi conforta il fatto che il numero stesso degli interpellati
dal sondaggio, che immagino peraltro riferito a tutta la scena musicale bolognese e non
soltanto ai Concerti di Musica Insieme, è di per sé ampiamente inferiore al numero
dei soli nostri abbonati, appunto. Abbonati che, mi creda, in questi anni ci hanno
rivolto davvero centinaia di attestazioni di gradimento per le introduzioni ai concerti.

Al di là comunque dei numeri, carissimo Ingegnere, più importante della statistica ritengo
che debba essere l’intento e la visione strategica che ha spinto Musica Insieme a varare
questa iniziativa: sono convinto infatti che 6-8 minuti al massimo di introduzione al
concerto aiutino il pubblico ad accostarsi alla musica che seguirà.
Non dimentichiamo che la maggioranza dei nostri ascoltatori non possiede competenze
musicologiche specifiche, ed il suo approccio non è quello di un ‘tecnico’ o di un esperto,
di un recensore o di un artista, ma quello di chi desidera trarre un beneficio
ed un arricchimento sia dall’ascolto della musica che da un ampliamento delle
proprie cognizioni culturali, guidato in modo semplice e non accademico.
A questo proposito le pongo una domanda: se questo servizio che Musica Insieme
intende offrire all’ascoltatore è gradito da chi ne trae giovamento, perché deve tanto
dispiacere a chi non ne ha bisogno?

Naturalmente, chi vuole ed ha gli strumenti per farlo ha il totale diritto di replica,
ma mi lasci dire che se chi fa un mestiere come il mio dovesse tenere conto di tutte
le istanze, i suggerimenti, le sollecitazioni e le critiche, non potrebbe neppure
iniziare ad intraprenderlo, il proprio lavoro, né pensare di varare una qualsivoglia iniziativa
che abbia un carattere di originalità o novità rispetto al percorso già tracciato e prevedibile.
Non sarà mai possibile infatti accontentare tutti, ma è altresì un dovere professionale
quello di seguire le proprie convinzioni, convinzioni maturate con l’esperienza di decenni
e legate alla volontà di promuovere e diffondere la conoscenza della musica classica,
offrendo anche qualche scoperta (di artisti, di musiche) a chi vorrà essere aperto a
sperimentarla.
E di questo sono una concreta testimonianza i circa 300 abbonati di “Invito alla Musica”,
provenienti da tutto il territorio metropolitano: il 90% di essi non aveva mai, prima di
questa iniziativa, assistito a un concerto di musica da camera (per non dire
di classica tout court), ed ha perciò accolto con tanto più interesse e partecipazione
sinceri le brevi conversazioni introduttive, che preparano all’ascolto con un taglio
divulgativo e sintetico. Anche in questo caso, caro Ingegnere, se ormai 15 anni fa mi
fossi affidato ad una mera valutazione numerica non avrei mai varato neppure una rassegna
come “Invito alla Musica”, che a Musica Insieme è costata moltissimo impegno, ma che
oggi porta a concerto tanti nuovi appassionati.

Il fatto stesso poi, riconosciuto anche dal Dottor Taverna, che l’iniziativa di Musica
Insieme abbia dato origine a diverse imitazioni, mi fa pensare che forse non sia del tutto
sgradita. Venendo dunque all’intervento del citato Taverna (che peraltro
è stato da me invitato, e volentieri ha accettato di presentare in un paio di occasioni
i Concerti di Musica Insieme) e all’esempio della Società del Quartetto (con la quale
Musica Insieme intrattiene uno strettissimo rapporto di collaborazione e di stima
reciproca), sono convinto che ogni contributo illustrativo ex post sia meno efficace
di una breve prolusione verbale ‘dal vivo’. L’approfondimento, da consumarsi nei tempi
e nei modi in cui l’abbonato vorrà e potrà farlo, è da noi comunque garantito con la
spedizione (da ormai 25 anni e gratuitamente, tengo a precisarlo) del magazine
bimestrale “MI”, dove alla presentazione dei concerti si accompagnano note
discografiche e interviste agli interpreti, come lei saprà bene. Ma il momento
del concerto è diverso, e la distribuzione di programmi ‘musicologici’ all’ingresso
del pubblico in sala mi ha sempre trovato piuttosto freddo, perché come ben sappiamo
prima del concerto manca il tempo materiale per leggere attentamente,
e durante il concerto l’eventuale lettura distrarrebbe dall’ascolto, quello sì
– credo che in questo concordiamo totalmente – da assaporare senza distrazioni.

Tanto le dovevo, con immutata stima, un cordiale saluto a Lei,

Suo

Bruno Borsari
Fondazione Musica Insieme
Galleria Cavour, 2
40124 Bologna
Tel. 051-271932
Fax 051-279278
info@musicainsiemebologna.it
http://www.musicainsiemebologna.it

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Test di gradimento introduzioni ai concerti – Bologna 7 Gennaio 2016

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Raggiunti i 200 voti espressi riporto qui la lettera da me indirizzata a Musica Insieme.
Att.ne Dott. Borsari
Egregio Dottore,
ho voluto attendere di ricevere 200 voti per il sondaggio relativo al gradimento delle introduzioni ai concerti condotto nel mio blog per inviarLe i risultati. I numeri – come può vedere – sono inequivocabili e possono essere verificati individualmente: al termine di ogni “post” è presente un riquadro tramite il quale è possibile esprimere il proprio voto e verificare il risultato complessivo (ovviamente i voti ripetuti sono bloccati…). Il test rimarrà disponibile fino alla fine di Gennaio. Mi conforta in questa mia indagine – i cui risultati non fanno che confermare la sensazione personale che ho avuto modo più volte di comunicarLe – anche l’opinione espressa da Taverna il 27 Dicembre sul Corriere di Bologna (se non credete a me credete a questo “galantuomo” – dice Don Giovanni a Donna Elvira indicando Leporello che le sciorinerà il famoso catalogo!). Non mi illudo che tutto questo abbia l’effetto di porre termine a una prassi che io – come la maggioranza – considero un inutile orpello ma mi permetto di accluderLe un libretto di sala del Quartetto di Milano (ovviamente non inseribile nel presente post ma reperibile sul sito del Quartetto – http://quartettomilano.it/00646/DOCS/T-SdQ06_1516.pdf) che frequento molto spesso: lì l’introduzione musicologica prende una forma culturale fruibile anche dopo il concerto stesso a completamento di quest’ultimo. E con risultati di ben altro spessore. Le auguro un felice 2016 e mi avrà comunque Suo fedele, seppur critico, abbonato.
               Cordialmente
                                    G.Neri
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Introduzioni ai concerti – Risultati parziali dell’indagine – 22 Dicembre 2015

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Prima delle vacanze desidero presentare i risultati (ancora parziali) dell’indagine condotta sul gradimento delle introduzioni “musicologiche” (che spesso si riducono – salvo rarissimi casi – a puro gossip musicale o a narcisistico sfoggio di nozionismo: parlare in pubblico condensando in pochi minuti concetti significativi è un’arte che non si improvvisa…). I risultati (187 voti espressi – più del 77% contrari all’introduzione) mi paiono espliciti e in linea con la sensazione riscontrata nei colloqui personali. L’immagine, che è una fotografia del sito che gestisce l’indagine, non è particolarmente nitida ma “clikkando” su di essa comunque si ottiene l’immagine nitida. Non mi illudo che questo risultato porti a riflettere gli organizzatori dei concerti (sarebbe un segno insperato di sensibilità e certamente l’interesse personale autoreferenziale dei “relatori” non va trascurato) ma rende almeno giustizia all’opinione che ho avuto più volte occasione di esprimere. Naturalmente il sondaggio è ancora aperto e lo sarà fino alla fine di Gennaio (e permette ai partecipanti di verificare personalmente e in tempo reale all’atto del voto i risultati – ovviamente i voti ripetuti non sono permessi….). Buonissime feste a tutti:  Kurvenal tornerà dopo il 6 Gennaio.
Poll gradimento

 

                                                     

             Babbo natale

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Bologna Teatro Comunale 20 Dicembre 2015

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Le notizie “a spizzichi” riportate dai giornali locali sulla situazione del “nostro” teatro comunale sono vieppiù deprimenti e trovo irritante che la  “bacchettata”  inserita nell’ultima relazione semestrale del commissario governativo, datata sempre secondo i giornali  31 di Ottobre, sia stata portata conoscenza solo dalla FIALS (che ha dovuto richiederla espressamente a Roma!) e solo il 20 Dicembre. Nascondere la polvere sotto il letto è prassi da “birichini”… Facendo seguito alle considerazioni che ho espresso nel mio post del 13 Dicembre  (http://wp.me/p5m12m-L8) posso aggiungere due riflessioni. La prima è che mentre a mio parere è  del tutto lecito un compenso adeguato per i vertici del teatro (e quello riportato è in valore assoluto in linea con questo principio) è di converso del tutto inaccettabile che siano stati operati aumenti in presenza di bilanci pesantemente in rosso. Gli aumenti si deliberano quando i bilanci sono positivi come riconoscimento di una gestione efficiente e non come se essi fossero una variabile indipendente. E non dimentichiamo che vi sono altre realtà cittadine che pure in presenza di bilanci positivi hanno evitato aumenti e persino deliberato riduzioni per rispetto della situazione economica generale. E mentre non ho mai lesinato critiche a molti aspetti corporativi dell’orchestra (e ad anomalie come quella della filarmonica) non posso disconoscere che gli aumenti dei vertici suonano come una provocazione a fronte della riduzione dello stipendio degli orchestrali. E’ questo un segnale fortemente negativo (che si aggiunge a quello di una diminuzione indiscriminata dei prezzi) che non può che irritare gli ambiti ma per il momento freddi sponsors. Ancora una volta il consiglio di indirizzo, nominato con criteri assai discutibili, ha dato prova della sua totale inadeguatezza nel silenzio del presidente del teatro, il sindaco Merola. A ciò si aggiunga che in presenza di gravissime problematiche economiche l’ostinazione nel volere proporre “opere prime” (addirittura commissionate) appare del tutto insensato. E questo non può che essere il risultato dell’onda lunga del sodalizio con il fortunatamente defenestrato assessore Ronchi (musicalmente un perfetto incompetente – che però è stato il main sponsor di Sani e del CdI) che ai tempi dell’inqualificabile “Qui non c’è perché” asserì con bella improntitudine che per attirare più pubblico bisognava incrementare il numero di opere “moderne”. Peccato che il risultato corrispondente in materia sia una diminuzione del pubblico e un aumento dei costi. Ma – si sa – ammettere i propri errori è di pochi sparuti politici seri: gli altri contano sempre sul rapido oblio del popolo bue che però ha qualche eccezione…

SadSad

PS Ricordo che è in corso un sondaggio presso i miei lettori riguardo all’opportunità di fare precedere i concerti da una presentazione verbale: esprimere un voto è un aiuto a migliorarne la qualità.  
                                                   
PPS Le risposte sono anonime…. Molti lettori hanno espresso un voto “condizionato” nel senso che hanno votato si o no esprimendo però il desiderio di una risposta più articolata. Ne terrò conto e indirò un sondaggio più approfondito
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 NB: leggete anche i commenti ai posts selezionando il bottone “commenti” sulla sinistra del post. Talvolta sono persino più interessanti del post stesso!!! 
PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che inseriscono commenti  ai posts utilizzando l’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Operistica, Recensioni

Giovanna d’arco revisited – La Scala 18 Dicembre 2015

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Rispetto al commento a caldo (http://wp.me/p5m12m-KB) dopo la visione della “prima” in TV il giudizio complessivo non cambia. Vanno però sottolineati due aspetti (non individuabili in TV): le proiezioni animate iniziali sullo sfondo (molto bella quella che ricorda la battaglia di San Romano di Paolo Uccello) e alcune correzioni registiche delle posizioni e della gestualità degli interpreti. Significativo anche il miglioramento del baritono Devid Cecconi nel ruolo del padre nello scombiccherato libretto di Temistocle Solera. Per il resto confermo il mio giudizio sostanzialmente negativo, forse leggermente meno negativo della “prima”.

Sad

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Vi piacciono le presentazioni prima dei concerti? – Indagine – 17 Dicembre 2015

Il panorama concertistico bolognese è infestato da un virus che sembra non si riesca a estirpare: il pistolotto che precede i concerti. Roba che in qualunque sala seria (quartetto a Milano, salle Pleyel a Parigi, Wigmore hall a Londra, Philharmonie a Parigi, Herculessaal a Monaco, Musikverein a Vienna etc.) farebbe ridere facendo considerare Bologna alla stregua di Brisighella (senza offesa alla simpatica cittadina). Ma vorrei conoscere l’opinione dei miei stimati lettori. Per questo ho inserito un box nel quale potete indicare se condividete la mia opinione o meno. Sarebbe importante ricevere il maggior numero di risposte in modo da potere poi fare avere i risultati agli organizzatori.  Grazie anticipatamente

 PS Le risposte sono anonime….

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