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Lang Lang – Roma 21 Novembre 2014

Il pianismo cinese si sta sempre più prepotentemente affacciando sui palcoscenici internazionali: citiamo fra i più rappresentativi Yuja Wang, il vincitore dello Chopin 2005 Yundi e la giovane ma molto promettente Zhang Zuo. A questi si aggiunge ovviamente l’ormai famosissimo Lang Lang. Dotato di una felicissima mano rappresenta quello che oggi è lo star-system del concertismo, ove apparire conta quanto e più dell’essere (eseguire): l’attenzione del pubblico non deve essere (solo) catturata dall’esecuzione ma anche dall’aspetto (si pensi al caso emblematico di Katia Buniatishvili), dalla gestualità esasperata, dalle espressioni ispirate del volto spesso rivolto al cielo, dal look giovanilistico (camicia sbottonata sotto doppiopetto sportivo) etc. Sotto questo aspetto Lang Lang è il prodotto perfetto e ne sono la prova i cachet astronomici che spunta, che ridicolizzano quelli – ad esempio – del grandissimo Andras Schiiff.  Si noti anche la gestualità nel rapporto con il pubblico: non il ringraziamento ma la condiscendenza di chi elargisce graziosamente e per magnanimità il proprio talento come un imperatore roman0 ai ludi circensi. Purtroppo l’ aspetto artistico non è alla stessa altezza di quello spettacolare. Nel pianismo di Lang si percepisce costantemente la carenza di spessore, l’assenza di un’analisi approfondita, la ricerca di esteriorità a scapito della profondità. Ne è la prova provata l’esecuzione, nella prima parte del concerto, di tre sonate mozartiane. Ad esempio il terzo tempo della sonata  K.310  è stato reso  a mo’ di pianola meccanica, tralasciando tutto il patos che esprime (e la ricerca della velocità ad ogni costo ha portato anche a imperfezioni tecniche assolutamente evitabili). Nella seconda parte il pianista cinese ha eseguito le 4 famosissime ballate chopiniane che, soprattutto nell’ultima, esprimono tutto il mondo musicale del compositore di Zelazowa Wola. Composizioni estremamente impegnative anche sul piano tecnico (in particolare la seconda e la quarta). Qui le libertà interpetative arrivano a stravolgere l’impianto ritmico della partitura (si pensi alle frasi iniziali della prima ballata – dove Lang trasforma due crome in una croma puntata e una semicroma del tutto arbitrarie – e al finale trasformato in uno studio della “grande velocità” di Carl Czerny).  Discorso analogo per la seconda e terza ballata dove in molte parti la velocità nasconde totalmente il canto. Ma è nella quarta dove i limti sono emersi  drammaticamente. Qui il senso profondo del dolore del brano è sparito (a parte nella prima frase) a favore di “effetti speciali” di cui certamente non si sentiva il bisogno. Un’interpretazione insomma che si muove sulla superificie dei brani senza scavare a fondo nella loro essenza. Come bis il grande valzer brillante Chopiniano in versione provocatoria da baraccone e una mozartiana marcia turca “de paura”.  Un finalino degno del concerto. Peccato, veramente peccato. Sia chiaro: Lang Lang, un pianista così dotato, a buona ragione potrebbe (condizionale d’obbligo) inserirsi nell’élite del pianismo mondiale ( NON ai primissimi posti)  se facesse una riflessione approfondita sul suo pianismo e compisse un percorso di maturazione che è certamente alla sua portata (come altri hanno fatto: Kissin, Volodos etc.). Ma forse è tardi, in questo non aiutato dal troppo facile, “cheap” successo. Inutile dire che il pubblico romano  (di bocca assai buona) presente nella sala gremita ha tributato un acritico successo strepitoso al concerto: se ne poteva dubitare?

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PS Che pena il pubblico “de noantri” che non sa che una sonata non si compone di un solo brano e applaude a sproposito dopo il primo tempo quasi a liberarsi di una fastidiosa prurigine che affligga la maggioranza degli spettatori. L’applauso diventa così un rito liberatorio (si pensi ai ridicoli applausi a mani alzate!) e un goffo tentativo di mascherare la propria ignoranza, non l’espressione del consenso. E’ stata anche violata anche la prassi presente in tutte le sale da concerto serie nelle quali non si applaude durante un ciclo (il caso delle ballate). “Ma ça va sans dire..“.

 

 

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Bayerische Staatsoper Streichquartett con P.P. Maurizzi- 19 Novembre 2014

 La stagione del “Nuovo e l’antico” del Bologna Festival si è chiusa con un concerto non esaltante. Ho già avuto modo di esprimere in altri posts  la ragione della mia avversione ai concerti “in formazione variabile” come quello in questione. Mentre è comprensibile che in un concerto che comprende il quintetto di Brahms op. 34 con pianoforte possa essere difficile (ma non impossibile) trovare due quintetti con la stessa formazione è più difficilmente digeribile una struttura con molteplici variazioni. Nel caso in questione probabilmente la scelta è stata dettata dalla necessità di inserire comunque un brano di autore polacco (Lutosławski) in ossequio al tema portante della rassegna. Il concerto si è infatti aperto con un brevissimo brano  di poco significato dell’autore in questione per violoncello e pianoforte seguito poi dal quartetto “Rosamunde” di Schubert. E’ questo quartetto un brano non di primo piano del compositore viennese nell’esecuzione del quale la compagine bavarese ha mostrato tutti i suoi limiti. Quattro bravi strumentisti d’orchestra non sono sufficienti a fare un quartetto che richiede un’amalgama di suono e di interpretazione che solo una lunga esperienza comune e una predisposizione quartettistica può garantire. Il risultato è stato un’esecuzione (non priva di problemi tecnici) scialba e per molti versi monotona. Un discorso simile ma ancor più accentuato vale per il celeberrimo, frequentatissimo quintetto di Brahms, del quale esistono famose interpretazioni (solo per citarne una, quella del quartetto italiano con Maurizio Pollini) il  confronto con le quali è certamente molto impegnativo.  Il quintetto potrebbe essere considerato come un concerto per piano e quartetto ma qui si sono avute cinque individualità non eccelse (con alcune evidenti imprecisioni del piano – il quintetto, come ogni composizione del compositore amburghese, è tecnicamente molto impegnativo) che hanno denunciato in modo palese la mancanza di qualità individuali ma soprattutto la mancanza di esperienza comune e di comune interpretazione. Il risultato è facilmente intuibile, al quale ha contribuito ancora una volta l’acustica dell’oratorio e la disposizione (per molti aspetti obbligata date le ridotte dimensioni del palcoscenico) del piano, nascosto visivamente e acusticamente dal quartetto.  La solita noiosa e innecessaria introduzione.

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PS Non sono certamente un fan di Grillo ma la lettura delle cronache bolognesi del Corriere e della Repubblica è certamente una prova della loro partigianeria e mancanza di indipendenza. Due esempi: dopo la lettera sul conflitto di interessi  presente nel CdA del teatro comunale non una lettera di sostegno alla posizione in materia (e ben so che ne sono state inviate!) è stata pubblicata mentre non sono mancate le lettere dei soliti interessati (e spesso incompetenti) corifei che negano una realtà sotto gli occhi di tutti. Con tanti saluti al dibattito. Ancora: non una riga è stata dedicata al concerto della scorsa settimana di Paolo Restani, un pianista di fama internazionale nonostante i suoi problemi attuali, mentre è stata pubblicata una foto con relativo pistolotto per P.P. Maurizzi. Si parva licet componere magnis…(Virgilio, Georgiche, IV, 176)

 

 

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Nuovo sito del blog

Benvenuti al nuovo sito di Kurvenal (https://kurvenal.wordpress.com). La migrazione si è resa necessaria per migliorare la qualità della presentazione del blog. Vi prego di notare che in basso a destra del post vi è un tag  “iscriviti”  che a differenza del sito precedente garantisce la ricezione di un messaggio e-mail ogni volta che un nuovo post è stato pubblicato. Nel caso non dovesse apparire (il comportamento dei  browsers è spesso casuale)   “clikkate” sulle tre sbarrette in alto in centro

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Conflitto di interessi al teatro comunale di Bologna – 15 Novembre 2014






Oportet ut scandala eveniant ((Matteo, XVIII, 7). Non sono stato quasi mai d’accordo con le posizioni corporative dei sindacati del teatro comunale di Bologna ma (finalmente!) anche loro si sono accorti che nel CdA del teatro da lungo tempo (dal tempo delle nomine della Cancellieri) vi è un patente, oggettivo conflitto di interessi che tutti – per motivi non nobili — hanno voluto non vedere (e ciò vale soprattutto per l’amministrazione comunale più volte richiamata – anche dal sottoscritto – in materia). Sedere nel CdA del comunale e in quello del Bologna Festival dà luogo comunque a un’anomalia che va al di là della buona volontà degli interessati che certamente pensano (forse) di agire nella migliore buona fede e che sono gli stessi poi che a livello nazionale stigmatizzavano il doppio ruolo di Berlusconi (vizi privati e pubbliche virtù). Eppure gli effetti perversi di questa situazione sono sotto gli occhi di tutti, anche se opportunamente nascosti. Quante manifestazioni sono state spostate al Manzoni che avrebbero potuto essere tenute al teatro comunale nonostante che la gestione amministrativa del Manzoni sia ben lontana dall’ottimale? E questo in base a quale logica, nonostante i dipendenti del teatro siano pagati per 365 giorni all’anno? E che cosa sta succedendo per quanto riguarda il nuovo statuto e il nuovo eligendo consiglio di indirizzo? Perché il teatro è buon ultimo nel panorama delle fondazioni importanti nel sottoporre a Roma il nuovo testo? Naturalmente simul stabunt simul cadent ed ecco quindi la difesa d’ufficio dell’assessore Ronchi, lo stesso che sta cercando di farsi nominare rappresentante del sindaco nel consiglio di indirizzo in spregio alla sacrosanta e conclamata posizione dell’amministrazione riguardo alla non ingerenza della politica. Questo episodio che ha svegliato per una volta i sindacati dalla sterile e corporativa difesa dei loro piccoli interessi purtroppo è destinato a non lasciare traccia e naturalmente siamo tutti in attesa di una difesa d’ufficio del CdA i cui membri in scadenza paiono solo interessati a rientrare dalla finestra del consiglio di indirizzo. Per non citare i corifei ben orchestrati della stampa come si evince dall’articolo comparso sul Corriere di Bologna in cui (sic) persino si rimpiange la mancata costruzione dell’auditorium senza minimamente pensare ai costi, alla gestione e al potenziale pubblico di una città di 350.000 abitanti! Naturalmente svuotando ulteriormente il meraviglioso teatro del Bibiena, cenerentola musicale di Bologna, finendo per trasformarlo solo in una meta di visite turistiche. E per carità di teatro non cito la modalità con cui viene scelto il nuovo sovrintendente: nessuna gara, nessuna valutazione dell’operato ma solo una acritica e corporativa cooptazione (come va a proposito la campagna abbonamenti? come mai si trovano sempre i biglietti all’ultimo momento e la platea e i palchi denunciano un vuoto in costante aumento?). Piangere per il disinteresse dei potenziali sponsors è inutile se la gestione rimane quella fallimentare attuale (come è probabile vista la continuità dei personaggi che ne fanno parte). Ma la mia è vox clamantis in deserto…
 (Giovanni Neri – potete seguirmi anche su Facebook) (https://www.facebook.com/giovanni.neri.1614?ref=br_rs&fref=browse_search )

  

                                                                                                                                                              

    

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Dindo orchestra giovanile italiana – 10 Novembre 2014


Non c’è alcun dubbio che oggi Enrico Dindo sia uno dei massimi violoncellisti del nostro tempo. Lo ha dimostrato anche nel concerto tenuto per Musica Insieme dove ha reso il da lui amatissimo concerto di Šostakovič  con cui ha fra l’altro vinto il Ciaikowsky del … in modo mirabile, assecondato in questo in modo perfetto dall’ orchestra giovanile di Fiesole. Non altrettanto bene si può dire del Dindo direttore fatto evidenziato nel caso in questione dallla complessa quarta sinfonia di Brahms. Qui si sono avuti difetti di impasto sonoro, eccessive sonorità (anche nel caso di accompagnamenti) degli ottoni e in generale una gestualità del direttore che in modo non efficace ha condotto l’orchestra, quasi ne fosse parte come strumentista, segnalando appunto uno dei tipici difetti di cui i grandi interpreti soffrono quando vogliono transitare in un campo che non è loro congeniale.  Purtroppo pochi resistono a questa tentazione (fra questi citiamo Pollini dopo l’infelice esordio con “La donna del lago” di Rossini, Schiff, Brendel etc.) anche dettata da ragioni utilitaristiche che nulla hanno a che fare con una impostazione artistica.  Una serata quindi a due facce (forse tre se si considera anche il bis Bachiano di qualità oggettivamente non eccelsa a causa di eccessive libertà ritmiche) che ci fa sperare di riascoltare il grande violoncellista in una recital, come già avvenuto qualche anno fa.

 

 

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Rodolfo Leone – 6 Novembre 2014



Che il giovane pianista Rodolfo Leone (classe 1991) abbia vinto  il secondo premio al Busoni 2013 e non il primo (non aggiudicato) appare del tutto giustificato. Il pianismo di Leone è di ottima qualità ma non eccelsa (almeno finora). Nel concerto tenuto presso l’accademia filarmonica di Bologna ha spaziato dalla fine ‘700 (Haydn – variazioni in fa minore) fino al primo ‘900 (Ravel – Gaspard de la nuit) passando per Beethoven (op. 101) e Debussy (Images primo libro). Dotato di una solida tecnica (messa a dura prova nel difficilissimo brano di Ravel) è risultato non esaltante nell’aspetto interpretativo, per un tocco piuttosto secco e la carenza di piani soprattutto nella partitura di Debussy. Volendo utilizzare una perifrasi si potrebbe affermare che il pianismo è di Leone è piuttosto “teutonico” nel senso di una robustezza che sconfina talvolta nella inespressività.  Le variazioni di Haydn sono state eseguite “con cautela” con un approccio quasi timoroso forse in parte legato al timore dell’audience. Nella sonata op. 101 è mancata l’espressività insita soprattutto nelle prime frasi di apertura e le images di Debussy hanno staccato un tempo troppo lento nel primo movimento: l’intero brano è risultato carente di quelle sonorità liquide che sono la cifra caratteristica del compositore francese. Ovviamente le capacità tecniche sono state esaltate dal brano di Ravel nel quale però l’aspetto virtuosistico ha preso il sopravvento rispetto alle sfumature che pure ci sono, persino nel finale di Scarbo. A parziale discolpa delle carenze sottolineate va ricordato che il piano dell’accademia (tre quarti di coda) è tutt’altro che eccezionale (anche per un ben noto problema di scappamenti) e che la sala non sempre offre quella acustica che sarebbe auspicabile. Leone è un pianista dotato e certamente di ottima qualità che ha ampio spazio di miglioramento davanti a sé e che vorremmo riascoltare fra qualche anno in un contesto più favorevole.

 
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Faes Klisowska – 5 Novembre 2014


Una serata dedicata ancora una volta ai tre compositori polacchi più importanti: Szimanowky, Lutoslawsky,  Chopin con l’aggiunta di compositore quasi sconosciuto……. del quale sono stati presentati di “vocalises”. Di Chopin sono stati eseguiti (solo purtroppo) due Lieder op. 74, composizioni dell’ultimissima parte della vita del compositore di Żelazowa Wola quasi sempre dimenticate dalle Liederabende  nonostante che – seppure chiaramente legate al crepuscolo compositivo – gettino un’interessante luce su un protagonista della vita musicale dell’800 che, abbandonata la dimensione eroica che tanti suoi brani sottende, ritorna alla sua matrice culturale polacca, quasi come una sorta di ritorno in patria prima dell’ultimo viaggio. Composizioni minori su testi francamente di infimo livello ma non meno interessanti, almeno dal punto di vista storico. Quanto a Szimanowsky e Lutoslawky i Lieder eseguiti hanno completato la presentazione del quadro compositivo che ha fatto da cornice a questa ultima serie dei concerti di musica insieme: brani interessanti ma non eccezionali che eseguiti unitamente alle composizioni chopiniane indicano con chiarezza la comune matrice culturale e i legami di discendenza che li uniscono, Due parole sugli esecutori. Ho già avuto modo di esprimere il mio dissenso per in concerti “misti” ovvero quelli nei quali la formazione sul palco si modifica (ovviamente non è il caso dei quartetti e dei quintetti) affidando a uno strumento considerato meno importante una sorta di “contentino” di cui non si sente assolutamente il bisogno.  Qui il pianista Filippo Faes ha eseguito 6 mazurke di Szimanowsky con una certa maestria che ne ha reso appieno il significato musicale. Una prestazione invece diseguale della soprano polacca Joanna Klisowska che mentre ha potuto pronunciare con perfetto accento le poesie dei di tutti gli autori in programma, ha esibito un ottimo registro intermedio e acuto ma anche una non secondaria afonia nel registro basso. Che cosa c’entri con il repertorio polacco il Lied “Röslein” di Schubert eseguito come bis è poi un mistero. Non era possibile e molto più significativo eseguire un altro Lied di Chopin? Un concerto interessante, non esaltante.

 
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Kathia Buniatishvili – Milano Quartetto 4 Novembre 2014


Il pianismo di Kathia Buniatishvili può essere unicamente definito come muscolare. Dotata di una tecnica poderosa la giovane (27 anni) pianista georgiana affronta ogni partitura come una sorta di guerra nella quale ”non fare prigionieri”. Lo scopo delle sue interpretazioni è quello di impressionare la parte del pubblico non particolarmente sofisticata con effetti speciali: i “piani” sono pianissimi e lentissimi, i “forti” sempre fortissimi e velocissimi nella completa assenza di tonalità e velocità intermedie. Ogni “piano” è assimilabile (parafrasando il protagonista del “giovane favoloso”) a una sorta di “quiete prima della tempesta” ovvero come un trampolino di lancio per scatenare tutta la potenza di fuoco che la sua dotatissima mano ha a disposizione. Nella Buniatishvili la tecnica non è a supporto della interpretazione ma viceversa: tutto è proteso al raggiungimento superficiale della massima velocità a totale discapito di qualunque ricerca del significato profondo dei brani eseguiti. Ciò è risultato in modo esemplare nell’esecuzione del secondo Scherzo di Chopin in sib minore op. 31 che deve avere risuscitato il grande Arturo per una doverosa vendetta. Il tempo staccato ha trasformato il brano in un valzerino eseguito da una pianola meccanica lanciata a folle velocità senza alcun riguardo allo spirito profondo delle composizione e alla sua articolazione bipartita. Una valutazione analoga vale per “La valse” di Ravel che messa al bando la sottile ironia che pervade la composizione (e tutte quelle sfumature musicali che caratterizzano tutta l’opera del compositore francese) è stata trasformata in una fragorosa e rumorosa esplosione paragonabile solo al ciclone Kathrina. Persino Petrushka di Stravinskij è apparso parzialmente irriconoscibile, soprattutto nella seconda parte nella quale il carattere scherzoso richiederebbe una sensibilità musicale di cui non si è avuta traccia. Forse l’unico brano “sufficiente” è stato i “Quadri di una esposizione” di Musorgskij almeno in alcune delle sezioni e naturalmente ben sapendo che in “Bydlo”, nella “Capanna di Baba Jaga” e nel finale il volume e la velocità esecutiva hanno avuto la meglio su ogni possibile sfumatura. La Buniatishvili pur nella giovane età si confronta con grande svantaggio con altri giovani coevi (Blechaz, Wang, Yundi etc.) che posseggono una ben differente levatura musicale: si può solo auspicare che la naturale maturazione legata all’età abbia ragione del glamour (cifra totalizzante della georgiana attestato financo dallo scollatissimo e fasciatissimo “lamé” che ha messo in eccessivo risalto le sue forme generose) e che una mano così felice venga messa al servizio dell’interpretazione. Ma questo richiederebbe umiltà e studio…
 
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Harrel Rachlin Zuo – 20 Ottobre 2014



Preceduto dalla sempre felice introduzione di Maria Chiara Mazzi (forse con un abuso della parola miracolo ma comunque di ben altra levatura rispetto ai frequenti soporiferi esegeti improvvisati) il trio ha eseguito due delle pagine più note della produzione cameristica per trio dell’800. Al di là della bellezza delle due composizioni (veramente significativa l’impostazione del trio giovanile Brahmsiamo in cui si ritrovano tutte le soluzioni armoniche e strutturali –ad esempio il trio prima dell’adagio come nell’op.106 di Beethoven, nella sonata op. 58 di Chopin etc.- che caratterizzano l’opera del compositore amburghese) il trio ha messo in luce alcune eccellenze individuali ma appare ancora non sufficientemente rodato quanto a impasto sonoro e a fusione degli esecutori. Mentre purtroppo il tempo segna in modo inaspettato la tecnica di Harrell che ricordiamo come grandissimo esecutore anche di impervi spartiti e che nell’esecuzione della scorsa serata ha non infrequentemente mostrato segni di intonazione incerta, il violino di Rachlin appare non assumere quel ruolo di concertatore che le composizioni cameristiche con archi richiedono. Esibisce una buona qualità tecnica e un fraseggio anche raffinato (quando non sterile) ma non lascia quell’impronta nell’ambito della compagine che gli sarebbe congeniale e la cui assenza si fa spesso sentire anche troppo.  Talché è il pianismo di Zhang Zuo che svetta trasformando il trio in una sorta di concerto per piano ed archi. Veramente bravissima la cinese, dotata di tecnica raffinata e brillante, fraseggio ampio ed espressivo e soprattutto di quella freschezza che caratterizza (non spesso purtroppo) i giovani più bravi esecutori. Un plauso quindi senza compromessi e un plauso anche alla sua gioia di suonare, dimostrato dal sorriso e dalla felicità per trovarsi fra esecutori così titolati e noti.  Suonare – come dimostrato dalla Zuo – NON è un mestiere ma un piacere (vero cari professori d’orchestra che tirano l’arco svogliatamente, che sindacalmente interrompono senza preavviso e flessibilità da impiegati dalle mezze maniche le prove per pause sindacali mandando in bestia i direttori etc. !) una gioia che si materializza non solo nell’esecuzione finale ma anche nelle prove e financo nella ripetizione continuativa – con sofferenza di eventuali vicini – di passaggi difficili fino al risultato desiderato. E’ così che vorremmo vedere tutti i giovani che affrontano il pubblico. Una serata quindi interessante anche se non eccezionale, anche forse per un periodo di rodaggio necessario all’ensemble che proprio per la sua recente costituzione ha ripetuto come bis lo scherzo del trio brahmsiano pur avendo in repertorio anche l’”Arciduca” di Beethoven
 
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La stagione armonica – 9 Ottobre 2014



Un piccolo gioiellino, il concerto tenuto presso l’oratorio San Filippo Neri: 9 responsori probabilmente di Alessandro Scarlatti (ma l’attribuzione di tutti i brani è incerta) per coro a 12 voci recuperati da un manoscritto dell’Accademia Filarmonica di Bologna, inframmezzati di brevi brani organistici settecenteschi eseguiti su un piccolo positivo, utili anche per fornire ai coristi l’intonazione iniziale del brano seguente. Programma estremamente specialistico ma eseguito in modo prezioso con perfetta intonazione e coloritura e accuratamente dosato per evitare un overload del pubblico che con i suoi applausi ha dimostrato il proprio gradimento. Un’ulteriore nota positiva: le breve presentazione prima del concerto è stata questa volta tenuta dal direttore S.Balestracci che in modo chiaro e conciso ha ricordato la difficoltà filologica presentata dai brani eseguiti, una spiegazione interessante e necessaria per la comprensione dell’impostazione del concerto. Non i soliti pistolotti improvvisati, sbrodolati e innecessari….
 
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Guillaume Tell – 8 Ottobre 2014



Un pugno chiuso stilizzato su sfondo rosso nel sipario dell’opera in periodo di polemiche sull’art.18 è certamente una curiosa coincidenza.
 

In realtà l’opera non riguarda certamente problematiche di conflitto sociale fra classi (antipodali rispetto alla sensibilità reazionaria di Rossini) ma si incentra sulla nascita del nazionalismo elvetico attraverso la storia del probabilmente mai esistito mitico eroe Wilhelm Tell che non poteva non suscitare l’interesse del romantico Schiller dalla cui tragedia è in parte derivato il libretto. Libretto che – va subito detto – è particolarmente “improbabile” (hai mai visto che la figlia di un despota si innamori di un povero soldato che la salva da una valanga?) e diseguale, e che curiosamente destò l’interesse di Rossini, alfiere della restaurazione postbonapartista (v. la celebrazione dell’incoronazione di Carlo X nel Viaggio a Reims) dalla quale fu generosamente remunerato, facendone un ricchissimo compositore. Il Guillaume Tell (ultimo parto del compositore pesarese) è un’opera di lunghezza inconsueta (quasi 5 ore inclusive di 55 minuti di intervalli) ma che – come sottolineò correttamente Berlioz – non mantiene costantemente un livello elevato, con alcune parti oggettivamente un po’ di maniera. Mi riferisco in particolare alla lunghezza dei cori a scapito delle pochissime anche se bellissime “arie” e al lunghissimo intermezzo del terzo atto risolto dal regista con un balletto in costume elvetico che alla fine è risultato piuttosto noioso e prolisso quando non un po’ coarse. E veniamo quindi alla regia e alla sceneggiatura. Un eroe romantico di una società pastorale in un contesto fin-de-siècle (con guardaroba delle signore anni ’20 – mancava solo il Charleston) è quantomeno singolare e da questo nasce un disallineamento della produzione che incide molto negativamente sul giudizio finale. Forconi e balestre contro lunghi bocchini, vestiti di paillettes e divise asburgiche di Cecco Beppe il tutto condito con cinepresa e regista sono di difficile digestione. Un’opera così complessa come il Tell, per evitare che il pubblico ceda prima della fine (come è successo alla prima), richiede ben altro, una finesse registica e una capacità di ricreazione dell’ambiente in cui si svolge di differente calibro. Sia chiaro: Guillaume Tell è opera difficilissima da mettere in scena (e questo è uno dei motivi della sua rara esecuzione) e personalmente non ho nulla contro la rivisitazione in epoche diverse di un’azione scenica (una prassi sempre più in voga come esorcismo contro la ripetitività e anche perché stimola la discussione che – come noto – è importante per il regista indipendentemente dal giudizio) ma tutto questo, proprio per la sua difficoltà, richiede quantomeno coerenza di stile e grande inventiva altrimenti si scade nel polpettone e quindi nella noia. Ci sono altri episodi scenici nel Tell del Comunale di Bologna  inverosimili: i poveri cavalli dell’inizio del secondo atto (molto bella la scena iniziale) vengono rovesciati a gambe all’aria dai valligiani (con orrore degli animalisti) ed è necessario leggere le note del programma di sala per capire che in realtà le povere bestie ammucchiate rappresentano le barricate! Molto positiva invece la prova del direttore Mariotti che ha diretto con piglio sicuro evitando gli eccessi che talvolta si ascoltano nei “crescendi” rossiniani e nelle parti che coinvolgono il basso-tuba. Una direzione senza sbavature che ha valorizzato al massimo lo spartito rossiniano (ad esempio nell’ouverture) sostenuta da una clacque che forse otterrebbe un maggiore effetto se fosse meno smaccata. Quanto al cast sopra tutti il soprano Yolanda Auyanet nella parte di Mathilde, dotata di una bella voce, grande intonazione solo talvolta a disagio nei passaggi di agilità.  Bene anche i due protagonisti maschili (Carlos Alvarez come Guillaume Tell  e Michael Spyres come Arnold vestito da doganiere, anche se quest’ultimo nella sua ultima aria ha avuto un problema nell’acuto finale, peraltro non notato da un pubblico ansioso di applaudire ad ogni costo – ma dove sono finiti i feroci loggionisti di un tempo?). Un successo complessivo incontrastato tributato dagli spettatori che hanno avuto la pazienza di resistere fino alla fine: forse – ancora una volta – godranno maggiormente dell’opera gli spettatori delle repliche, dal momento che queste ultime si avvantaggiano del rodaggio e degli aggiustamenti che automaticamente esse portano con sé.
 
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Statuto del teatro Comunale – 8 Ottobre 2014



Un breve, amaro commento alle notizie apparse sui giornali locali: il CdA del teatro comunale di Bologna ha ancora una volta ritardato l’ormai fuori tempo massimo approvazione del nuovo statuto, sulla base di ridicole ragioni. Inutile ricordare che Milano e Torino, solo per fare un esempio, hanno già da tempo approvato il nuovo statuto senza troppi pretestuosi cavilli. Ma quelli sono teatri seri, con un CdA serio. Qui no, e la ragione è che l’assessore Ronchi vuole fare il delegato del sindaco – delegato previsto come opzione dalla legge Bray – anche se per la legge Veltroni non potrebbe avendo già una carica pubblica. Ma si sa: le leggi in Italia non sono degli obblighi ma solo dei suggerimenti (come i semafori a Napoli!).  Non gli basta il ruolo di assessore, vuole anche mettere le mani sul teatro in coppia con Sani (Dio li fa poi li accompagna) con esiti del tutto prevedibili. E altrettanto ridicole sono le dichiarazioni dei suoi supporters in CdA (interessati ovviamente a fare parte del nuovo consiglio di indirizzo- bisogna che tutto si modifichi perché nulla cambi affermava il conte di Salina!) secondo le quali non deve essere delegato del sindaco un esponente della società civile in quanto “non dotato di peso politico”, proprio il contrario della legge Bray che invece prevede la figura del delegato come esperto slegato dalla partitocrazia. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. E il sindaco Merola, attuale presidente del CdA non ha nulla da dire in materia?  

 

 
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Stagione operistica del teatro Comunale 2015


Preceduta da una conferenza stampa trionfalistica con un sovrintendente in uscita e uno “in pectore” entrante, è stata presentata la stagione operistica 2015 del tetro comunale. Un’apertura – “Il ballo in maschera” – di repertorio seguito da “Madama Butterfly” (ancora repertorio) per arrivare a una benvenuta new entry – la  “Jenufa” di Janaček – seguita da “Macbeth” di Verdi, da “Elektra” di Strauss (arduo confronto con la strepitosa edizione scaligera di questo anno) passando ler “L’elisir d’amore” e “Il flauto magico”.  Temutissima l’opera commissionata a Solbiati “Il suono giallo” che gli spettatori si augurano non ripeta la catastrofe del “Qui non c’è perché” della corrente stagione.  Completano il cartellone il balletto sulla “Sagra della primavera” di Stravinsky e il classico “Romeo e Giulietta” di Prokoviev.. Interessante la collaborazione con l’Arena del Sole anche se ancora una volta ci si chiedere perché sia necessario ricorrere ad altri teatri quando il comunale rimane chiuso per la maggioranza delle serate. Fra le ultime giustificazioni (oltre a quella classica del numero di posti disponibili) ci sarebbe quella che per i concerti sarebbe difficile smontare le sceneggiature delle opere. E nel passato perché era possibile? E perché la cosa è possibile – ad esempio – alla Scala dove si allestiscono sceneggiature gigantesche come quella de “Les Troyens” di Berlioz? Forse sarebbe meglio affrontare in modo serio le ragioni inconfessate alla base di queste scelte sventurate alle quali non si vuole dare rimedio. Quanto alla qualità del cartellone, al di là dei titoli (non entusiasmanti) molto si spera dalla direzione di Mariotti mentre i cast dei cantanti sono certamente non stellari. Un cartellone che riflette le difficoltà finanziarie e organizzative del teatro e che sarà interessante verificare con la campagna abbonamenti (un plauso all’abbonamento ridotto per i giovani anche se potrebbe suonare come un’ancora di salvataggio contro il paventato parziale svuotamento del teatro).  Wait and see…
 
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Ensemble del conservatorio Boito – 3 Ottobre 2014


Appuntamento ormai costante del Bologna Festival anche quest’anno l’Ensemble da Camera del conservatorio Boito di Parma ha offerto un concerto più interessante per il programma che per l’esecuzione anche se lodevole è l’impegno dei giovani esecutori guidati P. Maurizzi.  Dopo un’esecuzione del “Prelude a l’après midi d’un faune” di Debussy trascritta dall’autore per orchestra da camera con pianoforte, decisamente troppo lenta, molto interessanti sono stati le spiritose canzoncine per bambini di Lutoslawski,  seguite da un Lied di A.Caprioli (compositore bolognese che giocava in casa) per voce e orchestra da camera su testo di Leopardi. Valutare questo Lied è certamente “impegnativo”: si trovano forti reminiscenze del “Pierrot lunaire” di Schönberg ma risulta del tutto incomprensibile il testo (di importanza non secondaria) nonostante i lodevoli sforzi del soprano Džezana Mustafič. Un Lied che paradossalmente potrebbe ricordare il “recitar cantando” seicentesco ove testo e musica non hanno una diretta correlazione come prima della riforma di Gluck.  Dopo una buona esecuzione dei tre poemi di Mallarmé di Ravel (chi scrive deve ammettere che soprattutto il terzo è sostanzialmente incomprensibile – mea culpa, ovviamente) sono stati eseguiti i bellissimi Mithes di Szymanowski nella felice trascrizione per violino solista e orchestra da camera di A. Caprioli. Come bis il celebre Lied “Morgen” di R. Strauss in una inedita versione per voce, orchestra da camera e violino solista. Un concerto di media qualità che ha però permesso di ascoltare brani dei compositori polacchi praticamente sempre esclusi dal repertorio dei complessi italiani. Per quanto concerne il soprano Džezana Mustafič va soprattutto lodata la sua versatilità (ha eseguito senza spartito Ravel e Lutoslawski e utilizzato tre lingue diverse) anche se l’orribile acustica dell’Oratorio S. Filippo Neri (ma il restauro ne prevedeva l’uso come sala da concerto? Se si, perché non sono stati predisposti almeno pannelli rimuovibili antiriverbero?) non ha permesso di valutarne appieno le doti: una voce certamente intonata ma risultata piccina nell’ambiente esecutivo. Un plauso senza condizioni va invece alla giovane violinista Emma Parmigiani che ha eseguito senza incertezze la difficile parte solistica del brano di Szymanowski calibrandone perfettamente le sonorità: una felice scoperta che speriamo di riascoltare in un concerto solistico che certamente merita. Una nota di protesta invece per l’ormai temuta ma inevitabile introduzione al concerto cui gli spettatori sono condannati: possibile che non si sappia che è prassi assolutamente sconosciuta all’estero ove conferenze in materia – se organizzate – vengono tenute da veri esperti nel pomeriggio prima del concerto? Provincialismo puro.
 
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Zubin Mehta – La Scala 1 Ottobre 2014


Die Schöpfung (“La creazione”) di Haydn è l‘oratorio più importante del compositore, quello in cui la maestria compositiva, l’articolazione delle parti e la rispondenza nei vari numeri fra testo e ordito musicale raggiunge la perfezione. Zubin Mehta ne ha dato una interpretazione magistrale coordinando orchestra (come sempre la migliore d’Italia), coro e solisti in una esecuzione che ha fatto risaltare in tutto il suo fulgore lo spartito. Zubin Mehta, alla soglia degli 80 anni e che come un vino grand cru migliora costantemente con gli anni, dirige come sempre con gesti misurati ma estremamente efficaci come se dominasse l’orchestra da una sorta di soglio cui tutti si rivolgono umilmente per riceve l’indicazione di come eseguire.  Personalmente non sono d’accordo con la recensione di Paolo Isotta sul Corriere che invece bastona i cantanti (ma bisogna sempre tenere presente che le serate non sono mai identiche e che spesso quelle successive alla prima permettono agli esecutori un affinamento della propria interpretazione): non una compagine stellare ma certamente un cast di buoni professionisti che forse potevano risparmiarsi alcuni ammiccamenti innecessari in un oratorio (ad esempio nel duetto finale fra Adamo ed Eva, con un testo da fare inorridire le femministe!). L’esecuzione migliore è stata quella del baritono-basso Thomas Bauer, mentre il soprano Julia Kleiter è andata migliorando durante l’esecuzione dopo un inizio non troppo felice. Sempre troppo sopra le righe invece il tenore Peter Sonn probabilmente inadeguato per questo tipo di repertorio. Quanto al mezzosoprano Lily Jörstad  ogni valutazione è impossibile dal momento che canta solo “Amen” due volte nell’ambito del coro finale (il che ricorda la parte di Kundry nell’atto finale del Parsifal che canta solo “dienen..dienen” e che in occasione di una recita a Bayreuth di Waltraud Meyer venne chiosato come “verdienen..verdienen”! ). Una serata comunque di grande musica come sempre accade alla Scala. 
 
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Fiorentini -Tchorzewski – 25 Settembre 2014


La serie dedicata ai compositori polacchi si è arricchita di un concerto dedicato al duo violoncello-pianoforte Fiorentini Tchorzewski . Il programma comprendeva nelle prima parte un’opera giovanile di Szymanowksi (trascritta dal violino per il violoncello), un brevissimo brano per violoncello solo di LutosŁawski e la Canzona op.56 di Meyer. Nella seconda parte l’ultima composizione di Chopin, la sonata in sol minore op. 65 (l’ultima sua grande composizione della quale – già malato – eseguì solo il primo tempo) e un bis di Saint-Saëns. Un concerto di grande interesse che ha messo confronto due scuole della stessa origine anche se nel caso di Chopin l’influsso francese è fortemente percepibile. Molto interessante è la sonata di Szimanowski fortemente influenzata ancora sia dalle strutture che dalle armonie del tardo romanticismo ma con una ben definita rielaborazione personale che prelude agli sviluppi successivi del grande compositore polacco.  Molto particolare il “cammeo” di LutosŁawski per violoncello solo anche se per la sua brevità (5 minuti) difficile da valutare.  Da segnalare nella Canzona di Meyer il richiamo Mozartiano esplicitamente richiesto dal committente. La sonata di Chopin è a giudizio di chi scrive il gioiello più maturo del suo percorso compositivo che riprende un accoppiamento strumentale affrontato solo nelle primissime composizioni (si veda ad esempio la virtuosistica Introduzione e Polacca brillante per violoncello e pianoforte op.3 ).  La struttura riflette quella della sonata per pianoforte op. 58, con lo scherzo che precede un intensissimo seppur breve andante e un finale travolgente. Il duo ha colto in generale lo spirito delle composizioni eseguite anche se con risultati alterni. L’inizio della sonata di Szimanowski ha risentito di alcune imperfezioni di intonazione del violoncello (che però ha migliorato la sua prestazione nel corso del concerto) mentre la precisione un po’ troppo fredda del pianista ha ridotto, specialmente nel caso della composizione chopiniana, un po’ dell’espressività del brano. Un concerto comunque interessante e che ha contribuito a una maggiore conoscenza di un repertorio poco praticato al di fuori della Polonia. Unica nota negativa l’acustica sventurata dell’oratorio di S. Filippo Neri il cui riverbero è insopportabile quando il volume è medio-alto e che impedisce, se non alle prime file, di comprendere quanto pronunciato sul palco (anche questa volta purtroppo non si è rinunciato a un innecessario e modesto pistolotto iniziale da parte del violoncellista). 
 
 
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Don Giovanni – Glyndebourne 1 Agosto 2014


Eccomi di ritorno dopo una sosta mensile dovuta alla mia permanenza a Berlino (che però in Luglio e Agosto è musicalmente un vero e proprio deserto). Se qualcuno vuole sperimentare un rito very british(alla stregua delle corse di Ascot) deve assistere almeno una volta alle opere che sono rappresentate a Glyndebourne (East Sussex – UK, circa 100 KM a sud di Londra). Negli anni ’30 un facoltoso signore inglese appassionato d’opera convertì una parte della propria dimora (una splendida mansion della campagna inglese) in un piccolo teatro d’opera (circa un centinaio di posti) che nel tempo ha acquistato sempre più fama, che oggi – parzialmente ampliato fino a una capienza di circa 400 posti – è molto noto in UK (e in tutto il mondo anglosassone, americani arricchiti specialmente) e i cui biglietti (di valore nominale fino a 200 sterline) sono venduti a bagarinaggio a oltre 2000 sterline. Perché? Perché il posto è magnifico, dotato di un immenso prato rasato, di un giardino lussureggiante, di una pond (stagno) in cui nuotano uccelli acquatici e agli spettatori è dato il diritto di visitare le stanze della mansion (fra cui una bellissima biblioteca con pianoforte). In cosa consiste il rituale? Le opere (da Maggio ad Agosto) cominciano intorno alle 16.30 e sono sempre suddivise in due atti con un intervallo di 90 minuti. Il periodo antecedente l’opera e l’intervallo sono dedicati, se il tempo è clemente, al picnic sull’erba per il quale i partecipanti fanno a gara a esibire i più meravigliosi servizi da picnic in argento massiccio e porcellane (e i più costosi menu che prevedono in ogni caso fiumi di champagne) che si possano immaginare spesso assistiti da butlers in polpe. Il parcheggio rigurgita di Bentleys e Rolls Royces e le signore sfoggiano vestiti lun dahi da gran sera mentre i maschietti fino a qualche anno fa dovevano indossare il frak o lo smoking, regola un po’ allentata (mala tempora currunt..) essendo ora concesso il solo abito scuro. Di assoluta regola la passeggiatina verso la pond per cui sul prato verde rilucono i vestiti (e i gioielli) delle gran dame che leggere (non sempre..) sfiorano l’erba.  Ancor più british è il fatto che ci sono due treni che connettono Lewes (a qualche km da Glyndebourne che si raggiunge con autobus speciale) con la stazione Victoria di Londra prima e dopo lo spettacolo e non è infrequente vedere sul treno locale toilettes da gran sera per quei pariah che non possiedono almeno una Rolls (shame).  E se piove? L’opera house mette ovviamente a disposizione due ristoranti (non eccezionali), ma senza il picnic Glyndebourne non è più Glyndebourne. Per avere i biglietti? Evitando il ladrocinio del bagarinaggio bisogna mettersi pazientemente in coda per diventare prima o poi “associate member” e dopo 10 anni “full member”: in tal modo si acquisisce il diritto alla prelazione per due biglietti per ogni spettacolo.  La qualità delle opere è medio-alta ma non eccelsa, ma in questo caso non è l’opera che conta ma il rito: l’opera diventa di fatto solo l’occasione! Quanto al Don Giovanni di cui al titolo del post, la scenografia è di tipo “moderno”  e gli interpreti sono dei buoni e giovani professionisti. Buona la prova del commendatore (Taras Shtonda), nella norma Donna Anna (Layla Claire), Don Ottavio (Ben Johnson), Don Giovanni (Elliot Madore), Leporello (Edwin Crossley-Mercer), Zerlina (Lenka Macikova) e Masetto (Brandon Cedel). Una nota di biasimo per Donna Elvira (Serena Farnocchia) non all’altezza della parte. Buona la prova del direttore Andrés Orozco-Estrada. Interessante la scelta di inserire nell’opera la ormai sempre eliminata scena del tentativo di vendetta di Zerlina su Masetto dopo il suo riconoscimento come Don Giovanni travestito: la riscoperta di un brano praticamente sempre trascurato (perchè?). 

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Gile Bae – Mi-To 17 Settembre 2014


La giovane pianista (che fa parte della scuderia di giovani interpreti dell’accademia di Imola)  ha eseguito le variazioni su un tema di Händel e i pezzi op. 76 di Brahms. Al di là di una serie assolutamente impressionante di strafalcioni anche in brani tecnicamente non complessi (per non parlare di quelli più tecnicamente impegnativi soprattutto nell’op. 76) quello che impressiona è che Brahms venga considerato un autore nell’eseguire il quale i tempi possano essere costantemente strattonati, anche all’interno della stessa frase melodica, con “rubati” (meglio “scippati”) che neppure Alfred Cortot avrebbe azzardato. Brahms, come noto, è autore che si inserisce in un filone classico della musica ottocentesca (in antitesi, ad esempio, a Wagner) e come tale le sue composizioni sono caratterizzate da un rigore strutturale e armonico che in alcuni casi si rifa a una impostazione contrappuntistica e a composizioni del passato (si pensi alla passacaglia della quarta sinfonia, alle variazioni su un tema di Haydn – corale di S.Antonio – e all’uso della fuga nelle variazioni Händel). Nell’esecuzione di Gile Bae tutto questo viene costantemente trascurato in nome di una libertà (meglio arbitrarietà) esecutiva (spesso dettata da una tecnica assolutamente non adeguata) persino nella fuga finale della variazioni che finisce con lo snaturare totalmente il significato musicale dei brani eseguiti. Par dessus le marché Gile Bae utilizza abbellimenti assolutamente non previsti da Brahms e fa un utilizzo smodato del pedale nel tentativo di coprire i propri errori tecnici. Perché poi due bis scarlattiani (oggettivamente assai meglio eseguiti del repertorio Brahmsiano ma anch’essi non immacolati per la scelta di tempi eccessivi) in un programma dedicato a Brahms è difficile da capire. Un pomeriggio da dimenticare e una giovane cui consigliamo una adeguato periodo di studio e di approfondimento prima di esibirsi nuovamente in pubblico (almeno con questo repertorio).
 
 
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Pietro de Maria – 16 Settembre 2014


Dopo il blackout quasi completo di due mesi per la musica classica, si riapre la stagione con il concerto dell’affermato Pietro de Maria per il Bologna Festival (quasi ignorato dall’edizione locale di Repubblica) con un programma di grande interesse, incentrato su una selezione di studi per il pianoforte di autori polacchi che spazia da Chopin a Lutoslawski a Szymanowski. Gli studi hanno cessato di essere strumenti didattici dopo Debussy per diventare brani brevi, spesso di grande difficoltà ma non specificamente rivolti alla soluzione di problemi tecnici: peraltro vi sono esempi di questa tendenza anche nel tardo romanticismo, ad esempio con Liszt. L’esecuzione dei brani dei due compositori novecenteschi polacchi è stata caratterizzata da grande aggressività tecnica trascurando però quegli aspetti di novità musicale che distinguono, ad esempio, le due preziose opere di Lutoslawski rendendo insomma  gli studi .. dei puri e semplici “studi” tecnici. Lo stesso discorso vale per l’interpretazione degli studi op 10 di Chopin. L’esasperata ricerca della velocità ha snaturato spesso la trama musicale e ha portato a imperfezioni (ad esempio nel difficilissimo studio in do maggiore di arpeggi spezzati n.1) che un uso smodato del pedale non è stato in grado di nascondere. Un discorso analogo vale per la parte finale dello studio n.10 dopo la ripresa dove le due seste – difficilissime – all’acuto sono state affrontate con un “rallentando” che non è certamente nelle indicazioni Chopiniane. Insomma una resa degli eseguitissimi studi op. 10 certamente non memorabile. E’ poi del tutto singolare la scelta erratica dei bis. Cosa c’entrano, in una serata dedicata agli studi, con tante opportunità del repertorio (ad esempio i bellissimi studi di Ligeti per non parlare di Liszt), il secondo intermezzo  op. 117 di Brahms ( “espressione del mio profondo dolore” come scrisse l’autore – eseguito con un languore e con intemperanze ritmiche  fuori stile), il secondo scherzo di Chopin (velocità strappa-applausi a scapito del contenuto musicale) e addirittura, come finale, il primo preludio del primo libro del Wohltemperiertes Klavier di Bach in versione romanticheggiante con profusione di pedale? L’intelligenza di un esecutore si misura anche nella composizione dei programmi e in questo De Maria avrebbe molto da imparare da Pollini, da Schiff, da Zimerman….
PS Nel pistolotto innecessario che ha preceduto il concerto ho scoperto che Chopin è un autore “progressivo” (sic).  Alla stregua delle tasse o delle lenti?
 
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Più distante della luna – 15 Settembre 2014


La distanza in termini orari fra Milano e Torino è la medesima che esiste fra Bologna e Milano ma in termini musicali le due città sembrano più distanti da Bologna della luna. Nella prima quindicina di Settembre, quando i programmi musicali delle varie associazioni locali non sono ancora decollati, le due città organizzano il Mi-To, una rassegna musicale con prezzi bassi che vede fino a tre manifestazioni al giorno nell’ambito delle quali si esibiscono artisti di fama e giovani promesse con programmi che vanno dal classico al moderno secondo una impostazione logica e coerente. Le due città propongono al 90% le stesse manifestazioni a distanza di uno o due giorni con il vantaggio di una riduzione dei costi complessivi visto che gli artisti non debbono sostenere le spese di costosi viaggi. Quest’anno il titolo indicativo è “Aimez-vous Brahms?” che propone l’integrale del repertorio pianistico del compositore amburghese affidato a giovani pianisti che si esibiscono di pomeriggio con il costo del biglietto a 5 (cinque!) euro, oltre che le 4 sinfonie etc. Naturalmente vi sono anche manifestazioni con affermati artisti (ad esempio Marta Argerich a Milano) ma sempre con costi contenuti (35-50€). Ci sarebbe da chiedersi perché nessuno ha mai ipotizzato una estensione del festival (almeno in parte) a Bologna, visto che dall’inizio di Settembre al 15 dello stesso mese la città petroniana è caratterizzata dal vuoto pneumatico in materia di musica, mentre le ferie sono finite e la città gode di un turismo in espansione. Sarebbe questo un modo per incrementare – ad esempio – l’utilizzazione del teatro comunale (un gioiello architettonico e acustico), nel quale oltre la sala principale vi sono anche i ridotti fruibili e che rimane chiuso per oltre il 60% delle serate disponibili mentre i costi corrono regolarmente.  Purtroppo questo rientra nella gestione certamente non positiva del teatro che non è stato ancora in grado di approvare il nuovo statuto previsto dal decreto Bray (emendato Franceschini), di nominare il comitato di indirizzo e di organizzare una decente manifestazione di interesse da parte di potenziali sovrintendenti (terminando Ernani alla fine di Dicembre comunque il suo mandato). La nomina del sovrintendente (ufficialmente di pertinenza ministeriale ma ovviamente con il suggerimento degli amministratori locali) è materia che dovrebbe essere analizzata accuratamente a fronte di precisi programmi degli aspiranti e non una sorta di successione dinastica cui assistere passivamente, organizzata tramite una ben calcolata campagna di stampa.  È certamente vero che il bacino di utenza bolognese è più ridotto e naturalmente nessuno si illude che allargare Mi-To a Bologna sia una impresa semplice ma manca un anno alla prossima edizione: possibile che non si possa almeno verificarne la fattibilità mediante un progetto culturale ed economico adeguato?

 

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Ramin Barahmi – Cortina 20 Agosto 2014


Non si è trattato di un concerto di  ma della presentazione del suo libro “La musica dell’occidente” un titolo molti impegnativo per qualunque musicologo e che invece si riduce a un elenco dei brani preferiti dal nostro dei compositori più noti (Monteverdi, Bach, Beethoven, Tschaikovskij, Mahler etc.). Per i fans di Barahmi certamente una testimonianza interessante e poco impegnativa che però molto probabilmente non lascerà traccia nei testi sacri della musicologia. In una sala assai gremita per i numeri del Festival Ciani il nostro viene introdotto dal direttore musicale di Vattelapesca che oltre ad avere sfogliato il libro qualche minuto prima dell’intervista commette l’errore più marchiano per un moderatore ovvero “confessa” che ritiene Barahmi il più grande interprete vivente di Bach (con buona pace – ad esempio – di Angela Hewitt, Andras Schiff etc.): nessuna motivazione critica viene fornita dal nostro Carneade.  A Barahmi, al di là del valore discutibile del libro, probabilmente un abile sfruttamento della sua popolarità televisiva, va riconosciuta una notevole proprietà di linguaggio e anche un’abilità nell’intrattenere il pubblico non comune per un artista del pianoforte. Naturalmente molte delle sue affermazioni sono discutibili: indicare Monteverdi come il fondatore dell’opera moderna quando il “recitar cantando” è solo un accoppiamento forzoso di musica e poesia (e Gluck – dimenticato da Barahmi – dove lo mettiamo?), oppure vedere nello stesso Monteverdi un precursore del cromatismo di Wagner quando i presupposti sono lontani anni luce oppure ritenere che nella prima sinfonia di Mahler si trovino brani “kletzmer” sono tutte affermazioni che possono soddisfare un pubblico di bocca buona ma certamente potrebbero fare inorridire i musicologi. Ma tant’è: a coloro cui le apparizioni televisive di Barahmi (che non riesce comunque a entrare nel Gotha dei grandi pianisti anche a causa della sua monocultura bachiana) sono piaciute, il libro potrà interessare. Ma le confessioni musicali di un singolo difficilmente lasceranno il segno. L’intervista è stata anche arricchita da alcune interpretazioni al pianoforte: la prima partita di Bach, alcuni brani trascritti della prima sinfonia di Mahler e il tema delle variazioni Goldberg. Una buona interpretazione nella quale qualche imprecisione si poteva evitare. Grande successo di pubblico.
 
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Festival Ciani – Cortina


Difficile esprimere il disappunto di chi ha seguito fin dall’ inizio la manifestazione. Il festival ha subito negli anni un progressivo degrado a partire da un inizio di grande classe, con Marta Argerich (innamoratasi di Cortina fino a estendere la sua permanenza), con grandi interpreti, con il teatro pieno in ogni ordine di posti e i biglietti a ruba. Poi nel tempo il calo degli spettatori, la sala ridotta a metà (e neppure in questo caso piena) per evitare l’immagine desolante di un pubblico inesistente, la qualità sempre calante degli interpreti fino alla triste conclusione questo anno; una serie di piccoli concerti tenuti per lo più dagli allievi dell”accademia” (non sempre di grande qualità) con risultati facilmente prevedibili. Il tutto è il risultato di una gestione sventurata, incapace di promuovere adeguatamente l’interesse del potenziale pubblico (che non può essere svanito) negli alberghi, nei paesi vicini etc. Un piccolo esempio della disorganizzazione? Fin dall’inizio del festival mi sono iscritto alla mailing list ma nonostante avere rinnovato ogni anno pazientemente la mia iscrizione non sono mai stato raggiunto da alcuna informazione: può bastare?
 
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Teatro Comunale – 14 Agosto 2014


Come spettatore interessato alle sorti del nostro teatro sarei molto curioso di avere risposte chiare su alcuni temi non secondari in vista dei cambiamenti organizzativi in corso, dei quali si hanno scarse e frammentarie notizie dagli organi di stampa. In primo luogo il rapporto fra teatro Comunale e teatro Manzoni: per quale motivo il teatro Comunale cede al Manzoni una larga parte delle manifestazioni che potrebbero a ragione essere ospitate dal Comunale (Musica Insieme, Stagione sinfonica, Grandi Interpreti, Orchestra Mozart – fino a che è esistita, etc.) lasciando il teatro (uno dei più belli di Italia) inutilizzato per tante serate mentre i costi del personale continuano a correre e – almeno da quanto si sa – la società che ha in affitto il Manzoni non paga regolarmente l’affitto della sala? Il nuovo statuto prevede l’esclusione dal consiglio di indirizzo dei soggetti gravati da oggettivi conflitti di interesse come nella passata gestione? Per quanto attiene al nuovo sovrintendente, fermo restando che la sua nomina è di competenza del ministro, è stata prevista una richiesta di manifestazione di interesse in modo da formare una rosa nell’ambito della quale il ministro possa effettuare la sua scelta? Il sindaco, presidente per legge del consiglio di indirizzo, intende mantenere la sua carica o – come prevede la legge – intende nominare un suo delegato e in caso positivo chi e quando? Potrei continuare ma credo che una risposta a questi punti potrebbe soddisfare la legittima curiosità di coloro che hanno a cuore il futuro del nostro teatro cittadino. 
 
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Pavel Kolesnikov – 2 Luglio 2014

Reduce dalla vittoria nel 2012 nell’importante (ma in Italia poco noto) concorso Honens di Calgary il roccioso pianista Pavel Kolesnikov ha debuttato a Bologna nell’ambito della rassegna “pianofortissimo”. Il contesto (il portico del cortile dell’Archiginnasio) non è quello forse più favorevole a una esecuzione raccolta e non ha probabilmente favorito il giovane esecutore che si è impegnato in un programma che ha spaziato da Beethoven a Skrjabin passando per Schubert e Schumann senza trascurare Chopin nei due bis concessi a un pubblico quanto mai poco educato, specialmente al termine dell’esecuzione. L’impressione ricevuta fin dal primo momento (iniziare con la difficilissima sonata “Al chiaro di luna” beethoveniana è un azzardo che solo la spensieratezza e forse un po’ la sopravalutazione dei propri mezzi di un giovane può giustificare) è quella di un pianista per il quale le sfumature, i piani e i mezzopiani, insomma tutte le “nuances” così importanti per quella sonata sono parzialmente trascurate a favore di un impianto più granitico che ricorda per certi aspetti quello del compianto Emil Gilels o del suo compatriota Svjatoslav Richter.  Naturalmente una esecuzione di buona qualità ma c’è ancora molta strada per raggiungere la pienezza interpretativa di un Brendel o di uno Schiff. E non va dimenticato che ormai vi sono esecutori che già in età assai giovanile raggiungono una grande maturità interpretativa: si pensi a Blechaz, Trifonov, Yuja Wang etc. (Per inciso suggerisco di ascoltare su Youtube il primo concerto di Chopin registrato da Kissin a 12 dodici anni: roba da non credere!).  Le stesse considerazioni si possono utilizzare per i Moments Musicaux di Schubert e i giustamente dimenticati dalla storia musicale e poco interessanti Nachtstücke di Schumann. (Va bene che i brani dei grandi compositori sono spesso caratterizzati da alti e bassi di interesse ma anche il “bonus” Schumann “quandoque dormitat”. Perché piuttosto non rivalutare allora le dimenticate e bellissime “Novellettes”?). Di grande qualità l’esecuzione dei brani di Skrjabin anche perché supportati da una tecnica di altissima qualità (non trascendentale però). Un discorso a parte per i bis chopiniani. Mentre l’esecuzione del notturno è stata all’altezza delle aspettative altrettanto non si può assolutamente dire della mazurka che ha chiuso il concerto. Qui è mancato totalmente lo spirito della composizione trasformata sventuratamente in un valzerino insignificante. La mazurka eseguita è quella nella quale per ben 4 volte si ripete lo stesso piccolo gruppo di note, ciascuno con un proprio diverso significato-  come benissimo messo in luce da Alfred Cortot (un pianista che predicava benissimo ma spesso razzolava male) nella sua revisione critica dei brani del compositore di Żelazowa Wola – ripetute in modo insignificante e a una velocità assolutamente fuori stile. Un vero peccato, forse dettato dalla fretta di concludere il concerto con tutto il pubblico sul piede di partenza, ma un finale non degno di un concerto comunque di buon livello. 
 

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Così fan tutte – La Scala 19 Giugno 2014


Non sono un fan delle sceneggiature moderne delle opere chiaramente datate ma la messa in scena Salisburghese del “Così fan tutte” è godibilissima, senza sbavature e senza togliere nulla (anzi aggiungendo) alla amara visione del mondo di Da Ponte. I personaggi sono trattati come normali protagonisti della vita quotidiana, con Ferrando (Rolando Villazon) e Guglielmo (Adam Platchetka) come moderni e poi disillusi “bavardeurs” e un ottimo Michele Pertusi nel ruolo senza sbavature del cinico Don Alfonso, spesso collocato in alto su uno dei tre piani della sceneggiatura in una posizione da “Deus ex machina” come il suo ruolo implica.  Modernissimo anche il cedimento completo (con evidenti allusioni sessuali) di Dorabella e particolarmente intrigante il finale nel quale prima della riappacificazione finale dell’ultimo momento le due sorelle paiono ancora incerte sui compagni da scegliere, in una visione che trasfigura realisticamente finzione e realtà.  Tutti i protagonisti sono vocalmente all’altezza della situazione con una menzione particolare per Fiordiligi (Maria Bengsston) e Guglielmo senza con questo sminuire le prestazioni comunque eccellenti di Ferrando e di Dorabella (Katjia Dragoievic) che rende la figura ambigua e cedevole (solo ufficialmente?) con grande senso dell’umorismo.  Nel ruolo accattivante di Despina Serena Malfi che ha dimostrato qualche limite nella voce. Quanto alla direzione di Barenboim (una delle ultime prima della sua dipartita) non si sono più riscontrati quei tempi così allargati (se non saltuariamente) che tanta polemica avevano suscitato nel Don Giovanni di tre anni orsono. Un unico neo: qualche stecca dei corni (strumenti notoriamente maledetti) nel primo atto. Che dire? Uno spettacolo ancora una volta all’altezza della tradizione scaligera che sottolinea purtroppo a così breve distanza di tempo la scadente edizione bolognese. Certamente altri mezzi economici ma c’è da chiedersi se siano solo questi che fanno la differenza…

 
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I "loggionisti della Scala" – 19 Giugno 2014

Fermo restando che la polemica di Pereira contro i “buu” è assolutamente fuori luogo (in tutti i teatri viene utilizzato, compreso il compassato Bayreuth dove uno sciagurato regista del Ring fu giustamente costretto a scomparire rapidamente dietro il sipario – insomma se giustificato,”quando ce vo’, ce vo’ “) c’è veramente da chiedersi se i loggionisti “vil razza dannata” capiscono qualcosa ad esclusione di Verdi (forse) e del repertorio belcantistico italiano. Alla prima del “Così fan Tutte” del 19 Giugno una salva di “shh” ha tacitato gli applausi della superba (ripeto superba) interpretazione  dell’aria di Fiordiligi “Come immoto scoglio” del soprano Maria Bengsston, una Fiordiligi che ha nelle sue corde da un meraviglioso pianissimo flautato degli acuti espresso nell’ultima grande aria prima del cedimento finale, ai toni intermedi dei recitativi e delle altre arie. E che dire del silenzio dopo il terzetto perfetto “Soave sia il vento” accolto con un gelido silenzio dal loggione e da un pubblico per lo più di turisti pellegrini la cui competenza ovviamente rasenta il nulla ansiosi solo di arrivare all’intervallo per gli aspetti mondani? Purtroppo questa ignoranza del grandissimo repertorio mitteleuropeo (si pensi anche alla incompetenza su Wagner) rende i loggionisti provincialissimi incompetenti capaci di rovinare anche le migliori esecuzioni: e se provassero a “educarsi”musicalmente un po’?

 

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Così fan tutte – 6 Giugno 2014

Chi si illudesse di assistere a un seguito del bell’allestimento delle Nozze di Figaro del 2013 si ricreda: il “Così fan tutte” del 2014 non ne è neppure la copia sbiadita. Si tratta infatti di uno spettacolino modesto, modesto nell’allestimento e modesto nelle voci nonostante la buona volontà del direttore Mariotti, l’unico che si salva nel grigiore dello spettacolo. Il cast: al di sotto di tutti il baritono Nicola Ulivieri  nella parte centrale all’opera del perfido burattinaio don Alfonso, con una voce assolutamente inadeguata e una presenza scenica più da Gastone di Petrolini che da sofisticato sobillatore sotto le spoglie di amico disilluso di Guglielmo e Ferrando.   Fiordiligi (Yolanda Auyanet) ha avuto un inizio alquanto incerto e ha solo in parte riscattato la scialba prova nella grande aria finale prima del definitivo cedimento. Meglio di lei – ma di poco- la prestazione di Dorabella (Anna Goryachova) mentre senza lode e con qualche infamia sono risultati gli scialbi Guglielmo (Simone Alberghini) e Ferrando (Dmitry Korchak). Appena sufficiente l’interpretazione di Despina (Giuseppina Bridelli) che non ha comunque brillato nonostante lo sforzo scenico profuso in una parte così accattivante. Quanto all’allestimento scenico, nonostante le molteplici invasioni della platea anche da parte di un coro agghindato come cortigiani del sultano,  esso denuncia tutti gli anni che ha sulle spalle e fa rimpiangere ad ogni scena l’allestimento mancato (per motivi economici) di Martone che tante aspettative aveva suscitato. Alla pochezza dell’opera ha poi contribuito la dizione italiana incerta e trasandata di tutti i protagonisti che unita alla incomprensibile assenza dei sopratitoli (ma possibile che non si tenga in considerazione la presenza – finalmente! – di parecchi turisti stranieri?) ha reso per molti impossibile seguire il dialogo  allusivo, tagliente e corrosivo di da Ponte. Il pubblico in sala ha tributato pochi e brevissimi applausi all’opera se si eccettuano i ridicoli eccessi finali, confinati in un ben determinato settore dei palchi, di una clacque tanto sgangherata quanto patetica. Una grande occasione mancata del teatro comunale che dopo il disastro di “Qui non c’è perchè” meritava  un riscatto che invece è totalmente mancato: non ci resta che sperare nel prossimo Guglielmo Tell.
 

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Orazio Sciortino – 5 Giugno 2014


Impegnato in un programma ben congegnato (la prima parte dedicato alle bagatelle di Beethoven e Bartok e la seconda alle fantasie di Brahms e Skrjabin) Orazio Sciortino (ancora una volta uscito dalla fucina dell’Accademia Pianistica di Imola) ha dato luogo a un concerto di ottima qualità. Il pianismo di Sciortino non concede nulla al virtuosismo fine a sé stesso ma mette al servizio dell’interpretazione una tecnica di prim’ordine.  La cosa è risultata chiara fin dall’inizio del concerto iniziato con le bagatelle Beethoveniane op. 126, ultimo lavoro pianistico del compositore di Bonn (se si eccettua la trascrizione a quattro mani op. 134 della grande fuga op. 133) che ne racchiudono in poche battute la dimensione finale e che proprio per la loro apparente semplicità richiedono grande maturità e sensibilità interpretativa. Qui Sciortino ha saputo trovare la giusta misura mettendo in luce tutte le sfaccettature del brevi brani sia a livello di sonorità che a livello dei tempi staccati, tutti perfettamente consoni allo spirito che li sottende. Mentre la bagatelle beethoveniane sono opere dell’ultima maturità quelle di Bartok sono invece opere giovanili: anche qui lo spirito popolare delle composizioni è stato reso senza sbavature. Per quanto riguarda le fantasie della seconda parte il brano di apertura è stata la raccolta op.116, prima delle 4 serie di brani dell’ultimissimo periodo del compositore amburghese che ne raccolgono la sintesi compositiva finale. Ottima interpretazione se si eccettua una certa innecessaria precipitazione nell’incipit del primo e sesto capriccio, mentre con grande espressività sono stati resi gli intermezzi, brani tecnicamente semplici ma nei quali cogliere la giusta misura è cosa non facilecome dimostrano molte delle incisioni che abbondano – ad esempio – su youtube. Il finale del concerto è stato dedicato a un brano di Skrjabin non molto eseguito che però Sciortino ha dominato tecnicamente in modo pressoché perfetto. Un unico bis: la trascrizione (musicalmente non eccezionale) dello stesso Sciortino del Wiegenlied di Richard Strauss. Unica vera pecca la tentazione (ormai troppo frequente) dell’esecutore di spiegare il fil rouge del programma del concerto, un programma più che sufficientemente autoesplicativo.

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Pianofortissimo 2014 – 28 Maggio 2014

Anche quest’anno lo sparuto programma comunale estivo dedicato alla musica classica trova il suo punto focale nella rassegna pianistica Pianofortissimo tenuta nel cortile dell’Archiginnasio. Forse influenzato dal trend del Ravenna Festival ben due concerti sono tenuti da pianisti “non convenzionali” (Taylor e Grillo – per quest’ultimo vale il detto “nomen omen“…) mentre sarà molto interessante ascoltare per la prima volta a Bologna giovani come Geniet, Kolesnikov e Campaner. Nella rassegna – come lo scorso anno per Magiera – trova posto anche una vecchia gloria bolognese come Gino Brandi, anche lui in un concerto a geometria variabile (piano a quattro mani e voce recitante): un tributo, forse giustificato, che probabilmente esaurisce finalmente il panorama degli esecutori bolognesi over 75. Un programma tutto considerato interessante anche se le contaminazioni – più volte stigmatizzate anche da Maurizio Pollini – appaiono una concessione innecessaria a gusti più corrivi rispetto a quelli strettamente classici visto che  gli spettatori della rassegna non mancano di certo (come testimoniato dal successo dell’edizione 2013).
PS Purtroppo la brochure in inglese della rassegna è macchiata da una sventurata traduzione in inglese maccheronico “de noantri”: non sarebbe il caso di affidare la redazione a un “madre lingua” che certamente non manca a Bologna?

 
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Quartetto Guadagnini – 26 Maggio 2014


Complice una sventurata acustica dell’oratorio di S.Filippo Neri (ma non sarebbe possibile cercare di inserire dei “dampers” per abbassare l’intollerabile livello del riverbero che falsa qualsiasi esecuzione?) la performance del giovane quartetto Guadagnini è stata lungi dall’essere memorabile. In primo luogo l’impasto sonoro è risultato grezzo e talvolta stridente, prova di un’insufficiente amalgama degli esecutori; i tempi staccati negli “allegri” e assimilati sono stati poi innecessariamente precipitati (ad esempio nel quartetto op. 95  di Beethoven, così importante collocandosi fra le sonate op.90 e op.101, insomma nel periodo più pregnante di transizione del compositore di Bonn) e da ultimo la viola anche in parti di puro accompagnamento (ad esempio arpeggi ripetuti) cerca di produrre un esuberante  volume di suono quasi nel timore che il suo ruolo sia sottovalutato.  Insomma non un quartetto ma un ensemble di quattro strumenti che hanno ancora parecchia strada da compiere per trasformarsi in quartetto nel senso compiuto della parola. Di tutto il programma eseguito si è forse salvata solo l’esecuzione del quartetto di Haydn: non di eccelso livello ma almeno accettabile.
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