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Pavel Kolesnikov – 2 Luglio 2014

Reduce dalla vittoria nel 2012 nell’importante (ma in Italia poco noto) concorso Honens di Calgary il roccioso pianista Pavel Kolesnikov ha debuttato a Bologna nell’ambito della rassegna “pianofortissimo”. Il contesto (il portico del cortile dell’Archiginnasio) non è quello forse più favorevole a una esecuzione raccolta e non ha probabilmente favorito il giovane esecutore che si è impegnato in un programma che ha spaziato da Beethoven a Skrjabin passando per Schubert e Schumann senza trascurare Chopin nei due bis concessi a un pubblico quanto mai poco educato, specialmente al termine dell’esecuzione. L’impressione ricevuta fin dal primo momento (iniziare con la difficilissima sonata “Al chiaro di luna” beethoveniana è un azzardo che solo la spensieratezza e forse un po’ la sopravalutazione dei propri mezzi di un giovane può giustificare) è quella di un pianista per il quale le sfumature, i piani e i mezzopiani, insomma tutte le “nuances” così importanti per quella sonata sono parzialmente trascurate a favore di un impianto più granitico che ricorda per certi aspetti quello del compianto Emil Gilels o del suo compatriota Svjatoslav Richter.  Naturalmente una esecuzione di buona qualità ma c’è ancora molta strada per raggiungere la pienezza interpretativa di un Brendel o di uno Schiff. E non va dimenticato che ormai vi sono esecutori che già in età assai giovanile raggiungono una grande maturità interpretativa: si pensi a Blechaz, Trifonov, Yuja Wang etc. (Per inciso suggerisco di ascoltare su Youtube il primo concerto di Chopin registrato da Kissin a 12 dodici anni: roba da non credere!).  Le stesse considerazioni si possono utilizzare per i Moments Musicaux di Schubert e i giustamente dimenticati dalla storia musicale e poco interessanti Nachtstücke di Schumann. (Va bene che i brani dei grandi compositori sono spesso caratterizzati da alti e bassi di interesse ma anche il “bonus” Schumann “quandoque dormitat”. Perché piuttosto non rivalutare allora le dimenticate e bellissime “Novellettes”?). Di grande qualità l’esecuzione dei brani di Skrjabin anche perché supportati da una tecnica di altissima qualità (non trascendentale però). Un discorso a parte per i bis chopiniani. Mentre l’esecuzione del notturno è stata all’altezza delle aspettative altrettanto non si può assolutamente dire della mazurka che ha chiuso il concerto. Qui è mancato totalmente lo spirito della composizione trasformata sventuratamente in un valzerino insignificante. La mazurka eseguita è quella nella quale per ben 4 volte si ripete lo stesso piccolo gruppo di note, ciascuno con un proprio diverso significato-  come benissimo messo in luce da Alfred Cortot (un pianista che predicava benissimo ma spesso razzolava male) nella sua revisione critica dei brani del compositore di Żelazowa Wola – ripetute in modo insignificante e a una velocità assolutamente fuori stile. Un vero peccato, forse dettato dalla fretta di concludere il concerto con tutto il pubblico sul piede di partenza, ma un finale non degno di un concerto comunque di buon livello. 
 

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