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Guillaume Tell – 8 Ottobre 2014



Un pugno chiuso stilizzato su sfondo rosso nel sipario dell’opera in periodo di polemiche sull’art.18 è certamente una curiosa coincidenza.
 

In realtà l’opera non riguarda certamente problematiche di conflitto sociale fra classi (antipodali rispetto alla sensibilità reazionaria di Rossini) ma si incentra sulla nascita del nazionalismo elvetico attraverso la storia del probabilmente mai esistito mitico eroe Wilhelm Tell che non poteva non suscitare l’interesse del romantico Schiller dalla cui tragedia è in parte derivato il libretto. Libretto che – va subito detto – è particolarmente “improbabile” (hai mai visto che la figlia di un despota si innamori di un povero soldato che la salva da una valanga?) e diseguale, e che curiosamente destò l’interesse di Rossini, alfiere della restaurazione postbonapartista (v. la celebrazione dell’incoronazione di Carlo X nel Viaggio a Reims) dalla quale fu generosamente remunerato, facendone un ricchissimo compositore. Il Guillaume Tell (ultimo parto del compositore pesarese) è un’opera di lunghezza inconsueta (quasi 5 ore inclusive di 55 minuti di intervalli) ma che – come sottolineò correttamente Berlioz – non mantiene costantemente un livello elevato, con alcune parti oggettivamente un po’ di maniera. Mi riferisco in particolare alla lunghezza dei cori a scapito delle pochissime anche se bellissime “arie” e al lunghissimo intermezzo del terzo atto risolto dal regista con un balletto in costume elvetico che alla fine è risultato piuttosto noioso e prolisso quando non un po’ coarse. E veniamo quindi alla regia e alla sceneggiatura. Un eroe romantico di una società pastorale in un contesto fin-de-siècle (con guardaroba delle signore anni ’20 – mancava solo il Charleston) è quantomeno singolare e da questo nasce un disallineamento della produzione che incide molto negativamente sul giudizio finale. Forconi e balestre contro lunghi bocchini, vestiti di paillettes e divise asburgiche di Cecco Beppe il tutto condito con cinepresa e regista sono di difficile digestione. Un’opera così complessa come il Tell, per evitare che il pubblico ceda prima della fine (come è successo alla prima), richiede ben altro, una finesse registica e una capacità di ricreazione dell’ambiente in cui si svolge di differente calibro. Sia chiaro: Guillaume Tell è opera difficilissima da mettere in scena (e questo è uno dei motivi della sua rara esecuzione) e personalmente non ho nulla contro la rivisitazione in epoche diverse di un’azione scenica (una prassi sempre più in voga come esorcismo contro la ripetitività e anche perché stimola la discussione che – come noto – è importante per il regista indipendentemente dal giudizio) ma tutto questo, proprio per la sua difficoltà, richiede quantomeno coerenza di stile e grande inventiva altrimenti si scade nel polpettone e quindi nella noia. Ci sono altri episodi scenici nel Tell del Comunale di Bologna  inverosimili: i poveri cavalli dell’inizio del secondo atto (molto bella la scena iniziale) vengono rovesciati a gambe all’aria dai valligiani (con orrore degli animalisti) ed è necessario leggere le note del programma di sala per capire che in realtà le povere bestie ammucchiate rappresentano le barricate! Molto positiva invece la prova del direttore Mariotti che ha diretto con piglio sicuro evitando gli eccessi che talvolta si ascoltano nei “crescendi” rossiniani e nelle parti che coinvolgono il basso-tuba. Una direzione senza sbavature che ha valorizzato al massimo lo spartito rossiniano (ad esempio nell’ouverture) sostenuta da una clacque che forse otterrebbe un maggiore effetto se fosse meno smaccata. Quanto al cast sopra tutti il soprano Yolanda Auyanet nella parte di Mathilde, dotata di una bella voce, grande intonazione solo talvolta a disagio nei passaggi di agilità.  Bene anche i due protagonisti maschili (Carlos Alvarez come Guillaume Tell  e Michael Spyres come Arnold vestito da doganiere, anche se quest’ultimo nella sua ultima aria ha avuto un problema nell’acuto finale, peraltro non notato da un pubblico ansioso di applaudire ad ogni costo – ma dove sono finiti i feroci loggionisti di un tempo?). Un successo complessivo incontrastato tributato dagli spettatori che hanno avuto la pazienza di resistere fino alla fine: forse – ancora una volta – godranno maggiormente dell’opera gli spettatori delle repliche, dal momento che queste ultime si avvantaggiano del rodaggio e degli aggiustamenti che automaticamente esse portano con sé.
 
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