Frei aber einsam – Un sito irriverente e libero che recensisce gli eventi musicali. -Di tutti disse mal fuorché di Cristo scusandosi col dir "non lo conosco" – (Epitaffio di Pietro Aretino)
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Gabriele Carcano è un eccellente giovane pianista che ha nel rigoroso e misurato rispetto dello stile dei compositori eseguiti il suo migliore punto di forza. È dotato di una tecnica estremamente precisa e sempre al servizio dell’interpretazione, priva di eccessi ma impeccabile, praticamente senza errori. Il programma eseguito prevedeva la partita n.4 Di Bach, la sonata postuma D 784 di Schubert e la terza sonata di Brahms (op. 5 – opera giovanile di una forma musicale poi per sempre abbandonata). Otttima qualità (con qualche concessione perdonabile anche se reiterata allo squilibrio fra le due mani) e un uso sapiente del pedale in Bach. Un giovane che evitando inutili eccessi virtuosistici o quelli che io chiamo “effetti speciali” dimostra una profondità espressiva difficile da riscontrare in altri interpreti coevi. In particolare la sonata di Schubert è risultata alla stessa altezza interpretativa di quella famosa di Svjatoslav Richter. Purtroppo un primo bis costituito da un brano dei Davidsbündlertänze di Schumann (pessima prassi quella di brani fuori dal contesto come se non esistessero infinite migliori scelte) ma un secondo bis con una sonata molto famosa di Scarlatti eseguita in modo assolutamente magistrale, forse una delle migliori che abbia mai ascoltato. Ma perchè questo come altri giovani talenti debbono aspettare i capelli brizzolati per essere presi in considerazione a Bologna? Anche per il libretto di sala un plauso per l’ottima qualitá che risparmia al pubblico quella prassi ridicola di una introduzione verbale (che naturalmente non può raggiungere la profondità di un brano scritto) e che lascia comunque allo spettatore la scelta di approfondire o meno le tematiche musicologiche dei brani eseguiti. Ma siamo a Milano e non nella provincia bolognese… PS Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento” (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli. Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Ci sono concerti belli, buoni, mediocri, brutti: per questo non trovo un aggettivo adatto. Massacrati da una presentazione di 20 (venti) minuti il brano (se cosí si può chiamare una scadente declamazione accompagnata da stridii dei poveri archi) di D’Amico è durato 36 minuti per un totale di 56 minuti di una pretenziosa, lugubre, prolissa, interminabile, performance. La solita esecuzione (prima e ultima?) che talvolta Musica Insieme rifila agli incolpevoli abbonati come tributo a non meglio identificati soggetti (si ricordi in materia l’indimenticabile strazio di Sani per oboe). A meno che non si tratti della prima uscita del duo Sani-de Colle. La pena poi della clacque delle cause perse suscita persino compassione, pur nella profonda irritazione provocata dall’ignobile pezzullo. Recensire il resto è impossibile. Il quartetto Prometeo ci ha messo del suo con una esecuzione piatta e prolissa dei due quartetti di Haydn e Schubert obbligando il pubblico stremato anche a un bis di fatto non richiesto. A loro parziale discolpa essere stati stritolati dalla “cosa” di d’Amico. Basta: un concerto da dimenticare in fretta pur nel timore che la ripetizione di episodi come questo non sia scongiurata. Almeno speriamo di avere pagato un tributo sufficiente per garantirci un periodo congruo al riparo da concerti di questa natura. Brava la maggioranza degli abbonati che subodorando la fregatura è rimasta a casa!
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Gli “Spanische Lieder” di Schumann op. 74 e 138 non sono quasi mai eseguiti. A differenza di quelli di Wolf sono Lieder d’amore e – cosa piuttosto inconsueta ripresa praticamente solo da Brahms nei suoi Liebeslieder Waltzer – a formazione variabile: voci soliste, duetti e quartetti. Quindi un plauso al gruppo che ha proposto questi Lieder e un plauso anche all’esecuzione che si è sempre mantenuta su ottimi livelli. Sopra tutti certamente il soprano Pegoraro che dotata di una bella voce ha saputo modularla appropriatamente a seconda del tono del brano eseguito. E un plauso anche alla pianista Della Siega che dopo un inizio a volume eccessivo ha trovato i giusti livelli sonori per valorizare le voci accompagnate. Un bis brahmsiano e un buon successo del pubblico che – non folto – segue però fedelmente le meritorie manifestazioni liederistiche del Goethe Zemtrum.
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Il post sulla composizione del recentemente nominato consiglio di indirizzo del teatro Comunale ha suscitato un notevole interesse se si valutano i numerosi messaggi di posta elettronica (tutti concordi con le mie posizioni) che ho ricevuto. Non uno era contrario ma … quasi nessuno ha voluto esporre ufficialmente le proprie opinioni come commento inserito nel post (adducendo le ragioni più varie..) in modo da rendere visibili a tutti le proprie idee. C’è anche chi mi ha segnalato alcune perle nelle dichiarazioni dei nominati che ho provveduto a inserire nel post in questione come PS (chi è interessato può colà trovarle). Naturalmente ognuno ha diritto alla propria “posizione” ma è del tutto evidente che nessun cambiamento di rotta potrà essere ipotizzato fino a quando un numero sufficiente di persone non esprimano la propria contrarietà in modo palese nei confronti di un episodio certamente non esaltante (la dizione esatta è clientelismo). Vale naturalmente per questo come per altri esempi di mala gestione di istituzioni pubbliche. Insomma gli autori dei pochissimi commenti ufficiali sono da considerare degli eroi della libera informazione! In questo solco di silenzio (che naturalmente diventa automaticamente assenso) si muove anche uno dei giornali più diffusi fra il ceto medio-colto Bolognese, la Repubblica di Bologna, che rifiuta di pubblicare qualunque lettera dei lettori che analizzi la situazione del teatro considerando che gli unici argomenti degni di nota siano i mancati allacciamenti telefonici, i biglietti di TPER, le pappe dei bambini i problemi del traffico e dei cantieri ecc. (ma per questo tipo di informazione e di dibattito di infima qualità basta e avanza il Carlino!). Cultura zero. Peraltro risolve in modo più brillante il Corriere che fa più presto: praticamente non contempla le lettere dei lettori! Dunque chi ha idee e non ha santi in paradiso può solo limitarsi – come in questo caso – a scrivere sul proprio blog ben sapendo che la sua è “vox clamantis in deserto”. Posso nuovamente riprendere il verso di Bertolt Brecht “Wir leben in finsteren Zeiten”?
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In occasione del concerto di Remi Geniet a Bologna nel 2014 stavo risciacquando i panni nella Sprea e quindi non mi sono fatto sfuggire l’occasione di ascoltare questo osannato giovane inteprete, che si presenta al pubblico come un ragazzone corrucciato vestito alla moda di Tsipras con abbigliamento casual (bei tempi quando gli interpreti si presentavano con un elegante frack! Nel recente passato ormai solo Paolo Restani si presentava con marsina e sparato). Remi Geniet appartiene a quella schiera di giovanissimi interpreti (intorno ai 20 anni – Wang, Blechacz e Yundi intorno ai 30 anni sono già considerati dei maturi!) prede della majors discografiche sempre alla ricerca di carne fresca da buttare sul mercato. Un primo tempo tutto dedicato a Bach e un secondo a Chopin. Il pianismo di Geniet è piuttosto granitico, dotato di una buona tecnica (non eccezionale – vedi i frequenti errori nella sonata op. 58 di Chopin soprattutto nello sviluppo del primo tempo) ma in Bach drammaticamente monocorde. Sia chiaro: le esecuzioni senza pedale sono accettabilissime ma richiedono la grande raffinatezza di uno Schiff in grado di infondere alla musica eseguita quelle piccole impercettibili nuances che costituiscono l’interpretazione altrimenti ci si trova davanti a una noiosa e acritica ripetizione di stilemi esecutivi certamente non esaltante. Quanto a Chopin le 4 Mazurke eseguite non sono nelle corde del giovane pianista. Meglio la sonata (nella quale l’aspetto brillante ha un importante ruolo – ma perchè non ha eseguito il previsto ritornello del primo tempo? ha chiesto uno speciale permesso a Friederik?) nella quale non è mancata l’espressività nel terzo tempo ma che nel quarto tempo ha visto la modifica costante della velocità esecutiva fra le due sezioni che si rincorrono (più lenta – guarda caso – la prima!). Geniet insomma è un pianista che può e deve maturare il cui processo di maturazione può però essere minacciato da una carriera iniziata troppo presto. Di certo non ha l’eccezionale maturità di un Lisiecki (che ascolteremo a Bologna nell’ambito del Bologna Festival, il cui concerto mi sento di suggerire a tutti dopo averlo recentemente ascoltato al Quartetto di Milano) e necessiterebbe di un periodo di riflessione. L’aspettiamo in futuro ma non vorremmo essere facili profeti nel temere una involuzione.
PS L’intelligenza e soprattutto la maturità di un interprete si misura anche dalla scelta dei bis. La trascrizione pianistica di un celebre brano violinistico di Fritz Kreisler e l’esecuzione avulsa dal contesto del primo brano della Kreisleriana di Schumann eseguito come un studiolo tecnico di alta velocità con molte imperfezioni la dicono lunga. E’ il disprezzo verso un pubblico di bocca piuttosto buona (applausi acritici come sempre) che si considera incompetente e quindi disposto a tutto. Complimenti!
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Con la nomina di Nicola Sani a sovrintendente (nonostante la patetica intervista di Ernani al Corriere quasi a mendicare una “sportula” da “cliens” dai nuovi signori) e quella imminente di Ronchi a delegate del sindaco come presidente si completa il consiglio di indirizzo del teatro Comunale di Bologna. Se questo è il rinnovamento che era implicitamente previsto dai due decreti ministeriali siamo all’ultima scena della farsa finale: ci sarebbe da ridere per non piangere. Cominciamo dai conflitti di interesse. Il nome di Fulvia de Colle è da lungo tempo legato a Musica Insieme come membro della fondazione e come tale non può non subirne i condizionamenti. Ne discende che è da considerare del tutto improbabile il tanto auspicato trasferimento di molte manifestazioni dal teatro Manzoni al teatro Comunale, visto che la de Colle è stata nominata come “longa manus” di Bruno Borsari, organizzatore di Musica Insieme, uno dei sostenitori dell’ uso del Manzoni. D’altronde oggi – dopo l’avvento di Berlusconi – chi non ha conflitti di interesse non è nessuno e non interessa nessuno! Esisterebbe anche la dignità di rifiutare di trovarsi in questa posizione ma questa è coerenza e rigore morale d’antan oggi non più di moda. Insomma il teatro Comunale continuerà ad essere inutilizzato per molte serate, nonostante che i costi corrano come se vi fosse uno spettacolo ogni sera a favore di una sala che certamente non ha nè la bellezza nè l’acustica del Comunale. Ronchi: con lui si perpetua l’occupazione proterva di cariche pubbliche da parte dei politici in spregio alla tanto sbandierata “trasparenza” e al coinvolgimento della società civile. Con quale competenza un dichiarato “rockettaro” digiuno di musica – che è convinto che il pubblico venga richiamato al teatro offrendo più spettacoli “moderni,” (qualcuno si immagina la reazione del pubblico alla recente “performance” alla Philharmonie di Berlino o alla Scala di Milano?) probabilmente spalleggiato in questo dalla formazione culturale della de Colle e di Sani – possa ricoprire la carica di presidente di una fondazione lirica (visto il dichiarato, conclamato, comprovato disinteresse di un sindaco, per il quale la musica classica e lirica hanno la digeribilità dell’arsenico – per sua stessa ammissione verbale gli piace solo il rock – e che probabilmente ha delegato acriticamente ogni decisione relativa al teatro Comunale – un fastidioso fardello – allo stesso Ronchi) è un mistero o forse una tragedia. Solo la mai sopita brama di potere dei politici di ogni schieramento poteva immaginare una nomina così tragicamente sventurata (forse si stava meglio quando si stava peggio, roba da fare rimpiangere il decaduto CdA). Quanto a Nicola Sani, nuovo sovrintendente, possiamo ricordare fra i tanti suoi (de)meriti (non dimentichiamo comunque fra questi il commissionatoQui non c’è perchè) l’aspirazione alla composizione per la quale è rimasto famoso un concerto di Musica Insieme (Dio li fa poi li accompagna) – vedi il post unforgettable – in cui un oboe solo, straziato da una partitura (prima ed ultima esecuzione assoluta) ineffabile, ha massacrato un pubblico anche troppo educato sommerso da una straripante claque di corifei (tutta uscita dopo l’intervallo…). Naturalmente la nomina del sovrintendente non è passata attraverso alcuna manifestazione di interesse, il minimo che si potesse auspicare per un vero rinnovamento e trasparenza. Quanto a una comprovata competenza musicale degli altri membri un velo pietoso: il nulla. Gli utenti del teatro, gli spettatori, quelli che pagano insomma non hanno avuto alcuna possibiltà di esprimere il loro parere (e visto l’andamento del teatro quanto ce ne sarebbe stato bisogno!) mentre i riti delle nomine di corridoio si sono ripetuti. Sarà interessante vedere la risposta delle fondazioni che supportano il teatro… Evviva il mancato rinnovamento, la permanenza di conflitti di interesse e il rock “au pouvoir”! A quando una sana ribellione del pubblico (purtroppo piuttosto assente o meglio abulico)? Wir leben in finsteren Zeiten (B. Brecht)…
PS Puo essere curioso sapere che nel Giugno scorso avevo inviato al sindaco Merola una lettera relativa alla nomina del consiglio di indirizzo del teatro (seguita da un breve colloquio) nella quale i due punti principali erano proprio la raccomandazione di prevenire ulteriori conflitti di interesse evitando la nomina di persone coinvolte negli ultimi tre anni in organizzzioni musicali bolognesi e la predisposizione di una manifestazione di interesse per la nomina del nuovo sovrintendente…. Suggerisco anche la lettura dell’intervista al Carlino del delegato di Franceschini Andrea Graziosi che oltre a dichiararsi frequentatore sporadico del teatro e sostanzialmente non competente (amare la musica non vuol dire capirla e portare un contributo valido a una istituzione musicale!) porta come proprio curriculum musicale la conoscenza del libruzzo “Come Bach mi ha salvato la vita” di Ramin Bahrami. Come se un letterato dichiarasse di utilizzare per le proprie lezioni il famoso “Bignami”… Anche Michele Trimarchi (nominato dalla regionene vicepresidente) si è esibito: ” Il Teatro è uno scrigno di meraviglie. Ci si immagina quello che può contenere e non si può prevedere“. Firmato Forrest Gump (“mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini. Quando la apri non sai mai cosa trovi”)
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Il pianismo di Lilya Zilberstein è di quelli che lasciano il segno sia per la grande tecnica che per la maturità interpretativa che a partire dalla vincita del Busoni nel 1987 si è sviluppata lungo un arco che l’ha vista sia come solista che come interprete cameristica anche nell’ambito di un consolidato sodalizio con Marta Argerich. Siamo in presenza di un’interprete che si colloca ai vertici mondiali del pianismo internazionale e alla quale molti “giovani (e meno giovani…) leoni” – assatanati da effetti speciali – dovrebbero guardare come un esempio di equilibrio e maturità. Anche nel concerto n. 3 di Beethoven di ieri non ha tradito le aspettative: fraseggio ampio e articolato, perfetto rispetto dello stile compositivo e grande comprensione e dominio della partitura. A differenza del passato va però segnalata qualche imperfezione tecnica fra cui quella iniziale ove il salto di quarta non è stato perfetto (come capitò anche alla Argerich con Abbado a Ferrara qualche anno fa). Di certo non c’è stata sintonia con il giovane direttore, sottolineato anche da alcuni passaggi di non perfetto sincronismo. Da segnalare negativamente il tempo staccato nel rondò finale che è apparso un po’ troppo lento, come chiaramente evidenziato dal fugato centrale. Sono risultati comunque evidenti l’insoddisfazione verso il direttore e il conseguente nervosismo della Zilberstein (forse dovuto anche ai soliti corni che nel secondo tempo ne hanno fatta una delle loro) che non ha concesso alcun bis. Ciò nondimento il pubblico le ha tributato una meritata (cosa che non sempre succede…) ovazione. Il giovane e zazzeruto direttore ha poi dovuto confrontarsi con la prima sinfonia di Sibelius, una partitura giustamente dimenticata dalla storia musicale. Un brano diseguale, sfilacciato, velleitario, privo di filo conduttore che in certe parti è postromantico, in altre fa il verso a Dvorak e in altre non si capisce dove voglia andare a parare. Un brano pretenzioso con quel “solo” di clarinetto iniziale scollegato dal resto di una partitura che in generale il direttore non è stato in grado di controllare limitandosi per lo piü a sottolineare furiosamente i passaggi più fragorosi. Si dimena il giovin signore e con lui la zazzera ma copiando una celebre traduzione di Ceronetti degli epigrammi di Marziale “tanta excitatio….” … serve a poco. Una prestazione certamente non memorabile e al direttore andrebbe ricordato che molte volte un gesto più misurato e consapevole denota una maturità artistica che al momento gli manca. Senza storia il primo brano di genere di Schubert. Un pubblico piuttosto folto nel quale non è mancato il solito squillo del cellulare di uno sventurato (che serva un metal detector all’ingresso del teatro ?) e un paio di ineffabili parvenus cui non è parso vero, per dimostrare la loro (in)competenza, applaudire alla fine del primo tempo del concerto di Beethoven.
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Catapultato molti anni fa dall’URSS dopo la vincita al concorso Casagrande del 1975, Boris Vsevolodovič Petrušanskij ha trovato a partire dal 1990 il suo futuro a Bologna e a Imola dove insegna all’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” oltre che tenere concerti. Ha fatto una dignitosa carriera senza mai raggiungere quei vertici internazionali che consacrano i grandi maestri. Abbiamo già recensito un suo concerto in questo blog (Boris Petrušanskij – 6 Novembre 2013). Il programma presentato è di quelli che stimolano, mettendo a confronto i 24 preludi di Chopin op. 28 con i 24 preludi di Skrjabin op. 11. Due scuole musicali diverse ma legate da una impostazione strutturale identica: tutte le tonalità maggiori e minori (una prassi iniziata da J.S.Bach con il suo Wohltemperiertes Klavier), nella stessa sequenza che procede per quinte a partire dal do maggiore e dal relativo tono minore. Il pianismo di Petrušanskij è roccioso e pecca spesso di eccessi sonori (che si avvertono anche nei suoi allievi) che nell’acustica sventurata dell’oratorio di S. Filippo Neri vengono ulteriormente amplificati: sarebbe necessario un volume mediamente più contenuto e un uso più moderato del pedale. L’esecuzione dei preludi chopiniani comporta l’inevitabile confronto con gli interpreti più famosi e in questa ottica la performance di Petrušanskij è lungi dall’essere memorabile. La tecnica lascia in alcuni casi a desiderare (ad esempio nel preludio in sol# minore n. 12) con un tentativo di coprire la manchevolezze con un eccesso di pedale e c’è una ricerca spasmodica e puntillistica dell’intepretazione che spezza il flusso musicale del brano che viene pertanto a risultare disarmonico. Interpretare vuol anche dire lasciar correre la musica e non accanirsi singolarmente su ogni battuta. Anche per i preludi di Skrjabin l’esecuzione non è stata eccezionale. Qui sono mancate quelle “volate” leggere che sono così caratteristiche del compositore russo che alterna brani sognanti a brani drammatici ma sempre contraddistinti da una forte musicalità: l’eccesso sonoro di Petrušanskij ne ha purtroppo limitato la qualità espressiva. Un improvviso di Chopin come bis. Da segnalare negativamente la maleducazione verso il pubblico di un ritardo dell’inizio di ben 20 minuti: possibile che da questo punto di vista ci si debba riferire a esempi terzomondisti?
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Di Natalia Gutman è già stato detto tutto: una grandissima artista che in coppia con il validissimo Vjacheslav Poprugin (che nei concerti della Gutman è talvolta sostituito dalla georgiana Eliso Virsaladze) ha eseguito un programma fortemente classico con tre sonate di Mendelssohn, Grieg e Rachmaninov. Tre sonate molto diverse fra loro e non della stessa qualità: bellissima quella di Rachmaninov, interessante quella di Mendelssohn ma parzialmente discutibile quella di Grieg il cui terzo tempo si allarga temporalmente e strutturalmente in modo abnorme e nel quale aleggia costantemente lo spirito di Solveig. Un fraseggio ampio e sempre espressivo quello della Gutman, un rispetto rigoroso dello stile, ma una tecnica che purtroppo risente talvolta del passare degli anni, soprattutto nei passaggi più ardui di capotasto (in particolare nel finale del secondo tempo della sonata di Grieg). Anche il suono della Gutman si è fatto più tenue, talvolta un po’ esangue (problematica che si avverte assai nella sonata di Rachmaninov) e molto bravo è il pianista Poprugin ad evitare quanto più possibile fortissimi che possano mettere in risalto questa carenza. Sia chiaro un concerto godibile, salutato dagli applausi calorosi di un non folto pubblico e coronato da due bis (Prokoviev e Schumann) che rende giustamente omaggio, oltre che alla protagonista, anche a uno strumento che, colpevolmente, non è particolarmente presente (anche se non totalmente assente) nei concerti di Musica Insieme, che tende invece a premiare quasi esclusivamente il pianoforte. A margine di questa considerazione sarebbe anche giusto notare come vi siano generi (ad esempio la Liederistica) e strumenti (ad esempio l’oboe e il clarinetto come protagonisti solistici) ormai da anni trascurati. Gli organizzatori dovrebbero alzare gli occhi da una visione così ristrettamente provinciale e ampliare la loro prospettiva in una visione più europea delle scelte. Per una volta una introduzione di buona qualità (finalmente!). PS Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento” (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli. Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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E’ solo il Goethe Zentrum che a Bologna organizza meritoriamente Liederabende; un plauso loro e un Biasimo con la b maiuscola e rossa a tutte le organizzazioni musicali maggiori che trascurano un genere così importante e così diffuso in Europa: un ulteriore segno (mai che ce ne fosse bisogno…) del provincialismo culturale bolognese. Il soprano Sonya Isaak accompagnata dalla pianista Raffaella Zagni ha eseguito un programma della famiglia Schumann. Non tutti sanno infatti che Clara Wieck Schumann oltre che una famosa pianista e la moglie di Robert è stata anche un’eccellente compositrice di ispirazione (chi l’avrebbe detto?) schumanniana. Lei (come Fanny Mendelssohn con il fratello Felix) ha avuto lo svantaggio di un marito molto più famoso che ne ha ingiustamente e involontariamente oscurato la produzione e i Lieder eseguiti (che peraltro fanno regolarmente parte dei programmi Liederistici dei paesi di lingua tedesca) ne sono una prova. La bellezza della voce è un dono di natura (si veda l’esempio di Pavarotti) che non ha premiato la soprano Isaak, ma l’esercizio e lo studio possono almeno in parte sopperire a questa carenza. Purtroppo nel caso in questione si sono registrate sovente delle incertezze (una voce con qualche tremolio) nei toni intermedi – quando l’emissione richiedeva un “piano”, ad esempio all’inizio del primo Lied di “Frauenliebe und Leben” – mentre sono venuti a mancare spesso gli armonici negli acuti. Una prestazione non memorabile. Né l’ha aiutata la pianista Zagni. Chi accompagna ha il dovere di avere la sensibilità per la sala ove si svolge il concerto e in particolare al Goethe-Zentrum è indispensabile tenere il coperchio del piano chiuso nei concerti Liederistici. Se poi si aggiunge che inopinatamente il pianoforte ha aumentato il proprio volume nelle parti solistiche (a compensazione dell’assenza della voce?) che nei Lieder di Schumann sono così frequenti (ad esempio nelle code) e così importanti, l’intero equilibrio sonoro della composizione viene a mancare. Se poi si considera che la pianista – oltre a eseguire un Lied per solo piano assolutamente insignificante – si è sentita in dovere di aggiungere spesso alcune frasi frammentarie di spiegazione (?) dei Lieder eseguiti, che nulla hanno aggiunto alla comprensione dei brani (si deve sempre immaginare un pubblico sprovveduto?) mentre hanno spezzato la continuità del concerto, il risultato è facilmente immaginabile. Assolutamente fuori posto, poi, un bis Schubertiano in una serata dedicata agli Schumann: mancavano forse Lieder significativi dei due compositori? Anche i programmi scelti impattano sulla valutazione complessiva di un concerto. Suggerirei infine alla soprano – almeno per l’Europa – anche la scelta di un diverso stilista….
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Recensisco questo concerto più per onor di firma che per motivazioni giornalistiche e/o artistiche. Abbiano ascoltato da Maria Perrotta (dal vivo e in CD) le Goldberg Variationen di J.S.Bach un numero più che sufficiente di volte per formulare un giudizio ponderato che questa nuova performance non ha cambiato. Un’ottima esecuzione, “maturata” negli anni e consolidata ormai senza sbavature, anche se la dimensione della sala avrebbe richiesto un volume di suono più contenuto e alcune imprecisioni tecniche (ad esempio nella prima variazione) evitate. Ma…. oltre alle Goldberg e alle ultime tre sonate di Beethoven la letteratura pianistica offre un ben maggiore repertorio e una pianista che ambisca a traguardi prestigiosi deve (non soltanto può!) in ogni caso affrontare altri autori (Mozart, Schubert, Schumann, Liszt, Brahms, Rachmaninov, Stravinskj etc.) e altri brani se non vuole cristallizzarsi in un repertorio angusto e ripetitivo, come purtroppo altre “promesse” nel recente passato hanno commesso l’errore di fare. I tempi non solo sono maturi ma addirittura siamo quasi in ritardo data l’età dell’artista (solo per fare un raffronto Lisiecki ha la metà dei suoi anni, Juja Wang e Blechaz non hanno ancora raggiunto la trentina, Yundi…). Lo scorso anno l’abbiamo sentita anche in due noti brani di Chopin (Andante spianato e polacca brillante e poi 4a Ballata) con un risultato che ha certamente ingenerato perplessità, peraltro riportate in un post su questo stesso blog (chi ne fosse interessato veda sotto il riferimento a tutti i posts). Quindi ancora una volta (l’ultima per quanto mi riguarda) giudizio sospeso ma tutte le “condizionali” hanno il loro limite, oltre il quale si applica notoriamente la pena cumulativa….
Aggiungo che non rispettare senza giustificato motivo i tempi di inizio della manifestazione (infestata ancora una volta da una presentazione al limite del ridicolo. Che ci importa dello sgabgherato parere del relatore che assimila le Goldberg a un treno? se mai – più mai che se… – può essere interessante un’analisi storico-musicologica!) è una provincialissma scortesia verso quegli spettatori che si sono premurati di arrivare in orario. Gli altri si arrangino (come avviene in tutte le sale serie) e la prossima volta si sbrighino!
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Dismessi i panni jastizzico-rockettari indossati per motivi non strettamente musicali lo scorso anno, Viktoria Mullova si ripresenta al quasi annuale appuntamento con la Società del Quartetto in duo con Katia Labèque, un sodalizio consolidato negli anni con un programma molto interessante ovvero una sonata di Mozart e una di Schumann nella prima parte e nella seconda tre brani più moderni: Takemitsu, Pärt e Ravel. Diciamo subito che i due brani più moderni sono stati eseguiti senza interruzione (per un motivo ignoto) ma che entrambi sono esempi di cosa possa essere una bella musica moderna (e ce n’è anche tanta di brutta e supponente!). In particolare la Distance de fée dai contorni delicati, quasi impressionistici, di Takemitsu ha suscitato consensi quasi unanimi nel composto pubblico del Quartetto (esempio di come una rampogna ben assestata – quella di Schiff – possa fare miracoli) e una buona accettazione ha avuto anche il brano di Pärt. Senza problemi di accettazione ovviamente la sonata di Ravel, quella nella quale il secondo tempo – Blues – indica come negli anni ’20 l’influsso della musica americana giocasse un ruolo importante – anche se controverso – nel milieu parigino. I due bis finali sono stati un pallido omaggio alla contaminazione (un richiamo quasi ineludibile per le due esecutrici) che hanno unito stilemi classici a motivi tratti da una tradizione molto più populare (populistica?). Il duo ha offerto un prova di altissima qualità (se ne poteva dubitare?) sia per il valore individuale delle due artiste (per la Mullova il tempo sembra non passare mai) sia per l’affiatamento dimostrato che ha raggiunto il miglior risultato nella sonata op. 105 di Schumann. Qualche lieve perplessità per la sonata Mozartiana (la K 526, raramente eseguita) nella quale la Labèque non ha resistito talvolta al richiamo di raggiungere una maggiore espressività con un non perfetto sincronismo di mano destra e sinistra. Ma in un caso come quello di questo concerto lo si può considerare un peccato veniale. Un plauso anche al programma di sala distribuito gratuitamente (la cui lettura o meno è lasciata allo spettatore), nel quale sia le biografie delle due artiste che i brani eseguiti sono descritti in modo professionale e senza sbavature (se si eccettua che per il Blues di Ravel viene tralasciato che si tratta di uno dei primi e più significativi esempi di bitonalità: violino e pianoforte eseguono in tonalità diverse). Un esempio che dovrebbe fare meditare le organizzazioni bolognesi con quelle dilettantesche presentazioni di supposti “esperti” imposte senza remissione, che flagellano un pubblico che non ha la possibilità di sottrarsi alla punizione.
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La cosa migliore della serata è stata certamente il programma che ha visto l’esecuzione di alcune sonate poco frequentate nelle sale da concerto. Mi riferisco alle sonate di Poulenc, Fauré e a quella strutturalmente meno convenzionale (Divertimento) di Stravinskj. Il tutto preceduto da una sonata schubertiana. Al di là del singolo valore dei due esecutori (avevo ascoltato Kavakos in altri contesti con eccellenti risultati mentre su Pace mantengo le riserve già precedentemente espresse: un ottimo artigiano, non un grande artista) il duo ha dato luogo a un concerto non certo entusiasmante. La sonata schubertiana è risultata piatta e anche la sfavillante partitura di Stravinskj non è risultata convincente. Un po’ meglio Poulenc ma poi è mancato lo stile così particolare, così sottile, così allusivo di Fauré. Come già più volte sottolineato, due artisti – anche ove eccellenti – non fanno un duo che invece richiede un’amalgama che in questo caso è del tutto mancata. E’ sembrato che i due suonassero ciascuno per proprio conto seppure mantendendo la sincronizzazione della tempistica. Se poi si volesse anche introdurre una nota di “colore” si potrebbe anche dire che lo stile funereo del gigantesco ed oscuro Kavakos (che probabilmente si serve dallo stesso stilista di Morticia degli Addams) vicino alla giacchetta stile Sganapino del piccolo Pace sembrava riflettere la separazione anche visuale dei due. Due bis poco significativi se si eccettua il virtuosismo di una esecuzione sui soli armonici del violino. Complimenti al relatore che ha preceduto il concerto, che ha affermato che la seconda guerra mondiale è iniziata nel 1942!!!
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Scrivi Quartetto di Milano e leggi qualità. Grande pubblico (sala piena – 1200 posti) sempre attento, mai un applauso fuori posto, suonerie e cellulari spenti e dopo la sclerata di Schiff non un solo colpo di tosse. Si presenta sul palcoscenico per la seconda volta al Quartetto, efebico, biondo, altissimo, il giovanissimo Lisiecki (19 anni!), mangiato con gli occhi dalle signore pronte probabilmente a concedersi alla bellezza del giovane Jan, composto e consapevolmente certo di un successo alla stregua della fasciatissima Buniatishvili presso il pubblico maschile (giustamente svillaneggiata musicalmente però dal Corriere musicale). Sia chiaro: nessun parallelo con gli eccessi da baraccone della georgiana perchè qui si tratta di un grandissimo artista che strabilia per la maturità musicale che lo contraddistingue e che pone sempre la sua raffinatissima tecnica al servizio dell’interpretazione. Il programma eseguito è parzialmente consueto (Bach – corali e seconda partita, Mendelssohn – rondò capriccioso e Chopin studi op.10) e parzialmente inconsueto (Paderewski – suite e notturno – praticamente mai eseguiti). Il Bach di Lisiecki ricorda la compostezza esecutiva di Schiff: mai toni eccessivi, perfetta pulizia esecutiva, scarso uso del pedale (singolarmente piuttosto usato in modo dinamico invece il pedale del piano), stile assoutamente ineccepibile (a differenza di altri fenomeni televisivi osannati da un pubblico provinciale italiano). Altrettanto dicasi per Paderewski e Mendelssohn: non ho trovato oggettivamente nessun appunto per le esecuzioni. In particolare va apprezzato l’approccio di grande qualità musicale al minuetto delle Humoresques di Paderewski che per la sua natura in mano a un pianista come Lang Lang sarebbe diventato l’occasione per un valzerino da café chantant. Forse qualche piccola riserva sugli studi chopiniani op. 10 dove non sono mancate alcune imperfezioni (ad esempio nel diabolico studio n.1 che, come ricorda il programma di sala, creava problemi persino al grande Vladimir) che però nulla tolgono al quadro eccellente (direi quasi eccezionale) della performance. Un’unica vera pecca è consistita nel concedere un solo bis (il preludio di Chopin in mi minore): un giovane esecutore dovrebbe essere assai più generoso. Sarebbe a questo punto molto interessante avere la possibilità di misurare questo grande giovane artista in Beethoven, ma le premesse sono del tutto favorevoli. Perchè viene trascurato dalle istituzioni musicali bolognesi (e imolesi)? Provincialismo culturale?
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Nel solco della più classica tradizione verdiana il Comunale di Bologna apre la stagione operistica con “Un ballo in maschera”, opera nelle corde più sensibili dei melomani locali. Lasciamo ai musicologi (più o meno “self-assessed“) il compito di inquadrare l’opera ma certo è singolare che all’inquadramento (che può essere comodamente redatto in anticipo…) venga dedicata tanta parte degli articoli giornalistici che poi poco o quasi nulla dicono della realizzazione. Mi viene in mente un famoso episodio riguardante un critico del Carlino degli anni ’60 che recensendo un concerto del grande Arturo si profuse in complimenti per i tre bis concessi. Peccato che ne fosse stato eseguito uno solo…! Ciò detto bisogna subito dire che per trasformare lo sventurato e scalcinato libretto dell’opera verdiana nella storia di una moderna competizione elettorale di stile americano (nella kundgebung della scena finale ci si aspetta l’entrata delle majorettes!) lo sforzo è titanico e come tale destinato a un inevitabile fallimento. Luci al neon sparate in faccia allo spettatore per una storia che nell’intenzione dei librettisti è una tormentata e non peccaminosa storia d’amore e di morte, dice subito dell’assurdità della impostazione. Ma ormai a partire da Bayreuth e München il mantra è sempre il medesimo: non si tratta di predisporre sceneggiature “belle” e coerenti ma di realizzare messe in scena “creative” e solamente provocatorie, poiché quello che conta non è ricevere l’applauso ma unicamente essere sulla bocca di tutti indipendentemente dal successo e ancor meglio in questa ottica se l’insuccesso è clamoroso (viva Andreotti!). Asserire nella presentazione che “senza mai tradire la coerenza e lo sviluppo della narrazione verdiana, Damiano Michieletto restituisce così allo spettatore di oggi una versione moderna e anticonvenzionale dell’opera” è veramente un’affermazione spudorata. Peraltro “Katarina Wagner docet”. In materia l’ineffabile regista afferma che “le sue regie non sono fatte per compiacere il pubblico” ove probabilmente compiacere sta per piacere! Ma una sceneggiatura non è una “installazione” astratta da Artefiera, ma deve (dovrebbe a questo punto) accompagnare, sottolineare, integrare l’azione dell’opera e non essere semplicemente un’esibizione di luci e colori. Dove è la mascherata finale, anche solo allusa? Quando mai Ulrica è una santona american style – o come qualcuno ha ipotizzato una nuova Vanna Marchi – (con l’esibizione volgare e senza rispetto di paraplegici)? Perchè Riccardo canta in piedi (con il suo “doppio” steso per terra) mentre sta per morire e i suoi supporters continuano a inneggiare, nella convention elettorale del ballo, alla sua candidatura? Che dire dello smaccato spottone della BMW elettrica del secondo quadro? E chi scrive non è un bieco conservatore reazionario ma unicamente uno spettatore in grado di distinguere fra moneta vera e moneta falsa. Ricordo ancora con grande piacere, per esempio, una sceneggiatura di “Romeo and Juliet” di Shakespeare della RSC a Stratford-on-Avon nella quale i Capuleti e i Montecchi erano due bande di “mods” degli anni ’50. Ma si trattava di regista di grande qualità, altro che la sceneggiatura provinciale e velleitaria di Michieletto (peraltro già fischiata sonoramente alla Scala nel 2013. Errare humanum…). E ancora recentemente lo splendido Ring della Scala (insieme alla Staatsoper Unter der Linden), o “Don Carlo” del Regio di Torino o “La donna del lago” della Scala o “Le nozze di Figaro” a Bologna etc. Ma dopo l’obbrobrio di “Qui non c’è perché” tout se tient….
Diverso è il discorso per l’aspetto vocale e orchestrale. Gli interpreti sono stati abbastanza all’altezza delle aspettative con qualche riserva per l’Ulrica di Elena Manistina (peraltro l’unica “beccata” dal loggione) e l’Oscar di Beatriz Diaz (nella prima delle sue due arie). Il tenore Gregory Kunde (Riccardo) dopo un inizio contratto con un’emissione sforzata è andato crescendo raggiungendo dopo la prima scena un’ottima prestazione. Altrettando dicasi vocalmente per il Renato di Luca Salsi cui manca però la presenza scenica (ha un modo di muoversi dinoccolato e piuttosto sgraziato). Quasi senza pecche l’Amelia di Maria José Siri il cui limite è l’assenza di una voce altamente drammatica come il ruolo richiederebbe. Quanto a Mariotti (il giovin direttore dalla faccia d’angelo adottato acriticamente da tutte le signore del teatro) sarebbe opportuna una visione un po’ meno fideistica (ma i primi cento giorni sono scontati per tutti). Una direzione di buona qualità (anche perchè l’orchestra è quella che è) che ha mancato in alcuni momenti (ad esempio nel secondo quadro) quell’equilibrio fra voce e accompagnamento che è così importante in ogni opera.
Naturalmente una “clacque” ridicolmente rumorosa oltre misura si è spesa senza limiti nel sostenere lo spettacolo (i biglietti gratuiti fanno miracoli) sonoramente fischiato alla Scala. Ma si sa, Bologna non è Milano nè Reggio Emilia e il pubblico è fin troppo educato. Così la solita stampa corifea potrà inneggiare acriticamente a un grande successo. Se questo è l’ “antipasto” del duo Ronchi-Sani c’è poco da stare allegri. Peraltro, usando l’espressione di un famoso commentatore calcistico radiofonico degli anni ’50 e ’60 (Eugenio Danese), si può senza tema di smentita affermare “L’avevamo previsto”!!!
PS Molti mi hanno scritto segnalandomi come io abbia usato la parola sceneggiatura al posto di scenografia. La cosa in realtà è voluta perchè Michieletto (come a Bayreuth) ha rappresentato una storia del tutto diversa dal libretto….
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Dopo un inaccettabile, provincialissimo ritardo di 30 minuti (“perchè gli spettatori hanno fatto tardi al botteghino” – e quando mai si fa aspettare il pubblico in sala? Chi arriva in ritardo si perde una parte del concerto nelle sale serie e basta!) e la solita presentazione “musicale” (forse una delle più miserande cui abbia assistito negli ultimi anni) è iniziato il concerto del giovane ucraino venticinquenne, reduce dalla vittoria al concorso Rubinstein di Tel Aviv del 2014 che si è presentato con un programma che più “classico” non si può: Schubert (improvviso in fa minore), Chopin (3 mazurke), Schumann (sonata in sol minore) e Ravel (miroirs e la valse).
Dotato di solidissima tecnica il pianismo di Baryshevskyi alterna impostazioni di grandissima qualità ad altre meno felici. Fra queste ultime certamente possiamo annoverare quella dell’improvviso Schubertiano, dove la sonorità è risultata piuttosto piatta (temevo a causa del pianoforte ma smentito da altri brani) e quella dei “miroirs” di Ravel. Sia chiaro: ci si trova davanti a un’interpretazione di qualità ma alla quale manca però (nel caso del brano di Ravel) quella sensibilità alle sonorità liquide in favore di una impostazione troppo “robusta”. L’impostazione rocciosa del pianismo del giovane ucraino ha purtroppo anche segnato le mazurke Chopiniane, almeno in due di esse (fra cui quella finale). Di ottima qualità invece l’esecuzione della sonata di Schumann, uno dei suoi capolavori pianistici, dove la tensione fra forma sonata classica e rottura romantica degli schemi è più significativa. Qui l’unica pecca -se così si può dire – è consistita in alcune note false facilmente evitabili se il controllo fosse stato più rigido. E’ comprensibile che un giovane così dotato voglia dare sfogo a tutta la sua “potenza di fuoco” ma la qualità di un artista si misura anche nella sua capacità… di “misura”. Senza pecca alcuna infine “La valse” di Ravel. Due ottimi bis di Skryabin e uno finale – una sorta di divertissement – ignoto all’estensore di queste note. In conclusione un ottimo giovane pianista che seguiremo con attenzione nella sua evoluzione nel corso degli anni.
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Totalmente “sfusato” di ritorno dall’India (il concerto è terminato per me alle 4 della mattina…) non ho voluto perdere la performance di Lonquich, un pianista/direttore verso il quale ho sempre avuto un “mixed feeling” ovvero la sensazione di trovarmi di fronte a un artista eclettico che però non riusciva a convincermi del tutto. Seppure debbo ammettere qualche “buco” di attenzione dovuto alla carenza di sonno (ahimé gli anni…!) mi è parso però che l’esecuzione del primo concerto di Beethoven sia stata di alta qualità soprattutto se si considera che il confronto va immediatamente all’esecuzione di “Martita” (come Abbado chiamava Marta Argerich) che ne ha fatto in tutti gli ultimi anni il suo cavallo di battaglia. Un’esecuzione brillante, senza sbavature, di un concerto che seppure giovanile e influenzato fortemente ancora da Haydn contiene in nuce tutti gli stilemi che verranno poi sviluppati nei concerti dell’età più matura. Lonquich ne ha dato un’interpretazione stilisticamente ineccepibile, tecnicamente perfetta e ha saputo indicare alla Filarmonica bolognese il giusto tono con il quale accompagnare la sua esecuzione. Ottima anche l’interpretazione dell’unico bis, il preludio di Debussy “La terrasse des audiences au clair de lune”, nel quale le sonorità liquide del compositore francese e i toni tenui del brano sono state rese alla perfezione. Un plauso incondizionato. Tralasciando il primo brano schubertiano (di poco spessore ma interessante per l’orchestrazione di Webern, uno dei massimi rappresentanti post-schönberghiani) il concerto prevedeva anche la settima sinfonia di Dvořák composta nel 1885, alcuni anni prima della sua trasferta americana (da cui nacque la nona, “Dal nuovo mondo”), forse la più bella del compositore ceco per la varietà dei temi, la presenza di ritmi di danza e il forte influsso della tradizione popolare. Anche qui Lonquich ha saputo trovare il corretto equilibrio (specialmente nel terzo tempo) sottolineando le variegate tematiche del brano e ricevendo quindi un meritato applauso prolungato da parte del pubblico (anche se ormai si applaude chiunque e qualunque performance, magari avendo compulsato per tutto il concerto il proprio cellulare…)
Pur apprezzando l’esecuzione preferisco comunque il Lonquich pianista… E’ questo un tema già trattato: perchè i pianisti cadano regolarmente nella tentazione di esibirsi come direttori (e perchè i direttori non cedano alla stessa tentazione…) è di facile comprensione… ed essere ai vertici in entrambi gli ambiti è molto, molto difficile se non impossibile. A ciascuno il suo! Ben fanno artisti come Schiff, Pollini, Zimerman etc. che limitano il proprio campo di azione allo strumento ottenendone risultati eccezionali. E’ talvolta quasi ridicolo il gesto del pianista che si affanna a dare indicazioni all’orchestra nelle poche battute in cui non interviene, indicazioni che ovviamente nulla aggiungono all’esecuzione orchestrale. Meglio, se mai, il tipico atteggiamento del Konzermeister che limita a pochi ma significativi cenni del capo le proprie indicazioni all’orchestra.
Una postilla positiva: i concerti della Filarmonica risparmiano agli spettatori quelle ridicole (e spesso zeppe di errori) presentazioni del concerto che infestano le manifestazioni bolognesi.
Una postilla negativa: perchè i concerti iniziano alle 21, un orario tardo ormai in disuso ovunque?
Una postilla senza aggettivi: perchè oltre a richiedere che le suonerie dei cellulari siano spente non si precisa che anche la semplice accensione è proibita, visto il fastidio che la luce emessa provoca?
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Un concerto che più “classico” non si può con un grande pianista che ad ogni concerto lascia con il fiato sospeso avendo spesso il “vizietto” di cancellare la sua prestazione all’ultimo momento (un epigono di Marta Argerich da questo punto di vista…). Per fortuna non è successo in questo caso, con una esecuzione maiuscola del V concerto di Beethoven “imperatore”. Lortie dopo il successo al Busoni del 1984 e nel concorso di Leeds ha costruito sulla propria tecnica trascendentale una solida musicalità e una maturità interpretativa che lo collocano ai vertici del pianismo internazionale. Sono ormai lontani i tempi – fortunatamente – nei quali le esecuzioni apparivano come un’esibizione muscolare. Il percorso di Lortie è quello di altri interpreti della migliore generazione di mezzo che dopo un inizio “atletico” hanno moderato la propria esuberanza plasmandola nel quadro di un contesto stilistico di maturazione È la storia di Kissin, di Volodov etc. Una interpretazione pressochè perfetta del concerto che ha trovato nel cantabile del secondo tempo – a mio giudizio – il punto più alto. Come bis Lortie ha invece eseguito il Prestissimo della quinta sonata beethoveniana (op. 10), una scelta molto discutibile in quanto è un brano che trova il suo significato solo nel contesto della sonata completa. Un retaggio del passato che pur eseguito alla perfezione non trova una sua giustificazione stilistica.
Il programma del concerto prevedeva anche due brani sinfonici: lo “Spiegelritter” di Schubert, composizione certamente non di grande rilevanza nel panorama compositivo del compositore viennese, e la grande sinfonia “renana” di Schumann. La cifra caratteristica della direzione di Mariotti è l’esuberanza, che gli permette di ottenere grandi risultati nei tempi più veloci (ad esempio il primo e il quinto tempo) mentre meno felice è stato il risultato del misterioso quarto tempo (che forse influenzò Brahms nella sua terza sonata per pianoforte, con il misterioso “intermezzo” – Rückblick) nel quale le sonorità evocative non hanno trovato quella espressione che è richiesta (anche a causa della “intemperanza” degli ottoni). Mariotti è un direttore giovane – anche se già affermato – che ha davanti a sè tutto il tempo per un approfondimento e anche un miglioramento del proprio gesto che vede al momento le due braccia muoversi costantemente in sincronia. Si pensi solo ad Abbado (ma anche a Barenboim, a Muti etc.) che dei propri arti fanno invece due distinti impieghi con effetti positivi nella trasmissione agli esecutori della volontà del direttore. Quindi una buona esecuzione della sinfonia ma non eccezionale. Inutile dire che il pubblico ha tributato un successo travolgente e questo la dice lunga sulla sua visione critica.
Con questo post Kurvenal va in vacanza fino al prossimo anno. A tutti i miei lettori i migliori auguri per le feste e un augurio a tutti noi per un 2015 un po’ più sereno (anche musicalmente, seppure la sventurata vicenda del teatro comunale non lascia ben sperare….).
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Nel mio post dell’ 8 Dicembre avevo promesso di ritornare sul Fidelio della Scala dopo averlo rivisto dal vivo e mantengo oggi la promessa in un breve post. Purtroppo non ho assistito al Florestano di Jonas Kaufmann (ai cui piedi crollano tutte le signore !) che ha cantato solo in una rappresentazione. Presenza scenica, voce, intonazione e colore della voce cambiano volto al secondo atto con Kaufman rendendo Florestano vero protagonista rispetto alla prestazione incolore (eufemismo) di Klaus Florian Vogt, per una sera indisposto e appena ristabilito. Talvolta le guarigioni vengono per nuocere…Per il resto rimangono tutti i dubbi (e le conferme positive) per la compagnia di canto. Inalterato il mio giudizio su direzione d’orchestra, sulla (pessima) regia e sui costumi anche se devo ammettere che la scenografia dal vivo risulta un po’ meno triste di quanto apparisse nel teleschermo.
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Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere per coloro che hanno a cuore il nostro povero teatro. Dopo un CdA composto di persone prive di competenza musicale e di nomina unicamente “politica” (leggasi Cancellieri, Regione, Comune, Provincia etc….), che hanno portato al disastro il teatro (si consideri solo come esempio il fallimento delle stagioni sinfoniche i cui concerti un tempo venivano ripetuti due-tre volte e che ora sono disertati dal pubblico, e i soldi buttati per “spettacoli” di sodali come “Qui non c’è perchè” giustamente irriso e stroncato da tutta la critica), a differenza di tutti i teatri anche di seconda categoria, a meno di 15 gg. dal termine ultimo fissato per legge (e apparentemente ignorato) per il nuovo statuto e la nomina del consiglio di indirizzo che deve sostituire il fallimentare CdA attuale, viene “ufficiosamente” confermato che il sindaco, cui del teatro “non gliene può frega’ de meno“, è intenzionato a nominare suo delegato come presidente l’assessore Ronchi, (il rockettaro, per intenderci), mentre ancora si attende la conferma di Sani (!) al posto di Ernani (tutto naturalmente senza bandi, manifestazioni di interesse etc. insomma la solita “pastetta” de noantri). Al di là della ripetutamente comprovata incompetenza musicale dell’ineffabile assessore (complimenti anche per il cumulo di cariche in spregio allo sbandierato rinnovamento renziano) questa sventurata vicenda del comunale è lo specchio della implosione di un PD totalmente autoreferenziale che trova la sua immagine più significativa e più squallida nella guerra interna al partito per gli assessorati in regione. Possibile che l’unica speranza di cambiamento sia un totale azzeramento degli attuali amministratori che, ciechi alla protesta che nasce dalla società civile con l’astensione dal voto, ripercorrono pervicacemente un cammino di occupazione partitica di tutte le cariche? Il tutto con la complicità della “redazione” della Repubblica di Bologna che rifiuta qualunque lettera del pubblico volta a smascherare questa ignobile vicenda del comunale. Dico solo una cosa che mi sgorga dal cuore: VERGOGNA!
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Ho già espresso nel passato la mia contrarietà ai concerti “a geometria variabile” nei quali la formazione si spezzetta nei suoi vari componenti, ma nel caso in questione una situazione di “forza maggiore” ha giustificato questa impostazione. I tre strumentisti sono tutti di ottima qualità con la piccola eccezione della violoncellista Amanada Forsyth che ha dimostrato qualche incertezza nei brani di De Falla (in particolare nel primo) riscattata però nell’ottima esecuzione del bellissimo trio di Mendelssohn-Bartholdy. Quanto al violinista-violista di origine israeliana Pinchas Zuckerman, che ha alle sue spalle una carriera ormai cinquantennale, le sue performances sono sempre di altissimo livello, senza nulla concedere a un virtuosismo fine a sè stesso, nella ricerca di un suono e di un’interpretazione raffinata, sostenuta quest’ultima da una sensibilità musicale che ha trovato nella sonata di Franck (e in particolare nell’attacco del primo tempo) la sua massima espressione. Un plauso incondizionato alla pianista canadese Angela Cheng che unisce a una tecnica di ottima qualità il senso perfetto di come si deve interpretare la musica in una formazione cameristica. Insomma un concerto godibilissimo, con un trio che ha trovato un’ottima cifra stilistica pur in un complesso costituito all’ultimo momento in situazione di emergenza (aiutato in questo dal trio di Mendelssohn la cui gioiosità musicale evita complesse problematiche interpretative). In programma anche un rondeau di Beethoven praticamente mai eseguito e un bis (questo proprio brutto senza appello) di Fritz Kreisler .
Avevo già avuto modo di esprimere il mio parere fortemente negativo sulle “introduzioni” ai concerti di Musica Insieme (come a quelli del Bologna Festival), una punizione di stampo provincialissimo, solo bolognese, per la quale pare non vi sia nè condono nè amnistia. Una prassi che non trova parallelo nelle più accreditate manifestazioni musicali in Italia e all’estero (si immagini il lettore le reazioni a introduzioni per la Società del Quartetto o addirittura per la Scala!). Sarebbe del tutto necessario che fosse condotta un’indagine presso gli spettatori per conoscerne il gradimento che – a sensazione di chi scrive – rasenta lo zero e che ha il solo scopo di dare 10 minuti di visibilità a personaggi che altrimenti godrebbero di un meritato anonimato. Sempre come cartina di tornasole del gradimento (ovvero verificando il numero dei presenti) si potrebbe fare come alla Philharmonie di Berlino dove, in occasione di qualche concerto particolarmente importante viene tenuta una lezione seria un’ora prima del concerto stesso. Riprendo il tema solo a fronte della conversazione che ha preceduto questo concerto. Il relatore è stato prolisso, monotono e addirittura ha dovuto di dotarsi di foglietti come uno studente impreparato per tenere un pistolotto del tutto banale e di lunghezza inaccettabile (pur nella contrarietà alla istituzione gli consiglierei di prendere esempio da Mazzi e Modugno che almeno hanno il senso della misura e sono preparati senza bisogno di improvvisare). Che poi un presunto musicologo possa affermare con bella sicurezza che César Franck era francese mentre il compositore rivendicava orgogliosamente la sua nazionalità belga, essendo nato a Liège, e che il nome di Proust – Marcel – (questo sì francese) possa essere pronunciato con la “c” di ciabatta e con l’accento sulla “a” sono solo alcune ciliegine sulla torta. E chi ha mai affermato che per “trio” si intenda una formazione di soli archi (piuttosto rara peraltro) quando la letteratura in materia vede la grande prevalenza della presenza del pianoforte?
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Continua la meritoria attività del Goethe Zentrum di Bologna volta a mantenere viva a Bologna la tradizione del Lied, un genere musicale da lungo tempo colpevolmente trascurato nella nostra città dalle maggiori organizzazioni musicali, mentre così tanto spazio trova all’estero e definito da molti autori il genere musicale più completo dal momento che unisce vera poesia (non libretti!) e musica. Provincialismo culturale già più volte sottolineato in queste pagine. Nel concerto di cui al presente post è stato eseguito uno dei tre cicli schubertiani (la “Winterreise” – femminile perchè viaggio è femminile in tedesco), quello nel quale la distanza fra testo e musica è più forte. Mentre la musica è di altissimo livello non altrettanto si può dire dei testi del mai compianto Wilhelm Müller le cui poesie incentrate sul praticatissimo dualismo romantico “eros-thanatos” sono di fatto un esempio del peggiore romanticismo nel quale la parola più frequente (e i relativi sinonimi) è “grab” ovvero tomba! Nel ciclo solo un paio di esempi non ricalcano questa impostazione e certamente se non fosse stato per il genio del compositore viennese il nome di Müller sarebbe finito rapidamente e giustificatamente nel dimenticatoio della storia. E pensare che Schubert ha “vertont” alcune delle più belle poesie di Goethe: per quale motivo sia stato attratto da questo poetastro saturnino è difficile comprendere.
Come in tutto il panorama liederistico (e non solo), i Lieder (grazie al temperamento di Werkmeister) possono essere trasposti in qualsiasi tonalità e adattati – come in questo caso – al registro di un mezzosoprano. (Chi abbia interesse in materia può leggersi l’autobiografia di Gerad Moore che ricorda come alcuni cantanti, poco prima di un concerto, gli richiedessero un abbassamento o un innalzamento di mezzo tono o di un tono, un problema assolutamente drammatico e quasi insolubile per un pianista che non fosse della maestria di Moore).
Il concerto purtroppo non è stato all’altezza delle aspettative. Innanzitutto per tutta la sua durata il piano, nonostante il coperchio fosse chiuso, ha consistentemente sovrastato la voce a causa di un’intensità di suono mai contenuta. La percezione dell’ambiente nel quale un concerto si svolge (e quindi l’adattamento della sonorità) è compito primario del pianista (della pianista in questo caso) in questo caso totalmente disatteso. La mezzosoprano Marcella Ventura è dotata ottima intonazione ma di una voce drammatica non adatta a un repertorio liederistico e purtroppo con una emissione che spesso stenta a dispiegarsi, soprattutto nei mezzitoni (in gergo si definisce “ingolata”). Ne fa fede il fatto che i due Lieder che le sono meglio riusciti sono stati “Rückblick” e “Der stürmische Morgen”, ovvero due brani di forte drammaticità. L’intero ciclo è stato eseguito in modo monocorde ovvero come una semplice successione di note, senza alcun accento e aggiustamento di tempo, entrambi indispensabili in un campo liederistico. Insomma “there is a very big room for improvement”.
Una piccola chiosa: fa un po’ specie trovare errori di traduzione al Goethe Zentrum (ma debbo immaginare che le traduzioni siano state prese da Internet senza revisione critica). Perchè – un solo esempio per molteplici casi – nel Lied “Frühlingstraum” si traduce “Wann grünt Ihr Blätter am Fenster?” come “Quando rinverdiranno le foglie alla finestra?” dal momento che il “voi” al posto della terza persona plurale è così importante ai fini poetici, dando alle foglie un connotato quasi umano come paradigma della sofferenza del poeta ? E perchè tanti cambi di numero (fra singolari e plurali) e di tempo innecessari? Il tradurre è sempre compito difficile, ingrato e spesso impossibile ma l’aggiunta gratuita di errori grossolani, soprattutto quando la traduzione letterale è possibile senza svilire il testo, può essere evitata senza eccessivi sforzi….
Prima di recensire l’opera va tributato un caloroso saluto (speriamo un Auf Wiedersehen) a Daniel Barenboim che lascia la Scala per tornare a tempo pieno alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino dove è direttore a vita, forse nella speranza di potere reinaugurare nella prossima stagione il teatro rinnovato, chiuso per sanierung dalla stagione 2010-2011 per lavori che sono lievitati da 46 da 240 milioni di euro e che secondo le ultime notizie neppure nel 2015 sarà riaperto! (Una piccola considerazione a latere: tutto il mondo è paese. Anche nella efficientissima Germania vi sono giganteschi ritardi. Nella città di Berlino oltre la Staatsoper anche il nuovo gigantesco hub di Schönefeld, terminato teoricamente da due anni, continua a essere chiuso per pastoie burocratiche e problemi di genere vario e nessuno sa quando sarà operativo. Frau Merkel, anzichè distribuire giudizi da maestrina sulla inefficienza degli altri sarebbe bene cominciare a guardare in casa propria…!). Barenboim è un gigante, forse l’unico vero gigante musicale del panorama contemporaneo: raffinato pianista e direttore d’orchestra, ai vertici mondiali da 50 anni con un repertorio sterminato sia alla tastiera che con la bacchetta, capace in una settimana di tenere tre/quattro concerti, uno cameristico, uno solistico, uno con l’orchestra (sempre a memoria !) e uno sul podio. Un artista completo di cui la Scala non potrà che rimpiangere la partenza.
Ma veniamo al Fidelio. Il pubblico milanese (e in particolare il suo loggione) ha scarse capacità di valutare su una scala internazionale opere che esulino dal tradizionale repertorio dal melodramma italiano e quindi è condiscendente verso autori che per il loro nome siano garanzia di acritica qualità, da cui il successo odierno. Il Fidelio, op. 72 composto al centro del cosiddetto periodo di mezzo che i musicologi fanno terminare con l’op. 90, non è a giudizio di chi scrive il capolavoro Beethoveniano. La musica è certamente di altissima qualità ma l’opera è nel suo complesso diseguale, velleitaria, con un libretto improbabile, e pare denunciare un atteggiamento parzialmente svogliato del compositore e una sua insoddisfazione testimoniata dalle molteplici versioni dell’ouverture. L’idea che rappresenti l’epitome dell’amore coniugale e dell’anelito alla libertà e alla giustizia rimane solo una mera illusione. La direzione di Barenboim, come sempre assecondata dalla qualità dell’orchestra della Scala, è stata caratterizzata anche in questo caso (come nel caso del Don Giovanni di due anni fa e in generale per il repertorio a cavallo dell’800) da tempi rilassati ma in ogni caso di grande espressività con una cura particolare verso gli ottoni (non per niente Barenboim è sopraffino direttore wagneriano) e un risultato complessivo di ottima qualità. Discutibile, forse, la scelta della Leonore 2 come ouverture ma qualche vezzo filologico è perdonabile al direttore argentino. Ingeneroso è quindi a parere di scrive il giudizio di P. Isotta sul Corriere che invece ha ragioni da vendere per la compagnia di canto e la regia. Di quest’ultima si può dire – volendo essere generosi – che è insignificante, grigia e complessivamente noiosa. Nulla aggiunge all’opera e certe allusioni alle problematiche sociali odierne (prigionieri come operai in rivolta) appaiono più un tentativo fallito che una reale valorizzazione in chiave moderna della vicenda. Per quanto concerne i cantanti le qualità migliori sono state espresse dalle tre figure di secondo piano: Rocco (il coreano Kwangchul Youn – un baritono ai vertici mondiali, già presente come commendatore nel sopracitato Don Giovanni e costantemente presente a Bayreuth), Marzelline (Mojca Erdmann – una voce fresca di perfetta intonazione e una figura perfetta per il ruolo) e Jaquino (Florian Hoffmann – un tenore giovane dalle grandi qualità vocali). Don Fernando (Peter Mattei) rende difficile capire se declama o se canta mentre Don Pizarro (Falk Struckmann) si segnala per la sua poca significatività. Il Florestan di Klaus Florian Vogt non è stato certamente entusiasmante (eufemismo) ma chi è mancata è stata Anja Kampe che ha denunciato evidenti carenze vocali in tutti i registri e una presenza scenica impacciata, spesso al limite della goffaggine. Non sono certamente i fiori lanciati da una ben orchestrata ma smaccata clacque che possono nascondere i limiti di una prestazione lontana dall’eccezionale. Come sempre le “prime” raramente sono le recite migliori e si può solo sperare che il rodaggio possa migliorare una serata ben lungi dalle aspettative suscitate. Assisterò nuovamente allo spettacolo e ove il miglioramento abbia luogo lo segnalerò per onestà intellettuale.
Negli ultimi trenta anni le Goldberg Variationen di Bach hanno avuto un successo discografico loro sconosciuto negli anni ’60 e ’70, una sorta di “Goldberg renaissance” che ha visto recentemente protagonisti molti dei pianisti più affermati: Schiff, Hewitt, Dong-Hyek Lim, Bahrami etc. oltre che nel passato grandi clavicembalisti come Leonhardt. A questa schiera si aggiunge ora Maria Perrotta le cui esecuzioni ho avuto occasione di ascoltare e recensire fin dal 2012 e per la quale si può leggere anche la mia recensione su questo blog dell’11 Febbraio 2014. La sua interpretazione delle Goldberg conferma il giudizio che già ne avevo dato. Il pianismo della Perrotta si caratterizza per un significativo nitore, per un fraseggio accurato e per un rispetto stilistico che già aveva caratterizzato la sua incisione delle ultime tre sonate beethoveniane, se si eccettua il vezzo nelle Goldberg – ad esempio nell’aria iniziale – di non mantenere sempre un perfetto sincronismo fra le due mani per accentuare l’espressività. Un peccato veniale ma anche evitabile e da evitare soprattuto in Bach (e concedibile solo al clavicembalo che non ha altre possibilità espressive). Un CD quindi molto godibile che nulla ha a che invidiare ad altre interpretazioni e che a mio giudizio si colloca ben al di sopra di quello anche troppo osannato di Bahrami. Ovviamente al di là dell’esecuzione specifica rimane sospeso il giudizio generale su una pianista entrata tardi in carriera e che si trova a misurarsi con una sempre più folta schiera di giovani leoni caratterizzati da una tecnica trascendentale, all’interno della quale vi sono personalità musicali di livello eccezionale. Ne discende che per entrare nel Gotha del pianismo internazionale sarebbero necessarie prove più complete in un repertorio più vasto che includa anche le opere maggiormente impegnative sotto ogni aspetto, ad esempio quelle del repertorio romantico centrale, del secondo ottocento etc. per evitare una collocazione settoriale che finisce sempre per relegare l’esecutore in un contesto limitato. Quindi complimenti per le Goldberg ma un giudizio ancora una volta sospeso sul pianismo di Maria Perrotta di cui vorremmo ascoltare esecuzioni che spaziassero su un campo più ampio perchè la ripetizione (come nel caso delle Goldberg, suo ripetuto cavallo di battaglia da molto tempo e che eseguirà nuovamente a Bologna nel 2015) tende a denunciare limiti che depongono a sfavore dell’interprete.
Questa opera giovanile di Šostakovič smentisce categoricamente l’affermazione che il pubblico (piuttosto conservatore) di Bologna rifiuta le opere “moderne”. Il successo tributato all’opera in questione è infatti la prova che il problema è solo se l’opera è bella e ben rappresentata oppure se si tratta di una pretenziosa accozzaglia di suoni e rumori come la mai sufficientemente deprecata “Qui non c’è perchè”. “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, una delle due opere liriche del compositore russo, ha avuto una vita travagliata nel suo paese di origine essendo stata composta e rappresentata nel periodo più buio del socialismo sovietico, quello delle terribili “purghe” degli anni ’30. Applaudita calorosamente allora dal pubblico è sparita rapidamente dai cartelloni dopo un commento molto critico non firmato (e quindi dell’establishment) apparso sui quotidiani sovietici. La storia è quella dell’ infatuazione di una donna (Katerina), annoiata dal suo ménage quotidiano, per un bellimbusto arrampicatore sociale (Sergej) che la porta all’omicidio del suocero-cerbero e del marito-impotente fino alla carcerazione e alla tragedia finale del suo suicidio nel quale coinvolge la rivale Sonetka. Una storia da “grand guignol”, un “feuilleton” volutamente “übertrieben” sottolineata in modo perfetto dalla musica bellissima di Šostakovič. La messa in scena del teatro Helikon di Mosca con la regia di Dmitry Bertman e le scene perfette di Igor’ Neznyj ne hanno reso appieno tutto il significato.
Nei vari quadri dell’opera, immersi in una struttura di stampo vagamente infernale ed espressionistico, nella quale le riminiscenze del Bauhaus non mancano, tutti gli elementi di accentuazione caricaturale sono presenti: profusione di elementi del coro agghindati in modo grottesco, costumi rutilanti, orge, amplessi che poco lasciano all’immaginazione, fumi a profusione fino ad arrivare a una godibilissima performance di un pseudo-cantante rock, accompagnato da una chitarrista stile metallika, per le nozze di Katerina con Sergej. In primo piano sempre una poltrona rossa di struttura vagamente vaginale, ove si svolgono tutti i tradimenti, che ricorda quella dell’ultimo Parsifal di Bayreuth. Spettacolosa è poi la somiglianza fisica di Sonetka con Katerina sfruttata dal regista in una versione del “doppio” di Antonine Artaud attraverso anche l’uso da parte di Sonetka del medesimo vestito indossato da Katerina nel primo atto. Quanto all’aspetto musicale, la direzione di Vladimir Ponkin è stata impeccabile, assecondando in modo equilibrato la partitura di Šostakovič e mettendone al contempo in risalto la molteplicità di colori espressivi che la contraddistinguono. Ottimo il cast di canto: sopra tutti Alexey Tikhomirov nella parte del suocero cerbero e satiro (che ricorda da vicino quella del padre del “Bell’Antonio” di Vitaliano Brancati), di eccellente qualità le performances di Elena Mikhailenko (Katerina) e la breve apparizione di Larissa Kostyuk come Sonetka. Nella norma Vadim Zaplechny come Sergej. Un plauso comunque anche al coro che al di là delle capacità canore ha dimostrato una presenza scenica di altissimo livello. Quanto avrebbe chiesto il coro di Roma per la stessa prestazione……?
E’ strano: dopo l’esecuzione del primo Klavierstuck schubertiano il pianismo di Osborne mi aveva fatto venire in mente quello di Paul Lewis, ascoltato lo scorso anno a Musica Insieme a Bologna, e poi leggendo le note introduttive scopro che suonano spesso insieme. Entrambi fanno parte di quella generazione di mezzo inglese (pardon! Osborne è scozzese – come anche il suo abbigliamento denuncia – e forse non gradirebbe essere associato alla perfida Albione!) che pur garantendo esecuzioni di alto livello in qualche misura mi lasciano alcune indefinite perplessità. E’ esattamente quanto scrissi di Lewis anche se onestamente anche questa volta non sono in grado di precisarne in modo compiuto i motivi (mea culpa!). Osborne è un pianista che certamente rende in modo approfondito l’animo schubertiano, tratteggiandone senza sbavature il profilo musicale, evitando – se non in alcuni evitabili momenti – quegli eccessi di sonorità che nulla hanno a che fare con i brani eseguiti. Dotato di eccellente tecnica il programma eseguito ha spaziato da due opere giovanili – (anche se Schubert non è mai diventato vecchio essendo morto a 31 anni ) ovvero l’Andante op. D604 e le poco frequentate ma belle variazioni su un tema di Huttenbrenner op. D576 per finire a due brani di grande repertorio ovvero i 3 Klavierstücke op. D946 e i quattro improvvisi op. D935. L’interpretazione è riconducibile a quel filone che parte dal grande A. Schnabel e che oggi trova la sua massima espressione in A. Schiff. Un pianismo intimista che nulla concede agli effetti speciali cui siamo sempre più sottoposti, che scava negli angoli più reconditi dello spartito e che tratteggia con un chiaroscuro, assecondato da un uso accorto di pedale e tocco, il disegno musicale del compositore viennese. E quindi le mie (poche) perplessità? Non saprei proprio, però le confermo. Il programma è terminato con tre bis di cui due di tipo jazzistico (di gusto discutibile per un vecchio conservatore come il sottoscritto – le contaminazioni in un mondo sommerso dalla musica leggera non sono proprio necessarie) e uno tecnicamente funanbolico che hanno suscitato l’entusiasmo del (non folto, purtroppo) pubblico che comunque ha dimostrato di gradire molto l’intero concerto.
PS Dal mio osservatorio del II ordine dei palchi ho potuto constatare ancora una volta la maleducazione di alcuni spettatori. Due rappresentanti del gentil sesso nella seconda e quarta fila hanno costantemente compulsato il loro telefonino per tutta la durata del concerto (disturbando ovviamente i vicini anche fin troppo pazienti) salvo spellarsi le mani per applaudire un concerto di cui non hanno ascoltato una sola nota. Hanno spento i loro maledetti strumenti soltanto durante l’intervallo…. Malissima tempora currunt..
Un intermezzo godibilissimo su testo di Carlo Goldoni e mai rappresentato a Bologna (almeno a mia conoscenza) del compositore napoletano (vissuto però a lungo a Stuttgart – da cui l’interesse del Goethe Zentrum di Bologna), tipico di quegli intrattenimenti da camera rappresentati nei salotti settecenteschi. Con un organico strumentale molto ridotto (violino e pianoforte) i due protagonisti (più un mimo), in costume d’epoca, hanno dato luogo a un breve spettacolo molto apprezzato dal pubblico (nel quale – purtroppo – alcuni bambini non adeguatamente tenuti a freno dai genitori hanno ripetutamente disturbato l’audience). Il soprano Valeria d’Astoli ha tenuto brillantemente la scena con doti vocali di ottima qualità nel registro intermedio e alcune difficoltà nel registro acuto mentre il tenore Ugo Rosati è stato perfetto nel ruolo del vanesio e stolto Don Narciso, sia dal punto di vista della vocalità che da quello scenico. Un po’ meno brillante l’esecuzione degli strumentisti e in particolare quello della violinista Ursula Schaa la cui intonazione è stata sovente approssimativa.
Che il quartetto di Cremona sia ormai la migliore formazione italiana è cosa nota e attestata anche dall’esecuzione integrale dei quartetti beethoveniani alla società del quartetto di Milano nella scorsa stagione. Il quartetto cremonese è la prova provata che una compagine cameristica non è la semplice somma di strumentisti anche di altissima qualità individuale ma la fusione di personalità musicali diverse da cui scaturisce poi quel suono e quella cifra interpretativa che permette di raggiungere una esecuzione di alto livello. Il programma eseguito comprendeva una delle ultime composizioni beethoveniane – l’opera 132 – e il poco frequentato quintetto d’archi op. 29 del compositore di Bonn eseguito con l’immissione del violista Lawrence Dutton che pur di alta qualità denunciava la scarsa consuetudine con il quartetto. L’esecuzione dell’op. 132, composizione difficilissima per la forma non tradizionale, le armonie talvolta audaci, l’atmosfera quasi ultraterrena alla base del brano è stata di altissima qualità rendendo le sue sonorità particolari con tutta l’espressione dovuta, a riprova di una maturità interpretativa e di un comune sentire che caratterizzano il quartetto di Cremona. Poco si può aggiungere per il quintetto, un’opera giovanile lontana anni luce dall’op. 132 eseguita con maestria ma nella quale assai meno sono state messe in risalto le qualità del quartetto. Un concerto godibilissimo, con un pubblico che ha gremito la sala e con un meritato successo.
Da tempo non avevamo assistito a Bologna a un concerto di questa qualità. Nelson Goerner (di origine argentina e vincitore del concorso di Ginevra, uno dei più prestigiosi, vinto nel passato anche da A. Benedetti Michelangeli) non gode ancora a 46 anni di quella fama internazionale – almeno in italia – che merita. Ha eseguito un programma per Musica Insieme che ha spaziato dal ‘700 (Mozart e Bach) fino al primo ‘900 (Rachmaninoff e Debussy) passando per i grandi romantici Chopin (Preludi) e Schumann (Kreisleriana). Il pianismo di Goerner non concede nulla agli “effetti speciali” – cui purtroppo siamo sempre più sottoposti – ma mette sempre la sua eccelente tecnica (comprovata dall’entusiasmante esecuzione dell’ étude tableau scelto come secondo bis) al servizio dell’interpretazione scavando approfonditamente nello spirito dei brani eseguiti. La sua interpretazione è rigorosa e stilisticamente ineccepibile: nessuna giustapposizione delle mani per aumentare l’espressività, nessun eccesso di sonorità, nessuna accelerazione innecessaria ma sempre un atteggiamento misurato e rispettoso del dettato musicale. Ne ha fatto fede ad esempio l’esecuzione della Kreisleriana dove i cantabili sono stati resi con perfette sonorità e scelte di tempo. Ma altrettanto può dirsi dell’esecuzione dei preludi chopiniani. Naturalmente nessun pianista è perfetto: possiamo a sua lieve colpa citare alcuni “rubati” che per l’eccesso esecutivo sono talvolta diventati dei .. “rapinati” ma sempre in un contesto di eccellenza. Insomma un pianista che ci auguriamo di risentire presto nelle sale bolognesi e della cui cifra stilistica si sente sempre più bisogno a fronte dei fenomeni da baraccone che purtroppo sempre più spesso appestano gli auditori e corrompono per un facile successo il gusto di un pubblico non particolarmente raffinato e corrivo (speriamo che fischino le orecchie ad esempio a Lang Lang…). Un miniplauso a G.F. Modugno per una introduzione al concerto accettabile (ma come tutte le introduzioni innecessaria: un’abitudine bolognese fortemente provinciale. Confrontare con la Società del Quartetto di Milano…).
Un concerto godibilissimo presso il Goethe Zentrum – purtroppo con un pubblico molto ristretto – che ha presentato Lieder tedeschi del 1700 (Gluck, Neefe, C.P.E. Bach, Reichardt), molti dei quali pressochè assenti dai programmi degli scarsi concerti liederistici in Italia (totalmente assenti a Bologna nelle maggiori sale da concerto). Barbara Vignudelli, che ha al suo attivo una carriera ormai pluriennale, ha una bellissima voce e ben accompagnata da Giulia Manicardi ha interpretato con perfetto stile e senza sbavature un repertorio inconsueto. Un programma coraggioso completato dal Lied schubertiano “An die Musik” perfetto per la vocalità della soprano bolognese e accolto con calore dal pubblico. Gli unici difetti della Vignudelli – se come tali possono essere individuati – risiedono in qualche lieve difficoltà nell’agilità del registro acuto e una eccessiva staticità della persona che bene farebbe nell’accompagnare con una misurata gestualità i testi interpretati. Piccole imperfezioni che però nulla tolgono alla qualità complessiva del concerto. Vorremmo avere la possibilità di riascoltarla in un repertorio più vasto.