Cameristica, Recensioni

Mullova Labèque – Milano Quartetto 20 Gennaio 2015

Dismessi i panni jastizzico-rockettari indossati per motivi non strettamente musicali lo scorso anno, Viktoria Mullova si ripresenta al quasi annuale appuntamento con la Società del Quartetto in duo con Katia Labèque, un sodalizio consolidato negli anni con un programma molto interessante ovvero una sonata di Mozart e una di Schumann nella prima parte e nella seconda tre brani più moderni: Takemitsu, Pärt e Ravel. Diciamo subito che i due brani più moderni sono stati eseguiti senza interruzione (per un motivo ignoto) ma che entrambi sono esempi di cosa possa essere una bella musica moderna (e ce n’è anche tanta di brutta e supponente!). In particolare la Distance de fée dai contorni delicati, quasi impressionistici, di Takemitsu ha suscitato consensi quasi unanimi nel composto pubblico del Quartetto (esempio di come una rampogna ben assestata – quella di Schiff – possa fare miracoli) e una buona accettazione ha avuto anche il brano di Pärt. Senza problemi di accettazione ovviamente la sonata di Ravel, quella nella quale il secondo tempo –  Blues – indica come negli anni ’20 l’influsso della musica americana giocasse un ruolo importante – anche se controverso –  nel milieu parigino.  I due bis finali sono stati un pallido omaggio alla contaminazione (un richiamo quasi ineludibile per le due esecutrici) che hanno unito stilemi classici a motivi tratti da una tradizione molto più populare (populistica?). Il duo ha offerto un prova di altissima qualità (se ne poteva dubitare?) sia per il valore individuale delle due artiste (per la Mullova il tempo sembra non passare mai) sia per l’affiatamento dimostrato che ha raggiunto il miglior risultato nella sonata op. 105 di Schumann. Qualche lieve perplessità per la sonata Mozartiana (la K 526,  raramente eseguita) nella quale la Labèque non ha resistito talvolta al richiamo di raggiungere una maggiore espressività con un non perfetto sincronismo di mano destra e sinistra. Ma in un caso come quello di questo concerto lo si può considerare un peccato veniale. Un plauso anche al programma di sala distribuito gratuitamente (la cui lettura o meno è lasciata allo spettatore), nel quale sia le biografie delle due artiste che i brani eseguiti sono descritti in modo professionale e senza sbavature (se si eccettua che per il Blues di Ravel viene tralasciato che si tratta di uno dei primi e più significativi esempi di bitonalità: violino e pianoforte eseguono in tonalità diverse).  Un esempio che dovrebbe fare meditare le organizzazioni bolognesi con quelle dilettantesche presentazioni di supposti “esperti” imposte senza remissione, che flagellano un pubblico che non ha la possibilità di sottrarsi alla punizione.
Happy
PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti  ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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2 risposte a "Mullova Labèque – Milano Quartetto 20 Gennaio 2015"

  1. La lettera di Mozart riflette le problematiche settecentesche di interpretazione sul clavicembalo, una problematica che il pianoforte ha implicitamente risolto. È vero che il grande Arturo (e non solo lui) ha sovente utilizzato questo “artificio” ma è un retaggio – a mio parere – del passato. Persino Cortot (proprio lui!) si scagliava contro questa prassi. Poi le interpretazioni ricadono nell’ambito dei singoli gusti e su questo “disputandum non est”!!

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  2. Davide Barto ha detto:

    Leggo sempre le sue recensioni con interesse, tuttavia questa volta non condivido una sua affermazione. Premetto che non ho assistito al concerto. Lei, per quanto riguarda l’esecuzione della sonata di Mozart, afferma che “la Labèque non ha resistito talvolta al richiamo di raggiungere una maggiore espressività con un non perfetto sincronismo di mano destra e mano sinistra”, giudicando questo come un “peccato veniale”. Mozart stesso, in una sua lettera al padre del 1777, descrive il suo rubato: “tutti si meravigliano di come io possa mantenere sempre rigorosamente il tempo. Ciò che questa gente non afferra è che in tempo rubato, in un Adagio, la mano sinistra dovrebbe procedere strettamente a tempo. Per loro la mano sinistra segue sempre la mano destra.” Ciò che Mozart richiede emerge chiaramente dalla seconda versione dell’Adagio della Sonata K. 332, pubblicato con lo scopo di essere più preciso. In questa copia sono scritti espressamente leggeri sfalsamenti rispetto alla pulsazione regolare. Un altro esempio è nrl Rondò k. 511. Si tratta di una prassi esecutiva dell’epoca che è rimasta fino alla prima metà del Novecento. Ascolti la pianista Etelka Freund, allieva di Clara Schumann! Inoltre anche il grandissimo pianista Arturo Benedetti Michelangeli eseguiva molti passaggi, come per esempio in alcuni preludi di Debussy, con un lieve sfalsamento fra le due mani.

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