Operistica, Recensioni

Un ballo in maschera – Bologna teatro comunale 11 Gennaio 2015

Nel solco della più classica tradizione verdiana il Comunale di Bologna apre la stagione operistica con “Un ballo in maschera”, opera nelle corde più sensibili dei melomani locali. Lasciamo ai musicologi (più o meno “self-assessed“) il compito di inquadrare l’opera ma certo è singolare che all’inquadramento (che può essere comodamente redatto in anticipo…) venga dedicata tanta parte degli articoli giornalistici che poi poco o quasi nulla dicono della realizzazione. Mi viene in mente un famoso episodio riguardante un critico del Carlino degli anni ’60  che recensendo un concerto del grande Arturo si profuse in complimenti per i tre bis concessi. Peccato che ne fosse stato eseguito uno solo…!  Ciò detto bisogna subito dire che per trasformare lo sventurato e scalcinato libretto dell’opera verdiana nella storia di una moderna competizione elettorale di stile americano (nella kundgebung della scena finale ci si aspetta l’entrata delle majorettes!) lo sforzo è titanico e come tale destinato a un inevitabile fallimento. Luci al neon sparate in faccia allo spettatore per una storia che nell’intenzione dei librettisti è una tormentata e non peccaminosa storia d’amore e di morte, dice subito dell’assurdità della impostazione. Ma ormai a partire da Bayreuth e München il mantra è sempre il medesimo: non si tratta di predisporre sceneggiature “belle” e coerenti ma di realizzare messe in scena “creative” e solamente provocatorie, poiché quello che conta non è ricevere l’applauso ma unicamente essere sulla bocca di tutti indipendentemente dal successo e ancor meglio in questa ottica se l’insuccesso è clamoroso (viva Andreotti!). Asserire nella presentazione che  “senza mai tradire la coerenza e lo sviluppo della narrazione verdiana, Damiano Michieletto restituisce così allo spettatore di oggi una versione moderna e anticonvenzionale dell’opera” è veramente un’affermazione spudorata. Peraltro  “Katarina Wagner docet”. In materia l’ineffabile regista afferma  che “le sue regie non sono fatte per compiacere il pubblico” ove probabilmente compiacere sta per piacere! Ma una sceneggiatura non è una “installazione” astratta da Artefiera, ma deve (dovrebbe a questo punto) accompagnare, sottolineare, integrare l’azione dell’opera e non essere semplicemente un’esibizione di luci e colori.  Dove è la mascherata finale, anche solo allusa?  Quando mai Ulrica è una santona american style – o come qualcuno ha ipotizzato una nuova Vanna Marchi – (con l’esibizione volgare e senza rispetto di paraplegici)? Perchè Riccardo canta in piedi (con il suo “doppio” steso per terra) mentre sta per morire e i suoi supporters  continuano a inneggiare, nella convention elettorale del ballo, alla sua candidatura? Che dire dello smaccato spottone della BMW elettrica del secondo quadro? E chi scrive non è un bieco conservatore reazionario ma unicamente uno spettatore in grado di distinguere fra moneta vera e moneta falsa. Ricordo ancora con grande piacere, per esempio,  una sceneggiatura di “Romeo and Juliet”  di Shakespeare della RSC a Stratford-on-Avon nella quale i Capuleti e i Montecchi erano due bande di “mods” degli anni ’50. Ma si trattava di regista di grande qualità, altro che la sceneggiatura provinciale e velleitaria di Michieletto (peraltro già fischiata sonoramente alla Scala nel 2013. Errare humanum…). E ancora recentemente lo splendido Ring della Scala (insieme alla Staatsoper Unter der Linden), o  “Don Carlo” del Regio di Torino o “La donna del lago” della Scala o “Le nozze di Figaro” a Bologna  etc. Ma dopo l’obbrobrio di “Qui non c’è perché” tout se tient….
Diverso è il discorso per l’aspetto vocale e orchestrale. Gli interpreti sono stati abbastanza all’altezza delle aspettative  con qualche riserva per l’Ulrica di Elena Manistina (peraltro l’unica “beccata” dal loggione) e l’Oscar di Beatriz Diaz (nella prima delle sue due arie).  Il tenore Gregory Kunde (Riccardo) dopo un inizio contratto con un’emissione sforzata è andato crescendo raggiungendo dopo la prima scena un’ottima prestazione. Altrettando dicasi vocalmente per il Renato di Luca Salsi cui manca però la presenza scenica (ha un modo di muoversi dinoccolato e piuttosto sgraziato).  Quasi senza pecche l’Amelia di Maria José Siri il cui limite è l’assenza di una voce altamente drammatica come il ruolo richiederebbe. Quanto a Mariotti (il giovin direttore dalla faccia d’angelo adottato acriticamente da tutte le signore del teatro) sarebbe opportuna una visione un po’ meno fideistica (ma i primi cento giorni sono scontati per tutti). Una direzione di buona qualità (anche perchè l’orchestra è quella che è) che ha mancato in alcuni momenti (ad esempio nel secondo quadro) quell’equilibrio fra voce e accompagnamento che è così importante in ogni opera.
Naturalmente una “clacque” ridicolmente rumorosa oltre misura si è spesa senza limiti nel sostenere lo spettacolo (i biglietti gratuiti fanno miracoli) sonoramente fischiato alla Scala. Ma si sa, Bologna non è Milano nè Reggio Emilia e il pubblico è fin troppo educato. Così la solita stampa corifea potrà inneggiare acriticamente a un grande successo. Se questo è l’ “antipasto” del duo Ronchi-Sani c’è poco da stare allegri. Peraltro, usando l’espressione di un famoso commentatore calcistico radiofonico degli anni ’50 e ’60 (Eugenio Danese), si può senza tema di smentita affermare “L’avevamo previsto”!!!
 PS Molti mi hanno scritto segnalandomi come io abbia usato la parola sceneggiatura al posto di scenografia. La cosa in realtà è voluta perchè Michieletto (come a Bayreuth) ha rappresentato una storia del tutto diversa dal libretto….
Sad
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