Recensioni

Lady Macbeth del distretto di Mcensk – Bologna teatro comunale 4 Dicembre 2014

Questa opera giovanile di Šostakovič smentisce categoricamente l’affermazione che il pubblico (piuttosto conservatore) di Bologna rifiuta le opere “moderne”. Il successo tributato all’opera in questione è infatti la prova che il problema è solo se l’opera è bella e ben rappresentata oppure se si tratta di  una pretenziosa accozzaglia di suoni e rumori come la mai  sufficientemente deprecata “Qui non c’è perchè”. “Lady Macbeth del distretto di Mcensk”, una delle due opere liriche del compositore russo, ha avuto una vita travagliata nel suo paese di origine essendo stata composta e rappresentata nel periodo più buio del socialismo sovietico, quello delle terribili “purghe” degli anni ’30. Applaudita calorosamente allora dal pubblico è sparita rapidamente dai cartelloni dopo un commento molto critico non firmato (e quindi dell’establishment) apparso sui quotidiani sovietici. La storia è quella dell’ infatuazione di una donna (Katerina), annoiata dal suo ménage quotidiano, per un bellimbusto arrampicatore sociale (Sergej) che la porta all’omicidio del suocero-cerbero e del marito-impotente fino alla carcerazione e alla tragedia finale del suo suicidio nel quale coinvolge la rivale Sonetka.  Una storia da “grand guignol”, un “feuilleton” volutamente “übertrieben” sottolineata in modo perfetto dalla musica bellissima di Šostakovič. La messa in scena del teatro Helikon di Mosca con la regia di Dmitry Bertman e le scene perfette di Igor’ Neznyj ne hanno reso appieno tutto il significato.

Lady Macbeth

Nei vari quadri dell’opera, immersi in una struttura di stampo vagamente infernale ed espressionistico, nella quale le riminiscenze del Bauhaus non mancano, tutti gli elementi di accentuazione caricaturale sono presenti: profusione di elementi del coro agghindati in modo grottesco, costumi rutilanti, orge, amplessi che poco lasciano all’immaginazione, fumi a profusione fino ad arrivare a una godibilissima performance di un pseudo-cantante rock, accompagnato da una chitarrista stile metallika, per le nozze di Katerina con Sergej. In primo piano sempre una poltrona rossa di struttura vagamente vaginale, ove si svolgono tutti i tradimenti, che ricorda quella dell’ultimo Parsifal di Bayreuth.  Spettacolosa è poi la somiglianza fisica di Sonetka con Katerina sfruttata dal regista in una versione del “doppio” di Antonine Artaud attraverso anche l’uso da parte di Sonetka del medesimo vestito indossato da Katerina nel primo atto. Quanto all’aspetto musicale, la direzione di Vladimir Ponkin è stata impeccabile, assecondando in modo equilibrato la partitura di Šostakovič e mettendone al contempo in risalto la molteplicità di colori espressivi che la contraddistinguono. Ottimo il cast di canto: sopra tutti Alexey Tikhomirov  nella parte del suocero cerbero e satiro (che ricorda da vicino quella del padre del “Bell’Antonio” di Vitaliano Brancati), di eccellente qualità le performances di Elena Mikhailenko (Katerina) e la breve apparizione di  Larissa Kostyuk  come Sonetka.  Nella norma Vadim Zaplechny come Sergej.  Un plauso comunque anche al coro che al di là delle capacità canore ha dimostrato una presenza scenica di altissimo livello. Quanto avrebbe chiesto il coro di Roma per la stessa prestazione……?
HappyHappy

 

 

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