Recensioni

Fidelio – Milano La Scala 7 Dicembre 2014

Prima di recensire l’opera va tributato un caloroso saluto (speriamo un Auf Wiedersehen) a Daniel Barenboim che lascia la Scala per tornare a tempo pieno alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino dove è direttore a vita, forse nella speranza di potere reinaugurare nella prossima stagione il teatro rinnovato, chiuso per sanierung dalla stagione 2010-2011 per lavori che sono lievitati da 46 da 240 milioni di euro e che secondo le ultime notizie neppure nel 2015 sarà riaperto! (Una piccola considerazione a latere: tutto il mondo è paese. Anche nella efficientissima Germania vi sono giganteschi ritardi. Nella città di Berlino oltre la Staatsoper anche il nuovo gigantesco hub di Schönefeld, terminato teoricamente da due anni, continua a essere chiuso per pastoie burocratiche e problemi di genere vario e nessuno sa quando sarà operativo. Frau Merkel, anzichè distribuire giudizi da maestrina sulla inefficienza degli altri sarebbe bene cominciare a guardare in casa propria…!).  Barenboim è un gigante, forse l’unico vero gigante musicale del panorama contemporaneo: raffinato pianista e direttore d’orchestra, ai vertici mondiali da 50 anni con un repertorio sterminato sia alla tastiera che con la bacchetta, capace in una settimana di tenere tre/quattro concerti, uno cameristico, uno solistico, uno con l’orchestra (sempre a memoria !) e uno sul podio. Un artista completo di cui la Scala non potrà che rimpiangere la partenza.

Happy

Ma veniamo al Fidelio. Il pubblico milanese (e in particolare il suo loggione) ha scarse capacità di valutare su una scala internazionale opere che esulino dal tradizionale repertorio dal melodramma italiano e quindi è condiscendente verso autori che per il loro nome siano garanzia di acritica qualità, da cui il successo odierno.  Il Fidelio, op. 72 composto al centro del cosiddetto periodo di mezzo che i musicologi fanno terminare con l’op. 90,  non  è a giudizio di chi scrive il capolavoro Beethoveniano. La musica è certamente di altissima qualità ma l’opera è nel suo complesso diseguale, velleitaria, con un libretto improbabile, e pare denunciare un atteggiamento parzialmente svogliato del compositore e una sua insoddisfazione testimoniata dalle molteplici versioni dell’ouverture. L’idea che rappresenti l’epitome dell’amore coniugale e dell’anelito alla libertà e alla giustizia rimane solo una mera illusione.  La direzione di Barenboim, come sempre assecondata dalla qualità dell’orchestra della Scala,  è stata caratterizzata anche in questo caso (come nel caso del Don Giovanni di due anni fa e in generale per il repertorio a cavallo dell’800) da tempi rilassati ma in ogni caso di grande espressività con una cura particolare verso gli ottoni (non per niente Barenboim è sopraffino direttore wagneriano) e un risultato complessivo di ottima qualità. Discutibile, forse, la scelta della Leonore 2 come ouverture ma qualche vezzo filologico è perdonabile al direttore argentino. Ingeneroso è quindi a parere di scrive il giudizio di P. Isotta sul Corriere che invece ha ragioni da vendere per la compagnia di canto e la regia. Di quest’ultima si può dire  – volendo essere generosi – che è insignificante, grigia e complessivamente noiosa. Nulla aggiunge all’opera e certe allusioni alle problematiche sociali odierne (prigionieri come operai in rivolta) appaiono più un tentativo fallito che una reale valorizzazione in chiave moderna della vicenda.  Per quanto concerne i cantanti le qualità migliori sono state espresse dalle tre figure di secondo piano: Rocco (il coreano Kwangchul Youn – un baritono ai vertici mondiali, già presente come commendatore nel sopracitato Don Giovanni e costantemente presente a Bayreuth),  Marzelline (Mojca Erdmann – una voce fresca di perfetta intonazione e una figura perfetta per il ruolo) e Jaquino (Florian Hoffmann – un tenore giovane dalle grandi qualità vocali). Don Fernando (Peter Mattei) rende difficile capire se declama o se canta mentre Don Pizarro (Falk Struckmann) si segnala per la sua poca significatività. Il Florestan di Klaus Florian Vogt non è stato certamente entusiasmante (eufemismo) ma chi è mancata è stata Anja Kampe che ha denunciato evidenti carenze vocali in tutti i registri e una presenza scenica impacciata, spesso al limite della goffaggine.  Non sono certamente i fiori lanciati da una ben orchestrata ma smaccata clacque che possono nascondere i limiti di una prestazione lontana dall’eccezionale.  Come sempre le “prime” raramente  sono le recite migliori e si può solo sperare che il rodaggio possa migliorare una serata ben lungi dalle aspettative suscitate. Assisterò nuovamente allo spettacolo e ove il miglioramento abbia luogo lo segnalerò per onestà intellettuale.

Sad

 

 

Facebook Logo Twitter

Standard

Lasciate un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.