Ariadne auf Naxos – Berlino Staatsoper 25 Giugno 2015

Questa opera leggera di Strauss è un vero gioiellino grazie al libretto di von Hofmannstahl e alla musica piena di ironia di Strauss. Purtroppo molte delle sue opere non vengono mai rappresentate in Italia (ad esclusione di Salome o Elettra e a Bologna Capriccio negli anni ’90.). Non ricordo una messa in scena di Ariadne auf Naxos. Il libretto è pieno di umorismo anche se velato da una leggera malinconia. La storia si può riassumere nella stralunata richiesta di un signore del XVIII secolo nel prologo che chiede di rappresentare contemporaneamente nel suo castello la novità di un giovine compositore di un’opera seria e una pantomima della commedia dell’arte. La cosa naturalmente manda alla disperazione il compositore ma grazie al fascino della primadonna della commedia Zerbinetta, di cui il compositore si innamora, la cosa si risolve in una rappresentazione (l’unico atto) nella quale Arianna abbandonata da Teseo dapprima intende suicidarsi ma poi all’arrivo di Bacco che lei scambia prima per Teseo, poi per Mercurio e infine per Ade decide che la vita è assai più bella innamorandosi di Bacco e dotando la storia di un happy end nel quale Zerbinetta può affermare che ogni nuovo amante sembra sempre all’inizio un dio! Una messa in scena strepitosa con personaggi vestiti in modo moderno ma tutta soffusa da un’aura di melanconia che riproduce perfettamente lo spirito mitteleuropeo che l’accoppiata Strauss-von Hoffmanstahl richiede. Il regista (Hans Neuenfels) ha saputo usare una perfetta misura nell’affrontare lo spettacolo che ha ricevuto giustamente un prolungato applauso di oltre 10 minuti. Assolutamente strepitose le prestazioni vocali (a fronte di una partitura veramente difficile) delle due soprano Camilla Nylund (Ariadne) che ha saputo infondere al personaggio sofferenza e consolazione e Brenda Rae (Zerbinetta) dotata di una presenza scenica e di uno spirito pieno di umorismo che hanno ricevuto giustificati e numerosi applausi a scena aperta. Uno spettacolo indimenticabile.
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Faust – Berlino Deutsche Oper 24 Giugno 2015

Comincio col dire che a Berlino (finalmente) non viene chiesto solo di spegnere la suonerie dei telefonini ma di tenerli sempre spenti (e-mail, SMS etc.) per evitare di disturbare i vicini. Sacrosante parole che forse saranno recepite in Italia con il consueto, deprimente ritardo. Ciò detto il Faust di Gounod di Stöltzl (lo stesso regista del godibilissimo film “La giovinezza di Werther”) fa di tutto per irritare il pubblico. Margherita, che vende palloncini in un parco in un baracchino mobile e che è veramente un po’ troppo stagionata per il ruolo, si dondola su un’altalena e viene giustiziata con un’iniezione letale da un team di poliziotti, medici e boia mascherati in modo grottesco con orologio per l’esecuzione, con tanto di sussulti finali veramente disturbanti durante l’esecuzione
mentre il vecchio Faust si presenta all’inizio come un disabile su una sedia a rotelle elettrica più interessato al corpo che all’anima
e la scena nell’ambito di un muro circolare in cemento è dominata da una torre in cemento il cui significato è ignoto ma che impedisce la vista di una larga pare del palcoscenico. Intorno alla torre su un tappeto rotante si svolgono le azioni dell’opera. Quanto a Mefistofele, rappresentato come “doppio” di Faust (un trucco ormai anche troppo vecchio), è un tipo muscolare che come Faust ringiovanito si veste con uno sgargiante costume rosa con lustrini. La vita di Faust dopo la cura Mefistofele si svolge con un contorno di ragazzine teeneagers adoranti e pronte a concedersi con calzettoni alla stregua di un malato di pedofilia. La sceneggiatura non si fa mancare nulla, neve, maschere, masse variamente agghindate etc.
Potrei continuare nella descrizione delle ridicole e irritanti scelte del regista ma forse tutto questo è sufficiente. Siamo nello spirito dei registi “creativi” di scuola tedesca (Bayreuth, Monaco, Berlino) che si fanno beffe di spettatori e testo e hanno come unico scopo quello di sbattere letteralmente in faccia agli spettatori uno spettacolo che ne provochi l’inevitabile “Buh” non solo non temuto ma addirittura auspicato come motore dell’interesse dei giornali (che naturalmente dedicano l’intera prima pagina del Feuilleton all’evento). Che dire: i vecchi barbogi come il sottoscritto si rivoltano contro questa inutile e spesso vomitosa provocazione (e con me la maggioranza degli spettatori) ma pare che questo sia un trend inarrestabile. Penso in questi casi all’umorismo di G.B.Shaw o di O.Wilde che si fecero beffe dei classici ma con uno humour, un garbo e una sensibilità distante mille anni dalla rozzezza di queste messe in scena. C’è salvezza? Forse ma solo se finalmente gli spettatori smettono di presenziare a queste brutture, io incluso, il che appare assai improbabile. Ci sono Gott sei Dank anche sceneggiature moderne di qualità, ad esempio il Ring della Staatsoper e la Scala e anche Le nozze di Figaro di Bologna: ma stanno diventando sempre più minoritarie. Naturalmente diverso è il discorso per orchestra, direttore e cantanti. Assolutamente eccezionale è Krassimira Stoyanova come Margherita e eccellente è anche il Faust di Teodor Ilincal. Altrettanto degno di nota anche il Mefistofele di Ildebrando d’Arcangelo e nulla può essere imputato alla direzione di Marco Armiliato che estrae dall’orchestra sempre i giusti toni e tempi. Grandissimo, meritato successo per cantanti e orchestra ma quando appare il regista il teatro viene giù dai Buh (meritatissimi). Forse i tedeschi non sono particolarmente educati in questo caso ma quando ce vo’ ce vo’….
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Don Giovanni – Berlino Komische Oper 23 Giugno 2015

Ci ho riprovato dopo molti anni: un altro Don Giovanni alla komische Oper. È questa un’opera purtroppo abusata che richiede un grande equilibrio fra la commedia e la tragedia e che ormai solo con grandi casts e scenografie può presentare qualcosa di nuovo. Non è questo il caso della rappresentazione in questione che pur evitando le grossolanità che mi allontanarono per lungo tempo da questo teatro d’opera non rientra certamente nel novero delle messe in scena memorabili (e che comunque qualche scurrilità non se la risparmia), anzi tutt’altro. Un teatro “artigianale” per spettatori di bocca buona che si godono uno spettacolo modesto o meglio mediocre, a cominciare dal fatto che è cantato in tedesco!!! Ma come si permettono questi malfattori musicali di compiere nel 2015 un simile scempio? E pensare che dopo il restauro la komische Oper ha un display sul retro delle poltrone come quello della Scala che fornisce tutte le traduzioni, turco (!) incluso! Insomma si comincia male. Poi la prima sorpresa negativa. L’opera comincia con l’aria di Leporello, e l’omicidio del commendatore durante il quale Leporello scarica le proprie condutture idriche e Don Giovanni non trova la spada per avere messo male a tracolla il cinturone (si ride). L’ouverture viene eseguita dopo!! Don Giovanni è truccato come il Joker di Gotham City (Schopenauer si rivolta nella tomba) ed è vestito con una “mise” indefinibile da domatore del circo
Leporello (gigantesco) come un sacerdote di Satana con guanti rossi fìno al gomito, Donna Elvira come una sciantosa in giallo
mentre Donna Anna sembra la regina di cuori di Alice in Wonderland. Zerlina per motivi ignoti veste come una contadina bulgara nel dì di festa e indefinibili sono i costumi di Masetto e di uno stralunato Don Ottavio che ricorda Michael Gambon nelle Norman Conquests di Alan Ayckbourne. Don Giovanni e Leporello interpretano alla Ridolini come scioglilingua i recitativi (nei quali manca ovviamente l’accompagnamento). Tutta la scenografia è percorsa da salti, gags da avanspettacolo e di ammiccamenti al pubblico che naturalmente alla platea e alla galleria della komische piacciono moltissimo (risate e applausi) e a me provocano conati di vomito e desiderio di vendetta con tortura (se ne accorge persino la mia vicina di poltrona, anch’essa schifata dallo spettacolo). Durante il racconto dell’omicidio del padre da parte di Donna Anna Don Ottavio si tiene con una mano gli attributi quasi temesse un qualche influsso negativo sull’apparato riproduttivo. Giusto come ciliegina sulla torta non viene eseguito il finale dopo la discesa di Don Giovanni agli inferi, mentre la scena madre della cena è priva di tavolo (i personaggi mimano tutto) e il commendatore anziché una statua è un personaggio che si muove in carne ed ossa (e dove è allora il convitato di pietra a partire da Tirso de Molina?). La scena è composta sempre e solo da teli simil-pizzo che si muovono coprendo e scoprendo i personaggi che via via si presentano sulla scena. Ha senso affondare ulteriormente il coltello in una regia che merita solo di essere rapidamente dimenticata dopo essere stata mai sufficientemente infamata? Le voci: il migliore è il Don Ottavio (lo scemo del villaggio della storia, cornuto e mazziato) di Adrian Stooper e molto brava è anche Zerlina con una voce aggraziata e di grande agilità (Anna Brull). Donna Elvira (Karolina Gumos) ha qualche difficoltà a fare uscire la voce dalla gola ma esegue con grande maestria l’ultima grande aria prima del finale. Don Giovanni (Günter Papendell) è difficilmente giudicabile data il modo in cui si muove sulla scena: diciamo che è sufficiente. Senza infamia (ma senza lode) Donna Anna (Erika Roos) cui manca il lato drammatico della voce (mica poco!), il commendatore (Hans-Peter Scheidegger) e Leporello anch’esso travolto dall’avanspettacolo. Masetto (Philipp Meierhöfer) è forse il peggiore della compagnia. Non male l’orchestra diretta da una donna (finalmente!) Kristiina Poska. Se nel corso della mia vita tornerò a vedere un Don Giovanni alla komische Oper (teatro d’opera dell’anno a Berlino!!!!) chiunque è fin d’ora autorizzato a interdirmi per evidente incapacità di intendere e di volere.
PS Debbo delle scuse per una frase del mio precedente post sul concerto Pape Barenboim. La frase “italietta del melodramma” si presta infatti a un’interpretazione non corrispondente al mio pensiero. Lungi da me qualsiasi esterofilia. Con quella espressione mi riferivo solo a quegli spettatori italiani che accettano solo il repertorio italiano, sopportano a fatica alcuni compositori stranieri (Mozart), rifiutano Wagner, Weber, Gluck e disertano i concerti liederistici. E’ una forma di assenza di cultura con elementi di sciovinismo inaccettabile. Assolutamente nessuna intenzione di sottovalutare l’opera (che è un concetto ben più vasto di quello di melodramma) come comprovato dal fatto che ne sono un regolare frequentatore. Insomma absit iniuria verbis.
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Pape Barenboim – Berlino Staatsoper 21 Giugno 2015
Una coppia collaudata che si trova ad occhi chiusi in un programma di certo non entusiasmante. Non per gli interpreti (entrambi eccezionali e con Barenboim che nel pomeriggio aveva già diretto un concerto!!!) ma per il programma di una tristezza infinita. I Lieder di Beethoven (von Christian Fürchtegott) di Dvořák (Biblische Lieder) e di Musorgskij (Lieder und Tänze des Todes) sono quanto di più deprimente sia possibile concepire per i testi (con musica corrispndente). Solo i 3 Lieder di Quilter (da Shakespeare) erano un po’ meno deprimenti anche se tutti trattavano di amori infelici, di morte per amore etc. Poco quindi da dire sul programma e due interpreti perfetti applauditi dalla sala della Staatsoper gremita in tutti i posti. Ogni confronto con l’Italietta del melodramma è inutile: di Cultura con la C maiuscola, signori, si tratta a fronte di ignoranza e provincialismo! Grande concerto con programma insopportabile!
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Rigoletto – Berlino Komische Oper 20 Giugno 2015

Da molti anni mi ero rifiutato di assistere a spettacoli della Komische Oper (uno dei tre teatri d’opera di Berlino) dopo avere visto un Don Giovanni vergognoso e grossolano, tutto in chiave più che esplicitamente sessuale, rappresentato in lingua tedesca (!) e piagato da una massa di studenti rumorosi per niente interessata all’opera, talché sono uscito dopo il primo atto. Avevo scritto una lettera di vibrata protesta al direttore artistico senza ricevere risposta, il che dimostra che i maleducati albergano ovunque. Dopo alcuni anni di decantazione ho deciso di riprovare con questo Rigoletto, quantomeno cantato in italiano e con il teatro diretto da diversa persona che nell’ultimo anno ha ricevuto unanimi consensi. In effetti la musica (!) è cambiata. In una scena spoglia nella quale oltre ai protagonisti si trova solo una cassa che via via nelle sue varie posizioni fa da casa a Gilda, da alcova, da cassa da morto, e un orologio a forma di nano che scandisce le mezzenotti si muovono i personaggi contornati via via da maschere grottesche che assumono le forme dei pagliacci, delle scimmie, di ragazzotti strafottenti etc. insomma una tipica situazione da “nani (ce n’è uno vero in scena) e ballerine”. Una visione grottesca della storia (in accordo peraltro con un libretto risibile) che trova però una sua accettabile cifra interpretativa proponendo uno spettacolo tutto considerato abbastanza godibile, non fosse che da un punto puramente folkloristico, anche se non sono mancate alcune cadute di gusto tipiche della Komische Oper con nudi e violenze esplicite del tutto innecessari. Un’ottima Gilda (Nicole Chevalier) che ha brillato soprattutto nel primo atto nella sua aria solistica (e presentata poi alla fine con una vistosa pancia da donna incinta, miracolo della medicina per una violenza che si svolge nel giro di un giorno!) e ottimo anche Rigoletto (Alejandro Marco-Buhrmester), anche se è mancata la parte più mefistofelica del personaggio. Passabile il duca di Mantova (Rafael Rojas) mentre assolutamente inadatto è stato Sparafucile (Alexey Antonov) che nel necessario registro basso è risultato sostanzialmente afono. Senza lode e senza infamia la direzione dell’ignoto Henrik Nánási.
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Arkadij Volodos – Berlino Konzerthaus 16 Giugno 2015

Iniziato con puntualità svizzera alle 20 in punto (lasciando fuori i ritardatari – meditate gente, meditate!) Arkadij Volodos (artist in residence 2014-2015 alla Konzerthaus di Berlino) ha dato l’ultimo concerto della serie con un programma che comprendeva il tema e variazioni di Brahms trascritte dall’autore dal secondo tempo del sestetto op. 18, i sei Klavierstücke op. 118 dello stesso autore e la sonata D960 di Schubert, più tre bis (Bach, Mompou e De Falla). Volodos è un pianista che ammiro moltissimo. Dotato di una tecnica strepitosa riesce sempre a incanalarla in un alveo artistico premiando spesso più che gli “effetti speciali” l’espressione e il sentimento senza mai scadere in un romanticismo di maniera e rispettando appieno lo stile dei compositori i cui brani esegue. Un grandissimo che forse non ha ancora ricevuto (almeno in Italia) il consenso che merita e che riascolteremo con piacere nel 2016 a Musica Insieme. Brahms (specialmente dall’op. 116 all’op. 119, le ultime composizioni dopo che aveva ripetutamente annunciato di volere abbandonare la composizione) richiede un profondissimo equilibrio, spesso violato da eccessive velocità (Perahia) o da libertà esecutive (Ciccolini) che non rendono la profonda inquietudine del vecchio compositore e la sua maturità nel racchiudere in brevi brani tutto il suo mondo artistico e umano. Un discorso analogo vale per la sonata di Schubert, composta nell’anno della sua morte. In entrambi i casi Volodos ha reso con perfetta maturità ed equilibrio il significato profondo dei brani eseguiti. Solo nel bis di De Falla ha dato sfogo al suo virtuosismo provocando una vera ovazione del pubblico accorso in massa al concerto nella sala da 1412 posti.
PS Chi tocca il blog muore... Può sembrare incredibile nel 2015 ma il solo ammettere di leggere il blog o peggio ancora di essere amico del sottoscritto è considerato in certi ambienti come una colpa, cosicché prima che il gallo canti…
PPS Per chi conosce il tedesco (e sia interessato) consiglio di leggere la recensione (perchè in Germania ancora si fanno!!) del concerto di Volodos apparsa oggi sul berlinese Berliner Zeitung a pag. 25 del Feuilleton (le 6 pagine culturali che quotidianamente appaiono in tutti i giornali tedeschi) dal titolo “Nelle sue dita il respiro e il mondo”. Usa esattamente gli stessi concetti del mio post. Non credo che abbia comunque copiato…
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Il suono giallo – Bologna Teatro comunale 13 Giugno 2015

Preceduta da un battage pubblicitario a mo’ di fuoco di sbarramento (pubblicità a pagine intere sui giornali locali, persino prezzo ridotto a chi si presenta con qualcosa di giallo al botteghino – che però sono tutte implicite ammissioni di affanno nelle vendite!) in ossequio alla tradizione recente del teatro Comunale che prevede in ogni stagione una novità (iper)moderna (incluso lo sventurato Qui non c’è perché) viene ora presentato Il colore giallo. Ho assistito diligentemente alla presentazione dell’opera il giorno 4 Giugno alla presenza di tutti i protagonisti dell’avventura musicale (Sani, Dessì, Solbiati, Ripa di Meana) in quanto volevo arrivare allo spettacolo preparato. Confesso che date le mie limitate capacità mentali ho veramente capito poco, ma certo un vago senso di fumosità nelle espressioni mi è parso di coglierlo (forse solo perché non appartengo alla confraternita dei compositori che “fra loro – Sani e Solbiati – si intendono” – testuale nella conferenza). La colpa è senza dubbio legata alla mia esasperata razionalità di ingegnere incapace di cogliere i messaggi subliminali che hanno permeato le presentazioni. “Il suono giallo” (che già nel passato ha avuto alcune “realizzazioni”) si rifa a un’ipotesi teatrale di Kandinskij (che però ha lasciato poche tracce, insufficienti per un libretto teatrale) integrate dalle considerazioni mai pubblicate del grande pittore rielaborate dal compositore Solbiati. Il risultato è certamente un testo onirico, composto da frasi fra loro non raccordate e più allusive che determinate. Un testo da cui farsi trascinare più che da analizzare e che trova la sua dimensione nella fusione di testo, impressioni visive e suono. Insomma una rappresentazione “globale” nella quale individuare i valori delle singole componenti sarebbe operazione inutile e limitante. Ciò detto, lo spettacolo è in parte accettabile purché si rinunci a qualsiasi correlazione fra testo, scenografia e musica. Mentre l’azione teatrale è quantomeno criptica (e le spiegazioni – diagrammi temporali inclusi- nel programma di sala di certo non aiutano) nonostante lo sforzo lodevole dei giovani della Galante Garrone, vi sono alcuni episodi musicali apprezzabili e segnatamente il coro del prologo e dell’epilogo. Purtroppo il tutto inframmezzato da lunghi intervalli nei quali la musica, come tale, di fatto tace.
Da un punto di vista scenografico sarebbero stati interessanti i 5 giganti che ricordano da vicino quelli degli anni migliori del Living Theater di Julian Beck e Judith Malina. Purtroppo a differenza di quanto riportato nel libretto di sala la loro presenza è assai limitata (una sola scena) e di scarsa incidenza mentre sono mancati quegli episodi di danza che avrebbero dovuto arricchire la rappresentazione.
Non brillante è invece l’azione teatrale che è apparsa pretenziosa e rapportabile a una via di mezzo fra un balletto moderno e un saggio ginnico. A parziale discolpa (come nel caso della musica) può essere ricordato che il testo Kandiskiano non presenta alcun appiglio concreto cui fare aderire l’azione che indipendentemente dalla buona volontà dello scenografo risulta comunque astratta. Nel suo astrattismo, comunque, è risultata übertrieben, non strettamente in sintonia comunque con le prescrizioni del compositore Solbiati
Una nota di biasimo va invece al traduttore del testo tedesco Kandiskiano. Per fare un esempio, “bei Fluchen Gebete” non si può tradurre “da bestemmie preghiere” bensì “durante le bestemmie preghiere” e quindi meglio “bestemmiando pregare”. “Bei” ha un significato temporale alterando il quale si altera tutto il significato della frase. Concludendo: per la mia scarsa immaginazione nessun suono ha colore (seppure una volta un pianista mi disse che la tonalità di sol diesis minore aveva per lui il colore viola! Non ho avuto l’ardire di chiedergli enarmonicamente cosa pensava di la bemolle minore…) e mi chiedo se per caso non mi manchi qualche sensibilità cromatica o sia affetto da daltonismo in fase avanzata di sviluppo che richieda un urgente intervento di uno specialista. Né mi ha fatto cambiare sensibilità la rappresentazione del comunale. La musica di Solbiati è solo saltuariamente accettabile, il testo ha poco significato e la scenografia è carente. Di certo non siamo in presenza di un abisso di gusto come nel caso di “Qui non c’è perché” ma il giudizio complessivo sull’opera (per la quale il compositore ha rinunciato – meritoriamente – all’uso dell’elettronica) volendo usare un’espressione eufemistica è solo parzialmente non negativo: certamente non troverà posto in nessuna storia dell’opera del futuro nonostante il lodevole ma inutile sforzo dei giovani della Galante Garrone, dell’orchestra e del coro che sono apparsi poco legati da un unico filo conduttore.
PS Seppure spesso confortato dai giudizi di famosi critici musicali e dal Corriere Musicale (non sempre peraltro) mi capita talvolta (non spesso!) di confrontarmi con persone che hanno goduto di spettacoli da me giudicati scadenti. Certamente vale il detto che de gustibus… ma soprattutto, proprio perchè per quanto riguarda le sensibilità vale la massima tot capita tot sententiae, il mio è soprattutto un senso di invidia per chi ha avuto la fortuna di godere di ciò di cui non sono stato capace. E non importa se alla domanda quali siano stati gli elementi positivi non si hanno risposte razionali (una razionalità che spesso in questo contesto è innecessaria e addirittura limitante) e le risposte siano vaghe o inesistenti. Hanno ragione loro!
PPS Con il presente post mi congedo temporaneamente dalle recensioni italiane: fino alla fine del mese sarò a Berlino e recensirò alcuni spettacoli della capitale berlinese.
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Murray Perahia – Bologna 10 Giugno (e Milano quartetto 26 Maggio) 2015
Murray Perahia è una vecchia conoscenza del pubblico bolognese e milanese e in generale del panorama pianistico internazionale, che per motivi che non riesco facilmente a spiegarmi, collego costantemente al violinista Joshua Bell, forse per un approccio “americano” all’interpretazione (senza con questo volere nulla togliere alle loro esecuzioni) e che dopo l’incidente che alcuni anni fa minacciò di arrestarne la carriera ha raggiunto oggi nuovamente una perfetta maturità artistica ed esecutiva.
Il programma (a Bologna come a Milano) è consistito in una suite francese di Bach, una sonata e un andante con variazioni di Haydn, il “chiaro di luna” di Beethoven, il preludio corale e fuga di Franck e lo scherzo n.1 di Chopin. I bis: un notturno intimista di Chopin, un brillante Pantasiestuck di Schumann e (solo a Bologna) il primo studio dell’op.25 di Chopin. Un programma di ampio respiro che Perahia ha eseguito quasi ovunque in modo impeccabile a partire dalla suite Bachiana in un perfetto stile pressoché senza pedale ad arrivare alle due composizioni di Haydn. Difficile da comprendere il rilievo sollevato dal Corriere musicale che contrappone il Bach di Sokolov a quello “datato” di Perahia (e quello di Schiff – ospite regolare del Quartetto – e quello della Hewitt dove li mettiamo allora?). A chi scrive sembrano tutti direi perfetti, senza sbavature stilistiche, suono cristallino, un pedale quasi inesistente e tempi staccati senza eccessi. Analogamente perfetta, senza sbavature anche l’esecuzione della celebre sonata beethoveniana con una misurata ma intensa espressività nel primo tempo (così tecnicamente semplice quanto interpretativamente arduo) e ovviamente lo scherzo chopiniano. E’ con piacere che si torna ad ascoltare la bellissima composizione di Franck (e speriamo di riascoltare presto anche il Preludio, Aria e Finale) che ingiustamente è scomparsa dai programmi dei grandi interpreti (purtroppo anche la musica ha le sue mode. Si pensi alla “resurrezione” nel caso di Schumann degli Album Blätter e delle Waldscenen – c’è la “c” al posto della “z” nell’Urtext – e al persistente oblio delle novellette per fare un esempio). Un brano fra i favoriti di Perahia che però ha avuto una riuscita differente a Milano e a Bologna (dimostrando – se mai ce ne fosse bisogno – che i pianisti non sono macchine). Mentre a Milano il preludio e il corale sono stati resi con perfetto equilibrio, in accordo con lo stile classico-romantico dei brani, a Bologna sono stati staccati tempi eccessivi con alcuni errori innecessari (uno molto evidente) a totale detrimento della riuscita complessiva. In entrambe le esecuzioni poi la fuga finale (e in particolare il finale dopo la ripresa del tema del preludio) ha avuto uno sviluppo farraginoso e l’eccessiva velocità ha tolto molto alla grandiosità dell’architettura del brano. A parte questo caso nei due concerti in questione Perahia ha evitato quegli eccessi dei tempi esecutivi che in altri casi hanno parzialmente inficiato le sue esecuzioni. Un pubblico straripante nella sala del conservatorio di Milano (oltre 1200 posti) e consistente al teatro Manzoni di Bologna (dall’acustica molto peggiore) che hanno giustamente tributato all’artista una standing ovation.
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Yoshida Hewitt – Bologna Teatro Manzoni 8 Giugno 2015

Per celebrare il mio 200-esimo (!!) post di questo blog sono a recensire il concerto che ha visto Angela Hewitt come solista. La pianista di origine canadese è da tempo al vertice del pianismo internazionale con un repertorio vastissimo che spazia da Bach a Ravel e ha acquistato grande notorietà per le sue interpretazioni bachiane che le hanno valso alcune roboanti lodi come “la più importante interprete di Bach dei nostri tempi” (The Sunday Times) oppure “la pianista che definirà Bach al pianoforte per gli anni a venire” (Stereophile), affermazioni quantomeno incaute nella loro assolutezza come se ad esempio Schiff o Sokolov non avessero nulla da dire in materia. L’aspirazione a valori assoluti nel campo interpretativo pare più un favore fatto alle case discografiche che una meditata riflessione su un tema che per sua stessa natura è soggetto a valutazioni del tutto inevitabilmente non oggettive (naturalmente rispetto dello stile a parte). Ciò premesso è certo che Angela Hewitt ha giocato e gioca un ruolo di primissimo ordine nel campo bachiano ma le va riconosciuto al contempo una grande duttilità e se ne è avuta una prova nell’esecuzione del concerto n.2 di Beethoven. Il pianismo della Hewitt è improntato a un assoluto rigore stilistico sostenuto da una tecnica di prim’ordine che mai ha il sopravvento sull’interpretazione. E’ però certo che la Hewitt proietta il suo imprinting bachiano in tutte le sue esecuzioni e ciò è risultato molto evidente nel concerto in questione dove è mancato in parte l’afflato espressivo compresso da una freddezza rigorista che ha ridotto il significato protoromantico del brano beethoveniano, la stessa geometrica e un po’ asettica precisione che ne fa un’interprete perfetta per il repertorio Raveliano. Sia chiaro: un’interpretazione di altissimo livello ma forse un po’ troppo fredda e distaccata. L’esecuzione del concerto è stata sostenuta da un ottimo Hirofumi Yoshida di cui abbiamo apprezzato nell’Ouverture dell’Oberon di C.M. von Weber il gesto ampio e la capacità di sottolineare il significato di tutte le sezioni dell’orchestra nel contesto di una esecuzione rigorosa e di grande qualità. Un bis scarlattiano della Hewitt.

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