Operistica, Recensioni

Il Luglio musicale a Bologna – 30 Giugno 2015

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E’ particolarmente triste osservare il “cartellone” musicale bolognese di Luglio dopo il bagno di spettacoli berlinesi (alcuni dei quali molto discutibili). Semplicemente nulla. C’è l’EXPO? E chi se ne importa? Milano ha uno spettacolo al giorno? E allora? I turisti vengono a Bologna? Peggio per loro che saranno comunque in grado di confrontare l’offerta di Firenze, Venezia etc. per non parlare dei luoghi esteri.  Che cosa può fare chi ama la musica? O andare a uno dei tristissimi e velleitari spettacolini populistici a uso dei turisti a Ravenna (che trasformazione negativa sotto l’organizzazione Mazzavillani!) oppure sottostare ai costi ingiustificatamente elevati del “festival” di Varignana nel quale il clou sarebbe la cena con gli artisti, uno specchietto per allodole che la dice lunga sulla serietà dell’operazione che né più né meno è uno spottone per il resort.  (Forse parteciperò a una serata, perchè si scrive solo di quanto si è visto e ascoltato, a differenza dei presupposti “critici” che infestano i giornali italiani. Che tristezza il confronto con i giornali anche locali tedeschi- a Berlino il Berliner Zeitung oppure Tagespiel – che per ogni manifestazione di qualche rilevanza non mancano di pubblicare il relativo non condizionato Besprechung).  Poi il nulla. Il teatro comunale di Bologna non ha nulla da dire? E in Settembre? Filarmonica (e quindi orchestra del teatro – il solito problema non affrontato e quindi irrisolto) in Giappone? Il silenzio è calato (ovviamente) sulla vicenda. Quieta non movere oppure Quietare..sopire.. del conte zio di Manzoniana memoria. Ovviamente, quindi, Kurvenal va in quiescenza forzata nella speranza che improvvisamente qualche manifestazione imprevista appaia all’orizzonte. Unica mia ipotesi per il momento: Otello…. ma alla Scala! Poi in Agosto Bayreuth con Tristan und Isolde.   Meditate gente, meditate….e ai miei lettori (incredibilmente anche russi, tedeschi, spagnoli, argentini, francesi, giapponesi, slovacchi …) non abbandonate Kurvenal!

SadSad

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Ariadne auf Naxos – Berlino Staatsoper 25 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerQuesta opera leggera di Strauss è un vero gioiellino grazie al libretto di von Hofmannstahl e alla musica piena di ironia di Strauss. Purtroppo molte delle sue opere non vengono mai rappresentate in Italia (ad esclusione di Salome o Elettra e a Bologna Capriccio negli anni ’90.). Non ricordo una messa in scena di Ariadne auf Naxos. Il libretto è pieno di umorismo anche se velato da una leggera malinconia. La storia si può riassumere nella stralunata richiesta di un signore del XVIII secolo nel prologo che chiede di rappresentare contemporaneamente nel suo castello la novità di un giovine compositore di un’opera seria e una pantomima della commedia dell’arte. La cosa naturalmente manda alla disperazione il compositore ma grazie al fascino della primadonna della commedia Zerbinetta, di cui il compositore si innamora, la cosa si risolve in una rappresentazione (l’unico atto) nella quale Arianna abbandonata da Teseo dapprima intende suicidarsi ma poi all’arrivo di Bacco che lei scambia prima per Teseo, poi per Mercurio e infine per Ade decide che la vita è assai più bella innamorandosi di Bacco e dotando la storia di un happy end nel quale Zerbinetta può affermare che ogni nuovo amante sembra sempre all’inizio un dio! Una messa in scena strepitosa con personaggi vestiti in modo moderno ma tutta soffusa da un’aura di melanconia che riproduce perfettamente lo spirito mitteleuropeo che l’accoppiata Strauss-von Hoffmanstahl richiede. Il regista (Hans Neuenfels) ha saputo usare una perfetta misura nell’affrontare lo spettacolo che ha ricevuto giustamente un prolungato applauso di oltre 10 minuti. Assolutamente strepitose le prestazioni vocali (a fronte di una partitura veramente difficile) delle due soprano Camilla Nylund (Ariadne) che ha saputo infondere al personaggio sofferenza e consolazione e Brenda Rae (Zerbinetta) dotata di una presenza scenica e di uno spirito pieno di umorismo che hanno ricevuto giustificati e numerosi applausi a scena aperta. Uno spettacolo indimenticabile.

HappyHappyHappy

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Faust – Berlino Deutsche Oper 24 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerComincio col dire che a Berlino (finalmente) non viene chiesto solo di spegnere la suonerie dei telefonini ma di tenerli sempre spenti (e-mail, SMS etc.) per evitare di disturbare i vicini. Sacrosante parole che forse saranno recepite in Italia con il consueto, deprimente ritardo. Ciò detto il Faust di Gounod di Stöltzl (lo stesso regista del godibilissimo film “La giovinezza di Werther”) fa di tutto per irritare il pubblico. Margherita, che vende palloncini in un parco in un baracchino mobile e che è veramente un po’ troppo stagionata per il ruolo, si dondola su un’altalena e viene giustiziata con un’iniezione letale da un team di poliziotti, medici e boia mascherati in modo grottesco con orologio per l’esecuzione, con tanto di sussulti finali veramente disturbanti durante l’esecuzione

Faust1

mentre il vecchio Faust si presenta all’inizio come un disabile su una sedia a rotelle elettrica più interessato al corpo che all’anima
 Faust
e la scena nell’ambito di un muro circolare in cemento è dominata da una torre in cemento il cui significato è ignoto ma che impedisce la vista di una larga pare del palcoscenico. Intorno alla torre su un tappeto rotante si svolgono le azioni dell’opera. Quanto a Mefistofele, rappresentato come “doppio” di Faust (un trucco ormai anche troppo vecchio), è un tipo muscolare che come Faust ringiovanito si veste con uno sgargiante costume rosa con lustrini. La vita di Faust dopo la cura Mefistofele si svolge con un contorno di ragazzine teeneagers adoranti e pronte a concedersi con calzettoni alla stregua di un malato di pedofilia. La sceneggiatura non si fa mancare nulla, neve, maschere, masse variamente agghindate etc.

Faust 2

Potrei continuare nella descrizione delle ridicole e irritanti scelte del regista ma forse tutto questo è sufficiente. Siamo nello spirito dei registi “creativi” di scuola tedesca (Bayreuth, Monaco, Berlino) che si fanno beffe di spettatori e testo e hanno come unico scopo quello di sbattere letteralmente in faccia agli spettatori uno spettacolo che ne provochi l’inevitabile “Buh” non solo non temuto ma addirittura auspicato come motore dell’interesse dei giornali (che naturalmente dedicano l’intera prima pagina del Feuilleton all’evento). Che dire: i vecchi barbogi come il sottoscritto si rivoltano contro questa inutile e spesso vomitosa provocazione (e con me la maggioranza degli spettatori) ma pare che questo sia un trend inarrestabile. Penso in questi casi all’umorismo di G.B.Shaw o di O.Wilde che si fecero beffe dei classici ma con uno humour, un garbo e una sensibilità distante mille anni dalla rozzezza di queste messe in scena. C’è salvezza? Forse ma solo se finalmente gli spettatori smettono di presenziare a queste brutture, io incluso, il che appare assai improbabile. Ci sono Gott sei Dank anche sceneggiature moderne di qualità, ad esempio il Ring della Staatsoper e la Scala e anche Le nozze di Figaro di Bologna: ma stanno diventando sempre più minoritarie. Naturalmente diverso è il discorso per orchestra, direttore e cantanti. Assolutamente eccezionale è Krassimira Stoyanova come Margherita e eccellente è anche il Faust di Teodor Ilincal. Altrettanto degno di nota anche il Mefistofele di Ildebrando d’Arcangelo e nulla può essere imputato alla direzione di Marco Armiliato che estrae dall’orchestra sempre i giusti toni e tempi. Grandissimo, meritato successo per cantanti e orchestra ma quando appare il regista il teatro viene giù dai Buh (meritatissimi). Forse i tedeschi non sono particolarmente educati in questo caso ma quando ce vo’ ce vo’….
SadHappy
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Don Giovanni – Berlino Komische Oper 23 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerCi ho riprovato dopo molti anni: un altro Don Giovanni alla komische Oper. È questa un’opera purtroppo abusata che richiede un grande equilibrio fra la commedia e la tragedia e che ormai solo con grandi casts e scenografie può presentare qualcosa di nuovo. Non è questo il caso della rappresentazione in questione che pur evitando le grossolanità che mi allontanarono per lungo tempo da questo teatro d’opera non rientra certamente nel novero delle messe in scena memorabili (e che comunque qualche scurrilità non se la risparmia), anzi tutt’altro. Un teatro “artigianale” per spettatori di bocca buona che si godono uno spettacolo modesto o meglio mediocre, a cominciare dal fatto che è cantato in tedesco!!! Ma come si permettono questi malfattori musicali di compiere nel 2015 un simile scempio? E pensare che dopo il restauro la komische Oper ha un display sul retro delle poltrone come quello della Scala che fornisce tutte le traduzioni, turco (!) incluso! Insomma si comincia male. Poi la prima sorpresa negativa. L’opera comincia con l’aria di Leporello, e l’omicidio del commendatore durante il quale Leporello scarica le proprie condutture idriche e Don Giovanni non trova la spada per avere messo male a tracolla il cinturone (si ride). L’ouverture viene eseguita dopo!! Don Giovanni è truccato come il Joker di Gotham City (Schopenauer si rivolta nella tomba) ed è vestito con una “mise” indefinibile da domatore del circo
Don Giovanni 1_Page_1
Leporello (gigantesco) come un sacerdote di Satana con guanti rossi fìno al gomito, Donna Elvira come una sciantosa in giallo
Don Giovanni 2_Page_2
mentre Donna Anna sembra la regina di cuori di Alice in Wonderland. Zerlina per motivi ignoti veste come una contadina bulgara nel dì di festa e indefinibili sono i costumi di Masetto e di uno stralunato Don Ottavio che ricorda Michael Gambon nelle Norman Conquests di Alan Ayckbourne. Don Giovanni e Leporello interpretano alla Ridolini come scioglilingua i recitativi (nei quali manca ovviamente l’accompagnamento). Tutta la scenografia è percorsa da salti, gags da avanspettacolo e di ammiccamenti al pubblico che naturalmente alla platea e alla galleria della komische piacciono moltissimo (risate e applausi) e a me provocano conati di vomito e desiderio di vendetta con tortura (se ne accorge persino la mia vicina di poltrona, anch’essa schifata dallo spettacolo). Durante il racconto dell’omicidio del padre da parte di Donna Anna Don Ottavio si tiene con una mano gli attributi quasi temesse un qualche influsso negativo sull’apparato riproduttivo. Giusto come ciliegina sulla torta non viene eseguito il finale dopo la discesa di Don Giovanni agli inferi, mentre la scena madre della cena è priva di tavolo (i personaggi mimano tutto) e il commendatore anziché una statua è un personaggio che si muove in carne ed ossa (e dove è allora il convitato di pietra a partire da Tirso de Molina?). La scena è composta sempre e solo da teli simil-pizzo che si muovono coprendo e scoprendo i personaggi che via via si presentano sulla scena. Ha senso affondare ulteriormente il coltello in una regia che merita solo di essere rapidamente dimenticata dopo essere stata mai sufficientemente infamata? Le voci: il migliore è il Don Ottavio (lo scemo del villaggio della storia, cornuto e mazziato) di Adrian Stooper e molto brava è anche Zerlina con una voce aggraziata e di grande agilità (Anna Brull). Donna Elvira (Karolina Gumos) ha qualche difficoltà a fare uscire la voce dalla gola ma esegue con grande maestria l’ultima grande aria prima del finale. Don Giovanni (Günter Papendell) è difficilmente giudicabile data il modo in cui si muove sulla scena: diciamo che è sufficiente. Senza infamia (ma senza lode) Donna Anna (Erika Roos) cui manca il lato drammatico della voce (mica poco!), il commendatore (Hans-Peter Scheidegger) e Leporello anch’esso travolto dall’avanspettacolo. Masetto (Philipp Meierhöfer) è forse il peggiore della compagnia. Non male l’orchestra diretta da una donna (finalmente!) Kristiina Poska. Se nel corso della mia vita tornerò a vedere un Don Giovanni alla komische Oper (teatro d’opera dell’anno a Berlino!!!!) chiunque è fin d’ora autorizzato a interdirmi per evidente incapacità di intendere e di volere.

SadSadSad

PS Debbo delle scuse per una frase del mio precedente post sul concerto Pape Barenboim. La frase “italietta del melodramma” si presta infatti a un’interpretazione non corrispondente al mio pensiero. Lungi da me qualsiasi esterofilia. Con quella espressione mi riferivo solo a quegli spettatori italiani che accettano solo il repertorio italiano, sopportano a fatica alcuni compositori stranieri (Mozart), rifiutano Wagner, Weber, Gluck e disertano i concerti liederistici. E’ una forma di assenza di cultura con elementi di sciovinismo inaccettabile. Assolutamente nessuna intenzione di sottovalutare l’opera (che è un concetto ben più vasto di quello di melodramma) come comprovato dal fatto che ne sono un regolare frequentatore. Insomma absit iniuria verbis.
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Cameristica, Recensioni

Pape Barenboim – Berlino Staatsoper 21 Giugno 2015

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Una coppia collaudata che si trova ad occhi chiusi in un programma di certo non entusiasmante. Non per gli interpreti (entrambi eccezionali e con Barenboim che nel pomeriggio aveva già diretto un concerto!!!) ma per il programma di una tristezza infinita. I Lieder di Beethoven (von Christian Fürchtegott) di Dvořák (Biblische Lieder) e di Musorgskij (Lieder und Tänze des Todes) sono quanto di più deprimente sia possibile concepire per i testi (con musica corrispndente). Solo i 3 Lieder di Quilter (da Shakespeare) erano un po’ meno deprimenti anche se tutti trattavano di amori infelici, di morte per amore etc. Poco quindi da dire sul programma e due interpreti perfetti applauditi dalla sala della Staatsoper gremita in tutti i posti. Ogni confronto con l’Italietta del melodramma è inutile: di Cultura con la C maiuscola, signori, si tratta a fronte di ignoranza e provincialismo!  Grande concerto con programma insopportabile!

HappyHappy

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Rigoletto – Berlino Komische Oper 20 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerDa molti anni mi ero rifiutato di assistere a spettacoli della Komische Oper (uno dei tre teatri d’opera di Berlino) dopo avere visto un Don Giovanni vergognoso e grossolano, tutto in chiave più che esplicitamente sessuale, rappresentato in lingua tedesca (!) e piagato da una massa di studenti rumorosi per niente interessata all’opera, talché sono uscito dopo il primo atto. Avevo scritto una lettera di vibrata protesta al direttore artistico senza ricevere risposta, il che dimostra che i maleducati albergano ovunque. Dopo alcuni anni di decantazione ho deciso di riprovare con questo Rigoletto, quantomeno cantato in italiano e con il teatro diretto da diversa persona che nell’ultimo anno ha ricevuto unanimi consensi. In effetti la musica (!) è cambiata. In una scena spoglia nella quale oltre ai protagonisti si trova solo una cassa che via via nelle sue varie posizioni fa da casa a Gilda, da alcova, da cassa da morto, e un orologio a forma di nano che scandisce le mezzenotti si muovono i personaggi contornati via via da maschere grottesche che assumono le forme dei pagliacci, delle scimmie, di ragazzotti strafottenti etc. insomma una tipica situazione da “nani (ce n’è uno vero in scena) e ballerine”. Una visione grottesca della storia (in accordo peraltro con un libretto risibile) che trova però una sua accettabile cifra interpretativa proponendo uno spettacolo tutto considerato abbastanza godibile, non fosse che da un punto puramente folkloristico, anche se non sono mancate alcune cadute di gusto tipiche della Komische Oper con nudi e violenze esplicite del tutto innecessari. Un’ottima Gilda (Nicole Chevalier) che ha brillato soprattutto nel primo atto nella sua aria solistica (e presentata poi alla fine con una vistosa pancia da donna incinta, miracolo della medicina per una violenza che si svolge nel giro di un giorno!) e ottimo anche Rigoletto (Alejandro Marco-Buhrmester), anche se è mancata la parte più mefistofelica del personaggio. Passabile il duca di Mantova (Rafael Rojas) mentre assolutamente inadatto è stato Sparafucile (Alexey Antonov) che nel necessario registro basso è risultato sostanzialmente afono. Senza lode e senza infamia la direzione dell’ignoto Henrik Nánási.

Happy

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Arkadij Volodos – Berlino Konzerthaus 16 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerIniziato con puntualità svizzera alle 20 in punto (lasciando fuori i ritardatari – meditate gente, meditate!) Arkadij Volodos (artist in residence 2014-2015 alla Konzerthaus di Berlino) ha dato l’ultimo concerto della serie con un programma che comprendeva il tema e variazioni di Brahms trascritte dall’autore dal secondo tempo del sestetto op. 18, i sei Klavierstücke op. 118 dello stesso autore e la sonata D960 di Schubert, più tre bis (Bach, Mompou e De Falla). Volodos è un pianista che ammiro moltissimo. Dotato di una tecnica strepitosa riesce sempre a incanalarla in un alveo artistico premiando spesso più che gli “effetti speciali” l’espressione e il sentimento senza mai scadere in un romanticismo di maniera e rispettando appieno lo stile dei compositori i cui brani esegue. Un grandissimo che forse non ha ancora ricevuto (almeno in Italia) il consenso che merita e che riascolteremo con piacere nel 2016 a Musica Insieme. Brahms (specialmente dall’op. 116 all’op. 119, le ultime composizioni dopo che aveva ripetutamente annunciato di volere abbandonare la composizione) richiede un profondissimo equilibrio, spesso violato da eccessive velocità (Perahia) o da libertà esecutive (Ciccolini) che non rendono la profonda inquietudine del vecchio compositore e la sua maturità nel racchiudere in brevi brani tutto il suo mondo artistico e umano. Un discorso analogo vale per la sonata di Schubert, composta nell’anno della sua morte. In entrambi i casi Volodos ha reso con perfetta maturità ed equilibrio il significato profondo dei brani eseguiti. Solo nel bis di De Falla ha dato sfogo al suo virtuosismo provocando una vera ovazione del pubblico accorso in massa al concerto nella sala da 1412 posti.

HappyHappy

PS Chi tocca il blog muore... Può sembrare incredibile nel 2015 ma il solo ammettere di leggere il blog o peggio ancora di essere amico del sottoscritto è considerato in certi ambienti come una colpa, cosicché prima che il gallo canti…
PPS Per chi conosce il tedesco (e sia interessato) consiglio di leggere la recensione (perchè in Germania ancora si fanno!!) del concerto di Volodos  apparsa  oggi sul berlinese Berliner Zeitung a pag. 25 del Feuilleton (le 6 pagine culturali che quotidianamente appaiono in tutti i giornali tedeschi)  dal titolo “Nelle sue dita il respiro e il mondo”. Usa esattamente gli stessi concetti del mio post. Non credo che abbia comunque copiato…
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Il suono giallo – Bologna Teatro comunale 13 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerPreceduta da un battage pubblicitario a mo’ di fuoco di sbarramento (pubblicità a pagine intere sui giornali locali, persino prezzo ridotto a chi si presenta con qualcosa di giallo al botteghino – che però sono tutte implicite ammissioni di affanno nelle vendite!) in ossequio alla tradizione recente del teatro Comunale che prevede in ogni stagione una novità (iper)moderna (incluso lo sventurato Qui non c’è perché) viene ora presentato Il colore giallo. Ho assistito diligentemente alla presentazione dell’opera il giorno 4 Giugno alla presenza di tutti i protagonisti dell’avventura musicale (Sani, Dessì, Solbiati, Ripa di Meana) in quanto volevo arrivare allo spettacolo preparato. Confesso che date le mie limitate capacità mentali ho veramente capito poco, ma certo un vago senso di fumosità nelle espressioni mi è parso di coglierlo (forse solo perché non appartengo alla confraternita dei compositori che “fra loro – Sani e Solbiati – si intendono” – testuale nella conferenza). La colpa è senza dubbio legata alla mia esasperata razionalità di ingegnere incapace di cogliere i messaggi subliminali che hanno permeato le presentazioni. “Il suono giallo” (che già nel passato ha avuto alcune “realizzazioni”) si rifa a un’ipotesi teatrale di Kandinskij (che però ha lasciato poche tracce, insufficienti per un libretto teatrale) integrate dalle considerazioni mai pubblicate del grande pittore rielaborate dal compositore Solbiati. Il risultato è certamente un testo onirico, composto da frasi fra loro non raccordate e più allusive che determinate. Un testo da cui farsi trascinare più che da analizzare e che trova la sua dimensione nella fusione di testo, impressioni visive e suono. Insomma una rappresentazione “globale” nella quale individuare i valori delle singole componenti sarebbe operazione inutile e limitante. Ciò detto, lo spettacolo è in parte accettabile purché si rinunci a qualsiasi correlazione fra testo, scenografia e musica. Mentre l’azione teatrale è quantomeno criptica (e le spiegazioni – diagrammi temporali inclusi- nel programma di sala di certo non aiutano) nonostante lo sforzo lodevole dei giovani della Galante Garrone, vi sono alcuni episodi musicali apprezzabili e segnatamente il coro del prologo e dell’epilogo. Purtroppo il tutto inframmezzato da lunghi intervalli nei quali la musica, come tale, di fatto tace.
Suono gialloDa un punto di vista scenografico sarebbero stati interessanti i 5 giganti che ricordano da vicino quelli degli anni migliori del Living Theater di Julian Beck e Judith Malina. Purtroppo a differenza di quanto riportato nel libretto di sala la loro presenza è assai limitata (una sola scena) e di scarsa incidenza mentre sono mancati quegli episodi di danza che avrebbero dovuto arricchire la rappresentazione.
suono giallo 2
Non brillante è invece l’azione teatrale che è apparsa pretenziosa e rapportabile a una via di mezzo fra un balletto moderno e un saggio ginnico. A parziale discolpa (come nel caso della musica) può essere ricordato che il testo Kandiskiano non presenta alcun appiglio concreto cui fare aderire l’azione che indipendentemente dalla buona volontà dello scenografo risulta comunque astratta. Nel suo astrattismo, comunque, è risultata übertrieben, non strettamente in sintonia comunque con le prescrizioni del compositore Solbiati
Colore giallo 1
Una nota di biasimo va invece al traduttore del testo tedesco Kandiskiano. Per fare un esempio, “bei Fluchen Gebete” non si può tradurre “da bestemmie preghiere” bensì “durante le bestemmie preghiere” e quindi meglio “bestemmiando pregare”. “Bei” ha un significato temporale alterando il quale si altera tutto il significato della frase. Concludendo: per la mia scarsa immaginazione nessun suono ha colore (seppure una volta un pianista mi disse che la tonalità di sol diesis minore aveva per lui il colore viola! Non ho avuto l’ardire di chiedergli enarmonicamente cosa pensava di la bemolle minore…) e mi chiedo se per caso non mi manchi qualche sensibilità cromatica o sia affetto da daltonismo in fase avanzata di sviluppo che richieda un urgente intervento di uno specialista. Né mi ha fatto cambiare sensibilità la rappresentazione del comunale. La musica di Solbiati è solo saltuariamente accettabile, il testo ha poco significato e la scenografia è carente. Di certo non siamo in presenza di un abisso di gusto come nel caso di “Qui non c’è perché” ma il giudizio complessivo sull’opera (per la quale il compositore ha rinunciato – meritoriamente – all’uso dell’elettronica) volendo usare un’espressione eufemistica è solo parzialmente non negativo: certamente non troverà posto in nessuna storia dell’opera del futuro nonostante il lodevole ma inutile sforzo dei giovani della Galante Garrone, dell’orchestra e del coro che sono apparsi poco legati da un unico filo conduttore.
HappySadSad
PS Seppure spesso confortato dai giudizi di famosi critici musicali e dal Corriere Musicale (non sempre peraltro) mi capita talvolta (non spesso!) di confrontarmi con persone che hanno goduto di spettacoli da me giudicati scadenti. Certamente vale il detto che de gustibus… ma soprattutto, proprio perchè per quanto riguarda le sensibilità vale la massima tot capita tot sententiae, il mio è soprattutto un senso di invidia per chi ha avuto la fortuna di godere di ciò di cui non sono stato capace. E non importa se alla domanda quali siano stati gli elementi positivi non si hanno risposte razionali (una razionalità che spesso in questo contesto è innecessaria e addirittura limitante) e le risposte siano vaghe o inesistenti.  Hanno ragione loro!
PPS Con il presente post mi congedo temporaneamente dalle recensioni italiane: fino alla fine del mese sarò a Berlino e recensirò alcuni spettacoli della capitale berlinese.
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Cameristica, Recensioni

Murray Perahia – Bologna 10 Giugno (e Milano quartetto 26 Maggio) 2015

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Murray Perahia è una vecchia conoscenza del pubblico bolognese e milanese e in generale del panorama pianistico internazionale, che per motivi che non riesco facilmente a spiegarmi, collego costantemente al violinista Joshua Bell, forse per un approccio “americano” all’interpretazione (senza con questo volere nulla togliere alle loro esecuzioni) e che dopo l’incidente che alcuni anni fa minacciò di arrestarne la carriera ha raggiunto oggi nuovamente una perfetta maturità artistica ed esecutiva.
PerahiaIl programma (a Bologna come a Milano) è consistito in una suite francese di Bach, una sonata e un andante con variazioni di Haydn, il “chiaro di luna” di Beethoven, il preludio corale e fuga di Franck e lo scherzo n.1 di Chopin. I bis: un notturno intimista di Chopin, un brillante Pantasiestuck di Schumann e (solo a Bologna) il primo studio dell’op.25 di Chopin. Un programma di ampio respiro che Perahia ha eseguito quasi ovunque in modo impeccabile a partire dalla suite Bachiana in un perfetto stile pressoché senza pedale ad arrivare alle due composizioni di Haydn. Difficile da comprendere il rilievo sollevato dal Corriere musicale che contrappone il Bach di Sokolov a quello  “datato” di Perahia (e quello di Schiff – ospite regolare del Quartetto – e quello della Hewitt  dove li mettiamo allora?). A chi scrive sembrano tutti direi perfetti, senza sbavature stilistiche, suono cristallino, un pedale quasi inesistente e tempi staccati senza eccessi. Analogamente perfetta, senza sbavature anche l’esecuzione della celebre sonata beethoveniana con una misurata ma intensa espressività nel primo tempo (così tecnicamente semplice quanto interpretativamente arduo) e ovviamente lo scherzo chopiniano. E’ con piacere che si torna ad ascoltare la bellissima composizione di Franck (e speriamo di riascoltare presto anche il Preludio, Aria e Finale) che ingiustamente è scomparsa dai programmi dei grandi interpreti (purtroppo anche la musica ha le sue mode. Si pensi alla “resurrezione” nel caso di Schumann degli Album Blätter e delle Waldscenen – c’è la “c” al posto della “z” nell’Urtext – e al persistente oblio delle novellette per fare un esempio). Un brano fra i favoriti di Perahia che però ha avuto una riuscita differente a Milano e a Bologna (dimostrando – se mai ce ne fosse bisogno – che i pianisti non sono macchine). Mentre a Milano il preludio e il corale sono stati resi con perfetto equilibrio, in accordo con lo stile classico-romantico dei brani, a Bologna sono stati staccati tempi eccessivi con alcuni errori innecessari (uno molto evidente) a totale detrimento della riuscita complessiva. In entrambe le esecuzioni poi la fuga finale (e in particolare il finale dopo la ripresa del tema del preludio) ha avuto uno sviluppo farraginoso e l’eccessiva velocità ha tolto molto alla grandiosità dell’architettura del brano. A parte questo caso nei due concerti in questione Perahia ha evitato quegli eccessi dei tempi esecutivi che in altri casi hanno parzialmente inficiato le sue esecuzioni. Un pubblico straripante  nella sala del conservatorio di Milano (oltre 1200 posti) e consistente al teatro Manzoni di Bologna (dall’acustica molto peggiore)  che hanno giustamente tributato all’artista una standing ovation.

Stending OvationHappyHappy

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Recensioni, Sinfonica

Yoshida Hewitt – Bologna Teatro Manzoni 8 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerPer celebrare il mio 200-esimo (!!) post  di questo blog sono a recensire il concerto che ha visto Angela Hewitt come solista. La pianista di origine canadese è da tempo al vertice del pianismo internazionale con un repertorio vastissimo che spazia da Bach a Ravel e ha acquistato grande notorietà per le sue interpretazioni bachiane che le hanno valso alcune roboanti lodi come “la più importante interprete di Bach dei nostri tempi” (The Sunday Times) oppure “la pianista che definirà Bach al pianoforte per gli anni a venire” (Stereophile), affermazioni quantomeno incaute nella loro assolutezza come se ad esempio Schiff o Sokolov non avessero nulla da dire in materia. L’aspirazione a valori assoluti nel campo interpretativo pare più un favore fatto alle case discografiche che una meditata riflessione su un tema che per sua stessa natura è soggetto a valutazioni del tutto inevitabilmente non oggettive (naturalmente rispetto dello stile a parte). Ciò premesso è certo che Angela Hewitt ha giocato e gioca un ruolo di primissimo ordine nel campo bachiano ma le va riconosciuto al contempo una grande duttilità e se ne è avuta una prova nell’esecuzione del concerto n.2 di Beethoven. Il pianismo della Hewitt è improntato a un assoluto rigore stilistico sostenuto da una tecnica di prim’ordine che mai ha il sopravvento sull’interpretazione. E’ però certo che la Hewitt proietta il suo imprinting bachiano in tutte le sue esecuzioni e ciò è risultato molto evidente nel concerto in questione dove è mancato in parte l’afflato espressivo compresso da una freddezza rigorista che ha ridotto il significato protoromantico del brano beethoveniano, la stessa geometrica e un po’ asettica precisione che ne fa un’interprete perfetta per il repertorio Raveliano. Sia chiaro: un’interpretazione di altissimo livello ma forse un po’ troppo fredda e distaccata.  L’esecuzione del concerto è stata sostenuta da un ottimo Hirofumi Yoshida di cui abbiamo apprezzato nell’Ouverture dell’Oberon di C.M. von Weber  il gesto ampio e la capacità di sottolineare il significato di tutte le sezioni dell’orchestra nel contesto di una esecuzione rigorosa e di grande qualità. Un bis scarlattiano della Hewitt.

HappyHappy Blogposts translations are now available!Website Translation WidgetWith Windows PC just select in the right box your language and then activate “traduci” or “translate”. With MAC or iPAD insert in the box “touch to type” the address kurvenal.wordpress.com and then activate “traduci” or “translate”: the last inserted post is (very badly unfortunately…) automatically translated.

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Cameristica, Recensioni

Alessandro Marchetti – Bologna S. Filippo Neri 6 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerUn giovanissimo (17 anni) che si presenta con un programma impegnativo (variazioni su un tema di Corelli di Rachmaninov, un preludio e fuga di Šostakovič e gli studi sinfonici di Schumann nella versione 1837, la stessa incisa da Pollini). Certamente un potenziale talento, con un’ottima tecnica e un approccio stilistico di buona qualità che ha avuto il suo momento migliore nel brano di Rachmaninov. La fuga di Šostakovič ha risentito di un eccesso di sonorità purtroppo amplificato dalla pessima acustica dell’oratorio dei Filippini. Buona (ma non eccezionale) l’interpretazione del brano schumanniano: qui l’ancora incompiuto processo di maturazione ha mostrato i suoi limiti soprattutto ricordando che il nome di “studi” in questo caso  poco ha a che fare con un’impostazione virtuosistica. L’ansia di mostrare le proprie capacità tecniche ha avuto in alcuni momenti il sopravvento impedendo alla musica di “respirare”, un fatto fondamentale per esprimere compiutamente il significato musicale di un brano. Questo è risultato evidente – ad esempio – nella seconda variazione dove le note puntate (così importanti in Schumann) non sono risultate tutte della stessa qualità e incisività. Nella terza variazione (studio) la mano destra è mancata in alcuni passaggi. La settima variazione è stata eseguita senza respiro e analogo rilievo può essere addotto per il finale della composizione. Insomma un giovane molto promettente per il quale possiamo solo auspicare che dedichi tutto il tempo necessario a una maturazione ancora in via di sviluppo senza cedere alle lusinghe di scritture che corrono il rischio di avere una negativa incidenza per il suo futuro pianistico. Un giovane che vorremmo riascoltare fra qualche tempo nell’auspicio che i comprensibili  limiti attuali siano ampiamente superati. Un bis di Skrjabin.
 Happy
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Cameristica, Recensioni

Krystian Zimerman – Bologna 2 Giugno (e Imola Circolo della Musica 22 Maggio) 2015

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E’ con grande piacere che abbiamo potuto finalmente riascoltare un grande artista (vincitore dello Chopin 1975) purtroppo affetto da gravi problemi di salute che l’hanno costretto quest’anno alla cancellazione di molti concerti. Ho atteso il concerto di Bologna, dopo quello di Imola (con lo stesso programma) prima di scrivere una recensione.
Zimerman
E certamente non sono mancati elementi di differenza: mentre nel concerto di Imola i brani venivano eseguiti solo per la seconda volta in pubblico (con musica sul leggio peraltro presente anche a Bologna) nel concerto bolognese si è potuto notare quell’affinamento che solo l’esperienza di concerti ripetuti può garantire. Zimerman (che suona solo sul suo pianoforte che viaggia insieme a lui su un apposito van, come facevano Michelangeli , Bolet etc.)  è uno di quei pianisti che eccellono in tutto il repertorio che eseguono e che spazia dal ‘700 al ‘900 non trascurando compositori meno noti della sua patria di origine (i.e. LutosławskiBacewicz etc.).  Nei concerti in questione ha eseguito un programma interamente schubertiano: oltre alle brevi e giovanili 7 variazioni in sol maggiore, la sonata n. 20 in la maggiore D959 del 1828 e la sonata n. 21 in si bemolle maggiore D960 entrambe del 1828 (anno della sua morte). Due grandi, ultimi capolavori del compositore viennese. La sua letteratura, la cui rinascita concertistica si deve in larga misura ad Artur Schnabel,  è oggi elemento normalmente presente nei concerti sia solistici che sinfonici, ma  l’apparente semplicità delle melodie (come avviene anche nel caso di Mozart) nasconde spesso grandi insidie interpretative per trovare il giusto corso fra rigore stilistico (non infrequentemente trascurato da molti esecutori) ed espressività. Le interpretazioni di Zimerman sono state di grande spessore in piena sintonia con il dettato schubertiano con un particolare plauso ai due adagi nei quali tutta la bellezza dell’ordito musicale è stato fatto risaltare con un sapiente dosaggio dei colori pianistici. I due primi tempi delle sonate hanno un po’ sofferto di tempi eccessivi che – almeno nella parte di sviluppo della forma sonata – hanno sottratto alcune sfumature all’espressività. Ma si tratta di un piccolo, trascurabile neo nell’insieme di una grande prestazione. Non apprezzabile (anche se parzialmente comprensibile)  il rifiuto di un bis al termine del concerto: il pubblico pagante ha i suoi diritti ma “noblesse oblige”…….
 HappyHappy
PS Purtroppo ancora una volta era presente in sala una non piccola folla di “pellegrini” (eufemismo…) che a causa di una evidente orticaria alle mani ha sentito il bisogno di applaudire alla fine del primo tempo della prima sonata. Che dire: una riprova dell’ignoranza abissale in fatto di musica che decenni di assenza di educazione musicale “seria” nelle scuole ha provocato?
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Recensioni, Uncategorized

La Travi(s)ata – Bologna Arena del Sole 27 Maggio 2015

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Chi ha i capelli almeno grigi ricorda (forse) una collana di librucoli che circolavano nelle scuole degli anni ’60, i cosiddetti “Bignami”, che riassumevano le “trame” delle opere letterarie lette in classe (I promessi sposi, l’Eneide, l’Iliade, l’Odissea etc.) e indirizzati a somari in cerca di scorciatoie, (Ne ho trovato uno in una bancarella di un mercatino locale e l’ho acquistato come una vera reliquia). Oppure forse ricorda una pubblicazione di valore infimo “Selezione del Reader’s Digest”, collezione di articoli drammaticamente ridicoli e insulsi, all’interno del quale compariva, perla fra le perle, il “Libro condensato”: lascio al lettore immaginare di quale vergognosa operazione si trattasse. Ebbene ora “per avvicinare un pubblico giovane” (che evidentemente si considera cerebralmente leso) viene allestito a Bologna uno spettacolo a metà strada fra la Traviata verdiana e La dame aux camélias di Dumas (un testo, questo, di valore letterario infimo, peraltro, letterariamente inferiore persino al libretto di Francesco Maria Piave!). Con buona pace di critici “illustri” pronti a incensare qualunque novità modernista indipendentemente dal suo valore – con finalità non sempre adamantine – l’operazione ricorda quelle partiture “facilitate” che infestavano nella prima metà del ‘900 le scuole musicali di terza categoria per rendere affrontabili, da parte di musicisti incapaci, brani di grandi compositori. Qui il grande ordito musicale verdiano è frammentato a mo’ di singspiel con un’operazione nazional-popolare della quale francamente nessuno sentiva il bisogno. Personalmente non ritengo che “semplificare” un’opera (che vuol dire comunque “travisarla” appunto) sia la strada giusta per attirare chi alla lirica non sia interessato. La via giusta sono prezzi popolari (e la Travi(s)ata comunque non li ha!) e un’adeguata (non barbosa e dilettantesca!) presentazione/introduzione. Credo opportuno ricordare quanto avviene alla Philharmonie di Berlino (e talvolta anche alla Staatsoper) ove i concerti sono (non sempre) preceduti da una bella conferenza (non basta essere esperti, bisogna anche sapere parlare in pubblico utilizzando le parole giuste, senza annoiare, utilizzando sistemi multimediali etc. Parlare in pubblico e avere il polso dell’audience non è un “mestiere” che si improvvisa e che qualcuno purtroppo non impara mai: è attività non facile che si impara in ogni modo con una prassi come all’università…) con un intervallo sufficiente prima del concerto per permettere al pubblico una cena spesso consumata nella hall della Philharmonie stessa. Una volta premesso quanto precede (e quindi in un quadro per sua natura a mio giudizio non felice) la qualità della rappresentazione nel suo genere è risultata passabile seppure adatta unicamente a un pubblico dal palato non raffinato. L’impostazione iniziale è quella del testo di Dumas ma subito l’azione si sviluppa secondo la trama della Traviata verdiana con gli intermezzi recitati non sempre felici (ad esempio nella parte iniziale del dialogo fra Germont padre e Violetta). Le voci sono “decenti” ma di differente valore: il meglio è dato dal baritono che impersona Germont padre (Michele Patti), una voce imponente e una statura scenica adatta al personaggio. La Violetta di Marianna Mennitti ha una buona potenzialità ma assolutamente incostante: di buona qualità nei toni drammatici, difetta nei passaggi di agilità e nell’emissione di pianissimi, tendendo sempre a mantenere un volume di suono elevato anche quando l’espressività richiederebbe il contrario. Assolutamente non all’altezza invece l’Alfredo di Néstor Losan che praticamente non trova mai l’intonazione e gli accenti giusti. Ma in un singspiel (e soprattutto in questo genere musicale) l’aspetto scenico gioca un ruolo importantissimo. La scena è quanto di più spoglio si possa immaginare (un divano e un vecchio pianoforte a coda), le feste sono riunioni di famiglia di pochi intimi e gli ambienti diversi in cui si svolge il dramma adattati a fatica alla stessa scenografia. Ma dove purtroppo è mancata in tutto la rappresentazione è nell’ “arte scenica”: i protagonisti hanno veramente molto da imparare per quanto concerne il comportamento su un palcoscenico (e la dizione italiana). Particolarmente inaccettabile la scena della comparsa di Alfredo a casa del barone dopo l’abbandono di Violetta e tutto il secondo atto. Stupisce che un regista capace come Nanni Garella non abbia ottenuto dai protagonisti una performance almeno sufficiente. Buona la prova della ridotta orchestra del teatro Comunale sotto la direzione di Massimo Carraro. Concludendo: le contaminazioni sono a mio parere un male assolutamente innecessario e da evitare (se non in casi eccelsi come quelli che caratterizzano i concerti del duo Labeque che comunque le servono a piccole dosi…) ma una volta subite lo spettacolo è almeno non inaccettabile e ha raccolto l’applauso non del tutto caloroso del non folto pubblico (ma va sottolineata la concomitanza del concerto di Muti).
 SadHappy
Fra un mese sarò al Berliner Ensemble di Berlino per assistere a un musical-singspiel sul Faust di Goethe. Operazione estremamente dissacrante cui però il tempio brechtiano non è nuovo e che in linea di principio mi dà i brividi. Ma…il Berliner Ensemble (uno dei più grandi teatri di prosa del mondo) ha sempre prodotto rappresentazioni di valore eccelso e quindi aspetto a piè fermo l’impatto e prometto di recensire, sempre al meglio della mia capacità e onestà (da qualcuno addirittura messa in dubbio!) e senza sconti, la rappresentazione.
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Cameristica, Recensioni

Francesco Libetta – Bologna Conoscere la musica sala Mozart Filarmonica 9 Aprile 2015

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A causa di “hacking”  probabilmente da parte di supporter di Libetta mi vedo costretto a ripubblicare il post che è stato cancellato. Inutile affannarsi a ricancellarlo: lo ripubblico.
Concerto difficile da recensire questo di Francesco Libetta che nel suo sito non può citare alcun premio vinto, accampa un repertorio che neppure il grande Daniel potrebbe vantare (farebbe più presto a indicare tutta la letteratura pianistica!) ma cita entusiastici commenti di autorevoli critici (anche se le fonti andrebbero sempre indicate…).  Un concerto molto discontinuo tutto incentrato sul repertorio classico-romantico (Beethoven, Liszt e Chopin), che richiede una disamina puntuale. Tralasciando le giovanili variazioni Beethoveniane sull’aria “nel cor più non mi sento” di Paisiello la cui semplicità non permette un giudizio, si passa alla trascrizione di Liszt di temi di Mercadante. Qui i tempi staccati sono risultati insufficienti, limite insopportabilmente accentuato nei 5 brani di Chopin (les trois  valses  brillantes op. 34, il notturno op. 27 n.1 e lo scherzo op 39). Di brillante i tre walzer non hanno avuto proprio nulla, strascicati con tempi esasperatamente allargati (si pensi ad esempio al primo walzer, opera per sua natura proprio “brillante”) che hanno reso addirittura  il secondo valzer una sorta di nenia interminabile e lamentosa togliendole quel senso di malinconia e tristezza che nulla concede alle sbavature. Per non dire delle “varianti” inserite arbitrariamente (una reminiscenza probabilmente  di Godowsky che se proprio voluta doveva per lo meno essere segnalata). Giudizio analogo (tempi e varianti) per il notturno e lo scherzo (dove i drammatici passaggi di ottave più ardui sono stati resi con una flemma che lascia sospettare una incertezza tecnica). Insomma uno Chopin svenato e svenevole che farebbe pensare a un compositore fiaccato dalla tubercolosi e non allo spirito indomito del compositore polacco (a riprova si pensi al vigore delle sue ultime composizioni, ad esempio alla sonata per pianoforte op. 58 o alla sonata per violoncello e piano op.65 e al suo turbolento rapporto con George Sand).  Anche il lisztiano Mephisto-Walzer ha sofferto delle stesse incertezze. Forse l’esecuzione relativamente migliore è stata quella dell’op. 109 di Beethoven (anch’essa piagata purtroppo da lentezze eccessive nel primo tempo) e segnatamente le variazioni dell’ultimo tempo dove l’esposizione del tema – ad esempio –  è stata di eccellente qualità. Il pianismo di Libetta non si colloca certo ai vertici internazionali ma, pur con gli eccessi già citati (cui aggiungere che per Libetta non esistono mf, che ogni f è trasformato in un sff spesso rischioso per il sistema acustico degli spettatori e che è sua costante scorretta prassi lo squilibrio temporale delle due mani) rientra in un onesto professionismo di medio livello che ha certamente un suo pubblico (non certo quello delle grandi sale da concerto) e una sua ragion d’essere. Due bis, di cui uno veramente virtuosistico (ma se dispone di questa tecnica perché non l’applica dove necessaria?) di autori al sottoscritto ignoti. Inutile rimarcare che l’educazione di un esecutore dovrebbe imporgli di annunciare i brani eseguiti evitando di trasformarli in una sorta di indovinello, a meno che non si tratti di pezzi stranoti. La solita – imposta – introduzione “musicologica” che però, purtroppo, sfuma quasi sempre in una sorta di aneddotica storico-musicale senza entrare nel significato dei brani risultando pertanto di totale inutilità, al di là della buona volontà del relatore. Inizio ancora una volta in ritardo: l’orario d’inizio è simile ai semafori di Napoli che, come mi disse una volta un taxista, è  solo  ‘no suggerimiento. Successo presso il non folto pubblico.
 SadSadSad
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Ars Trio di Roma – Bologna S.Filippo Neri 25 Maggio 2015

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Nelle formazioni cameristiche il trio con pianoforte riveste una grande importanza come esempio di perfetta fusione fra i tre strumenti principe della musica da camera (e non solo).  In questa ottica l’Ars trio di Roma ha fornito una eccellente prestazione con l’esecuzione di tre composizioni, due “classici” (“L’Arciduca” di Beethoven e il trio di Mendelssohn op. 49) e l’interessante “trio in tre movimenti” di Mauricio Kagel. Cominciando da quest’ultimo si può affermare che è un intreccio di stili nel quale si ritrovano gli approcci di Cage (le corde del piano pizzicate a mano), impostazioni melodiche (nel primo tempo) e inflessioni    legate alla locazione geografica del compositore. Una composizione che non manca di sezioni di grande qualità ma che soffre di una eccessiva lunghezza. Gli altri due trii eseguiti (e segnatamente quello di Mendelssohn) sono, come quasi sempre accade, una sorta di concerti per piano con accompagnamrnto di archi. In quello appena citato è spiccato l’ottimo pianismo di Laura Pietrocini che ha trascinato il trio in un crescendo travolgente culminato in un finale virtuosistico che ha giustamente suscitato l’entusiasmo del pubblico in sala. Forse meno brillante è stata l’esecuzione del trio beethoveniano con tempi eccessivamente rilassati che pur permettendo forse una maggiore espressività hanno però sfilacciato l’ordito complessivo della composizione. Un meritato successo.

 HappyHappy

PS Nel clima censorio musicale della provincia bolognese, con il “pactum sceleris” fra istituzioni musicali e giornali per abolire l’odiata e temuta recensione, la modestissima flebile voce libera e indipendente di Kurvenal (moderno Bérenger musicale in sedicesimo – Ionescu – che tenta di resistere al dilagante rinocerontismo) con il suo modesto successo è indigesta. Naturalmente il dissenso su quanto riportato sul blog non solo è lecito ma addirittura – se fondato – necessario essendo il dibattito stimolato e ricercato (ma questo comporterebbe l’ammissione di leggere il blog, colpa sufficiente per essere oggetto di ostracismo, come nei regimi totalitari…). Invece nella cultura imperante del “dietrismo” tutto italiano le uniche domande che ci si pone sono “quale è il suo fine nascosto” oppure “di quali agganci gode” oppure “chi c’è dietro“. Lor signori (“vostre eccellenze che mi stanno in cagnesco”) si tranquillizzino: dietro al sottoscritto ci sono solo io che non fruisco (e mai vorrei fruire) di abbonamenti gratuiti (in questa ottica ci piacerebbe sapere se i membri del consiglio di indirizzo si pagano, come dovrebbero, i propri abbonamenti) o di altri favori, che diplomato in pianoforte a Bologna a pieni voti sono appassionato di musica classica e operistica, che non ho inconfessabili scopi nascosti, che devolvo una non indifferente parte del mio stipendio all’acquisto dei biglietti a prezzo pieno e che dedico una parte del mio tempo al blog per recensire spettacoli cui ho assistito….  Senza sconti per nessuno, però.
 Sad
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Thiemann Rambaldi – Goethe Zentrum 24 Maggio 2015

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Un concerto interessante di due giovani concertisti: il violoncllista Felix-Eugen Thiemann e la pianista Francesca Rambaldi impegnati in un concerto di ampio respiro, con una sonata di Beethoven, un brano di Schumann, la sonata di Debussy e la suite di De Falla.  Certamente un duo affiatato ed esuberante con una qualità del violoncellista che promette un grande futuro mentre più discutibile è il valore del pianismo della Rambaldi.  Il limite di Thiemann è forse proprio l’eccesso di confidenza nei propri mezzi che lo porta talvolta, nei passaggi più impegnativi (ad esempio in Schumann), a errori che potrebbe facilmente evitare. Ha un bel suono pieno che però talvolta non riesce a modulare per i piani dando luogo a una esecuzione molto muscolare che meriterebbe invece una maggiore articolazione espressiva. Un discorso simile vale per la pianista che non ha  brillato nelle sue esecuzioni e che ha molto spesso ha coperto con una eccessiva sonorità il suono del violoncello (segnatamente all’inizio della sonata di Debussy che fra i brani eseguiti è stato quello di minore qualità). Cionondimeno il concerto è stato godibile e molto apprezzato dal  pubblico purtroppo non folto, anche per l’assenza di qualunque informazione sui quotidiani locali. Non solo assenza di recensioni ma addirittura assenza delle informazioni. Si impone quindi per i validi concerti del Goethe Zentrum (l’unica istituzione a Bologna che organizzi ancora concerti di Lieder!) una maggiore penetrazione capillare eventualmente attraverso accordi con le istituzioni principali. Due consigli per il futuro di questi concerti: rinunciare assolutamente alle presentazioni da parte degli esecutori dei brani eseguiti che sono inutili e spesso  noiose e dilettantistiche (il pubblico poi non è sprovveduto!) e tenere socchiuso il coperchio del pianoforte, data l’ acustica non perfetta della sala.

Happy

PS A margine di questa breve recensione debbo segnalare come l’atteggiamento del mitteleuropeo Goethe Zentrum differisca dal provincialismo di altre istituzioni bolognesi. Mentre una recensione negativa (e ne ho redatte!) di un suo concerto viene accettata serenamente nel rispetto della libertà di opinione e comunque con atteggiamento di gratitudicne per la partecipazione,  una critica negativa di uno spettacolo del teatro comunale è sentita dal management come un delitto di lesa maestà. Ogni commento è superfluo.
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Censura preventiva – Teatro comunale 19 Maggio 2015

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Non male: dopo l’assenza di recensioni serie del Flauto Magico sui giornali locali (a meno che non si vogliano considerare tali i peana preconfezionati e acritici come quello del Corriere di oggi 19 Maggio) si palesano uno o più Ždanov autoctoni (dai nomi a me ignoti) che sul sito” diamo valore alla cultura” dei lavoratori del teatro Comunale (con tanto di logo ufficiale  del teatro!) inseriscono le recensioni positive (ad esempio quella della Repubblica) e censurano quella parzialmente negativa di Kurvenal (a differenza di quanto avvenuto in passato)! E sarebbe questo “dare valore alla cultura“? Questi sgangherati clientes “culturali” del potere che evidentemente intendono ingraziarsi i ras di turno per una misera sportula svendendo la dignità del sito sono un tipico prodotto del clima di consenso artificiale (una sorta di claque endogena) che il sovrintendente, il comitato di indirizzo  e il suo presidente “in pectore” (che però ormai da mesi rimane tale – a quanto ne è dato sapere – forse per disinteresse o dimenticanza del sindaco) vogliono creare con tanti saluti alla indipendenza e al dibattito, anche serrato, che è il sale della cultura.  Che dire? Kurvenal (una voce libera e indipendente, ahimé per loro) come novello “samizdat” dalla circolazione clandestina che tutti leggono (200 secondo le ultime statistiche) ma nessuno vuole ammetterlo (e di queste anime belle ce ne sono tante, anche ben note…)? Senza capire che così facendo si attizza, contrariamente alle aspettative, un interesse insperato e si ammette implicitamente che quanto scritto sul blog è vero, tanto da dovere nasconderlo? Non solo malafede ma anche intelligenza sotto il minimo. L’autore ringrazia.

SadSadSad

PS finalmente (forse) una buona notizia: sulla pagina bolognese di Repubblica l’ineffabile rockettaro Ronchi ventila la possibilità di un suo abbandono dell’assessorato. Ci dispiace per coloro presso i quali in futuro farà danno ma  “mors tua …”..
PPS leggere http://ilcorrieredellagrisi.eu a proposito del flauto….
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Operistica, Recensioni

Die Zauberflöte – Bologna Teatro Comunale 16 Maggio 2015

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Una Zauberflöte così (in tedesco è femminile!), che in campo mozartiano aveva generato  –  dopo il flop di “Così fa tutte”della scorsa stagione – grandi aspettative sapientemente  orchestrate dalla stampa locale e dalla sovrintendenza del teatro, con stereoscopia e scomodissimi occhialini 3D al seguito forniti agli spettatori (con i quali spesso si vede solo la “stereoscenografia”  dei video e non i cantanti), non l’avevamo mai neppure ipotizzata (e speriamo di non rivederla più). Stante che il palcoscenico è per sua natura tridimensionale, la scomodità degli occhialini rossoverdi – da Guinness dei primati per i teatri d’opera la ridicola vista panoramica del pubblico in sala! –  non è compensata da una plasticità stereoscopica della scena e quindi in ultima analisi è “dispensabile” (a differenza di quanto avviene al cinema). Affidandosi ad aspetti visuali (drammaticamente, noiosamente ripetitivi) e non a scenografie solide nel senso stretto della parola  si viene a creare un assurdo spazio vuoto fra il proscenio e lo schermo del fondale talché i cantanti sono piazzati dal direttore per lo più proprio sul proscenio onde evitare conseguenze acustiche negative legate al vuoto della scena. Per tutto c’è una prima (e speriamo ultima) volta…
Zauberflöte
L’idea di considerare la vicenda della Zauberflöte  come una favoletta inventata e gestita da due mocciosi poco espressivi vestiti alla marinara (massoni in erba anche loro?), ossessivamente presenti sullo sfondo, semplicemente non funziona: è velleitaria e inutilmente accattivante, insomma totalmente fuori dallo spirito così polivalente dell’opera. Un’impostazione assai difficile da sostenere che, ove mai fosse ipotizzabile, avrebbe comunque richiesto una compagine registica di ben altro livello. Analogamente risulta noioso e ripetitivo l’ andirivieni dei pannelli a mo’ di otturatore fotografico, un artificio che è come il gioco: bello fin che dura poco… Se poi la presenza dei solisti e del coro in sala con illuminazione da café chantant è il nuovo che avanza c’è di che stare “freschi”. Che la perfida regina della notte si palesi da un cono a pan di zucchero, che ricorda le dolcezze dei “baci” Perugina in versione natalizia più che la volta celeste, è semplicemente ridicolo  (anche perchè l’ “aggeggio” dopo l’apparizione rimane in palcoscenico senza alcun significato, neppure visivo). E così via.

Flauto

Insomma una regia e una scenografia velleitarie e sostanzialmente dilettantesche e noiose. Uno spettacolo che certamente fa rimpiangere la bellezza visiva (seppure a tratti discutibilmente ridondante) di Jenufa. Il regista è palesemente digiuno di rappresentazioni in teatro di opere liriche e l’accattivante, mistificante e usurpato richiamo dell’organizzazione cui appartiene (Fanny e Alexander) al mondo di Bergman è solo uno scadente “wishful thinking”. Dovrebbe rivedersi cento volte la registrazione dello splendido allestimento de “Le nozze di Figaro” di Martone del 2013 per imparare come si gestisce e valorizza un’opera teatrale di grande repertorio.  Senza volere escludere a priori una rivisitazione in chiave moderna di uno spettacolo classico, purchè non velleitaria e in ultima analisi scadente che fa ovviamente rimpiangere (e molto) messe in scena più tradizionali ma in grado di valorizzare e non deprimere il capolavoro mozartiano. Per le rivoluzioni ci vogliono veri rivoluzionari e non ribellisti dilettanti convinti che “épater le bourgeois” con effetti speciali (o ritenuti tali) sia sufficiente a garantirsi qualità e  successo! (Purtroppo scrivendo questa recensione negativa mi rendo conto di fare comunque un involontario favore alla regia perchè anche solo il parlarne – seppure male e addirittura talvolta proprio per questo motivo – è pur sempre una cassa di risonanza per una immeritata pubblicità).
La direzione di Mariotti non è stata esaltante e spesso diseguale: forse il Mozart della Zauberflöte non è particolarmente nelle sue corde. Troppo lente molte arie (e segnatamente la prima di Tamino e della regina della notte). E’ un’opera che per la sua stessa natura richiede un equilibrio particolare in quanto si trova costantemente in bilico fra la favoletta (non per nulla il libretto è di un impresario improvvisatosi librettista, Schikaneder, e diretto a un pubblico di bocca buona del tempo) e l’apologo agogico e paludato del trionfo del bene sul male. Un libretto non sempre facile da digerire e interpretare (chi non parteggia inizialmente per la regina della notte cui la figlia è stata sottratta?), spesso sconclusionato, con alcune figure un po’ grottesche come Monostatos e un po’ stralunate come Papageno/Papagena,  e uno sviluppo dell’azione tutt’altro che lineare. E’ solo il genio mozartiano che è riuscito a trasformare questo potenziale disastro in un capolavoro e proprio a fronte di questa “politomia” la direzione musicale si trova costantemente di fronte a difficili scelte interpretative. Certamente le modestissime scelte registiche non hanno aiutato il direttore ma è certamente vero che abbiamo assistito a rappresentazioni di questa difficilissima opera musicalmente assai migliori (e in particolare va ricordata quella magistrale di Abbado, anni luce distante da quella di Mariotti).
Il cast.  Evidenti, inaccettabili problemi di pronuncia della lingua tedesca – in un Singspiel! – da parte degli italiani.  Ahimé la provincia e le obsolete scuole di canto rivolte solo al bel canto e al barocco italiano! Non per niente l’importantissimo genere musicale del Lied è colpevolmente e sostanzialmente sconosciuto nel belpaese. A parte questo il livello medio è apparso vocalmente di buona qualità e in particolare va segnalata l’ottima  Pamina di Maria Grazia Schiavo  (aiutata in questo dalla più bella aria dell’opera), che ha nelle sue corde tutti gli accenti del personaggio mozartiano. Quanto alla regina della notte (musicalmente ruolo chiave dell’opera) di Christina Poulitsi  i suoi sopracuti sono perfettamente intonati ma ha qualche incertezza di emissione nel registro medio-alto. Tamino (Paolo Fanale) è tenore di ottima professionalità mentre il Sarastro del gigantesco Mika Kares ha una voce da basso perfetta nel ruolo anche se talvolta un po’ monotona. Il duo Papageno/Papagena, rispettivamente interpretati da Nicola Ulivieri e Anna Corvino non ha particolarmente impressionato.  Purtroppo assolutamente sotto il minimo le tre dame e carini i tre fanciulli (vocalmente non ineccepibili) che però potevano essere scelti localmente senza pregiudizio alcuno (come già faceva 30 anni fa il teatro).
Come sempre il pubblico bolognese è indulgente (quando mai si sentiranno finalmente dei sacrosanti “buh” quando meritati? Ricordo un Ring di Bayreuth del 2010 splendidamente cantato e orchestrato – una vera meraviglia – ma con una messa in scena “de paura”, in occasione del quale la timida apparizione a mezzobusto del regista dietro il sipario socchiuso scatenò una salva di disapprovazioni tali da fare letteralmente fuggire – addirittura dal teatro penso –  il malcapitato!) e esterna il proprio dissenso al massimo con un applauso più tiepido oppure non presentandosi alle rappresentazioni (diverso è il caso della “generale” dell’opera al termine della quale, all’uscita dal teatro, il team della gestione video è stato “omaggiato” da una meritata salva di “buh”). La “prima” fa caso a sé: qui predomina la presenza del bel mondo bolognese non particolarmente avvertito  musicalmente (“e mira ed è mirato, e in cor s’allegra”…) e più che altro interessato agli intervalli, e soprattutto della claque (in questo caso veramente assordante e insopportabile nella quale in platea si è distinto uno scatenato piacione) che si combina con il successo opportunamente preorganizzato dalla sovrintendenza con la stampa locale, che non brilla certo per indipendenza e competenza (si leggano gli articoli di presentazione dell’opera: semplicemente il nulla a stampa). Per una recensione giornalistica sulla stampa seria e indipendente bisogna aspettare gli articoli di Carla Moreni sul Sole 24 ore o di Paolo Isotta sul Corriere della sera ammesso che prendano in considerazione un teatro oggettivamente non di primario interesse nazionale come il Comunale di Bologna. Quindi fiato alle trombe (e ai tromboni..) locali e che la festa (?) cominci….
PS A proposito di registi “creativi” segnalo questo gustosissimo articolo http://www.ilcorrieredellagrisi.eu/2012/05/come-diventare-un-grande-regista-a-la-page-in-25-mosse/

 Sad

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Cameristica, Recensioni

Gloria Campaner – Bologna S. Filippo Neri 13 Maggio 2015

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Gloria Campaner è una pianista certamente dotata musicalmente, fornita di una eccellente tecnica che trova i suoi accenti migliori nei brani a forte componente virtuosistica (nel caso specifico i Morçeaux de fantasie op.3 di Rachmaninov e i due brani di Skrjabin, lo Studio in do minore op.2 n1. e il poema di ispirazione apocalittica Vers la flamme op. 72) nei quali ha saputo fare rivivere lo spirito così diverso e contrastante dei due compositori russi con tutti gli accenti drammatici e lirici che essi comportano.  Un discorso diverso vale invece per Schumann dei quali ha eseguito le  Humoreske op. 20  e le Kinderszenen op. 15. Qui, soprattutto nelle Kinderszenen, l’eccessivo sforzo interpretativo ha stravolto, negli episodi cantabili, lo stile musicale schumanniano. Interpretare” non significa sostituirsi allo spirito del compositore, strascicando oltre misura i tempi, forzando armonie non specificamente indicate, utilizzando artifici quali la disincronia delle mani etc.: l’alone favolistico e onirico che pervade le Kinderszenen non può essere considerato un alibi per qualunque libertà. Un brano musicale può essere assimilato a una carreggiata larga da percorrere (lo stile), ma entro la quale è necessario mantenersi. L’esecutore ha la possibilità di definire il corso all’interno che ritiene migliore (e in questo si misura la qualità dell’esecuzione) ma non ha il diritto di debordare, come invece la Campaner ha fatto. Non è assolutamente necessario che ad ogni nota debba esser data una specifica, determinata espressione spezzando di fatto il filo logico del brano ma la musica deve poter correre, naturalmente guidata e indirizzata dalla sensibilità dell’esecutore. Come sempre vi sono grandi e famose esecuzioni delle Kinderszenen da analizzare (e qui citerei la magistrale e stilisticamente inappuntabile interpretazione della grande Marta), non ovviamente da copiare ma da considerare come spunto da cui prendere esempio. Migliore è stata comunque l’esecuzione dell’altro ciclo schumanniano, le Humoreske, brano non spesso frequentato, che non ha sofferto degli stessi eccessi delle Kinderszenen e che ha in buona (non perfetta…) misura rispettato il dettato del compositore di Zwickau.  Il giudizio sulla Campaner è quindi parzialmente positivo nella speranza che la maturazione porti a risultati che sono certamente alla sua portata ma che richiedono un approfondimento dello spirito e un rispetto dello stile delle composizioni eseguite. Di certo vi sono esempi di pianisti più giovani (ad esempio Lisiecki o Blechacz) che tale maturazione hanno già portato a termine e il confronto, al momento, è sfavorevole alla Campaner. Due bis e ottimo successo di pubblico. Due clamorosi strafalcioni nel programma di sala: Curiose Keschichte (senza senso) al posto di Curiose Geschichte “storia curiosa” ma soprattutto la traduzione di  Bittendes Kind che significa “bambino che chiede” e non “bambino che prega” (che sarebbe Betendes Kind)….Ma per fortuna in questa serie ci è almeno risparmiata l’ “introduzione musicologica”  permettendo un inizio quasi puntuale e una conclusione in orari accettabili secondo gli standard europei.

Happy

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Cameristica, Recensioni

Prague Chamber Orchestra Vacatello – Bologna Musica Insieme 11 Maggio 2015

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Una cosa è certa: il pianismo di Mariangela Vacatello è improntato a una forte componente virtuosistica, grazie a una “mano” tecnicamente estremamente dotata e questo aspetto è anche comprovato dalla predilezione che la pianista napoletana dichiara di avere per gli “studi” nei quali la sua tecnica trascendentale ha la possibilità di esprimersi al meglio.  Ciò detto va però riconosciuto che questo aspetto, così spesso nei giovani pianisti preponderante, è ben controllato da una grande musicalità. I due aspetti sono apparsi contemporaneamente nell’esecuzione del secondo concerto di Beethoven dove soprattutto nel cantabile del secondo tempo la Vacatello ha saputo trovare gli accenti giusti nel dialogo con l’orchestra. E’ invece apparso prevalere l’aspetto virtuosistico nell’ultimo tempo affrontato a una velocità eccessiva che ha tolto in parte lo spirito compositivo del Beethoven giovanile. Un’esecuzione comunque di alto livello e che porta a ben sperare per l’evoluzione e la maturazione della giovane pianista. Il concerto è poi risultato godibilissimo anche grazie all’ottima formazione cameristica che a parte l’adagio di Barber (ottimamente reso) ha presentato due brani di compositori cechi della seconda metà dell’ 800, Janáček  e Dvořák. Lo spirito delle due composizioni è chiaramente nella sensibilità degli esecutori e in particolare la serenata di Dvořák (brano celeberrimo) ha suscitato il giusto entusiasmo del pubblico. Un concerto di alta qualità, insomma che a parte il prolungamento dovuto al ritardato concerto di Zimerman (se mai sarà in grado di venire…) ho degnamente concluso la stagione di Musica Insieme. Ci auguriamo di risentire presto Mariangela Vacatello in un concerto solistico che come bis ha offerto “La campanella” di Liszt (brano virtuosistico per eccellenza eseguito magistralmente) e la celebre, costantemente svilita da pianisti dilettanti  Für Elise di Beethoven, rendendo al brano la sua bellissima musicalità. Una bella provocazione, molto apprezzata.

HappyHappy

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Cameristica, Recensioni

Fetisova Guidetti – Bologna Goethe Zentrum 8 Maggio 2015

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Mozart, Schumann, Brahms e Strauss: l’olimpo dei Lieder (mancano solo secondo i miei gusti Schubert, Wolf e Mahler, ma ovviamente non si può eseguire tutto in una serata!).  Il duo è molto affiatato e va subito sottolineato che il soprano ha cantato i 26 (ventisei!) Lieder tutti a memoria (cosa non comune) cui va aggiunto il bis, una versione russa di Čajkovskij della celebre poesia di Mignon “Wer die Sensucht kennt”. La Fetisova ha i suoi accenti migliori nel registro basso e negli acuti mentre nel registro intermedio ha qualche difficoltà a controllare i mezzitoni. La sua è certamente una bella voce drammatica che talvolta nel campo Liederistico può non trovare una sua specifica corrispondenza e sulla quale ha bisogno di lavorare per evitare che la innata potenza vocale esploda in ogni brano, anche quelli più intimistici e in quelli – così apparentemente semplici ma così difficili – di Mozart. Di certo ha trovato i suoi accenti migliori nella bella interpretazione degli Ziegeunerlieder di Brahms proprio per le caratteristiche vocali suesposte e complessivamente, in ogni caso, ha dato una bella e soprattutto promettente prova delle proprie capacità. Un plauso anche al pianista Guidetti che ha saputo accompagnarla ottimamente ma che deve fare molta attenzione in una sala come quella del Goethe Zentrum a moderare le sonorità che rischiano, altrimenti, di sovrastare la voce del soprano spigendola ad esaltare quelle caratteristiche dinamiche che invece deve tenere sotto controllo. Certamente visto l’esiguo pubblico e la scadente acustica della sala una scelta assai migliore sarebbe stata quella di tenere chiuso il coperchio. Purtroppo il pubblico – come precedentemente detto – era molto rarefatto forse per la bella giornata e l’orario pomeridiano. Personalmente ritengo che un orario serale infrasettimanale favorirebbe l’afflusso mentre sarebbe certamente necessario che una bella iniziativa nel campo Liederistico come quella del Goethe Zentrum  – unica a Bologna! –  avesse un riscontro pubblicitario assai più ampio, magari trovando un legame con le organizzazione musicali maggiori. Da lodare il libretto di sala nel quale – finalmente – i testi tedeschi e le traduzioni erano impeccabili.

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Cameristica, Recensioni

Rossi Noferini Cattani – Bologna Conoscere la musica 5 Maggio 2015

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Munitomi di giubbotto antiproiettile ed elmetto dopo la mia recensione del concerto di Francesco Libetta che mi ha attirato gratuite patenti di incompetenza e più in generale i fulmini dei suoi sostenitori (fortunatamente adeguatamente rintuzzati dai miei sostenitori della libertà di espressione) ho avuto il coraggio (l’ardire sarebbe meglio dire) di entrare nuovamente nella Sala Mozart dell’Accademia Filarmonica bolognese  per un concerto di Conoscere la Musica sapendo che con una ulteriore recensione negativa la mia vita (non solo quella musicale!) sarebbe stata in pericolo.  Appiattitomi in fondo alla sala in una poltrona laterale dalla parte dell’uscita per un’eventuale fuga precipitosa ho assistito quanto più incognito possibile al concerto: se scrivo questo post significa che comunque ho avuto salva la vita (che non è poco!). A questo punto si potrebbe pensare che una recensione positiva sia frutto di una più o meno esplicita pressione psicologica. Si tranquillizzino i miei lettori: non saranno i pochi esagitati che si sono esibiti a violentare la mia libertà di espressione. Il concerto in questione è stato di buona qualità con una vecchia gloria come Cristiano Rossi (che purtroppo non ha fatto quella carriera che in gioventù lasciava presagire) spalleggiato dal bolognese Roberto Noferini e dalla pianista Chiara Cattani.  Un concerto in formazione non consueta (due violini con cembalo/pianoforte) diviso in due parti: una prima dedicata al barocco (Corelli e Couperin) e una seconda al ‘900 (Milhaud e Martinu).  Il trio è ben affiatato, ben supportato dalla pianista/clavicembalista e il programma eseguito è risultato assai interessante (forse con una minore qualità per la sonata di Milhaud).  Un bis di Šostakovič molto orecchiabile. L’unico costante difetto (se non nel bis e parzialmente in Martinu) è stata la qualità complessiva del suono degli archi risultata sempre aspra (almeno al fondo della sala) lasciando ipotizzare (forse) un’acustica non perfetta. Ed è sembrata troppo lenta l’esposizione del tema della “follia”. Un pubblico abbastanza folto per la sala se si considera la concomitanza della partita della Juventus e il concerto a S.Cristina. E ora sparo nuovamente alla luna. La musica è iniziata alle 21.25 con la “presentazione” iniziata alle 21.10. Il mancato rispetto degli orari è mancanza di rispetto verso gli spettatori puntuali (che si sentono degli idioti per dovere aspettare a lungo), probabilmente nella speranza di incrementare con i maleducati ritardatari l’incasso.  Forse non mi sono accorto che Bologna è ancora una marca provinciale dello stato pontificio…
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Supporters e detrattori – 5 Maggio 2015

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Alla vigilia del mio duecentesimo post (sì, quasi duecento in meno di due anni!!) qualche considerazione sul pubblico posso (forse) permettermela. Tralascio il fatto che nella larga maggioranza dei casi è influenzato in modo irrimediabile dallo star-system e che quasi sempre applaude la musica e non l’esecuzione (sarei pronto a scommettere che se dietro un tendone faccio eseguire lo stesso brano da Schiff e da due bravi allievi di conservatorio la maggioranza non è in grado di distinguere) ma interessanti sono i fans di questo o quell’interprete, tanto più accaniti quanto più vicini personalmente all’esecutore. E scrivere un post di dissenso rispetto a un’interpretazione suscita le ire più incontrollabili che quasi sempre si riducono alle accuse di incompetenza musicale tralasciando di confutare nella sostanza quanto affermato e contestato.  Insomma si guarda il dito e non la luna…Si potrebbe dire che i supporters vivono una specie di trans amoroso che li rende ciechi come gli innamorati (ma in questo caso direi sordi…) con un’apodittica fede in questo o quel personaggio dimenticando che a tutti, anche ai grandissimi, capita una sera no e che il povero recensore giudica una serata e non l’intera storia e stirpe dell’esecutore. Quello dei fans è – traslato – il medesimo atteggiamento dei tifosi di calcio per i quali l’arbitro ha sempre torto pronti a sterminare mediaticamente chi ha l’ardire di dissentire. Purtroppo in questo blog non sono mancati gli eccessi e le contumelie che mi hanno costretto a imporre un’approvazione prima della pubblicazione di un commento ma spero che tutti si siano accorti che in nessun caso ho censurato chi mi dà dell’incompetente: così come è vero che per ripetute sentenze della magistratura non è perseguibile in alcun caso chi scrive una critica, anche la più velenosa, così non sarebbe giusto censurare i commenti, a meno che non si tratti di villani e maleducati. Per fortuna in numero limitatissimo.
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Turandot – Milano La Scala 1 Maggio 2015

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Biglietto da visita musicale dell’Italia (altro che l’ignobile “s-concerto” del 30 Aprile da me visionato registrato solo per onor di firma – vergogna!) la Turandot di apertura dell’EXPO è stata in tutto e per tutto all’altezza delle aspettative, iscrivendosi nelle produzioni di grande qualità che da sempre contraddistinguono le opere della Scala. Uno spettacolo molto bello dal punto di vista scenografico e musicale a riprova che l’Italia è paese dell’arte (quella vera, non il posticcio del “tenorino” piagnucoloso Bocelli). 
Turandot
Con buona pace di chi afferma che l’estensore di questo blog non è mai soddisfatto e  critica per principio, posso affermare che tutto di questa produzione è di ottima-eccelsa qualità a partire dalla direzione di Riccardo Chailly, a finire con la regia di Nikolaus Lehnhoff e alle scene di Raimund Bauer. La Turandot di Nina Stemme è stata perfettamente algida come la parte richiede, con una voce perfetta per il ruolo e agghindata con bei costumi ma di tale complessità che gli spettatori si sono chiesti come riuscisse a cantare. Il Calaf di Aleksandrs Antonenko non è parso invece ben calzato nella parte, sforzando regolarmente negli acuti e con una presenza scenica piuttosto goffa e per certi versi indisponente. Buono l’Altoum di  Carlo Bosi in una parte non facile. Un plauso particolare invece alla Liù di Maria Agresta, bellissima voce, sicuramente la vera protagonista dello spettacolo, infagottata purtroppo in un costume piuttosto assurdo e un voto solo sufficiente al Timur di Alexander Tsymbalyuk. Molto apprezzabili musicalmente e scenicamente invece i tre dignitari Ping, Pong e Pang con costumi perfetti a rifletterne la psicologia e un azzeccatissimo trucco facciale da clowns che ricordava il Joker della serie di Batman e il coro (anche se il meccanismo del “doppio” di Artaud con le maschere ha fatto da lungo il suo tempo). Turandot è opera che richiede grande equilibrio se si vuole evitare di cadere nella trappola di un orientalismo di seconda mano o di trasformarla in una fiaba sdolcinata centrata sul personaggio di Liù mentre in realtà si tratta di azione altamente drammatica che non vive certo del solo inflazionatissimo acuto di “Nessun dorma” (forse che “Non piangere Liù” è da meno?). Bellissimo il finale di Luciano Berio che ha sostituito quello tradizionale di Alfano, nell’ambito del quale la figura di Liù assurge a un ruolo primario che in altri casi risulta invece troppo sfumato. Purtroppo la diretta televisiva, anche se di ottima qualità, impedisce una visione d’assieme del palcoscenico e mi riprometto quindi di assistere a una rappresentazione in teatro. Ove notassi delle differenze redigerò un post integrativo.

HappyHappy

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30 Aprile e 1 Maggio 2015

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Passi per i “concertoni” nazional popolari che infestano ormai ovunque in Italia  la data del 1 Maggio e che allietano schiere di persone che mai hanno messo piede in una sala da concerto o in un teatro d’opera (e che avrebbero comunque potuto assistere in TV alla Turandot della Scala – ma la cultura è faticosa ed è una conquista, non un “prêt-à-porter usa e getta”) ma la vergogna della squallida esibizione del 30 Aprile è inaccettabile. Presentare come biglietto da visita un “cantante” che avrebbe potuto essere surclassato da Claudio Villa e che solo un buonismo d’accatto (è non vedente!)  subdolamente sfruttato dallo star system è in grado di presentare come “artista” è circonvenzione di incapace. E la presenza del fenomeno da baraccone Lang Lang pronto a vendersi al miglior offerente indipendentemente dalla qualità del contesto in cui si esibisce (ognuno immagini l’epiteto che ritiene opportuno affibbiargli) la dice lunga sul concetto di cultura sbandierato dagli organizzatori (e avente come ciliegina sulla torta la scandalosa ignoranza culturale e linguistica dei presentatori incapaci di pronunciare correttamente il nome di Feuerbach che evidentemente non hanno mai prima sentito – si legge “foierbach” signori somari). Ma insomma si può conoscere il nome degli organizzatori che si spacciano per  operatori “culturali” responsabili di questo scempio, fra l’altro costato una fortuna conoscendo i cachet dei due dilettanti? E che ci fa una soprano seria in mezzo a questi figuri? Anche lei pronta a vendersi per trenta denari? Se è vero quanto si afferma, ovvero che l’Italia non è una potenza economica ma non ha nulla da invidiare quanto a cultura, siamo in mezzo a una banda di malfattori che hanno truffato il buon nome della cultura italiana. E si torna al  1 Maggio: quale è la differenza alla fine dei conti? Non potevamo mandare Cric e Croc sul palco del concertone?

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Recensioni, Sinfonica

Pletnev Schuch – Bologna 4 Maggio 2015

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Avevamo già avuto modo di recensire un concerto di Herbert Schuch (Herbert Schuch) e il giudizio, ovviamente, rimane il medesimo: un pianista di buona qualità, intimista, lontano da qualunque esibizionismo che trova i suoi accenti migliori nei brani cantabili (talvolta un po’ troppo strascicati a fini interpretativi).  Schuch non concede nulla al virtuosismo anche se questo atteggiamento interpretativo, quando troppo ripetuto, finisce con banalizzare anche brani (e ce ne sono nel IV concerto di Beethoven!) nei quali un pianismo brillante – non virtuosistico! – meglio renderebbe lo spirito della composizione. Certamente Schuch deve ringraziare la direzione di Pletnev del concerto che proprio per la sua impostazione pianistica ha saputo assecondarlo al meglio. Anche l’unico bis concesso si è inquadrato nello stesso schema esecutivo. Insomma un buon, non esaltante, pianista.  Differente è il giudizio sui due brani orchestrali. Mentre per l’ouverture Schumanniana op. 81 Genoveva nulla vi è da eccepire molto c’è da dire sulla trascrizione orchestrale di Pletnev delle variazioni e fuga su un tema di Händel di Brahms.  Una pessima trascrizione che ha completamente sfigurato lo splendido quadro compositivo del compositore amburghese. Mentre l’impostazione originale del ciclo (l’unico pianistico insieme alle virtuosistiche variazioni su un tema di Paganini) rispetta totalmente lo spirito del tema barocco, ci si trova nella innecessaria trascrizione (ma che significato ha, quando ci sono tanti brani orchestrali specificamente composti?) in un fragore di fiati che violano totalmente il tessuto connettivo del brano. Che significato ha affidare il delicato tema barocco alle trombe (fra l’altro non particolarmente brillanti nel caso)? E la IV variazione ad esempio?  viene trasformata dalla trascrizione in una sorta di concerto bandistico. Necessariamente le variazioni più cantabili vengono affidate a singoli strumenti rendendole una sorta di piccoli concerti per strumento con accompagnamento di orchestra. Siamo distanti anni luce dalle impostazioni originali delle variazioni Brahmsiane (ad esempio quelle sul corale di S.Antonio o la passacaglia della IV sinfonia) che forse Pletnev dovrebbe ascoltare ripetutamente prima di trascrivere in modo così rozzo un brano pianistico così eccezionale. Insomma un vero disastro che non rende certamente giustizia a un artista come Pletnev che comunque preferiamo assai come pianista anziché come direttore (ma la tentazione di dirigere è irresistibile anche per motivi non sempre confessabili). Possiamo solo dire: peccato! Una breve citazione merita anche l’intervista di apertura (!) a Carmela Remigio nel magazine dell’orchestra: le domande sono così banali e da settimanale di gossip che si percepisce l’imbarazzo (giustificatissimo) della Remigio a rispondere!  Il giornalismo non è mestiere per dilettanti allo sbaraglio.

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Cameristica, Recensioni

Consonni Salvemini – Bologna S.Cristina 30 Aprile 2015

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Un concerto con due brave giovanissime (della fucina imolese) che a quattro mani hanno suonato alcune delle composizioni brahmsiane più note pur in un contesto acustico “de paura”. Che dire? Dopo tanti “tromboni” un duo fresco, affiatato, dotato di una ottima tecnica e  contraddistinto chiaramente dal piacere, dalla gioia di suonare. Una ventata di aria fresca nel panorama musicale bolognese di cui si sentiva proprio il bisogno. A risentirle presto!

Happy Happy

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Commenti

Recensori e Pubblicitari – Bologna 30 Aprile 2015

Non profit bannerNon profit bannerRequiescat in pace: è l’epitaffio della recensione sulle pagine locali dei grandi quotidiani nazionali (segnatamente Corriere e Repubblica). Al posto di quella che dovrebbe essere una doverosa disamina delle manifestazioni musicali cittadine gli ineffabili “critici” bolognesi si limitano a “presentare” l’evento il giorno precedente a mo’ di anonima pubblicità. Questo ha dal loro punto molteplici vantaggi: evita possibili contrasti con gli organizzatori in caso di flop ed evita di dovere assistere allo spettacolo che teoricamente richiederebbe una recensione. Non che i recensori “nazionali” si sprechino: gli unici casi di commenti estesi sono normalmente riservati alle grandi manifestazioni operistiche. Ma nel caso dei giornali locali nulla! Sicché questi cosiddetti “critici” (il vocabolo “critico” deriva dal greco κρινω [“krino”] che significa giudicare!) si riducono a una specie di pubblicitari senza correre rischi di sorta, senza perdere probabilmente biglietti gratuiti per le manifestazioni ma mancando in pieno a quello che dovrebbe essere il loro compito primario. Pubblicizzare un evento (magari a pagamento e con articoli preconfezionati da parte delle organizzazioni musicali) è attività che chiunque può esercitare senza particolari difficoltà; avere idee qualificate su quanto eseguito richiede studio, competenza, presenza e attenzione. Cosa credono i miei lettori che manchi?

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Cameristica, Recensioni

Accademia Bizantina Mullova – Bologna Grandi Interpreti 29 Aprile 2015

Non profit bannerNon profit bannerScrivi Viktoria Mullova e leggi qualità garantita. Pur in un contesto unicamente barocco la violinista russa, bella quanto brava, nel gotha del violinismo internazionale da oltre trent’anni, versatile nella scelta del suo repertorio – talvolta anche in modo discutibile come nell’ultimo concerto a Musica Insieme (v. Viktoria Mullova & friends – 10 Febbraio 2014) -, ha dato un’ennesima prova della sua bravura interpretando insieme all’Accademia Bizantina 3 concerti per violino e orchestra di Bach. Intonazione perfetta, tempi azzeccati, stile impeccabile, sonorità ineccepibili. Che altro dire? L’Ensemble con cui si è esibita (archi e clavicembalo) è presente da molti anni ed è composto da eccellenti strumentisti con la passione per le interpretazioni “filologiche” che ancora una volta si concretizzano unicamente in archetti a punta, impugnature sopra il tallone etc. Buona l’interpretazione della sonata di Händel senza la Mullova. L’esiguità dell’organico richiederebbe in ogni caso una sala meno vasta del teatro Manzoni (e della sua pessima acustica). Certamente curioso che in un organico esteticamente barocco spunti – senza contrasti musicali – l’archetto moderno della Mullova (che suona alternativamente uno Stradivari e un Guadagnini, due strumenti costruiti in epoca barocca), a riprova di come la pretesa di riproporre l’ambiente barocco “com’era” sia di fatto solo una pretesa, appunto. Un bis bachiano e grande successo di pubblico.

HappyHappyHappy

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Cameristica, Recensioni

Enrico Pace – Milano Quartetto 28 Aprile 2015

Non profit bannerNon profit bannerDi Enrico Pace avevamo già svuto modo di scrivere in occasione del concerto in duo con Leonidas Kavakos nell’ambito della stagione di Musica Insieme a Bologna (Kavakos Pace – Bologna Musica Insieme 19 Gennaio 2015) : ora abbiamo avuto la possibilità di riascoltarlo come solista (la prima volta fu a Bologna nell’ambito dei concerti organizzati dal DAMS, quando ancora questo blog doveva vedere la luce). L’impressione ricevuta non è mutata. Pace ha 47 anni, un’età nella quale la maturità interpretativa – nei grandi artisti – ha da tempo preso il sopravvento sull’esuberanza tecnica. Non è il caso di Pace che dotato di tecnica eccellente e suono granitico applica queste due caratteristiche indistintamente a tutti i brani eseguiti. Caratteristiche perfette per la bellissima (e purtroppo poco eseguita) terza sonata di Hindemith mentre ne hanno fatto le spese per prime le Six  épigraphes antiques – brano di apertura – di Debussy. Qui tutte le sonorità liquide e impressionistiche del compositore francese sono state costantemente violentate da una esecuzione sgranata, quasi scarlattiana, nelle quali si è percepita costantemente l’attesa di un passaggio in cui mettere in luce l’aspetto tecnico (in aggiunta al vizietto costante delle due mani disallineate). A maggior ragione la cosa è risultata evidente nella Kreisleriana op. 16 di Schumann dove le libertà (ma forse sarebbe meglio dire arbitrarietà) interpretative hanno snaturato il ciclo forse più bello del panorama del compositore di Zwickau. Un esempio è quello del secondo brano della serie. I due intermezzi sono stati affrontati a velocità priva di significato musicale senza alcuna continuità con l’impianto musicale del pezzo trasmettendo al pubblico l’ansia di precipitarsi verso un brano di bravura interpretato in modo fine a sé stesso.  Forse l’elemento più negativamente sorprendente della serata è stata la pessima esecuzione de la celeberrima  Vallée d’Obermann di Liszt, un autore che teoricamente dovrebbe attagliarsi perfettamente alle caratteristiche di Pace. Dopo un inizio esasperantemente lento si è sprigionata una insensata potenza di fuoco delle ottave che hanno reso il brano un esercizio tecnico svuotato di contenuto musicale. Una esecuzione tutta muscolare senza alcun riguardo al significato profondo del dettato Lisztiano. E dire che il brano è quello forse più bello e più musicalmente valido degli Années de Pélerinages la cui esecuzione magistrale di Vladimir Horowitz (reperibile su You Tube) dovrebbe risultare di esempio a tutti gli esecutori e che in questo caso è risultata del tutto antitetica. Un giudizio negativo assolutamente identico per i due bis Lisztiani, Orage della stessa serie della Valléè e il Sonetto del Petrarca n°104. Un buon (non strepitoso) successo del non folto e non sprovveduto pubblico del Quartetto. Un ennesimo plauso al libretto di sala, completo, preciso e perfettamente strutturato. Sotto questo aspetto Milano non dista 180 ma 180.000 Km. dalla provinciale Bologna!

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