Cameristica, Recensioni

Francesco Libetta – Bologna Conoscere la musica sala Mozart Filarmonica 9 Aprile 2015

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A causa di “hacking”  probabilmente da parte di supporter di Libetta mi vedo costretto a ripubblicare il post che è stato cancellato. Inutile affannarsi a ricancellarlo: lo ripubblico.
Concerto difficile da recensire questo di Francesco Libetta che nel suo sito non può citare alcun premio vinto, accampa un repertorio che neppure il grande Daniel potrebbe vantare (farebbe più presto a indicare tutta la letteratura pianistica!) ma cita entusiastici commenti di autorevoli critici (anche se le fonti andrebbero sempre indicate…).  Un concerto molto discontinuo tutto incentrato sul repertorio classico-romantico (Beethoven, Liszt e Chopin), che richiede una disamina puntuale. Tralasciando le giovanili variazioni Beethoveniane sull’aria “nel cor più non mi sento” di Paisiello la cui semplicità non permette un giudizio, si passa alla trascrizione di Liszt di temi di Mercadante. Qui i tempi staccati sono risultati insufficienti, limite insopportabilmente accentuato nei 5 brani di Chopin (les trois  valses  brillantes op. 34, il notturno op. 27 n.1 e lo scherzo op 39). Di brillante i tre walzer non hanno avuto proprio nulla, strascicati con tempi esasperatamente allargati (si pensi ad esempio al primo walzer, opera per sua natura proprio “brillante”) che hanno reso addirittura  il secondo valzer una sorta di nenia interminabile e lamentosa togliendole quel senso di malinconia e tristezza che nulla concede alle sbavature. Per non dire delle “varianti” inserite arbitrariamente (una reminiscenza probabilmente  di Godowsky che se proprio voluta doveva per lo meno essere segnalata). Giudizio analogo (tempi e varianti) per il notturno e lo scherzo (dove i drammatici passaggi di ottave più ardui sono stati resi con una flemma che lascia sospettare una incertezza tecnica). Insomma uno Chopin svenato e svenevole che farebbe pensare a un compositore fiaccato dalla tubercolosi e non allo spirito indomito del compositore polacco (a riprova si pensi al vigore delle sue ultime composizioni, ad esempio alla sonata per pianoforte op. 58 o alla sonata per violoncello e piano op.65 e al suo turbolento rapporto con George Sand).  Anche il lisztiano Mephisto-Walzer ha sofferto delle stesse incertezze. Forse l’esecuzione relativamente migliore è stata quella dell’op. 109 di Beethoven (anch’essa piagata purtroppo da lentezze eccessive nel primo tempo) e segnatamente le variazioni dell’ultimo tempo dove l’esposizione del tema – ad esempio –  è stata di eccellente qualità. Il pianismo di Libetta non si colloca certo ai vertici internazionali ma, pur con gli eccessi già citati (cui aggiungere che per Libetta non esistono mf, che ogni f è trasformato in un sff spesso rischioso per il sistema acustico degli spettatori e che è sua costante scorretta prassi lo squilibrio temporale delle due mani) rientra in un onesto professionismo di medio livello che ha certamente un suo pubblico (non certo quello delle grandi sale da concerto) e una sua ragion d’essere. Due bis, di cui uno veramente virtuosistico (ma se dispone di questa tecnica perché non l’applica dove necessaria?) di autori al sottoscritto ignoti. Inutile rimarcare che l’educazione di un esecutore dovrebbe imporgli di annunciare i brani eseguiti evitando di trasformarli in una sorta di indovinello, a meno che non si tratti di pezzi stranoti. La solita – imposta – introduzione “musicologica” che però, purtroppo, sfuma quasi sempre in una sorta di aneddotica storico-musicale senza entrare nel significato dei brani risultando pertanto di totale inutilità, al di là della buona volontà del relatore. Inizio ancora una volta in ritardo: l’orario d’inizio è simile ai semafori di Napoli che, come mi disse una volta un taxista, è  solo  ‘no suggerimiento. Successo presso il non folto pubblico.
 SadSadSad
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