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La Travi(s)ata – Bologna Arena del Sole 27 Maggio 2015

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Chi ha i capelli almeno grigi ricorda (forse) una collana di librucoli che circolavano nelle scuole degli anni ’60, i cosiddetti “Bignami”, che riassumevano le “trame” delle opere letterarie lette in classe (I promessi sposi, l’Eneide, l’Iliade, l’Odissea etc.) e indirizzati a somari in cerca di scorciatoie, (Ne ho trovato uno in una bancarella di un mercatino locale e l’ho acquistato come una vera reliquia). Oppure forse ricorda una pubblicazione di valore infimo “Selezione del Reader’s Digest”, collezione di articoli drammaticamente ridicoli e insulsi, all’interno del quale compariva, perla fra le perle, il “Libro condensato”: lascio al lettore immaginare di quale vergognosa operazione si trattasse. Ebbene ora “per avvicinare un pubblico giovane” (che evidentemente si considera cerebralmente leso) viene allestito a Bologna uno spettacolo a metà strada fra la Traviata verdiana e La dame aux camélias di Dumas (un testo, questo, di valore letterario infimo, peraltro, letterariamente inferiore persino al libretto di Francesco Maria Piave!). Con buona pace di critici “illustri” pronti a incensare qualunque novità modernista indipendentemente dal suo valore – con finalità non sempre adamantine – l’operazione ricorda quelle partiture “facilitate” che infestavano nella prima metà del ‘900 le scuole musicali di terza categoria per rendere affrontabili, da parte di musicisti incapaci, brani di grandi compositori. Qui il grande ordito musicale verdiano è frammentato a mo’ di singspiel con un’operazione nazional-popolare della quale francamente nessuno sentiva il bisogno. Personalmente non ritengo che “semplificare” un’opera (che vuol dire comunque “travisarla” appunto) sia la strada giusta per attirare chi alla lirica non sia interessato. La via giusta sono prezzi popolari (e la Travi(s)ata comunque non li ha!) e un’adeguata (non barbosa e dilettantesca!) presentazione/introduzione. Credo opportuno ricordare quanto avviene alla Philharmonie di Berlino (e talvolta anche alla Staatsoper) ove i concerti sono (non sempre) preceduti da una bella conferenza (non basta essere esperti, bisogna anche sapere parlare in pubblico utilizzando le parole giuste, senza annoiare, utilizzando sistemi multimediali etc. Parlare in pubblico e avere il polso dell’audience non è un “mestiere” che si improvvisa e che qualcuno purtroppo non impara mai: è attività non facile che si impara in ogni modo con una prassi come all’università…) con un intervallo sufficiente prima del concerto per permettere al pubblico una cena spesso consumata nella hall della Philharmonie stessa. Una volta premesso quanto precede (e quindi in un quadro per sua natura a mio giudizio non felice) la qualità della rappresentazione nel suo genere è risultata passabile seppure adatta unicamente a un pubblico dal palato non raffinato. L’impostazione iniziale è quella del testo di Dumas ma subito l’azione si sviluppa secondo la trama della Traviata verdiana con gli intermezzi recitati non sempre felici (ad esempio nella parte iniziale del dialogo fra Germont padre e Violetta). Le voci sono “decenti” ma di differente valore: il meglio è dato dal baritono che impersona Germont padre (Michele Patti), una voce imponente e una statura scenica adatta al personaggio. La Violetta di Marianna Mennitti ha una buona potenzialità ma assolutamente incostante: di buona qualità nei toni drammatici, difetta nei passaggi di agilità e nell’emissione di pianissimi, tendendo sempre a mantenere un volume di suono elevato anche quando l’espressività richiederebbe il contrario. Assolutamente non all’altezza invece l’Alfredo di Néstor Losan che praticamente non trova mai l’intonazione e gli accenti giusti. Ma in un singspiel (e soprattutto in questo genere musicale) l’aspetto scenico gioca un ruolo importantissimo. La scena è quanto di più spoglio si possa immaginare (un divano e un vecchio pianoforte a coda), le feste sono riunioni di famiglia di pochi intimi e gli ambienti diversi in cui si svolge il dramma adattati a fatica alla stessa scenografia. Ma dove purtroppo è mancata in tutto la rappresentazione è nell’ “arte scenica”: i protagonisti hanno veramente molto da imparare per quanto concerne il comportamento su un palcoscenico (e la dizione italiana). Particolarmente inaccettabile la scena della comparsa di Alfredo a casa del barone dopo l’abbandono di Violetta e tutto il secondo atto. Stupisce che un regista capace come Nanni Garella non abbia ottenuto dai protagonisti una performance almeno sufficiente. Buona la prova della ridotta orchestra del teatro Comunale sotto la direzione di Massimo Carraro. Concludendo: le contaminazioni sono a mio parere un male assolutamente innecessario e da evitare (se non in casi eccelsi come quelli che caratterizzano i concerti del duo Labeque che comunque le servono a piccole dosi…) ma una volta subite lo spettacolo è almeno non inaccettabile e ha raccolto l’applauso non del tutto caloroso del non folto pubblico (ma va sottolineata la concomitanza del concerto di Muti).
 SadHappy
Fra un mese sarò al Berliner Ensemble di Berlino per assistere a un musical-singspiel sul Faust di Goethe. Operazione estremamente dissacrante cui però il tempio brechtiano non è nuovo e che in linea di principio mi dà i brividi. Ma…il Berliner Ensemble (uno dei più grandi teatri di prosa del mondo) ha sempre prodotto rappresentazioni di valore eccelso e quindi aspetto a piè fermo l’impatto e prometto di recensire, sempre al meglio della mia capacità e onestà (da qualcuno addirittura messa in dubbio!) e senza sconti, la rappresentazione.
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