Cameristica

Salvi Orlandi – Goethe Zentrum Bologna 24 Ottobre 2015

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Un concerto iniziato male e finito peggio. Si comincia dal programma di sala: nell’elenco dei Lieder schubertiani NON è indicato Erlkönig; i testi sono presi dal sito web della Liederistca paro paro cosicché vengono copiati anche i riferimenti alle note a piè di pagina del sito che però (ovviamente) non sono presenti. Ricordo che la cosa è particolarmente pericolosa in quanto vi è un copyright sui testi del sito (e azioni legali in corso). I testi vengono letti con voce monotona e biascicata (inintelligibile in fondo alla sala) da una improvvisata “attrice” che probabilmente non distingue fra “La vispa teresa” e la povera Greta Goethiana. Recitare una poesia non significa leggerla (addirittura incespicando) ma dando una intonazione e una coloratura al testo, inserendo le pause e dando l’impressione della consapevolezza di quanto letto. Amen. Il concerto inizia e si nota subito che la soprano ha poca dimestichezza con la lingua tedesca: le Umlaut spariscono e del testo si perde una larga parte. Il piano suona sempre dannatamente forte coprendo la soprano che naturalmente deve sforzare per farsi sentire (ma possibile che non si faccia una prova e non si tenga chiuso il coperchio diminuendo l’intensità del suono? Non siamo mica alla Carnegie Hall!). La soprano ci dà del suo: tutti i toni sono sempre drammatici e sforzati persino in un Lied delicato con Scheeglöckchen di Schumann, i colori risultano per lo più assenti e gli acuti spesso di intonazione incerta. Purtroppo non è neppure assistita da una bella voce e sarebbero necessari molta tecnica e molto esercizio per arrotondare e addolcire il canto. Non risulta accettabile neppure l’Erlkönig per quanto sia drammatico con il piano che tuona impietosamente. La “lettura” dei testi si arresta fortunatamente quando vengono eseguiti i Lieder di Marx: un compositore interessante che non rinuncia ad ammiccare in certi passaggi al café chantant. Nei quattro Lieder vengono coinvolti in sequenza violino, violoncello e flauto: esecuzioni pulite ma ovviamente non giudicabili. Il concerto finalmente termina e come bis…. viene ripetuto il Lied “Gretchen am Spinnrade!! Della serie “errare umanum est…”. Un pomeriggio da dimenticare.
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Cameristica

Grigorij Sokolov – Imola 23 Ottobre 2015

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Diciamolo subito: Grigorij Lipmanovič Sokolov appartiene alla schiera dei grandi pianisti moderni. Dopo avere vinto a 16 anni, nel 1966, il concorso Čajkovskij (allora presidente della giuria era il grande Emil Gilels) ha iniziato una strepitosa carriera che l’ha portato ad essere acclamato in tutto il mondo. Carattere non facile (detesta, ad esempio, le incisioni) il suo repertorio spazia dal barocco al tardo romanticismo. Il  concerto eseguito a Imola prevedeva di Schubert la sonata in la minore op. 143 e i momenti musicali op.94, e di Chopin due notturni e la sonata op. 35. Sokolov è un maestro insuperato nella calibrazione del fraseggio e dell’intensità sonora conferita ad ogni nota e questo è magnificamente risaltato nell’esecuzione delle composizioni Schubertiane, nelle quali anche l’uso di tempi rilassati gli ha permesso di estrarre dalla partitura tutte le sfumature più recondite (si pensi ad esempio agli arpeggi per moto contrario perfettamente sfumati dell’ultimo tempo della sonata, l’Allegro vivace a canone). La scelta dei tempi poi, sempre nell’ultimo tempo della sonata, ha evitato quell’ effetto di rallentamento che si ascolta alla fine in tante interpretazioni a causa di una sequenza di ottave ineseguibili alla velocità iniziale adottata da tanti pianisti. Un plauso quindi incondizionato. La stessa valutazione per i due notturni chopiniani mentre qualche riserva può essere avanzata per la sonata dello stesso compositore. Qui la scelta dinamica (specialmente nel primo tempo e nello scherzo) ha ridotto l’impatto eroico e drammatico dei due brani e – cosa quasi incredibile per Sokolov – non sono mancate le note false. Perfetta invece l’esecuzione della Marche funèbre e il finale misterioso.  Come sempre Sokolov è stato generoso con i bis: 5 brani Chopiniani (4 mazurche e il celebre preludio in lab maggiore) seguiti da un brano inconsueto del protoromantico Griboyedov (brano a me ignoto: grazie a D.Mirri e A.Spano per l’informazione in materia). Sokolov per ogni stagione esegue costantemente lo stesso programma, il che lo porta al termine della stessa a un estremo grado di raffinamento: nel caso specifico il programma eseguito è quello di inizio stagione il che dà ragione di alcuni aspetti che certamente migliorerà nel corso dell’anno. Grande successo di pubblico il che sottolinea ancora una volta come risulti incomprensibile a tutto il pubblico imolese (e non) la conclusione prematura dei concerti del Circolo della Musica. Interpreto certamente l’opinione della stragrande maggioranza degli spettatori (sottolineatami anche ripetutamente da più persone durante l’intervallo) affermando che è assolutamente indispensabile che l’esperienza non abbia termine.
PS può essere che questo sia l’ultimo post del blog: da uno sfegatato ammiratore del pianista russo sono stato minacciato di punizione corporale nel caso mi permettessi di eccepire anche minimamente sull’esecuzione….. Si potrebbe commutare la pena in un commento anche velenoso sul blog…Happy.?
HappyHappy
PPS La palma della maleducazione in sala spetta allo spettatore dell’ultima fila del primo settore che ha quasi costantemente tenuto acceso il proprio cellulare disturbando con la sua luce gli altri spettatori. La domanda che ognuno si pone è: ma che ci viene a fare in teatro se poi non segue il concerto e perchè non tiene conto degli altri? Non fare agli altri…

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Recensioni

Concorso Chopin – Varsavia 2015

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Parliamoci chiaro: tutti i giovani pianisti che abbiamo avuto l’occasione di sentire nel corso della manifestazione costituiscono l’élite del giovane pianismo internazionale. Sono semplicemente tutti stratosferici e il compito della giuria è stato certamente ingrato. Poi ovviamente sulla decisione finale hanno giocato molteplici fattori oltre il giudizio individuale: le majors, la figura del vincitore per il mercato, l’influenza delle case produttrici di pianoforti (Steinway e Yamaha soprattutto – ne sa qualcosa il povero Fazioli non utilizzato da alcuno dei concorrenti –  e comunque in assenza di Bösendorfer e Bechstein). Molti di questi pianisti giungono dalla famosa accademia Curtis (e hanno quasi impresso un marchio di fabbrica). Tecnica eccezionale di tutti i concorrenti, alcune strepitose come quella di Dinara Klinton (bocciata al terzo round – giustificatamente – per un pianismo alla “Buniatishvili” http://wp.me/p5m12m-a), scuole interpretative diverse. Grande afflusso di preparatissimi giovani asiatici, molti dei quali studiano negli USA. Un unico italiano – Luigi Carroccia – ha raggiunto il terzo round e nessuno la finale. Certamente discutibili molte delle decisioni della giuria e molto interessante il forum on-line degli ascoltatori che hanno riflesso il ben noto motto latino “tot capita tot sententiae”. Comunque una grande manifestazione, il più importante concorso pianistico del mondo che si tiene ogni 5 anni. Veniamo ai vincitori. Il primo premio è andato (con sufficiente ma non strepitoso merito) al giovane diciannovenne di origine coreana Seong-Jin Cho, il secondo ragionevolmente al canadese Charles Richard-Hamelin mentre ha suscitato la riprovazione unanime della maggioranza degli ascoltatori il terzo premio alla singaporegna Kate Liu. Inopinatamente lasciato fuori da ogni premio – ingiustamente a mio parere – uno dei grandi favoriti (anche del pubblico), il lituano  Georgijs Osokins che probabilmente nonostante il risultato sarà uno dei protagonisti delle prossime stagioni concertistiche (come fu nel 2010 il caso di Trifonov, quando vinse la modesta Avdeejeva). Probabilmente sarebbe stato più giusto non assegnare il primo premio: nel concorso non vi è stato alcuno dei partecipanti che svettasse al di sopra di tutti come invece fu nel 2005 con Blechacz e nel 2000 con Yundi Li.  Certamente concorsi come lo Chopin permettono ai giovani promettenti di adire a un pubblico internazionale ma la soggettività dei giurati (molti dei quali sono vecchie glorie non più attive in campo concertistico e francamente di levatura culturale assai modesta come comprovato dalle interviste rilasciate – una larga parte non parla addirittura l’inglese dimostrando l’assenza di esperienza internazionale) gioca un ruolo discutibile e giustifica più di una perplessità (ricordo ancora il caso della Avdeejeva). Un plauso all’organizzazione che ha trasmesso in streaming su Internet con un’ottima qualità audio/video tutte le fasi del concorso. Questa sera alle 18 il concorso dei premiati (http://chopincompetition2015.com/news/da488a79-70d4-422f-80fa-b2544f2a8856).
PS Che sia arrivata in finale Kate Liu la dice lunga sulla potenza della Curtis e della Yamaha. Per giudizio unanime non doveva neppure raggiungere il terzo round!

Happy

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Cameristica, Operistica

King Arthur – Musica Insieme 18 Ottobre 2015


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Le opere di Purcell si prestano a ricostruzioni (o meglio traslazioni) moderne: ne è prova il King Arthur rappresentato dal Motus Ensemble per Musica Insieme. Luca Scarlini ha estratto dalla versione originale (di notevole lunghezza) dei brani ricostruendo (non in ordine) la vicenda e trasportandola in un ambiente senza tempo. Il risultato è controverso, forse anche per la limitata dimensione del palcoscenico che ha costretto a comprimere la scenografia riducendone l’effetto grafico. Della “vicenda” (ammesso che di questo si possa parlare nella ricostruzione) il pubblico non ha certamente potuto avere consapevolezza per l’assenza di sopratitoli, l’assenza di illuminazione in sala che ha precluso la possibilità di leggere il libretto e anche per la ellitticità del messaggio. La “semiopera” (come viene indicata ma si tratta di una tipologia di singspiel con parti recitate e parti cantate) basa una larga parte della sua scenografia su un ossessivo uso di una videocamera retrò (per chi ha qualche anno sulle spalle i filmini in formato “8”) con riferimenti parlati (più o meno allusivi) alla vicenda, inframmezzata da alcune arie prese dalla versione originale di Purcell. Il risultato è piuttosto ripetitivo e certamente non eguaglia neppure lontanamente il risultato di un’operazione simile alla Staatsoper di Berlino, dove fu rappresentata nel 2008 una versione assolutamente strepitosa del “Dido and Aeneas” del compositore inglese (ripresa peraltro quest’anno). Come nel caso dell’opera di Berlino viene anche utilizzato al termine un giocoliere, forse per alludere alla non serietà della vicenda rappresentata (oppure solo come semplice stratagemma scenografico). Più che la drammaturgia (sostanzialmente piuttosto velleitaria) sono risultate di qualità le parti musicali e in particolare va sottolineata la prova del soprano Elena Bernardi dotata di voce limpidissima, ben coadiuvata dal secondo soprano Yuliya Poleshchuk, mentre il complesso musicale barocco ha svolto con diligenza il proprio non insormontabile compito. Nella assoluta norma il controtenore Carlo Vistoli. Lunghi applausi da parte del pubblico.

HappySad

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Cameristica

Macbeth – Teatro comunale 6 Ottobre 2015

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Il Macbeth verdiano è stato ripreso con la stessa regia di Bob Wilson di due anni fa e con la stessa scenografia: luci fredde sui volti dei protagonisti, gestualità con movimenti a scatto da teatro “No” giapponese, isolamento fisico dei vari personaggi, coro in controluce.  Effetto straniante per sottolineare una tragedia fosca nei quali ciascuno dei protagonisti vive un proprio, individuale dramma accomunati però da un tragico destino. Naturalmente ci riferiamo per l’intreccio al dramma shakespeariano non certo all’incredibile libretto di Francesco Maria Piave che impedirebbe a chiunque non conoscesse l’opera del bardo di comprendere cosa accada in palcoscenico. Certamente Macbeth (tradotto – orrore – come Macbetto!!) è dal punto di vista del libretto l’opera peggiore di Verdi sorretta però da una musica in molti tratti eccezionale (si pensi solo all’ultima aria di Lady Macbeth). Il cast è di buona qualità: in particolare è risultato vocalmente e scenicamente convincente il Macbeth di Dario Solari; controverso è invece il giudizio su Amarilli Nizza (Lady Macbeth) inizialmente non troppo a suo agio nel ruolo, con evidenti forzature che si sono via via ridotte fino a scomparire nel corso dell’opera. Magistrale l’interpretazione della sua ultima aria. Quanto agli altri interpreti si possono definire nella norma. In generale il cast non ha suscitato nel pubblico particolari entusiasmi se si eccettuano i risibili e patetici interventi della claque (versione moderna dei clientes con la sportula). Molto positiva la direzione di Roberto Abbado che ha saputo dare il giusto tono e la corretta impostazione drammatica all’orchestra. Un successo non clamoroso
PS Nunc est bibendum. Nunc pede libero pulsanda tellus! Il rockettaro è stato cacciato; finalmente ci siamo liberati di un personaggio che con la cultura con la “c” maiuscola (e in particolare la musica) non ha avuto nulla a che vedere, occupato com’era a tingersi i capelli e a dimostrare quanto “alternativo” fosse. Adesso si respira!

Happy

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Cameristica

Brueggergosman Zeyen – Imola 18 Ottobre 2015

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Si è tenuto ieri sera il primo dei quattro concerti della sessantesima stagione del Circolo della Musica di Imola che purtroppo, salvo cambiamenti non annunciati, chiude con questi concerti la sua attività. Una fine inaspettata e che dovrebbe essere riconsiderata alla luce dell’importanza culturale che il Circolo ha avuto in tutti questi anni. Come indicato nella introduzione tenuta da M. Montanari la soprano canadese Measha Brueggergosman (un cognome nato dalla fusione del suo originario e di quello del marito) è riuscita a risalire fino ai suoi antenati del 1.700 che erano schiavi riusciti a fuggire in Canada dove si sono poi stabiliti. Di questa sua origine la Brueggergrosman è certamente fiera come testimoniato anche dal suo abbigliamento (mutato nell’intervallo) che in entrambi i casi ha previsto i piedi scalzi.  Ma tralasciando queste note di “folklore” il concerto è certamente stato di ottima qualità e ha previsto quattro Lieder di Schubert, tre Lieder giovanili d Berg, i Wesendonck Lieder di Wagner, Shéhérazade di Ravel, le chansons di Bilitis di Debussy e infine le cinque canzoni “negre” di Montsalvatge. La Brueggergosman è dotata di voce possente più da mezzosoprano che da soprano (anche se ha un ottimo registro acuto) ed esprime il meglio di sé nei toni drammatici (ad esempio Berg e Wagner) mentre meno riuscite sono state le delicate espressioni schubertiane che richiedono sfumature liriche non del tutto adatte alla sua voce. Molto buone in ogni caso sono state le esecuzioni di Ravel e particolarmente congeniale alla cantante sono stati i Lieder di Montsalvatge. Una (mezzo)soprano non ancora molto noto in Italia anche se ha al suo attivo parecchi album discografici che abbracciano un repertorio vasto, dal sinfonico al cameristico. Un’artista molto estroversa che possiamo solo sperare di riascoltare più spesso nel repertorio operistico anche in Italia (dove peraltro ha recentemente cantato nel Mahagonny). L’accompagnamento di Zeyen è stato di buona, non eccelsa, qualità: sono mancati sovente quei “piani” così importanti in campo liederistico come, ad esempio, nel primo dei Wesendonck (”Der Engel”). Un pianismo un po’ troppo muscolare per la liederistica che forse richiederebbe una maggiore flessibilità. Un bis e un ottimo successo del non folto pubblico (ma si sa, il Lied non gode di grande popolarità nel paese del “belcanto”).

HappyHappy

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Recensioni

La cacciata dell’unno – Bologna 10 Ottobre 2015

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Questo blog non si occupa di politica e non se ne occuperà mai: è la musica (quella “alta” secondo la definizione di Q.Principe) il suo soggetto.  Ma il biondo rockettaro Ronchi è stato uno dei più fieri avversari di questa musica, sostenendo sempre e comunque quella “bassa” allo stesso livello della sua (in)cultura. Non è una perversione da Maramaldo, ma leggere che l’ex assessore si vanta di essere ricordato come l’ “assessore jazz”, che le foto nel suo studio – che deve rimuovere – sono quelle dei Nirvana, di Patti Smith e di Freak Antoni e che è stato “avvicinato” (forse voleva dire “accostato”, ahimè la lingua italiana non è un optional)  ai Wilco la dice lunghissima sul concetto distorto di cultura musicale (e non solo) che ha il nostro. Un plauso quindi al sindaco Merola che finalmente, dopo averlo coperto a lungo, troppo a lungo, l’ha cacciato e il rimprovero di non averlo valutato fin dall’inizio, dopo le sue “dismissioni” dalla regione, per quella nullità spocchiosa e negativa che è, nonostante molte persone non sospette di interessi di parte l’avessero messo in guardia. Possiamo solo fare voti che ora il sindaco non compia più lo stesso errore e che alla cultura (con la C maiuscola questa volta) vada un uomo serio di cultura. Dopo questi anni ne abbiamo proprio bisogno.
PS Leggo oggi 11 Ottobre sui quotidiani locali che dopo il sindaco di S.Lazzaro (!!!) viene ventilata la candidatura di M.Lepore quale assessore alla cultura. E Casalecchio non ha nulla da dire? Ohimé ci risiamo, un altro politico: non è bastato Ronchi? Malissima tempora currunt…..

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Cameristica

Carbonare Pappano – Teatro Manzoni 7 Ottobre 2015

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Est, est, est!  Un plauso incondizionato al Bologna Festival che ha avuto il coraggio di proporre un concerto cameristico nel senso stretto della parola, ovvero un duo clarinetto e pianoforte, nell’ambito della sua rassegna maggiore. E il pubblico ha risposto riempiendo la sala e tributando ai due artisti un applauso prolungato facilitato anche dai due bis nei quali il clarinetto ha eseguito brani moderni (uno di Miles Davis) di facile “digestione”. Un programma di tutto rispetto: le due sonate tarde brahmsiane op. 120 (eseguite spesso con la viola al posto del clarinetto) e sei brani schumanniani (3 Fantasiestücke op. 73 e le tre romanze op. 94, originariamente composte per oboe). Il clou della serata è stato certamente incentrato sulle due sonate di Brahms, opere della assoluta maturità compositiva nelle quali si percepisce una sorta di commiato dell’autore, una visione pacificata del mondo acquisita tramite la saggezza derivante dall’età.  E il clarinetto ha saputo renderle alla perfezione, permettendo all’uditorio di apprezzarne tutte le sfumature e ben assecondato dal pianismo di Pappano. A proposito di quest’ultimo si può affermare che è certamente un grande musicista e direttore ma non un pianista dello stesso livello. Le imperfezioni sono state molteplici confermando il fatto che Brahms non solo è compositore musicalmente complesso ma anche tecnicamente impervio. E il piano, come ogni altro strumento, non perdona e richiede un costante esercizio che certamente Pappano non è in grado di sostenere, data la sua intensa attività come direttore. La cosa mi ricorda un concerto di trenta anni fa (quando ancora il Bologna Festival si chiamava “I grandi interpreti”) nel quale Georg Szolti si esibì come pianista in un concerto di Mozart con risultati molto discutibili (c0munque assai peggiori di quelli di Pappano). Tornando alla questione concerti cameristici bisogna solo sperare che questo concerto faccia da apripista a una maggiore articolazione dell’offerta musicale bolognese, anche considerando che il Bologna Festival proseguirà su questa strada (un plauso a Messinis) proponendo tre concerti di Ian Bostridge impegnato nei tre grandi cicli liederistici di Schubert.  Possiamo (forse) sperare che i fin troppo cauti organizzatori bolognesi capiscano che il pubblico è più che pronto ad accettare concerti cameristici più variegati come avviene in tutte le sale europee, anche se le resistenze ci sono e non piccole. Sed gutta cavat lapidem…

HappyHappy

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Stagioni d’opera e balletto italiani 2015-2016

 

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Per pura curiosità ho tentato di mettere a confronto alcune stagioni d’opera e balletto di alcuni dei maggiori teatri italiani. Ovviamente il confronto va preso con cautela in quanto la fantasia dei sovrintendenti nell’impostare le  stagioni (alcune sono a cavallo 2015-2016 altre riguardano solo il 2016) e i prezzi è incalcolabile ma ho preso alcuni parametri più o meno confrontabili: numero di spettacoli, costo abbonamento turno A nella migliore poltrona, posto singolo turno A migliore poltrona, numero di opere e di balletti. E’ eccezionale: a parità più o meno quanto a numero di spettacoli (e di qualità comparabile: per esempio il Massimo apre con un Götterdammerung con John Voigt e Irene Theorin, un cast stellare!) i prezzi scendono scendendo lo stivale: a partire dalla Scala più che dimezzano!!! Si passa da un abbonamento alla Scala da 2260 (duemiladuecentosessanta!) euro (e solo 11 opere) e un prezzo del singolo spettacolo di 250€ all’abbonamento del Massimo (13 spettacoli)  a 725€ e un costo singolo di 100€!!!! Ora la cosa assomiglia al puzzle dei costi standard della sanità: quale è la ragione di un divario così clamoroso?  Riporto qui i valori per i maggiori teatri italiani (fra i quali includo per puro campanilismo il comunale di Bologna che quest’anno ha scelto una politica dei prezzi particolarmente accattivante) :
                                  Opere      Balletti  Abbonamento        Singolo
La Scala Milano         11              0              2260                         250
Regio Torino             12              2                1310                          170
Comunale Bologna           9                      850                         125
Opera Roma                8               4               1360                         150
San Carlo Napoli       11              1                 1050                         120
Massimo Palermo     10            3                     725                        100
Ovviamente i prezzi vanno considerati nel loro significato di ordine di grandezza (passibili quindi di variazioni del 10%) per  le ragioni suesposte. Ma viviamo nello stesso paese? Non ci può essere divario di qualità che possa giustificare simili differenze. Se si dovesse partire da questi prezzi si dovrebbe inferire che uno stesso stipendio a Milano e Palermo ha un potere d’acquisto di meno della metà!  Ora è noto che il costo della vita al sud è decisamente inferiore a quello del nord ma il confronto di questi valori lascia sbalorditi. Ed escludo che Voigt e Theorin richiedano cachets diversi a Milano e Palermo. Poiché la cosa mi incuriosisce assai e avendo assistito all’ultimo Götterdammerung della Scala (con la magnifica Theorin) cercherò di assistere a quello di Palermo e ne farò oggetto di un post….
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Cameristica

Chopin e Skrjabin – Torino 8-22 Settembre 2015

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Questa è una delle manifestazioni meritorie del MiTo, il festival della musica condiviso fra Milano e Torino: al 90% i concerti sono gli stessi e spaziano dalla classica, al jazz, alla sinfonica etc. Concerti di alto e medio livello, a prezzi popolari, alcuni trasmessi in streaming su Internet, con molto spazio lasciato ai giovani, nel caso in questione giovani allievi dell’accademia di Imola. Questi concerti durano 45-60 minuti (la metà di un normale concerto a parte quello della Chistiakova che è durato il doppio) e permettono di avvicinare giovani promesse a un pubblico maturo e competente. Inutile dire che a Bologna non viene neppure ipotizzato qualcosa di simile (in fondo un Mi-To-Bo, almeno per alcune delle sue serie sarebbe ben possibile, anche se si pensa che il tutto avviene in Settembre quando il numero di concerti locali non è certo stratosferico. Inoltre questi concerti si tengono il pomeriggio, non interferendo con alcuna altra manifestazione…). Ovviamente non intendo recensire singolarmente su un post ciascun concerto ma dare un giudizio a tutti gli interpreti in un solo post. Si inizia con Marie Kiyone (che per due volte – 2010 e 2015 -ha fallito la partecipazione al concorso Chopin) impegnata nella sonata n.1 e in 5 preludi di Skrjabin, seguiti da un preludio, da un improvviso e dalla barcarola di Chopin. Bravina, molto “pulita” ma piuttosto scolastica e metronimica, senza particolare personalità. André Gallo, impegnato in un programma principalmente indirizzato alle mazurche dei due compositori, è certamente dotato di grande musicalità e ottima tecnica e ha offerto un’ottima prestazione per le composizioni di Skrjabin ma non coglie lo spirito intimo chopiniano delle mazurke adottando tempi troppo strascicati alla ricerca di significanza di ogni nota e perdendo quindi di vista il significato complessivo struggente e sfumato delle composizioni. Molto migliore l’esecuzione dei tre notturni del compositore polacco anche se non si sottrae troppo, troppo spesso al vizietto della mancata sincronia delle due mani. Che cosa c’entri poi un bis di Debussy in questo contesto è tutto da scoprire…. Pietro Beltrami interpreta i 24 preludi di Skrjabin e la sua polacca op. 21 seguito dalla polacca op. 44 di Chopin. Abbastanza bene Skrjabin anche se carente un po’ dello spirito onirico che informa tutte le sue composizioni. Molto meno bene Chopin, con una esecuzione della polacca che all’inizio manca totalmente di quel senso di mistero così importante per definirne lo spirito e che in tutto lo svolgimento non ne coglie il significato profondo. Da sottolineare una tecnica non sempre molto pulita, tutt’altro che immacolata. Molto meglio Giuseppe Albanese il cui programma comprende invece una maggioranza di brani chopiniani fra cui la celebra polacca-fantasia e la fantasia op. 49 in aggiunta a due notturni mentre meno impegnativo è il programma di Skrjabin (Poème-nocturne op. 61. Notturno per la mano sinistra e fantasia in si minore op. 28). Dotato di solida tecnica rende con molto stile i brani eseguiti sottolineando con accuratezza le differenze fra i due autori. Forse in certi casi esagera un po’ con l’enfasi ma è un giovane assai promettente. Un programma molto vasto esegue Alessandro Tardino con una serie di mazurche chopiniane e di Skjabin fra loro inframmezzate (interessante) seguite da 18 preludi di Skrjabin e due brani di effetto: Grande polonaise brillante in mi bemolle maggiore op. 22 di Chopin e, come chiusa, l’onirico Vers la flamme op. 72 di Skrjabin. Pianismo solido, ottima tecnica interpreta mirabilmente Skrjabin. In Chopin esagera talvolta con l’enfasi non cogliendo appieno le sfumature della mazurke non trovando il giusto equilibrio fra enfasi romantica e carattere intimistico delle composizioni. Quanto al cinese Cheng Guang che ha eseguito Skrjabin Sonata Fantaisie n. 2 in sol diesis minore op. 19, Sonata n. 4 in fa diesis maggiore op. 30, Chopin Sonate Fantaisie n. 2 in sol diesis minore op. 19, Polonaise-Fantaisie in la bemolle maggiore op. 61, Ballata n. 1 in sol minore op. 23 non posso dire nulla perché non ho fatto in tempo ad ascoltarlo! Sicuramente di un buon palmo su tutti gli altri la russa Galina Chistiakova che ha presentato un vasto programma (Chopin tre mazurke, un notturno, due studi e il quarto scherzo e di Skrjabin i 12 studi op. 8 e una sonata). Dotata di grande maturità artistica e di una solidissima tecnica è certamente in grado di aspirare a un premio al prossimo concorso Chopin cui parteciperà il prossimo Novembre. Brava, incondizionatamente e con grande, meritato successo di pubblico. Per concludere: il ciclo è sicuramente interessante ma gli nuoce la ripetitività di molti brani (ad esempio in due giorni consecutivi due volte la polacca-fantasia). Un ciclo come questo dovrebbe offrire la panoramica più vasta sulla produzione dei due compositori altrimenti diventa una accozzaglia di programmi non coordinati. E la cosa, essendo gli esecutori giovani, non dovrebbe certo costituire un problema…
 HappyHappy
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Operistica

L’elisir d’amore – Malpensa 17 e La Scala 21 Settembre 2015

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Un Elisir d’amore a due facce. Dopo la scenografia di successo e piena di fantasia della Malpensa (è così che si imposta una scenografia non convenzionale piena di estro – l’arrivo di Dulcamara aviatore anni ’20 su un aereo stile Topolino con il cammeo di Pereira che lo accoglie è eccezionale) l’opera si ritrasferisce nel suo contenitore naturale. Niente di più diverso. Per l’ambientazione alla Malpensa (per due volte trasmessa su RAI 5 e su Arte dove sarà ulteriormente replicata), piena di humour e di vitalità non hanno neppure stonato i siparietti dei due presentatori: nell’impostazione popolare dell’opera, data anche la loro durata contenuta, hanno aiutato un pubblico non avvezzo alla lirica ad apprezzarla. E si può anche accettare lo spottone di Dulcamara per l’Expo nell’intervallo fra i due atti nel quale il baritono recita la sua filastrocca iniziale sotto l’albero della vita. L’elisir d’amore è opera buffa ma anche disincantata sulle debolezze umane con un fondo amaro laddove i sentimenti sono di fatto condizionati da fattori economici e con un tocco di misoginia per un’Adina affascinata (ma senza mai lasciarsi andare) dal “glamour” di Belcore, fatuo esponente di un’umanità tutta esteriore (qualche raffronto con la realtà attuale nella quale calciatori e cantanti rock rappresentano gli idoli di riferimento per una larga maggioranza di rappresentanti del genere femminile? Quanta intelligenza nel sex symbol Marilyn Monroe che fu affascinata da Arthur Miller. Altri tempi….).  Insomma a Dio piacendo una scenografia lontana dalle noiose e insensate follie di Bayreuth o München: Pereira avrebbe dovuto invitare alla Malpensa la sventurata Katharina Wagner (si veda la mia recensione del Tristano e Isotta di Bayreuth) per mostrarle come con buon gusto e senso dell’umorismo si può immergere un’opera “classica” in un ambiente moderno. Ben diverso è il discorso per l’opera rappresentata alla Scala. Qui una scenografia zuccherosa e melensa, con costumi assolutamente impropri (Nemorino un paggetto settecentesco anziché un povero contadino, Adina una vichinga cui manca solo l’elmo e Dulcamara un burattino dalla triste più che buffa figura) e un’atmosfera da Heidi hanno reso l’intera impostazione dell’opera fallimentare: in termini gergali un vero flop sottolineato dai pochi e stentati applausi del pubblico e qualche voce di chiaro dissenso del loggione. Il che ha avuto un significativo impatto sui cantanti. La Buratto, un’Adina perfetta alla Malpensa, dotata di una bella voce, ottima agilità e presenza scenica capace di rendere appieno la volubilità del personaggio ha avuto qualche incertezza alla Scala (“beccata” sonoramente dal loggione), ingolfata come si trovava in un costume assolutamente improprio (che fra l’altro la imbruttisce significativamente). All’altezza del personaggio è risultato alla Malpensa e alla Scala il Nemorino di Vittorio Grigolo (molto applaudito nella famosa “Una furtiva lagrima”). Molto bravo anche Michele Pertusi come Dulcamara (un ruolo che ormai gli appartiene come Rigoletto a Leo Nucci) sia vocalmente che scenicamente (ma anch’egli negativamente influenzato alla Scala da un costume assolutamente inappropriato a sottolinearne la scaltrezza e la doppiezza) mentre un gradino sotto tutti gli altri protagonisti è il Belcore di Mattia Olivieri che spesso sforza e che non rende appieno la personalità del soldato da operetta. Un plauso al divertente e dinoccolato mimo Jan Pezzali stile Marty Feldman in Frankenstein junior che fa da spalla a Dulcamara. Di buona qualità, senza particolare valore positivo o negativo, nella norma – direi – la direzione di Fabio Luisi. Un plauso alla regia di Grischa Asagaroff (limitatamente alla Malpensa) e un biasimo pieno ai costumi e alla scenografia di Tullio Pericoli alla Scala. Perché l’impostazione scenica vincente della Malpensa non sia stata trasportata alla Scala (e sarebbe ben stato possibile) è veramente un mistero.Un Elisir d’amore alla Scala che in gergo si può solo definire “loffio” o più elegantemente deludente…
PS 24 Settembre – Quando si dice “de gustibus…”. Leggo ora l’articolo sul Corriere di Paolo Isotta, tutto un’osanna alla versione scaligera e un biasimo a Grigolo per “Una furtiva lacrima”… In pratica il mio post a rovescio. No problem e chapeau al grande critico. Ma Isotta c’era veramente alla Scala il 21 Settembre, ha sentito il dissenso del loggione (con tutti i suoi limiti), ha notato gli scarsissimi applausi e financo i giudizi tutti negativi del pubblico nel foyer? Va bene essere autonomi e anche controcorrente ma …. E perché nessuna citazione della Malpensa? A pensar male si fa peccato ma… (Andreotti docet)…

Elisir 2

   Elisir 1

Due momenti della rappresentazione alla Malpensa

 

HappyHappy per Malpensa
SadSad per La Scala

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Cameristica

Faust – Melnikov -Komsi – S.Domenico 15-16 Settembre 2015

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Recensisco in unico post due dei tre concerti tenuti da Isabelle Faust per il Bologna Festival con il fortepianista Alexander Melnikov e il soprano Anu Komsi, non essendomi possibile assistere al concerto del 20 (sarò a Milano per la prima de “L’elisir d’amore” alla Scala). Purtroppo il Bologna Festival pare innamorarsi di alcuni interpreti o formazioni cameristiche anche minori che vengono riproposti quasi ogni stagione indipendentemente dal loro valore. Certamente la Faust è una grande violinista ma sarebbe certamente più interessante avere un panorama di esecutori più vasto e quindi meno ripetitivo. Le ragioni di queste scelte appaiono piuttosto oscure e comunque assai discutibili. Il primo dei due concerti si apre con una gestione inaccettabile degli ingressi che obbliga gli ignari spettatori a una interminabile coda all’esterno della chiesa (e se pioveva?) e con un inizio del concerto con quasi mezzora in ritardo. La sala è gremita all’inverosimile, con un caldo insopportabile e con qualche dubbio sulla sicurezza in termini di sfollamento in caso di incidente (prudentemente mi siedo in fondo – come sempre – vicino all’uscita). Si inizia con una, per fortuna breve, introduzione condotta con voce flebile inaudibile in fondo alla sala nonostante l’uso del microfono. L’acustica della sala non è pessima: è semplicemente inesistente (ma chi è l’anima bella che ha avuto la brillante idea di organizzare un concerto in una biblioteca quadrata ben ad altro adibita – ad esempio a convegni e seminari)? Il concerto si sviluppa con l’esecuzione di brani minori di Haydn, Mozart e Beethoven eseguiti con impugnatura barocca (ma non l’archetto!) dalla Faust fasciata in abito arcobaleno e un fortepiano dalla voce flebile che inevitabilmente si scorda durante l’esecuzione obbligando l’esecutore a interventi di accordatura. Sull’assurdità di presunte esecuzioni “filologiche” ho già avuto modo di esprimere tutta la mia contrarietà a partire dal fatto che i brani eseguiti erano stati previsti dagli autori per una piccola sala (“musica da camera”) con un pubblico ristretto e non per una sala con piû di trecento spettatori (i posti sono in realtà 400 come mi fa notare A.Spano)! La durata del concerto (con sollievo del pubblico peraltro osannante – si gioca in casa di fatto – per la conclusione della sauna) è stata di soli 64 (al posto dei canonici 90) minuti con un bis di 5 minuti. Una buona esecuzione ma, dato il repertorio, non poteva essere diversamente. Insomma un concerto ben lontano dall’essere memorabile e sulla cui organizzazione, al di là del plauso dovuto alla buona volontà dei sostenitori privati, sarebbe bene riflettere attentamente. Molto più interessante il concerto successivo con la soprano Anu Komsi. Il brano eseguito è il bellissimo “Kafka Fragmente” op. 24 di György Kurtág, una composizione certamente non di facile digestione ma interpretato in modo magistrale dalle due artiste e che richiede tecniche violinistiche e canore di grande qualità. Forse per il richiamo legato al nome della Faust (beniamina bolognese) la sala (sempre la stessa dall’acustica infame) è piena per ¾, certamente un grande successo per un concerto che in altri tempi avrebbe visto un vuoto pneumatico e che ha invece riscosso un meritato, prolungato applauso. La soprano ha saputo destreggiarsi con bravura in una partitura impervia, per la quale peraltro ha dimostrato tutta la sua esperienza in tema di musica contemporanea. Purtroppo il testo stampato fornito agli spettatori conteneva molti errori di tedesco e alcune traduzioni discutibili. Eppure non sarebbe difficile produrre testi corretti e soprattutto rivisti da esperti.…

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Cameristica, Commenti

Comunale e sponsorizzazioni – 11 Settembre 2015

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Di certo non sono mai stato tenero nei confronti della gestione del teatro comunale di Bologna (Ronchi, Sani e consiglio di indirizzo) ma andando sul sito del teatro sono rimasto allibito dai valori del sostegno dato al teatro da istituzioni e imprese cittadine (sempre che il sito sia aggiornato .. la questione sito è un altro argomento dolente… per capire come sia fatto un sito serio si guardi quello della Scala!). Le cifre sono presto riassunte: contributi previsti 3.000.000€, ricevuti123.000€ ovvero meno del 5% !!!!  Forse nel computo sono rimasti esclusi i contributi alla realizzazione di singole opere (ma le cifre difficilmente potrebbero cambiare di ordine di grandezza)? Ora i casi sono due o il management è in mano a incompetenti incapaci di formulare previsioni realistiche oppure la ricca e opulenta Bologna promette e non mantiene e quindi dovrebbe vergognarsi. Queste cifre sono incredibili: come si fa a mettere in previsione una cifra così sballata? Una previsione seria dovrebbe riflettere i valori che ragionevolmente potrebbero/dovrebbero essere raggiunti, altrimenti si è in presenza del solito specchietto delle allodole. Naturalmente del problema non si trova praticamente traccia sui giornali (chissà perché…). Va comunque detto che una città come Bologna dovrebbe vergognarsi di investire così poco nel suo teatro ricordando che begli spettacoli vogliono dire indotto e che non esistono solo i “concerti” rock (un nome che forse evoca uno dei personaggi coinvolti…): Bologna ha una tradizione (purtroppo tradita) di altissimo valore, se solo si pensa che al comunale si è avuta la prima italiana del Tristano di Wagner! Senza dimenticare i generosi vantaggi fiscali legati alle sponsorizzazioni. Da piangere!

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Sponsorizzazione – La poesia del canto 2016

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Ebbene sì, questa volta non si tratta di una recensione ma di una ricerca di enti o organizzazioni o società (o anche singoli) sensibili alla cultura. Come avevo già annunciato in un mio precedente post sto cercando di organizzare con Goethe Zentrum, Conservatorio e ateneo il ciclo di conferenze/concerti “La poesia del canto”. Il ciclo intende cambiare la prospettiva consueta dei concerti che pone al centro il compositore di cui vengono poi eseguiti Lieder di poeti diversi. In questo caso la centralità è quella del poeta presentando poi i Lieder di vari autori che ad esso si sono ispirati, mettendo in musica le sue poesie. Il ciclo prevede di prendere in considerazione 4 autori: Goethe, Heine, Mörike e Rückert e per ciascuno di essi, salvo qualche eccezione, intende presentare poesie singolarmente musicate da almeno due diversi compositori (almeno laddove possibile). I compositori presi in considerazione sono: Schubert, Schumann, Mendelssohn Bartholdy, Wolf e Brahms con l’aggiunta di Mozart, Liszt, Mahler e Strauss.  Da un punto di vista organizzativo ogni evento si divide in due parti: una conversazione sulla vita e l’attività letteraria del poeta con l’analisi delle poesie che faranno parte dei Lieder del concerto di circa un’ora (con inizio alle 19), un intervallo di un’ora e a seguire il concerto. Questo tipo di impostazione (che ricalca quella della Philharmonie di Berlino) permette agli spettatori di scegliere a quale delle due parti assistere senza essere costretti a sceglierne una.  Le conversazioni saranno tenute da colleghi dell’area germanistica e da esperti di Liederistica. Cantanti e pianisti sono giovani già in carriera e allievi dell’ultimo anno del conservatorio; il nuovo rettore mi ha concesso l’uso dell’aula absidale e del pianoforte. Ma… parlando con la funzionaria dell’ateneo che si occupa della gestione dell’aula ho saputo che per le manifestazioni come quelle da me ipotizzate sono necessari ogni sera pompieri, infermiera, autoambulanza etc. per un costo di 2.000€ a serata (una leggerezza)!!!! (La cosa più incredibile però è che quando l’aula è usata per le lezioni tutto questo non è necessario. Studenti come carne da cannone…. ). Mentre per tutti i costi “tradizionali” (artisti, libretti, ENPALS etc.) in qualche modo si era già ipotizzata una soluzione questo inaspettato problema – se non risolto – affossa fin da ora la manifestazione. Qualche suggerimento (le fondazioni sono già state prese in considerazione per i costi “tradizionali”) o ancor meglio soluzione? Grazie per l’attenzione.

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Dobbiaco vs. Cortina – 31 Agosto 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiRiprendo, dopo un forzato silenzio dovuto … all’assenza di manifestazioni a Cortina (ove mi sono consolato vagando e arrampicando per monti), il mio dialogo con i lettori. Vorrei portare alla vostra attenzione la vivacità culturale di una piccola cittadina, Dobbiaco, rispetto alla assai più titolata Cortina.  Dopo i 13 giorni consecutivi di concerti (dal 18 al 31 Luglio) per le settimane musicali Gustav Mahler, con solisti e direttori del calibro di Nelson Goerner, Daniel Harding, Johanna Winkel, quartetto Prometeo etc. il cartellone di Settembre si presenta altrettanto interessante (nel mese di Agosto, purtroppo, niente..): viene infatti organizzato il festival dell’Alto Adige (12/9-20/9) con una impostazione più articolata verso una musica più “popolare” che vede anche  – ohimè – anche la presenza di Bollani, prezzemolino musicale che rispunta regolarmente nei concerti di livello non eccelso (il discorso sulle contaminazioni richiederebbe un discorso approfondito che mi riservo di affrontare più avanti – ci sono contaminazioni e contaminazioni: si vedano quelle ottime delle Labèque e quelle assai più corrive di Bollani): il programma dettagliato si trova facilmente su Internet. Inutile dire che a Cortina per tutto il periodo (se si eccettua il “festival Ciani” scaduto a livelli inimmaginabili) la musica tace in un assordante silenzio: lascio ai lettori le riflessioni in merito e la considerazione di come il “glamour” assai poco (nulla direi) ha a che fare con la cultura. Nei cartelloni esposti a Dobbiaco figura anche un concerto solistico di Pollini che ha evidentemente cancellato la sua presenza (non se ne trova traccia sul programma in Internet) e che molto mi aveva colpito. La piazza di Dobbiaco, per quanto valida, non è certo quella delle grandi sale concertistiche e tenervi un concerto solistico (l’unico di tutta la stagione) appare una potenziale “diminutio capitis” che per un artista dal carattere così difficile ed elitario potrebbe volere dire molte cose. Naturalmente spero che l’artista milanese si ristabilisca quanto prima ma certamente quella presenza sul cartellone di Dobbiaco si presta a molte e non sempre positive considerazioni.
PS Mi segnala A.S. che il concerto di Pollini è ancora annunciato su un sito mentre è assente su un altro…….. Mah…

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Una proposta per il Comunale – Cortina 13 Agosto 2015

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Alcuni lettori mi “rimproverano” (molto cortesemente sia chiaro) un atteggiamento talvolta eccessivamente catoniano nei confronti del teatro Comunale di Bologna esortandomi nel contempo a formulare proposte concrete per un miglioramento della situazione. Accolgo volentieri il suggerimento ricordando una conversazione privata avuta un paio di anni fa con Vergnano, il sovrintendente di Torino. La sua opinione era che sarebbe possibile predisporre un’alleanza organica fra i teatri d’opera di Torino, Genova e Bologna in modo di proporre gli stessi allestimenti (o almeno una loro parte) con un significativo risparmio per tutti e tre i teatri. La distanza geografica è sufficiente a evitare sovrapposizioni e naturalmente i casts (cantanti e orchestra) potrebbero (dovrebbero a mio parere!) essere diversi per evitare dannose ripetizioni e stimolare al limite l’interesse degli spettatori a verificare come un’identica scenografia sia “interpretata” diversamente da compagini diverse. Va da sé che questa ipotesi “in nuce” dovrebbe essere opportunamente approfondita evitando inutili campanilismi e protagonismi che in questi chiari di luna sono ovviamente del tutto fuori posto. Il sasso è stato tirato nello stagno: che cosa ci si può attendere?

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Cameristica, Recensioni

Dindo Cattarossi- Cortina 12 Agosto 2015

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Nel desolante panorama del moribondo festival Ciani di Cortina una figura almeno ha tenuto un concerto degno di questo nome: Enrico Dindo accompagnato da Monica Cattarossi. Il festival Ciani, iniziato circa dieci anni orsono, dopo un inizio di grande qualità con nomi prestigiosi (e auditorium pieno con caccia accanita ai biglietti!) è andato via via scadendo con un pubblico sempre meno numeroso fino alla miseria di questo anno il cui tema è il musical americano con figure di secondo piano. Colpa di una gestione disastrosa, incapace di informare adeguatamente il pubblico, di gestire in modo dignitoso una mailing list, di pubblicizzare il festival. Ci si è invece concentrati su una modestissima “accademia” di giovani musicisti che partecipano a una scuola estiva con risultati francamente non esaltanti. Il festival ha seguito la parabola discendente del suo organizzatore Jeffrey Swann passato dalla meritata vittoria alla prima edizione del concorso Ciani di Milano (circa 20 anni fa) a un tramonto prematuro confermato dalle poche e scadenti esibizioni recenti. Dindo appartiene al Gotha dei violoncellisti mondiali dopo la sua vittoria nel 1997 al concorso Rostropovich di Parigi e l’apprezzamento senza di riserve del grande maestro russo. Il programma eseguito – Robert Schumann Adagio e allegro op.70, Fantasiestücke, e 5 Stücke in Volkton, Claude Debussy sonata e Frank Bridge sonata con un bis Raveliano-  ne ha messo in mostra ancora una volta la tecnica sopraffina e il fraseggio ampio ed espressivo, sempre rispettoso dello stile dei compositori. Adeguato l’accompagnamento di Monica Cattarossi non adeguatamente supportata da uno Stainway 3/4 di coda che ha visto tempi migliori. Un caloroso successo del non folto pubblico (un centinaio massimo di persone, alcune dileguatisi dopo il primo tempo). Purtroppo il concerto non è stato neppure tenuto nell’auditorium dei concerti di Cortina ma nell’inadeguata acusticamente sala Dolomia dell’albergo Savoia il che la dice lunga sull’organizzazione. A parte Dindo l’Agosto culturale di Cortina prosegue la sua lenta ma inarrestabile agonia.

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Comunale e Repubblica – 11 Agosto 2015

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Grazie alle ripetute pressioni esercitate da alcuni dei miei assidui lettori, la Repubblica di Bologna il 31 Luglio ha finalmente pubblicato la lettera di cui al mio post http://wp.me/p5m12m-Dd. Qualunque organizzazione seria avrebbe risposto esplicitando la propria posizione e rispondendo ai quesiti posti, ma nel caso specifico a tutt’oggi nulla. Ora chi non smentisce… conferma, ovvero conferma ab silentio la fondatezza dei dubbi espressi, ammettendo implicitamente la potenziale presenza di cadaveri nell’armadio. Che dire? Un’istituzione pubblica non avrebbe il dovere di rispondere alle domande dei cittadini che con i loro abbonamenti e biglietti sostengono in buona parte le sue attività? E la trasparenza è diventata nuovamente un optional? E che dire dell’ineffabile comitato di indirizzo che si comporta come un novello “convitato di pietra” assistendo inerte al lento e inarrestabile sprofondamento agli inferi del teatro (nel caso specifico senza neppure offrire un’ultima possibile redenzione, a differenza del Commendatore)? Meditate gente, meditate, ringraziando anche l’assessore alla cultura (silente su questo argomento ma non sui giochi politici locali) Ronchi…

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Operistica, Recensioni

Tristan und Isolde – Bayreuth 7 Agosto 2015

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Per decenni abbiamo creduto che il re Marke fosse il prototipo dell’uomo saggio, tollerante, capace di sopportare con dignità i colpi dell’avverso destino: sbagliato! Ci ha aperto gli occhi la “regista” Katarina Wagner che capovolge (stravolge) il significato del testo wagneriano. Ma andiamo con ordine. Il primo atto si apre in una penombra che affliggerà tutti i tre atti, riempita di scale, molte delle quali terminano nel vuoto mettendo a rischio l’incolumità dei cantanti. Il prototipo è quello di Escher (altro che il Piranesi contrabbandato nel programma) cui manca però l’artifizio visivo per cui sono tutte connesse: qui il vuoto è vuoto. Dove sia la nave non si sa. Tutti i protagonisti sono in scena: Isolde, Tristan, Kurvenal e Brangäne, tutti su piani diversi. Una sorta di ascensore costituito da piattaforma con balaustra li fa salire e scendere. Brangäne è affetta da delirium tremens o ballo di S.Vito alle gambe ma forse indossa soltanto scarpe troppo strette. Isolde è manesca e tenta di azzuffarsi fisicamente con Tristan ugualmente manesco: hanno un bel daffare Brangäne e Kurvenal a trattenerli. Isolde maneggia pericolosamente un coltello ma poi, anticipando la coppa fatale, abbraccia Tristan che non si sa se ne voglia. I due comunque si baloccano con un velo da sposa che subisce un trattamento non da educande. Finalmente dovrebbero bere il filtro fatale ma anziché ingurgitarlo lo rovesciano sulle mani ma fa effetto ugualmente (mah?). Arriva Marke ma si tratta di un regista-carceriere le cui malefatte sono esplicate nel secondo atto. Qui Tristan, Isolde, Brangäne e Kurvenal sono letteralmente scaraventati da loschi figuri in un recinto da cui non possono uscire. Kurvenal dopo avere dato ripetutamente di capoccia contro l’uscio sbarrato tenta una arrampicata di sesto grado su una serie di appigli da cui cade fragorosamente. Brangäne la dà su più in fretta e non si capisce se e quando venga spenta la fiaccola fatale. L’intero spazio è illuminato da riflettori nella parte alta del palcoscenico sparati verso il basso: set cinematografico o illuminazione della guardina? I due protagonisti si coprono con un telo per ripararsi dalle luci accecanti e Tristan addobba il telo con lucine di stile natalizio. Poi preso da improvviso furore distrugge tutto come fanno i bambini. Al centro della scena si erge una sorta di tornello multipiano che racchiude Tristan e Isolde a turno. I due cantano la parte finale del duetto d’amore con le spalle rivolte alla platea in un buio quasi spettrale. Arriva Marke-regista-carceriere vestito con un pastrano giallo e un cappello da Al Capone accompagnato da una masnada di brutti ceffi agghindati in calzamaglia gialla come gli agenti cattivi del colesterolo di una ben nota pubblicità televisiva. Tristan viene bendato e ammanettato e Melot l’accoltella senza dargli la possibilità di difendersi. Terzo atto. Il corpo di Tristan è vegliato in un angolo della scena buia da quattro personaggi seduti con tanto di lumino stile lux votiva rossa fra le gambe. Tristan si risveglia e canta il suo dolore mentre appaiono successivamente dei triangoli luminosi di foggia massonica con all’interno l’effigie di Isotta. Tristan muore e arriva Isolde. Il corpo di Tristan viene adagiato su un divanetto rialzato e interviene Marke – sempre addobbato con pastrano e cappello – per spostargli le gambe e far posto a Isolde che canta il suo Liebestod appoggiata alla cara salma. Al termine viene portata via – viva – da Marke. Dove sia il Tod non si sa. Fine. Che a una dilettante ridicola come Katharina Wagner siano affidate delle regie è ipotizzabile solo sulla base del suo cognome. Uno spettacolo teatrale può certamente essere diversamente interpretato, essere oggetto di provocazione ma deve rispettare una regola fondamentale: deve essere bello e tanto più quanto provocatorio. In questo caso siamo in presenza di una parodia del Tristan, brutta e noiosa e devo confessare che il solo fatto di parlarne mi fa sentire in colpa perché lo scopo di questi “sregisti” non è fare begli spettacoli ma solo provocare commenti: che siano positivi o negativi che importa?

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La musica e i cantanti. La direzione di Tielemann (nuovo music director con tanto di targhetta fatta apporre nel parcheggio) è “maschia” con tempi piuttosto stringati ma certamente di qualità. Solo nell’ouverture questa impostazione mostra un po’ la corda perché comprime quel senso di ansia dato dalle successive modulazioni mai risolte in tonica. L’Isolde di  Evelyn Herlitzius, misteriosamente richiamata a sostenere la parte all’ultimo momento,  è di buona qualità con qualche cedimento (ad esempio nel primo acuto del secondo atto) ma di certo non regge il confronto con l’Isolde della grande Irene Theorin, precedente interprete del ruolo wagneriano a Bayreuth. Eccellente è invece Stephen Gould nella parte di Tristan. Qui siamo ai vertici mondiali del wagnerismo con una voce sempre perfetta nella intonazione e nei toni drammatici e il pubblico gli ha tributato un meritato trionfo. Grande successo anche di Christa Mayer come Brangäne, giustificato ma leggermente viziato dal fatto di giocare in casa. Buona la performance di Iain Peterson come Kurvenal e altrettanto buona quella di Georg Zeppenfeld come Marke. Ovviamente non giudicabile Raimund Nolte come Melot. Comunque grande successo finale di pubblico che si è profuso in un applauso liberatorio anche perché sapeva di potere entro poco “uscire a rivedere le stelle” dopo essere stato letteralmente rinchiuso (le porte sono ausgeschlossen) in un girone infernale.
HappyHappy
Una nota finale sul teatro. Per un malinteso rispetto del dettato wagneriano il teatro è privo di climatizzazione (e il 7 Agosto c’erano 39 gradi a Bayreuth!), non ha sopratitoli (e anche la maggioranza dei tedeschi ha difficoltà a capire la lingua altmodisch di Wagner) e i sedili di legno sono una vera tortura per gli spettatori. Perché? Wagner era un innovatore e volle un teatro del tutto innovativo a partire dal golfo mistico. Il suo scopo era quello di glorificare la sua musica e certamente ha utilizzato tutte le tecniche del tempo a questo scopo. Oggi sarebbe il primo a volere sfruttare le nuove tecnologie ma la pochezza intellettuale degli attuali reggenti non arriva a capirlo. E’ vero: il pubblico continua a partecipare agli spettacoli, certamente più per gli aspetti mondani, per il rito, che per l’opera rappresentata, anche se bisogna dire che la qualità estetica dei partecipanti è vieppiù in calo. Ma per 300 euro a cranio si avrebbe diritto se non a un bello spettacolo almeno a una visione confortevole. E non è un problema di budget visto che è in atto il rifacimento della facciata. Scrissi alcuni anni fa una lettera in materia a Katarina Wagner e a sua cognata Eva Pasquier, allora sovrintendenti del teatro, ma chi è poco intelligente è anche maleducato. Nessuna risposta. Può essere interessante sapere che due volte ho scritto a Angela Merkel e in entrambi casi ho ricevuto risposta. Senza commenti.

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Repubblica di Bologna – 28 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiGiovedì scorso ho  inviato alla edizione bolognese di Repubblica la seguente lettera:
” Nella complessità della situazione disastrata del teatro comunale si inserisce una anomalia incomprensibile. Come è possibile che l’orchestra Filarmonica, costituita sostanzialmente dagli stessi strumentisti dell’orchestra del teatro comunale vada in Giappone per eseguire due rappresentazioni di Pagliacci quando la convenzione con il teatro  esclude che la Filarmonica possa partecipare a un’opera con messa in scena? Adesso abbiamo due orchestre d’opera in una città da 350.000 abitanti e un solo teatro d’opera? E tutti i debiti contratti per l’affitto del teatro Manzoni sono stati saldati?  Non sarebbe ora che Sani, Ronchi e Merola facessero un po’ di chiarezza in materia?”
L’argomento è certamente di interesse generale (molto più dei ripetuti, mielosi ringraziamenti per i medici che hanno semplicemente fatto il loro dovere…) la domanda è lecita e la risposta dovuta. Naturalmente la lettera non è stata pubblicata. Perché? Non di certo per la presenza di altre lettere di maggiore interesse ma soltanto perché la collusione fra redazione di Repubblica, il duo ferrarese Ronchi-Sani e il comitato di indirizzo (che mai batte un colpo: che si tratti di puri spiriti?) costituisce una piccola associazione del silenzio colpevole (ai lettori la scelta della parola più adatta…)  per cui solo i comunicati ufficiali del teatro (e i relativi pianti per l’indifferenza dei privati) sono pubblicati. Ma davanti a fatti come quelli sopra indicati che denunciano una gestione quantomeno non chiara con interessi laterali se non conflittuali rispetto al teatro quali privati possono essere interessati? O si fa chiarezza oppure è meglio smettere di lamentarsi.

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Buone vacanze!

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiCon questo post prendo (temporaneo!) commiato dai miei lettori trasferendomi in montagna fino alla fine di Agosto dove le attività culturali presentano lo stesso deserto di Bologna (una bella gara!). Inserirò di certo un post dopo il 7 Agosto, data nella quale sarò a Bayreuth per il Tristan und Isolde e anche nel caso che contrariamente alle aspettative qualche evento meriti un commento. Per la stagione d’opera 2016 del Comunale di Bologna (al cui bilancio mancano “solo” 2.250.000 euro che si attendevano dai privati…a chi attribuire la colpa?) da alcune “soffiate” pare che ci sarà un Barbiere di Siviglia, il Werther di Massenet non sarà quello della Cavani (costi eccessivi) e saranno mantenuti la splendida Elektra di Strauss (anche se costosissima a causa dell’organico orchestrale – indimenticabile e strepitosa la recente versione scaligera), Macbeth di Verdi e L’elisir d’amore di Donizetti. Questi tre ultimi titoli sono stati in ballo  fino all’ultimo per motivi di budget ma la posizione del sindaco, presidente del Comitato d’Indirizzo, è stata a quanto pare irremovibile.  Rimane il piccolo, trascurabile problema dei fondi a causa dei quali si vocifera che siano in pericolo gli stipendi di Agosto …

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PIetrasanta – Luglio-Agosto 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiHo avuto la fortuna di visitare (per la prima volta – mea culpa!) Pietrasanta. Al di là della gradevolezza della cittadina (patria di Botero), del suo animatissimo centro a 5 Km dal mare e dell’incredibile, smisurato numero di gallerie d’arte (potrei quasi dire che ce n’è una ogni due negozi!) sono stato colpito dal cartellone delle manifestazioni musicali organizzate nel chiostro della centrale chiesa di S.Agostino. Si tratta del cartellone di Pietrasanta in concerto che si tiene dal 24 Luglio al 2 Agosto. Gli artisti: Jean-Yves Thibaudet, Katia and Marielle Labèque, Salvatore Accardo, Yuri Bashmet, Boris Berezovsky oltre a giovani emergenti come Lorenzo Gatto, Leonard Schreiber e Denis Kozhukhin. Per le formazioni cameristiche: il Debussy Quartet. l’orchestra da camera del Maggio Musicale Fiorentino, i solisti di Mosca e l’orchestra da camera di Basilea.  E stupiscono anche i prezzi che vanno dai 46 (quarantasei – valore massimo per i grandi nomi) ai 17,25 (diciassette e venticinque per ogni concerto!) euro. E i concerti sono tutti sempre sold out.  Chapeau!
PS Voglio rassicurare i miei lettori: la mia recensione NON è uno spottone finanziato dalla Azienda di Soggiorno di Pietrasanta ma solo un giusto tributo a un’iniziativa di grande valore culturale che forse dovrebbe fare riflettere chi ritiene che valga l’equivalenza vacanze=discoteca (con sballo) e fare fischiare le orecchie ai sedicenti “operatori culturali” rockettari bolognesi che nei mesi estivi offrono il nulla agli amanti della musica “alta” (la definizione è di Q.Principe). Idem per Cortina (sono un amante della montagna) dove il “Festival Ciani” dagli inizi gloriosi di alcuni anni fa (si aprì con Marta Argerich) si è ridotto ormai a una kermesse di quarta categoria (definizione benevola)!

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Commenti, Operistica

Roth Golan – Varignana 17 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiForse andrebbe segnalato per prima cosa che la proposta “cena con gli artisti” si riduce in realtà a una cena in una sala ove cenano anche gli esecutori che hanno però un tavolo riservato talché la possibilità di interazione spettatori-esecutori è semplicemente nulla. Ciò detto il breve concerto (l’op. 78 di Brahms e la sonata di Franck) può essere considerato “soddisfacente” in un ambito estivo ma a una disamina più razionale non sono mancate le non piccole carenze. In primo luogo quella del pianista ammalato di protagonismo sia dal punto comportamentale sia da quello del volume di suono, che ha coperto assai spesso il suono del violino, generando uno squilibrio forse dovuto anche all’assenza di prove sufficienti e comunque inadatto al volume della sala. Quanto al violinista, esso è dotato di bel suono (per chi ne ha memoria mi ricordava Nastase nel tennis, tennista elegante “di tocco” che oggi sarebbe spazzato via dagli schiacciasassi che dominano il panorama internazionale) ma di ridotta incisività, messa particolarmente in luce dal confronto con l’esuberante pianista. L’esecuzione della sonata di Brahms è risultata – specialmente nel primo tempo – troppo lenta ed esangue, lontana dalla spirito del compositore amburghese; migliore l’esecuzione della sonata di Franck se si prescinde dal truculento pianista. Un bis brahmsiano dalla sonata “Frei aber Einsam”. Un buon successo del ridotto pubblico.

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Teatri per l’EXPO- 15 Luglio 2015

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Può essere interessante scorrere i programmi dei principali teatri musicali del nord Italia nel mese di Luglio in coincidenza con l’EXPO
Teatro Regio di Torino: Traviata (4 recite), Barbiere (4 recite), Norma (4 recite)
La Scala di Milano: un’opera o un balletto o un concerto praticamente ogni giorno
Teatro comunale di Firenze: Barbiere (8 recite), Butterfly (6 recite), 4 concerti
La Fenice di Venezia: Un concerto o un balletto o un’opera quasi ogni giorno
Teatro comunale di Bologna: Evita musical (tre recite)!
Senza commenti!
PS Alcuni dei teatri citati (escludendo Bologna, ovviamente) hanno spettacoli anche in Agosto. A tempo debito farò un confronto anche dei cartelloni di Settembre… 
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Commenti, Operistica

Opera a Kyoto – 13 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiScorrazzando sul sito https://www.facebook.com/diamovaloreallacultura e  da qui su altri siti musicali scopro (http://the-japan-news.com/news/article/0002126692) che il 17 e 19 Settembre a Kyoto vengono rappresentati i Pagliacci di Leoncavallo con una noted Italian opera company (da quando in qua di un’orchestra non si indica il nome quasi fosse un segreto?) e la direzione di Hirofumi Yoshida – lo sventurato direttore di Butterfly – che è direttore artistico della Filarmonica del teatro comunale (nella foto del 14 Maggio sul sito giapponese sopracitato il castello di Himeji, il direttore e altri protagonisti).
Pagliacci 2Ed ecco una scenografia (molto suggestiva) con lo sfondo del castello e la platea:
Pagliacci
Non può che trattarsi dell’orchestra Filarmonica del teatro comunale (non l’orchestra del teatro comunale).   Strano: avevo capito – evidentemente erroneamente – dalle conversazioni avute con il precedente sovrintendente Ernani che la Filarmonica non potesse eseguire opere (qualcuno può solo immaginare che una cosa simile capiti alla Scala?), ma forse sono cambiate oppure più semplicemente sono diverse le regole. Sarebbe bene però che il sovrintendente Sani e tutto il consiglio di indirizzo a partire dal suo presidente Merola spiegassero la cosa all’ignaro e stupefatto pubblico (ai quidam de populo insomma!) di cui faccio parte. In ogni caso la cosa sarebbe curiosa: due orchestre d’opera formate sostanzialmente dagli stessi strumentisti in una città di 350.000 abitanti e un solo teatro d’opera assolutamente sottoutilizzato! E poi comunque un’opera all’estero proprio quando il cartellone locale del teatro piange e l’EXPO è in piena stagione? Il teatro ci guadagna almeno qualcosa economicamente? Mah, miracoli organizzativi del management del teatro che forse dovrebbe affrontare in modo serio e definitivo l’intricata e irrisolta questione Filarmonica,  la gestione del Manzoni (e il relativo affitto!) etc.

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Avvisi, Operistica

Stagione d’opera 2016 del Teatro Comunale – 9 Luglio 2015

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Piccola anteprima parziale del cartellone d’opera del Teatro Comunale 2016 (ovviamente da prendere con beneficio di inventario..) : Attila (apertura stagione), Carmen, Entführung aus dem Serail, la solita opera contemporanea (incrociando le dita…), Le nozze di Figaro, Werther (Cavani?) …  Potenzialmente interessante (sperando almeno che il numero di opere sia incrementato) ma ovviamente tutto dipende dai casts, scenografia e regia.. Appena ho notizie più precise integro il post.
PS 10  Luglio – Ci sarà anche un Rigoletto..

HappySadHappy

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Avvisi

La poesia del canto – Gennaio-Aprile 2016

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Per una volta non pubblico una recensione (o una protesta…) ma un annuncio. Insieme al Goethe Zentrum di Bologna (Via de’ Marchi – 40123)  stiamo organizzando un ciclo di conferenze-concerti incentrati sul Lied tedesco dal titolo  La poesia del canto. Il ciclo intende cambiare la prospettiva consueta che pone al centro il compositore di cui vengono poi eseguiti Lieder di poeti diversi. In questo caso la centralità è quella del poeta presentando poi i Lieder di vari autori che ad esso si sono ispirati, mettendo in musica le sue poesie. Il ciclo prevede di prendere in considerazione 4 autori: Goethe, Heine, Mörike e Rückert e per ciascuno di essi, salvo qualche eccezione, intende presentare poesie singolarmente musicate da almeno due diversi compositori. I compositori presi in considerazione sono: Schubert, Schumann, Mendelssohn Bartholdy, Wolf, Brahms con l’aggiunta di Mozart, Liszt e Mahler. Da un punto di vista organizzativo ogni evento (che si terrà presumibilmente il sabato)  si divide in due parti: una conversazione sulla vita e l’attività letteraria del poeta con l’analisi delle poesie che faranno parte dei Lieder del concerto di circa un’ora, un intervallo di mezzora e a seguire il concerto che prevede l’esecuzione dei Lieder. Questo tipo di impostazione (che ricalca quella della Philharmonie di Berlino) permette agli spettatori di scegliere a quale delle due parti assistere senza essere costretti a sceglierne una. Il ciclo, in linea di massima, si terrà nel periodo Gennaio-Aprile 2016 con una conferenza-concerto al mese. Ovviamente una volta che il ciclo sia concretizzato inserirò un post con tutti i dettagli dell’iniziativa: ovviamente siete fin da ora  tutti invitati!
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Operistica, Recensioni

Schade Zeyen – La Scala 5 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerStrepitoso è l’unico aggettivo che possa descrivere il Liederabend di Michael Schade accompagnato dall’ottimo pianista Justus Zeyen.  Impegnato nel  famosissimo ciclo di Schubert Die schöne Müllerin ha saputo rendere lo spirito dei Lieder che lo compongono con una voce assolutamente strepitosa e una perfetta sensibilità musicale quale rarissimamente si incontrano, grazie anche alla evidente consuetudine interpretativa con il pianista Zeyen che ne ha assecondato in ogni momento l’espressività. Ma alle qualità musicali Schade aggiunge una qualità che raramente si incontra nei concerti di Lieder e che appartiene a una ristretta schiera di grandi interpreti quali Angelika Kirchschlager o Teresa Berganza: l’arte scenica, chiaramente mutuata dalla sua esperienza operistica e che ha completato un’esibizione memorabile. L’espressività del volto, il movimento del corpo, l’uso perfetto del gesto hanno permesso al pubblico che non conosce il tedesco, non dotato di testo a causa di una organizzazione dell’ultimo momento dovuta alla cancellazione del concerto della Barcellona per malattia, di comprendere la tragica vicenda sentimentale del protagonista, la sua esaltazione, la sua rabbia e in ultimo la sua decisione di togliersi la vita. Un successo decretato da un pubblico che ha riempito la platea della Scala con un lungo, ripetuto, caldissimo applauso ricambiato da due bis  di Schubert e Lehar. Possiamo solo auspicare che questo grandissimo interprete torni al più presto in Italia: di liederisti come lui ne abbiamo bisogno per convincere un pubblico non avvertito che il Lied è genere musicale sopraffino.

HappyHappyHappy

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Othello – La Scala 4 Luglio 2015

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Da molto tempo non assistevo a un coro di “buh” (meritati) di questa portata in un teatro d’opera italiano (e un plauso alla Scala dove i buh non sono trattenuti come invece nel teatro bolognese regolarmente imbottito di claque). Una vera tempesta che ha coinvolto direttore d’orchestra e regista “in primis” ma che ha quasi travolto anche il cast vocale. Questa opera “seria” di Rossini è uno dei suoi vertici musicali (se si prescinde dal libretto) che non viene rappresentata frequentemente. Opera vocalmente impegnativa alla portata comunque (teoricamente) del cast selezionato.
Othello 1
Il libretto assolutamente risibile nella sua pochezza e illogicità deriva vagamente dalla tragedia Shakespeariana. Cassio diviene Rodrigo (perché?), una parte significativa l’ha il padre di Desdemona Elmiro, mentre Jago non assume quel ruolo fondamentale che ha nella tragedia del Bardo. L’adesione solo molto parziale di un libretto al testo originale è ormai fatto accettato senza problemi (si pensi alle opere verdiane da  Shakepeare  quali Macbeth o Falstaff) ma nel caso in questione tutto è stravolto a partire dalla figura di Desdemona che risulta una ragazzotta spaesata che non capisce cosa stia succedendo muovendosi come un’oca giuliva (e la regia ci mette del suo in aggiunta al libretto). Il fatidico fazzoletto si trasforma in un biglietto d’amore indirizzato da Desdemona a Othello ma da questi interpretato come indirizzato a Rodrigo (tradimento e vendetta!). Giustamente Byron si scandalizzò di fronte all’opera. Bene o male (assai più male che bene) si tratta comunque della vicenda del moro e della sua gelosia. La direzione di Muhai Tang si rivela assolutamente non all’altezza fin dall’ouverture: fiacca, strascicata e priva del vigore che la partitura richiederebbe e prosegue piatta per tutta l’opera senza alcun momento di riscatto. Pessima quanto mai la regia. Si inizia con una Desdemona che fa una sorta di passerella durante l’ouverture agghindata con un trionfo di piume (che cascano) in una mise ottocentesca improbabile che porterà fino all’ultimo atto, nel quale invece indossa una veste da camera identica a quella di Othello (si sono accordati almeno per uno stesso stilista…). Il trionfo di Othello nel primo atto è un banchetto di nobili ottocenteschi con tanto di tuba, il vecchio doge esibisce un parkinson da ricovero e a un certo punto dell’atto si presentano due comparse con irroratori automatici stile vigna che bagnano il palcoscenico (umidificazione d’antan data la calura milanese?). Jago e Rodrigo, durante la tragedia, pur impegnati nel complotto, se la spassano comunque con cortigiane in calore. Si potrebbe continuare ma il peggio viene ammannito nel terzo atto dove viene portata sul proscenio un’ingombrante gondola (cui manca però il rostro di prua)  intorno alla quale ruotano i due protagonisti che salgono sull’imbarcazione solo per l’accoltellamento dell’improbabile Desdemona. Mentre nessuno capisce perchè Othello poi decida di pugnalarsi  (tutto avviene in un millisecondo) i tendaggi che fanno da contorno alla scena cadono lasciando il posto a un successivo tendagggio sul quale è stampata una visione sfocata di Broadway. Dovrebbe essere un coup de théâtre finale? Se sì, fallisce miseramente come peraltro l’intera regia. Tutti i personaggi si muovono nel corso dell’opera in modo scoordinato e in particolare Desdemona che risulta una sciocchina che non sa mai che pesci pigliare. Insomma un disastro che irrita a tal punto gli spettatori da farli esplodere alla fine in un liberatorio buh corale ben meritato. Dal  punto di vista vocale il migliore è certamente Rodrigo (Juan Diego Flórez  – con prolungati e meritati applausi al termine dell”opera)  e ottima è anche l’ancella Emilia (Annalisa Stroppa). Gregory Kunde (Othello) e Desdemona (Olga Peretyatko) non sono certamente dei protagonisti indimenticabili forse impacciati dalla regia dilettantesca. Fin dalla prima aria Kunde appare non a suo agio nella parte. Anche nella “canzone del salice” (dove l’arpa di accompagnamento è spinta in palcoscenico su un carrello con tanto di intoppo del carrello stesso) la Peretyatko  non raggiunge livelli di eccellenza pur mantenendosi a un livello accettabile. Jago (Edgardo Rocha) è insignificante mancandogli – anche per colpa del libretto – quell’accento malefico che contraddistingue il personaggio.  Nella norma Elmiro Barberico (Edgardo Rocha). A conti fatti una serata da dimenticare assolutamente non all’altezza della tradizione scaligera.
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Cameristica, Recensioni

Jacky Terrasson – Bologna 1 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerEccomi in terreno “nemico” con un pianista jazz, genere musicale da me quasi mai frequentato e di cui capisco assai poco (ma certamente detesto i pianisti “contaminati” come Bollani che solleticano la vanità del pubblico incompetente facendoli ritenere esperti anche se di musica capiscono poco o niente). Forse non dovrei neppure recensire per onestà intellettuale un “concerto” come questo. Quindi posso solo dire che Terrasson è dotato di solido impianto tecnico derivante da studi classici e che esegue la sua musica con maestria… jazzistica. Il suo è un jazz “melodico” (ammenda per l’uso improprio dell’aggettivo) che certamente risente degli studi classici. L’esecuzione ha però tutti gli stilemi tipici del jazz a partire dall’indicazione del piano come artefice principale dell’esecuzione, a finire con le espressioni del volto che in un pianista “classico” stigmatizzerei ma che in questo caso guardo con timoroso rispetto.  Una serata abbastanza piacevole anche se per la mia sensibilità e preparazione avrei preferito un pianista più adatto ai miei gusti.

Happy

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