Cameristica, Recensioni

Bashmet e i solisti di Mosca – Musica Insieme 14 Marzo 2017

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Regolare come l’avvicendarsi delle stagioni si ripresenta a Musica Insieme Bashmet con il suo ensemble di archi in un programma di compositori tutti di origine russa (Schnittke alla fine della sua vita prese la cittadinanza tedesca). Un’orchestra da camera a formazione variabile ma di grande qualità con eccellenze individuali come comprovato dall’esecuzione dei brani che hanno comportato la presenza di solisti (fra cui Bashmet). Certo va detto che dirigere un complesso di soli archi è ben altra cosa dalla direzione di un’orchestra tradizionale con tutti i suoi strumenti di natura e timbri diversi. Quindi eccellenza ma confinata a un repertorio ben determinato (e in questo caso con ben due trascrizioni: ma ce ne era bisogno? Non c’è sufficiente letteratura?). Un unico bis strappa-applausi (compresi quelli della signora che applaude sempre a mani alzate, come in un esercizio ginnico..): una polka di Schnittke eseguita magistralmente da Bashmet. Come sempre in questi concerti la presenza di Bashmet violista è ridotta al minimo lasciando agli ascoltatori il rammarico di non ascoltare mai il celebre violista in un repertorio solistico in cui apprezzarne appieno le indubitabili qualità, appena accennate in un paio di corti brani del programma e nel bis. Sarebbe interessante che Musica Insieme organizzasse un concerto con l’esecuzione delle due sonate di Brahms op. 120 nelle versioni per viola e per clarinetto con Bashmet, la Argerich (che più volte ha suonato con Bashmet) e un clarinettista di fama internazionale. Ovviamente gli interpreti potrebbero essere diversi. Un’idea un po’ originale per ravvivare una rassegna concertistica che purtroppo tende a ripetere sempre lo stesso cliché: nessuna possibilità di realizzazione? Suvvia, un po’ di coraggio….
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HappyHappy
Programma:
Georgij Sviridov Sinfonia da camera op. 14 per archi
Igor’ Stravinskij dall’opera Mavra: canzone della fanciulla (trascrizione per viola e archi)
Sergej Prokof’ev Visions fugitives op. 22 (trascrizione per archi di R. Barshai/R. Balashov)
Alfred Schnittke Concerto a tre per violino, viola, violoncello e arch
Dmitrij Šostakovič Sinfonia da camera op. 110a per archi (trascrizione di R. Barshai del Quartetto op. 110)

 

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Operistica, Recensioni

Il turco in Italia – Teatro comunale Bologna 10 Marzo 2017

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Catapultato dal Rossini Opera Festival del 2016 approda a Bologna Il turco in Italia rossiniano. Diciamo subito che pur trattandosi di turquerie siamo del tutto lontani (per fortuna!) dall’orrore e dallo scempio del Ratto dal serraglio che ha aperto la stagione bolognese. La scenografia e la regia dell’opera, tutta giocata su un doppio piano fra scenografia tradizionale e richiami del felliniano 8 e 1/2 risulta gradevole e rispettosa del dettato musicale e del testo del libretto. Siamo in una versione rivista del “teatro nel teatro” anche se in questo caso si tratta della scelta del cast di una rappresentazione cinematografica dell’opera e delle fasi di  produzione con tanto di ciak e segretaria di produzione. Insomma, pur con tutti i limiti, una boccata d’aria fresca dopo la vergogna dell’opera di apertura. Naturalmente in molti casi c’è un eccesso di “fellinismo” e in particolare la presenza ossessiva e sguaiata di una “saraghina” che ad ogni piè sospinto fa “la mossa” (la stessa della famosa tabaccaia) anche in scene dove oggettivamente è totalmente fuori posto. Il tutto in un contesto da circo (sempre Fellini docet) con tutte le maschere tipiche di questo spettacolo.
Non mancano naturalmente altri personaggi di 8 e 1/2 come, in particolare, la “Gradisca” e una “pin-up” con abbigliamento di piume che si muove sul palcoscenico come se fosse in una riproposizione da café chantant ma forse più propriamente da avanspettacolo.
Ma tant’è: lo spettacolo complessivamente regge ma non scalda il pubblico, in parte decimato da altre due manifestazioni nella stessa serata, con tanti saluti alla capacità di programmazione e sincronizzazione degli organizzatori bolognesi. Dilettantismo puro.
 
La direzione d’orchestra ha risentito pesantemente della sostituzione del compianto Zedda dando luogo a una prestazione oggettivamente scialba nella quale – ancora una volta! – gli ottoni hanno hanno avuto imprecisioni di intonazione (in particolare tromba e – guarda caso! – i corni). Lamentarsi è come sparare sulla croce rossa: forse andrebbero segnalati i pochi casi in cui mancassero imprecisioni evidenti. Le voci: Hasmik Torosyan (Fiorilla) dopo una prima aria disastrosa (voce metallica, intonazione incerta etc.) è oggettivamente molto cresciuta nel corso dell’opera raggiungendo livelli oggettivamente di eccellenza specialmente nel finale: una voce con tutti i registri (forse qualche difficoltà negli acuti). Nicola Alaimo rende perfettamente la figura di Don Geronio sia da un punto di vista vocale che scenico mentre il Selim di Simone Alberghini non emerge mai dal di sopra di aurea mediocritas. Quanto ai comprimari sono dei buoni professionisti e nulla più. Complessivamente un spettacolo solo di poco al di sopra di una media accettabile ma forse con i chiari di luna economici e un management non eccelso sarebbe impietoso aspettarsi di più. O no?  
PS Debbo a un commento risentito del signor Giulio Ciofini la precisazione che la Gradisca è personaggio di Amarcord. È corretto ma nel redigere il post e volendo citare personaggi Felliniani mi è sfuggita dalla penna la precisazione. Me ne scuso ma anzichë correggere il post preferisco, per onestà intelletuale, semplicemente fare ammenda. Il commento completo della signor Ciofini che mi ritiene un incompetente è disponibile nel post.
 “HappySadHappy
Cast
Selim
Simone Alberghini
Don Geronio
Nicola Alaimo
Donna Fiorilla
Hasmik Torosyan
Don Narciso
Maxim Mironov
Prosdocimo
Alfonso Antoniozzi
Zaida
Aya Wakizono
Albazar
Alessandro Luciano
Direttore
Christopher Franklin
Regia e scene
Davide Livermore
Costumi
Gianluca Falaschi
Progetto luci
Nicolas Bovey
Videodesign
D-WOK
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Cameristica, Recensioni

Mario Brunello – Musica Insieme 6 Marzo 2017

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Vedi mio post del 6 Febbraio 2017 http://wp.me/p5m12m-18W 
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HappyHappy
Programma:
Johann Sebastian Bach
Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009
Sonata n. 2 in la minore BWV 1003
Suite n. 5 in do minore BWV 1011
Partita n. 3 in mi maggiore BWV 1006
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Cameristica, Recensioni

Chloe Mun – Musica Insieme Ateneo 2 Marzo 2017

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Reduce dalla vittoria dal Busoni 2015 la coreana Chloe Mun si presenta con un programma classico in cui domina la figura di Schumann. La perfezione tecnica è la prima cifra interpretativa della pianista: in tutto il programma non ho notato una sola nota falsa e il finale del secondo tempo della fantasia, con quei salti che sono l’incubo di tutti i pianisti, è stato eseguito senza un errore a una velocità che mai avevo ascoltato. Si potrebbe quindi ipotizzare che la Mun appartenga a quella schiera di giovani leoni tutta tecnica e niente cervello (alla Matsuev per intenderci) e invece il fraseggio tiene conto di tutte le sfumature della partitura eseguita e dello stile che ogni brano richiede. Tutto perfetto? Si, come una porcellana raffinata cui manca però talvolta l’anima fino a risultare parzialmente algida, come nel caso della sonata di Galuppi. Di certo il repertorio schumanniano è quello dove trova la sua cifra migliore e l’interpretazione della fantasia è stata magistrale. Una giovane grande pianista che ha davanti a sé una grande carriera e che speriamo che le istituzioni maggiori di Bologna chiamino a suonare (così come il vincitore dello Chopin 2015 trascurato colpevolmente a favore dei soliti che abbiamo ascoltato mille volte, a riprova che il pubblico bolognese sembra preferire il rassicurante usato – si fa per dire – sicuro a qualunque novità, anche di altissimo livello. Salvo propinarci Matsuev….). Due bis: una trascrizione di Liszt e un brano bachiano. L’ignorante pubblico presente, per il quale applaudire è una specie di rito liberatorio, ha ovviamente applaudito alla fine del secondo tempo della fantasia, rompendo l’equilibrio dello splendido brano del compositore tedesco e dimostrando quanta ridicola incompetenza musicale alberghi nella maggioranza dei frequentatori dei concerti. (Qualcuno seduto in prima fila mi scrive di avere sentito tre note e un accordo sbagliato: io non me ne sono accorto – e mi piacerebbe risentire la registrazione – ma ovviamente questo non cambia nulla).
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HappyHappy
Programma:
Baldassarre Galuppi Sonata n. 5 in do maggiore T 27
Isaac Albéniz Iberia – Quaderno II
Robert Schumann Blumenstück in re bemolle maggiore op. 19, Fantasia in do maggiore op. 17
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Cameristica, Recensioni

Repin Korobeinikov – Bologna Musica Insieme 27 Febbraio 2017

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Su un concerto come questo c’è poco da dire: semplicemente perfetto. Ha ricalcato il concerto tenuto il 23 Luglio 2016 a Pietrasanta (http://wp.me/p5m12m-106) con l’aggiunta della sonata di Debussy. Stile, eleganza, suono perfetto, grande successo, due bis (uno la versione violinistica di una canzone spagnola degli anni ’40: Estrellita). Solo un paio di note di colore: nelle prime due sonate il pianista (eccellente!) NON ha usato lo spartito (cosa rarissima e che denota una padronanza assoluta della partitura e della sincronizzazione con il violino), Repin usa lo spartito su iPad (come parecchi esecutori di strumenti ad arco – ad esempio Brunello) ma ha sbagliato una mossa e ha  dovuto seguire lo spartito – quello sul leggio del piano – da lontano e infine Korobeinikov sarebbe stato perfetto per la parte del pianista nel film Florence!
HappyHappyHappy
Programma:
Claude Debussy  Sonata in sol minore
Sergej Prokof’ev Sonata n. 2 in re maggiore op. 94 bis
Igor’ Stravinskij Divertimento da Le Baiser de la Fée
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Méditation da Souvenir d’un lieu cher op. 42, Valse-scherzo in do maggiore op. 34
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Recensioni, Sinfonica

Inkinen He – FTCB Teatro Manzoni Bologna 26 Febbraio 2017

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Tipico prodotto della fucina cinese il giovane violinista He esegue con bravura e tecnica di primissimo ordine il primo concerto di Paganini, che mette in mostra tutte le difficoltà tecniche che possono essere richieste al violino. Un concerto paganiniano non permette di valutare le doti musicali di un esecutore che però mostra qualche limite nella qualità del suono, che non sempre appare luminoso e che soprattutto è sempre molto ridotto come intensità fino ad essere talvolta sopraffatto dall’orchestra. Per essere sicuro di mettere in mostra le sue doti di virtuoso esegue una cadenza nel primo tempo della durata di dieci mimuti. Sorpresa da parte del violinista cinese: anzichè eseguire come bis (come supposto) un capriccio del compositore italiano esegue una sarabanda bachiana, purtroppo con gli stessi limiti precedentemente esposti. Un’ottima sorpresa viene invece dal direttore Inkinen. Mentre poco si può dire della sua conduzione dell’interessante e breve brano di Stravinskij, eccellente risulta la sua direzione della complessa e articolata sinfonia di Dvoràk. Pur con un gesto sempre misurato (ma di grande dinamica) rende appieno il mondo musicale variegato del compositore boemo e porta l’orchestra a un livello esecutivo di primissimo ordine, sottolineato dal prolungato applauso del pubblico. Un direttore che vorremmo risentire presto a Bologna.
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Happy
Programma
Igor Stravinskij  Sinfonia per strumenti a fiato  (versione 1947)
Niccolò Paganini  Concerto per violino e orchestra in Re maggiore no.1 op.6
Antonin Dvoràk  Sinfonia n. 6 in Re maggiore, op. 60 (B. 112)
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Cameristica, Recensioni

Federico Ercoli – Goethe Zentrum 25 Febbraio 2017

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Un concerto iniziato male ma terminato meglio. L’esecuzione della “patetica” ha rispecchiato il suo nome. Ma da quando in qua una sonata di impianto comunque classico (con l’ovvia, bellissima introduzione che non può però improntare tutta l’esecuzione) può essere eseguita con languori e affrettati inaccettabili persino nel repertorio romantico, molte incertezze tecniche e un tempo finale a una velocità appena sopra il minimo sindacale? Inaccettabile assolutamente lo scompenso durante tutto il secondo tempo fra mano sinistra e destra, un “vizietto” da evitare sempre ma che proprio se considerato necessario dovrebbe essere confinato a brevisimi momenti. Suggerirei l’ascolto di grandi maestri come Brendel e Schiff per capire come l’espressività si debba basare sulla scelta di sfumature sonore e non su grossolane variazioni di tempo o artifici dinamici di bassa lega. Meglio l’esecuzione dell’op. 22 (una sonata poco praticata) soprattutto nel secondo tempo, non piagata da errori tecnici e certamente assai più maturata della patetica. Dopo l’intevallo è stata una buona sorpresa l’esecuzione della “Wanderer”. Seppure eseguita in un contesto acustico assolutamente negativo (e che richiederebbe la chiusura parziale del coperchio del pianoforte per evitare un rimbombo inaccettabile – un consiglio più volte ribadito e mai adottato) è risultata in tutto il suo fulgore musicale e virtuosistico anche  nei passaggi più impervi (ad esempio negli arpeggi discendenti del finale del terzo tempo). Preceduta da due brevi brani (non previsti dal programma) dell’ultimo, intimistico Liszt, Mazeppa si è confermato come sempre uno dei peggiori polpettoni virtuosistici del compositore ungherese. Come bis la polacca “eroica” che ha chiuso come pendant  la patetica iniziale.
Quanto alle “introduzioni” ai brani, sarebbe opportuno evitarle ma se proprio le si ritengono indispensabili (una sorta di pulsione irrefrenabile) andrebbero almeno curate. Si può parlare della “patetica” senza citare il contesto storico napoleonico, dimenticare di sottolineare come la “Wanderer” abbia l’impostazione architetturale di una sonata classica in 4 tempi (addirittura con un trio nel terzo tempo assimilabile a uno scherzo in tempo ternario), che il suo ultimo tempo è una fuga e infine non ricordare il controverso e articolato rapporto “familiare” fra Liszt e Wagner?
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Programma:
L.V. Beethoven Sonata op. 13 “patetica”, sonata op. 22
F. Schubert Wanderer Fantasia
F.Liszt Dagli studi trascendentali: “Mazeppa”
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Brexit e musica – 19 Febbraio 2017

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Stranamente per un paio di settimane l’attività musicale bolognese ha sofferto di un “buco”: che sia per il timore di assenza di pubblico per le “settimane” bianche oppure si tratta della tipica e provincialissima disorganizzazione e mancanza di coordinamento locale che vede affastellarsi 4-5 manifestazioni in una settimana e poi nulla? Per questo Kurvenal è rimasto silente (ma vigile…). E’ però interessante – in materia musicale – quanto oggi scrive il Guardian londinese: alcune orchestre residenti nella capitale inglese stanno spostando la loro sede in un altro paese europeo perché “infiltrate” da elementi di nazionalità diversa che potrebbero essere obbligati a lasciare il territorio inglese a causa della Brexit. Va ricordato che oggi tutte le grandi (e piccole) orchestre sono composte da elementi multietnici in quanto la qualità è basata sul valore dei singoli e non sulla loro nazionalità. Un esempio su tutti in UK è l’LSO ma che dire dei Berliner? e di tutti i direttori stranieri? Il problema delle orchestre è solo un piccolo (ma non secondario) esempio di come una scelta scellerata possa avere riflessi imprevisti in tutti i settori ormai da tempo integrati in una organizzazione transnazionale e di come le sirene (letali come Scilla e Cariddi) possano, in nome di una astratta riconquista della sovranità nazionale basata su un populismo d’accatto, avere effetti volutamente celati o incomprensibili alla maggioranza dei votanti, che  – come l’ex-cavaliere ha più volte affermato – sono come bambini di 5a elementare. Ora io mi immagino cosa succederebbe all’orchestra della Scala – eccellenza italiana assoluta – in una situazione similare. Una dissoluzione: ma che importerebbe a figuri come Salvini che della Scala non conoscono neppure l’indirizzo non avendoci mai messo piede (come l’ex-cavaliere)? Kurvenal non è certo un’arena politica (ci mancherebbe!) ma non può limitarsi a recensire l’esistente senza occuparsi delle problematiche del settore che si profilano all’orizzonte. La cultura, il bello, la fusione di esperienze diverse sono il sale dell’eccellenza mentre dell’autarchia di un Italietta velleitaria e ridicola la società italiana ha già fatto una tragica esperienza. Ma purtroppo historia magistra vitae non est…
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Programma:
Johann Sebastian Bach
Sonata n. 3 in do maggiore BWV 1005, Partita n. 3 in mi maggiore BWV 1006 (dal violino su violoncello piccolo)
Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009, Suite n. 6 in re maggiore BWV 1012 (su violoncello)
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Kurvenal- 10 Febbraio 2017

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In margine al concerto di Fazil Say ho ricevuto un certo numero di email (non commenti al post – chissà perché…) che lamentano il trattamento da me riservato al pianista turco. Chiariamoci.  Kurvenal cerca il più possibile di dare giudizi oggettivi il che significa: verifica del rispetto della partitura. verifica del rispetto dello stile, verifica del rispetto delle indicazioni del compositore, tecnica esecutiva, qualità interpretativa etc. etc. Sono questi elementi “oggettivi” che chi ha conoscenza della musica eseguita può facilmente verificare e la cui violazione è – per me – un tradimento dello spirito della partitura. In questa ottica l’esecuzione di Say è stata arbitraria (colpa grave) condita poi con una mimica ammiccante al pubblico caratterizzata da espressioni ispirate, da una mano che dirige l’altra, da contorcimenti sulla sedia etc. etc. Insomma tutto il repertorio da guitti musicali che io – come tutti i frequentatori abituali dei concerti in Italia e all’estero – detesto. Poi naturalmente esiste il piacere individuale che l’esecuzione di Say può avere indotto, argomento sul quale ovviamente non discuto. La musica deve dare piacere e se lo dà tutto è regolare. Ma il piacere non è argomento di Kurvenal come non lo è per tutti i recensori dai quali ci si aspetta una disamina oggettiva. Alcuni elementi vanno in questa ottica sottolineati. In primo luogo la maggioranza del pubblico applaude sempre non l’esecutore ma la musica e se la musica è la marcia turca – facilmente orecchiabile – viene giù il teatro, indipendentemente dalla qualità della sua esecuzione. C’è poi da dire che la summenzionata maggioranza non ha avuto modo (o non ricorda) esecuzioni rispettose del dettato musicale da confrontare per potere verificare quale delle esecuzioni piaccia maggiormente. Quindi il mio giudizio su Say è decisamente negativo rallegrandomi nel contempo per tutti coloro che dal pianista turco sono stati estasiati. Ma Kurvenal manterrà la linea di razionale giudizio che lo ha sempre caratterizzato.
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SadSad
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Don Carlo – La Scala 8 Febbraio 2017

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Innanzitutto un plauso per una regia finalmente “non creativa”, con scene e costumi storici, ormai una novità nel panorama disastrato delle regie “moderne”. Non un capolavoro ma una messa in scena più che accettabile se si esclude l’arredo e la scena dello studio di Filippo II dove si svolge tutto quanto precede il finale (aria “Ella giammai m’amò”, il colloquio con il grande inquisitore e la confessione di Eboli) e che pare un bagno anni ’50 nonostante gli “azulejos” con cui la parte inferiore della stanza è piastrellata e con uno scrittoio che pare acquisito da un robivecchi. La versione presentata alla Scala dell’opera più complessa di Verdi è quella più completa con il prologo nella foresta di Fontainbleau. La direzione è quella di Myung-Whun Chung, una bacchetta in grado di estrarre dall’orchestra della Scala il meglio, con un successo sottolineato da ripetuti applausi. La voce migliore in campo maschile è stata quella di Simone Piazzola (Rodrigo) mentre è mancato il Filippo II di Ferruccio Furlanetto, con una voce che è risultata spesso priva di armonici e comunque poco nella parte anche nell’aria più famosa. Una sorpresa negativa inaspettata. Ovviamente buona la prestazione di Mika Kares (grazie a una bellissima voce) reduce come Osmin dalla scellerata versione del Ratto a Bologna (ogni volta che la cito mi corre un motto di stizza!). Sul Don Carlo di Francesco Meli il giudizio va sospeso. Dopo un inizio nel prologo molto, molto incerto è migliorato nel corso dell’opera anche se con risultati non eccezionali (ma va riconosciuto che la parte è particolarmente impervia). Fra le voci femminili il meglio si è avuto con la Eboli di Ekaterina Semenchuk, voce duttile sia nell’agilità (ad esempio nella canzone del velo) sia nelle parti drammatiche. Un po’ più in ombra l’Elisabetta di Krassimira Stoyanova che solo nella scena finale trova i toni e l’espressione giusta. Sicuramente quindi una buona – non eccezionale – edizione del Don Carlo con una nota dolente per la gestione dell’opera. Iniziata alle 18.30 è terminata alle 23.30, un orario troppo tardo dovuto alla presenza di tre intervalli (uno certamente innecessario, quello dopo il prologo nella foresta di Fontainbleau) e cambi delle scene esasperantemente lunghi.
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HappyHappy
Cast
Teatro alla Scala Chorus and Orchestra
Salzburg Festival Production
Conductor Myung-Whun Chung
Staging Peter Stein
Sets Ferdinand Woegerbauer
Costumes Anna Maria Heinreich
Lights Joachim Barth
Elisabetta di Valois  Krassimira Stoyanova
La principessa di Eboli Ekaterina Semenchuk
Don Carlo Francesco Meli
Rodrigo Simone Piazzola
Filippo II Ferruccio Furlanetto
Il Grande Inquisitore Mika Kares
A monk Martin Summer
A Voice from Heaven Céline Mellon
Six Flemish envoys Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi, Dongho Kim Victor Sporyshev, Paolo Ingrasciotta
The Count of Lerma/a Spanish delegate to France Azer Zada
Thibault Theresa Zisser
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Operistica, Recensioni

Il Ratto sul Corriere Musicale – Bologna 3 Febbraio 2017

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Purtroppo i due articoli che vi segnalo per una lettura integrale richiedono l’abbonamento al “Corriere Musicale” (www.ilcorrieremusicale.it a un costo annuale irrisorio – mi permetto di suggerire di abbonarsi perché è certamente la rassegna più completa di eventi musicali in Italia) perché non ho avuto l’autorizzazione a ricopiarli in Kurvenal (cosa comprensibile ma fino a un certo punto). Ne consiglio comunque la lettura per capire come il nostro teatro si sia coperto infamia con questo “Ratto”.

http://www.ilcorrieremusicale.it/2017/02/02/bologna-il-ratto-mozartiano-la-politica-il-jazz/

http://www.ilcorrieremusicale.it/2017/02/02/bologna-unentfuhrung-senza-scandalo/

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Cameristica, Recensioni

Mario Brunello- Musica Insieme 6 Febbraio 2017

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Certamente Mario Brunello è al vertice del violoncellismo mondiale insieme alle icone Mischa Maisky, Yo Yo Ma etc. ed è musicista eclettico che non disdegna esplorare forme musicali non strettamente legate al suo strumento o abbinamenti che esulano dal suo campo come quella con il “pianista” Zagrebelsky (in materia i politologi affermano che è un grande pianista e i pianisti che è un grande politologo…). Una tentazione molto diffusa che nasce inevitabilmente dalla letteratura non amplissima del violoncello (anche se segnata da capolavori assoluti come le sei suites bachiane).  In questa ottica Brunello ha presentato due capolavori bachiani per violino nella versione su violoncello piccolo (uno strumento a metà strada fra viola e violoncello già usato da Bach in alcune cantate e che molti studiosi ritengono fosse lo strumento sul quale eseguire la sesta suite per violoncello), un esperimento non privo di rischi visto il virtuosismo implicito nella versione violinistica che non facilmente può essere trasposto su violoncello, anche se di dimensioni ridotte. Il risultato è stato interessante ma discutibile. Il timbro del violoncello – anche se rimpicciolito – non pare garantire quei risultati che la versione violinistica fornisce. Ma forse si tratta solo di abitudine anche se di questi esperimenti non si sente in realtà il bisogno. Brunello però si avventura anche in un altro esperimento: quello di trasporre la quarta suite per violoncello dalla tonalità di Mib a quella di Sol, un salto di due toni. Fermo restando ovviamente che lo sviluppo armonico rimane il medesimo, le sonorità più alte non giovano all’ordito bachiano che trova la sua collocazione più corretta nella tonalità originale. Ovviamente “tout se tient” ma c’è veramente da chiedersi se la necessità di novità si sposi con quella della qualità.  Un concerto comunque di qualità vista l’eccellenza dell’esecutore (e anche il suo virtuosismo come nel caso dell’ultimo dei due bis bachiani – un’anteprima di un successivo concerto con le trasposizioni di altre composizioni violinistiche) anche se per Brunello – come per ogni interprete – i segni dell’età fanno talvolta capolino. Ma si tratta di inezie. Una considerazione merita invece l’esecuzione di brani per violoncello solo in una sala delle dimensioni del Manzoni la cui acustica è notoriamente carente soprattutto se si considera che nel caso di Brunello viene usato un archetto “barocco” con impugnatura barocca. Purtroppo il suono tende a perdersi nella sala: il violoncello solo trova la sua collocazione naturale in ambienti molto più ridotti (non per niente è “musica da camera” per eccellenza) o almeno con un’acustica ben diversa da quella del concerto di Brunello.  I concerti per violoncello al Manzoni debbono necessariamente essere basati su una letteratura che preveda un accompagnamento, tipicamente il pianoforte.
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HappyHappy
Programma:
Johann Sebastian Bach
Sonata n. 3 in do maggiore BWV 1005, Partita n. 3 in mi maggiore BWV 1006 (dal violino su violoncello piccolo)
Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009, Suite n. 6 in re maggiore BWV 1012 (su violoncello)
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Cameristica, Recensioni

Fazil Say – Bologna Lezioni di piano 5 Febbraio 2017

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Di Fazil Say è necessario scindere il giudizio sulla persona da quella sul musicista. Per quanto riguarda il primo va ricordato che ha subito un vergognoso e ridicolo processo per “blasfemia” (sic!) in un paese – la Turchia – che sta sprofondando sempre più in un regime fascista in mano a un satrapo – Erdogan – che utilizza tutti i mezzi – leciti e illeciti – per sbarazzarsi dell’opposizione, forte del fatto che rappresentando uno stato chiave della NATO ritiene di potere impunemente calpestare tutti i diritti civili che sono stati alla base della democrazia instaurata da Mustafa Kemal “Ataturk”. Una delle tante tragedie umane e politiche dei nostri tempi che naturalmente coinvolge la parte più avvertita e culturalmente più valida della società civile. A Say, quindi, non può che andare tutta la solidarietà politica e umana che si deve a ogni artista. Per quanto riguarda invece l’aspetto artistico del pianista turco il giudizio è più articolato e negativo. Say è musicista poliedrico (compositore, direttore, pianista) e Bologna ha già avuto modo di ascoltarlo sia come solista che in un recital di MI nel 2007 nell’ambito di un concerto per ensemble. Personalmente ritengo che questa molteplicità di interessi, ormai comune a molti musicisti, abbia forse il difetto di disperdere il loro potenziale artistico, anche se non mancano esempi di altissimo livello (Barenboim per primo, ma anche Pletnev etc.). Il programma eseguito ha coperto un periodo che va dalla fine del ‘700 all’inizio dell’800 con i tre compositori che maggiormente l’hanno caratterizzato (Haydn, Mozart e Beethoven) legati da una visione “classicistica” del loro stile. Rimane fuori da questo periodo Schubert la cui impostazione diverge sostanzialmente come affiliazione culturale e stilistica. Il pianismo di Say è del tutto particolare: interpreta i brani eseguiti non solo con mani e testa ma con tutto il corpo, dirigendo con la mano sinistra quando suona solo la destra, eseguendo o non eseguendo in modo arbitrario i ritornelli, dimenandosi sullo sgabello, con una mimica facciale che non si risparmia nulla e che spesso pare persino ammiccare al pubblico in cerca di facile consenso, una pratica del tutto discutibile. Il risultato è tutt’altro che esaltante. Dopo un’esecuzione accettabile della prima sonata di Haydn, è risultata poco felice ( per non dire scadente) l’interpretazione della sonata di Mozart dove il mancato rispetto stilistico ha marcato l’esecuzione. Del tutto inutile l’esecuzione muscolare dell’ultimo tempo che è risultata non brillante ma scolasticamente virtuosistica. Il pianismo di Say, sostenuto da una grande facilità di mano, è roccioso con alcuni intermezzi più o meno eccessivamente lirici basato su  un perenne contrasto che spezza l’unitarietà delle composizioni. Pessima l’esecuzione della sonata di Beethoven dove è mancato in tutto e per tutto quella sensazione di ansia del destino in favore di “effetti speciali” la cui motivazione è apparsa assolutamente incomprensibile. Dopo un ulteriore Haydn accettabile il peggio si è avuto con la sonata di Mozart K 331. E’ questo uno dei capolavori Mozartiani con un primo tempo basato su un tema con variazioni in cui Say ha fatto di tutto e di più. Dopo un’esposizione del tema di una lentezza esasperante si è avuta una sequenza di variazioni a tempi assolutamente slegati da quello del tema raggiungendo l’acme del ridicolo nella variazione “in minore” trasformata in una marcetta a tempo di carica del tutto in contrasto con l’impostazione dolente del contenuto. Senza storia i tempi successivi. Inutile dire che la “marcia turca” finale, un brano che un pubblico per lo più ignorante, riconoscendolo, ha ascoltato come una liberazione ha scatenato l’entusiasmo della platea confermando la mia certezza che il pubblico applaude i brani e non l’interpretazione. Purché il brano sia noto tutto viene accettato con entusiasmo da un pubblico provinciale e incompetente. 5 bis: tre di impostazione jazzistica (due originali di Say e uno come rielaborazione di “summertime” da Porgy and Bess di Gershwin) e due notturni chopiniani in cui ancora una volta i limiti gravissimi di Say sono stati messi in evidenza, tutto manierismo e nessuna sostanza, addirittura permettendosi di alterare alcuni abbellimenti della partitura originale. Insomma: un disastro.
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Programma:
Joseph Haydn  Sonata in do maggiore Hob. XVI:35
Wolfgang Amadeus Mozart  Sonata in fa maggiore KV 332
Ludwig van Beethoven Sonata in re minore op. 31 n. 2 – Tempesta
Joseph Haydn Sonata in re maggiore Hob. XVI:37
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata in la maggiore KV 331
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Recensioni, Sinfonica

Olli Mustonen – Teatro Comunale Bologna 3 Febbraio 2017

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Di Olli (evitare battutacce) Mustonen ho un ricordo indelebile di un ineffabile concerto per MI di undici anni fa (in sostituzione di un artista che aveva dato forfait all’ultimo momento) in cui intepretava Scarlatti come se fosse un compositore tardo romantico, con abbondanza di pedale,  “rubati”, accelerazioni e ritardi, crescendi e diminuendi a profusione  etc. : insomma la negazione di qualsiasi rispetto stilistico, un vero disastro. Ho avuto esattamente la stessa sensazione per il concerto tenuto per il teatro comunale di Bologna. Dopo un funereo “trittico” di sua composizione (si spera unica esecuzione a Bologna) ha eseguito il famoso concerto di Mozart come un eserciziolo tecnico, tutto troppo forte, troppo brillante e assolutamente fuori stile. La stessa mancanza di stile dimostrata nell’unico bis concesso dove tutta l’interpretazione aveva una impostazione languida, esangue e manieristica anche nel gesto, abbondanza di pedale, impostazione tardoromantica etc. etc. Quanto alla direzione della sinfonia di Prokof’ev è mancato assolutamente il riferimento al mondo granitico del compositore russo. Mustonen cerca di sostituire la mancanza  di autorevolezza del gesto con una visione  ginnica della direzione, con piegamenti, contorcimenti etc. etc. Insomma un pessimo concerto che ha riscosso una tiepida risposta del pubblico. Un “artista” che non abbiamo sicuramente fretta di riascoltare.
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SadSad
Programma:
O. MUSTONEN Triptych per orchestra
W.A. MOZART Concerto per pianoforte e orchestra n.25 in Do maggiore K 503
S. S. PROKOF’EV Sinfonia n.6 op.111
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Cameristica, Recensioni

Piotr Anderszewski – Musica Insieme 30 Gennaio 2017

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Avevo già scritto di Anderszewski su questo blog e il giudizio rimane sostanzialmente il medesimo. Si tratta di un ottimo ma non eccezionale pianista come comprovato dal programma eseguito per MI. Il concerto inizia con la suite di Janáček Sul sentiero di rovi ma con la sua parte meno nota (e a ragione). Qui il compositore moravo scade frequentemente in un manierismo che rende le composizioni assai meno interessanti di quelle del primo libro e Anderszewski purtroppo con un pianismo tutto “di tocco” sottolinea proprio gli aspetti meno positivi. Purtroppo gli stessi limiti vengono sottolineati nell’esecuzione della Suite inglese di Bach che pur nel rispetto sostanziale dello stile inseriscono (ad esempio nella sarabanda) degli aspetti lirici non consoni con l’impostazione del compositore tedesco. Sia chiaro alcune delle “danze” sono state eseguite con rigore (ad esempio ottima l’interpretazione della giga finale) ma il tutto in modo discontinuo con una sorta di “alti” e “bassi” che impediscono un giudizio totalmente positivo. Molto meglio l’esecuzione dei brani chopiniani che chiaramente rientrano nella sensibilità del pianista polacco. Un concerto interessante ma che mai ha raggiunto vette eccelse. Due bis.
Happy
Programma:
Leós Janáček Sul sentiero di rovi (Secondo libro)
Johann Sebastian Bach Suite inglese n. 6 in re minore BWV 811
Fryderyk Chopin Tre Mazurche op. 56,Tre Mazurche op. 59,Polonaise-Fantasie in la bemolle maggiore op. 61
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Recensioni, Sinfonica

Znaider Matsuev – Teatro comunale Bologna 26 Gennaio 2017

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Di Denis Matsuev  questo blog ha già avuto modo di occuparsi in occasione del suo concerto del 22 Febbraio 2016 per Musica Insieme e il giudizio non può discostarsi di molto da quello di allora. Pianista oltremodo roccioso (nel senso più autentico della parola), dotato di una tecnica d’acciaio riesce però raramente a tenere a freno le proprie capacità atletiche per sottometterle a quelle interpretative (a differenza – ad esempio – di A. Volodos) talché anche nei pochi momenti lirici che si concede dà però sempre l’impressione di aspettare con ansia il momento in cui dare sfogo alle proprie capacità ginniche. Ovviamente in un concerto con orchestra deve sottostare al fraseggio con l’orchestra e quindi l’esecuzione del concerto beethoveniano è risultato di buona (non eccelsa) qualità e ha trovato i suoi momenti migliori nel rondò finale. Naturalmente i tre bis concessi gli hanno permesso di sfoggiare il suo potenziale tecnico e in particolare la trascrizione di Ginzburg di un brano del Peer Gynt e segnatamente un brano virtuosistico jazzistico che ha mandato in visibilio un pubblico di bocca buonissima. Qualcuno ha ricordato il circo Barnum…. Quanto al direttore Znaider certamente Bruckner non è nelle sue corde. La tipica gigantiasi del compositore avrebbe bisogno di ben altra bacchetta per dare un senso a una partitura che è basata su un organico smisurato. Nel caso dell’esecuzione in questione – invece – le varie sezioni non sono risultate affatto equilibrate e gli ottoni hanno evidenziato purtroppo le solite carenze con un risultato complessivo certamente sotto la media. L’unico elemento positivo è certamente il ritorno della sinfonica al comunale e la qualità del suono che con gli ultimi accorgimenti acustici è risultato di eccellente qualità.
SadHappySad
Programma:
L. V.BEETHOVEN  Concerto per pianoforte e orchestra n.3 in Do minore op.37
A.BRUCKNER Sinfonia n.6 in La maggiore WAB 106
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Dopo “Die Entführung aus dem Serail” – Teatro Comunale Bologna

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Che il teatro comunale bolognese sia in crisi è certamente sotto gli occhi di tutti e le cause sono in parte certamente strutturali: costi eccessivi, leggi draconiane che impongono pareggi di bilancio difficili da raggiungere, riduzione dei finanziamenti etc. Ma..,, qualunque organizzazione e/o azienda non può solo invocare la congiuntura negativa ma deve anche fare i conti con la propria gestione, tanto più in condizioni difficili, e sapere operare correttamente, e qui veniamo a un punto dolente che può essere simboleggiato da questo Ratto del Serraglio. Che questa produzione fosse scadente lo si sapeva da un pezzo: a Aix hanno tagliato le scene più truci, a Brema l’hanno rappresentata in forma di oratorio e solo  (solo!) a Bologna lo scempio del regista tedesco è stato integralmente prodotto. Ma se si sapeva fin dall’inizio che la produzione era stupidamente scadente e tragicamente noiosa (noiosa, non provocatoria ribadisco!) è valsa la pena di tediare il pubblico con un colossale dispendio di mezzi a partire dal dispiegamento di forze dell’ordine? E non è Kurvenal che afferma questo ma si legga la recensione (una volta tanto) sul Corriere e si aspetta quella del Sole (si spera, a meno che non si sia deciso addirittura di trascurarla per carità di patria) della prossima domenica. Insomma quanto è costata questa messa in scena e quanto sarebbe eventualmente costata la rottura del contratto di coproduzione (se mai questa clausola fosse prevista) o semplicemente la cancellazione dell’opera rispettando il contratto? Ora se nessun tentativo è stato fatto vuol dire semplicemente che il management del teatro ha commesso un colossale errore e se a questo sommiamo la riduzione degli abbonamenti e quindi una marcata disaffezione del pubblico come è possibile che non si traggano le conclusioni, e che gli “azionisti” non intervengano? E inserire Bosso nell’organizzazione del teatro ha fatto sghignazzare le altre fondazioni (serie) aggiungendo il ridicolo alla tragedia (ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere!).  Ora io faccio appello al sindaco di Bologna, presidente del teatro, e alle altre forze politiche e culturali interessate al teatro per un’azione incisiva e per decisioni che non possono essere procrastinate. Il che vuol dire un cambio di rotta e l’adozione di strumenti correttivi incisivi, e se il sindaco, comprensibilmente, non è un esperto della materia, si affidi alla consulenza di persone di comprovata competenza per tentare di raddrizzare la gestione di un teatro sempre più su una china di inarrestabile degrado. Il teatro è un simbolo culturale che non può essere lasciato andare in malora.
E ora una piccola nota. I lettori di Kurvenal sono nell’ordine almeno di qualche centinaio (sparsi anche per il mondo) come comprovato dal numero di voti ottenuti nel sondaggio sulle introduzioni “musicologiche” di MI.  Ora sapete quanti sono i “followers” ufficiali di Kurvenal? 12 (dodici) oltre a quelli solo via mail (in numero molto superiore)!  A questi si possono aggiungere quelli che seguono su Twitter e gli altri media ma siamo sempre su numeri ufficiali irrisori. E questo nonostante io riceva regolarmente numerose  emails di sostegno. Ufficiosamente, invece, ovvero contando tutti quelli “anonimi”,  i lettori sono più di 200 (come risulta dalle statistiche fornite da wordpress). Ma questo vuole solo dire che Kurvenal è una sorta di samizdat che tutti (insomma gli interessati – non sono Chiara Ferragni e non pubblico foto accattivanti…) leggono e nessuno vuole ammettere di farlo, qualcuno del settore addirittura ammettendo di temere rappresaglie professionali…. Lascio ai lettori valutare questo fenomeno….
SadSad
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Die Entführung aus dem Serail (o giù di lì) – Teatro Comunale Bologna 20 Gennaio 2017

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C’è chi ha ritenuto “inopportuna” una messa in scena dell’opera Mozartiana con chiari riferimenti all’ISIS in questo periodo – seppure mascherati da una improbabile datazione degli anni ’20 -, ma io avei applaudito (una volta tanto…) la direzione del teatro per non essersi fatta condizionare se la qualità dello spettacolo l’avesse giustificato: cultura, arte e libertà di espressione sono quanto mai importanti in questo momento storico proprio per combattere oscurantismo e fanatismo. Ma non è questo il caso. Ho assistito più volte a spettacoli in Germania (e segnatamente a Bayreuth) caratterizzati – come purtroppo avviene colà sempre più spesso – da altissime prestazioni musicali e canore e messe in scena da brivido. Ma mai, ripeto mai, ho assistito a una puttanata (si, mi scusino i lettori per il vocabolo non proprio da educande ma non trovo altra parola che possa esprimere il mio sdegno) di questo genere dove un regista pretenzioso e stupidamente irrispettoso si è permesso di sostituire a suo piacimento i dialoghi del Singspiel e trasformare la agogica e infantile favoletta mozartiana in una truculenta e del tutto improbabile tragedia con tanto di bandiera dell’ISIS. Il testo del Singspiel è stato “riadattato” al fine di giustificare la regia. Ma quando mai è successo? (Durante la conferenza stampa il sovrintendente ha affermato che si ha spesso un’alterazione del testo nei Singspiel ma a una mia precisa richiesta di citare qualche esempio non è stata data alcuna risposta degna di questo nome). E la pretesa del direttore d’orchestra in conferenza stampa che si tratti nonostante tutto di una Liebesgsechichte quando tutto è morte, sangue e violenza è solo una pietosa quanto insostenibile affermazione che avrebbe un senso solo nel caso della versione originale del testo. Anche l’affermazione del sovrintendente che il libretto originale contiene molte espressioni violente è priva di fondamento. Tutte le frasi “violente” sono in realtà giocose e paradossali alla stregua della famosa “tagliatele la testa” della regina di Alice in wonderland. Lo spirito originale del testo è quello, in voga a quel tempo, della turquerie ovvero quello della presa in giro di un mondo lontano con usi e costumi astrusi. Qualcuno riesce comunque a immaginarsi la regia di un Macbeth in cui il protagonista esce vittorioso nonostante i  suoi assassini, la foresta di Dunsinane marcia all’indietro e MacDuff nasce da un uomo? Insomma qui non è la regia che ha “interpretato” l’opera ma semplicemente ne ha creato un’altra utilizzando in modo parassitico le arie di Mozart con musica e arie che nulla hanno a che vedere con la strampalata impostazione registica. Qualcuno riesce poi a immaginarsi un “foreign fighters” dell’ISIS (Osmino) che canta nella sua prima aria  Trallallera Trallalera ….  E affermare come ha fatto il “massmediologo” (che orribile parola in italiano!) Grandi che chi assiste al Ratto non può non pensare all’ISIS, è affermazione ridicola che solo chi non ha visto mai l’opera e non ha mai letto il suo libretto (quello vero, non quello imbarbarito dal regista) può impunemente fare. E comunque suggerisco di leggere l’intervista al sovrintendente riportata dal Resto del Carlino : roba da non credere!
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Credevo che il fondo per una regia del Ratto fosse stato toccato da Rodrigo García a Berlino ma qui siamo ben oltre, siamo davanti a una pura e semplice follia di gusto ignobile: al peggio non c’è mai limite e qui siamo nel cocìto della regia. E basta una volta per tutte con questi “innovatori” del piffero che per un briciolo di pubblicità, non importa se negativa, non esitano a massacrare capolavori  mondiali: che nostalgia per le eleganti,  artistiche e stilisticamente perfette regie strehleriane (ma anche recentemente di Martone)! Senza dimenticare Ronconi.  E sia chiaro: qui non si tratta di rifiutare aprioristicamente regie innovatrici (ricordo sempre una regia del Romeo and Juliet a Shaftesbury on Avon della RSC trasposta in ambiente mods. Ma era semplicemente perfetta!) ma di distinguere senza reticenze fra regie belle, brutte e ignobili. Qui tutto è semplicemente unerträglich (lo dico in tedesco perché il regista capisca il mio pensiero, se mai leggerà questo post, ma la frase giusta sarebbe Was ist diese Scheisse? come fu urlato nel giugno 2016 a un Tristan und Isolde della Deutsche Oper di Berlino). E quindi non è difficile capire perché il Musikfest Bremen abbia rinunciato a proporre questa infamia stupidamente provocatoria presentando quindi l’opera in forma di oratorio e lasciando il posto allo sgangherato teatro comunale di Bologna che in questo modo è riuscito ancora una volta a superare sé stesso negativamente. Si potrebbe, di grazia, sapere quanto è costato questo “allestimento” alle disastrate casse del teatro? E di fronte a queste scelte perché il comune (dove è a proposito in generale l’assessore alla cultura Gambarelli – presente solo alla “prima”? Non era presente alla discussione sul Ratto nè alla conferenza stampa, ma che aveva da fare? Viene regolarmente alle manifestazioni musicali o latita come il certamente non rimpianto Ronchi? Se non è puro spirito – e qualche dubbio serpeggia nell’aria – batta un colpo…) continua a finanziare con i soldi dei contribuenti un teatro autoreferenziale, costantemente sull’orlo del baratro, del tutto indifferente ai diritti degli spettatori paganti? E’ chiaro che i vertici del teatro e il comitato di indirizzo non sono all’altezza del loro compito (e ce li teniamo ohimè fino al 2020 a meno che non intervenga un auspicato deus ex machina che però – si spera – non sia Ezio Bosso che sarebbe il classico passaggio dalla padella alla brace!), sono autoreferenziali e di scarsissima competenza (e non parlo a vanvera: leggere i CV dei componenti del comitato di indirizzo – salvo una!). Nessun dissenso? Nessuna dimissione? In questo non raccontabile contesto come é possibile dare un giudizio sereno su direzione e canto? I cantanti hanno dimostrato chiaramente la difficoltà di cantare in contesto così ostile. La prova migliore è certamente quella di Osmino (Mika Kares), un basso dalla voce possente e dalla figura imponente. Konstanze (Cornelia Goetz) è dotata di una voce che al salire verso i toni alti mostra vieppiù un’emissione aspra e che dà il meglio di sé nei toni intermedi. Dopo una prima aria da dimenticare migliora nel corso dell’opera. Belmonte (Bernard Berchtold) è la voce più debole del cast, voce sottile e dall’agilità discutibile, mentre Blonde (Julia Bauer) é – fra  i quattro protagonisti – quella dotata dei mezzi vocali migliori. Pedrillo (Johannes Chum) è un buon professionista. La direzione di Nikolaj Znaider (che apparentemente rivedremo ancora al Comunale di Bologna in altre situazioni)  fa quello che può in un contesto disastrato.

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Al grido di “famolo strano“avrei in ogni modo qualche suggerimento per la prossima regia “creativa” del Ratto: Belmonte e Pedrillo padre e figlio con rapporti omosessuali incestuosi, Konstanze e Blonde etere lesbiche, il pascià transgender tenutario di una casa di tolleranza dedita al commercio di droga e Osmino come pusher e protettore che procaccia affari al pascià. Poi sostituirei la celebre aria “Martern aller Arten” con “Io, tu e le rose” cantata da Orietta Berti in calzamaglia retata e inserirei anche per sovrammercato un paio di brani di Zucchero Fornaciari come arie aggiuntive tanto per gradire. Per i testi del Singspiel  perché non inserire anche qualche sboccata zirudella bolognese? Tanto se tutto è possibile….
Vanno citate in questo contesto anche le misure di sicurezza prese dal teatro (metal detector, polizia etc.) a dimostrazione che la direzione era consapevole che la insulsa regia aveva anche il difetto di apparire provocatoria e quindi suscitare l’interesse di qualche esaltato. In tutto questo contesto potenzialmente rischioso rientra sicuramente il forfait dato da Mert Sungu (Pedrillo) sostituito da Johannes Chum e probabilmente quello di Maria Grazia Schiavo (Konstanze) sostituita da Cornelia Goetz.

ratto-3

Un pubblico non rarefatto, come si temeva a causa della ambientazione dell’opera, ha dimostrato però di non gradire affatto questa produzione: pochissimi e stentati applausi al termine delle arie e un applauso finale ridotto al minimo, nonostante gli sforzi della clacque. L’opinione rilevata fra il pubblico è stata che lo spettacolo non è provocatorio ma semplicemente noioso e prolisso oltre che – ovviamente – assolutamente improbabile. E certamente di pessimo gusto è la scena della finta esecuzione con bandiera dell’ISIS e fotografo che ricorda in modo irriverente quanto purtroppo avviene nella realtà. E altrettanto sgradevole è il finale con le teste mozzate scaraventate da Osmino ai piedi del Pascià (rispetto alla versione di Aix en Provence qui non ci si è risparmiati nulla). Insomma è stata la noia a farla da padrone in un contesto improbabile e pretenzioso: neppure la supposta provocazione ha avuto un qualche effetto.
Per terminare confesso di avere un rimpianto ovvero quello di non avere assistito al Ratto dal loggione per potere urlare Buhh e Buffone a perdifiato visto che farlo in platea (come ho fatto recentemente) pare urtare la sensibilità perbenista del pubblico bolognese. Ricordo a costoro che il silenzio o anche il mancato esplicito dissenso è sempre interpretato come assenso… Rimpiango uno sventurato (registicamente) Ring di Bayreuth nel quale il regista, dopo una messa in scenza demenziale, osò fare capolino dalle quinte del teatro salvo battere in precipitosa ritirata subissato da una salva di fischi e altre manifestazioni di dissenso plateali.
PS Ma l’inaugurazione della stagione d’opera non doveva essere diretta da Mariotti o il nostro ha preferito non essere associato a questo ignobile spettacolo…? E siccome al peggio non c’è limite nel libretto di sala è citato Ezio Bosso come “Direttore ospite principale (principale, sic!) “. Il teatro comunale è diventato un teatro allo sbando, un circo, un  baraccone alla Schikaneder, senza che nessuno si vergogni ricordando che ha avuto nel passato direttori come Celibidache, Chailly, Thielemann, Gatti etc.  e attualmente un ottimo professionista come Mariotti.
SadSadSadSadSad
Cast
Selim, pascià
Karl-Heinz Macek
Kostanze, amante di Belmonte
Cornelia Goetz
Blonde, cameriera di Kostanze
Julia Bauer
Belmonte
Bernard Berchtold
Pedrillo, servitore di Belmonte
Johannes Chum
Osmin
Mika Kares
Produzione del Teatro Comunale di Bologna con Aix en Provence Festival e Musikfest Bremen
Direttore
Nikolaj Znaider
Regia
Martin Kušej
Scene
Annette Murschetz
Costumi
Heide Kastler
Luci
Reiner Traub
Assistente alla regia
Herbert Stoeger
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Cameristica, Recensioni

Radu Lupu- Bologna Musica Insieme 16 Gennaio 2017

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Due sono le caratteristiche che vengono in mente ascoltando  gli attuali concerti di Radu Lupu: serenità e rarefazione. Lupu è uno dei pochissimi esecutori che nel tempo ha sempre più esaltato le proprie caratteristiche rifuggendo dalla tentazione che coglie tanti concertisti ovvero quello di non fare i conti con il tempo che passa e che costringe l’ascoltatore a ingenerosi e necessariamente spiacevoli confronti con il passato. Lupu ha trasformato – per così dire – la quantità in qualità ed è quindi in grado di affrontare passaggi anche tecnicamente impegnativi senza più lo smalto di un tempo ma arrotondandone gli spigoli, sottolineandone gli aspetti musicali più che quelli virtuostistici e fornendo quindi una prospettiva altrettando significativa. Un caso emblematico si è avuto nel secondo tempo della fantasia schumanniana, tutta basata sul tempo puntato tanto caro al compositore tedesco e segnatamente alla fine del brano dove alcuni salti sono di difficile esecuzione anche per i più agguerriti “giovani leoni”.  Anche chi è a conoscenza del brano non ha avuto difficoltà ad accettare l’interpretazione di Lupu e a perdonargli qualche imperfezione, un peccato del tutto veniale per un esecutore di quasi 72 anni. Rarefazione vuol dire sublimazione: Lupu è insuperato maestro nelle sfumature, nel tocco misurato stilisticamente perfetto, sia che esegua un capolavoro romantico come la fantasia schumanniana o che scelga di interpretare i non esaltanti brani di Čajkovskij (alcuni dei quali normalmente eseguiti come bis e segnatamente il primo e il sesto). E serenità sta a significare che Lupu non ha più nulla da dimostrare e che quindi può eseguire in totale assenza di ansia da prestazione. Qualche scelta naturalmente è discutibile e in particolare l’incipit del terzo tempo della fantasia, nel corso del quale un tempo lentissimo unitamente a una sonorità quasi impercettibile ha in parte impedito di seguire il sottilissimo ordito musicale del brano. Una scelta coerente con l’impostazione di Lupu ma non necessariamente del tutto felice. Impeccabile l’esecuzione delle variazioni di Haydn. Un bis e come poteva non essere l’amatissimo Schubert in uno dei suoi improvvisi?  Non all’altezza di altri casi l’introduzione di Maria Chiara Mazzi, dove il tentativo di trovare un impossibile filo conduttore comune ai brani scelti ha mostrato tutta l’artificiosità dell’impostazione.
HappyHappy
Programma:
Franz Joseph Haydn Andante con 2 variazioni e coda in fa minore-maggiore Hob. XVII:6
Robert Schumann Fantasia in do maggiore op. 17
Pëtr Il’ič Čajkovskij Le stagioni, 12 pezzi caratteristici su epigrafi liriche di vari autori op. 37b
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Recensioni, Sinfonica

Michele Mariotti – Teatro Comunale Bologna 13 Gennaio 2017

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Un bel concerto con l’unico difetto di un programma troppo impegnativo come lunghezza. Coadiuvato  da Alessandra Marianelli soprano, Raffaella Lupinacci mezzosoprano,  Alessandro Luciano tenore, Anicio Zorzi Giustiniani tenore e Michele Pertusi basso, e con un coro del teatro in particolare forma, la messa di Schubert è risultata in tutta la sua articolazione e bellezza. Difficile dare un giudizio sui “soli” data la loro esigua parte ma certamente anch’essi si sono integrati perfettamente nell’esecuzione. E per una volta l’orchestra del teatro ha fornito un prova maiuscola (che speriamo possa ripetersi in futuro) guidata con mano sicura da Mariotti che ha colto tutte le sfumature della partitura Schubertiana. Quanto alla sinfonia di Bruckner, caratterizzata come in tutte le sue opere da una gigantiasi che spesso rende difficile seguirne il filo, si può affermare che l’esecuzione è stata di buona qualità ma certo inferiore a quella schubertiana. Personalmente resto convinto che sia un errore proporre un concerto senza solisti. Un buon successo comunque (non clamoroso) di pubblico. Da notare che per il 30% la sala era vuota e chi ha un certo numero di primavere sulle spalle ricorda perfettamente che in un passato dei concerti sinfonici se ne facevano due turni (A e B): dice niente tutto questo?
HappyHappy
Programma
Franz Schubert   Messa n.6 in Mi bemolle maggiore, D 950
Anton Bruckner  Sinfonia n.1 in Do minore WAB 101
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Cameristica, Recensioni

Maurizio Pollini – Teatro Comunale Bologna 9 Gennaio 2017

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Come per il concerto di Radu Lupu (v. mio post dell’8 Aprile 2014) ci si avvicina sempre ai concerti di questi “mostri sacri” con il timore di non ritrovare per motivi anagrafici quella qualità eccelsa che ha contraddistinto nel passato le loro performances. È questa la ragione che ha spinto A.Brendel a concludere qualche anno fa, all’avvicinarsi del suo ottantesimo compleanno, la sua carriera concertistica. Invecchiare consapevolmente è solo da pochi mentre molti (ad esempio Arrau, Cortot etc.) si sono rifiutati di riconoscere i segni dell’età con risultati deludenti. La tecnica pianistica è come la bellezza delle donne: inevitabilmente sfiorisce e non c’è lifting che possa farla rifiorire. Ecco, collocherei Pollini in una sorta di limbo a metà strada fra i due estremi. Un concerto piuttosto breve (un’ora di musica al posto dei 90 minuti di prammatica) che ha trovato i momenti migliori negli amatissimi, brevi brani di Schönberg e che in tutte le sonate beethoveniane ha messo in luce ancora una volta la perfetta cifra stilistica con cui il pianista milanese affronta il repertorio del compositore di Bonn. Una interpretazione musicalmente perfetta purtroppo non sempre sorretta da una tecnica immacolata che comunque il pubblico bolognese ha sostenuto con un caldo e affettuosissimo applauso, un giusto tributo al pianista che a partire dagli anni ’70 e per molti decenni è stato – a mio parere – al vertice assoluto del pianismo mondiale. Un riconoscimento che certamente ha commosso Pollini che ha concesso (cosa rara ormai) due bis.
HappyHappy
Programma
Ludwig van Beethoven  Sonata n. 8 in do minore op. 13 – “Patetica”
Arnold Schönberg Drei Klavierstücke op. 11, Sechs Kleine Klavierstücke op.19
Ludwig van Beethoven Sonata n. 24 in fa diesis maggiore op. 78, Sonata n. 23 in fa minore op. 57 – “Appassionata”
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Recensioni

Concerto di capodanno – Sydney opera house

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Non chiedetemi i nomi e il programma dell’ineffabile concerto tenutosi il 31 Dicembre. Una sorta di rivisitazione in chiave kitsch e sgangherata dei famosi concerti “Martini e Rossi” che chi ha un certa età ricorderà di sicuro. Una accozzaglia di cantanti sgangherati (a parte una mezzosoprano serba che ha cantato però una sola aria) si è esibita in una serie di arie celebri massacrandole senza pietà per un pubblico di bocca buonissima disposto ad applaudire anche il raglio di un asino (vocino a me una Frau tedeca si è spellata le mani mentre io mantenevo un silenzioso dissenso). Un tenore coreano che nel controcanto della celebre aria de “La traviata” non ha azzeccato una singola nota. Il concerto era “abbellito” da luci  multicolori come in una recita di avanspettacolo e alla fine è stato coronato da un lancio di coriandoli rossi sparato dalle quinte. Non contenti gli organizzatori hanno deciso di terminare la pagliacciata con un can-can sfrenato (sempre di “cani” si trattava…) che naturalmente ha fatto venire giù la sala gremita in tutti gli ordini di posti.  OK: al cattivo gusto non c’è limite e i nostri concerti europei al confronto sono una parata di cultura e buon gusto. Pazienza: una serata costosissima per fortuna allietata dopo il concerto da dei magnifici fuochi artificiali. Ma: never never again!
SadSadSad
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Bosso: l’intervista – 5 Gennaio 2017

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Per gentile concessione del prof. GIampiero Cane riporto il testo integrale della sua intevista a Ezio Bosso già pubblicata su “Il Mnifesto” in forma giornalisticamente ridotta per motivi di spazio. Senza commenti.
Il sindaco di Bologna che, in quanto tale ha una posizione di rilievo anche nel teatro Comunale, in quello stesso teatro, per i suoi spettacoli, per i concerti lo si è visto piuttosto raramente: personalmente non ce l’ho visto mai, ma potrei essere io nel torto dato che non sono un assiduo frequentatore di questo teatro che con le sue produzioni e i suoi programmi mi alletta pochissimo. Quel sindaco, che si chiama Virginio Merola (il cognome ha un buffo anagramma in malore) pur mostrando d’aver gusti affatto plebei, come per i weekend in cui consegna il cuore della vecchia città all’immotivato vagabondaggio di quei pedoni che negli altri giorni sono i paria della circolazione urbana, questo sindaco si è innamorato di Ezio Bosso, onesto musicista dalle intenzioni vivaci, probabilmente frenate un po’ da una crudele sclerosi che in parte le affligge.
Intervenendo, non sarà più di un paio di mesi or sono, sul tema delle difficoltà economiche in cui il teatro versa, cosa normalissima per questa tipologia dello spettacolo, l’opera, che compete solo col circo per dispendiosità e scialo, egli ipotizzò che Ezio Bosso potesse essere il toccasana di questa istituzione che da secoli di ciò soffre e da altrettanto tempo non trova una medicina. Chiunque se ne sia occupato minimamente sa che i teatri d’opera nascono passivi: dell’impossibilità di ottenere anche solo il pareggio si lamentava già nel Seicento il compositore Giovanni Legrenzi che tentò a Venezia l’impresa di un teatro che non dipendesse dallo sfarzo dei paperoni d’antan. Il Merola avrebbe invece individuato in Bosso il toccasana locale; per fortuna non fu seguito da nessuno, nemmeno dal musicista fantasiosamente tirato in mezzo.
Questi è comunque una figura assai popolare nella scomposta scena delle musiche, sulla quale, se non distinguiamo tra musica e musica, dovrebbero stare tutti insieme Albano, Berio, Carter, Dalla, Donatoni, T. Monk, Mannoia, Scodanibbio, Adams, Goebbels, Monteverdi, C. Taylor, Bartók e mille e mille altri, comprendendovi ora anche i dj con la loro musica elettronica, che non è più naturalmente quella di Stockhausen, ma una cosa che vien fuori dal semi automatismo del cervello artificiale e ci perseguita con un martellare ritmico di cui han bisogno solo i consumatori che usano la musica come uno tra gli strumenti che possono mandarli fuori di testa, “Out to lunch” come mi sembra dicessero in gergo i neri Usa nell’assai alto medioevo degli anni Sessanta. Poi è arrivata la post-modernità e le jam session hanno prodotto solo marmellatina diuretica, fusion, disco et similia per la cui nobiltà non bastano nemmeno Uri Caine e Paolo Fresu; “figuriamoci Ezio Bosso”, mi vien spontaneo scrivere, con ciò rivelando solo una natura, la mia, che vive nell’epoca dei triceratopi.
Ezio Bosso comunque è stato chiamato a coprire un ruolo che forse è più onorifico che funzionale, comunque avrà il peso che le fortune del pianista e compositore riusciranno a ottenergli. Merola dice che la musica “deve essere libera”. Chissà da che? Bosso aggiunge che il coro e l’orchestra sono una comunità e che quest’ultima starebbe al fondamento di tutta la musica. Forse per questo ha scelto, a quanto dice, il programma del suo concerto inaugurale (giovedì prossimo 22) insieme agli orchestrali. Ne è saltata fuori la stessa ovvietà, più o meno, che caratterizza i concerti passatempo, con l’Italiana di Mendelssohn, Fratres di Arvo Paert, un po’ di Bach e l’Adagio per archi, gran pizza di Barber, oltre a due pagine di Bosso per pianoforte ed archi. I proventi del concerto dovrebbero andare ai terremotati dell’Umbria.
Incontro Ezio Bosso dopo una delle prove e non stento a ottenerne la simpatia umana, anche se forse egli si aspetterebbe da me qualche richiamo alle cose che l’hanno reso noto e quasi un divo tra i consumatori di TV. Gli chiedo se è vero che sia sfuggito a una rapina perché, riconosciuto dai malviventi, era stato “graziato”. Mi dice di sì e sembra che la cosa lo gratifichi: il crimine passa sullo sfondo ed è perdonato per la notorietà. Magari a un chirurgo di complicati trapianti non sarebbe andata così.
Gli chiedo di elencarmi un po’ di musiche fondamentali, una decina, e di dirmi perché, ma egli si cela dietro all’imbarazzo di dover scegliere: “Dalle mie prime memorie so che la musica ha segnato la mia vita, poi anche politica, o sviluppato un pensiero. Da Bach a Beethoven, a Liszt, a Chopin, Cage, Cecil Taylor, Pete Townshed o i Jam, Glass o i Morphine e la lista sarebbe ancora lunga”.
Ma vorrei sapere se c’è almeno un musicista che l’abbia impressionato più profondamente; egli è deciso nel dichiarare “Claudio Abbado”.
Questa scelta mi sembra un po’ strana oggi, quando un direttore può essere mediazione o sommatoria di quel che han già fatto altri: le registrazioni appiattiscono le originalità, ma visto che il mio interlocutore aspira ad affermarsi anche come direttore d’orchestra, senza chiedergli se conosce il vecchio Mengelberg e il “suo” Mahler, passo ad altro argomento e gli chiedo se ritenga che ci sia un’epoca musicale migliore delle altre.
“No” risponde, ma afferma che la presente è “la meno produttiva e creativa; in assoluto la più reazionaria”. Mi sembra detto piuttosto strano per un musicista che ha avuto il suo gran successo con un Sanremo.
Gli chiedo se sia più importante produrre quelle cose che sono chiamate eventi o avere una continuità d’applicazione. C’è una qualche iniziativa delle quale ti vien da dire “tanto rumore per nulla”?
Non ottengo risposta.
Ha senso che si protegga un genere? Il ritardo culturale che si manifesta nella vita musicale corrente è colpa di qualcuno. Il concertismo è uno strumento contro l’analfabetismo musicale o semplicemente una forma dello spettacolo?
“No comment”.
Ti senti artista o showman?
“Artista è una qualifica che dovrebbe essere data solo postuma, per quel che riguarda la musica (Chissà perché?, penso, ma sto zitto). Io – dice – mi sento una persona”.
Oltre a salvarti, a quanto pare, da un’aggressione, il festival della canzone italiana ha un senso per te? La suddetta canzone è un genere vivo, ci migliora?
“Non sono un particolare amante delle canzoni – mi dice – , non le capisco abbastanza bene. Dopo di che qualsiasi forma creativa porti benessere a qualcuno ha comunque la mia stima umana”.
D’accordo, forse, ma non saprei se qualcuno sia mai guarito da alcunché.
Dovrebbe sapere con chi collaborerà in quanto direttore principale ospite del teatro. Direi che inizi con un’edicola al vuoto di un teatro che si dice indirizzato a promuovere la musica moderna. Ma Bologna Modern, festival delle musiche contemporanee svoltosi tra il 14 e il 23 ottobre scorsi, della produzione Usa (e getta) del 900 ha presentato solo una musica di John Adams. Chissà se la cosa abbia da essere spiegata col comunismo ufficiale della città nel secondo dopoguerra. Allora, quando il sindaco era comunista, spesso il teatro era un contentino al PSI. Prima di Bomodern il teatro s’era impegnato in un tutto Nono e lì di picismo non ce n’era poco, di musica sopportabile invece, sì.
Cosa ti dicono, gli chiedo, i nomi di Sangiorgi, Carosone, Bollani e Michelangeli?
Risponde che si tratta di “tre musicisti jazz molto apprezzati e bravi (anche a cantare e fare imitazioni) e grandi animali da palcoscenico e di un musicista che al pianoforte ha inseguito e trovato la perfezione anche a discapito di altro”.
Non capisco di chi parli, ma lasciamo perdere.
PS  Spero di avere trascritto senza errori il testo. Per eventuali imprecisioni chiedo scusa anticipatamente
SadSadSad
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La turrita ai Pooh etc.- Bologna 30 Dicembre 2016

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Per avere un’idea di come siamo diventati lo zimbello musicale d’Italia, dopo l’ “affaire” Bosso, leggo dalla mia lontana Australia che verrà consegnata la turrita d’oro ai Pooh per i 50 anni di carriera, un riconoscimento che dovrebbe essere assegnato dal comune solo a chi ha onorato la città con riconosciuti ed eccezionali meriti culturali. I Pooh???? La nostra  città è diventata la capitale del nazional-popolare e si aspetta solo che il teatro comunale dedichi loro una stagione alla stregua della sinfonica o dell’operistica. Sia chiaro, “tout se tient” se si considera il Nobel a Dylan o le ore dedicate dai telegiornali alla morte di George Michael. Se morisse Maurizio Pollini (lunga vita al grande maestro!) ne sarebbe data notizia solo nella coda del telegiornale delle 3 di notte (e forse neppure..). Ma un ulteriore segnale del ridicolo viene dalla risposta dell’assessore Gambarelli all’interrogazione del consigliere Bugani in merito alla recita saltata del Werther. Solo una massa di dilettanti può non essere in grado di trovare in tempo un sostituto (e non averlo previsto!!!) ed è esilarante notare che nella risposta dell’assessore si scopre che è anche esperta di opera definendo la prestazione di Mariotti di “qualità estrema, eccezionale, eccelsa”. Ma era presente, visto che brilla notoriamente per la sua assenza, e quali sono i suoi termini di paragone? E cosa c’entra con il merito dell’interrogazione? E come fa ad asserire che la “defaillance” di un cantante è evento assolutamente eccezionale visto che succede in tutto il mondo a partire dalla famosa rinuncia della Callas che lanciò Anita Cerquetti (e in tal caso la sostituzione avvenne in tempo reale)? Dopo Ronchi e la meteora Conte siamo finiti .. nella brace. Assessore e sovrintendente: Dio li fa poi li accompagna! Forse ha ragione un mio conoscente che ha suggerito che come prossimo sovrintendente del teatro sia nominata Orietta Berti che con il suo buon senso emiliano saprà far meglio del compositore Sani….
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Ezio Bosso again (last)!!!- Teatro Comunale Bologna

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Riprendo dal Blog di Anna Bandettini.  …..

20 dicembre 2016

MEROLA, BOSSO E LA FACCIATA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA

Il mio collega Angelo Foletto ha scritto un commento alla vicenda del Comunale di Bologna dove è stato nominato direttore principale Ezio Bosso. Lo ospito volentierti nel mio blog:

«Nel corso della conferenza stampa di presentazione del concerto straordinario del 22 dicembre, il Sindaco ha inoltre annunciato che Ezio Bosso assumerà il ruolo di Direttore Ospite Principale del Teatro Comunale dal prossimo anno». La notizia, ripresa in grande stile per ciò che riguarda il pianista-compositore-direttore, fa pensare per altre ragioni: l’invasione di campo artistico e istituzionale del sindaco di Bologna Virginio Merola. Nel ruolo di presidente della Fondazione, Merola ha annunciato un incarico (non necessario: d’immagine ma con una definizione ufficiale impegnativa) che entra nell’organico artistico del Comunale. Avallando l’idea (solo sua?) che il maestro Bosso sia l’uomo di cui il teatro ha bisogno in un momento in cui sono i conti finanziari a non tornare, e che sia il direttore d’orchestra di fama e esperienza mondiale ideale da affiancare a Michele Mariotti, professionista d’altre e alte ambizioni, mentre così il direttore musicale sembra messo in ombra. Il tutto col dubbio che siano state calpestate regole e galateo burocratico-amministrativo e facendola somigliare a una forzatura sulla dirigenza sul cui operato amministrativo – da presidente – il sindaco ha il dovere di vigilare ma che non dovrebbe anticipare né orientare artisticamente. A meno che l’uscita non fosse una calcolata mossa di sfiducia nei confronti della dirigenza stessa, come qualcuno ha potuto maliziosamente pensare visto come sono andate le cose. E ci sia voglia di mettere le mani in prima persona nella cabina di comando del Comunale: andando controcorrente rispetto a giovani colleghe-presidentesse per legge di Fondazioni (Chiara Appendino che al Regio di Torino ha messo piede solo al terzo titolo di stagione e Virginia Raggi che all’inaugurazione dell’Opera ha fatto una fugace comparsata e basta) che dei rispettivi teatri sembrano non curarsi. E il sovrintendente-direttore artistico Sani che fa? Si dimette o protesta? Chiede chiarimenti? Si smarca, spiegando o facendo capire che il ruolo di Bosso sarà in realtà solo un incarico morale e di facciata? No, avalla, anzi se ne rallegra pubblicamente. (angelo foletto)

22 dicembre 2016

Sani e il Comunale “popolare”: ma è giusto così?

Il 20 dicembre ho ospitato in questo blog un commento del collega Angelo Foletto alla nomina di Ezio Bosso a direttore principale del Comunale di Bologna. Un commento che condividevo. All’intervento di Foletto è poi arrivata una replica del sovrintendente della Fondazione lirica bolognese che pubblico qui di seguito.

Da diversi anni, sia come direttore artistico, che come sovrintendente, sono impegnato in prima persona nel rinnovamento delle proposte artistiche dei Teatri d’Opera, in particolare per quanto riguarda le Fondazioni Lirico-Sinfoniche del nostro Paese. In questi anni ho realizzato alcune delle produzioni d’opera più innovative che siano mai state presentate in Italia, coinvolgendo artisti che vanno da Bob Wilson a Anish Kapoor, da Peter Greenaway a Matthew Barney, da Romeo Castellucci a Fanny & Alexander e molti altri. Nella Sinfonica, i grandi cicli dedicati a Schoenberg, Cage, Nono, le Stagioni tematiche sulle diverse aree geo-culturali del XX secolo, sono solo alcuni esempi. L’opera contemporanea abita da sempre le Stagioni di cui curo la programmazione, affiancando ad ogni titolo un’azione molto approfondita sul piano formativo e divulgativo, che ha sempre dato ottimi risultati in termini di ritorno di pubblico. Sono convinto che i teatri d’opera debbano aprirsi sempre di più ad ogni forma di espressione legata alla teatralizzazione del suono, al rapporto con gli altri linguaggi contemporanei, anche quando si propone il grande repertorio lirico del passato. Come compositore, lavoro da sempre sulle forme di intersezione tra i codici, partendo dalla ricerca e sperimentazione sonora.

Mi sorprende un po’ quindi quello che scrive Angelo Foletto, che mi conosce da molto tempo e conosce le direzioni del mio impegno artistico e manageriale. Nel mio percorso ho incontrato a Bologna un paio di anni fa Ezio Bosso, trovando in lui convergenze ideali e di visione culturale. Abbiamo fatto diverse ipotesi di collaborazione e ora ci siamo trovati a poter condividere un progetto comune, da sviluppare nel tempo, nato dalla realizzazione di un concerto di beneficenza per le vittime del terremoto in centro Italia, che avrà luogo al Teatro Comunale di Bologna. In programma musiche di Arvo Part, Samuel Barber, Bach, Bosso, Mendelssohn. Chi conosce le mie programmazioni sa che questa è una proposta che rientra perfettamente nelle linee che ho portato avanti in questi anni. Vorrei quindi dire ad Angelo che tra me e Ezio Bosso c’è molta intesa e che penso che il ruolo di direttore ospite principale non debba avere necessariamente a che fare con il direttore musicale del Teatro. Può essere una figura che viaggia su un binario parallelo, che arricchisce la programmazione con nuovi progetti che ampliano ed amplificano l’offerta del nostro Teatro. Per questo sono convinto che Ezio Bosso sia un valore aggiunto importante per il Comunale di Bologna, un Teatro che ha aperto molte strade, molte delle quali si intersecano con le sue idee e i suoi progetti. E’ vero, questa collaborazione è stata annunciata dal Sindaco di Bologna Virginio Merola nel corso di una conferenza stampa; è stata un’idea concordata assieme e non vedo alcun problema nel fatto che il Presidente della Fondazione annunci una nuova importante iniziativa che riguarda il Teatro.

A Bologna stiamo sviluppando un laboratorio di idee e di esperienze che ruota attorno al Teatro, coinvolgendo anche molti aspetti della vita sociale e civile. Abbiamo una grande partecipazione di studenti nelle recite della stagione, coinvolgiamo un tessuto sociale nuovo, sviluppiamo progetti con tutte le principali istituzioni della città e del territorio, a cominciare dai festival di avanguardia a importanti strutture come Cineteca, MamBo e FICO, il nuovo polo dell’agroalimentare. E non è vero che a Bologna i conti non tornano; è più giusto dire che non tornavano e che stiamo lavorando intensamente, assieme a tutte le forze vive della città, per farli tornare. E in questa situazione non facile abbiamo portato avanti con grande coerenza e determinazione una proposta culturale che unisce il grande repertorio a innovazione e sperimentazione. Vorrei a questo proposito citare un bell’articolo di Giuseppe Laterza, uscito di recente sul Mattino di Napoli: “Quando impareremo che la cura della grande bellezza può essere affiancata ad una programmazione culturale intelligente, al tempo stesso popolare e sperimentale, avremo fatto un grande passo in avanti”. Per questo tengo molto a questa collaborazione con Ezio Bosso e non vedo perché non debba rallegrarmene!”.

Nicola Sani, Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna

E Angelo Foletto risponde

Troppe parole, troppe maiuscole (Stagioni, Teatro, Sinfonia, Opera, Sindaco), troppa autobiografia, nessuna risposta. Eppure la domanda di fondo era chiara: cosa c’entra Ezio Bosso con la storia, l’organigramma e il futuro del Comunale? Quanto incide sulla linea gestionale e culturale del teatro la deriva populista, ignara di fatti culturali ma interventista, dei nuovi amministratori pubblici? Il sovrintendente, ma anche «compositore, direttore artistico, manager culturale e giornalista», Nicola Sani esibisce il medagliere – cosa facile vista la sua attuale collezione di incarichi – ma non chiarisce né rassicura. Spacciare un concerto prenatalizio a scopi benefici come frutto di «convergenze ideali e di visione culturale» significa tentare di imbrogliare le carte contando sull’ingenua condiscendenza cittadina: dalla dirigenza e dalla storia della Fondazione lirico-sinfonica bolognese ci si aspettavano altre considerazioni. A incassi conteggiati e devoluti, il concerto sarà ricordato solo come un bel gesto e una furbata plausibile perché a fin di bene.

Nicola Sani rivela che «le sue [del maestro Bosso] idee e i suoi progetti» si potranno intersecare con «strade aperte» dal teatro su un progetto dove «popolare e sperimentale» si daranno reciprocamente sostegno. Autocelebratosi come esperto di ciò che è sperimentale («impegnato in prima persona nel rinnovamento delle proposte artistiche dei Teatri d’Opera»), Sani associa il popolare a Bosso e fa una bella confusione di qualità e di categoria. Mettendosi, c’è da augurarsi a utili scopi futuri e non per servizio, sullo stesso piano culturale di chi governa la città e ha modelli artistico-professionali di riferimento più scontati e demagogici.

Quanto all’affermazione poco riguardosa nei confronti di Michele Mariotti che della nomina ufficiale di Bosso ha saputo a cose fatte («Penso che il ruolo di direttore ospite principale non debba avere necessariamente a che fare con il direttore musicale del Teatro»), sarebbe istruttivo sapere quanto l’interessato è d’accordo.

E il comitato di indirizzo del teatro non ha nulla da dire? Non comitato ma convitato….di pietra! (G. Neri)

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Ezio Bosso – Teatro Comunale Bologna

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Per avere un’idea di come siamo diventati lo zimbello musicale d’Italia leggere l’articolo sul manifesto del 21 Dicembre e l’intervento di A.Foletto ospitato sul blog di Anna Bandettini di Repubblica del 20 dicembre segnalatimi da un collega. Evviva i dilettanti allo sbaraglio!!!!!!
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Bosso Comunale- 17 Dicembre 2017

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Dunque è fatta! Il carrozzone del teatro Comunale bolognese imbarca Ezio Bosso come salvatore del teatro, una figura di spicco internazionale invidiataci da tutti i teatri del mondo… e le cui uniche credenziali sono l’avere partecipato al festival di Sanremo e (con tutto il rispetto dovuto alla sua persona) il fatto di soffrire di una malattia disabilitante che ha fatto pensare ai dirigenti del teatro che generando un senso di solidarietà porterà al teatro quei contributi che il comune anche quest’anno ha dovuto versare mancando gli sponsors.  Musicista nazional-popolare che ben si attaglia al futuro del teatro che vede il Comunale scadere a teatro di provincia. Complimenti a tutto lo staff del teatro per una scelta che ancora una volta, in assenza di una dirigenza all’altezza della situazione a partire dal sovrintendente e dal direttore generale finendo all’inadeguato consiglio di indirizzo (ma esiste? batte mai un colpo?), ci espone al ridicolo di tutti gli amanti della musica. Posso ripetere mala tempora…?
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Operistica, Recensioni

Werther- Bologna Teatro comunale 15 Dicembre 2016

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Come sempre succede il libretto del Werther è una trista riduzione del bellissimo romanzo di Goethe Die Leiden des jungen Werthers : ma si sa, è impossibile trasporre in un libretto tutte quelle sfumature e considerazioni che in un romanzo sono presenti, come accade anche per i grandi drammi teatrali (i.e. Othello, Don Carlo wtc.). E la bella musica di Massenet non riesce comunque a recuperare una storia che così trasformata appare del tutto priva di senso, unitamente all’improbabile tempo che impiega Werther a esalare l’ultimo respiro dopo avere avuto la forza di cantare per un buon quarto d’ora (qualcuno ha ipotizzato che in realtà si sia sparato a un piede!).  Ciò detto va invece lodata la bella regia di Rosetta Cucchi e le scene di Tiziano Santi; finalmente una messa in scena che riflette il milieu in cui è ambientato il romanzo evitando quelle ridicole forzature cui alcune regie “creative” del teatro Comunale ci hanno purtroppo abituato e che – stando alle voci che corrono – ritorneranno  ohimè a partire dal Ratto dal serraglio che aprirà la stagione 2017. Ben venga quindi una regia misurata e  intimistica che riflette l’ambiente piccolo borghese  e le insuperabili convenzioni in cui si svolge l’azione scenica e che sottolinea correttamente il dramma dei due protagonisti. L’amatissimo dal pubblico bolognese Juan Diego Florez nel ruolo di Werther ha offerto una bella prova piagata inesorabilmente però dal tono freddo e metallico della sua voce, un limite insuperabile del tenore peruviano. Una bellissima sorpresa è invece venuta dalla Charlotte di Isabel Leonard che ha offerta una prova di eccellenza con un unico neo della parte finale del primo duetto del secondo atto. Un peccato veniale a fronte di una voce calda e drammatica che ha sempre trovato la misura giusta nel corso della sua performance: una voce che vorremmo risentire al teatro Comunale di Bologna. E un plauso anche alla fresca e spiritosa Sophie di Ruth Iniesta. Nella norma gli altri comprimari. E per una volta anche l’orchestra del teatro ha fornito una bella prova sotto una direzione vigorosa e allo stesso tempo romantica di Michele Mariotti. Insomma un bello spettacolo che ha in qualche modo risarcito gli spettatori di una stagione non certo indimenticabile (o forse indimenticabile ma per motivi non proprio positivi….). Teniamo le dita incrociate per la stagione 2017!
PS In una versione precedente di questo post avevo scritto erroneamente Das Leiden… anzichè Die Leiden .. Devo al prof. G.C.Barozzi la segnalazione
HappyHappy
Cast
Werther
Juan Diego Florez
Le Bailli
Luca Gallo
Charlotte
Isabel Leonard
Albert
Jean-François Lapointe
Schmidt
Alessandro Luciano
Johann
Lorenzo Malagola Barbieri
Sophie
Ruth Iniesta
Brühlmann
Tommaso Caramia
Kätchen
Aloisa Aisemberg
Clara
Susanna Boninsegni
Fritz
Carlo Alberto Brunelli
Gretel
Irene Cavalieri
Hans
Diego Bolognesi
Karl
Pietro Bolognini
Max
Marco Conti
Mimi bambini
Gioele Corvino, Eleonora Dodi, Anna Montaguri, Cecilia Pagliaro, Nicolò Rossi, Carlotta Tilli
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Rosetta Cucchi
Scene
Tiziano Santi
Costumi
Claudia Pernigotti
Luci
Daniele Naldi
Maestro del Coro Voci Bianche
Alhambra Superchi
Nuova produzione del TCBO
Orchestra, Coro, Coro di Voci Bianche e Tecnici del TCBO
 

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Cameristica, Recensioni

Concerto Köln Carmignola- Bologna Musica Insieme 12 Dicembre 2016

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L’ennesima formazione barocca “filologica” (archi barocchi, niente tiracantini, faticosa accordatura con bischeri, violoncelli fra le gambe etc. etc – uffa che noia direbbe Don Bartolo,,,,) difficile da giudicare. Qualità accettabile ma nulla di più. Deludente invece la prova di Giuliano Carmignola. La tecnica non è più quella di un tempo, il suono lascia a desiderare, c’è una spasmodica ricerca della velocità a fini virtuosistici che nulla ha a che fare con una esecuzione “filologica” e che porta a non poche imprecisioni. Soprattutto è stato nel concerto di due violini di Bach che gli errori di impostazione si sono fatti sentire. Il concerto è di impostazione esattamente simmetrica mentre nella esecuzione di Carmignola e del Concerto Köln vi è stato un clamoroso squilibrio fra i due violini. Carmignola “spara” sempre con un volume di suono che sovrasta il suono più flebile della Konzertmeisterin dell’ensemble barocco: un errore imperdonabile che ha snaturato il bellissimo concerto. Gli stessi  tipi di errore si sono avuti nelle altre due esecuzioni che hanno visto Carmignola come solista. Insomma un concerto deludente e anche ormai un po’ ripetitivo: di insiemi barocchi ne abbiamo avuti a sufficienza! Naturalmente successo del pubblico di bocca buona di Musica Insieme che come sempre ha applaudito la musica senza capire assolutamente nulla dell’esecuzione. Buon per  loro (cuor contento il ciel l’aiuta…)! Un plauso – una volta tanto!- all’introduzione di Maria Chiara Mazzi che anziché tentare un’impossibile esegesi dei brani eseguiti ha ricordato i presupposti della nascita del concerto.  Finalmente un po’ di buon senso!

SadSad

Programma
Pietro Antonio Locatelli Concerto Grosso in sol minore op. 1 n. 12
Charles Avison Da 12 Concerti in sette parti dalle Sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti: Concerto XI in sol maggiore
Johann Sebastian Bach Concerto in re minore BWV 1043 per due violini, archi e continuo
Benedetto Marcello Sinfonia in re maggiore dall’oratorio Gioàs
Johann Sebastian Bach Concerto in la minore BWV 1041 per violino, archi e continuo, Concerto in mi maggiore BWV 1042 per violino, archi e continuo
 

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