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Bosso: l’intervista – 5 Gennaio 2017

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Per gentile concessione del prof. GIampiero Cane riporto il testo integrale della sua intevista a Ezio Bosso già pubblicata su “Il Mnifesto” in forma giornalisticamente ridotta per motivi di spazio. Senza commenti.
Il sindaco di Bologna che, in quanto tale ha una posizione di rilievo anche nel teatro Comunale, in quello stesso teatro, per i suoi spettacoli, per i concerti lo si è visto piuttosto raramente: personalmente non ce l’ho visto mai, ma potrei essere io nel torto dato che non sono un assiduo frequentatore di questo teatro che con le sue produzioni e i suoi programmi mi alletta pochissimo. Quel sindaco, che si chiama Virginio Merola (il cognome ha un buffo anagramma in malore) pur mostrando d’aver gusti affatto plebei, come per i weekend in cui consegna il cuore della vecchia città all’immotivato vagabondaggio di quei pedoni che negli altri giorni sono i paria della circolazione urbana, questo sindaco si è innamorato di Ezio Bosso, onesto musicista dalle intenzioni vivaci, probabilmente frenate un po’ da una crudele sclerosi che in parte le affligge.
Intervenendo, non sarà più di un paio di mesi or sono, sul tema delle difficoltà economiche in cui il teatro versa, cosa normalissima per questa tipologia dello spettacolo, l’opera, che compete solo col circo per dispendiosità e scialo, egli ipotizzò che Ezio Bosso potesse essere il toccasana di questa istituzione che da secoli di ciò soffre e da altrettanto tempo non trova una medicina. Chiunque se ne sia occupato minimamente sa che i teatri d’opera nascono passivi: dell’impossibilità di ottenere anche solo il pareggio si lamentava già nel Seicento il compositore Giovanni Legrenzi che tentò a Venezia l’impresa di un teatro che non dipendesse dallo sfarzo dei paperoni d’antan. Il Merola avrebbe invece individuato in Bosso il toccasana locale; per fortuna non fu seguito da nessuno, nemmeno dal musicista fantasiosamente tirato in mezzo.
Questi è comunque una figura assai popolare nella scomposta scena delle musiche, sulla quale, se non distinguiamo tra musica e musica, dovrebbero stare tutti insieme Albano, Berio, Carter, Dalla, Donatoni, T. Monk, Mannoia, Scodanibbio, Adams, Goebbels, Monteverdi, C. Taylor, Bartók e mille e mille altri, comprendendovi ora anche i dj con la loro musica elettronica, che non è più naturalmente quella di Stockhausen, ma una cosa che vien fuori dal semi automatismo del cervello artificiale e ci perseguita con un martellare ritmico di cui han bisogno solo i consumatori che usano la musica come uno tra gli strumenti che possono mandarli fuori di testa, “Out to lunch” come mi sembra dicessero in gergo i neri Usa nell’assai alto medioevo degli anni Sessanta. Poi è arrivata la post-modernità e le jam session hanno prodotto solo marmellatina diuretica, fusion, disco et similia per la cui nobiltà non bastano nemmeno Uri Caine e Paolo Fresu; “figuriamoci Ezio Bosso”, mi vien spontaneo scrivere, con ciò rivelando solo una natura, la mia, che vive nell’epoca dei triceratopi.
Ezio Bosso comunque è stato chiamato a coprire un ruolo che forse è più onorifico che funzionale, comunque avrà il peso che le fortune del pianista e compositore riusciranno a ottenergli. Merola dice che la musica “deve essere libera”. Chissà da che? Bosso aggiunge che il coro e l’orchestra sono una comunità e che quest’ultima starebbe al fondamento di tutta la musica. Forse per questo ha scelto, a quanto dice, il programma del suo concerto inaugurale (giovedì prossimo 22) insieme agli orchestrali. Ne è saltata fuori la stessa ovvietà, più o meno, che caratterizza i concerti passatempo, con l’Italiana di Mendelssohn, Fratres di Arvo Paert, un po’ di Bach e l’Adagio per archi, gran pizza di Barber, oltre a due pagine di Bosso per pianoforte ed archi. I proventi del concerto dovrebbero andare ai terremotati dell’Umbria.
Incontro Ezio Bosso dopo una delle prove e non stento a ottenerne la simpatia umana, anche se forse egli si aspetterebbe da me qualche richiamo alle cose che l’hanno reso noto e quasi un divo tra i consumatori di TV. Gli chiedo se è vero che sia sfuggito a una rapina perché, riconosciuto dai malviventi, era stato “graziato”. Mi dice di sì e sembra che la cosa lo gratifichi: il crimine passa sullo sfondo ed è perdonato per la notorietà. Magari a un chirurgo di complicati trapianti non sarebbe andata così.
Gli chiedo di elencarmi un po’ di musiche fondamentali, una decina, e di dirmi perché, ma egli si cela dietro all’imbarazzo di dover scegliere: “Dalle mie prime memorie so che la musica ha segnato la mia vita, poi anche politica, o sviluppato un pensiero. Da Bach a Beethoven, a Liszt, a Chopin, Cage, Cecil Taylor, Pete Townshed o i Jam, Glass o i Morphine e la lista sarebbe ancora lunga”.
Ma vorrei sapere se c’è almeno un musicista che l’abbia impressionato più profondamente; egli è deciso nel dichiarare “Claudio Abbado”.
Questa scelta mi sembra un po’ strana oggi, quando un direttore può essere mediazione o sommatoria di quel che han già fatto altri: le registrazioni appiattiscono le originalità, ma visto che il mio interlocutore aspira ad affermarsi anche come direttore d’orchestra, senza chiedergli se conosce il vecchio Mengelberg e il “suo” Mahler, passo ad altro argomento e gli chiedo se ritenga che ci sia un’epoca musicale migliore delle altre.
“No” risponde, ma afferma che la presente è “la meno produttiva e creativa; in assoluto la più reazionaria”. Mi sembra detto piuttosto strano per un musicista che ha avuto il suo gran successo con un Sanremo.
Gli chiedo se sia più importante produrre quelle cose che sono chiamate eventi o avere una continuità d’applicazione. C’è una qualche iniziativa delle quale ti vien da dire “tanto rumore per nulla”?
Non ottengo risposta.
Ha senso che si protegga un genere? Il ritardo culturale che si manifesta nella vita musicale corrente è colpa di qualcuno. Il concertismo è uno strumento contro l’analfabetismo musicale o semplicemente una forma dello spettacolo?
“No comment”.
Ti senti artista o showman?
“Artista è una qualifica che dovrebbe essere data solo postuma, per quel che riguarda la musica (Chissà perché?, penso, ma sto zitto). Io – dice – mi sento una persona”.
Oltre a salvarti, a quanto pare, da un’aggressione, il festival della canzone italiana ha un senso per te? La suddetta canzone è un genere vivo, ci migliora?
“Non sono un particolare amante delle canzoni – mi dice – , non le capisco abbastanza bene. Dopo di che qualsiasi forma creativa porti benessere a qualcuno ha comunque la mia stima umana”.
D’accordo, forse, ma non saprei se qualcuno sia mai guarito da alcunché.
Dovrebbe sapere con chi collaborerà in quanto direttore principale ospite del teatro. Direi che inizi con un’edicola al vuoto di un teatro che si dice indirizzato a promuovere la musica moderna. Ma Bologna Modern, festival delle musiche contemporanee svoltosi tra il 14 e il 23 ottobre scorsi, della produzione Usa (e getta) del 900 ha presentato solo una musica di John Adams. Chissà se la cosa abbia da essere spiegata col comunismo ufficiale della città nel secondo dopoguerra. Allora, quando il sindaco era comunista, spesso il teatro era un contentino al PSI. Prima di Bomodern il teatro s’era impegnato in un tutto Nono e lì di picismo non ce n’era poco, di musica sopportabile invece, sì.
Cosa ti dicono, gli chiedo, i nomi di Sangiorgi, Carosone, Bollani e Michelangeli?
Risponde che si tratta di “tre musicisti jazz molto apprezzati e bravi (anche a cantare e fare imitazioni) e grandi animali da palcoscenico e di un musicista che al pianoforte ha inseguito e trovato la perfezione anche a discapito di altro”.
Non capisco di chi parli, ma lasciamo perdere.
PS  Spero di avere trascritto senza errori il testo. Per eventuali imprecisioni chiedo scusa anticipatamente
SadSadSad
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4 thoughts on “Bosso: l’intervista – 5 Gennaio 2017

  1. Sandra Festi ha detto:

    Anch’ io ho letto e temo di aver capito che, se pure non siamo sulla brace, per lo meno stiamo bruciando nella padella. Ma non voglio aggiungere pianto al pianto.
    Ricordo invece,che negli anni dal 1979 al 1983 il Teatro Comunale di Bologna chiudeva i bilanci in pareggio. Lo poteva fare grazie anche al contributo dello Stato.
    Peraltro, anche gli altri Enti lirici godevano di contributi e tuttavia chiudevano i conti in disavanzo che, poi,il Ministero provvedeva a sanare. Uniche eccezioni il Teatro Comunale di Bologna e quello di Torino.
    Dico questo per parziale correzione delle affermazioni del prof. Giampiero Cane.
    Sandra Festi.

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  2. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Più chiaramente ( il terreno è scivoloso…): Bosso, Bocelli ed Il Volo avrebbero avuto la medesima attenzione mediatica ( e quindi l’ inevitabile successo che ne consegue) se non fossero stati portatori di handicap e bambini? Il politicamente corretto nel quale siamo immersi fino al collo, premia in questi casi ( come in altri) indiscusse capacità o le “diversità”?

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  3. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Possiamo parlare come si suol dire “fuori dai denti”, Professore?
    Purtroppo, come da sempre è accaduto, i portatori di handicap ( ed i bambini) non vengono mai trattati da persone, da comuni cittadini: o dimenticati e vessati o sfruttati. Insomma, in qualunque modo la loro “diversità” viene sottolineata.
    Paradigmatici i casi di “sfruttamento” dell’ handicap fisico di Bocelli e della (ormai passata) fanciullezza de Il Volo. Buon per loro, ovviamente, molto meno per noi, sempre alla ricerca del fantomatico “merito” che prescinde dalla fisicità.
    Per tutti gli altri, quelli dimenticati, solo continui tagli ai servizi essenziali.

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