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Category Archives: Sinfonica
Inkinen He – FTCB Teatro Manzoni Bologna 26 Febbraio 2017
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Tipico prodotto della fucina cinese il giovane violinista He esegue con bravura e tecnica di primissimo ordine il primo concerto di Paganini, che mette in mostra tutte le difficoltà tecniche che possono essere richieste al violino. Un concerto paganiniano non permette di valutare le doti musicali di un esecutore che però mostra qualche limite nella qualità del suono, che non sempre appare luminoso e che soprattutto è sempre molto ridotto come intensità fino ad essere talvolta sopraffatto dall’orchestra. Per essere sicuro di mettere in mostra le sue doti di virtuoso esegue una cadenza nel primo tempo della durata di dieci mimuti. Sorpresa da parte del violinista cinese: anzichè eseguire come bis (come supposto) un capriccio del compositore italiano esegue una sarabanda bachiana, purtroppo con gli stessi limiti precedentemente esposti. Un’ottima sorpresa viene invece dal direttore Inkinen. Mentre poco si può dire della sua conduzione dell’interessante e breve brano di Stravinskij, eccellente risulta la sua direzione della complessa e articolata sinfonia di Dvoràk. Pur con un gesto sempre misurato (ma di grande dinamica) rende appieno il mondo musicale variegato del compositore boemo e porta l’orchestra a un livello esecutivo di primissimo ordine, sottolineato dal prolungato applauso del pubblico. Un direttore che vorremmo risentire presto a Bologna.
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Programma
Igor Stravinskij Sinfonia per strumenti a fiato (versione 1947)
Niccolò Paganini Concerto per violino e orchestra in Re maggiore no.1 op.6
Antonin Dvoràk Sinfonia n. 6 in Re maggiore, op. 60 (B. 112)
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Olli Mustonen – Teatro Comunale Bologna 3 Febbraio 2017
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Di Olli (evitare battutacce) Mustonen ho un ricordo indelebile di un ineffabile concerto per MI di undici anni fa (in sostituzione di un artista che aveva dato forfait all’ultimo momento) in cui intepretava Scarlatti come se fosse un compositore tardo romantico, con abbondanza di pedale, “rubati”, accelerazioni e ritardi, crescendi e diminuendi a profusione etc. : insomma la negazione di qualsiasi rispetto stilistico, un vero disastro. Ho avuto esattamente la stessa sensazione per il concerto tenuto per il teatro comunale di Bologna. Dopo un funereo “trittico” di sua composizione (si spera unica esecuzione a Bologna) ha eseguito il famoso concerto di Mozart come un eserciziolo tecnico, tutto troppo forte, troppo brillante e assolutamente fuori stile. La stessa mancanza di stile dimostrata nell’unico bis concesso dove tutta l’interpretazione aveva una impostazione languida, esangue e manieristica anche nel gesto, abbondanza di pedale, impostazione tardoromantica etc. etc. Quanto alla direzione della sinfonia di Prokof’ev è mancato assolutamente il riferimento al mondo granitico del compositore russo. Mustonen cerca di sostituire la mancanza di autorevolezza del gesto con una visione ginnica della direzione, con piegamenti, contorcimenti etc. etc. Insomma un pessimo concerto che ha riscosso una tiepida risposta del pubblico. Un “artista” che non abbiamo sicuramente fretta di riascoltare.
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Programma:
O. MUSTONEN Triptych per orchestra
W.A. MOZART Concerto per pianoforte e orchestra n.25 in Do maggiore K 503
S. S. PROKOF’EV Sinfonia n.6 op.111
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Znaider Matsuev – Teatro comunale Bologna 26 Gennaio 2017
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Di Denis Matsuev questo blog ha già avuto modo di occuparsi in occasione del suo concerto del 22 Febbraio 2016 per Musica Insieme e il giudizio non può discostarsi di molto da quello di allora. Pianista oltremodo roccioso (nel senso più autentico della parola), dotato di una tecnica d’acciaio riesce però raramente a tenere a freno le proprie capacità atletiche per sottometterle a quelle interpretative (a differenza – ad esempio – di A. Volodos) talché anche nei pochi momenti lirici che si concede dà però sempre l’impressione di aspettare con ansia il momento in cui dare sfogo alle proprie capacità ginniche. Ovviamente in un concerto con orchestra deve sottostare al fraseggio con l’orchestra e quindi l’esecuzione del concerto beethoveniano è risultato di buona (non eccelsa) qualità e ha trovato i suoi momenti migliori nel rondò finale. Naturalmente i tre bis concessi gli hanno permesso di sfoggiare il suo potenziale tecnico e in particolare la trascrizione di Ginzburg di un brano del Peer Gynt e segnatamente un brano virtuosistico jazzistico che ha mandato in visibilio un pubblico di bocca buonissima. Qualcuno ha ricordato il circo Barnum…. Quanto al direttore Znaider certamente Bruckner non è nelle sue corde. La tipica gigantiasi del compositore avrebbe bisogno di ben altra bacchetta per dare un senso a una partitura che è basata su un organico smisurato. Nel caso dell’esecuzione in questione – invece – le varie sezioni non sono risultate affatto equilibrate e gli ottoni hanno evidenziato purtroppo le solite carenze con un risultato complessivo certamente sotto la media. L’unico elemento positivo è certamente il ritorno della sinfonica al comunale e la qualità del suono che con gli ultimi accorgimenti acustici è risultato di eccellente qualità.
Programma:
L. V.BEETHOVEN Concerto per pianoforte e orchestra n.3 in Do minore op.37
A.BRUCKNER Sinfonia n.6 in La maggiore WAB 106
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Michele Mariotti – Teatro Comunale Bologna 13 Gennaio 2017
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Un bel concerto con l’unico difetto di un programma troppo impegnativo come lunghezza. Coadiuvato da Alessandra Marianelli soprano, Raffaella Lupinacci mezzosoprano, Alessandro Luciano tenore, Anicio Zorzi Giustiniani tenore e Michele Pertusi basso, e con un coro del teatro in particolare forma, la messa di Schubert è risultata in tutta la sua articolazione e bellezza. Difficile dare un giudizio sui “soli” data la loro esigua parte ma certamente anch’essi si sono integrati perfettamente nell’esecuzione. E per una volta l’orchestra del teatro ha fornito un prova maiuscola (che speriamo possa ripetersi in futuro) guidata con mano sicura da Mariotti che ha colto tutte le sfumature della partitura Schubertiana. Quanto alla sinfonia di Bruckner, caratterizzata come in tutte le sue opere da una gigantiasi che spesso rende difficile seguirne il filo, si può affermare che l’esecuzione è stata di buona qualità ma certo inferiore a quella schubertiana. Personalmente resto convinto che sia un errore proporre un concerto senza solisti. Un buon successo comunque (non clamoroso) di pubblico. Da notare che per il 30% la sala era vuota e chi ha un certo numero di primavere sulle spalle ricorda perfettamente che in un passato dei concerti sinfonici se ne facevano due turni (A e B): dice niente tutto questo?
Programma
Franz Schubert Messa n.6 in Mi bemolle maggiore, D 950
Anton Bruckner Sinfonia n.1 in Do minore WAB 101
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Mariotti Hamelin – Bologna Manzoni 3 Dicembre 2016
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Marc-André Hamelin è concertista di primissimo ordine ingiustamente finora trascurato dalle organizzazioni bolognesi (drammaticamente conservatrici – non uso l’aggettivo provinciale perché rimproveratomi da una lettrice…) di cui ricordiamo una magistrale esecuzione (disponibile su CD) del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Brahms con la direzione di Andrew Litton e la Dallas Simphony Orchestra. Nel concerto di ieri sera ha ancora una volta dimostrato le proprie doti. Dotato di un pianismo che nulla concede agli effetti speciali la sua esecuzione ha scavato a fondo nel significato musicale del quarto concerto con una esecuzione che ha ricordato da vicino il pianismo di Alfred Brendel. Tecnica raffinatissima ma sempre all’esclusivo servizio dell’interpretazione con una dinamica dei suoni che ha permesso di apprezzare in tutte le sue dimensioni gli aspetti più profondi della partitura senza alcuna sbavatura in tutti e tre i tempi. Di questo approccio se ne è avuta una prova fin dai primi accordi di apertura del primo tempo. In un’esecuzione che non esito a definire perfetta l’unico neo sono state le due cadenze del primo e dell’ultimo tempo, composte da Hamelin, i cui influssi para-jazzistici poco e nulla hanno avuto a che vedere con lo spirito del concerto e nei quali – a differenza di quanto ci si deve aspettare in una cadenza – i temi dei tempi cui esse facevano riferimento, sono risultati quasi inesistenti rompendo il discorso musicale con una cesura francamente da evitare. L’interesse jazzistico del pianista è stato anche rimarcato dai due bis (di autore a me ignoto ma forse dello stesso Hamelin). Un esecutore, comunque di altissimo livello che dobbiamo augurarci di potere risentire quanto prima in un recital solistico. Di ottima qualità l’esecuzione della quinta sinfonia di Beethoven, soprattutto nell’ultimo tempo e nella sua misteriosa introduzione mentre un po’ meno significativo è risultato il primo tempo. Non giudicabile il breve brano mahleriano. Ovviamente Michele Mariotti cerca di ottenere il meglio dall’orchestra del teatro comunale i cui limiti sono ben noti e nella quale ancora una volta per due volte (nel primo tempo del concerto e della sinfonia) la sezione dei corni ha lasciato a desiderare.
Programma
Gustav Mahler Blumine
Ludwig van Beethoven Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra in sol maggiore Op. 58
Ludwig van Beethoven Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67
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Maisky Rustioni – Pomeriggi musicali Milano 15 Ottobre 2016
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Addobbato con una sgargiante blusa blu, i lunghi capelli bianchi ondulati, pizzetto e barba bianca, Mischa Maisky si presenta al pubblico come una icona del violoncellismo mondiale. Si siede su un predellino che appare fatto su misura, con una protuberanza che gli permette un puntale di 80 cm; il violoncello risulta praticamente sdraiato sulla persona. L’esecuzione è naturalmente di altissima qualità ma non raggiunge le stesse vette del passato. Tecnicamente perfetta, risulta in certi passaggi un po’ debole e il suono ne risente. La colpa è certamente anche della terribile acustica del teatro Dal Verme e di una orchestra che non viene sufficientemente tenuta a bada dal direttore, coprendo spesso il suono del violoncello. L’esecuzione del difficilissimo concerto di Dvořák meriterebbe di certo un’orchestra che assai meglio assecondasse l’interprete. Quanto a Maisky gli anni passano per tutti (e ne fa fede l’evidente sforzo nel suonare che lo costringe ripetutamente a detergersi il sudore) e certamente il violoncello è strumento impietoso, assai più del pianoforte (penso a grandi vecchi come Radu Lupu in grado di fornire prestazioni eccezionali anche laddove la tecnica non lo sorregge più come un tempo). In ogni caso grande successo di pubblico e due bis bachiani. Nel secondo tempo il concerto ha presentato la quinta sinfonia di Sibelius, un brano certamente non di grande spessore eseguito da un’orchestra piena di buona volontà ma oggettivamente di qualità mediana. E questo nonostante le contorsioni del giovane direttore cui bisognerebbe suggerire l’analisi del gesto dei grandi direttori, sempre misurato e autorevole senza eccessi ginnici che nulla portano alla qualità dell’esecuzione. Non molto altro da dire. Buon successo di pubblico (e un po’ di stonata clacque locale..).
Programma
Antonín Leopold Dvořák Concerto per violoncello e orchestra op. 104
Jean Sibelius Sinfonia op. 82
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Yoshida Masleev – FTCB Teatro Manzoni 6 Giugno 2016
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Il giovane Masleev è pianista di solidissime basi tecniche, di buona musicalità e di rispetto dello stile dei brani eseguiti. Il primo concerto di Čajkovskij è una partitura di impervie difficoltà tecniche risolte con apparente facilità dal giovane russo, vincitore del concorso Čajkovskij del 2015. Quello che appare ancora mancare è la maturità interpretativa che è qualità certamente alla sua portata se avrà la pazienza di continuare i suoi studi senza farsi attrarre da troppi concerti, un problema che purtroppo affligge molti giovani interpreti. Lo star-system della musica classica ha sempre più bisogno di nuovi talenti da immettere in un mercato diventato difficile e Masleev è certamente elemento molto “appetibile” per la sua giovane età e per la vittoria a uno dei più importanti concorsi pianistici del mondo. Due i bis eseguiti entrambi di Čajkovskij. Purtroppo l’esecuzione del concerto di ieri sera è stata piagata da un direttore assolutamente non all’altezza, che ha obbligato l’orchestra (e quindi il solista) a un volume di suono eccessivo che non ha permesso di cogliere le sfumature della partitura, la quale in molti casi si è risolta in un approccio muscolare e persino sgradevole. Yoshida è il massacratore della Butterfly di apertura della stagione 2014-2015 del teatro comunale (nelle recenti Nozze di Figaro si è fortunatamente limitato a un direzione piatta e incolore), ha una gestualità esasperata (mentre dirigeva pensavo alla signorilità composta ma autorevolissima di Abbado) e addirittura si esibisce in “stomping” del pulpito (tanto per aumentare il rumore). Che sia stato scelto per le aderenze giapponesi che hanno portato la Filarmonica bolognese a eseguire opere in Giappone con qualche dubbio relativo alla liceità dell’operazione? Una nota di biasimo assoluta per un direttore che speriamo di vedere sparire quanto prima dall’orizzonte bolognese.
Programma
Pëtr Il’ič Čajkovskij Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in si bemolle minore, op. 23
Leonard Bernstein West side story: Symphonic dance
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Takàcs Kremer – Manzoni Factory 16 Maggio 2016
Avevo avuto modo di ascoltare Gábor Takács Nagy in quartetto e ne avevo un ottimo ricordo come violinista e come membro del quartetto. Nel concerto di ieri sera si è presentato nel ruolo – che svolge sempre più frequentemente- di direttore d’orchestra e con buoni risultati. La sua è una direzione energica che tende più alla visione di insieme di un brano che alla ‘analisi dettagliata dei particolari ma oggettivamente con buoni risultati. Sotto la sua bacchetta (virtuale, perché dirige senza) la filarmonica del teatro comunale ha saputo rendere appieno il significato musicale della seconda sinfonia di Čajkovskij (oggettivamente non un capolavoro del compositore russo) riscuotendo un giusto e caloroso applauso del pubblico. Un discorso diverso vale invece per i brani che hanno visto al violino Gidon Kremer. A parte la Sérénade mélancolique il cui spessore musicale è decisamente ridotto è stato eseguito il famosissismo concerto per violoncello e orchestra dell’ultimo Schumann nella trascrizione “originale” per violino. Una versione decisamente discutibile che sottolinea costantemente come il brano fosse previsto per il violoncello (vista la preponderanza di timbri scuri dell’orchestra) e nell’ambito del quale il violino non trova la giusta sonorità, perdendo quell’aura nobile e fiera che la versione per violoncello fornisce. A questo si aggiunga che Kremer, per sua natura, non è violinista aggressivo ed energico ma “di tocco” il che ha aggravato in senso negativo l’esecuzione del concerto. Mentre è comprensibile che data la rarefatta letteratura violoncellistica si tenti di arricchirla con trascrizioni di brani violinistici il discorso non vale al contrario e certe operazioni di archeologia musicale andrebbero evitate. Il contesto in cui certe trascrizioni avevano un senso (si pensi – ad esempio – anche alla trascrizione Beethoveniana della grande fuga op. 133 per pianoforte a 4 mani che certo non è neppure comparabile alla versione per quartetto) non è quello moderno con tutti i mezzi di riproduzione oggi disponibili. Peccato perché Kremer in altri contesti è capace di superbe interpretazioni: nel caso in questione la sua prestazione è stata appena sufficiente.
Programma
Robert Schumann
Concerto per violoncello e orchestra in la minore, op. 129
(trascrizione originale per violino e orchestra)
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Sérénade mélancolique per violino e orchestra, op. 26
Sinfonia n.2 in do minore, op.17 “Piccola Russia”
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Paredes Ionita – Bologna Teatro Manzoni 26 Aprile 2016
Come sempre la limitata letteratura violoncellista porta a inevitabili confronti. Le Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra di Čajkovskij sono state il cavallo di battaglia di molti grandi solisti e in particolare di Mstislav Rostropovič: un confronto difficile e persino impietoso che ha visto il giovane violoncellista rumeno Andrei Ionita impegnarsi a fondo in una partitura complessa e in molti tratti tecnicamente molto ardua. Il risultato è stato quello di una buona – non superlativa – esecuzione, non tanto sotto il profilo tecnico (seppure qualche incertezza di intonazione all’inizio del brano si è avuta) quanto sotto l’aspetto interpretativo. Una partitura romantica su un tema barocco richiede un equilibrio fra i vari aspetti stilistici che purtroppo in molte variazioni è venuta a mancare. Ciò è stato particolarmente evidente nelle parti più liriche dove l’assenza di virtuosismo lascia l’esecutore “scoperto”. I dubbi sulle qualità di Ionita sono stati confermati anche dall’esecuzione di due numeri bachiani (suites prima e terza) che sono risultati particolarmente scialbi e incolori. Un terzo bis di solo “pizzicato” è a me totalmente ignoto. Quanto ai brani orchestrali l’orchestra del teatro Comunale (pardon, la Filarmonica del teatro Comunale….) ha ripetuto quelli che sono i suoi pregi e i suoi difetti. Ottime le sezioni degli archi, decisamente inferiori i fiati dando luogo a un impasto sonoro di qualità variabile. Ma ci ha messo del suo il direttore Paredes che ha iniziato primo e secondo tempo della sinfonia al passo di una marcia funebre, con una dilatazione dei ritmi che hanno totalmente snaturato il bellissimo ordito musicale del compositore russo. Quali recondite pulsioni possano portare a scelte così improbabili non è dato sapere, ma certo il risultato è stato disastroso: meglio il terzo e quarto tempo e non classificabile il pezzo d’occasione di Busoni.
Programma
F. Busoni
Eine Lustspiel Ouverture op. 38
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Variazioni su un tema rococò op. 33
Sinfonia n.5 op. 64
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Argerich Nagy Manchester Camerata – Bologna Festival 6 Aprile 2016
Difficile dire se si può parlare male di Garibaldi ma ormai del primo concerto di Beethoven suonato dalla Argerich (che ormai si dedica principalmente alla musica da camera e da moltissimi anni non tiene più un concerto solistico) abbiamo fatto il pieno e francamente non si sentiva la necessità di un’ulteriore ripetizione. La grande Martha suona benissimo ma la ossessiva ripetizione dello stesso programma fa nascere dei dubbi e forse richiedere un cambiamento (che so? un V concerto, un concerto di Chopin…) rispetto al I e II di Beethoven, al concerto di Ravel e poco altro sarebbe chiedere troppo? O gli organizzatori sopraffatti dal timore reverenziale verso l’icona del pianismo mondiale, campionessa di rinunce all’ultimo momento, non si attentano convinti che comunque il solo nome sia sufficiente a fare felici gli abbonati? Personalmente mi dichiaro insoddisfatto. E non credo neppure che valga l’ipotesi di problemi di memoria. A parte che ci sono stati (Richter) e ci sono (Pogorelich, Zimerman) grandi artisti che si sono avvalsi e si avvalgono dello spartito che dire del coetaneo Barenboim che in repertorio a memoria ha decine di concerti? E Sokolov etc.? Veniamo al concerto. L’orchestra è quella che è: una formazione come tante che certamente non risulterà negli annali del Bologna Festival e con alcune sezioni deboli, come quella degli ottoni e segnatamente dei corni che denunciano preoccupanti incertezze nell’adagio della prima sinfonia mozartiana. L’esecuzione della Jupiter è accettabile con un buon finale che riscatta in parte l’esecuzione scialba degli altri tempi. L’esecuzione della Argerich del concerto beethoveniano è impeccabile (probabilmente sarà la trecentesima volta e più che l’esegue) con un fraseggio sapiente e una tecnica che di certo non fa presagire l’età della pianista. Forse leggermente discutibile è il tempo staccato nel finale, eccessivo al limite del virtuosismo fine a sé stesso che finisce per deprimere il significato musicale del brano. Come unico (unico come al solito) bis viene eseguita la celebre toccata scarlattiana (quella delle note ribattute – per intenderci – che potrebbe essere rinominata “il trionfo del doppio scappamento”), un cavallo di battaglia della pianista argentina dagli anni ’60 (ce n’è una registrazione anche su youtube) che era già stata un cavallo di battaglia di Horowitz. Un’esecuzione tecnicamente strabiliante anche se molto discutibile sul piano stilistico, visto che la composizione era stata prevista per il clavicembalo, uno strumento che di certo non permetteva la stessa velocità, neppure da lontano. Un eccellente (ma non strepitoso) successo di pubblico.
Programma
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.1 in mi bemolle maggiore K.16
Ludwig van Beethoven Concerto n.1 in do maggiore op.15
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.41 in do maggiore K.551 “Jupiter”
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Stuttgart BarockOrchester und Kammerchor – Bologna Festival 19 Marzo 2016
Dopo la bellissima esecuzione della terza sinfonia di Mahler la Passione secondo Giovanni di Bach ha certamente sofferto del confronto, così come la partitura soffre del confronto con la sorella maggiore, la passione secondo Matteo. Dell’orchestra e dei soli si può soltanto affermare che si tratta di buoni, non strepitosi professionisti che hanno dato luogo a una esecuzione ricevuta dal pubblico con “composto” successo. Difficile enucleare valori specifici: il collettivo ha offerto una lettura non entusiasmante e nessuna delle voci ha destato particolare interesse. Senza lode e senza infamia….
Programma
Johann Sebastian Bach Passione secondo Giovanni BWV 245
Durettore Frieder Bernius
Soli Anja Petersen, Sophie Harmsen, Tilman Lichdi, Ludwig Mittelhammer,Thilo Dahlmann
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Budapest Festival Orchester – Bologna Festival 15 Marzo 2016
Come ogni anno il Bologna Festival apre con un concerto sinfonico-vocale: quest’anno ospitata è stata la Budapest Festival Orchester, un complesso affiatato e di grande qualità che ha eseguito la gigantesca terza sinfonia di Mahler. Un’esecuzione di grande spessore nella quale è stato possibile apprezzare tutte le sezioni dell’orchestra a cominciare dagli ottoni e in particolare dalla tromba protagonista di una eccezionale performance nella seconda parte della sinfonia. Merito del successo dell’orchestra va ascritta al direttore Ivan Fischer che ha saputo estrarre dalla partitura tutti i temi e le recondite sfumature districandosi in un tessuto musicale di non facile lettura. A coadiuvarlo l’eccezionale mezzosoprano Gerhild Romberger dotata di una calda voce straordinaria che ha interpretato alla perfezione sia il Lied su testo di Nietzsche sia il canto popolare in antifona con il coro femminile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il coro di voci bianche del Teatro Comunale di Bologna entrambi ottimamente orchestrati. Una serata di grande e meritato successo che ha scatenato il giusto entusiasmo da parte del pubblico. Unico neo il solito ritardo nell’inizio del concerto (con maleducati ritardatari al seguito) a fronte di una sinfonia che addirittura dura ininterrottamente per 100 minuti. Possibile che gli organizzatori non capiscano che il ritardo è un’inaccettabile e ingiustificata manifestazione di provincialismo? Sono mai stati a un concerto a Berlino, a Salisburgo, a Londra etc. ?
Programma
Gustav Mahler Sinfonia n.3 in re minore
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Nuova orchestra Mozart – 27 Febbraio 2016
Premetto: per onore di firma e di coerenza sono stato fra i primi a sottoscrivere il crowdfunding seppure nella perfetta convinzione che fossero soldi buttati al vento. I motivi del mio scetticismo sono molteplici ma derivano soprattutto dalla convinzione che con l’emotività si va poco in là (scusate la pessima rima!). Innanzitutto mi pare che ci si trovi in presenza di un tipico esempio di wishful thinking in assenza di un chiaro e analitico “business plan”. I 500 K€ che sono considerati sufficienti per iniziare come saltano fuori? Ed esattamente per cosa? Il progetto come presentato pare basarsi sull’assunto che gli strumentisti (fra i quali molte prime parti) siano disponibili sostanzialmente ad azzerare i loro emolumenti. Ora mentre in una primissima fase potrebbe anche essere possibile (ma non scontato) quanto può durare la situazione? Le “anime belle” hanno il fiato corto e i richiami economicamente significativi sono molti. Sottoscrizioni: a tutt’oggi (27 Febbraio ore 23.45) con 280 donatori la cifra raggiunta è di 18.200 euro: con questa media con 1000 sottoscrittori (un numero enorme) si raggiungerebbero meno di 100.000 euro! Ma poi vi sono dei fatti curiosi. Ad esempio fra i finanziatori citati sul sito (neppure messi in ordine alfabetico!) non ci sono gli eredi di Abbado né i primi promotori dell’iniziativa. Ora la credibilità di un’iniziativa richiede il “metterci la faccia” (la tasca in questo caso) mentre in questo frangente non pare che siamo in questa condizione. Perché? E gli sponsors (quelli significativi e capienti) dove sono? Io faccio voti di sbagliarmi ma una certa esperienza industriale mi porta a un fondato e rassegnato scetticismo. Wait and see….
PS A proposito: qualcuno sa dove siano finite le donazioni via crowdfunding a Chris Merritt che pareva sull’orlo del suicidio per indigenza (e che naturalmente ho finanziato)? Il sito di donazione e tutto il resto sono … spariti!!!! Any opinion…? A pensar male ..
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Akademie für alte Musik Berlin – Musica Insieme 14 Dicembre 2015
Finalmente un’orchestra da camera barocca capace di rigore filologico senza ridicoli atteggiamenti talebani (quali ad esempio – in certi casi – ridicoli travestimenti d’antan). Il complesso è assai noto nei circoli culturali del settore e ha offerto un concerto di alta qualità imperniato su un ventaglio di autori, da Biber a Corelli passando per Telemann Vivaldi, Locatelli e il meno noto (ma ugualmente valido) Pez. Rigore stilistico, affiatamento, calibrazione del suono (addirittura spostando in un caso i flauti nel retropalco per evitare sonorità eccessive e prevalenti) e tecnica esecutiva di altissima qualità sono i suoi indiscutibili meriti. Fra gli strumentisti da citare le bravissime Anna Fusek (flauto) e Xenia Löffler (oboe e flauto dolce) che hanno saputo destreggiarsi magistralmente con gli strumenti barocchi (quelli – per intenderci – privi delle chiavi meccaniche oggi in uso). Un concerto di grande livello, applaudito calorosamente dal pubblico e concluso (come poteva essere diversamente?) con un tempo del IV concerto brandeburghese che ha naturalmente suscitato l’entusiasmo degli spettatori. Interessanti ma discutibili le tesi di Fabrizio Festa nella breve conversazione che ha preceduto il concerto. Illudersi di impostare una sensibilità di fruizione dei brani corrispondente ai tempi in cui furono composti sperando di scrollarsi di dosso la nostra storia per ricostruire la sensibilità e l’ambiente esecutivo del tempo (i brani eseguiti non erano certo previsti per un uditorio di 1.200 persone!) è operazione utopica e anche ingiusta. Non siamo forse anche oggi, con la nostra sensibilità moderna, in grado di capire e godere della musica del passato (cosa che naturalmente vale anche per i romantici, i post- romantici etc.)? Comunque un bel regalo di Natale da parte di Musica Insieme.
PS Qualcuno mi ha accusato di scrivere solo posts negativi (per lo meno nella maggioranza dei casi). Ne ho riletti alcuni dei più recenti e le cose stanno diversamente: non so se sia un merito o un demerito ma questa è la realtà.
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Romanovsky Zagrosek – Bologna sinfonica comunale 26 Novembre 2015
Avevamo apprezzato Alexander Romanovsky da quando a 17 anni aveva vinto il Busoni ma purtroppo abbiamo assistito nel concerto in questione a una preoccupante involuzione. Nell’esecuzione del secondo concerto di Brahms ha infatti prevalso l’aspetto esteriorizzante, la gestualità esasperata (ogni attacco del pianoforte sembrava una aggressione alla tastiera) mentre è mancato totalmente l’approfondimento musicale per una partitura dalle mille sfaccettature che segna l’ingresso del compositore amburghese nella sua ultima fase, quella della introspezione, della rarefazione insomma del dettato musicale. E sorprendentemente anche l’esecuzione tecnica non è risultata immacolata (nel quarto tempo si è avuto anche un vuoto di memoria – o addirittura un “pasticcio” – coperto dall’orchestra e risolto dall’esecutore con molto mestiere). Naturalmente l’armamentario tecnico di Romanovsky è di prim’ordine (eccezionali i passaggi di ottave nel secondo e nel quarto tempo) ma questo certamente non è sufficiente per una composizione che unisce a una difficoltà tecnica trascendentale un percorso musicale di amplissimo respiro. E senza dubbio il pianista di Dniprodzeržyns’k non è stato aiutato da un’orchestra e da un direttore “non in serata”. Si inizia con una intonazione incerta dei corni all’inizio del primo tempo (una pecca ripetuta anche all’attacco e all’interno dell’oratorio beethoveniano della seconda parte del concerto) e con un relativo tempo troppo allargato per finire con un costante affanno a concertare i tempi con il pianista. E anche i bis solistici (lo studio n. 12 dell’op. 10 di Chopin e una trascrizione di un preludio Bachiano) non hanno ecceduto un livello medio. Peccato. Nella seconda parte il direttore non riesce a scaldare la platea con un’esecuzione non memorabile della Leonora n. 3; nello scarsamente eseguito oratorio Beethoveniano (Christus am Ölberg) gli interpreti vocali non sono stati tutti all’altezza del compito. In particolare non è risultata convincente la soprano Patrizia Biccirè, una bella voce lirica – belli i suoi acuti scintillanti ma di taglio rossiniano – che però non si trova a suo agio in una partitura seria e talvolta drammatica e la cui emissione è spesso sovrastata dall’orchestra (complice il direttore). Nella norma il tenore Daniel Kirch mentre di grande qualità è stata la performance del basso David Steffens, voce possente e piena, purtroppo in una parte fin troppo ridotta. Perché poi nel libretto di sala (carta patinata con molte pagine) non sia presente il necessario testo dell’oratorio – dal momento che i sopratitoli non sono disponibili – è un mistero. Un concerto di certo non memorabile.
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Dindo Senzaspine – Teatro Duse 4 Novembre 2015
C’è un aspetto di Enrico Dindo che si somma alle sue eccezionali caratteristiche musicali: quello di dare l’impressione non solo di divertirsi durante le sue esecuzioni, ma anche quello di essere “alla mano” ovvero di non presentarsi come un ieratico ministro di un’arte superiore ma bensì come un artefice insieme al pubblico di una festa musicale. Lo ha dimostrato anche nel concerto in questione nel quale, presentatosi con un abbigliamento al limite del “casual” proprio a dimostrare la sua vicinanza agli altri esecutori e al pubblico, con pochi ma significativi gesti del capo e della persona ha trascinato la giovane orchestra “senzaspine” a una esecuzione di altissimo livello. Una vera festa della musica dominata dall’eccezionale tecnica e dalla musicalità di un artista che pure nel gotha internazionale dei violoncellisti non ha ancora visto il suo nome inserito ai vertici assoluti mondiali insieme a Yo Yo Ma, Mischa Maisky, Mario Brunello, Natalia Gutman etc. come meriterebbe. E complimenti per avere accettato di eseguire con una giovane ma promettente orchestra (tutti, direttore incluso, under 35) che certamente ha molto imparato da Dindo nel corso dell’esecuzione del celebre concerto di Dvořák. Il preludio della prima partita di Bach per violoncello solo è stato il bis concesso da Dindo (forse meno eccezionale del concerto). Una giovane orchestra che ha eseguito nella seconda parte – sempre del compositore ceco – la altrettanto famosa “sinfonia dal nuovo mondo” composta nel suo periodo newyorkese. Qui un minimo di inesperienza del direttore (che forse dovrebbe ricordarsi che le due braccia possono e devono muoversi non all’unisono – Abbado docet) e dell’orchestra ha sottolineato i limiti attuali della giovane compagine nella quale però la sezione dei fiati (e in particolare quella dei corni – strumento terribilmente infido) ha offerto una prova significativa. Purtroppo la sala del concerto – il teatro Duse dedicato normalmente agli spettacoli di prosa – ha un’acustica disgraziata, ma questo non ha impedito al pubblico abbastanza numeroso – anche se un po’ scalcinato in quanto non avvezzo al galateo delle sale da concerto, come dimostrato dagli applausi alla fine dei primi tempi – di tributare un buon, meritato successo al concerto.
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Yoshida Hewitt – Bologna Teatro Manzoni 8 Giugno 2015

Per celebrare il mio 200-esimo (!!) post di questo blog sono a recensire il concerto che ha visto Angela Hewitt come solista. La pianista di origine canadese è da tempo al vertice del pianismo internazionale con un repertorio vastissimo che spazia da Bach a Ravel e ha acquistato grande notorietà per le sue interpretazioni bachiane che le hanno valso alcune roboanti lodi come “la più importante interprete di Bach dei nostri tempi” (The Sunday Times) oppure “la pianista che definirà Bach al pianoforte per gli anni a venire” (Stereophile), affermazioni quantomeno incaute nella loro assolutezza come se ad esempio Schiff o Sokolov non avessero nulla da dire in materia. L’aspirazione a valori assoluti nel campo interpretativo pare più un favore fatto alle case discografiche che una meditata riflessione su un tema che per sua stessa natura è soggetto a valutazioni del tutto inevitabilmente non oggettive (naturalmente rispetto dello stile a parte). Ciò premesso è certo che Angela Hewitt ha giocato e gioca un ruolo di primissimo ordine nel campo bachiano ma le va riconosciuto al contempo una grande duttilità e se ne è avuta una prova nell’esecuzione del concerto n.2 di Beethoven. Il pianismo della Hewitt è improntato a un assoluto rigore stilistico sostenuto da una tecnica di prim’ordine che mai ha il sopravvento sull’interpretazione. E’ però certo che la Hewitt proietta il suo imprinting bachiano in tutte le sue esecuzioni e ciò è risultato molto evidente nel concerto in questione dove è mancato in parte l’afflato espressivo compresso da una freddezza rigorista che ha ridotto il significato protoromantico del brano beethoveniano, la stessa geometrica e un po’ asettica precisione che ne fa un’interprete perfetta per il repertorio Raveliano. Sia chiaro: un’interpretazione di altissimo livello ma forse un po’ troppo fredda e distaccata. L’esecuzione del concerto è stata sostenuta da un ottimo Hirofumi Yoshida di cui abbiamo apprezzato nell’Ouverture dell’Oberon di C.M. von Weber il gesto ampio e la capacità di sottolineare il significato di tutte le sezioni dell’orchestra nel contesto di una esecuzione rigorosa e di grande qualità. Un bis scarlattiano della Hewitt.

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Pletnev Schuch – Bologna 4 Maggio 2015
Avevamo già avuto modo di recensire un concerto di Herbert Schuch (Herbert Schuch) e il giudizio, ovviamente, rimane il medesimo: un pianista di buona qualità, intimista, lontano da qualunque esibizionismo che trova i suoi accenti migliori nei brani cantabili (talvolta un po’ troppo strascicati a fini interpretativi). Schuch non concede nulla al virtuosismo anche se questo atteggiamento interpretativo, quando troppo ripetuto, finisce con banalizzare anche brani (e ce ne sono nel IV concerto di Beethoven!) nei quali un pianismo brillante – non virtuosistico! – meglio renderebbe lo spirito della composizione. Certamente Schuch deve ringraziare la direzione di Pletnev del concerto che proprio per la sua impostazione pianistica ha saputo assecondarlo al meglio. Anche l’unico bis concesso si è inquadrato nello stesso schema esecutivo. Insomma un buon, non esaltante, pianista. Differente è il giudizio sui due brani orchestrali. Mentre per l’ouverture Schumanniana op. 81 Genoveva nulla vi è da eccepire molto c’è da dire sulla trascrizione orchestrale di Pletnev delle variazioni e fuga su un tema di Händel di Brahms. Una pessima trascrizione che ha completamente sfigurato lo splendido quadro compositivo del compositore amburghese. Mentre l’impostazione originale del ciclo (l’unico pianistico insieme alle virtuosistiche variazioni su un tema di Paganini) rispetta totalmente lo spirito del tema barocco, ci si trova nella innecessaria trascrizione (ma che significato ha, quando ci sono tanti brani orchestrali specificamente composti?) in un fragore di fiati che violano totalmente il tessuto connettivo del brano. Che significato ha affidare il delicato tema barocco alle trombe (fra l’altro non particolarmente brillanti nel caso)? E la IV variazione ad esempio? viene trasformata dalla trascrizione in una sorta di concerto bandistico. Necessariamente le variazioni più cantabili vengono affidate a singoli strumenti rendendole una sorta di piccoli concerti per strumento con accompagnamento di orchestra. Siamo distanti anni luce dalle impostazioni originali delle variazioni Brahmsiane (ad esempio quelle sul corale di S.Antonio o la passacaglia della IV sinfonia) che forse Pletnev dovrebbe ascoltare ripetutamente prima di trascrivere in modo così rozzo un brano pianistico così eccezionale. Insomma un vero disastro che non rende certamente giustizia a un artista come Pletnev che comunque preferiamo assai come pianista anziché come direttore (ma la tentazione di dirigere è irresistibile anche per motivi non sempre confessabili). Possiamo solo dire: peccato! Una breve citazione merita anche l’intervista di apertura (!) a Carmela Remigio nel magazine dell’orchestra: le domande sono così banali e da settimanale di gossip che si percepisce l’imbarazzo (giustificatissimo) della Remigio a rispondere! Il giornalismo non è mestiere per dilettanti allo sbaraglio.
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Swedish Radio Symphony Orchestra Frang – Bologna Grandi Interpreti 24 Aprile 2015
Non sono d’accordo con la incondizionata “Begeisterung” (grande entusiasmo) dell’ “innominato” (un esperto musicale che rifiuta di vedere associato il proprio nome anche per un commento a questo blog e che é anche un grande estimatore del fascino muliebre delle esecutrici cui spesso soggiace nei suoi giudizi musicali….): la giovane violinista norvegese Vilde Frang è un’ottima professionista che però non ha ancora raggiunto – anche data la sua ancora giovane età, 28 anni – quella maturità che è richiesta per entrare nel gotha del violinismo internazionale. Grande musicalità, fraseggio ampio e convincente, senso dello stile (così importante in Brahms), ha però un suono piuttosto piccolo che in certi casi è scomparso sommerso dalle sonorità esuberanti della orchestra svedese sotto la direzione di Daniel Harding. Pur dotata di un’ottima tecnica non sono mancate nell’esecuzione della difficilissima partitura incertezze sia nell’attacco del primo tempo che – segnatamente – nell’esecuzione della cadenza sempre del primo tempo. L’impostazione prevalentemente lirica del suo violinismo porta a credere che possa dare il meglio di sé in un repertorio cameristico nel quale ci auguriamo di poterla presto ascoltare. Di certo un potenziale grande talento che ha ancora ampi margini di miglioramento. Un bis di un autore a me “diversamente noto”… L’esecuzione della Symphonie Fantastique di Berlioz (esponente di punta del grand opéra francese – si pensi alla recente, bellissima esecuzione de Les Troyens alla Scala) è stata un grande successo anche per la qualità dell’orchestra che è risultata di eccellente in tutte le sue sezioni. Peccato che l’acustica del teatro Manzoni e la sua ridotta dimensione siano inadatte al brano eseguito e ne abbiano compresso il valore sinfonico. Daniel Harding ha diretto secondo il suo stile, la cui cifra distintiva è la ricerca di sonorità esuberanti e l’accentuazione delle dinamiche talvolta a scapito della cantabilità. Ma non è questo il caso della esecuzione di cui alla presente recensione alla quale va un plauso incondizionato anche se il risultato per i limiti suesposti è stato purtroppo compresso. Grande, immaginabile, meritato successo del pubblico del Bologna Festival.
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Collegium Musicum Bae- Bologna Musica Ateneo 21 Aprile 2015

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La serata comincia malissimo: per 25 minuti dopo l’orario di inizio previsto, le signorine dell’accoglienza si muovono avanti e indietro per il corridoio centrale senza alcun evidente motivo (quale Godot avrebbe dovuto palesarsi?), cosicchè il terribile, temutissimo pistolotto introduttivo inizia con un ritardo da dopolavoro parrocchiale terzomondista. Nel frattempo il pubblico arriva alla spicciolata, consapevole che tanto l’orario indicato è solo un’ipotesi. Il pubblico non è quello che frequenta normalmente le sale da concerto bolognesi e al suo interno si notano alcuni attempati signori con una ridicola abbronzatura da ustione, con la quale cercano di nascondere – invano – gli impietosi segni del tempo. Il pistolotto – forse il peggiore che negli ultimi tempi abbia molestato il mio sistema uditivo – viene letto con voce monotona da un ignoto giovane di brutte speranze: fra le perle del contenuto l’affermazione che il terzo concerto di Beethoven è il primo nel quale si evidenzia la personalità del musicista di Bonn. Una frase che certamente fa rivoltare Ludwig nella tomba (e la grande Marta che fa? suona concerti di secondo ordine?), probabilmente copiata da una pagina sbagliata di un manuale scadente di storia della musica. Si inizia con due brani non troppo impegnativi per l’orchestra (composta da strumentisti tutti studenti dell’Alma Mater sotto la direzione di Roberto Pischedda): la Trauermusik di Hindemith e la Serenade di Elgar. Buona la prova della prima viola dell’orchestra (Valentina Rebaudengo) nel brano di Hindemith che si inquadra in una prestazione più che dignitosa dei soli archi. Ovviamente il pezzo forte della serata è il terzo concerto di Beethoven con la giovane solista Gile Bae, un’alunna del vivaio imolese. Inutile dire che il riverbero dovuto all’orchestra integrata con fiati e timpani è vicino alla soglia del dolore. Avevamo già avuto modo di ascoltare la Bae in un concerto del Mi-To tutto dedicato a Brahms con risultati tecnicamente e interpretativamente disastrosi (Gile Bae – Mi-To 17 Settembre 2014) a seguito del quale suggerivamo alla giovane interprete di studiare. Forse l’auspicio è stato ascoltato perché l’esecuzione del terzo concerto è stata di buona qualità (senza esagerare..) caratterizzata da pulizia tecnica, un ottimo fraseggio ma con tempi molto, troppo allargati, forse per evitare incidenti. Insomma una buona prova di una giovane pianista che ha certamente del talento ma che deve metterlo a frutto evitando anche atteggiamenti ridicolmente plateali che ormai nessun interprete serio adotta. Naturalmente una volta rimossa l’ansia evidente del concerto, dopo un bis scarlattiano (già eseguito anche a Torino) di buona esecuzione, la Bae ha sentito la necessità di un effetto speciale eseguendo l’ultimo tempo di una sonata di Haydn a grande velocità, snaturandone però il significato musicale e trasformandolo in uno studio di Czerny. La Bae è giovane (20 anni) e ha interessanti potenzialità ma deve ricordarsi che suonare vuol dire controllo, che una smaccata clacque non sempre è presente e che non sempre il pubblico è di bocca buona e incompetente come nel caso del concerto in questione (come comprovato dal temuto applauso dopo il primo tempo del concerto beethoveniano). Grande successo (soprattutto fra il pubblico maschile…).
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Orpheus Chamber Orchestra Say – Bologna Grandi Interpreti 15 Aprile 2015
Sostenete Medici senza Frontiere e Save the Children!
Avevamo già avuto occasione di ascoltare a Bologna Fazil Say (niente a che vedere con “Il turco in Italia”..), infaticabile (5 concerti in 5 giorni consecutivi in differenti città – v. http://fazilsay.com) poliedrico pianista, compositore e libero, laico pensatore (in una Turchia sempre più sprofondata nel fondamentalismo islamico – povero Mustafa Kemal Ataturk che forse si rivolta nella tomba! – è stato condannato con sentenza sospesa per un messaggio twitter) e il giudizio non è cambiato. Si tratta di un pianista di buon livello, dalla tecnica non sempre immacolata (nel concerto di Mozart in la maggiore K.488 eseguito sono stati riscontrati almeno 4 episodi di note “diversamente intonate”) e dalle sonorità non sempre cristalline come il brano avrebbe richiesto. Siamo certamente lontani dai grandi interpreti mozartiani (Brendel, Pollini, Schiff) ma una figura non certo minore nel panorama pianistico internazionale, comunque degno del palcoscenico del Bologna Festival. Come Pogorelich ha qualche problema di memoria (spartito sul piano) e forse non si trova completamente a proprio agio a dovere rinunciare totalmente al ruolo di Kapellmeister con l’Orpheus Chamber Orchestra che ha come sua caratteristica specifica quella di essere formazione senza direttore. Un bis con orchestra ancora Mozartiano. L’Orpheus Chamber Orchestra è formazione di lunga tradizione e di buona/ottima qualità. Archi e strumentini eccellenti. Meno felice l’altra sezione di fiati e segnatamente i corni che hanno avuto qualche evidente incertezza di intonazione. Ho già avuto modo di segnalare come il corno sia strumento maledettamente difficile (e per certi aspetti imprevedibile risentendo delle condizioni ambientali) ma questo non può costituire attenuante. L’esecuzione del wagneriano Siegfried-Idyll (praticamente l’unica composizione sinfonica di Wagner ancor oggi eseguita anche se meno frequentemente del passato) dedicato alla moglie Cosima nel secondo anniversario del loro matrimonio, ha risentito di un inizio un po’ troppo lento ma poi ha ritrovato tutto lo spirito del compositore tedesco. Quanto alla Chamber Symphony op.62 (compositore prolifico!) di Say il giudizio è un mixed feeling. Una composizione tonale fortemente caratterizzata dalle melodie popolari e dal folklore turco, con la presenza di ritmi dispari e spesso con lunghe ripetizioni dei ritmi di spirito apotropaico. Non un capolavoro ma una composizione interessante, utile anche per meglio definire la personalità di Say. Ottima l’esecuzione finale della Sinfonia n.80 in re minore di Haydn e due bis fra cui la trascinante ouverture de La cambiale di matrimonio di Rossini. Buon successo complessivo di pubblico.
PS Maleducazione. Nell’ultima fila del secondo settore per tutto il concerto un anziano signore ha compulsato costantemente il proprio telefonino fino a quando una signora, giustamente esasperata, glielo ha fatto notare ottenendo come risposta “faccio quello che mi pare”. Al di là della maleducazione dell’atteggiamento e della risposta ci si chiede che significato possa avere presenziare a un concerto per non ascoltare una nota e disturbare, anche solo con la luce emessa, coloro che invece al concerto sono interessati. L’uso del telefonino è molto più comodo fuori dalla sala!!! Nelle “avvertenze” che precedono il concerto oltre che chiedere di spegnere la suoneria dei cellulari dovrebbe essere indicato che essi dovrebbero essere spenti tout court, come avviene negli aerei. Inutile dire che questo avviene quasi sempre all’estero nelle sale da concerto serie e che eventuali trasgressioni sono immediatamente sanzionate dalle maschere chiedendo al disturbatore di spegnere immediatamente e financo di lasciare la sala.
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New London Consort- Bologna Grandi Interpreti 18 Marzo 2015
La mania invalsa negli ultimi due decenni delle esecuzioni “filologiche” è una malapianta inestirpabile che vellica la vanità di ascoltatori che si ritengono in tal modo esperti in grado di valutare quale fosse l’esecuzione ai tempi della composizione eseguita. Inutile dire che si tratta di modalità esecutiva del tutto artificiale che sempre mescola elementi moderni con antichi con risultati spesso disastrosi. E chi asserisce che in tal modo si estrae il vero spirito della composizione semplicemente è un truffatore (in senso musicale se esecutore) o un mentitore (in senso musicale se critico). Strumenti barocchi con archetti impugnati sopra il tallone (solo a scopo estetico e senza reale valore esecutivo) e corni (strumento difficilissimo anche nella versione moderna con i pistoni) che nonostante gli sforzi e la bravura degli esecutori inevitabilmente stonano. Purtroppo i compositori barocchi non hanno la possibilità di irridere la scelta di utilizzare strumenti obsoleti (o utilizzati in modo obsoleto): se rinati ci crederebbero matti a non utilizzare strumenti assai migliori (quelli moderni). In questo senso l’esecuzione della messa in si minore di Bach da parte del New London Consort rientra in questo filone aggiungendo però il dato negativo di una bassissima qualità esecutiva. Voci piccolissime specialmente nel settore femminile (e addirittura nel caso dei due brevissimi passaggi solistici del Kyrie iniziale con note “diversamente intonate”) con l’unica eccezione del controtenore David Allsop mentre all’estremo opposto si colloca il basso-baritono Michael George al limite dell’afonia. Insomma un’esecuzione piatta e scialba con un direttore che se assente nessuno se ne sarebbe accorto. Per capire come il brano bachiano possa essere interpretato e valorizzato in tutta la sua bellezza invito a riascoltare l’edizione di Karajan con Janowitz, Ludwig, Schreier, Berliner Philharmoniker ecc. altro che questo modesto “consort”! Purtroppo di questi flops al concerto iniziale del Bologna festival abbiamo già avuto esperienza nel passato. Forse sarebbe ormai il caso di tenerne conto.
PS “Customers who have the misfortune of being late will be admitted only during the interval“. Questo è l’avviso che campeggia nelle sale da concerto londinesi dove si comincia sempre in perfetto orario senza indulgenza verso i ritardatari e i capannelli di “spettatori” più interessati alle “public relations” che al concerto. Ma siamo a Bologna e Londra (come Berlino, come Parigi, come Vienna) è molto, molto lontana….
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Shokhakimov Zilberstein – Bologna Manzoni 2 Febbraio 2015
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Il pianismo di Lilya Zilberstein è di quelli che lasciano il segno sia per la grande tecnica che per la maturità interpretativa che a partire dalla vincita del Busoni nel 1987 si è sviluppata lungo un arco che l’ha vista sia come solista che come interprete cameristica anche nell’ambito di un consolidato sodalizio con Marta Argerich. Siamo in presenza di un’interprete che si colloca ai vertici mondiali del pianismo internazionale e alla quale molti “giovani (e meno giovani…) leoni” – assatanati da effetti speciali – dovrebbero guardare come un esempio di equilibrio e maturità. Anche nel concerto n. 3 di Beethoven di ieri non ha tradito le aspettative: fraseggio ampio e articolato, perfetto rispetto dello stile compositivo e grande comprensione e dominio della partitura. A differenza del passato va però segnalata qualche imperfezione tecnica fra cui quella iniziale ove il salto di quarta non è stato perfetto (come capitò anche alla Argerich con Abbado a Ferrara qualche anno fa). Di certo non c’è stata sintonia con il giovane direttore, sottolineato anche da alcuni passaggi di non perfetto sincronismo. Da segnalare negativamente il tempo staccato nel rondò finale che è apparso un po’ troppo lento, come chiaramente evidenziato dal fugato centrale. Sono risultati comunque evidenti l’insoddisfazione verso il direttore e il conseguente nervosismo della Zilberstein (forse dovuto anche ai soliti corni che nel secondo tempo ne hanno fatta una delle loro) che non ha concesso alcun bis. Ciò nondimento il pubblico le ha tributato una meritata (cosa che non sempre succede…) ovazione. Il giovane e zazzeruto direttore ha poi dovuto confrontarsi con la prima sinfonia di Sibelius, una partitura giustamente dimenticata dalla storia musicale. Un brano diseguale, sfilacciato, velleitario, privo di filo conduttore che in certe parti è postromantico, in altre fa il verso a Dvorak e in altre non si capisce dove voglia andare a parare. Un brano pretenzioso con quel “solo” di clarinetto iniziale scollegato dal resto di una partitura che in generale il direttore non è stato in grado di controllare limitandosi per lo piü a sottolineare furiosamente i passaggi più fragorosi. Si dimena il giovin signore e con lui la zazzera ma copiando una celebre traduzione di Ceronetti degli epigrammi di Marziale “tanta excitatio….” … serve a poco. Una prestazione certamente non memorabile e al direttore andrebbe ricordato che molte volte un gesto più misurato e consapevole denota una maturità artistica che al momento gli manca. Senza storia il primo brano di genere di Schubert. Un pubblico piuttosto folto nel quale non è mancato il solito squillo del cellulare di uno sventurato (che serva un metal detector all’ingresso del teatro ?) e un paio di ineffabili parvenus cui non è parso vero, per dimostrare la loro (in)competenza, applaudire alla fine del primo tempo del concerto di Beethoven.

PS Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento” (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli. Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Alexander Lonquich – Bologna teatro Manzoni 5 Gennaio 2015
Totalmente “sfusato” di ritorno dall’India (il concerto è terminato per me alle 4 della mattina…) non ho voluto perdere la performance di Lonquich, un pianista/direttore verso il quale ho sempre avuto un “mixed feeling” ovvero la sensazione di trovarmi di fronte a un artista eclettico che però non riusciva a convincermi del tutto. Seppure debbo ammettere qualche “buco” di attenzione dovuto alla carenza di sonno (ahimé gli anni…!) mi è parso però che l’esecuzione del primo concerto di Beethoven sia stata di alta qualità soprattutto se si considera che il confronto va immediatamente all’esecuzione di “Martita” (come Abbado chiamava Marta Argerich) che ne ha fatto in tutti gli ultimi anni il suo cavallo di battaglia. Un’esecuzione brillante, senza sbavature, di un concerto che seppure giovanile e influenzato fortemente ancora da Haydn contiene in nuce tutti gli stilemi che verranno poi sviluppati nei concerti dell’età più matura. Lonquich ne ha dato un’interpretazione stilisticamente ineccepibile, tecnicamente perfetta e ha saputo indicare alla Filarmonica bolognese il giusto tono con il quale accompagnare la sua esecuzione. Ottima anche l’interpretazione dell’unico bis, il preludio di Debussy “La terrasse des audiences au clair de lune”, nel quale le sonorità liquide del compositore francese e i toni tenui del brano sono state rese alla perfezione. Un plauso incondizionato. Tralasciando il primo brano schubertiano (di poco spessore ma interessante per l’orchestrazione di Webern, uno dei massimi rappresentanti post-schönberghiani) il concerto prevedeva anche la settima sinfonia di Dvořák composta nel 1885, alcuni anni prima della sua trasferta americana (da cui nacque la nona, “Dal nuovo mondo”), forse la più bella del compositore ceco per la varietà dei temi, la presenza di ritmi di danza e il forte influsso della tradizione popolare. Anche qui Lonquich ha saputo trovare il corretto equilibrio (specialmente nel terzo tempo) sottolineando le variegate tematiche del brano e ricevendo quindi un meritato applauso prolungato da parte del pubblico (anche se ormai si applaude chiunque e qualunque performance, magari avendo compulsato per tutto il concerto il proprio cellulare…)
Pur apprezzando l’esecuzione preferisco comunque il Lonquich pianista… E’ questo un tema già trattato: perchè i pianisti cadano regolarmente nella tentazione di esibirsi come direttori (e perchè i direttori non cedano alla stessa tentazione…) è di facile comprensione… ed essere ai vertici in entrambi gli ambiti è molto, molto difficile se non impossibile. A ciascuno il suo! Ben fanno artisti come Schiff, Pollini, Zimerman etc. che limitano il proprio campo di azione allo strumento ottenendone risultati eccezionali. E’ talvolta quasi ridicolo il gesto del pianista che si affanna a dare indicazioni all’orchestra nelle poche battute in cui non interviene, indicazioni che ovviamente nulla aggiungono all’esecuzione orchestrale. Meglio, se mai, il tipico atteggiamento del Konzermeister che limita a pochi ma significativi cenni del capo le proprie indicazioni all’orchestra.
Una postilla positiva: i concerti della Filarmonica risparmiano agli spettatori quelle ridicole (e spesso zeppe di errori) presentazioni del concerto che infestano le manifestazioni bolognesi.
Una postilla negativa: perchè i concerti iniziano alle 21, un orario tardo ormai in disuso ovunque?
Una postilla senza aggettivi: perchè oltre a richiedere che le suonerie dei cellulari siano spente non si precisa che anche la semplice accensione è proibita, visto il fastidio che la luce emessa provoca?





