Operistica, Recensioni

Zoroastre – Berlino Komische Oper 18 Giugno 2017

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Raccontare la trama di questo incredibile polpettone barocco di Ramoeau sarebbe impossibile: chi ne fosse interessato la trova su Internet. Diciamo comunque che si tratta del tipico drammone del tempo con buoni e cattivi, amori dei singoli cattivi per i singoli buoni, rapimenti, interventi di spiriti buoni e cattivi e naturalmente l’inevitabile lieto fine. Impensabile rappresentarlo come tale ai tempi nostri (o – come spesso avviene per il barocco – con una rigida e geometrica e astratta sceneggiatura) se non si è preparati a vedere uscire dalla sala gli spettatori per recarsi al più vicino fruttivendolo e ritornare con le munizioni per la battaglia finale. Bene ha fatto quindi il regista a trasformarlo in una disputa fra vicini confinanti, con litigi per la siepe di confine, badili usati come armi, vasca da bagno abbandonata nel giardino usata come trincea, protagonisti vestiti con abiti moderni, personaggi che si presentano in bicicletta, regge come abitazioni borghesi, spiriti che intervengono come ospiti vestiti di tutto punto, battaglia giocata come videogame etc.etc.
 
Fra i tanti spettacoli scadenti – e in alcuni casi ignobili – della komische Oper questo non manca di una sua validità umoristica naturalmente con alti e bassi e soprattutto mostrando un po’ la corda nella seconda parte se non per un tagliaerba utilizzato dai “cattivi” come un carro armato con tanto di luci accese. Insomma una serata che poteva essere una tragedia e che invece si è rivelata interessante. Mi sentirei persino di suggerire al nostro teatro comunale di prendere in considerazione la scenografia: forse potrebbe rivelarsi un successo anche nella conservatrice Bologna. Difficile, difficilissimo dare un giudizio musicale. Lo stile di Rameau si differenzia dal barocco “classico” (costituito dal susseguirsi di recitativo-aria) in quanto il suo stile, seppure influenzato dalla riforma di Gluck,  potrebbe definirsi durchcomponiert naturalmente con tutti i limiti del tempo. Buona la direzione di Christian Curnyn anche se per il barocco si limita – di fatto – a dare gli attacchi giusti (e anche qui con qualche inevitabile stecca dei corni dell’orchestra). Le voci sono quelle di buoni professionisti con una nota di demerito per Zoroastre (Thomas Walker) che più volte ha perso l’intonazione e un plauso meritato per Nadja Mchantaf (Erinice) voce drammatica ma sempre perfetta nella intonazione e nella interpretazione del ruolo. Naturalmente grande successo per il pubblico nazional-popolare (normalmente molto di bocca buona) della komische Oper.

PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Daniil Chesnokov
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Operistica, Recensioni

Carmen – Berlino Komische Oper 17 Giugno 2017

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Ho visto certamente di peggio alla komische Oper e questa Carmen trasformata in un singspiel con struttura a musical può essere definita “curiosa”. C’è assolutamente di tutto: danzatrici reali (bravissime) di flamenco con accompagnamento di chitarristi, contrabbandieri trasformati in rivoluzionari con insegne di Marx e Lenin, una Micaela  agghindata come la fata turchina con tatno di nuvola al suo apparire, un Escamillo zoppicante (con il toro che dalla felicità si frega le zampe) un setting generale che ricorda le opere in versione Mario Lanza (predecessore di Bocelli), etc.etc.

Poi i commenti parlati da parte degli astanti, una sorta di coro greco che racconta lo svolgimento dei fatti e li spiega. E che dire di un’opera cantata un po’ in tedesco e un po’ in francese?  La taverna di Llla Pasta sembra un locale rock dove tutti ballano, e addirittura i baristi sembrano figure prese da un film anni’30. Film di cui vari spezzoni sono riproposti senza una vera ragione. Insomma un vero e proprio polpettone che, una volta smaltito lo shock iniziale, non è privo di un suo valore, basta che non lo si voglia chiamare Carmen di Bizet..

In questo contesto un giudizio critico non è possibile ma solo sensoriale. Una regia che non si è risparmiata nulla, persino i commenti esegetici dei vari episodi da parte di giornalisti televisivi. I cantanti e l’orchestra fanno del loro meglio in questa situazione caotica, più o meno tutti allo stesso livello: dei buoni professionisti senza punte di eccellenza.  Bravina Carmen cui la regia impone di tutto, compreso l’ abbigliamento da maitresse nel secondo atto e compresa  persino una sequenza in cui deve comportarsi come una marionetta (ma il mimo non  il suo forte) in occasione del duello fra Don José ed Escamillo.  Don José viene agghindato sempre come un perdente con giacconi scalcinati quasi a prescriverne fin dall’inizio il ruolo del perdente. Insomma siamo alla komische Oper che del tratto nazional-popolare fa la sua cifra distintiva ma che in questo caso ha lasciato il pubblico freddino, abituato  in questo teatro a emozioni più forti e spesso più volgari, Insomma migliora la qualità e diminuisce il gradimento. Panem et cinerces….
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GITARRISTEN
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Lo scomparso – 17 Giugno 2017

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Ovviamente non parlo della Lucia cui non ho assistito (purtroppo) ma due sole parole su un altro fatto. Dove è finito il proclama del sindaco  – presente nel famoso comunicato in cui si  appella al CdA del comunale (quello che non esiste) – che invoca la soluzione del bubbone della filarmonica?  Nelle foto della Lucia sul Carlino si vede Sani abbracciato a Zagnoni come vecchi compagni di scuola. Ne deduco che ancora una volta i tarallucci e il vino l’hanno spuntata. Tanto chi se ne frega? La gente (non tutta…) dimentica…  E nelle foto presenti sul sito del Carlino per la Lucia svettano quelle assenti di Merola e dell’assessore alla cultura (?) Gambarelli. Ovviamente si tratta di una dimenticanza del giornale per polemica politica … o no? Ho ricevuto notizia della presenza dell’assessore. Mi scuso in materia avendo solo commentato le foto non essendo presente. 
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Cameristica, Recensioni

Denis Kozhukin- Berlino Boulez Saal 15 Giugno 2017

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Diciamo subito che il russo Denis Kozhukin è un pianista interessante, che nel suo palmarés ha la vittoria a Brussels nel 2010 nel concorso della regina Elisabetta e in seguito ha svolto una carriera internazionale che lo ha portato ora a Berlino (naturalmente – per quanto ne so – non Italia dove molto spesso nelle grandi rassegne si invitano sempre gli stessi stagionati e consolidati artisti. Mai rischiare!). Il concerto di Berlino (tenuto nella bellissima, nuova sala dedicata a Pierre Boulez – di fianco alla Staatsoper – che di per sé merita una visita e che ospita una interessantissima serie di concerti di giovani e stagionati artisti) ha coperto una larga prospettiva temporale da Händel allo stesso Boulez passando per Brahms e Bartòk. La scuola di Kozhukin è una tipica scuola slava che non fa del rispetto filologico dei brani la principale, unica cifra interpretativa ma che evita gli eccessi cui tante volte abbiamo assistito per pianisti della stessa scuola. Händel, ad esempio, non mi ha totalmente convinto per la presenza costante di pedale e di coloriture ma di certo è stata esecuzione più che passabile. Il Brahms di Kozhukin è estremamente intimistico e – specialmente nel primo intermezzo – forse eccessivamente lento. Nel secondo intermezzo – uno dei miei favoriti con le sue costanti modulazioni che tanti studi musicologici hanno stimolato – la cifra interpretativa è stata quella giusta mentre ancora un eccesso di lentezza è stata riscontrata nel terzo intermezzo. Toni estremamente sfumati in tutti e tre i casi e quindi molto vicini a quelli che Brahms ha definito in un caso “la ninna-nanna del mio dolore” e in un altro caso “l’espressione del mio dolore”. Perfetta invece l’esecuzione di Bartòk, forse una delle migliori interpretazioni del compositore ungherese cui ho assistito, in cui tutti gli effetti timbrici e percussivi sono stati messi in perfetto risalto. Nella seconda parte del concerto è stata eseguita la seconda sonata di Boulez, una sonata che risente moltissimo dell’influsso di Webern con la sua architettura composta da episodi che appaiono nella maggioranza dei casi staccati e che solo a un ascolto più approfondito rivelano una qualche unità strutturale. Composizione comunque del giovane Boulez con tutti i limiti inevitabili e per uno strumento che da lì a poco sarebbe stato definitivamente abbandonato dal compositore francese, dopo l’esperimento finale di una sonata (la terza – rarissimamente eseguita) per la quale ogni esecutore può comporre a suo piacimento un ordito sulla base di molteplici episodi disponibili. Un’esecuzione di tutto rispetto, comunque, per un brano monumentale con i suoi 40 minuti di durata. Kozhukin non suona a memoria mentre io ricordo perfettamente una favolosa serata del 1975 a Firenze con Pollini che suonò le Variazioni Diabelli e la seconda sonata di Boulez a memoria. Ma quelli erano altri, favolosi tempi del pianista milanese. Un solo bis, una sonata di Scarlatti, e un grande successo da parte di una sala gremita in tutti gli ordini di posti.
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Programma
GEORG FRIEDRICH HÄNDEL  Suite Nr. 7 g-moll HWV 432
JOHANNES BRAHMS Drei Intermezzi op. 117
BÉLA BARTÓK  Szabadban «Im Freien» / Klavierzyklus Sz 81
PIERRE BOULEZ Sonate Nr. 2

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Cameristica, Recensioni

Kashimoto Gerstein Grosz Delepelaire Mayer Dohr – Berlino Philharmonie 13 Giugno 2017

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Un tipico concerto “polpettone” con vari artisti in formazione variabile, tutti singolarmente di ottimo livello (purtroppo Kavakos è stato all’ultimo momento sostituito con Kashimoto per problemi familiari), ma chiaramente assortiti all’ultimo momento e quindi privi di quell’affiatamento necessario alla musica di insieme. Un concerto quindi difficile da giudicare con i brani di Schumann per oboe famosissimi (praticamente insieme al concerto di Strauss gli unici eseguiti regolarmente, anche se i concerti per fiati sono merce rarissima soprattutto in italia – provincialismo imperante) e il trio di Brahms con il corno un chicca anch’essa raramente eseguita. Bravi ma senz’anima si potrebbe dire. Da legante ha fatto il pianista russo Gerstein, recentemente ascoltato al Ravenna Festival, una personalità molto interessante che ha anche come peculiarità quella di utilizzare per la musica al posto dello spartito cartaceo quello elettronico, una prassi ancora piuttosto poco diffusa ma che ha il vantaggio di evitare il “voltapagine”- Bravo comunque ma bisognerebbe avere l’occasione di ascoltarlo in un concerto solistico per farsene una idea precisa. Vale lo stesso discorso di Hamelin: perchè i nostri provincialissimi organizzatori bolognesi di concerti non si fanno ogni tanto un viaggio e vengono a confronto con eccellenze note solo all’estero? Buona anche l’esecuzione del magnifico quartetto con piano di Brahms: purtroppo il confronto va alla famosissima ed eccezionale, stellare esecuzione della formazione Argerich, Kremer, Bashmet e Maisky e in questo caso per il confronto non c’è partita. Insomma una buon concerto, dal programma interessante ma forse non dei migliori che la Philharmonie può offrire.
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Programma
Robert Schumann  Drei Romanzen für Oboe und Klavier op. 94
Johannes Brahms  Horntrio Es-Dur op. 40
Johannes Brahms Klavierquartett g-Moll op. 25

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La damnation de Faust – Berlino Staatsoper 11 Giugno 2017 2017

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 La “Damnation de Faust” di Berlioz nasce inizialmente come una composizione per soli coro e orchestra e illustra solo alcuni dei momenti salienti del primo libro della tragedia goethiana. Siamo in pieno clima romantico sottolineato da alcune scene che riprendono i tipici quadri del tempo di Caspar David Friedrich con rupi che sporgono, personaggi sulla rupe e abbondanza di nebbie e nubi. Il Faust di Berlioz ha una fine diversa da quella del dramma del poeta di Weimar: qui Faust viene alla fine ingannato da Mefistofele che gli fa credere che se gli consegna l’anima la vita di Margherita condannata a morte per matricidio sarà salva ma si tratta di una tragica bugia: Margherita subisce il patibolo e Faust viene trascinato all’inferno in una sorta di sabba infernale: solo l’anima di Margherita sarà alla fine viene salvata.
La tragedia goethiana subisce nel libretto predisposto sulla base della traduzione di Gérard de Nerval una trasformazione che ne ricorda solo vagamente lo svolgimento e la cosa è ulteriormente accentuata, nella versione della Staatsoper, da un’ambientazione nel periodo nazista nella quale l’inferno di Mefistofele è anticipato dall’inferno nazista. Lo spettacolo è rutilante con molteplici caratteristiche espressionistiche e abbastanza diseguale ma di certo non paragonabile e assai migliore di molte regie creative che infestano i teatri d’opera europei.
Qui l’eccesso sta nel tentativo da calare tutto in una ambientazione da SA e SS con Mefistofele che da irridente burattinaio del mondo si trasforma in ufficiale della Gestapo. L’interpretazione politica della vicenda è accentuata dalla scena nella quale i potenti del mondo si spartiscono una torta che rappresenta il mondo salvo poi iniziare una guerra che si suppone sia alla base del fenomeno nazionalsocialista.
 
A coronamento dell’ambientazione Faust viene trascinato all’inferno crocifisso a una svastica. Insomma spettacolo diseguale ma in ogni modo salvato musicalmente da un eccezionale Simon Rattle alla guida della Staaskapelle, una formazione orchestrale di altissima qualità. I tre (più uno – l’ultimo ha una particina secondaria) sono tutti all’altezza della situazione. Bravissimo Florian Boesch nella parte di Mefistofele che a una presenza scenica perfettamente irridente, sarcastica e diabolica assomma una voce potente e duttile in grado di rendere perfettamente lo spirito del personaggio (e molti baritoni nostrani dovrebbero impararne i tratti quando cantano “son lo spirito che nega”) e altrettanto brava è Magdalena Kožená una Margherita convincente in una parte meno importante che in altre versioni del Faust resa però perfettamente da una voce straordinaria. Bravo – ma a mio giudizio un gradino sotto – Charles Castronovo nella parte di Faust anche perché imprigionato dalla scenografia in un costume che lo rende più un maverick dello studio che un tormentato filosofo. Uno spettacolo quindi controverso, che non ha avuto da parte del pubblico nessun applauso a scena aperta e alcuni buh al termine dello spettacolo sovrastati però dagli applausi di un pubblico che ha riempito il teatro in tutti gli ordini di posti. Uno degli ultimi addii della Staatoper nello Schiller Theatre che dopo ben 7 anni di restauri tornerà in autunno nella sua sede storica nella Unter den Linden. Finalmente!
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  • MARGUERITE Magdalena Kožená
  • FAUST Charles Castronovo
  • MÉPHISTOPHÉLÈS  Florian Boesch
  • BRANDER Jan Martiník
  • STIMME AUS DEM HIMMEL  Anna Charim  Miho Kinoshita
  • TÄNZER Ini Dill / Renske Endel / Ula Liagaité / Carla Morera Cruzate / Martin Buczkó / Jofre Carabén van der Meer / Floris Dahlgrün / Connor Dowling / Damian Dudkiewicz / Carl Harrison / Angelo Smimmo / François Testory / Victor Villarreal
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Telenovela atto quasi finale – Bologna teatro comunale 8 Giugno 2017

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Pare (dico pare) che le famose dimissioni ufficiali di Bosso siano finalmente arrivate dopo tre settimane dall’annuncio (con calma, wait and see… si annunciano come nella famosa canzone dii Iannacci “per vedere l’effetto che fa”). Ma il dubbio è che siano come le rinunce agli acquisti nei Suk: quando alla fine di una trattativa si rinuncia e ci si allontana, si viene richiamati nuovamente appena girato l’angolo con una nuova proposta. E c’è da aspettarsi una serie di “rilanci” dalla stessa politica fanfarona che ha catapultato un direttore da operetta direttamente da San Remo al teatro comunale. Ma sarebbe il caso di prendere l’occasione per una seria riflessione.  BASTA con politici che di musica non capiscono nulla (Gambarelli, Mezzetti, Pillati etc.), che mai si presentano a concerti e opere ma che naturalmente fanno il loro show in piazza maggiore e prendono decisioni su qualunque base purché non sia quella musicale e artistica, con relativa “captatio benevolentiae” pelosa sulle spalle della tragedia umana di Bosso. BASTA con un consiglio di indirizzo del teatro comunale composto (a parte una) da assoluti incompetenti musicali piazzati da una sorta di manuale Cencelli che in tutta questa vicenda non è stato capace di una sola presa di posizione, comprovando di non essere assolutamente all’altezza del compito assegnatogli. BASTA con un presidente del consiglio di indirizzo che capisce di musica come io di proto-pali, che mai si fa vedere in teatro ma che con una improvvisazione e un atto di imperio incomprensibili inventa un posto per un personaggio musicalmente inaccettabile senza chiedersi quali possano essere le conseguenze, muovendosi con la leggerezza di un elefante cieco in una cristalleria. BASTA con un sovrintendente equilibrista incapace di posizioni chiare per insipienza o per evitare di dispiacere ai politici per mantenere la posizione e le laute prebende ottenute con una presenza saltuaria in teatro. I comunicati del teatro sono esercizi di equilibrio linguistico da sesto grado senza assicurazione. BASTA con un’orchestra incapace di opporsi seriamente alla pagliacciata (posso ricordare che alla Scala l’orchestra fece fuori un direttore del calibro di Muti?) e che ha però nell’armadio lo scheletro della filarmonica. E BASTA con i critici „fai da te“ pronti per incompetenza o interesse personale (i biglietti a pagamento costano, vero?) e piaggeria a chiudere occhi e orecchie (quando addirittura tartufescamente non hanno il coraggio di esprimere il loro parere per non esporsi) e che applaudono a Bosso come le marionette che circondano Kim Jong Un magari con in mano il calepino per prendere appunti. Concludendo: il disastro è davanti agli occhi di tutti e solo dimissioni di massa catartiche seguite da nomine di veri e seri COMPETENTI possono permettere una faticosa resurrezione. Ma senza ritardi o compromessi e purtroppo questa è una speranza che si infrange contro un realtà da bassissimo impero con la conseguente, inevitabile catastrofe. L’ unico che non si è fatto coinvolgere in questa pagliacciata (se non di striscio – anche il  silenzio può apparire colpevole) è Mariotti che con un atteggiamento da “cunctator” emerge finora come l’unica persona seria del carrozzone (ma io avrei preferito le sue dimissioni per fare emergere tutte le contraddizioni).  Ma fino a quando, se le mie previsioni di un prolungamento della telenovela risulteranno verificate? Aggiungo; fra i “meriti” del direttore sanremese si citano i prossimi impegni internazionali. Si suona all’estero sia che si suoni alla Philharmonie di Berlino o che ci esibisca al dopolavoro di Unterföhring (sobborgo di Monaco). A puro titolo di esempio conosco molto bene Berlino e le sue sale d’opera e da concerto, maggiori e minori, che frequento regolarmente, ma mai ho sentito parlare di quella in cui si esibirà il nostro, RADIALSYSTEM V con biglietti a 18 e 11 euro…. . Dice nulla la cosa? E dove è finita invece la sacrosanta accusa alla filarmonica di Bologna di doppiezza del primo comunicato (quello in cui si fa appello al CdA che non esiste), con il sovrintendente che si volta regolarmente per non vedere e non affrontare il problema? Quello, altro che la farsa Bosso, è un bubbone cui è indispensabile mettere mano!
Ho scritto ieri del malcostume dell’orchestra sulla base di un articolo del corriere bolognese. In realtà la cosa è stata meno grave del previsto e quindi ne faccio ammenda. Avrei dovuto capirlo subito essendo l’articolo del solito Failoni Helmut e la cosa riportata solo dal corriere. Comunque il malcostume in questione è inaccettabile e deve essere stroncato.
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Cameristica, Recensioni

Pape Radicke – Milano La Scala 5 Giugno 2017

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Ci sono cantanti che cantano bene ancora prima di avere visto un rigo musicale, per una dote naturale della voce: ne è stato una grande esempio Pavarotti e lo stesso vale per René Pape, un basso straordinario con una carriera straordinaria. Pape ha una voce che può essere modulata da toni lirici a espressioni di grande potenza con tutti le variazioni intermedie. E importantissima è anche la sua esperienza operistica (così come era per Schade, il tenore dei recenti Meistersinger che per motivi di salute non ha potuto esprimere al meglio le sue qualità) che gli permette di aggiungere all’esecuzione quella gestualità che è complementare ma importantissima per sottolineare il testo dei Lieder. Come si evince dal programma Pape ha eseguito un repertorio assolutamente vasto coadiuvato da un pianista in grado di assecondarlo in ogni sua interpretazione. Un concerto di grande qualità, di lunga durata, molto applaudito da un pubblico piuttosto cospicuo per un concerto vocale liederistico. Tre bis, l’ultimo dei quali – inusitatamente – un melologo. Insomma una serata di grande musica degna della tradizione della Scala.
Sono ovviamente devastato dal non avere assistito al concerto nazional-popolare diretto dallo stellare direttore Ezio Bosso: ho dovuto accontentarmi del recital di Pape…. Leggo però sul Corriere di oggi (solo lì peraltro) di un trombonista dell’orchestra del teatro che durante le prove ha usato il cellulare e del ritorno di un sindacalismo d’accatto di alcuni professori riguardo gli orari delle prove etc. Il malcostume degli strumentisti che vanno e vengono dal palco dell’orchestra (tipicamente i percussionisti ma non solo) è purtroppo piuttosto diffuso anche all’estero (ma non ovunque: mai succede con i Berliner!) ma mai avevo assistito o letto di telefonate in corso d’opera. È pura e semplice maleducazione (o peggio stupidità da orchestra del “bal tabarin”) così come le pretese sugli orari delle prove sono il ritorno di un malcostume che manda in bestia (a ragione) tutti i direttori. Gli strumentisti non dovrebbero essere travets “tira-archetto” ma artisti e comportarsi come tali. Ho ripetutamente scritto sull'”affaire” Bosso esprimendo tutta la mia contrarietà e sostenendo quindi di fatto la posizione dell’orchestra, ma questi atteggiamenti la fanno immediatamente passare dalla parte del torto. I dissensi richiedono serietà altrimenti diventano dispettucci e come tali vengono giustamente giudicati. Possibile che non lo si capisca?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Happy
Programma:
W. A. Mozart
Die ihr des unermesslichen Weltalls Schöpfer ehrt” KV 619 – Eine kleine deutsche Kantate (in Tedesco da F. H. Ziegenhagen)
Hugo Wolf
Michelangelo Lieder
Wohl denk ich oft an mein vergangnes Leben
Alles endet, was entstehet
Fühlt meine Seele das ersehnte Licht
Franz Schubert
Da „Schwanengesang“ D 957
Das Fischermädchen
Am Meer
Die Stadt
Der Doppelgänger
Ihr Bild
Der Atlas
Giacomo Meyerbeer
La Chanson de Maître Floh
Modest Musorgskij
Mephistopheles’ Song in Auerbach’s Cellar
Faust – Song of the Flea (in Francese)
Jean Sibelius
Der erste Kuss (Runeberg/in Tedesco da Tilgmann) op.37/1
An den Abend (Koskimies/in Tedesco da Boruttau) op.17/6
Im Feld ein Mädchen singt (in Tedesco da M.Susman) op.50/3
Schwarze Rosen (Josephson/in Tedesco da Tilgmann) op.36/1
Der Span auf den Wellen (Calamnius/in Tedesco da Boruttau) op.17/7
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Musica e disabilità – 3 Giugno

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Quanti sapevano che Sir Jeffrey Tate, il grande direttore d’orchestra scomparso ieri, era disabile fin dalla nascita?  E quanti mai hanno discettato sulla infermità di Itzhak Perlman che con fatica arranca sulla scena per arrivare alla sedia (recentemente a rotelle) sulla quale suona divinamente il violino? E qualcuno ha mai messo in relazione la focomelia dovuta al Talidomide di Thomas Quastoff con il suo successo come baritono eccezionale? E in un altro campo piaceva Ray Charles per solo la sua cecitá? In Italia invece si sostituisce la compassione al merito come provano i casi di Bosso e Bocelli, il primo come eroe sanremese (sic!) e il secondo beniamino della musica nazional popolare che una sola volta si è avventurato nell’opera lirica (una Boheme) con risultati disastrosi. Siamo un popolo di ignoranti musicali dal cuore tenero e chi è furbo se ne approfitta. Nella mia lunga carriera di docente universitario mai ho variato il mio metro di giudizio per qualsiasi motivo: il giudizio deve essere sereno, imparziale e basato su criteri oggettivi. I pochi che non necessariamente sono degli insensibili ma che rifiutano di farsi prenderne per il naso dall’uso spregiudicato delle altrui infermità rimangono le classiche voci di chi urla nel deserto. Nulla di grave: di ciarlatani gaglioffi (si pensi solo alla classe politica che annovera persino uno come Razzi, eroe del vitalizio) abbonda il belpaese in tutti i campi e quindi non c’è da stupirsi. Ma vedere alcuni di questi che in un campo così importante come la musica in Italia sopravanzano altri ben più meritevoli (e in un’occasione internazionale! in altri paesi sarebbero stati chiamati i Barenboim, i Petrenko, i Mehta ..) nel silenzio inconcepibile e vergognoso di Mariotti è la cifra di un paese senza speranza che fa ribollire il sangue. Avrei una proposta: perché il sindaco Merola non organizza un bel concerto Bosso-Bocelli in piazza maggiore con benedizione  finale a seguire dell’arcivescovo Zuppi?
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Recensioni, Sinfonica

Don Giovanni – La scala 31 Maggio 2017

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Quando si dice remake. Questo Don Giovanni è la ripresa del famoso Don Giovanni diretto da Barenboim per l’apertura della stagione del 2011 ma ne è solo la copia sbiadita. Le scene sono approssimativamente le stesse ma con una aggiunta istrionica  che trasforma la sottile ironia della regia originale di Carsen in una copia guittonesca con risultati facilmente prevedibili. La direzione di Jarvi è a dir poco approssimativa: non si contano i casi in cui canto e orchestra vanno fuori sincronismo e pure se esiste una responsabilità anche dei cantanti è del tutto evidente che la colpa maggiore ricade sul direttore. E veniamo ai cantanti. Il commendatore di Tomasz Konieczny è assolutamente fuori tono come voce che è piccola, stridula e mefistofelica (potrebbe essere  – forse – un modesto Jago) ma che non ha assolutamente la grandiosità richiesta dal personaggio. Insomma un disastro (se confrontato anche con la prestazione maiuscola del baritono coreano Kwangchul Youn del 2011).  Le due donne ( Anett Fritsch donna Elvira e Elisabeth Müller donna Anna) hanno un inizio del tutto incerto ma migliorano un poco nel corso dell’opera e cantano abbastanza bene nelle due arie finali, nulla di eccelso comunque. Lo stesso dicasi di Don Giovanni cui manca totalmente il lato maligno del personaggio e canta come un viveur da café chantant. Zerlina (Giulia Semenzato) e Masetto (Mattia Olivieri) sono due onesti professionisti. Buona la prova di Leporello (Luca Pisaroni) costretto da una regia che calca la mano a una prestazione eccessivamente buffonesca cui manca totalmente il “doppio” di Don Giovanni. Forse la voce migliore è quella del personaggio più modesto, drammaturgicamente inconsistente e persino ridicolo (una sorta di “scemo del villaggio”) Don Ottavio (Bernard Richter) che nelle sue due arie raccoglie meritati applausi che invece mancano clamorosamente agli altri protagonisti. Insomma un Don Giovanni modesto (il sovrintendente Pereira lascia il palco dopo il primo atto) probabilmente raffazzonato scopo incasso a uso dei moltissimi turisti. Pecunia non olet…
Direttore
Paavo Järvi
Regia
Robert Carsen
Scene
Michael Levine
Costumi
Brigitte Reiffenstuel
Luci
Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia
Philippe Giraudeau
CAST
Don Giovanni
Thomas Hampson
Commendatore
Tomasz Konieczny
Don Ottavio
Bernard Richter
Donna Anna
Hanna Elisabeth Müller
Donna Elvira
Anett Fritsch
Leporello
Luca Pisaroni
Zerlina
Giulia Semenzato
Masetto
Mattia Olivieri
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Recensioni, Sinfonica

Seong-Jin Cho – Bologna Festival 30 Maggio 2017

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Vincitore del concorso Chopin del 2015, il concorso pianistico più prestigioso del mondo, il giovane pianista coreano ventitreenne , si presenta con un programma tutto incentrato su compositori classici, sorretto da una tecnica di primissimo ordine. Diciamo subito che non ha tradito le attese confermando il giudizio della giuria che gli ha attribuito il premio. Naturalmente la giovane età implica livelli di qualità non sempre uguali ma certamente molto alti. Forse dove meno è risultato convincente è stato nella sonata di Mozart dove l’ansia interpretativa lo ha portato a uscire talvolta da quei canoni di rispetto dello stile che sono invece la giusta cifra interpretativa del compositore salisburghese. Nulla di molto grave (niente a che fare insomma con gli inaccettabili eccessi manieristici cui abbiamo assistito nel recente concerto di Sokolov ) ma certo un aspetto che ci auguriamo venga preso inconsiderazione. Ma ripetiamo: si tratta di un giovane che ha tutta la carriera davanti per affinare e maturare le sue interpretazioni. Di grande qualità l’esecuzione dei due libri di Images di Debussy in cui le sonorità equoree così caratteristiche del compositore francese sono state rese in modo quasi perfetto. L’unico limite è stata la tentazione di allargare oltre misura i tempi (ad esempio nel penultimo brano della seconda serie Et la lune descend sur le temple qui fut) che porta come conseguenza la sfilacciatura del discorso musicale già di per sé così articolato. Un piccolo neo in un’ottima esecuzione. Benissimo invece le 4 ballate chopiniane, ma qui ci troviamo nel campo che ha costituito il terreno su cui ha costruito il suo successo nel 2015. Molto apprezzabile la capacità di trovare e sottolineare elementi melodici, attraverso cambi di sonorità e tempo, anche nelle parti più virtuosistiche dei brani, dimostrando una capacità di controllo non frequente nei giovani esecutori, spesso tesi a esecuzioni muscolari da effetti speciali (quando non ridicolmente eccessive come nel caso del macellaio Matsuev). Un giovane esecutore da seguire nel suo percorso di maturazione ma che già fin d’ora mantiene le promesse del concorso vinto. Due bis: un Momento musicale di Schubert e una rielaborazione virtuosistica di una famosa danza ungherese di Brahms. Grande successo di pubblico.
Nauseato dalle ridicole campagne di stampa non scriverò più di Bosso fno a quando un vero musicologo e non un critico “fai da te” o peggio ancora un giornalista ignorante a   caccia di facili consensi non scriverà in materia. Qualcosa è già circolato e con giudizi tutt’altro che lusinghieri ma solo fra gli addetti ai lavori. Il resto è pura pubblicità di basso livello. Pfui.
Happy
Programma:
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata n.12 in fa maggiore K.332
Claude Debussy Images (Livre I, Livre II)
Fryderyk Chopin Ballata n.1 in sol minore op.23, Ballata n.2 in fa maggiore op.38, Ballata n.3 in la bemolle, maggiore op.47, Ballata n.4 in fa minore op.52
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Concerto in piazza Maggiore – Bologna

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Dunque, se le notizie che mi giungono sono attendibili, il famoso concerto in piazza maggiore a Bologna si farà con la direzione del direttore “mi dimetto ma non troppo“, un atteggiamento facile da predire: dimissioni a parole ma nulle nei fatti. Serietà e coerenza innanzitutto. Sarò assente perché all’estero ma ovviamente mai avrei partecipato a una buffonata di questa portata. Ora ragioniamo: abbiamo un direttore stabile, di grande successo, Michele Mariotti che viene scavalcato da un personaggio che certamente suscita commozione nel mammismo italiano ma che come qualità rispetto a Mariotti è distante come una galassia (chi si intende di matematica sa quale è il limite matematico di un rapporto il cui denominatore tende a zero…). Ovviamente al peggio e al cattivo gusto non c’è mai confine ma una cosa veramente è incomprensibile: come mai Mariotti non abbia un rigurgito di orgoglio e non pianti delle belle dimissioni davanti a una situazione che lo ridicolizza, insieme alla città di Bologna, agli occhi del mondo? oppure le dimissioni (quelle vere) sono ormai un istituto da esorcizzare, un retaggio di una serietà di comportamento “d’antan”. Chi scrive ha avuto più volte l’occasione di dimettersi per coerenza e per dare un segnale di serietà quando in gioco c’erano principi non negoziabili. Qui no: si sta attaccati al cadreghino (o alla carrozzella) senza pudore nella convinzione che la gente non capisca o dimentichi in fretta. E che dire di Sani, la cui spina dorsale in questo frangente appare una spirale?  Il comunale è un teatro da tempo periferico e questo episodio ne segna ancora una volta il degrado. Vado a Berlino ora “in più spirabil aere” dove una simile pagliacciata mai sarebbe neppure ipotizzabile (ve lo immaginate Barenboim scavalcato da Bosso?) sperando di non avere neppure gli echi del disastro. Nel frattempo la curia avrà modo di iniziare il processo di beatificazione di Ezio Bosso tanto una santificazione non si nega a nessuno: non abbiamo forse un papa santo che non mosse un dito contro Hitler quando sterminava gli ebrei e la cui nunziatura a Berlino, documenti alla mano, protesse solo i convertiti?
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Gerstein Bychkov – Ravenna Festival 28 Maggio 2017

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Chiamato a sostituire all’ultimo momento Jean-Yves Thibaudet, Kirill Gerstein ha fornito una prova di buona, non eccelsa qualità. Dotato di eccellente tecnica (se si esclude qualche incertezza nelle prime ottave del primo tempo) ha eseguito il celebre concerto di Čajkovskij in modo autorevole secondo i canoni dell’interpretazione di scuola slava. ovvero con rallentamenti (a mio parere eccessivi) nelle parti cantabili e con non infrequenti licenze ritmiche che sono apparse talvolta eccessive. Ma nel complesso una buona esecuzione da parte di un artista non certo molto noto in Italia e che meriterebbe un “seconda chance” in un concerto solistico che permettesse di valutare appieno le sue doti. Di Semyon Bychkov abbiamo apprezzato da lungo tempo le doti di grande trascinatore e anche nella rutilante partitura di Berlioz ha messo in luce tutte quelle che sono le sue caratteristiche principali: gesto eloquente, perfetto rispetto dello stile dell’opera, assoluta padronanza dell’orchestra (di ottima qualità). Un’esecuzione insomma senza una sbavatura coronata giustamente dagli applausi fragorosi del pubblico che ha riempito in buona parte il Paladeandrè che ha una capienza di più di tremila posti.
Mi viene segnalato (mi era sfuggito e me ne scuso) un elzevirino sul Corriere di Bologna del 19 Maggio del Failoni Helmut (quello che con bella sicurezza aveva definito S.Cristina la sala perfetta per i concerti da camera, una sala tristemente riconosciuta come il luogo con la peggiore acustica di tutta Bologna!) che pretenderebbe di prendersela con gli orchestrali del teatro comunale (definiti invertebrati – categoria zoologico-musicale a me ignota: che esistano anche i coleotteri musicali?) rei di avere eccepito sul novello Karajan autoctono Ezio Bosso. Per il nostro eroe locale elogi sperticati financo ridicoli che tanto sanno di piaggeria, anche perché il Bosso si è esibito nel tipico rito italiano: le dimissioni annunciate e a quanto si sa non formalizzate (definite nell’articolo parole chiare …!).  Si potrebbe dubitare se il nostro Helmut sappia di cosa si sta trattando così come si dovrebbe dubitare a ragione che mai abbia frequentato S.Cristina, ma è la chiusa che è fenomenale: “la musica è l’altrove”. Mi sono a lungo scervellato per interpretarne il significato recondito e alla fine ho capito: il festival di San Remo! 

 

Happy
Programma:
P: Čajkovskij Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23
H. Berlioz Symphonie  fantastique op. 14
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Chaslin Bronzi – Teatro comunale Bologna 27 Maggio 2017

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Il concerto inizia con il famosissimo e bellissimo concerto di Dvořák (che in realtà ne aveva scritto un altro in la maggiore, op. B10 praticamente mai eseguito), pietra di paragone dei violoncellisti per la sua estrema difficoltà tecnica e per essere fra i più eseguiti nell’ambito della purtroppo ridotta letteratura violoncellistica (fra l’altro in generale  poco conosciuta e apprezzata: ho avuto modo di sentire con le mie orecchie: “il prossimo anno viene Brunello con Bach? sicuro che non ci sarò” a riprova dell’ ignoranza di tanto pubblico…). Ma tant’è: questo è quello che passa il convento. Ma veniamo al concerto. Un’ esecuzione onesta ma di certo non memorabile. Bronzi esprime un bel suono nelle parti cantabili (talvolta troppo rallentate rispetto all’andamento generale del brano) ma mostra problemi non sempre indifferenti nelle parti più virtuosistiche che non sfuggono a chi ha nelle orecchie le esecuzioni classiche di Rostropovich, di Maisky (ai bei tempi, ora un po’ passati) e anche di Brunello (anche lui ai tempi del massimo fulgore) etc. Nulla di grave: l’esecuzione è stata certamente gradevole (e “naturalmente” apprezzata dal pubblico – perché non si organizza talvolta quello che un tempo faceva la radio con “interpreti a confronto” in cui i singoli passaggi venivano esaminati e confrontati? forse potrebbe essere didatticamente molto utile a un pubblico sempre di bocca troppo buona) e ben supportata dall’orchestra anche se (non si adombrino per favore  i professori tacciandomi aprioristicamente – come è loro costume – di incompetenza..) ha avuto un cedimento dei corni nelle battute iniziali del concerto. Insomma ha vinto la musica più che l’esecuzione e coi tempi che corrono non è da poco. Due bis solistici del violoncellista: una trascrizione per violoncello del famoso brano per chitarra di Francisco Tarrega “Recuerdos de la Alhambra”, che sul violoncello francamente rende assai poco e che è stata eseguita in modo discutibile, e una sarabanda bachiana. Un discorso diverso vale per l’esecuzione della symphonie fantastique di Berlioz. Qui Chaslin – che per una volta ha diretto senza partitura, cosa ormai rara fra i direttori! – ha saputo trarre il meglio dall’orchestra con una esecuzione rutilante in cui tutti i colori della variegata composizione sono stati estratti in modo esemplare dando luogo a un’interpretazione di grande valore. E ancora una volta va sottolineato come un’orchestra non eccelsa come quella del teatro comunale di Bologna sotto la guida di un direttore eccellente è in grado di fornire una prova di grande valore. Molti, giustificati applausi.
HappySad
Programma:
A. Dvořák Concerto per violoncello e orchestra in Si minore, op. 104
H. Berlioz Symphonie  fantastique op. 14
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Musica moderna – Bologna 24 Maggio 2017

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Il sostanziale rifiuto del pubblico bolognese (ma non solo..) della musica del XX secolo è stato evidenziato ancora una volta dallo scarsissimo pubblico (andando via via rarefacendosi nel corso dell’opera) del Peter Grimes di Britten, un’opera oggettivamente non troppo difficile sul piano musicale ma risultata comunque indigesta anche a molti fedeli frequentatori della sala del Bibiena (che – va ricordato – ha ospitato la prima italiana del Lohengrin con grande successo). Un vero peccato perché l’opera è molto bella e per una volta messa bene in scena e molto ben diretta con ottimi cantanti. Sto ascoltando in questo momento sul V canale (la ex filodiffusione) delle musiche da film e molte di queste corrispondono come tipologie a quelle così indigeste al pubblico di cui sopra ma che risultano accettabili se costituiscono il sottofondo o anche l’accompagnamento di pellicole cinematografiche. In un certo senso questo corrisponde al costume – ormai assolutamente maggioritario – dei brani pop che sono pressoché costantemente introdotti con video che ne “interpretano” i contenuti o addirittura raccontano una storia del tutto scorrelata al testo della canzone. Ma mentre nel caso delle pellicole cinematografiche la musica “moderna” è accettata e addirittura considerata necessaria per sottolineare l’azione, tutt’altro discorso vale se l’azione è fusa con la musica come nel caso dell’opera di Britten. Interessante fenomeno di difficile interpretazione.

PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.  
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questoGrazie anticipatamente.
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Followers – Bologna 24 Maggio 2017

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Questo post è solo parzialmente correlato all’argomento principale del blog, ovvero le recensioni e i commenti sui fatti musicali. Si tratta invece di una riflessione sulla popolarità della musica classica (o “forte” come la definisce Q.Principe). Negli articoli sui tragici, inaccettabili fatti di Manchester (la prova di una peste ben lontana dall’essere debellata) viene riportato il numero di “followers” della cantante (23 anni se ho ben capito) che si è esibita a Manchester: circa una decina di milioni, ma si citano anche i casi di altre “popstars” più affermate (come Beyoncé) che hanno qualcosa come centinaia di milioni di followers. Ecco ho confrontato questi numeri con il numero dei miei followers (310), un numero che mi pareva già un grande successo e che in confronto è assolutamente ridicolo. E certamente altri blog più blasonati e da più tempo attivi nello stesso settore non godono di migliore situazione. E’vero che l’argomento, la dimensione locale e anche il linguaggio dei miei posts è assolutamente lontano dalle “twittate” alla Trump ma certo il confronto fa riflettere e dice semplicemente come molto probabilmente la musica forte sia destinata più o meno lentamente a scomparire o diventare quello che oggi è per noi la musica del ‘3-400, roba da specialisti e da ricercatori. La mia vetusta età mi impedirà di assistere a questa tragedia ma mi chiedo se non sia possibile cercare di invertire la tendenza. Vado spesso a Berlino e mi si apre il cuore quando vedo schiere di ragazzini recarsi a scuola con il loro strumento (non il solito flautino diritto di plastica con cui suonacchiare qualche motivetto) essendo colà la musica materia obbligatoria in tutte le scuole. Vorrei sapere se la fulva ministra dell’istruzione Fedeli è consapevole della carenza culturale che gravita nelle nostre scuole che di certo non può essere colmata da quelle poche scuole medie a indirizzo musicale e dagli ancora più rarefatti licei a indirizzo musicale, dopo che una sventurata riforma dei conservatori, propugnata dai professori dell’istituzione nel maldestro tentativo di farsi equiparare ai professori universitari (ridicolo!) ne ha ridotto drasticamente le possibilità di accesso (rendendo anche pressoché impossibile conseguire un diploma da privatisti). Vogliamo dirci una volta per tutte che la musica vale quanto l’italiano, la matematica, la storia etc. etc. O no?

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Politici e musica – Bologna 21 Maggio 2017

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Posso dire forte e chiaro che di questi “politici” e giornalisti esperti musicali “fai da te” ne ho strapiene le tasche (eufemismo)? Posso dire che non c’è nulla di più disgustoso di vedere utilizzata la cultura musicale come arma di combattimento a puri fini propagandistici? Ebbene, si leggano i giornali sulla questione Bosso e si vedrà che nessun esperto musicale, N E S S U N O, sostiene Bosso ma solo Mezzetti, Merola, Balzanelli & Co. Gente che ha a che fare con la musica come i classici cavoli a merenda, che non distingue una nota da una clava, che mai, ripeto mai, mette piede in un teatro, che se si chiede loro perché da decenni non siano stati rappresentati i Meistersinger von Nürenberg a Bologna ti chiedono “mai.. che cosa?”. Vogliamo fare qualche domanda di musica al comitato di indirizzo (quello che Merola – presidente – scambia per CdA)? Una, una sola persona saprebbe rispondere, la signora Fulvia de Colle: gli altri sono come il deserto dei Tartari (e mi scusi la buonanima di Buzzati). E allora di cosa dibattiamo? Quelli che sanno non possono intervenire e non sono ascoltati e allora, per favore, coloro che non capiscono di musica ma almeno sanno leggere l’italiano (o così si spera) leggano ad esempio la recensione del Peter Grimes di Giampiero Cane – voce indipendente – che apparirà sul Corriere Musicale dove troveranno che – guarda caso – un esperto dice quello che io e gli altri esperti (scusatemi ma debbo definirmi tale senza falsa modestia), come vox clamantis in deserto, diciamo dell’affaire Bosso. Tutti prevenuti? Tutti venduti? E i politici chi se li è comprati (o per cosa si sono venduti)? Come finirà? Facile a prevedersi: sarà firmata una pace armata solo per chiudere la polemica ma il risultato è che il Teatro ne scapiterà e alla fine Bosso dovrà giustamente fare le valigie e partecipare al Cantagiro (se ancora esiste…) o al festival di Castrocaro, per le lacrime buoniste delle mamme italiote. Toni esasperati? Ebbene sì, il dilettantismo in musica e nella sua organizzazione è la morte della musica e io vorrei evitare di vederne il decesso. Con poche speranze, con l’aria che tira…

 

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Cameristica, Commenti, Recensioni

Elena Nefedova – Talenti Bologna Festival 19 Maggio 2017

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Fin dalle primissime batture del brano lisztiano di apertura ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una giovane pianista di grandi qualità. Elena Nefedova è l’antitesi di quel pianismo muscolare e volgare rappresentato dal macellaio Matsuev. Qui siamo invece in presenza di una esecutrice che fa della riflessione e della misura la sua cifra interpretativa, caratterizzata dalla costante ricerca delle sfumature e del filo musicale  dei brani in programma. E anche laddove potrebbe scatenare la sua potenza tecnica (che esiste, come comprovato dallo scherzo di Chopin e dall’ultimo brano lisztiano eseguito) è sempre la musicalità che ha la “upper hand”  a riprova della maturità della pianista russa. La Nefedova si incrive nel solco di pianisti come Lupu e Brendel che rifuggono dagli “effetti speciali” e inserisce la propria interpretazione nell’alveo dello stile le cui sponde delimitano i confini che ogni artista non deve superare. Poi, naturalmente, ci sono aspetti che possono essere discussi e migliorati. Ad esempio l”esecuzione dei notturni chopiniani ha sofferto di tempi troppo rallentati: la ricerca della sonorità perfetta non può essere ottenuta a scapito dello smarrimento del filo conduttore del brano. La giovane età della pianista è la garanzia che se non smarrisce le qualità che oggi la contraddistinguono avrà una luminosa carriera nel suo futuro. Due bis e ottimo successo di pubblico. Un ultimo plauso: per una volta una pianista che non ha messo in luce le drammatiche carenze acustiche dell”oratorio dei Filippini. 
Piccola postilla (non scientifica..) – Diceva Ugo la Malfa “le dimissioni si danno, non si minacciano”. Leggo questa mattina su Repubblica che Bosso ha stabilito un altro record: le dimissioni “raccontate”. Ovvero le dimissioni sparate alla stampa ma poi – per una secondaria dimenticanza, ovviamente…. – mai formalizzate. Insomma una sorta di iannacciano “dimissioni: vediamo l’effetto che fa”. Intanto una schiera di gonzi ha abboccato dibattendo sulle dimissioni virtuali. Un altro capitolo di una farsa recitata da un “direttore” da  festival di Sanremo.
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Programma
Franz Liszt  Les jeux d’eau à la Villa d’Este  da Années de pèlerinage, Troisième Année
Fryderyk Chopin Notturno in do minore op.48 n.1, Notturno in fa diesis minore op.48 n.2 , Scherzo n.2 in si bemolle minore op.31 
Ludwig van Beethoven Sonata in mi bemolle maggiore op.27 n.1 “Quasi una fantasia”
Franz Liszt  Sonetto 104 del Petrarca da Années de pèlerinage – Deuxième Année, Italie, Parafrasi da concerto sul “Rigoletto” di Verdi 
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Operistica, Recensioni

Peter Grimes – Teatro comunale Bologna 19 Maggio 2017

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Peter Grimes è opera assolutamente non frequentemente rappresentata ed è proposta per la prima volta dal teatro comunale. Opera non facile soprattutto per un libretto nel quale contano molto più gli stati d’animo della trama vera e propria che è comunque il dramma dell’esclusione e dell’illusione. Esclusione del protagonista dalla società chiusa e gretta di un piccolo borgo, dove regnano indifferenza, calunnia e delazione, e illusione dello stesso protagonista di potere prendere una sorta di ascensore sociale basato sul denaro. Ovviamente il tutto si risolve in una tragedia che si può presupporre lascerà totalmente indifferenti gli abitanti del piccolo borgo in cui si svolge l’azione. Sarebbe opportuno comunque conoscere il processo di scelta di Britten per una storia fosca e abbastanza controversa cui peraltro non è nuovo se si considera l’altra opera “The turn of the screw”. Musica molto bella (come in tutte le opere di Britten) e traduzione dei sopratitoli (di un inglese di non facile approccio) incerta .

Che dire? bravi tutti. In primo luogo la direzione quasi perfetta di Juraj Valčuha che ha saputo trarre il meglio dall’orchestra del Comunale (non una sbavatura, anche nei fiati, che comprova come un buona direzione esalti le caratteristiche degli strumentisti) e che ha dimostrato grande esperienza nella direzione operistica, soprattutto in questo frangente certamente di non facile conduzione. Finalmente un direttore capace di dare i giusti attacchi ai cantanti che, liberati dall’ansia della concertazione, hanno potuto esprimere al meglio la loro vocalità. Un grosso plauso indifferenziato a Ian Storey (Peter Grimes) – voce possente ma capace al contempo di esprimere tutte le contraddizioni del personaggio – e a Charlotte-Anne Shipley (Ellen Orford), capace di sottolineare le caratteristiche di un personaggio volonteroso ma fragile e alla fine impotente. Ma bravi tutti gli altri cantanti e un plauso particolare anche al coro che tanta parte ha nell’opera. 

Ottima la regia di  Cesare Lievi e dello scenografo Csaba Antal che (finalmente!) hanno rinunciato alle follie “creative” che ormai infestano i teatri d’opera per una messa in scena che ha perfettamente rispecchiato il testo del libretto. Alcune scene per la loro coralità e i colori dei costumi hanno ricordato il compianto Tadeusz Kantor (ad esempio in Wielopole, Wielopole). Insomma un bel successo del teatro comunale con un ma.. In primo luogo l’intero comitato di indirizzo del teatro (scambiato nel comunicato del comune in occasione della querelle orchestra-Bosso con il defunto consiglio di amministrazione!!), il sindaco suo presidente e l’assessore alla cultura Gambarelli hanno brillato per la loro assenza. Ma si può, dico io? Persino il non compianto Ronchi, pur non capendo nulla di musica, faceva almeno atto di presenza. Qui no, niente!  Poi il pubblico, scarso già all’inizio (notata anche l’assenza di signore presenzialiste che normalmente mai mancano alle “prime”), che è andato via via riducendosi come se si trattasse di uno spettacolo di seconda categoria. Ma stiamo parlando di un masterpiece dell’operistica del ‘900, fra l’altro tutt’altro che di difficile decifrazione come è sempre la musica di Britten! Insomma un pubblico che ancora una volta ha dimostrato di capire poco o nulla di musica e opera. Ma non è una novità. Grande successo di pubblico (quello rimasto fino alla fine!) non viziato da quella clacque  cui una timorosa direzione del teatro ci ha purtroppo abituato.
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HappyHappy
Cast
Auntie
Gabriella Sborgi
Balstrode
Mark S.Doss
Bob Boles
Paolo Antognetti
Ellen Orford
Charlotte-Anne Shipley
Hobson
Luca Gallo
Mrs.(Nabob) Sedley
Kamelia Kader
Ned Keene
Maurizio Leoni
Niece 1
Chiara Notarnicola
Niece 2
Sandra Pastrana
Peter Grimes
Ian Storey
Rev. Horace Adams
Saverio Bambi
Swallow
John Molloy
Produzione Teatro Pavarotti di Modena
Direttore
Juraj Valčuha
Regia
Cesare Lievi
Scene
Csaba Antal
Costumi
Marina Luxardo
Luci
Luigi Saccomandi
Coreografie
Daniela Schiavone
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Non una lacrima – Bologna 18 Maggio 2017

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Lugete Lugete, o Veneres Cupidinesque, et quantum est hominum venustiorum cantava Catullo in un suo famoso carme. Ecco noi non piangeremo invece per le dimissioni di Ezio Bosso da direttore principale ospite del teatro comunale di Bologna. Non piangeremo perché siamo consapevoli che è giusto che il nostro abbia la possibilità di entrare nell’empireo dei grandi direttori come Toscanini, Karajan,  Kleiber, Böhm etc. e l’impegno per un piccolo teatro di periferia come il Comunale di Bologna sarebbe stato ingiusta zavorra sulle sue ali. E vogliamo sperare che il suo gran cuore resista alle lusinghe che saranno avanzate da chi si vede sfuggire dalle mani un sì grande tesoro. Resistere, Bosso, resistere, questo è l’auspicio di chi ha a cuore la grande musica e si sentirebbe in colpa trattenendo per egoismo un bene che non è della città ma del mondo intero. Noi ci accontentiamo di direttori come Mariotti (che ha pensato bene signorilmente di non entrare nella polemica ma che ne è il convitato di pietra) senza aspirare a vette irraggiungibili, comprovate dalla maestosa, indimenticabile, stellare partecipazione al festival di Sanremo. A questo punto speriamo anche che le giuste decisioni in materia siano prese dal Consiglio di Amministrazione citato nel comunicato stampa del comune – che ha l’unico difetto di non esistere!  Kein Kommentar, no comment, senza commenti….

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Theresia Youth Orchestra Chiara Banchini – Bologna Festival 17 Maggio 2017

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Ho scritto anche troppe volte sulle orchestre barocche in grandi sale da concerto: è anche il caso del concerto della Theresia Youth Orchestra. Strumenti barocchi, esecutori in piedi etc. etc. dovrebbero riprodurre quello che erano i concerti del ‘700 che però si svolgevano in piccole sale, con pubblico ridotto etc. etc.  Ciò premesso va detto che l’esecuzione è stata di buona qualità trascinata dalla Konzertmeisterin Banchini, al violino in tutti i brani. Un’orchestra giovane con alcune eccellenze (ad esempio il primo fagotto) che ha dato luogo a concerto molto godibile purtroppo in presenza di un pubblico molto ridotto (finale di Coppa Italia…). Certamente il concerto avrebbe avuto molta maggior ragion d’essere in un ambiente più adatto alle sonorità settecentesche. Ma  – come sempre – si fa di necessità virtù…. Un bis e buon successo di pubblico.

PS Esce oggi un comunicato stampa del comune in cui il sindaco Merola prende posizione in modo molto deciso in favore di Bosso (annullando addirittura il previsto concerto del 5 Giugno) nella “querelle” che lo oppone  ai 51 orchestrali firmatari della lettera di cui avevo parlato ieri nel mio post “Ri-Bosso“: non posso che confermare il mio (modestissimo) supporto ai 51. Con Bosso siamo in presenza di una cinica operazione di marketing sulle disgrazie di una persona i cui meriti musicali sono inversamente proporzionali alla gravità della sua malattia.  Fra l’altro nel comunicato stampa si cita per due volte il consiglio di amministrazione del teatro… che non esiste (esiste solo il comitato di indirizzo dopo la riforma!) e si invoca una nuova figura nel teatro: il direttore del personale. Il che la dice lunga sull’approssimazione con cui una materia così delicata viene affrontata: una disputa di bassissimo livello da modesto e insignificante teatro di provincia quale è diventato il glorioso teatro comunale di Bologna Un solo punto positivo nel comunicato: la volontà di regolamentare una volta per tutte il rapporto fra il teatro e la filarmonica del teatro, una problematica lasciata marcire a lungo dalla passata e presente sovrintendenza in nome del “laissez faire” e del “queta non movere” a fronte di patenti violazioni degli accordi che prevedono che la filarmonica non possa suonare in opere liriche (e in Giappone cosa fa? turismo musicale?).
In tutto questo bailamme che fa  Mariotti, convitato di pietra? Se ne sta sdegnosamente in disparte come Sicheo, (probabilmente a ragione)?

PPS Su suggerimento della prof. Marcucci nel suo commento, sarebbe bene ricordare che il molte realtà il direttore di un’orchestra deve ricevere il gradimento dell’orchestra stessa, e in certi casi (Berliner) addirittura il direttore è scelto dall’orchestra.
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Programma
Franz Joseph Haydn  Ouverture da “Armida”
Franz Joseph Haydn  Sinfonia n.89 in fa maggiore Hob I:89
Luigi Boccherini  Ouverture in re maggiore op.43 G 521
Luigi Boccherini  Sinfonia in re maggiore op.42 G 520
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Ri-Bosso – Bologna 17 Maggio 2017

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L’idea che Ezio Bosso possa costituire un argomento di interesse in campo musicale la dice lunghissima sulla follia di un teatro un tempo famoso (qui si ebbe la prima italiana del Lohengrin !) e di un’amministrazione comunale pasticciona. La faccenda è nota ma adesso alcuni orchestrali ne hanno avuto piene le tasche e quindi si sono (giustamente) ribellati spedendo una lettera alla direzione del teatro che ha risposto con il  classico linguaggio camaleontico che “dice e non dice”, che dà “un colpo al cerchio e uno alla botte” etc. etc. con quel tipico equilibrismo pilatesco che denuncia una drammatica carenza di leadership. Diciamocelo chiaramente: il mondo musicale in profonda e sempre maggiore crisi ha bisogno di sfornare continuamente “personaggi” che in qualche modo attirino l’audience, nello stesso spirito con cui si presentano ragazzi “prodigio” destinati a scomparire con la stessa velocità con cui vengono mandati allo sbaraglio. Adesso si punta sul “buonismo” italico, sfruttando cinicamente la drammatica situazione di Bosso, contrabbandandolo come novello Karajan in tutte le salse, associandolo – di fatto – a Mariotti (si parva licet componere magnis – Virgilio Georgiche) !!!!. E penosa è anche la posizione dei sindacati degli orchestrali che emettono un comunicato da Comintern dimostrando ancora una volta – mai che ce ne fosse bisogno – la loro abissale inadeguatezza. Vorrei ripetere ancora una volta che questo nulla toglie alla simpateticità verso chi è soggetto di una simile disgrazia ma è necessario sapere scindere il lato umano da quello criticamente musicale. L’idea poi che l’amministrazione comunale, regolarmente assente in occasione della manifestazioni del teatro, abbia “imposto” Bosso senza avere la benché minima idea delle sue reali capacità è solo l’ultimo chiodo nella bara del teatro. L’intervento di Foletto su Facebook è – a questo proposito – perfetto. Purtroppo temo che i fuochi d’artificio in materia non siano che all’inizio, se la polemica occupa le pagine del quotidiano locale e addirittura entra in campo la figlia di Abbado (peccato che il padre non possa più  esprimere la sua opinione…). Santo subito?
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Programma
Wolfgang Amadeus Mozart  Sonata in do maggiore KV 545, Fantasia in do minore KV 475, Sonata in do minore KV 457
Ludwig van Beethoven Sonata n. 27 in mi minore op.90, Sonata n. 32 in do minore op. 111
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Cameristica, Recensioni

Grigorij Sokolov – Musica Insieme Bologna 15 Maggio 2017

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Nella prima satira di Orazio si legge “sunt denique certi fines quos ultra citraque nequit consistere rectum” (ci sono ben definiti confini al di qua e al di là dei quali non può trovarsi il giusto). Questo verso andrebbe ripetuto mille volte a Sokolov che ormai scivola sempre più velocemente verso una china manieristica nell’ambito della quale ritiene che tutto gli sia lecito. Ne avevo già avuto sentore e ne avevo scritto in occasione del concerto tenuto per il Bologna Festival nel 2016. Sia chiaro: se al pubblico va bene che gli importa? fa quello che gli pare e via. Però l’interpretazione musicale seria ha delle regole: è come un fiume che deve scorrere in un alveo. L’alveo è lo stile dell’epoca e il rispetto della partitura: nell’ambito di questi confini ha diritto di cittadinanza l’interpretazione. Fuori si cade invece nell’arbitrio. E’ il caso di Sokolov con Mozart: tempi smodatamente allargati, costanti cambiamenti di tempo, accelerati e rallentati, sonorità con un campo di variabilità da pianoforte romantico alla Rachmaninov etc. etc. Piace? E allora che farsene dei parrucconi (categoria alla quale sono da moltissimi anni iscritto) che predicano la misura, che apprezzano i Michelangeli, i Brendel, i Volodov, etc. etc. ? Rimane loro solo il diritto inalienabile a considerare questo modo di suonare intollerabile. E certamente fa specie che venga da un artista che nel tempo passato ha toccato vette altissime. Un po’ meglio l’esecuzione delle sonate beethoveniane (ma dove c’è scritto che i trilli debbano iniziare con la nota superiore, un vezzo di stile settecentesco?) e poi ecco che ricasca nell’interpretazione soporifera oltre ogni immaginazione quando si passa alla famosissima “arietta” finale dell’op. 111, dimenticando anche che le variazioni in larga misura dovrebbero rispettare il tempo dell’aria su cui si basano mentre qui nella terza variazione improvvisamente il tempo accelera per poi ricadere in un ritmo da Wiegenlied. Stop: su Sokolov cade, per quanto mi riguarda, una sorta di “crux filologica“.  Va anche segnalato che l’esecuzione di tutti i brani non è stata neppure tecnicamente immacolata: si sono avuti errori anche in passaggi molto semplici. E che dire della pretesa di eseguire tutti i brani di una parte del concerto senza soluzione di continuità, non facendo chiedere al pubblico dall’astenersi dall’applauso (ovviamente lecito), ma attaccando letteralmente la fine di un brano all’inizio del successivo anche quando chiaramente diversi come impostazione e stile con un effetto veramente sgradevole.  Sei (6) bis (almeno fino a quando per l’ora tardissima sono uscito): un momento musicale di Schubert, due notturni di Chopin, una sonata settecentesca (penso di Scarlatti ma non solo lo Shazam della musica classica!), l’arabesque di Schumann e un preludio di Chopin. Grandissimo, immancabile, ma anche tristissimo successo acritico di un pubblico da panem et circenses (sono mancate solo le vestali in deliquio) ma su questo non commento ulteriormente: chi mi legge capisce perfettamente la mia opinione. Piccolo inciso: il concerto è terminato alle 11.40, il che dice quale sia l’allargamento dei tempi. Pareva di essere a Bayreuth quando Gatti dirige il Parsifal (corre voce che colà le maschere abbiano diritto a un extra per l’allungamento dei tempi)!
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Cameristica, Recensioni

Arkadij Volodos – Bologna Festival 9 Maggio 2017

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Di Volodos ho già avuto modo ripetutamente di scrivere (ad esempio http://wp.me/p5m12m-EN e http://wp.me/p5m12m-yO) e sarebbe inutile ripetere gli stessi giudizi. Volodos è una di quelle mosche bianche che hanno (giustamente) raggiunto il successo senza passare per i grandi concorsi (ce ne sono a migliaia di secondo e terzo ordine…) grazie all’intuito e la competenza di un talent-scout musicale. Tralasciate le pirotecniche trascrizioni giovanili, Volodos è oggi un pianista completo, dotato di una “mano” eccezionale (grazie alla quale tutto sembra facile, anche l’op. 76 di Brahms che nel primo, nel quinto e nell’ottavo brano pone difficoltà trascendentali)  ma con la grande capacità di sottomettere alla musicalità la propria strabiliante tecnica (a differenza di macellai alla Matsuev, tanto per fare un confronto). Eccelle certamente in Brahms e Schubert mentre nel concerto in questione e segnatamente in Schumann (Papillons come le Kinderszenen sono composizioni che richiedono un delicatissimo equilibrio), ha mostrato un inizio di eccesso di manierismo, un rischio che la sua tecnica interpretativa corre. Nulla di grave ma si può sperare che questo non sia un piccolo sintomo di una deriva che vorremmo potere escludere.  Grande successo e sei bis, nell’ambito dei quali non è mancato uno dei bellissimi intermezzi Brahmsiani op. 118.
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Robert Schumann  Papillons op.2
Johannes Brahms Klavierstücke op.76
Franz Schubert Sonata in la maggiore D.959

 

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Recensioni, Sinfonica

Luzerner Sinfonieorchester Carydis Quasthoff Schweiger Reiss – Bologna Festival 6 Maggio 2017

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Pronto ad attirarmi i fulmini di una buona parte dei miei lettori (alcuni dei quali – notabilmente i newcomers – tendono a darmi a priori allegramente dell’incompetente, obbligandomi – controvoglia – a elencare le mie credenziali!)  debbo dire che ho trovato il concerto di cattivo gusto. Thomas Quasthoff è stato (e probabilmente ancora è) uno dei più grandi baritoni dell’ultimo trentennio e vederlo ridotto a declamatore (non eccellente – non è il suo mestiere!) mi ha dato il senso ancora una volta della incapacità di grandissimi artisti di fare i conti con l’avanzare degli anni. Ho già avuto modo di scriverne – ad esempio in occasione del concerto di Pollini – e credo inutile ribadire il concetto. Normalmente un baritono ha una vita musicale lunghissima (si pensi a Leo Nucci!) e sono certo che Quasthoff ha ancora molte frecce al suo arco: perché sprecarsi? Inutile dire che ha suscitato gli applausi di una audience molto disponibile, ma la disamina della performance, non viziata dalla empatia umana, non può che essere severa. Detto questo non è giudicabile la soprano Reiss vista la parte minuscola nel concerto. Interessante e bello il brano di Schönberg ed eccellente l’esecuzione della sinfonia mozartiana da parte di un’orchestra di qualità. Ma il fastidio prodotto dalla performance di Quasthoff non vorrei che avesse in qualche modo influito sul mio giudizio. La chiudo quindi qui scusandomi con i lettori.
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Programma
Ludwig van Beethoven  Egmont op.84 per orchestra, soprano e voce recitante  (integrale delle musiche di scena)
Arnold Schönberg Ode a Napoleone Bonaparte op.41 per orchestra d’archi, pianoforte e voce recitante
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.39 in mi bemolle maggiore K.543

 

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Cameristica, Recensioni

Rattle Özsuca – Talenti Bologna Festival 3 Maggio 2017

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Finalmente, finalmente un po’ di spazio ai fiati e in particolare al clarinetto! Figlio di Simon Rattle, Sacha Rattle, non ha seguito le orme del padre (come assai spesso avviene, vedi i casi dei figli di Ashkenazy, Maisky, Argerich – con l’eccezione del giovane Pollini che però pare scomparso dal panorama concertistico – probabilmente per evitare impietosi confronti) e ha dato luogo insieme alla moglie pianista Zeynep Özsuca a un concerto interessante e godibile con un ventaglio di autori tutti incentrati sul periodo 800- inizio ‘900. Molto bella la sonata di Saint-Saëns con quell’andamento circolare così caratteristico del periodo francese (si pensi al Preludio, corale e fuga di Franck), per passare ai famosissimi Fantasiestücke di Schumann e passare poi attraverso Martinu (un compositore purtroppo poco praticato in Italia) alla splendida sonata dell’ultimo Brahms. un capolavoro assoluto. Dal punto di vista esecutivo Rattle si è dimostrato un ottimo professionista ma certamente ha dei limiti nella qualità del suono emesso e in particolare negli acuti quando il volume richiesto è importante e il clarinetto non riesce ad “arrotondare” il suono.  Insomma siamo lontani dai grandi esecutori come Gervase de Peyer e anche il nostro Alessandro Carbonare. Ottima invece la prestazione della pianista (e moglie) Özsuca che – finalmente! – si è resa conto dell’acustica infame dell’oratorio dei Filippini e ha moderato il volume del piano anche per non coprire il clarinetto. Le uniche incertezze si sono avute nella tecnicamente difficilissima sonata di Brahms resa comunque con grande mestiere. Un unico bis. Come ho già avuto modo di scrivere, sarebbe oltremodo interessante ascoltare nella stessa serata le due sonate op. 120 di Brahms, che sono previste sia per clarinetto che per viola, in entrambe le versioni : un confronto che certamente risulterebbe gradito al pubblico.
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Programma
Camille Saint-Saëns Sonata in mi bemolle maggiore op.167 per clarinetto e pianoforte
Heinrich Joseph Baermann Adagio per clarinetto e pianoforte
Robert Schumann Fantasiestücke op.73
Bohuslav Martinů Sonatina per clarinetto e pianoforte
Gabriel Pierné Canzonetta op.19 per clarinetto e pianoforte
Johannes Brahms Sonata in mi bemolle maggiore op.120 n.2 per clarinetto e pianoforte
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Quartetto Kelemen – Musica Insieme Bologna 2 Maggio 2017

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Un quartetto il cui programma copre di fatto l’ampio percorso temporale compositivo di questo tipo di formazione (con l’ovvia assenza di grandi compositori come Beethoven) dal ‘700 al ‘900 come indicato dal relatore al quale va riconosciuto il merito di non essersi  presentato finalmente con il solito foglietto da studente impreparato in mano, anche se la qualità del contenuto della presentazione ha lasciato molto a desiderare (e francamente non ho capito perché l’accordo che definisce una tonalità sia composto da quattro note – mi parrebbe che la terza e quinta sulla tonica siano più che sufficienti – a meno che non si voglia indicare la terza-quinta-settima sulla dominante ma non ne capisco il motivo).  Ma veniamo alla formazione ungherese che ha come sua caratteristica peculiare la intercambiabilità di alcuni ruoli – ovviamente violino e viola – ma che certamente non costituisce una punta di eccellenza. Siamo in presenza di onesti professionisti caratteristici di quei concerti “di mezzo” cui Musica Insieme ci ha abituato come riempitivo fra nomi di eccellenza, che probabilmente pesano poco sul budget della fondazione ma fanno numero. Repertorio interessante e molta “verve” ma suono di certo non di alta qualità e esecuzioni non impeccabili. Nulla di grave ma non c’è molto da dire.
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Franz Joseph Haydn Quartetto in re maggiore op. 20 n. 4
Robert Schumann Quartetto in la maggiore op. 41 n. 3
Franz Schubertn Quartettsatz in do minore D 703
Béla Bartók Quartetto n. 5
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Gala Chistiakova – Circolo della Musica Bologna 29 Aprile 2017

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Oltre che al concorso Chopin avevo già avuto già modo di ascoltare la pianista russa anche in un concerto privato derivandone sempre la stessa impressione. Il pianismo di Gala Chistiakova è “roccioso” sostenuto da una tecnica di prim’ordine che trova il suo terreno migliore negli autori in grado di valorizzarla (ad esempio Rachmaninov – non eseguito questa sera – e Skrjabin – con qualche eccezione come nel famosissimo e difficilissimo studio n.12). Il suo limite è che la sua rocciosità e il suo virtuosismo non sempre vengono moderati, plasmati, laddove i toni debbono farsi più sfumati e deve emergere il lato più espressivo e interpretativo. Nelle esecuzioni della Chistiakova si ha sempre l’impressione che la pianista non veda l’ora di esprimere tutta la potenza di fuoco esecutiva di cui fa sfoggio spesso senza sufficiente controllo. Ne hanno fatto le spese nel concerto di ieri sera le parti cantabili chopiniane della prima e terza ballata e in particolare le mazurke che sono risultate un vero disastro, trasformate in una sorta di marcia militare e – incredibilmente – ammannite anche come bis, quando la pianista russa ha nel suo repertorio studi, improvvisi etc. chopiniani molto più adatti al suo temperamento. Sono questi i limiti che non le hanno permesso di avanzare oltre il terzo stadio e penultimo stadio del concorso Chopin del 2015. Anche la barcarola ha sofferto degli stessi limiti innanzitutto in quanto eseguita globalmente troppo lentamente con effetti persino soporiferi e nell’ambito della quale la ricerca della cantabilità si è sposata come in altri casi con un ulteriore rallentamento dei tempi. Espressività non significa allargamento dei tempi ma estrazione del significato profondo del brano: anche un brano moderatamente veloce può essere “cantabile”. Una pianista di calibro medio-alto quindi ma che dovrebbe maturare limitando e limando gli aspetti più eccessivi del suo pianismo. Ha trenta anni e ancora tempo per questa maturazione anche se deve confrontarsi con giovani leoni che questo percorso hanno già compiuto. Forse B.Petrushanskj, alfiere per antonomasia del pianismo roccioso, non è al momento il suo miglior maestro.
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F. Chopin Barcarola op. 60, Ballate 1 e 3, 4 Mazurche op. 6
A. Skrjabin 12 studi op. 8
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Recensioni, Sinfonica

Michele Mariotti – Teatro comunale Bologna 28 Aprile 2017

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Mariotti è un giovane direttore, certamente molto dotato musicalmente che riesce a trarre dall’orchestra del teatro comunale il meglio che riesce a esprimere (e voglio tralasciare le solite problematiche dei soliti strumenti, ad esempio all’inizio della sinfonia mendelssohniana – sarebbe come sparare sulla crocerossa). Il programma eseguito è stato particolarmente interessante a partire dalla celebre passacaglia di Webern che costituisce un punto di sintesi fra la forma barocca e le istanze musicali del primo novecento. Certamente è più congeniale a Mariotti la poetica brillante di Mendelssohn rispetto a quella più intimistica di Schubert e se ne è avuta un’ulteriore prova nel concerto in questione. Mariotti dirige sempre con impeto dando il massimo risalto agli ottoni (non in serata) tralasciando di modulare la sua tempra musicale in funzione dell’autore eseguito. Ma sempre in un ambito di ottima qualità e la sua giovane età permette di presagire un futuro nel quale la maturità saprà sottolineare quegli aspetti che oggi oggettivamente mancano. Di certo nel concerto i due brani migliori sono stati Webern e Mendelssohn mentre per Schubert è venuta a mancare quella tessitura più sfumata che è caratteristica peculiare del compositore viennese. Ma sia chiaro: mi dichiaro “Mariottiano” e considero il concerto sinfonico eseguito uno dei migliori che l’orchestra locale possa esprimere. Non ho avuto modo di ascoltare il direttore con altre orchestre (ad esempio quella eccezionale della scala) e credo che le sue qualità ne verrebbero molto ampliate.
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HappyHappy
Programma:
Anton Webern Passacaglia
Franz Schubert Sinfonia n. 5
Felix Mendelssohn Bartholdy Sinfonia n. 3
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Leonardo Pierdomenico – Conoscere la musica Bologna 27 Aprile 2017

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Un concerto iniziato in modo drammatico. Una sonata di Scarlatti trasformata in un brano post-romantico con languori e svenature accompagnate da un uso smodato del pedale, semplicemente inaccettabile. Di assai diverso taglio l’esecuzione della seconda sonata nella quale si è delineata l’eccellente tecnica dell’esecutore.  Una trasformazione a 180 gradi che suggerirebbe di rispettare lo stile e il periodo compositivo del compositore napoletano senza indulgere a revisioni del tutto inappropriate. La sonata di Beethoven è stata eseguita in modo egregio, una sonata poco frequentata un po’ per la sua lunghezza (inconsueta nelle prime sonate del compositore di Bonn) un po’ per la sua non eccelsa fattura. La prima versione della campanella di Liszt non viene quasi mai eseguita e certamente merita una sorta di riposo eterno cui è stata confinata da tempo immemore.  Molto bene l’esecuzione della sonata di Clementi, un compositore che si attaglia perfettamente alle doti tendezialmente granitiche di Pierdomenico e le variazioni Paganini di Brahms, uno dei vertici della difficoltà pianistica, sono state eseguite in modo quasi perfetto (qualche piccola sbavatura nella seconda serie, ma si tratta di inezie). Un giovane pianista che promette molto ma che deve ancora imparare a domare il suo impeto basato delle doti tecniche che talvolta lo portano ad esagerare a scapito delle sottolineature più propriamente musicali. Ma certamente una valida promessa del concertismo italiano se ha l’umiltà di rispettare in toto stili e stilemi compositivi.
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HappyHappy
Programma:
D. Scarlatti  Sonate K 1 e K 216
L.v.Beethoven  Sonata n.4 op. 7
F.Liszt  La campanella (Prima versione)
M Clementi Sonata n.5 op 25
J.Brahms Variazioni sopra un tema di Paganini op. 35
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