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Followers – Bologna 24 Maggio 2017

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Questo post è solo parzialmente correlato all’argomento principale del blog, ovvero le recensioni e i commenti sui fatti musicali. Si tratta invece di una riflessione sulla popolarità della musica classica (o “forte” come la definisce Q.Principe). Negli articoli sui tragici, inaccettabili fatti di Manchester (la prova di una peste ben lontana dall’essere debellata) viene riportato il numero di “followers” della cantante (23 anni se ho ben capito) che si è esibita a Manchester: circa una decina di milioni, ma si citano anche i casi di altre “popstars” più affermate (come Beyoncé) che hanno qualcosa come centinaia di milioni di followers. Ecco ho confrontato questi numeri con il numero dei miei followers (310), un numero che mi pareva già un grande successo e che in confronto è assolutamente ridicolo. E certamente altri blog più blasonati e da più tempo attivi nello stesso settore non godono di migliore situazione. E’vero che l’argomento, la dimensione locale e anche il linguaggio dei miei posts è assolutamente lontano dalle “twittate” alla Trump ma certo il confronto fa riflettere e dice semplicemente come molto probabilmente la musica forte sia destinata più o meno lentamente a scomparire o diventare quello che oggi è per noi la musica del ‘3-400, roba da specialisti e da ricercatori. La mia vetusta età mi impedirà di assistere a questa tragedia ma mi chiedo se non sia possibile cercare di invertire la tendenza. Vado spesso a Berlino e mi si apre il cuore quando vedo schiere di ragazzini recarsi a scuola con il loro strumento (non il solito flautino diritto di plastica con cui suonacchiare qualche motivetto) essendo colà la musica materia obbligatoria in tutte le scuole. Vorrei sapere se la fulva ministra dell’istruzione Fedeli è consapevole della carenza culturale che gravita nelle nostre scuole che di certo non può essere colmata da quelle poche scuole medie a indirizzo musicale e dagli ancora più rarefatti licei a indirizzo musicale, dopo che una sventurata riforma dei conservatori, propugnata dai professori dell’istituzione nel maldestro tentativo di farsi equiparare ai professori universitari (ridicolo!) ne ha ridotto drasticamente le possibilità di accesso (rendendo anche pressoché impossibile conseguire un diploma da privatisti). Vogliamo dirci una volta per tutte che la musica vale quanto l’italiano, la matematica, la storia etc. etc. O no?

PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.  
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questoGrazie anticipatamente.
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Politici e musica – Bologna 21 Maggio 2017

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Posso dire forte e chiaro che di questi “politici” e giornalisti esperti musicali “fai da te” ne ho strapiene le tasche (eufemismo)? Posso dire che non c’è nulla di più disgustoso di vedere utilizzata la cultura musicale come arma di combattimento a puri fini propagandistici? Ebbene, si leggano i giornali sulla questione Bosso e si vedrà che nessun esperto musicale, N E S S U N O, sostiene Bosso ma solo Mezzetti, Merola, Balzanelli & Co. Gente che ha a che fare con la musica come i classici cavoli a merenda, che non distingue una nota da una clava, che mai, ripeto mai, mette piede in un teatro, che se si chiede loro perché da decenni non siano stati rappresentati i Meistersinger von Nürenberg a Bologna ti chiedono “mai.. che cosa?”. Vogliamo fare qualche domanda di musica al comitato di indirizzo (quello che Merola – presidente – scambia per CdA)? Una, una sola persona saprebbe rispondere, la signora Fulvia de Colle: gli altri sono come il deserto dei Tartari (e mi scusi la buonanima di Buzzati). E allora di cosa dibattiamo? Quelli che sanno non possono intervenire e non sono ascoltati e allora, per favore, coloro che non capiscono di musica ma almeno sanno leggere l’italiano (o così si spera) leggano ad esempio la recensione del Peter Grimes di Giampiero Cane – voce indipendente – che apparirà sul Corriere Musicale dove troveranno che – guarda caso – un esperto dice quello che io e gli altri esperti (scusatemi ma debbo definirmi tale senza falsa modestia), come vox clamantis in deserto, diciamo dell’affaire Bosso. Tutti prevenuti? Tutti venduti? E i politici chi se li è comprati (o per cosa si sono venduti)? Come finirà? Facile a prevedersi: sarà firmata una pace armata solo per chiudere la polemica ma il risultato è che il Teatro ne scapiterà e alla fine Bosso dovrà giustamente fare le valigie e partecipare al Cantagiro (se ancora esiste…) o al festival di Castrocaro, per le lacrime buoniste delle mamme italiote. Toni esasperati? Ebbene sì, il dilettantismo in musica e nella sua organizzazione è la morte della musica e io vorrei evitare di vederne il decesso. Con poche speranze, con l’aria che tira…

 

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Cameristica, Commenti, Recensioni

Elena Nefedova – Talenti Bologna Festival 19 Maggio 2017

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Fin dalle primissime batture del brano lisztiano di apertura ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una giovane pianista di grandi qualità. Elena Nefedova è l’antitesi di quel pianismo muscolare e volgare rappresentato dal macellaio Matsuev. Qui siamo invece in presenza di una esecutrice che fa della riflessione e della misura la sua cifra interpretativa, caratterizzata dalla costante ricerca delle sfumature e del filo musicale  dei brani in programma. E anche laddove potrebbe scatenare la sua potenza tecnica (che esiste, come comprovato dallo scherzo di Chopin e dall’ultimo brano lisztiano eseguito) è sempre la musicalità che ha la “upper hand”  a riprova della maturità della pianista russa. La Nefedova si incrive nel solco di pianisti come Lupu e Brendel che rifuggono dagli “effetti speciali” e inserisce la propria interpretazione nell’alveo dello stile le cui sponde delimitano i confini che ogni artista non deve superare. Poi, naturalmente, ci sono aspetti che possono essere discussi e migliorati. Ad esempio l”esecuzione dei notturni chopiniani ha sofferto di tempi troppo rallentati: la ricerca della sonorità perfetta non può essere ottenuta a scapito dello smarrimento del filo conduttore del brano. La giovane età della pianista è la garanzia che se non smarrisce le qualità che oggi la contraddistinguono avrà una luminosa carriera nel suo futuro. Due bis e ottimo successo di pubblico. Un ultimo plauso: per una volta una pianista che non ha messo in luce le drammatiche carenze acustiche dell”oratorio dei Filippini. 
Piccola postilla (non scientifica..) – Diceva Ugo la Malfa “le dimissioni si danno, non si minacciano”. Leggo questa mattina su Repubblica che Bosso ha stabilito un altro record: le dimissioni “raccontate”. Ovvero le dimissioni sparate alla stampa ma poi – per una secondaria dimenticanza, ovviamente…. – mai formalizzate. Insomma una sorta di iannacciano “dimissioni: vediamo l’effetto che fa”. Intanto una schiera di gonzi ha abboccato dibattendo sulle dimissioni virtuali. Un altro capitolo di una farsa recitata da un “direttore” da  festival di Sanremo.
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Programma
Franz Liszt  Les jeux d’eau à la Villa d’Este  da Années de pèlerinage, Troisième Année
Fryderyk Chopin Notturno in do minore op.48 n.1, Notturno in fa diesis minore op.48 n.2 , Scherzo n.2 in si bemolle minore op.31 
Ludwig van Beethoven Sonata in mi bemolle maggiore op.27 n.1 “Quasi una fantasia”
Franz Liszt  Sonetto 104 del Petrarca da Années de pèlerinage – Deuxième Année, Italie, Parafrasi da concerto sul “Rigoletto” di Verdi 
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Operistica, Recensioni

Peter Grimes – Teatro comunale Bologna 19 Maggio 2017

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Peter Grimes è opera assolutamente non frequentemente rappresentata ed è proposta per la prima volta dal teatro comunale. Opera non facile soprattutto per un libretto nel quale contano molto più gli stati d’animo della trama vera e propria che è comunque il dramma dell’esclusione e dell’illusione. Esclusione del protagonista dalla società chiusa e gretta di un piccolo borgo, dove regnano indifferenza, calunnia e delazione, e illusione dello stesso protagonista di potere prendere una sorta di ascensore sociale basato sul denaro. Ovviamente il tutto si risolve in una tragedia che si può presupporre lascerà totalmente indifferenti gli abitanti del piccolo borgo in cui si svolge l’azione. Sarebbe opportuno comunque conoscere il processo di scelta di Britten per una storia fosca e abbastanza controversa cui peraltro non è nuovo se si considera l’altra opera “The turn of the screw”. Musica molto bella (come in tutte le opere di Britten) e traduzione dei sopratitoli (di un inglese di non facile approccio) incerta .

Che dire? bravi tutti. In primo luogo la direzione quasi perfetta di Juraj Valčuha che ha saputo trarre il meglio dall’orchestra del Comunale (non una sbavatura, anche nei fiati, che comprova come un buona direzione esalti le caratteristiche degli strumentisti) e che ha dimostrato grande esperienza nella direzione operistica, soprattutto in questo frangente certamente di non facile conduzione. Finalmente un direttore capace di dare i giusti attacchi ai cantanti che, liberati dall’ansia della concertazione, hanno potuto esprimere al meglio la loro vocalità. Un grosso plauso indifferenziato a Ian Storey (Peter Grimes) – voce possente ma capace al contempo di esprimere tutte le contraddizioni del personaggio – e a Charlotte-Anne Shipley (Ellen Orford), capace di sottolineare le caratteristiche di un personaggio volonteroso ma fragile e alla fine impotente. Ma bravi tutti gli altri cantanti e un plauso particolare anche al coro che tanta parte ha nell’opera. 

Ottima la regia di  Cesare Lievi e dello scenografo Csaba Antal che (finalmente!) hanno rinunciato alle follie “creative” che ormai infestano i teatri d’opera per una messa in scena che ha perfettamente rispecchiato il testo del libretto. Alcune scene per la loro coralità e i colori dei costumi hanno ricordato il compianto Tadeusz Kantor (ad esempio in Wielopole, Wielopole). Insomma un bel successo del teatro comunale con un ma.. In primo luogo l’intero comitato di indirizzo del teatro (scambiato nel comunicato del comune in occasione della querelle orchestra-Bosso con il defunto consiglio di amministrazione!!), il sindaco suo presidente e l’assessore alla cultura Gambarelli hanno brillato per la loro assenza. Ma si può, dico io? Persino il non compianto Ronchi, pur non capendo nulla di musica, faceva almeno atto di presenza. Qui no, niente!  Poi il pubblico, scarso già all’inizio (notata anche l’assenza di signore presenzialiste che normalmente mai mancano alle “prime”), che è andato via via riducendosi come se si trattasse di uno spettacolo di seconda categoria. Ma stiamo parlando di un masterpiece dell’operistica del ‘900, fra l’altro tutt’altro che di difficile decifrazione come è sempre la musica di Britten! Insomma un pubblico che ancora una volta ha dimostrato di capire poco o nulla di musica e opera. Ma non è una novità. Grande successo di pubblico (quello rimasto fino alla fine!) non viziato da quella clacque  cui una timorosa direzione del teatro ci ha purtroppo abituato.
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HappyHappy
Cast
Auntie
Gabriella Sborgi
Balstrode
Mark S.Doss
Bob Boles
Paolo Antognetti
Ellen Orford
Charlotte-Anne Shipley
Hobson
Luca Gallo
Mrs.(Nabob) Sedley
Kamelia Kader
Ned Keene
Maurizio Leoni
Niece 1
Chiara Notarnicola
Niece 2
Sandra Pastrana
Peter Grimes
Ian Storey
Rev. Horace Adams
Saverio Bambi
Swallow
John Molloy
Produzione Teatro Pavarotti di Modena
Direttore
Juraj Valčuha
Regia
Cesare Lievi
Scene
Csaba Antal
Costumi
Marina Luxardo
Luci
Luigi Saccomandi
Coreografie
Daniela Schiavone
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Non una lacrima – Bologna 18 Maggio 2017

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Lugete Lugete, o Veneres Cupidinesque, et quantum est hominum venustiorum cantava Catullo in un suo famoso carme. Ecco noi non piangeremo invece per le dimissioni di Ezio Bosso da direttore principale ospite del teatro comunale di Bologna. Non piangeremo perché siamo consapevoli che è giusto che il nostro abbia la possibilità di entrare nell’empireo dei grandi direttori come Toscanini, Karajan,  Kleiber, Böhm etc. e l’impegno per un piccolo teatro di periferia come il Comunale di Bologna sarebbe stato ingiusta zavorra sulle sue ali. E vogliamo sperare che il suo gran cuore resista alle lusinghe che saranno avanzate da chi si vede sfuggire dalle mani un sì grande tesoro. Resistere, Bosso, resistere, questo è l’auspicio di chi ha a cuore la grande musica e si sentirebbe in colpa trattenendo per egoismo un bene che non è della città ma del mondo intero. Noi ci accontentiamo di direttori come Mariotti (che ha pensato bene signorilmente di non entrare nella polemica ma che ne è il convitato di pietra) senza aspirare a vette irraggiungibili, comprovate dalla maestosa, indimenticabile, stellare partecipazione al festival di Sanremo. A questo punto speriamo anche che le giuste decisioni in materia siano prese dal Consiglio di Amministrazione citato nel comunicato stampa del comune – che ha l’unico difetto di non esistere!  Kein Kommentar, no comment, senza commenti….

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Theresia Youth Orchestra Chiara Banchini – Bologna Festival 17 Maggio 2017

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Ho scritto anche troppe volte sulle orchestre barocche in grandi sale da concerto: è anche il caso del concerto della Theresia Youth Orchestra. Strumenti barocchi, esecutori in piedi etc. etc. dovrebbero riprodurre quello che erano i concerti del ‘700 che però si svolgevano in piccole sale, con pubblico ridotto etc. etc.  Ciò premesso va detto che l’esecuzione è stata di buona qualità trascinata dalla Konzertmeisterin Banchini, al violino in tutti i brani. Un’orchestra giovane con alcune eccellenze (ad esempio il primo fagotto) che ha dato luogo a concerto molto godibile purtroppo in presenza di un pubblico molto ridotto (finale di Coppa Italia…). Certamente il concerto avrebbe avuto molta maggior ragion d’essere in un ambiente più adatto alle sonorità settecentesche. Ma  – come sempre – si fa di necessità virtù…. Un bis e buon successo di pubblico.

PS Esce oggi un comunicato stampa del comune in cui il sindaco Merola prende posizione in modo molto deciso in favore di Bosso (annullando addirittura il previsto concerto del 5 Giugno) nella “querelle” che lo oppone  ai 51 orchestrali firmatari della lettera di cui avevo parlato ieri nel mio post “Ri-Bosso“: non posso che confermare il mio (modestissimo) supporto ai 51. Con Bosso siamo in presenza di una cinica operazione di marketing sulle disgrazie di una persona i cui meriti musicali sono inversamente proporzionali alla gravità della sua malattia.  Fra l’altro nel comunicato stampa si cita per due volte il consiglio di amministrazione del teatro… che non esiste (esiste solo il comitato di indirizzo dopo la riforma!) e si invoca una nuova figura nel teatro: il direttore del personale. Il che la dice lunga sull’approssimazione con cui una materia così delicata viene affrontata: una disputa di bassissimo livello da modesto e insignificante teatro di provincia quale è diventato il glorioso teatro comunale di Bologna Un solo punto positivo nel comunicato: la volontà di regolamentare una volta per tutte il rapporto fra il teatro e la filarmonica del teatro, una problematica lasciata marcire a lungo dalla passata e presente sovrintendenza in nome del “laissez faire” e del “queta non movere” a fronte di patenti violazioni degli accordi che prevedono che la filarmonica non possa suonare in opere liriche (e in Giappone cosa fa? turismo musicale?).
In tutto questo bailamme che fa  Mariotti, convitato di pietra? Se ne sta sdegnosamente in disparte come Sicheo, (probabilmente a ragione)?

PPS Su suggerimento della prof. Marcucci nel suo commento, sarebbe bene ricordare che il molte realtà il direttore di un’orchestra deve ricevere il gradimento dell’orchestra stessa, e in certi casi (Berliner) addirittura il direttore è scelto dall’orchestra.
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Programma
Franz Joseph Haydn  Ouverture da “Armida”
Franz Joseph Haydn  Sinfonia n.89 in fa maggiore Hob I:89
Luigi Boccherini  Ouverture in re maggiore op.43 G 521
Luigi Boccherini  Sinfonia in re maggiore op.42 G 520
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Ri-Bosso – Bologna 17 Maggio 2017

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L’idea che Ezio Bosso possa costituire un argomento di interesse in campo musicale la dice lunghissima sulla follia di un teatro un tempo famoso (qui si ebbe la prima italiana del Lohengrin !) e di un’amministrazione comunale pasticciona. La faccenda è nota ma adesso alcuni orchestrali ne hanno avuto piene le tasche e quindi si sono (giustamente) ribellati spedendo una lettera alla direzione del teatro che ha risposto con il  classico linguaggio camaleontico che “dice e non dice”, che dà “un colpo al cerchio e uno alla botte” etc. etc. con quel tipico equilibrismo pilatesco che denuncia una drammatica carenza di leadership. Diciamocelo chiaramente: il mondo musicale in profonda e sempre maggiore crisi ha bisogno di sfornare continuamente “personaggi” che in qualche modo attirino l’audience, nello stesso spirito con cui si presentano ragazzi “prodigio” destinati a scomparire con la stessa velocità con cui vengono mandati allo sbaraglio. Adesso si punta sul “buonismo” italico, sfruttando cinicamente la drammatica situazione di Bosso, contrabbandandolo come novello Karajan in tutte le salse, associandolo – di fatto – a Mariotti (si parva licet componere magnis – Virgilio Georgiche) !!!!. E penosa è anche la posizione dei sindacati degli orchestrali che emettono un comunicato da Comintern dimostrando ancora una volta – mai che ce ne fosse bisogno – la loro abissale inadeguatezza. Vorrei ripetere ancora una volta che questo nulla toglie alla simpateticità verso chi è soggetto di una simile disgrazia ma è necessario sapere scindere il lato umano da quello criticamente musicale. L’idea poi che l’amministrazione comunale, regolarmente assente in occasione della manifestazioni del teatro, abbia “imposto” Bosso senza avere la benché minima idea delle sue reali capacità è solo l’ultimo chiodo nella bara del teatro. L’intervento di Foletto su Facebook è – a questo proposito – perfetto. Purtroppo temo che i fuochi d’artificio in materia non siano che all’inizio, se la polemica occupa le pagine del quotidiano locale e addirittura entra in campo la figlia di Abbado (peccato che il padre non possa più  esprimere la sua opinione…). Santo subito?
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Programma
Wolfgang Amadeus Mozart  Sonata in do maggiore KV 545, Fantasia in do minore KV 475, Sonata in do minore KV 457
Ludwig van Beethoven Sonata n. 27 in mi minore op.90, Sonata n. 32 in do minore op. 111
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Cameristica, Recensioni

Grigorij Sokolov – Musica Insieme Bologna 15 Maggio 2017

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Nella prima satira di Orazio si legge “sunt denique certi fines quos ultra citraque nequit consistere rectum” (ci sono ben definiti confini al di qua e al di là dei quali non può trovarsi il giusto). Questo verso andrebbe ripetuto mille volte a Sokolov che ormai scivola sempre più velocemente verso una china manieristica nell’ambito della quale ritiene che tutto gli sia lecito. Ne avevo già avuto sentore e ne avevo scritto in occasione del concerto tenuto per il Bologna Festival nel 2016. Sia chiaro: se al pubblico va bene che gli importa? fa quello che gli pare e via. Però l’interpretazione musicale seria ha delle regole: è come un fiume che deve scorrere in un alveo. L’alveo è lo stile dell’epoca e il rispetto della partitura: nell’ambito di questi confini ha diritto di cittadinanza l’interpretazione. Fuori si cade invece nell’arbitrio. E’ il caso di Sokolov con Mozart: tempi smodatamente allargati, costanti cambiamenti di tempo, accelerati e rallentati, sonorità con un campo di variabilità da pianoforte romantico alla Rachmaninov etc. etc. Piace? E allora che farsene dei parrucconi (categoria alla quale sono da moltissimi anni iscritto) che predicano la misura, che apprezzano i Michelangeli, i Brendel, i Volodov, etc. etc. ? Rimane loro solo il diritto inalienabile a considerare questo modo di suonare intollerabile. E certamente fa specie che venga da un artista che nel tempo passato ha toccato vette altissime. Un po’ meglio l’esecuzione delle sonate beethoveniane (ma dove c’è scritto che i trilli debbano iniziare con la nota superiore, un vezzo di stile settecentesco?) e poi ecco che ricasca nell’interpretazione soporifera oltre ogni immaginazione quando si passa alla famosissima “arietta” finale dell’op. 111, dimenticando anche che le variazioni in larga misura dovrebbero rispettare il tempo dell’aria su cui si basano mentre qui nella terza variazione improvvisamente il tempo accelera per poi ricadere in un ritmo da Wiegenlied. Stop: su Sokolov cade, per quanto mi riguarda, una sorta di “crux filologica“.  Va anche segnalato che l’esecuzione di tutti i brani non è stata neppure tecnicamente immacolata: si sono avuti errori anche in passaggi molto semplici. E che dire della pretesa di eseguire tutti i brani di una parte del concerto senza soluzione di continuità, non facendo chiedere al pubblico dall’astenersi dall’applauso (ovviamente lecito), ma attaccando letteralmente la fine di un brano all’inizio del successivo anche quando chiaramente diversi come impostazione e stile con un effetto veramente sgradevole.  Sei (6) bis (almeno fino a quando per l’ora tardissima sono uscito): un momento musicale di Schubert, due notturni di Chopin, una sonata settecentesca (penso di Scarlatti ma non solo lo Shazam della musica classica!), l’arabesque di Schumann e un preludio di Chopin. Grandissimo, immancabile, ma anche tristissimo successo acritico di un pubblico da panem et circenses (sono mancate solo le vestali in deliquio) ma su questo non commento ulteriormente: chi mi legge capisce perfettamente la mia opinione. Piccolo inciso: il concerto è terminato alle 11.40, il che dice quale sia l’allargamento dei tempi. Pareva di essere a Bayreuth quando Gatti dirige il Parsifal (corre voce che colà le maschere abbiano diritto a un extra per l’allungamento dei tempi)!
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.  
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Programma
Wolfgang Amadeus Mozart  Sonata in do maggiore KV 545, Fantasia in do minore KV 475, Sonata in do minore KV 457
Ludwig van Beethoven Sonata n. 27 in mi minore op.90, Sonata n. 32 in do minore op. 111
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Cameristica, Recensioni

Arkadij Volodos – Bologna Festival 9 Maggio 2017

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Di Volodos ho già avuto modo ripetutamente di scrivere (ad esempio http://wp.me/p5m12m-EN e http://wp.me/p5m12m-yO) e sarebbe inutile ripetere gli stessi giudizi. Volodos è una di quelle mosche bianche che hanno (giustamente) raggiunto il successo senza passare per i grandi concorsi (ce ne sono a migliaia di secondo e terzo ordine…) grazie all’intuito e la competenza di un talent-scout musicale. Tralasciate le pirotecniche trascrizioni giovanili, Volodos è oggi un pianista completo, dotato di una “mano” eccezionale (grazie alla quale tutto sembra facile, anche l’op. 76 di Brahms che nel primo, nel quinto e nell’ottavo brano pone difficoltà trascendentali)  ma con la grande capacità di sottomettere alla musicalità la propria strabiliante tecnica (a differenza di macellai alla Matsuev, tanto per fare un confronto). Eccelle certamente in Brahms e Schubert mentre nel concerto in questione e segnatamente in Schumann (Papillons come le Kinderszenen sono composizioni che richiedono un delicatissimo equilibrio), ha mostrato un inizio di eccesso di manierismo, un rischio che la sua tecnica interpretativa corre. Nulla di grave ma si può sperare che questo non sia un piccolo sintomo di una deriva che vorremmo potere escludere.  Grande successo e sei bis, nell’ambito dei quali non è mancato uno dei bellissimi intermezzi Brahmsiani op. 118.
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Programma
Robert Schumann  Papillons op.2
Johannes Brahms Klavierstücke op.76
Franz Schubert Sonata in la maggiore D.959

 

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Recensioni, Sinfonica

Luzerner Sinfonieorchester Carydis Quasthoff Schweiger Reiss – Bologna Festival 6 Maggio 2017

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Pronto ad attirarmi i fulmini di una buona parte dei miei lettori (alcuni dei quali – notabilmente i newcomers – tendono a darmi a priori allegramente dell’incompetente, obbligandomi – controvoglia – a elencare le mie credenziali!)  debbo dire che ho trovato il concerto di cattivo gusto. Thomas Quasthoff è stato (e probabilmente ancora è) uno dei più grandi baritoni dell’ultimo trentennio e vederlo ridotto a declamatore (non eccellente – non è il suo mestiere!) mi ha dato il senso ancora una volta della incapacità di grandissimi artisti di fare i conti con l’avanzare degli anni. Ho già avuto modo di scriverne – ad esempio in occasione del concerto di Pollini – e credo inutile ribadire il concetto. Normalmente un baritono ha una vita musicale lunghissima (si pensi a Leo Nucci!) e sono certo che Quasthoff ha ancora molte frecce al suo arco: perché sprecarsi? Inutile dire che ha suscitato gli applausi di una audience molto disponibile, ma la disamina della performance, non viziata dalla empatia umana, non può che essere severa. Detto questo non è giudicabile la soprano Reiss vista la parte minuscola nel concerto. Interessante e bello il brano di Schönberg ed eccellente l’esecuzione della sinfonia mozartiana da parte di un’orchestra di qualità. Ma il fastidio prodotto dalla performance di Quasthoff non vorrei che avesse in qualche modo influito sul mio giudizio. La chiudo quindi qui scusandomi con i lettori.
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Programma
Ludwig van Beethoven  Egmont op.84 per orchestra, soprano e voce recitante  (integrale delle musiche di scena)
Arnold Schönberg Ode a Napoleone Bonaparte op.41 per orchestra d’archi, pianoforte e voce recitante
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n.39 in mi bemolle maggiore K.543

 

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Cameristica, Recensioni

Rattle Özsuca – Talenti Bologna Festival 3 Maggio 2017

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Finalmente, finalmente un po’ di spazio ai fiati e in particolare al clarinetto! Figlio di Simon Rattle, Sacha Rattle, non ha seguito le orme del padre (come assai spesso avviene, vedi i casi dei figli di Ashkenazy, Maisky, Argerich – con l’eccezione del giovane Pollini che però pare scomparso dal panorama concertistico – probabilmente per evitare impietosi confronti) e ha dato luogo insieme alla moglie pianista Zeynep Özsuca a un concerto interessante e godibile con un ventaglio di autori tutti incentrati sul periodo 800- inizio ‘900. Molto bella la sonata di Saint-Saëns con quell’andamento circolare così caratteristico del periodo francese (si pensi al Preludio, corale e fuga di Franck), per passare ai famosissimi Fantasiestücke di Schumann e passare poi attraverso Martinu (un compositore purtroppo poco praticato in Italia) alla splendida sonata dell’ultimo Brahms. un capolavoro assoluto. Dal punto di vista esecutivo Rattle si è dimostrato un ottimo professionista ma certamente ha dei limiti nella qualità del suono emesso e in particolare negli acuti quando il volume richiesto è importante e il clarinetto non riesce ad “arrotondare” il suono.  Insomma siamo lontani dai grandi esecutori come Gervase de Peyer e anche il nostro Alessandro Carbonare. Ottima invece la prestazione della pianista (e moglie) Özsuca che – finalmente! – si è resa conto dell’acustica infame dell’oratorio dei Filippini e ha moderato il volume del piano anche per non coprire il clarinetto. Le uniche incertezze si sono avute nella tecnicamente difficilissima sonata di Brahms resa comunque con grande mestiere. Un unico bis. Come ho già avuto modo di scrivere, sarebbe oltremodo interessante ascoltare nella stessa serata le due sonate op. 120 di Brahms, che sono previste sia per clarinetto che per viola, in entrambe le versioni : un confronto che certamente risulterebbe gradito al pubblico.
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Programma
Camille Saint-Saëns Sonata in mi bemolle maggiore op.167 per clarinetto e pianoforte
Heinrich Joseph Baermann Adagio per clarinetto e pianoforte
Robert Schumann Fantasiestücke op.73
Bohuslav Martinů Sonatina per clarinetto e pianoforte
Gabriel Pierné Canzonetta op.19 per clarinetto e pianoforte
Johannes Brahms Sonata in mi bemolle maggiore op.120 n.2 per clarinetto e pianoforte
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Cameristica, Recensioni

Quartetto Kelemen – Musica Insieme Bologna 2 Maggio 2017

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Un quartetto il cui programma copre di fatto l’ampio percorso temporale compositivo di questo tipo di formazione (con l’ovvia assenza di grandi compositori come Beethoven) dal ‘700 al ‘900 come indicato dal relatore al quale va riconosciuto il merito di non essersi  presentato finalmente con il solito foglietto da studente impreparato in mano, anche se la qualità del contenuto della presentazione ha lasciato molto a desiderare (e francamente non ho capito perché l’accordo che definisce una tonalità sia composto da quattro note – mi parrebbe che la terza e quinta sulla tonica siano più che sufficienti – a meno che non si voglia indicare la terza-quinta-settima sulla dominante ma non ne capisco il motivo).  Ma veniamo alla formazione ungherese che ha come sua caratteristica peculiare la intercambiabilità di alcuni ruoli – ovviamente violino e viola – ma che certamente non costituisce una punta di eccellenza. Siamo in presenza di onesti professionisti caratteristici di quei concerti “di mezzo” cui Musica Insieme ci ha abituato come riempitivo fra nomi di eccellenza, che probabilmente pesano poco sul budget della fondazione ma fanno numero. Repertorio interessante e molta “verve” ma suono di certo non di alta qualità e esecuzioni non impeccabili. Nulla di grave ma non c’è molto da dire.
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Programma
Franz Joseph Haydn Quartetto in re maggiore op. 20 n. 4
Robert Schumann Quartetto in la maggiore op. 41 n. 3
Franz Schubertn Quartettsatz in do minore D 703
Béla Bartók Quartetto n. 5
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Cameristica, Recensioni

Gala Chistiakova – Circolo della Musica Bologna 29 Aprile 2017

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Oltre che al concorso Chopin avevo già avuto già modo di ascoltare la pianista russa anche in un concerto privato derivandone sempre la stessa impressione. Il pianismo di Gala Chistiakova è “roccioso” sostenuto da una tecnica di prim’ordine che trova il suo terreno migliore negli autori in grado di valorizzarla (ad esempio Rachmaninov – non eseguito questa sera – e Skrjabin – con qualche eccezione come nel famosissimo e difficilissimo studio n.12). Il suo limite è che la sua rocciosità e il suo virtuosismo non sempre vengono moderati, plasmati, laddove i toni debbono farsi più sfumati e deve emergere il lato più espressivo e interpretativo. Nelle esecuzioni della Chistiakova si ha sempre l’impressione che la pianista non veda l’ora di esprimere tutta la potenza di fuoco esecutiva di cui fa sfoggio spesso senza sufficiente controllo. Ne hanno fatto le spese nel concerto di ieri sera le parti cantabili chopiniane della prima e terza ballata e in particolare le mazurke che sono risultate un vero disastro, trasformate in una sorta di marcia militare e – incredibilmente – ammannite anche come bis, quando la pianista russa ha nel suo repertorio studi, improvvisi etc. chopiniani molto più adatti al suo temperamento. Sono questi i limiti che non le hanno permesso di avanzare oltre il terzo stadio e penultimo stadio del concorso Chopin del 2015. Anche la barcarola ha sofferto degli stessi limiti innanzitutto in quanto eseguita globalmente troppo lentamente con effetti persino soporiferi e nell’ambito della quale la ricerca della cantabilità si è sposata come in altri casi con un ulteriore rallentamento dei tempi. Espressività non significa allargamento dei tempi ma estrazione del significato profondo del brano: anche un brano moderatamente veloce può essere “cantabile”. Una pianista di calibro medio-alto quindi ma che dovrebbe maturare limitando e limando gli aspetti più eccessivi del suo pianismo. Ha trenta anni e ancora tempo per questa maturazione anche se deve confrontarsi con giovani leoni che questo percorso hanno già compiuto. Forse B.Petrushanskj, alfiere per antonomasia del pianismo roccioso, non è al momento il suo miglior maestro.
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F. Chopin Barcarola op. 60, Ballate 1 e 3, 4 Mazurche op. 6
A. Skrjabin 12 studi op. 8
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Michele Mariotti – Teatro comunale Bologna 28 Aprile 2017

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Mariotti è un giovane direttore, certamente molto dotato musicalmente che riesce a trarre dall’orchestra del teatro comunale il meglio che riesce a esprimere (e voglio tralasciare le solite problematiche dei soliti strumenti, ad esempio all’inizio della sinfonia mendelssohniana – sarebbe come sparare sulla crocerossa). Il programma eseguito è stato particolarmente interessante a partire dalla celebre passacaglia di Webern che costituisce un punto di sintesi fra la forma barocca e le istanze musicali del primo novecento. Certamente è più congeniale a Mariotti la poetica brillante di Mendelssohn rispetto a quella più intimistica di Schubert e se ne è avuta un’ulteriore prova nel concerto in questione. Mariotti dirige sempre con impeto dando il massimo risalto agli ottoni (non in serata) tralasciando di modulare la sua tempra musicale in funzione dell’autore eseguito. Ma sempre in un ambito di ottima qualità e la sua giovane età permette di presagire un futuro nel quale la maturità saprà sottolineare quegli aspetti che oggi oggettivamente mancano. Di certo nel concerto i due brani migliori sono stati Webern e Mendelssohn mentre per Schubert è venuta a mancare quella tessitura più sfumata che è caratteristica peculiare del compositore viennese. Ma sia chiaro: mi dichiaro “Mariottiano” e considero il concerto sinfonico eseguito uno dei migliori che l’orchestra locale possa esprimere. Non ho avuto modo di ascoltare il direttore con altre orchestre (ad esempio quella eccezionale della scala) e credo che le sue qualità ne verrebbero molto ampliate.
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Programma:
Anton Webern Passacaglia
Franz Schubert Sinfonia n. 5
Felix Mendelssohn Bartholdy Sinfonia n. 3
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Cameristica, Recensioni

Leonardo Pierdomenico – Conoscere la musica Bologna 27 Aprile 2017

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Un concerto iniziato in modo drammatico. Una sonata di Scarlatti trasformata in un brano post-romantico con languori e svenature accompagnate da un uso smodato del pedale, semplicemente inaccettabile. Di assai diverso taglio l’esecuzione della seconda sonata nella quale si è delineata l’eccellente tecnica dell’esecutore.  Una trasformazione a 180 gradi che suggerirebbe di rispettare lo stile e il periodo compositivo del compositore napoletano senza indulgere a revisioni del tutto inappropriate. La sonata di Beethoven è stata eseguita in modo egregio, una sonata poco frequentata un po’ per la sua lunghezza (inconsueta nelle prime sonate del compositore di Bonn) un po’ per la sua non eccelsa fattura. La prima versione della campanella di Liszt non viene quasi mai eseguita e certamente merita una sorta di riposo eterno cui è stata confinata da tempo immemore.  Molto bene l’esecuzione della sonata di Clementi, un compositore che si attaglia perfettamente alle doti tendezialmente granitiche di Pierdomenico e le variazioni Paganini di Brahms, uno dei vertici della difficoltà pianistica, sono state eseguite in modo quasi perfetto (qualche piccola sbavatura nella seconda serie, ma si tratta di inezie). Un giovane pianista che promette molto ma che deve ancora imparare a domare il suo impeto basato delle doti tecniche che talvolta lo portano ad esagerare a scapito delle sottolineature più propriamente musicali. Ma certamente una valida promessa del concertismo italiano se ha l’umiltà di rispettare in toto stili e stilemi compositivi.
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Programma:
D. Scarlatti  Sonate K 1 e K 216
L.v.Beethoven  Sonata n.4 op. 7
F.Liszt  La campanella (Prima versione)
M Clementi Sonata n.5 op 25
J.Brahms Variazioni sopra un tema di Paganini op. 35
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Di Liberto Salvati – Bologna Festival 26 Aprile 2017

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Allorché Wagner, dopo la fuga dalla Prussia per motivi politici, approdò a Parigi dove condusse la parte più grama della sua esistenza, si lamentò costantemente dell’abitudine  snobistica dei membri del Jockey Club che arrivavano a teatro all’inizio del secondo atto (o seconda parte). Assolutamente giusto, ma nel caso del concerto in questione avrei voluto essere membro onorario del club in quanto la prima parte non merita neppure di essere menzionata, costituita come si trova a essere di una velleitaria accozzaglia di suoni che neppure lontanamente permettono di assimilarla al titolo dei brani eseguiti nonostante lo sforzo esegetico della prof. Dal Monte. Ma, in questo caso, oltre ad entrare alla seconda parte sarei anche uscito dopo poco, in quanto  l’esecuzione dei brani Lisztiani in nessun modo ha messo in luce proprio quelle caratteristiche di avanguardia musicale che la presentazione iniziale voleva raccordare ai brani della prima parte.  Lamentarsi dell’acustica dell’oratorio dei Filippini è come sparare sulla crocerossa ma proprio per questo motivo sarebbe richiesta all’esecutore una sensibilità musicale in grado di modulare le sonorità in funzione dell’ambiente. Nulla di tutto questo: una gragnuola di sf che hanno semplicemente impedito di seguire il filo musicale dei brani. Che altro dire: un pianista che vuole essere apprezzato non può avere come fine l’esecuzione delle ottave del compositore ungherese ma deve estrarre dalla sue composizioni un valore musicale nel caso in questione del tutto assente.
Programma:
Luigi Ceccarelli Il contatore di nuvole
Dimitri Maronidis Orbits
Franz Liszt Au bord d’une source, Orage, Sonetto 123 del Petrarca, Angelus, Studio n.2 “La leggerezza”, Studio n. 12 “Chasse-neige, Studio n.3 “La campanella”
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Commenti, Sinfonica

S.Cristina – Bologna 24 Aprile 2017

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Sul Corriere di Bologna del 23 Aprile Helmut Failoni asserisce con bella sicurezza che l’acustica di S.Cristina è perfetta per la musica da camera. Ora è assolutamente noto a tutti i frequentatori della sala che l’acustica di S.Cristina è terribile, viziata da un rimbombo secondo solo a quello dell’oratorio dei Filippini a meno che uno non sieda nelle prime tre file. Si può solo ipotizzare che il Failoni semplicemente non sia mai stato a un concerto a S.Cristina anche solo a metà della sala, o parli per sentito dire oppure che riporti acriticamente la voce degli organizzatori. Non vale neppure la pena di spendere altre parole di biasimo e sdegno per una bufala come questa, un vero disservizio per i lettori del Corriere: in fondo è proprio per smentire anche articoli di questo tipo che esiste Kurvenal con i suoi 250 lettori!

 

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Recensioni, Sinfonica

Mariotti Mullova – Teatro comunale Bologna 22 Aprile 2017

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Dal 1982, quando giovanissima si impose al Ciaikovskij di Mosca Viktoria Mullova è stata sempre ai vertici del violinismo internazionale. Tecnica raffinatissima, perfetto rispetto degli stili delle musiche eseguite, versatilità nei repertori (che hanno spaziato dal barocco fino al folk-jazzistico come nel concerto per Musica Insieme di un paio di anni fa) l’approccio è quello di un violinismo solidissimo, talvolta persino aggressivo ma sempre con un suono raffinato e una perfetta intonazione. Ne ha dato prova anche nel difficilissimo concerto di Sibelius trascinando, con il supporto di un eccellente Mariotti, l’orchestra del teatro in una esecuzione di rara bellezza, quasi che l’orchestra stimolata dalla grande interprete abbia saputo estrarre il meglio di sé.  Il concerto della Mullova si è concluso con un bis bachiano. Anche nella sinfonia di Sibelius Mariotti ha saputo infondere quel carattere eclettico che ne caratterizza la struttura che è contemporaneamente la sua caratteristica peculiare ma anche il suo limite. Pare mancare nella musica di Sibelius, in questo caso, una unitarietà di visione – perfettamente invece presente nel concerto per violino- che porta a una sensazione di spezzettamento episodico nel quale non mancano momenti di alta intensità lirica ma tendezialmente scollegatii e come tali di minore valore musicale. In ogni modo un concerto di alta qualità giustamente applaudito dal pubblico abbastanza numeroso in sala.
HappyHappy
Programma:
Jean Sibelius Concerto per violino ed orchestra , Sinfonia n. 2
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Cameristica, Recensioni

Josef Suk Piano Quartet – Talenti Bologna Festival Bologna 13 Aprile 2017

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Un quartetto con piano, giovane e agguerrito con ottime individualità che ha dato luogo a un concerto molto godibile. In questo contesto va notato che l’elemento trainante (per una volta!) è la viola di Eva Krestová, una strumentista brava ed esuberante che con il suo entusiasmo trascina l’intero complesso. Una buona esecuzione del quartetto di Schumann e una buona esecuzione del quartetto di Brahms, anche se i tempi staccati per il “Rondò alla zingaresca” sono risultati eccessivi togliendo un po’ del fascino della composizione. Ma certamente un complesso che vorremmo riascoltare.
 
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.  
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questoGrazie anticipatamente.
Happy
Programma
Robert Schumann  Quartetto in mi bemolle maggiore op.47 per pianoforte e archi
Matteo D’Amico  Trio pour un ange per violino, violoncello e pianoforte (2015)
Johannes Brahms  Quartetto in sol minore n.1 op.25 per pianoforte e archi
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Operistica, Recensioni

La voix humaine/Cavalleria rusticana – Teatro comunale Bologna 9 Aprile 2017

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Diciamo subito che la prova di Anna Caterina Antonacci ne “La voix humaine” è stata superba sotto ogni profilo. Voce perfetta, azione scenica assolutamente intonata allo sviluppo del monologo, insomma una performance che in nessun modo ha fatto rimpiangere quella rimasta impressa nel pubblico bolognese di Raina Kabaivanska. Di sicuro in tutto questo è stata coadiuvata da un’ottima prova dell’orchestra del teatro comunale e del direttore Mariotti, apparso in questo caso in ottima forma e in grado di estrarre dalla compagine del teatro il meglio che è in grado di esprimere. Un plauso anche alla regia di Emma Dante che con pochi ballerini-figuranti ha sottolineato con efficacia le diverse situazioni evocate dalla protagonista: insomma uno spettacolo di alta qualità.  Un tono sotto la seconda parte della serata con “Cavalleria rusticana”. La regia di Emma Dante (che al suo attivo ha certamente la scelta di evitare i classici carrettini siciliani) troppo ha cercato di ricalcare le rappresentazioni sacre che si tenevano (e ancora si tengono) in Sicilia con una ripetitività troppo marcata di viae crucis e un profluvio di croci che nel tentativo di ricreare la cupa atmosfera verista del profondo sud dell’inizio ‘900 finisce per “übertrieben”  (una cattiva traduzione del vocabolo tedesco sarebbe “strafare”) l’intera impostazione con il risultato finale di apparire più noiosa che incisiva. Quanto alle voci vanno sottolineate le prove di Gezim Myshketa (Alfio), voce possente e incisiva e quella di Carmen Topciu, una Santuzza dalla bella voce drammatica, perfettamente inserita nel personaggio e con una capacità di modulare i toni di grande impatto vocale. Un po’ meno convincente Marco Berti nel ruolo di Turiddu: pur nell’ambito di una prova complessiva di buona, non eccelsa, qualità è mancato in alcuni momenti topici del drammone Mascagnano (mi colpisce sempre come questa opera complessivamente molto modesta continui nonostante tutto a rimanere “di repertorio”). Non giudicabili le altre due protagoniste per il ruolo troppo ridotto delle loro performances. Buona anche in questo caso la prova dell’orchestra e di Mariotti. 
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HappySadHappy
Cast
LA VOIX HUMAINE
Una donna
Anna Caterina Antonacci
CAVALLERIA RUSTICANA
Turiddu
Marco Berti
Alfio
Gezim Myshketa
Santuzza
Carmen Topciu
Lola
Anastasia Boldyreva
Lucia
Claudia Marchi
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Emma Dante
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Recensioni, Sinfonica

Schiff Chamber Orchestra of Europe – Bologna Festival 6 Aprile 2017

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Mai un concerto che abbia ascoltato ha avuto una doppia faccia come questo. Nella prima parte i brani di Bach sono stati eseguiti alla perfezione prima su piano solo e poi ripetuti in versione orchestrale mettendo a nudo tutte le frastagliature della partitura bachiana. E perfetta è stata l’inserzione diretta del brano di Bartòk con quel suo inizio così vicino alla sensibilità del compositore di Eisenach. Una esecuzione orchestrale magistrale (bravissima l’orchestra in generale) di un brano molto vicino alla sensibilità di Schiff che è suo conterraneo (anche se esule per motivi di opposizione politica al regime liberticida di Orbàn). Quindi una prima parte godibilissima che purtroppo non ha avuto seguito nella seconda parte. E’ noto che il secondo concerto di Brahms pone difficoltà tecniche trascendentali e molti, moltissimi pianisti sono caduti nel tentativo eseguirne la partitura. Ne fanno fede le incisioni, molte delle quali di dubbio valore (la migliore a mio parere è quella di Hamelin). Qui Schiff (un pianista che apprezzo moltissimo per le sue esecuzioni di Schubert, Mozart, Bach etc.) ha completamente sbagliato stile costellando fra l’altro – lui sempre così preciso – l’intera partitura di errori tecnici (uno poi clamoroso) e allargando i tempi a dismisura un po’ per virtù ma direi anche maliziosamente … per necessità.  E forse del nervosismo dell’esecutore fanno fede i gesti plateali delle braccia che sono assolutamente estranei allo Schiff misurato e composto che abbiamo tante volte ascoltato. Brahms non è MAI apollineo come Schiff intende proporcelo. Il compositore amburghese è stato per tutta la vita introverso, tormentato, sofferente (nel suo commento agli intermezzi op.117 li definisce “l’espressione del mio profondo dolore“) e il secondo concerto viene composto nei dintorni dei pezzi pianistici op. 76 (si pensi solo al primo brano) e della quarta sinfonia op. 98. Insomma un periodo nel quale Brahms, pur nella sua ineludibile terrena sofferenza, non ha ancora raggiunto quella consapevolezza del suo destino che si palesa a partire dalle opere da 100 in su. Qui il dramma della sua esistenza è ancora tutto in essere e il secondo concerto ne è lo specchio. L’esecuzione di Schiff travisa assolutamente la partitura e se si salvano i pochi momenti lirici fa perdere tutta la sua drammaticità fino a diventare prolissa e noiosa. Naturalmente può ben essere che sia questa una esecuzione iniziale (non vorrei sbagliare) che richiede una calibrazione ma è tutta l’impostazione che è sbagliata. Non sono tanti gli esecutori che eccellono in tutti gli autori e certamente Schiff ne guadagnerebbe evitando composizioni come questa. Una vera delusione e un vero peccato. Due bis: uno pianistico (Bartòk) e uno godibilissimo – questo veramente una novità – un brano corale interpretato dall’orchestra come coro con un ottimo risultato. di un autore che penso di conoscere (Brahms) ma del quale non ho potuto ascoltare l’annuncio dalla mia postazione in fondo alla sala.
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Happy
Programma:
J.S.Bach Ricercar a 3 voci e a 6 voci dall’Offerta musicale BWV 1079
B.Bartók Musica per archi, percussione e celsta
J. Brahms Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra op. 83
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Cameristica, Recensioni

Yefim Bronfman- Bologna Musica Insieme 3 Aprile 2017

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Di origine russa ma naturalizzato americano Yefim Bronfman si è presentato per la prima volta (se la memoria non mi falla – ma nel caso so che certamente sarò immediatamente crocifisso) al pubblico bolognese con un programma articolato che ha permesso di evidenziarne tutte le qualità e anche qualche piccola debolezza. Di certo il suo autore di riferimento – a quanto ascoltato ieri sera – è Schumann del quale è in grado di cogliere tutte le sfumature asservendo alla musicalità le sue grandi doti tecniche (si pensi solo alle ottave dell’Humoreske). Il suo è uno Schumann che contempera gli aspetti brillanti e quelli intimistici in un mirabile equilibrio, ribadito anche nell’unico bis, l’Arabesque del compositore di Zwickau. Il pianismo di Bronfman ricorda per molti aspetti quello di Volodos (persino per la stazza fisica!) e da lontano quello di Sokolov, ma senza il manierismo di cui hanno sofferto negli ultimi tempi le sue esecuzioni.  Il suo è forse il migliore Schumann ascoltato recentemente. Quanto agli altri brani certamente eccellente l’interpretazione della suite di Bartòk e anche quella di Petruška con l’unico neo di un tempo un po’ rilassato nell’ultima parte del terzo brano. Più debole, invece, la sua interpretazione di Debussy. Qui è mancato quel tocco equoreo che è così necessario per il compositore francese non tanto nel Claire de lune quanto nel Prélude e nel Menuet che proprio per la natura particolare della loro struttura richiedono un’attenzione tutta particolare allo stile del compositore. Sia chiaro: stiamo parlando di un grande artista e di un grande concerto ma – forse è il caso di dirlo – nessuno è perfetto e comunque le mie sono considerazioni personali che riflettono la mia sensibilità (sì, perché in ogni recensione, al di la dei fatti oggettivi, entra proprio la sensibilità individuale).
Mi ero ripromesso di non intervenire più sulle terribili introduzioni “musicologiche” ma quella sgangherata di ieri sera ha toccato un nuovo massimo negativo, per la mancanza di linearità, per la ricerca spasmodica di nessi che avrebbero fatto sghignazzare i compositori, per una esposizione noiosa, prolissa e monotona, per una assenza di fatti oggettivi e storici e addirittura per gli errori di accento. Da quando in qua Humor in tedesco ha l’accento sull’ultima sillaba?  Mentre Petruška in russo ha l’accento tonico sulla prima sillaba!  Se si vuole fare il relatore ci si prepara bene prima anche se la cosa costa tempo. Chi scrive fa per mestiere il prof. universitario ma anche tiene conferenze: non uso un foglietto per ricordarmi le cose, quasi sempre preparo slides per aiutare il pubblico a capire e provo ripetutamente l’esposizione per garantirmi tempo e incisività. Nulla è peggiore del dilettantismo. Ma possibile che MI non sia in grado di trovare dei relatori degni di questo nome (a parte pochi casi)?
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HappyHappy
Programma:
Béla Bartók Suite op. 14
Claude Debussy Suite bergamasque
Robert Schumann Humoreske in si bemolle maggiore op. 20
Igor Stravinskij Tre Movimenti da Petruška
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Cameristica, Recensioni

Olaf John Laneri – Conoscere la musica 30 Marzo 2017

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Olaf Laneri suona bene, su questo non ci sono dubbi. Con una tecnica di ottima qualità, ma sempre al servizio della musicalità, ha eseguito un programma tutto centrato sul diciannovesimo secolo con brani conosciutissimi e quindi sottoposti inevitabilmente al confronto con le interpretazioni e le incisioni dei grandi maestri senza assolutamente sfigurare. In grado di temperare i fortissimi e con la capacità di modulare le intensità e il tocco in accordo con le esigenze del brano ha dato luogo a un concerto godevolissimo. Naturalmente non tutto è perfetto e forse qualche dinamica di troppo dovrebbe essere maggiormente “arrotondata” ma si tratta di errori marginali e certamente legati alla sensibilità dell’ascoltatore. Laneri fa parte di quei pianisti che ingiustamente non hanno raggiunto (e probabilmente non raggiungerà mai) le grandi sale da concerto e una notorietà internazionale di primo livello ma certamente non sfigurerebbe in una rassegna di grandi pianisti. Certamente un pianista di livello assai superiore a quelli della rassegna in cui è stato inserito. Due bis chopiniani.
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L. van Beethoven Sonata op. 27 n.2
J. Brahms 4 Ballate op. 10
F. Chopin Ballata op. 23, Ballata op. 47, Andante spianato e polacca brillante op. 22
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Amadeus Wiesensee – Bologna Festival Talenti 28 Marzo 2017

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Ecco un tipico esempio di un giovane pianista che nella maggior parte dei brani eseguiti sostituisce il cervello con i muscoli (e non sempre con risultati di qualità anche dal punto di vista tecnico). Nella prima parte (Bach e Brahms) tutto è suonato – salvo brevissimi intervalli – a metà strada fra il forte e il mezzoforte. Nel caso di Bach – e in particolare nella bellissima giga finale –  non si distingue un solo tema, un solo profilo musicale: tutto è suonato ad eguale volume, fra l’altro con non poco pedale. Peggio ancora Brahms (le variazioni su un tema di Händel sono un brano principamente musicale a differenza di quelle sul tema di Paganini). Stessi errori marchiani e incertezze gravi nelle variazioni, in particolare nella quarta e ancor più nella ottava ove per un pasticcio tecnico vengono saltate un paio di battute della fine della prima parte. Meglio certamente i momenti musicali Schubertiani dove finalmente l’espressività trova un po’ di posto se si eccettua il n. 5 dove il demone dell’esecuzione fragorosa prende nuovamente il sopravvento. Inutile dire cosa possa essere stata la settima sonata di Prokof’ev, uno dei suoi capolavori, eseguita da tutti i grandi pianisti. Qui la farragine esecutiva tutto fretta e rumore assordante (con la complicità, certo, della terribile acustica della sala, ma la consapevolezza dell’acustica fa parte delle capcità di un esecutore)  arriva al suo intollerabile massimo. Consiglierei a questo pretenzioso giovine l’ascolto attento delle registrazioni dei grandi maestri anche se ho poca fiducia nella sua capacità di assimilare le grandi lezioni. Non so nulla dei bis perché sono uscito dopo la fine della sonata del compositore russo.
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Johann Sebastian Bach Suite inglese n.6 in re minore BWV 811
Johannes Brahms Variazioni e fuga su un tema di Händel op.24
Franz Schubert Momenti musicali n.2, n.5, n.6 dai Sei Momenti musicali op.94 D.780
Sergej Prokof’ev Sonata n.7 in si bemolle maggiore op.83
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Brendel Varjon – Bologna Lezioni di piano 27 Marzo 2017

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Non ho difficoltà ad affermare che Alfred Brendel è stato uno dei giganti pianistici della seconda metà del ‘900 e particolarmente vicino al mio modo in concepire l’esecuzione musicale, mutuando allo stesso tempo tecnica, stile, rispetto della partitura, espressività e capacità di estrarre da ogni brano eseguito il vero spirito della composizione. Il suo Beethoven, il suo Mozart e il suo Schubert rimarranno sempre come esempi che ogni interprete che si rispetti dovrebbe analizzare e tenere in considerazione. Le sue registrazioni sono semplicemente dei masterpieces. Ciò detto e con tutto il rispetto che si deve a un ottuagenario la conferenza su Liszt e la sua sonata è stata un esempio di come NON si tiene una conferenza. Innanzitutto è proibito a un oratore mantenere lo stesso tono di voce (monotono e sommesso in questo caso) per quaranta minuti oltretutto in un inglese incerto con forte accento austriaco nonostante che Brendel viva da 40 anni in UK. Mi ha consolato sapere che anche una inglese di madrelingua mi ha confessato di avere avuto moltissimi problemi nel capirlo! Ma perché parlare in inglese se la sua lingua di origine è il tedesco, dal momento che alle sue spalle venivano proiettati cartelloni con la traduzione? Sì perché la conferenza di Brendel è stata letta facendo venire a mancare quella interazione con il pubblico fatta di espressività e parziale improvvisazione sul tema che deriva dall’avere il polso dell’audience e quindi adattare linguaggio ed impostazioni alle sensazioni che provengono dalla platea. Certo ci sono casi in cui si deve leggere – ad esempio per le dichiarazioni ufficiali – ma non è certo  questo il caso. Parlare in pubblico – come ho sempre affermato anche sulla base della mia esperienza di docente – è come stare in palcoscenico: bisogna captare l’aria che tira e adattare lo stile per interessare il pubblico, naturalmente senza deviare dal tema.  E leggere diventa un rito noioso che fa rimpiangere di non avere avuto la possibilità di leggere lo stesso testo da soli con il ritmo che si preferisce. E anche il contenuto della conferenza è stato modesto: ci sono decine di libri sullo stesso argomento (si veda ad esempio l’ultimo libro di Rattalino) su Liszt che trattano lo stesso argomento con molto maggiore spessore. E volere addirittura trovare nella sonata in si minore una sorta di contrasto fra Faust e Mefistofele può andare bene per un pubblico sprovveduto ma non nel corso di una conferenza che avrebbe dovuto essere  – nelle aspettative di tutti – di ben maggiore spessore. Sed de hoc satis. 
In margine aggiungo oggi che vedere un assatanato che si sgola gridando “bravo” e si slancia a stringergli la mano e un’altra che applaude a mani alzate al cielo quasi a implorare una benedizione sul capo canuto del relatore mi fanno capire come sia possibile che le folle possano essere preda di sensazioni emotive che nulla hanno a che vedere con una composta e razionale analisi di quanto udito (e spesso non capito…). D’altronde non è forse quello che abbiamo ohimé visto e ancora vediamo quotidianamente nei telegiornali: è questo che mi fa pensare che la nostra società e il mondo in generale siano senza speranza (a meno che uno non creda…)
Quanto al pianista Varjon (che ho ascoltato per la prima volta) si può dire che la sua esecuzione della sonata in si minore è stata onesta. Qualche incertezza sui primi passaggi di ottave (veramente difficili peraltro) e un eccesso di enfasi in molte parti. Bene invece l’adagio centrale (se così si può chiamare) con una grande espressività costellata però quasi continuamente dal vezzo di non mettere giù le due mani contemporaneamente. Varjon è poi caduto nel tipico errore comune a tanti pianisti: iniziare il fugato a un tempo insostenibile nel prosieguo (come avviene spessissimo nella fuga dell’op. 106 di Beethoven) obbligandosi a un rallentamento del tutto evitabile. Quindi un giudizio sospeso nella speranza di poterlo ascoltare in un repertorio più vasto. Di certo la sua esecuzione della sonata non è confrontabile con quella disponibile in CD della Argerich e di Pollini: qui siamo su altri pianeti.
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Alfred Brendel: Lectio magistralis – “Liszt e la Sonata per pianoforte in si minore”
Franz Liszt Sonata in si minore R 21
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Cameristica, Recensioni

Michele Mariotti – Bologna Manzoni 25 Marzo 2017

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Il concerto è stato dedicato ad Arturo Toscanini  per i 150 anni dalla sua nascita ed è stato certamente onorato da Michele Mariotti che  ha vinto il premio Abbiati nel 2016 come migliore direttore italiano e – a mio giudizio – a ragione se naturalmente vogliamo dimenticare i direttori che sono da tempo emigrati, quali Gatti. Muti etc. Il concerto è stato quello di tipo nazional-popolare con arie molto note al pubblico (se si esclude il Rienzi di Wagner) che ha risposto con applausi calorosi. Mariotti è riuscito a estrarre il meglio dall’orchestra del teatro (non sempre precisissima nell‘incipit della Gazza Ladra) che comunque in totale ha dato luogo a una delle sue migliori prestazioni. Un plauso analogo va al coro che ha fatto da contorno all’orchestra con un’ottima prestazione.  Mariotti ha personalità, gesto eloquente e deciso, sensibilità musicale e perfetta conoscenza delle partiture. Un ottimo concerto, quindi, anche se certamente speriamo di ascoltare presto Mariotti in un programma più articolato e impegnativo.
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GIOACHINO ROSSINI da La gazza ladra, Ouverture, da Semiramide, Ouverture
GIUSEPPE VERDI da I vespri siciliani, Sinfonia
RICHARDWAGNER da Rienzi, L’ultimo dei tribuni, Ouverture
GIOACHINO ROSSINI da Guillaume Tell, Ouverture, da Guillaume Tell, Choeur e Pas de Six
GIUSEPPE VERDI da Quattro pezzi sacri, Stabat Mater e Te Deum
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Cameristica, Recensioni

Maurizio Pollini – 26 Marzo 2017

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Da https://www.spectator.co.uk/2017/03/maurizio-pollini-needs-to-retire a firma  Damian Thompson. Eccone la traduzione:
C’è un momento nel finale della Appassionata di Beethoven in cui la partitura drammatica pianistica lascia il posto inaspettatamente a un clima più rilassato. Antony Hopkins nel passato lo descrisse come un momento di “anticlimax” un po’ troppo vicino alla tradizionale danza zingaresca che si trova assai spesso nelle opere del diciannovesimo secolo. Non sono sicuro di essere d’accordo – ma c’è una cosa che posso affermare ed è che questo è il momento di digitare Uber sul telefonino se si vuole la garanzia di potersi allontanare durante il primo scroscio di applausi prima che il pianista abbia la possibilità di eseguire un bis. Questo è l’effetto che mi produce l’esecuzione di Polllini che ha svuotato per decenni la vitalità dalle sonate di Beethoven ma certamente mai in modo così noioso come la settimana scorsa, quando ha inaugurato la stagione primaverile della rassegna internazionale pianistica della Southbank. L’applauso è stato fragoroso, questo è vero, ma si trattava in particolare dell’applauso che si ascolta alla Southbank più spesso che altri posti: un solista veterano apprezzato da “travet” dei concerti, non per la musica (spero – a meno che gli spettatori non fossero dei deficienti con le orecchie foderate di prosciutto) ma per il fatto che fosse lui. L’anziano Barenboim riceve lo stesso trattamento, anche se la cosa sembra meno assurda dal momento che molti aspetti piacevoli si celano dietro il profluvio di note errate. E nel passato ci furono grandi maestri, come Curzon a Kempff, le cui incerte performances dal vivo estraevano l’essenza della musica molto più delle loro incisioni: essi non erano applauditi per il solo fatto di essere loro. In ogni caso la tecnica di Pollini è andata in rovina in modo diverso: molte meno note sbagliate ma la leggendaria precisione è sparita. E senza quella Pollini non ha nulla da dire. In realtà sembra che non voglia aver nulla da dire. Ascoltando la Patetica, mi sono chiesto se fosse semplicemente interessato al cachet. In alcun modo si è sforzato di marcare gli accordi puntati di apertura del Grave, che dovrebbero essere strettamente connessi in modo che il tema principale esploda sulla tastiera come un missile Questo non è successo. In tutte e tre le sonate beethoveniane Pollini ha martellato senza contrasti di tempo e di dinamica. E inoltre ha di continuo arrotondato la fine di ogni frase e ridotto le pause, come a dire: finiamola! Io non vedo perché dovremmo trovargli delle scuse perché è un settantacinquenne. Sapere quando è il momento di ritirarsi è uno delle caratteristiche dei grandi pianisti. Horowitz merita pieni voti per essere rimasto lui fino alla fine: le registrazioni della metà dei suoi ottanta anni sono fra le più memorabili, un esempio di bravura tecnica intatta (per lo più) e di tocco luminoso come non mai. Richter ritagliò il suo repertorio per compensare la sua fragilità, con risultati variabili ma spesso miracolosi prima di fermarsi a tempo debito. Ma il più eccezionale esempio è quello dato da Alfred Brendel, la cui interpretazione nel 2007 della penultima sonata di Beethoven a Salisburgo fu allo stesso dimessa, profondamente sentita e rivelatrice. L’anno successivo si ritirò dai concerti, lasciandoci il rammarico della sua rinuncia. Che è come dovrebbe essere.
Un analogo articolo si trova su Gramophone Vol. 94 febbraio 2017, pag. 62-63 relativamente all’ultima incisione del pianista italiano. Sia chiaro: il declino di uno dei più grandi pianisti italiani degli ultimi 50 anni è evidente e si è progressivamente accentuato negli ultimi dieci anni. Ma l’articolo di Thompson pare più uno sfogo livoroso che una critica seria e “scientifica” come si addirebbe a un critico serio, senza preconcetti. Pollini è stato certamente il mio idolo per almeno 30 anni per la sua impostazione critica, seria, rigorosa e stilisticamente inappuntabile, sorretta da una tecnica d’acciaio. Oggi la situazione è assai diversa e certamente sarebbe serio ritirarsi lasciando il ricordo delle sue interpretazioni luminose (altro che un Beethoven svuotato di vitalità: era un Beethoven semplicemente perfetto). E’ – in modo traslato – il problema delle belle donne nelle quali i segni del tempo nonostante tutti gli artifici che oggi sono possibili non possono nascondere l’avanzata inesorabile tempo: ci sono bellissime che si sono ritirate alle prime avvisaglie (v. Greta Garbo ma anche Monica Vitti) e altre che continuano facendo finta di non accorgersi che il pubblico se ne accorge e commenta in modo impietoso (un esempio al di là del limite del ridicolo è la nazional popolare Alba Parrietti). Ma mentre una critica rigorosa deve segnalare i limiti attuali ricordando però i fasti del passato, nel caso di Thompson sembra di essere in presenza di uno sfogo a lungo represso, espresso con toni tutt’altro che rigorosi: una critica non degna di un critico serio. Quanto a Pollini possiamo solo fare voti che la sua intelligenza gli consigli un ritiro in grande stile per entrare nel mito: di certo sarò uno di quelli che lo ricorderanno per i grandi trascorsi e non per le ultime esibizioni.
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Cameristica, Recensioni

Neschling Angelich – Bologna Filarmonica del teatro comunale 20 Marzo 2017

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Calma è la parola chiave del pianista americano Nicholas Angelich che ha eseguito il difficilissimo secondo concerto  di Brahms, anche dove la ritmica e lo sviluppo armonico della composizione avrebbero richiesto ben altra dinamica. Il pianismo di Angelich è sempre “morbido” dalle coloriture tenui, insomma come un bell’oggetto levigato ma alla fine privo di quel nerbo vitale che in molti casi (e in Brahms, non il Brahms dell’ultimo periodo) è la sostanza vibrante del brano eseguito. Tutto tecnicamente perfetto ma spesso grazie a un rilassamento dei tempi forse ben nascosto ma che certamente non sfugge a chi conosce la partitura. Sia chiaro: siamo in presenza di un artista che certamente ha caratteri di eccellenza ma con un pianismo che troppo indulge alla ricerca della sfumatura elaborata a scapito dell’impostazione complessiva dell’ordito musicale. La cosa è stata comprovata anche dall’unico bis, una mazurka chopiniana in cui il manierismo del pianista americano ha assunto valori parossistici. Quanto alla sinfonia del compositore amburghese ho avuto ancora una volta il dubbio di sapere cosa avrebbe prodotto l’orchestra in assenza di direttore. Neschling è un onesto professionista, sicuramente esperto, ma anch’esso privo di quella personalità che distingue un professionista da un artista. Un concerto quindi di buona, non eccelsa qualità con una orchestra che ha mostrato anche in questo caso i propri limiti.
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Johannes Brahms – Concerto n. 2 in Si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra, op. 83
Johannes Brahms – Sinfonia n. 3 in Fa maggiore, op. 90
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Nonostante le urla di uno scalmanato “giovine” nella fila dietro la mia che ad ogni uscita della Argerich credeva in una apparizione della madonna di Medjugorje, spellandosi a sangue le mani applaudendo a un ritmo doppio del resto del pubblico non si è trattato di un concerto memorabile, perché molto diseguale nelle sue articolazioni. Eccellente soprattutto il trio finale di Šostakovič per la prestazione della pianista argentina ma anche per quella del violoncellista Jorge Bosso impegnato in una parte tecnicamente impervia. Un risultato perfetto, con uno stile asciutto assolutamente in linea con la poetica del compositore russo Molto buona anche l’esecuzione del poco frequentato quartetto Beethoveniano con l’unica pecca di una prestazione del piano che ha sovrastato il resto dell’ensemble, anche se in parte dovuta alla partitura stessa. Ma è nella parte che ha riguardato i due pianoforti e il brano di De Falla che si sono registrate le maggiori debolezze del concerto. Si inizia con una posizione dei due pianoforti appaiati anziché in posizione reciprocamente frontale quasi si trattasse di brani a quattro mani. Nel primo poi – i sei noiosissimi canoni canoni schumanniani giustamente caduti nel dimenticatoio della storia musicale – l’organizzazione – colpevolmente – dimentica sedie e leggii degli archi utilizzati nel quartetto del compositore di Bonn cosicché i due pianoforti vengono a trovarsi in secondo piano, un errore fortunatamente non ripetuto nel secondo brano a due  pianoforti –  quello di Debussy. Del pianista Eduardo Hubert si può affermare che è un ottimo compositore, organizzatore e direttore d’orchestra. Nei semplicissimi brani del compositore di Zwickau riesce a inserire alcune “imprecisioni” cosicché alcuni spettatori – fra cui il sottoscritto – hanno ritenuto che la posizione inconsueta dei due piani fosse dovuta al tentativo della Argerich di tenere a balia l’anziano esecutore che ha anche il difetto di dirigere con la mano sinistra quando esegue con quella destra, una vezzo comune a Fazil Say, come nel brano di Debussy nel quale tutta la parte più tecnica è affidata al secondo pianoforte, lasciando al primo – l’Hubert Eduardo – solo il canto. L’organizzazione, non paga dell’errore precedentemente commesso dimenticando sedie e leggii, non sposta il primo pianoforte per il trio cosicché la Argerich è costretta a suonare proprio sullo strumento privo di coperchio. Ma si può?
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Happy
Programma:
Ludwig VanBeethoven t  Quartetto n.3 in do maggiore W0O 36 per pianoforte e archi
Robert Schumann Sei Studi in forma di canone op.56 (trascrizione per 2 pianoforti di Claude Debussy)
Manuel de Falla   Canciones  populares españolas (trascrizione di Jorge Bosso)
Claude Debussy Prélude à l’après-midi d’un faune (trascrizione per 2 pianoforti di Claude Debussy)
Dmitrij Šostakovič Trio n.2 in mi minore op.67 per pianoforte e archi
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Operistica, Recensioni

Die Meistersinger von Nürnberg – La Scala 16 Marzo 2017

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E’ proprio il caso di dire: finalmente! Va in scena, dopo ben 27 anni, alla Scala l’unica opera non drammatica di Richard Wagner, un capolavoro assoluto, nella splendida produzione della Opernhaus di Zurigo con la regia di Harry Kupfer! Un esempio che tutti i registi “creativi” che infestano i teatri d’opera (a partire dallo sventurato che ha messo in scena l’ “Entführung aus dem Serail” bolognese)  dovrebbero studiare per capire come sia possibile trasportare in un contesto moderno un’opera pensata per un alto medioevo tedesco e con un’orchestra di levatura internazionale all’altezza della situazione (finalmente!). La scena è strutturata su una piattaforma girevole con impalcature luccicanti sulle quali si assiepano, volta a volta, gli abitanti di Norimberga e i protagonisti dell’opera.

Il tutto con un sfondo di cattedrale gotica diroccata che – pur non essendo norimberghese – ricorda molto la Gedächtniskirche di Berlino. Le varie angolature della piattaforma permettono di trasformarla volta a volta nella sala dei Mastersinger, nella bottega di Hans Sachs, nella piazza della città per la kermesse finale. Nella quale sono inseriti in modo spiritoso carri mascherati e giganti di cartapesta che ricordano molto quelli del Living Theatre. Tutti i personaggi sono credibili e perfettamente inseriti nel contesto scenografico. Inutile dire che una parte significativa la gioca Beckmesser che per la complessione fisica e la mimica riesce perfettamente a esprimere il carattere buffonesco che Wagner gli assegna. Una grandissima regia con un cast quasi stellare. Ma prima di tutto va segnalata la prova maiuscola dell’orchestra e del direttore Gatti (a lungo giustamente applaudito) che ha scelto perfettamente i tempi esecutivi evitando quegli allungamenti di tempo che caratterizzano il suo Parsifal di Bayreuth.
Ma sono tutti i cantanti che vanno lodati e in primo luogo (oltre al Beckmesser di Markus Werba) l’Hans Sachs di Michael Volle che da solo regge tutto l’impianto musicale dell’opera. Leggermente deludente è solo la prova di Michael Schade nel ruolo di Walther von Stolzing. L’avevamo ammirato in un concerto liederistico avente in programma la Schöne Müllerin di Schubert (http://wp.me/p5m12m-BT) mentre nel ruolo protagonistico dei Maestri Cantori non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale, risultando la voce talvolta sforzata. Ma – sia chiaro – sempre in un livello di eccellenza.
Jaquelyn Wagner è una Eva convincente, pur in una parte che non le lascia grande spazio. Altrettanto convincente è il Pogner di Albert Dohmen, ma tutti i cantanti sono comunque di assoluta eccellenza. Uno spettacolo, insomma, di assoluta qualità all’altezza dei migliori della Scala. Va purtroppo segnalato lo scarso pubblico (un terzo della platea era vuoto) che dimostra ancora una volta – se mai ce ne fosse bisogno – che le grandi opere Wagneriane non trovano ancora (dopo quasi 130 anni) quella rispondenza che meriterebbero e che denotano un certo provincialismo di cui non si riesce a liberarsi
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