Cameristica, Recensioni

Maurizio Pollini – 26 Marzo 2017

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Da https://www.spectator.co.uk/2017/03/maurizio-pollini-needs-to-retire a firma  Damian Thompson. Eccone la traduzione:
C’è un momento nel finale della Appassionata di Beethoven in cui la partitura drammatica pianistica lascia il posto inaspettatamente a un clima più rilassato. Antony Hopkins nel passato lo descrisse come un momento di “anticlimax” un po’ troppo vicino alla tradizionale danza zingaresca che si trova assai spesso nelle opere del diciannovesimo secolo. Non sono sicuro di essere d’accordo – ma c’è una cosa che posso affermare ed è che questo è il momento di digitare Uber sul telefonino se si vuole la garanzia di potersi allontanare durante il primo scroscio di applausi prima che il pianista abbia la possibilità di eseguire un bis. Questo è l’effetto che mi produce l’esecuzione di Polllini che ha svuotato per decenni la vitalità dalle sonate di Beethoven ma certamente mai in modo così noioso come la settimana scorsa, quando ha inaugurato la stagione primaverile della rassegna internazionale pianistica della Southbank. L’applauso è stato fragoroso, questo è vero, ma si trattava in particolare dell’applauso che si ascolta alla Southbank più spesso che altri posti: un solista veterano apprezzato da “travet” dei concerti, non per la musica (spero – a meno che gli spettatori non fossero dei deficienti con le orecchie foderate di prosciutto) ma per il fatto che fosse lui. L’anziano Barenboim riceve lo stesso trattamento, anche se la cosa sembra meno assurda dal momento che molti aspetti piacevoli si celano dietro il profluvio di note errate. E nel passato ci furono grandi maestri, come Curzon a Kempff, le cui incerte performances dal vivo estraevano l’essenza della musica molto più delle loro incisioni: essi non erano applauditi per il solo fatto di essere loro. In ogni caso la tecnica di Pollini è andata in rovina in modo diverso: molte meno note sbagliate ma la leggendaria precisione è sparita. E senza quella Pollini non ha nulla da dire. In realtà sembra che non voglia aver nulla da dire. Ascoltando la Patetica, mi sono chiesto se fosse semplicemente interessato al cachet. In alcun modo si è sforzato di marcare gli accordi puntati di apertura del Grave, che dovrebbero essere strettamente connessi in modo che il tema principale esploda sulla tastiera come un missile Questo non è successo. In tutte e tre le sonate beethoveniane Pollini ha martellato senza contrasti di tempo e di dinamica. E inoltre ha di continuo arrotondato la fine di ogni frase e ridotto le pause, come a dire: finiamola! Io non vedo perché dovremmo trovargli delle scuse perché è un settantacinquenne. Sapere quando è il momento di ritirarsi è uno delle caratteristiche dei grandi pianisti. Horowitz merita pieni voti per essere rimasto lui fino alla fine: le registrazioni della metà dei suoi ottanta anni sono fra le più memorabili, un esempio di bravura tecnica intatta (per lo più) e di tocco luminoso come non mai. Richter ritagliò il suo repertorio per compensare la sua fragilità, con risultati variabili ma spesso miracolosi prima di fermarsi a tempo debito. Ma il più eccezionale esempio è quello dato da Alfred Brendel, la cui interpretazione nel 2007 della penultima sonata di Beethoven a Salisburgo fu allo stesso dimessa, profondamente sentita e rivelatrice. L’anno successivo si ritirò dai concerti, lasciandoci il rammarico della sua rinuncia. Che è come dovrebbe essere.
Un analogo articolo si trova su Gramophone Vol. 94 febbraio 2017, pag. 62-63 relativamente all’ultima incisione del pianista italiano. Sia chiaro: il declino di uno dei più grandi pianisti italiani degli ultimi 50 anni è evidente e si è progressivamente accentuato negli ultimi dieci anni. Ma l’articolo di Thompson pare più uno sfogo livoroso che una critica seria e “scientifica” come si addirebbe a un critico serio, senza preconcetti. Pollini è stato certamente il mio idolo per almeno 30 anni per la sua impostazione critica, seria, rigorosa e stilisticamente inappuntabile, sorretta da una tecnica d’acciaio. Oggi la situazione è assai diversa e certamente sarebbe serio ritirarsi lasciando il ricordo delle sue interpretazioni luminose (altro che un Beethoven svuotato di vitalità: era un Beethoven semplicemente perfetto). E’ – in modo traslato – il problema delle belle donne nelle quali i segni del tempo nonostante tutti gli artifici che oggi sono possibili non possono nascondere l’avanzata inesorabile tempo: ci sono bellissime che si sono ritirate alle prime avvisaglie (v. Greta Garbo ma anche Monica Vitti) e altre che continuano facendo finta di non accorgersi che il pubblico se ne accorge e commenta in modo impietoso (un esempio al di là del limite del ridicolo è la nazional popolare Alba Parrietti). Ma mentre una critica rigorosa deve segnalare i limiti attuali ricordando però i fasti del passato, nel caso di Thompson sembra di essere in presenza di uno sfogo a lungo represso, espresso con toni tutt’altro che rigorosi: una critica non degna di un critico serio. Quanto a Pollini possiamo solo fare voti che la sua intelligenza gli consigli un ritiro in grande stile per entrare nel mito: di certo sarò uno di quelli che lo ricorderanno per i grandi trascorsi e non per le ultime esibizioni.
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6 thoughts on “Maurizio Pollini – 26 Marzo 2017

  1. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Purtroppo, gentile Barilli, gli uomini invecchiando pare diventino “interessanti” – e molto, se danarosi … – le donne solo “vecchie”. Generalmente il cervello non interessa molto, anzi, spesso spaventa : troppe complicazioni.
    Per fortuna da una recente trasmissione televisiva impariamo che le donne dell’ Est non invecchino mai… Beate loro…

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    • Roberto Barilli ha detto:

      Nessuno sano di mente nega che una bella donna o bell’uomo diano piacere allo sguardo.
      Per suscitare interesse, invece, occorre qualche cosa di più e l’intelligenza coniugata con un poco di cultura (non è necessario avere acquisito un Nobel ….) che a sua volta genera altro, assicura quasi sempre risultati certi.
      Per quanto mi riguarda la penso così da un bel pezzo.
      Per le donne dell’est ‘che non invecchiano mai’ …… magari per loro ma sono come tutte le altre!
      Quanto infine gli errori, niente DiMaio o età: capita a tutti!

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  2. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Gentili Amici ( se posso…), nel rileggermi mi accorgo di alcuni errori purtroppo non solo di battitura : sindrome di Di Maio o degli anni che passano?
    Nel chiedere venia, vi prego di scegliere l’ ipotesi a me più favorevole … la seconda? 🙂)

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  3. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Interessante e condivisibile come sempre.
    Non ho sentito Pollini ultimamente quindi non mi pronuncio, mi unisco solo per un commento diciamo così “filosofico”, al di là della contingenza.
    Invecchiando ovviamente non si può più contare più nella tecnica e nella baldanzosa creatività giovanile. Gli anni passano, gli acciacchi crescono, la mamoria latita, ma c’è tutto un nuovo modo che si può offrire.
    Un mondo fatto di esperienza che dovrebbe portare a “togliere”, a dare profondità all’ esecuzione, a mostrarci quell’ armonia dell’ imperfezione che ci incuriosisce in un quadro, in libro, in una persona, magari non belli ma che ci paiono speciali, che lasciano spazio alla nostra personale ricerca e quindi ci incuriosiscono e ci piacciono più di altri. Insomma, coloro che nel corso degli anni ogni volta ci sorprendono in maniera diversa, magari in un primo momento ostica, ma poi, piano piano, ci si riconosce. Il genio, quando c’è, mantiene sempre qualcosa, magari poco, di nuovo da dire …
    Mi piacerebbe sapere dal prof. Neri se pensa di aver incontrato qualche interprete che, invecchiando, ha fatto tutto questo.
    Io uno ce lo avrei: D. Fischer-Dieskau.
    (Azzarderei anche l’ allora già ultrasessantenne Bob Dylan, giusto per cambiare genere, col suo CD ” Modern Times” – da ascoltarsi da parte di chi non lo abbia ancora fatto… Ma questo è un mio antico “amore” che immagino poco condiviso)

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  4. Roberto Barilli ha detto:

    Molto molto interessante la lettura di questo Thread in cui il Prof. ci ha messo al corrente su cosa scrivano altri critici musicali tipo Damian Thompson nei cui confronti, è vero, Giovanni Neri prende le distanze senza però sottacere un aspetto reale segnalato dal critico inglese: l’implacabile avanzare del tempo.
    Gustoso l’accenno ad Alba Parietti, citata solo come esempio di personaggi che non vogliono arrendersi al declino fisico.
    Una opportunità invece riservata a coloro, donne e uomini, che hanno fatto della cura dell’intelligenza e della cultura il loro punto di forza.
    Speriamo ardentemente di appartenere tutti a quest’ultima categoria!

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