Recensioni, Sinfonica

Orpheus Chamber Orchestra Say – Bologna Grandi Interpreti 15 Aprile 2015

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Avevamo già avuto occasione di ascoltare a Bologna Fazil Say (niente a che vedere con “Il turco in Italia”..), infaticabile  (5 concerti in 5 giorni consecutivi in differenti città – v. http://fazilsay.com) poliedrico pianista, compositore e libero, laico pensatore (in una Turchia sempre più sprofondata nel fondamentalismo islamico – povero Mustafa Kemal Ataturk che forse si rivolta nella tomba! – è stato condannato con sentenza sospesa per un messaggio twitter)  e il giudizio non è cambiato. Si tratta di un pianista di buon livello, dalla tecnica non sempre immacolata (nel concerto di Mozart in la maggiore K.488 eseguito sono stati riscontrati almeno 4 episodi di note “diversamente intonate”) e dalle sonorità non sempre cristalline come il brano avrebbe richiesto. Siamo certamente lontani dai grandi interpreti mozartiani (Brendel, Pollini, Schiff) ma una figura non certo minore nel panorama pianistico internazionale, comunque degno del palcoscenico del Bologna Festival.  Come Pogorelich ha qualche problema di memoria (spartito sul piano) e forse non si trova completamente a proprio agio a dovere rinunciare totalmente al ruolo di Kapellmeister con l’Orpheus Chamber Orchestra che ha come sua caratteristica specifica quella di essere formazione senza direttore. Un bis con orchestra ancora Mozartiano.  L’Orpheus Chamber Orchestra è formazione di lunga tradizione e di buona/ottima qualità. Archi e strumentini eccellenti. Meno felice l’altra sezione di fiati e segnatamente i corni che hanno avuto qualche evidente incertezza di intonazione.  Ho già avuto modo di segnalare come il corno sia strumento maledettamente difficile (e per certi aspetti imprevedibile risentendo delle condizioni ambientali) ma questo non può costituire attenuante. L’esecuzione del wagneriano Siegfried-Idyll  (praticamente l’unica composizione sinfonica di Wagner ancor oggi eseguita anche se meno frequentemente del passato) dedicato alla moglie Cosima nel secondo anniversario del loro matrimonio, ha risentito di un inizio un po’ troppo lento ma poi ha ritrovato tutto lo spirito del compositore tedesco. Quanto alla Chamber Symphony op.62  (compositore prolifico!)  di Say il giudizio è un mixed feeling. Una composizione tonale fortemente caratterizzata dalle melodie popolari e dal folklore turco, con la presenza di ritmi dispari e spesso con lunghe ripetizioni dei ritmi di spirito apotropaico.  Non un capolavoro ma una composizione interessante, utile anche per meglio definire la personalità di Say. Ottima l’esecuzione finale della Sinfonia n.80 in re minore  di Haydn e due bis fra cui la trascinante ouverture de La cambiale di matrimonio di Rossini. Buon successo complessivo di pubblico.

Happy

PS Maleducazione. Nell’ultima fila del secondo settore  per tutto il concerto un anziano signore ha compulsato costantemente il proprio telefonino fino a quando una signora, giustamente esasperata, glielo ha fatto notare ottenendo come risposta “faccio quello che mi pare”. Al di là della maleducazione dell’atteggiamento e della risposta ci si chiede che significato possa avere presenziare a un concerto per non ascoltare una nota e disturbare, anche solo con la luce emessa,  coloro che invece al concerto sono interessati.  L’uso del telefonino è molto più comodo fuori dalla sala!!!  Nelle “avvertenze” che precedono il concerto oltre che chiedere di spegnere la suoneria dei cellulari dovrebbe essere indicato che essi dovrebbero essere spenti tout court, come avviene negli aerei.  Inutile dire che questo avviene quasi sempre all’estero nelle sale da concerto serie e che  eventuali trasgressioni sono immediatamente sanzionate dalle maschere chiedendo al disturbatore di spegnere immediatamente e financo  di lasciare la sala.
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Münchner Symphoniker Feng – Bologna Musica Insieme 13 Aprile 2015

 “Bella senz’anima” cantava alcuni anni or sono Riccardo Cocciante. Parafrasando il titolo si potrebbe dire “Bravo senz’anima” del  giovane violinista cinese pluripremiato Ning Feng, un altro tipico prodotto dell’immenso vivaio cinese (che però partorisce anche artisti veri come – ad esempio – la brava giovane pianista Zhang Zuo) dotato di strabiliante tecnica mostrata nel primo concerto di Paganini (se si eccettua l’attacco della parte violinistica del primo tempo ove ha mostrato una difficile da interpretarsi incertezza) ma che però  ha unicamente mostrato questo lato della sua personalità artistica. E’ vero: i concerti di Paganini non offrono agli interpreti grandi possibilità espressive, caricati come sono di virtuosismi, ma è anche vero che esistono esempi (anche su YouTube) nei quali gli interpreti cercano di addolcire la freddezza funambolica della partitura, almeno nelle parti più cantabili. Non è questo il caso di Ning Feng che proprio in queste parti, dove la componente muscolare gioca una ruolo minore si trova meno a suo agio. E certamente non depone a favore dell’intelligenza dell’esecutore avere proposto come bis un capriccio ancora di Paganini: assai meglio sarebbe stato eseguire un brano di autore diverso (da Bach a Ysaye) dal momento che non aveva certo bisogno di mostrare la sua valentia tecnica. Sia chiaro: è giovane, ha bisogno di “épater les bourgeois” e gli hanno insegnato che per ottenere un facile applauso (compreso quello sempre a mani alzate di una spettatrice di Musica Insieme che ad ogni concerto si esercita ginnasticamente in materia) Paganini “paga” ma bisogna sperare che compia un percorso artistico come quello di altri giovani interpreti che con l’avvento della maturità capiscono che suonare non è correre i 100 metri in 8 secondi.
HappySad
Una bella sorpresa è stata invece quella offerta dai Münchner Symphoniker, una formazione assai affiatata che sotto la guida di Ariel Zuckermann nelle due sinfonie eseguite (Kraus e Haydn) e nell’ouverture di Berwald ha dimostrato un suono brillante, compatto in tutte le sezioni e un rispetto rigoroso della partitura pur nella capacità di sottolineare le parti più liriche.  Un’orchestra di indubbio valore che vorremmo riascoltare in un repertorio più vasto.

 HappyHappy

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Quartetto Noûs- Bologna Talenti S. Filippo Neri 7 Aprile 2015

Un quartetto composto da giovani che ha avuto il coraggio di presentare come prima parte due brani di non facile comprensione. I tre brevissimi pezzi per quartetto d’archi di Stravinskij (composti dopo il grande successo de Le sacre du printemps) sono caratterizzati da un primo tempo con i quattro strumenti che paiono non avere rapporti mentre i due successivi rientrano nell’alveo del “concertato” (per quanto in un brano del compositore russo ciò sia possibile).  I brani di Adès (Arcadiana) sono interessanti ma non di più. Molto bello il quartetto op. 30 di Čajkovskij nel quale è stato possibile apprezzare le qualità degli esecutori. Un giudizio complessivo sul quartetto è positivo anche se certamente manca quella maturità che solo una lunga esperienza esecutiva può dare.  Un complesso quindi che ci auguriamo di riascoltare fra qualche anno anche in un repertorio più vasto. Un buon e meritato successo di pubblico. Un plauso assoluto all’assenza della introduzione “musicologica” iniziale che ha piagato tutta la scorsa stagione. Speriamo che si tratti di una assoluzione definitiva e non solo di una amnistia temporanea!
Happy
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Kremer Argerich- Bologna Grandi Interpreti 26 Marzo 2015

68 lui, 73 lei, una coppia splendida in grado di dar luogo al più bel concerto che si sia tenuto a Bologna negli ultimi tempi con due sonate di Weinberg, una di Beethoven e quella famosissima di Franck. Un’intesa perfetta, sonorità spesso soffuse e sempre espressive nei brani cantabili ma anche tempi staccati velocissimi e brillanti negli “allegri” trascinati dalla verve di una pianista per la quale veramente il tempo non sembra passare mai, dotata ancor oggi di una tecnica da fare impallidire molti giovani leoni. A volere proprio cercare il pelo nell’uovo si potrebbe arricciare il naso per qualche eccessiva concessione all’allargamento dei tempi in alcune sezioni del recitativo della sonata di Franck ma – come si usa dire – “ci possono anche stare”. Per il resto tutto assolutamente perfetto e ogni ulteriore commento sarebbe inutile. Un plauso specifico per i due brani dell’ingiustamente dimenticato compositore di origine polacca (ma vissuto nell’Unione Sovietica al tempo dello Zhdanovismo)  Mieczyslaw Weinberg che pur avendo operato in pieno ‘900  propone una musica che seppure del tutto inserita nel milieu culturale del suo secolo  non rifugge da momenti lirici e da una strutturazione delle sue sonate di tipo classico. Molto interessante – fra l’altro – la sonata per violino solo che si inscrive nella non vasta letteratura per lo strumento ad arco e che – dopo Bach – vede nella letteratura recente pochi esempi fra i quali le sei sonate di Eugène Ysaÿe e la sonata di Béla Bartók. La musica di Weinberg è la prova provata che la musica “moderna” può anche essere di non difficile ascolto senza astrusi intellettualismi o sonorità che spesso rendono “unpalatable” molti autori contemporanei. Tre bis fra i quali un tempo della sonata beethoveniana “a Kreutzer” (scelta un po’ discutibile), un ritmo di tango (trascrizione da Piazzolla? Benvenuti i suggerimenti) e un brano cantabile assolutamente ignoto al sottoscritto. Sarebbe sempre auspicabile che gli esecutori annunciassero i titoli dei brani eseguiti come bis senza trasformarli in indovinelli musicali. Ora prevista di inizio del concerto 20.30. Ora reale d’inizio 20.40. Viva la provincia!

HappyHappyHappy

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Lessing Savary Maurizzi- Bologna Conoscere la musica 19 Marzo 2015

C’era un tempo in cui i concerti di S.Cristina erano di alta qualità. Adesso dopo il disastro Maltempo viene proposto un altro concerto di qualità discutibile (problemi di budget?). Il trio in questione ha dato luogo a una performance tutt’altro che memorabile: un concerto definibile al meglio come “onesto”. Tre brani: una sonata per violoncello e pianoforte brevissima, un  “cammeo”, di Debussy, la sonata in pratica giustamente mai eseguita di Ravel per violino e violoncello ove i due strumenti seguono percorsi indipendenti senza mai sincronizzarsi quasi si trattasse di composizione cinquecentesca sviluppata “orizzontalmente” e il celebre trio n. 3 op. 110 di Schumann.  Le tre esecuzioni sono state ben lungi dall’essere memorabili. Innanzitutto tenere il coperchio del piano aperto in presenza di due archi e del riverbero di S.Cristina è criminale: l’effetto è che il piano copre quasi completamente gli altri due poveri strumenti. E poi i tre strumentisti sono dei bravi artigiani ma nulla più. Ne consegue che il livello esecutivo è facilmente immaginabile: molta buona volontà ma nulla più. Amen. Il concerto doveva iniziare alle 20.30. Il pistolotto del relatore introduttivo (sob, sob..) Mioli è iniziato alle 20.43 (quarto d’ora accademico? Ma qui non siamo all’università dove si deve dare il tempo agli studenti di cambiare aula) e si é iniziato a suonare alle 20.55. Maleducazione? Incompetenza? Disorganizzazione? Colpevole indulgenza verso i ritardatari? Oppure provincialismo da teatro di periferia? Forse tutto assieme. Quindi un concerto modesto e male organizzato per un pubblico populisticamente non pagante. Ottimo e abbondante…

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New London Consort- Bologna Grandi Interpreti 18 Marzo 2015

La mania invalsa negli ultimi due decenni delle esecuzioni “filologiche” è una malapianta inestirpabile che vellica la vanità di ascoltatori che si ritengono in tal modo esperti in grado di valutare quale fosse l’esecuzione ai tempi della composizione eseguita. Inutile dire che si tratta di modalità esecutiva del tutto artificiale che sempre mescola elementi moderni con antichi con risultati spesso disastrosi. E chi asserisce che in tal modo si estrae il vero spirito della composizione semplicemente è un truffatore (in senso musicale se esecutore) o un mentitore (in senso musicale se critico). Strumenti barocchi con archetti impugnati sopra il tallone (solo a scopo estetico e senza reale valore esecutivo) e corni (strumento difficilissimo anche nella versione moderna con i pistoni)  che nonostante gli sforzi e la bravura degli esecutori inevitabilmente stonano. Purtroppo i compositori barocchi non hanno la possibilità di irridere la scelta di utilizzare strumenti obsoleti (o utilizzati in modo obsoleto): se rinati ci crederebbero matti a non utilizzare strumenti assai migliori (quelli moderni). In questo senso l’esecuzione della messa in si minore di Bach da parte del New London Consort rientra in questo filone aggiungendo però il dato negativo di una bassissima qualità esecutiva. Voci piccolissime specialmente nel settore femminile (e addirittura nel caso dei due brevissimi passaggi solistici del Kyrie iniziale con note “diversamente intonate”) con l’unica eccezione del controtenore David Allsop mentre all’estremo opposto si colloca il basso-baritono Michael George al limite dell’afonia. Insomma un’esecuzione piatta e scialba con un direttore che se assente nessuno se ne sarebbe accorto.  Per capire come il brano bachiano possa essere interpretato e valorizzato in tutta la sua bellezza invito a riascoltare l’edizione di Karajan con Janowitz, Ludwig, Schreier, Berliner Philharmoniker ecc. altro che questo modesto “consort”!  Purtroppo di questi flops al concerto iniziale del Bologna festival abbiamo già avuto esperienza nel passato. Forse sarebbe ormai il caso di tenerne conto.
PS “Customers who have the misfortune of being late will be admitted only during the interval“. Questo è l’avviso che campeggia nelle sale da concerto londinesi dove si comincia sempre in perfetto orario senza indulgenza verso i ritardatari e i capannelli di “spettatori” più interessati alle “public relations” che al concerto. Ma siamo a Bologna e Londra (come Berlino, come Parigi, come Vienna) è molto, molto lontana….
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Ingolf Wunder revisited- Bologna Musica Insieme 16 Marzo 2015

Purtroppo ancora una volta il pubblico bolognese non ha avuto l’occasione di ascoltare un concerto di Yundi, vincitore con merito dello Chopin 2000: la sua unica esibizione nei dintorni si è avuta a Imola lo scorso anno e fu un concerto memorabile. L’auspicio è che venga reinvitato non appena i suoi problemi famigliari saranno risolti. Al suo posto è stato invitato Ingolf Wunder, secondo premio allo Chopin 2010 (ex aequo con Lukas Geniušas). Il biglietto da visita di Wunder lo si può desumere dal suo ritratto su Wikipedia in inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Ingolf_Wunder – che bisogna immaginare da lui ispirato) che non dimostra certo fair play (omette di precisare che il secondo premio vinto era ex-aequo..): senza mezzi termini accusa la giuria di avergli scippato la vittoria (in inglese insomma lo si definirebbe a super brat). Certamente il concorso ha avuto un esito anomalo attribuendo la vittoria a una diligente, modesta e sbalordita Yulianna Avdeeva (pur essendo in giuria Marta Argerich, che ricordiamo giurata implacabile al tempo di Ivo Pogorelich) che certamente fra i finalisti era la più debole, che si trova ora raramente nei cartelloni delle manifestazioni pianistiche di primo piano, che è senza contratto delle case discoghrafiche più importanti e che non ha neppure un suo sito web! (A proposito dello Chopin 2010 va anche ricordato l’abbandono polemico di Bozhanov che lasciò infuriato il concorso prima della premiazione).  Purtroppo anche il più importante premio pianistico – lo Chopin – è oggi per motivi di sponsorizzazione sottoposto all’influenza delle case costruttrici dei pianoforti. I concorrenti hanno persino il diritto di scegliere (orrore!) su quale pianoforte suonare e la Avdeeva suonava su uno Yamaha….Al tempo del concorso (trasmesso in streaming video) comunque la mia preferenza andava a Wunder e va ricordato che nel Novembre di questo anno ci sarà la nuova edizione del quinquennale concorso. Ma veniamo al concerto in questione.  Un programma che più classico (in realtà romantico) non si può: una prima parte dedicata a Chopin e la seconda a Liszt con due brani da archeologia musicale ovvero l’Allegro da concerto op.46 di Chopin e le Variazioni su un tema dei Puritani di Bellini di Liszt (quest’ultimo in realtà una composizione solo coordinata da Liszt ma frutto di una collaborazioni di più musicisti – fra cui Chopin – alla stregua del FAE di Schumann-Brahms-Dietrich e altri esempi ottocenteschi). Il pianismo di Wunder è fuor di dubbio di alta qualità, molto elaborato e non immune dai temuti “effetti speciali” in Liszt. Ci sono pianisti cui riconosco grandissime qualità (è questo il caso) ma che non suscitano pienamente il mio plauso, come se vi fosse una vaga sensazione di incompletezza o di artificialità nell’esecuzione per me di difficile individuazione. Forse una definizione potrebbe darsi a contrariis, con il confronto con altri giovani pianisti che invece ritengo al vertice interpretativo: Wang, Yundi, Blechacz, Lisiecki etc. da me recentemente recensiti con un plauso incondizionato. Mi voglio scusare con i miei lettori per una definizione così imprecisa ma sarei veramente curioso di conoscere il parere di altri che abbiano assistito al concerto in questione. Sia chiaro ancora una volta: si parla di un “giovane leone” giustamente applaudito dal pubblico (almeno una volta a ragione!) che è necessario potere valutare in un repertorio più vasto (non solo confinato al romanticismo)  e che mi auguro in tale contesto di potere riascoltare presto. Due bis intimistici: Clair de lune dalla Suite bergamasque di Debussy e una trascrizione pianistica della Casta Diva di Bellini eseguiti con grande intensità.

Happy

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Ingolf Wunder- Bologna Musica Insieme 16 Marzo 2015

Purtroppo ancora una volta il pubblico bolognese non ha avuto l’occasione di ascoltare un concerto di Yundi, vincitore con merito dello Chopin 2000: la sua unica esibizione nei dintorni si è avuta a Imola lo scorso anno e fu un concerto memorabile. L’auspicio è che venga reinvitato non appena i suoi problemi famigliari saranno risolti. Al suo posto è stato invitato Ingolf Wunder, secondo premio allo Chopin 2010 (ex aequo con Lukas Geniušas). Il biglietto da visita di Wunder lo si può desumere dal suo ritratto su Wikipedia in inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Ingolf_Wunder – che bisogna immaginare da lui ispirato) che non dimostra certo fair play (omette di precisare che il secondo premio vinto era ex-aequo..): senza mezzi termini accusa la giuria di avergli scippato la vittoria (in inglese insomma lo si definirebbe a super brat). Certamente il concorso ha avuto un esito anomalo attribuendo la vittoria a una diligente, modesta e sbalordita Yulianna Avdeeva (pur essendo in giuria Marta Argerich, che ricordiamo giurata implacabile al tempo di Ivo Pogorelich) che certamente fra i finalisti era la più debole, che si trova ora raramente nei cartelloni delle manifestazioni pianistiche di primo piano, che è senza contratto delle case discoghrafiche più importanti e che non ha neppure un suo sito web! (A proposito dello Chopin 2010 va anche ricordato l’abbandono polemico di Bozhanov che lasciò infuriato il concorso prima della premiazione).  Purtroppo anche il più importante premio pianistico – lo Chopin – è oggi per motivi di sponsorizzazione sottoposto all’influenza delle case costruttrici dei pianoforti. I concorrenti hanno persino il diritto di scegliere (orrore!) su quale pianoforte suonare e la Avdeeva suonava su uno Yamaha….Al tempo del concorso (trasmesso in streaming video) comunque la mia preferenza andava a Wunder e va ricordato che nel Novembre di questo anno ci sarà la nuova edizione del quinquennale concorso. Ma veniamo al concerto in questione.  Un programma che più classico (in realtà romantico) non si può: una prima parte dedicata a Chopin e la seconda a Liszt con due brani da archeologia musicale ovvero l’Allegro da concerto op.46 di Chopin e le Variazioni su un tema dei Puritani di Bellini di Liszt (quest’ultimo in realtà una composizione solo coordinata da Liszt ma frutto di una collaborazioni di più musicisti – fra cui Chopin – alla stregua del FAE di Schumann-Brahms-Dietrich e altri esempi ottocenteschi). Il pianismo di Wunder è fuor di dubbio di alta qualità, molto elaborato e non immune dai temuti “effetti speciali” in Liszt. Ci sono pianisti cui riconosco grandissime qualità (è questo il caso) ma che non suscitano pienamente il mio plauso, come se vi fosse una vaga sensazione di incompletezza o di artificialità nell’esecuzione per me di difficile individuazione. Forse una definizione potrebbe darsi a contrariis, con il confronto con altri giovani pianisti che invece ritengo al vertice interpretativo: Wang, Yundi, Blechacz, Lisiecki etc. da me recentemente recensiti con un plauso incondizionato. Mi voglio scusare con i miei lettori per una definizione così imprecisa ma sarei veramente curioso di conoscere il parere di altri che abbiano assistito al concerto in questione. Sia chiaro ancora una volta: si parla di un “giovane leone” giustamente applaudito dal pubblico (almeno una volta a ragione!) che è necessario potere valutare in un repertorio più vasto (non solo confinato al romanticismo)  e che mi auguro in tale contesto di potere riascoltare presto. Due bis intimistici: Clair de lune dalla Suite bergamasque di Debussy e una trascrizione pianistica della Casta Diva di Bellini eseguiti con grande intensità.

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Aida – Milano La Scala 15 Marzo 2015

Abbandonati (fortunatamente) elefanti, cavalli, cammelli e altri animali che infestano l’Aida kitsch di Verona, viene qui recuperato il senso profondo di questa opera estremamente popolare nella quale, al di là del risibile polpettone del libretto (si citano anche le armi di Vulcano in un contesto egizio e un dio mai esistito Ftha!), si trovano veramente altissimi vertici musicali. Aida è titolo fra i favoriti della Scala (viene messa in scena ogni due-tre anni) e incontra l’incondizionato favore del pubblico anche in quelle parti orientaleggianti di maniera caratterizzate da eccessi di seconde eccedenti. Zubin Mehta è oggi al vertice dei direttori d’opera e anche nel caso in questione ha fornito una prova veramente maiuscola. Grande vecchio, con gesti misurati e pochi cenni del capo controlla perfettamente l’orchestra. Non una sbavatura, tempi staccati perfetti, valorizzazione perfetta del canto con le sonorità dell’orchestra sempre calibrate (grazie anche all’altissima qualità dell’orchestra della Scala). In questo contesto le voci dei protagonisti hanno avuto agio di esprimere al meglio le loro qualità. Tutti bravi i cantanti indistintamente: il re (Carlo Colombara), Aida (Maria José Siri che ha sostituito all’ultimo momento Kristin Lewis, inserendosi alla perfezione nel contesto dell’opera), Radamès (Fabio Sartori, che però dovrebbe perdere qualche Kg. altrimenti mette a repentaglio la stabilità del palcoscenico), Amonasro (Ambrogio Maestri) e Ramfis (l’intramontabile Matti Salminen). Ma sopra tutti Amneris (Anita Rachvelishvili): una voce drammatica perfetta e una grande presenza scenica che ha offerto il meglio di sè nella scena del giudizio di Radamès e che è stata giustamente osannata dal pubblico.  Eccellenti le scene (se si eccettuano gli sventolati vessilli che certamente non facevano parte della coreografia egizia) e la regia del collaudatissimo Peter Stein; all’altezza della tradizione della Scala il corpo di ballo (che nella scena della consacrazione di Radamès ha evocato i wirling dervishes). Belli anche i costumi (anche se in nessuno dei dipinti egizi rimasti se ne trovano di uguali): insomma un grande meritatissimo successo, purtroppo a carissimo prezzo per gli spettatori (posto in platea 300 euro!!). Interessante notare che le scene richiedono ovviamente un cambiamento rispetto al Lucio Silla rappresentato 15 ore prima. Meditate gente di Bologna che asserite sia impossibile ospitare i concerti sinfonici al teatro comunale per la difficoltà di smontare e rimontare le scenografie delle opere…
HappyHappy
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Lucio Silla – Milano La Scala 14 Marzo 2015

Terza opera  giovanile di Mozart (composta a 16 anni!) dopo Mitridate re di Ponto Ascanio in Alba con un libretto (molto improbabile) al quale contribuì anche Metastasio (intervento non particolarmente gradito dal compositore salisburghese a causa della necessità di porre mano a parti già terminate) è opera seria con happy end come l’ultima opera mozartiana La clemenza di Tito. Opera poco rappresentata e ripresa solo negli ultimi due decenni ha alcune arie certamente di qualità (ma l’opera nel complesso è troppo lunga e molto ripetitiva nella struttura delle sue arie rigidamente barocche) ed è prodigioso immaginare un sedicenne in grado di affrontare una partitura così complessa e capace di dirigere l’orchestra in occasione delle prime rappresentazioni. Bene ha fatto quindi La Scala a inserirsi fra i teatri artefici di questa renaissance. La produzione è affidata all’ottima  bacchetta di Marc Minkowski (molto applaudito) con la regia di Marshall Pynkoski (che ha voluto sottolineare una sorta di rapporto incestuoso fra Lucio Silla e la sorella Celia di dubbio gusto). L’ambientazione è quella di una Roma settecentesca ma costumi e scenografia si adattano perfettamente alla vicenda e va lodata l’inserzione di un ottimo balletto che completa felicemente la messa in scena.  Nel cast vocale  l’assenza del tenore Rolando Villazón bloccato da una noiosa bronchite non si è fatta sentire. Il tenore Kresimir Spicer ha una bella voce, grande presenza scenica, perfetta intonazione e ha interpretato l’aria finale (nella quale vi sono almeno 10 battute di canto non accompagnato) in modo magistrale. Buone anche le voci delle altre interpreti. Cecilio (Marianne Crebassa) dopo una prima aria con qualche incertezza è cresciuta via via dando luogo a una prova convincente. Buone anche le prove di Inga Kalna (Cinna) e Lenneke Ruiten (Giunia che però è carente di emissione) e accettabile quella di Giulia Semenzato come Celia. Inutile ribadire che al di là delle valutazioni specifiche si tratta di staging di alta qualità come è tradizione del teatro meneghino: La Scala, nel panorama italiano, è un altro pianeta come anche certificato dallo splendido programma annunciato per l’EXPO.
Happy
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Cameristica, Recensioni

Zhi Chao Julian Jia- Bologna Musica Insieme Ateneo 12 Marzo 2015

Ecco un altro giovane pianista proveniente dall’immenso vivaio cinese ove, non fosse che per quantità, emergono talenti che sempre più si affermano sul piano internazionale. Il pianista che si è esibito per Musica Insieme Ateneo, già vincitore giovanissimo del Casagrande, ha presentato un programma classicissimo (spesso questi giovanissimi si fermano alle soglie del ‘900) che spaziava da Scarlatti a Chopin passando per Schubert (Chopin risulta di gran lunga il compositore più eseguito dai cinesi a partire dagli anni  ’70 con Fu T’Song con l’eccezione di Yuja Wang, che però è più americana che cinese). Si presenta Zhi, alto, magro allampanato, con capelli lunghi e una maglietta sportiva da liceale (ma ha 23 anni!): manca solo il berretto con visiera per impersonare il giovane Holden di Salinger. Una captatio benevolentiae  innecessaria. L’inizio non è dei migliori: le due sonate di Scarlatti sono viziate (specialmente la seconda, la K466) da eccessi interpretativi di stampo romantico. Meglio sicuramente il tardo Schubert dell’op. D946 e di ottima qualità il notturno e la sonata op. 58 di Chopin. Naturalmente non mancano elementi negativi: c’è nel pianismo di Zhi sempre la tendenza a caricare troppo i passaggi più cantabili anche quando la semplice melodia sarebbe più che sufficiente per l’esecuzione.  Però la stoffa c’è ed è supportata da un’ottima tecnica: è un pianista che può esplodere ma anche implodere. Sarà interessante seguirlo nei prossimi anni. Due bis. Il primo, la prima Gnossienne di Satie infiorata di alcune libertà non presenti nello spartito, è da dimenticare. Satie è autore delicatissimo e il nostro dovrebbe ascoltare e introiettare l’esecuzione di Ciccolini prima di affrontare un brano tanto semplice all’apparenza ma così fragile nella sua sostanza. Il secondo è stato eseguito come fuoco d’artificio finale con tutte le conseguenze immaginabili. Dubbi sul successo di pubblico?

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Cameristica, Recensioni

Vincenzo Maltempo – Bologna Conoscere la Musica 5 Marzo 2015

Il concerto di Maltempo si è sviluppato su un ampio arco temporale: Scarlatti sonate K. 101 e K. 466, Chopin fantasia Op. 4, Liszt Totentanz, Alkan sinfonia per piano solo. “Riscopritore” di un compositore molto poco eseguito (Charles Valentin Alkan contemporaneo di Liszt e Chopin), certamente interessante ma tutt’altro che eccelso (il tempo è giudice inesorabile – et l’oublie descend sur le temps qui fut..). Per Maltempo più che di pianista si dovrebbe parlare di “pedalista”. Nella disgraziatissima acustica di S. Cristina dove il riverbero è insopportabile (ma possibile che nessuno pensi a pannelli fonoassorbenti?) l’uso smodato di questo elemento del pianoforte ha effetti devastanti. Se si pensa poi che per tutte le prime battute della Totentanz, caratterizzata da pesanti accordi nel registro basso, il piede non si è mai alzato dal pedale è facile immaginare il risultato. Quanto agli aspetti interpretativi che dire? Uno Scarlatti inopinatamente romantico (con “rubati”, anzi “scippati” e “rapinati”) totalmente fuori stile, uno Chopin incolore in cui le fasi di accelerazione non hanno nessuna caratteristica di gradualità quasi che si trattasse di uno studio del “Gradus ad Parnassum” di Clementi (naturalmente condito da una dose smodata di pedale), una Totentanz farraginosa con aspirazioni (mancate) virtuosistiche e con alcune stecche (secondo un mio collega “note diversamente intonate” – politically correct) clamorose e il brano di Alkan, archeologia musicale, pronto a rientrare nel giusto oblio della storia della musica. Si potrebbe dire che Maltempo suona come veste (camicia a quadretti sotto straccetto grigio per dare un tocco di casualità): inelegante, trasandato e semplicemente inadeguato.
PS Naturalmente un pubblico “condiscendente”  (eufemismo) ha applaudito e il pedalista ha concesso due bis. Fra questo pubblico spicca sempre un sedicente “esperto” presente ad ogni manifestazione che applaude calorosamente qualunque cosa venga ammannita e che difficilmente distinguerebbe il latrato di un cane da un Lied cantato da A.Kirchschlager ma che non manca di elargire (non richiesto) ai malcapitati rumorosamente le sue perle di (in)competenza!
 SadSad
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Cameristica, Recensioni

Rafał Blechacz – Bologna Musica Insieme 2 Marzo 2015

Rabberciato ma ancora un po’acciaccato riprendo i miei posts con il bel concerto del vincitore dello Chopin del 2005, ringraziando tutti coloro (in numero superiore al previsto!) che mi hanno fatto gli auguri e ritornando a occuparmi del settore di mia maggiore competenza: il piano. Un programma vasto con il Concerto Italiano di Bach, la Patetica di Beethoven e un secondo tempo tutto dedicato a Chopin. (Mi scuso con il mio lettore della Germania che mi rimprovera aspramente come uno scolaretto di non indicare i numeri d’opera ma i programmi dettagliati sono sul sito di Musica Insieme e facilmente rintracciabili: questo è un post e non un bollettino!). Di Blechacz va ricordato che nel concorso Chopin a non ancora 20 anni fece man bassa di quasi tutti i premi in palio e a ragione. Su un impianto tecnico solidissimo ma sempre controllato si innesta una grande musicalità che trova la sua massima espressione in Chopin ma che si irradia su tutti i brani eseguiti. È il caso ad esempio del brano bachiano dove – a differenza di tanti “giovani leoni” – il tempo è mantenuto sempre misurato in perfetto stile – appunto – italiano. Forse solo qualche vezzo nell’ultimo tempo potrebbe essere risparmiato, ma un peccato veniale. Lo stesso dicasi per la sonata beethoveniana, oggi meno eseguita, che invece ha trovato nell’interpretazione di Blechaz tutta la sua bellezza, profondità e innovatività. Di Chopin abbiamo già detto. Un notturno, tre mazurche (due delle quali raramente eseguite), tre valzer e una polacca. La maturità di un artista si misura anche nella capacità di rifuggere, anche nei bis, da quegli effetti speciali funambolici di cui la maggior parte dei pianisti cade preda per strappare l’ultimo applauso, magari da parte di quei risibili spettatori che applaudono a mani alzate!! Blechacz invece ha eseguito (benissimo) un intermezzo intimista dell’ultimo Brahms per finire con quel gioiellino che è il brevissimo preludio di Chopin. Un successo meritatissimo per un artista di non ancora 30 anni!
Che dire dell’ “introduzione ” musicologica? Piatta, improvvisata e inutile. Ma perché almeno il relatore non si prepara?

HappyHappy

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Cameristica, Recensioni

Golinelli D’Ippolito – Bologna Goethe Zentrum 21 Febbraio 2015

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Non ho mai viso un CV epistolare…..Ci sono casi in cui recensire vorrebbe dire riempire pagine con quanto ascoltato. Ma subentra un senso di pietà umana (non si uccide un uomo – pardon un soprano – musicalmente morto come M.Golinelli) e quindi mi comporto come i filologi di fronte a un passo non definibile: inserisco la “crux filologica”.  Con buona pace della lettera di Buckingham Palace che indica come Elizabeth di musica non capisca assolutamente nulla (notoriamente).
SadSadSadSadSadSad
………………
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Operistica, Recensioni

Don Pasquale – Bologna Teatro Comunale 18 Febbraio 2015

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Non sono certo un fan della Scuola dell’Opera Italiana viziata da alcuni peccati originali che non paiono eliminati e neppure eliminabili: non si mette in moto un meccanismo così costoso solo per voglia di protagonismo. Un discorso in materia sarebbe opportuno e forse ne farò l’argomento di un mio prossimo post. Ho però apprezzato l’esecuzione del Don Pasquale, un’opera che se messa in scena con spirito di umorismo e senso della misura (niente a che vedere con la spocchiosa, dilettantesca e pretenziosa Butterfly cui abbiamo assistito sabato scorso) può diventare un gustoso gioiellino. Ci sono tutti gli elementi dell’opera buffa: il vecchio gabbato, la moglie che diviene insopportabilmente bisbetica, i due giovani innamorati etc. e una musica deliziosa. Ebbene ieri sera mi sono divertito a questa messa in scena moderna, fresca e spiritosa  con vespino, un Ernesto anni ’60 e un ottimo mimo (Daniele Palumbo). Nella scenografia non mancano anche le citazioni cinematografiche: Audrey Hepburn in “Vacanze romane”, Groucho Marx come notaio, Peter Sellers come ispettore Clouseau. Nel cast vocale svetta  la Norina di Ksenia Titovčenko: una bella voce lirica e brillante, un’ottima, spiritosa presenza scenica. Deve solo imparare a controllare meglio l’emissione degli acuti, talvolta un po’ sparati, ma  certamente una voce con ottime prospettive. All’estremo opposto si colloca il tenore Boyd Owen. Una voce con forti problemi di emissione, recitativi spesso poco intonati e nessuna capacità scenica di intepretare il personaggio, tragicamente evidente nella scena finale della serenata (con tanto di vocalists) dove ha goffamente tentato di imitare il grande Elvis. Nella norma gli altri membri del cast. Una buona direzione d’orchestra (Giuseppe La Malfa) che ha però dovuto confrontarsi anche con carenze dei corni, che hanno fornito una prestazione in alcuni puntI insoddisfacente.
HappyHappySad
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Cameristica, Recensioni

Bogdanovich Vianello – Bologna Aula Absidale 17 Febbraio 2015

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Una breve premessa. Questo blog non è mai stato, non è, e mai sarà a scopo di lucro. Il suo scopo è unicamente quello di suscitare un dibattito fra le persone che hanno veramente a cuore la musica a Bologna fuori dai circuiti condizionati da sponsors, congreghe, etc. Il suo peso e soprattutto quello di chi legge e commenta dipende dal numero di coloro che accedono al blog. In questa ottica laddove possibile – se il blog è di vostro gradimento – chiederei un vostro “passaparola”. Grazie sentitamente.
Nonostante i tagli selvaggi alle finanze delle istituzioni universitarie continua la meritoria attività concertistica del DAMS offre – gratuitamente – manifestazioni di altà qualità ai musicofili bolognesi.  Controverso è certamente il giudizio sul concerto in questione. Innanzitutto il programma.  Liszt non è stato certamente un cultore degli strumenti ad arco e ne fa fede questo Gran Duo Concertante sulla romanza “Le Marin” di C.P. Lafontanz che potrebbe senza rimpianti restare dimenticato nella produzione Lisztiana. Analogamente dicasi della sonata di Saint-Saëns n.1 e del capriccio di Ysaÿe (che ha composto splendide sonate per violino solo), un brano virtuosistico privo di valore musicale. Ovviamente di repertorio la meditazione di Čajkovskij. Nonostante i calorosi applausi (ma a chi li si nega oggi da parte di un pubblico sempre meno avvertito?) l’esecuzione del violinista Bogdanovich non è risultata convincente. Il suono è spesso flebile anche se di qualità e la tecnica non trascendentale.  Nonostante i lodevoli sforzi dell’ottimo pianista Vianello (ottima tecnica, senso della partitura e consapevolezza dei limiti di Bogdanovich) il concerto non è mai decollato rimanendo a livello di media esecuzione, al di sotto dello standard dei concerti del DAMS.  Un bis.
HappySadPS  Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti  ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Operistica, Recensioni

Madama Butterfly – Bologna Teatro Comunale 14 Febbraio 2015

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Madama Butterfly, che tante lacrime ha fatto e fa versare al pubblico di cuore tenero dell’opera, non è al vertice delle mie preferenze pucciniane che vanno a Turandot e Bohème.  Un’opera che troppo deve all’esotismo di maniera, con una trama improbabile e un tributo alla moda del tempo con Pinkerton che addirittura offre un whisky, la continua intrusione nell’ordito musicale dell’inno americano etc. Ma al contempo astraendo dal libretto si deve dare atto al compositore di Torre del Lago che alcune delle arie sono certamente di grande qualità seppure la loro musicalità si collochi al di fuori del contesto musicale mondiale nel quale svettavano i coevi Stravinsij e Schönberg. Ma tant’è: Butterfly è di repertorio e lo rimarrà per lungo tempo dando alle primedonne la possibilità di gorgheggiare e di suscitare applausi a scena aperta (anche se non sempre, ma il pubblico bolognese è tollerante o – meglio – di bocca assai buona, soprattutto se il biglietto è gratuito….).  Opera anche di esordio come sovrintendente di N.Sani il quale come primo atto ha dato un poco urbano benservito al precedente sovrintendente Ernani che senza dignità aveva mendicato in un’intervista un qualche ruolo nella nuova amministrazione. Ne vedremo delle brutte… Si comincia con l’improvvisa sostituzione di Olga Busuioc nel ruolo di Cio Cio San con Mina Yamazaki. Senza alcuna motivazione.  Le voci di corridoio parlano di una improvvisa crisi di panico: se è così dove è stato raccattato un soprano privo di attributi? Offerto in saldo in Moldavia alle disastrate casse del Comunale? Al primo acuto la sostituta spara una stecca “de paura”  solo parzialmente riscattata nel secondo atto nel quale non sono mancate incertezze nei duetti con Suzuki (la onesta Antonella Colaianni). Luciano Ganci (un Pinkerton tracagnotto) ha una bella voce ma qualcuno deve avergli detto che i mezzitoni portano sfortuna. Spara con la voce da capo a fondo. Non male lo Sharpless di Filippo Polinelli che trova gli accenti giusti per una parte importante nell’opera. Qualcuno in sala, poi, afferma causticamente che il palmarès del canto va al biondo ed efebico bambino (una bambina nel caso!) nella parte del figlio di Butterfly (che stando al libretto dovrebbe avere circa tre anni ma che è prodigiosamente cresciuto in fretta visto che ne ha almeno 7). Della direzione di Hirofumi Yoshida meglio non dire: piatta e incolore. Forse pensava di dirigere l’accompagnamento di una rappresentazione Kabuki. Quanto alle scene (anch’esse da crisi economica) si può dire che la voluta progressiva destrutturazione della casa di Butterfly come metafora della tragedia della protagonista è risultata apprezzabile: meglio certamente di certi allestimenti da oriente barocco che troppo spesso infestano i teatri. Un successo mancato sottolineato anche da una assordante  assenza di  applausi (clacque nonostante). Over.
PS. Debbo delle incredibili precisazioni. Pare, dico pare (ma sono informazioni di prima mano), che in realtà alla prima recita abbia cantato interamente la seconda compagnia (e quindi i nomi citati nel post andrebbero cambiati) ! La prima compagnia ha cantato alla “seconda” di ieri. A parte che il pubblico pagante (e non poco!) avrebbe tutto il diritto di sapere esattamente cosa succede questa è l’ennesima prova del totale caos che regna nella direzione artistica. Addirittura pare che entrambe le compagnie di canto non sappiano in che date canteranno con tutti i problemi logistici coinvolti.  L’improvvisazione (scusandomi per il linguaggio – il casino) al potere! Ma il concetto di dimissioni per incapacità è un serio istituto per sempre abbandonato in Italia? Vergogna!

SadSadSad

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Gabriele Carcano – Milano Quartetto 10 Febbraio 2015

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Gabriele Carcano è un eccellente giovane pianista che ha nel rigoroso e misurato rispetto dello stile dei compositori eseguiti il suo migliore punto di forza. È dotato di una tecnica estremamente precisa e sempre al servizio dell’interpretazione, priva di eccessi ma impeccabile, praticamente senza errori. Il programma eseguito prevedeva la partita n.4 Di Bach, la sonata postuma D 784  di Schubert e la terza sonata di Brahms (op. 5 – opera giovanile di una forma musicale poi per sempre abbandonata). Otttima qualità (con qualche concessione perdonabile anche se reiterata allo squilibrio fra le due mani) e un uso sapiente del pedale in Bach. Un giovane che evitando inutili eccessi virtuosistici  o quelli che io chiamo “effetti speciali” dimostra una profondità espressiva difficile da riscontrare in altri interpreti coevi. In particolare la sonata di Schubert è risultata alla stessa altezza interpretativa di quella famosa di Svjatoslav Richter. Purtroppo un primo bis costituito da un brano dei Davidsbündlertänze di Schumann (pessima prassi quella di brani fuori dal contesto come se non esistessero infinite migliori scelte) ma un secondo bis con una sonata molto famosa di Scarlatti eseguita in modo assolutamente magistrale, forse una delle migliori che abbia mai ascoltato. Ma perchè questo come altri giovani talenti debbono aspettare i capelli brizzolati per essere presi in considerazione a Bologna? Anche per il libretto di sala un plauso per l’ottima qualitá che risparmia al pubblico quella prassi ridicola di una introduzione verbale (che naturalmente non può raggiungere la profondità di un brano scritto) e che lascia comunque allo spettatore la scelta di approfondire o meno le tematiche musicologiche dei brani eseguiti. Ma siamo a Milano e non nella provincia bolognese…Happy PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti  ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Quartetto Prometeo con Cappelletto – Bologna Musica Insieme 9 Febbraio 2015

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Ci sono concerti belli, buoni, mediocri, brutti: per questo non trovo un aggettivo adatto.  Massacrati da una presentazione di 20 (venti) minuti il brano (se cosí si può chiamare una scadente declamazione accompagnata da stridii dei poveri archi) di D’Amico è durato 36 minuti per un totale di 56 minuti di una pretenziosa, lugubre, prolissa, interminabile, performance. La solita esecuzione (prima e ultima?) che talvolta Musica Insieme rifila agli incolpevoli abbonati come tributo a non meglio identificati soggetti (si ricordi in materia l’indimenticabile strazio di Sani per oboe). A meno che non si tratti della prima uscita del duo Sani-de Colle. La pena poi della clacque delle cause perse suscita persino compassione, pur nella profonda irritazione provocata dall’ignobile pezzullo. Recensire il resto è impossibile. Il quartetto Prometeo ci ha messo del suo con una esecuzione piatta e prolissa dei due quartetti di Haydn e Schubert obbligando il pubblico stremato anche a un bis di fatto non richiesto. A loro parziale discolpa essere stati stritolati dalla “cosa” di d’Amico. Basta: un concerto da dimenticare in fretta pur nel timore che la ripetizione di episodi come questo non sia scongiurata. Almeno speriamo di avere pagato un tributo sufficiente per garantirci un periodo congruo al riparo da concerti di questa natura. Brava la maggioranza degli abbonati che subodorando la fregatura è rimasta a casa!
Sad
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Pegoraro Marzaro Schunnesson Zanette Della Siega – Bologna Goethe Zentrum 8 Febbraio 2015

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Gli “Spanische Lieder” di Schumann op. 74 e 138 non sono quasi mai eseguiti. A differenza di quelli di Wolf sono Lieder d’amore e – cosa piuttosto inconsueta ripresa praticamente solo da Brahms nei suoi Liebeslieder Waltzer – a formazione variabile: voci soliste, duetti e quartetti. Quindi un plauso al gruppo che ha proposto questi Lieder e un plauso anche all’esecuzione che si è sempre mantenuta su ottimi livelli. Sopra tutti certamente il soprano Pegoraro che dotata di una bella voce ha saputo modularla appropriatamente a seconda del tono del brano eseguito.  E un plauso anche alla pianista Della Siega che dopo un inizio a volume eccessivo ha trovato i giusti livelli sonori per valorizare le voci accompagnate. Un bis brahmsiano e un buon successo del pubblico che – non folto – segue però  fedelmente le meritorie manifestazioni liederistiche del Goethe Zemtrum.
Happy
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Remi Geniet – Lugo Teatro Rossini 4 Febbraio 2015

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In occasione del concerto di Remi Geniet a Bologna nel 2014 stavo risciacquando i panni nella Sprea e quindi non mi sono fatto sfuggire l’occasione di ascoltare questo osannato giovane inteprete, che si presenta al pubblico come un ragazzone corrucciato vestito alla moda di Tsipras con abbigliamento casual (bei tempi quando gli interpreti si presentavano con un elegante frack! Nel recente passato ormai solo Paolo Restani si presentava con marsina e sparato). Remi Geniet appartiene a quella schiera di giovanissimi interpreti (intorno ai 20 anni – Wang, Blechacz e Yundi intorno ai 30 anni sono già considerati dei maturi!) prede della majors discografiche sempre alla ricerca di carne fresca da buttare sul mercato. Un primo tempo tutto dedicato a Bach e un secondo a Chopin. Il pianismo di Geniet è piuttosto granitico, dotato di una buona tecnica (non eccezionale – vedi i frequenti errori nella sonata op. 58 di Chopin soprattutto nello sviluppo del primo tempo) ma in Bach drammaticamente monocorde. Sia chiaro: le esecuzioni senza pedale sono accettabilissime ma richiedono la grande raffinatezza di uno Schiff in grado di infondere alla musica eseguita quelle piccole impercettibili nuances che costituiscono l’interpretazione altrimenti ci si trova davanti a una noiosa e acritica ripetizione di stilemi esecutivi certamente non esaltante. Quanto a Chopin le 4 Mazurke eseguite non sono nelle corde del giovane pianista. Meglio la sonata (nella quale l’aspetto brillante ha un importante ruolo – ma perchè non ha eseguito il previsto ritornello del primo tempo? ha chiesto uno speciale permesso a Friederik?) nella quale non è mancata l’espressività nel terzo tempo ma che nel quarto tempo ha visto la modifica costante della velocità esecutiva fra le due sezioni che si rincorrono  (più lenta – guarda caso – la prima!). Geniet insomma è un pianista che può e deve maturare il cui processo di maturazione può però essere minacciato da una carriera iniziata troppo presto. Di certo non ha l’eccezionale maturità di un Lisiecki (che ascolteremo a Bologna nell’ambito del Bologna Festival, il cui concerto mi sento di suggerire a tutti dopo averlo recentemente ascoltato al Quartetto di Milano) e necessiterebbe di un periodo di riflessione. L’aspettiamo in futuro ma non vorremmo essere facili profeti nel temere una involuzione.
PS L’intelligenza e soprattutto la maturità di un interprete si misura anche dalla scelta dei bis. La trascrizione pianistica di un celebre brano violinistico di Fritz Kreisler e l’esecuzione avulsa dal contesto del primo brano della Kreisleriana di Schumann eseguito come un studiolo tecnico di alta velocità con molte imperfezioni la dicono lunga. E’ il disprezzo verso un pubblico di bocca piuttosto buona (applausi acritici come sempre) che si considera incompetente e quindi disposto a tutto. Complimenti!
HappySad PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti  ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Recensioni, Sinfonica

Shokhakimov Zilberstein – Bologna Manzoni 2 Febbraio 2015

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Il pianismo di Lilya Zilberstein è di quelli che lasciano il segno sia per la grande tecnica che per la maturità interpretativa che a partire dalla vincita del Busoni nel 1987 si  è sviluppata lungo un arco che l’ha vista sia come solista che come interprete cameristica anche nell’ambito di  un consolidato sodalizio con Marta Argerich. Siamo in presenza di un’interprete che si colloca ai vertici mondiali del pianismo internazionale e alla quale molti “giovani (e meno giovani…) leoni” –  assatanati da effetti speciali – dovrebbero guardare come un esempio di equilibrio e maturità. Anche nel concerto n. 3 di Beethoven di ieri non ha tradito le aspettative: fraseggio ampio e articolato, perfetto rispetto dello stile compositivo e grande comprensione e dominio della partitura. A differenza del passato va però segnalata qualche imperfezione tecnica fra cui quella iniziale ove il salto di quarta non è stato perfetto (come capitò anche alla Argerich con Abbado a Ferrara qualche anno fa). Di certo non c’è stata sintonia con il giovane direttore, sottolineato anche da alcuni passaggi di non perfetto sincronismo. Da segnalare negativamente il tempo staccato nel rondò finale che è apparso un po’ troppo lento, come chiaramente evidenziato dal fugato centrale. Sono risultati comunque evidenti l’insoddisfazione verso il direttore e il conseguente nervosismo della Zilberstein (forse dovuto anche ai soliti corni che nel secondo tempo ne hanno fatta una delle loro) che non ha concesso alcun bis. Ciò nondimento il pubblico le ha tributato una meritata (cosa che non sempre succede…) ovazione.   Il giovane e zazzeruto direttore ha poi dovuto confrontarsi con la prima  sinfonia di Sibelius, una partitura giustamente dimenticata dalla storia musicale. Un brano diseguale, sfilacciato, velleitario, privo di filo conduttore che in certe parti è postromantico, in altre fa il verso a Dvorak e in altre non si capisce dove voglia andare a parare. Un brano pretenzioso con quel “solo” di clarinetto iniziale scollegato dal resto di una partitura che in generale il direttore non è stato in grado di controllare limitandosi per lo piü a sottolineare furiosamente i passaggi più fragorosi. Si dimena il giovin signore e  con lui la zazzera ma copiando una celebre traduzione di Ceronetti degli epigrammi di Marziale “tanta excitatio….” …  serve a poco. Una prestazione certamente non memorabile e al direttore andrebbe ricordato che molte volte un gesto più misurato e consapevole denota una maturità artistica che al momento gli manca.   Senza storia il primo brano di genere di Schubert. Un pubblico piuttosto folto nel quale non è mancato il solito squillo del cellulare di uno sventurato  (che serva un metal detector all’ingresso del teatro ?) e un paio di ineffabili  parvenus cui non è parso vero, per dimostrare la loro (in)competenza,  applaudire alla fine del primo tempo  del concerto di Beethoven.
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Cameristica, Recensioni

Boris Petrušanskij – Bologna S. Filippo Neri 28 Gennaio 2015

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Catapultato molti anni fa dall’URSS dopo la vincita al concorso Casagrande del 1975, Boris Vsevolodovič Petrušanskij ha trovato a partire dal 1990 il suo futuro a Bologna e a Imola dove insegna all’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” oltre che tenere concerti. Ha fatto una dignitosa carriera senza mai raggiungere quei vertici internazionali che consacrano i grandi maestri.  Abbiamo già recensito un suo concerto in questo blog (Boris Petrušanskij – 6 Novembre 2013). Il programma presentato è di quelli che stimolano, mettendo a confronto i 24 preludi di Chopin op. 28 con i 24 preludi di Skrjabin op. 11. Due scuole musicali diverse ma legate da una impostazione strutturale identica: tutte le tonalità maggiori e minori (una prassi iniziata da J.S.Bach con il suo Wohltemperiertes Klavier),  nella stessa sequenza che procede per quinte a partire dal do maggiore e dal relativo tono minore. Il pianismo di Petrušanskij è roccioso e pecca spesso di eccessi sonori (che si avvertono anche nei suoi allievi) che nell’acustica sventurata dell’oratorio di S. Filippo Neri vengono ulteriormente amplificati: sarebbe necessario un volume mediamente più contenuto e un uso più moderato del pedale. L’esecuzione dei preludi chopiniani comporta l’inevitabile confronto con gli interpreti più famosi e in questa ottica la performance di Petrušanskij è lungi dall’essere memorabile. La tecnica lascia in alcuni casi a desiderare (ad esempio nel preludio in sol# minore n. 12) con un tentativo di coprire la manchevolezze con un eccesso di pedale e c’è una ricerca spasmodica e puntillistica dell’intepretazione che spezza il flusso musicale del brano che viene pertanto a risultare disarmonico. Interpretare vuol anche dire lasciar correre la musica e non accanirsi singolarmente su ogni battuta.  Anche per i preludi di Skrjabin l’esecuzione non è stata eccezionale. Qui sono mancate quelle “volate” leggere che sono così caratteristiche del compositore russo che alterna brani sognanti a brani drammatici ma sempre contraddistinti da una forte musicalità: l’eccesso sonoro di Petrušanskij ne ha purtroppo limitato la qualità espressiva.  Un improvviso di Chopin come bis. Da segnalare negativamente la maleducazione verso il pubblico di un ritardo dell’inizio di ben 20 minuti: possibile che da questo punto di vista ci si debba riferire a esempi terzomondisti?
Sad
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Cameristica, Recensioni

Gutman Poprugin – Bologna Musica Insieme 26 Gennaio 2015

Stending OvationDi Natalia Gutman è già stato detto tutto: una grandissima artista che in coppia con il validissimo Vjacheslav Poprugin (che nei concerti della Gutman è talvolta sostituito dalla georgiana Eliso Virsaladze) ha eseguito un programma fortemente classico con tre sonate di Mendelssohn, Grieg e Rachmaninov.  Tre sonate molto diverse fra loro e non della stessa qualità: bellissima quella di Rachmaninov, interessante quella di Mendelssohn ma parzialmente discutibile quella di Grieg il cui terzo tempo si allarga temporalmente e strutturalmente in modo abnorme e nel quale aleggia costantemente lo spirito di Solveig. Un fraseggio ampio e sempre espressivo quello della Gutman, un rispetto rigoroso dello stile, ma una tecnica che purtroppo risente talvolta del passare degli anni, soprattutto nei passaggi più ardui di capotasto (in particolare nel finale  del secondo tempo della sonata di Grieg). Anche il suono della Gutman si è fatto più tenue, talvolta un po’ esangue (problematica che si avverte assai nella sonata di Rachmaninov) e molto bravo è il pianista Poprugin ad evitare quanto più possibile fortissimi che possano mettere in risalto questa carenza. Sia chiaro un concerto godibile, salutato dagli applausi calorosi di un non folto pubblico e coronato da due bis (Prokoviev e Schumann) che rende giustamente omaggio, oltre che alla protagonista, anche a uno strumento che, colpevolmente, non è particolarmente presente (anche se non totalmente assente) nei concerti di Musica Insieme, che tende invece a premiare quasi esclusivamente il pianoforte. A margine di questa considerazione sarebbe anche giusto notare come vi siano generi (ad esempio la Liederistica) e strumenti (ad esempio l’oboe e il clarinetto come protagonisti solistici) ormai da anni trascurati. Gli organizzatori dovrebbero alzare gli occhi da una visione così ristrettamente provinciale e ampliare la loro prospettiva in una visione più europea delle scelte. Per una volta una introduzione di buona qualità (finalmente!). HappySadPS  Vorrei ringraziare tutti coloro che mandano commenti  ai posts via e-mail ma mi permetto di suggerire l’uso dell’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è gradito lasciare nome e cognome)!!
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Cameristica, Recensioni

Isaak Zagni – Bologna Goethe Zentrum 25 Gennaio 2015

E’ solo il Goethe Zentrum che a Bologna organizza meritoriamente Liederabende; un plauso loro e un Biasimo con la b maiuscola e rossa a tutte le organizzazioni musicali maggiori che trascurano un genere così importante e così diffuso in Europa: un ulteriore segno (mai che ce ne fosse bisogno…) del provincialismo culturale bolognese. Il soprano Sonya Isaak accompagnata dalla pianista Raffaella Zagni ha eseguito un programma della famiglia Schumann. Non tutti sanno infatti che Clara Wieck Schumann oltre che una famosa pianista e la moglie di Robert è stata anche un’eccellente compositrice di ispirazione (chi l’avrebbe detto?) schumanniana. Lei (come Fanny Mendelssohn con il fratello Felix)  ha avuto lo svantaggio di un marito molto più famoso che ne ha ingiustamente e involontariamente oscurato la produzione e i Lieder eseguiti (che peraltro fanno regolarmente parte dei programmi Liederistici dei paesi di lingua tedesca) ne sono una prova. La bellezza della voce è un dono di natura (si veda l’esempio di Pavarotti) che non ha premiato la soprano Isaak, ma l’esercizio e lo studio possono almeno in parte sopperire a questa carenza. Purtroppo nel caso in questione si sono registrate sovente delle incertezze (una voce con qualche tremolio) nei toni intermedi – quando l’emissione richiedeva  un “piano”, ad esempio all’inizio del primo Lied di “Frauenliebe und Leben” – mentre sono venuti a mancare spesso gli armonici negli acuti. Una prestazione non memorabile. Né l’ha aiutata la pianista Zagni. Chi accompagna ha il dovere di avere la sensibilità per la sala ove si svolge il concerto e in particolare al Goethe-Zentrum è indispensabile tenere il coperchio del piano chiuso nei concerti Liederistici. Se poi si aggiunge che inopinatamente il pianoforte ha aumentato il proprio volume nelle parti solistiche (a compensazione dell’assenza della voce?) che nei Lieder di Schumann sono così frequenti (ad esempio nelle code) e così importanti, l’intero equilibrio sonoro della composizione viene a mancare. Se poi si considera che  la pianista – oltre a eseguire un Lied per solo piano assolutamente insignificante – si è sentita  in dovere di aggiungere spesso alcune frasi frammentarie di spiegazione (?) dei Lieder eseguiti, che nulla hanno aggiunto alla comprensione dei brani (si deve sempre immaginare un pubblico sprovveduto?) mentre hanno spezzato la continuità del concerto, il risultato è facilmente immaginabile. Assolutamente fuori posto, poi, un bis Schubertiano in una serata dedicata agli Schumann: mancavano forse Lieder significativi dei due compositori? Anche i programmi scelti impattano sulla valutazione complessiva di un concerto. Suggerirei infine alla soprano – almeno per l’Europa – anche la scelta di un diverso stilista….
Sad
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Maria Perrotta – Bologna Musica Insieme Ateneo 22 Gennaio 2015

Recensisco questo concerto più per onor di firma che per motivazioni giornalistiche e/o artistiche. Abbiano ascoltato da Maria Perrotta (dal vivo e in CD) le Goldberg Variationen di J.S.Bach un numero più che sufficiente di volte per formulare un giudizio ponderato che questa nuova performance non ha cambiato. Un’ottima esecuzione, “maturata” negli anni e consolidata ormai senza sbavature, anche se la dimensione della sala avrebbe richiesto un volume di suono più contenuto e alcune imprecisioni tecniche (ad esempio nella prima variazione) evitate. Ma…. oltre alle Goldberg e alle ultime tre sonate di Beethoven la letteratura pianistica offre un ben maggiore repertorio e una pianista che ambisca a traguardi prestigiosi deve (non soltanto può!) in ogni caso affrontare altri autori (Mozart, Schubert, Schumann, Liszt, Brahms, Rachmaninov, Stravinskj etc.) e altri brani se non vuole cristallizzarsi in un repertorio angusto e ripetitivo, come purtroppo altre “promesse” nel recente passato hanno commesso l’errore di fare. I tempi non solo sono maturi ma addirittura siamo  quasi in ritardo data l’età dell’artista (solo per fare un raffronto Lisiecki ha la metà dei suoi anni, Juja Wang e Blechaz non hanno ancora raggiunto la trentina, Yundi…). Lo scorso anno l’abbiamo sentita anche in due noti brani di Chopin (Andante spianato e polacca brillante e poi  4a Ballata) con un risultato che ha certamente ingenerato perplessità, peraltro riportate in un post su questo stesso blog (chi ne fosse interessato veda sotto il riferimento a tutti i posts). Quindi ancora una volta (l’ultima per quanto mi riguarda) giudizio sospeso ma tutte le “condizionali” hanno il loro limite, oltre il quale si applica notoriamente la pena cumulativa….
Aggiungo che non rispettare senza giustificato motivo  i tempi di inizio della manifestazione (infestata ancora una volta da una presentazione al limite del ridicolo. Che ci importa dello sgabgherato parere del relatore che assimila le Goldberg a un treno? se mai – più mai che se… – può essere interessante un’analisi storico-musicologica!) è una provincialissma scortesia verso quegli spettatori che si sono premurati di arrivare in orario. Gli altri si arrangino (come avviene in tutte le sale serie) e la prossima volta si sbrighino!
HappySad
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Mullova Labèque – Milano Quartetto 20 Gennaio 2015

Dismessi i panni jastizzico-rockettari indossati per motivi non strettamente musicali lo scorso anno, Viktoria Mullova si ripresenta al quasi annuale appuntamento con la Società del Quartetto in duo con Katia Labèque, un sodalizio consolidato negli anni con un programma molto interessante ovvero una sonata di Mozart e una di Schumann nella prima parte e nella seconda tre brani più moderni: Takemitsu, Pärt e Ravel. Diciamo subito che i due brani più moderni sono stati eseguiti senza interruzione (per un motivo ignoto) ma che entrambi sono esempi di cosa possa essere una bella musica moderna (e ce n’è anche tanta di brutta e supponente!). In particolare la Distance de fée dai contorni delicati, quasi impressionistici, di Takemitsu ha suscitato consensi quasi unanimi nel composto pubblico del Quartetto (esempio di come una rampogna ben assestata – quella di Schiff – possa fare miracoli) e una buona accettazione ha avuto anche il brano di Pärt. Senza problemi di accettazione ovviamente la sonata di Ravel, quella nella quale il secondo tempo –  Blues – indica come negli anni ’20 l’influsso della musica americana giocasse un ruolo importante – anche se controverso –  nel milieu parigino.  I due bis finali sono stati un pallido omaggio alla contaminazione (un richiamo quasi ineludibile per le due esecutrici) che hanno unito stilemi classici a motivi tratti da una tradizione molto più populare (populistica?). Il duo ha offerto un prova di altissima qualità (se ne poteva dubitare?) sia per il valore individuale delle due artiste (per la Mullova il tempo sembra non passare mai) sia per l’affiatamento dimostrato che ha raggiunto il miglior risultato nella sonata op. 105 di Schumann. Qualche lieve perplessità per la sonata Mozartiana (la K 526,  raramente eseguita) nella quale la Labèque non ha resistito talvolta al richiamo di raggiungere una maggiore espressività con un non perfetto sincronismo di mano destra e sinistra. Ma in un caso come quello di questo concerto lo si può considerare un peccato veniale. Un plauso anche al programma di sala distribuito gratuitamente (la cui lettura o meno è lasciata allo spettatore), nel quale sia le biografie delle due artiste che i brani eseguiti sono descritti in modo professionale e senza sbavature (se si eccettua che per il Blues di Ravel viene tralasciato che si tratta di uno dei primi e più significativi esempi di bitonalità: violino e pianoforte eseguono in tonalità diverse).  Un esempio che dovrebbe fare meditare le organizzazioni bolognesi con quelle dilettantesche presentazioni di supposti “esperti” imposte senza remissione, che flagellano un pubblico che non ha la possibilità di sottrarsi alla punizione.
Happy
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Kavakos Pace – Bologna Musica Insieme 19 Gennaio 2015

La cosa migliore della serata è stata certamente il programma che ha visto l’esecuzione di alcune sonate poco frequentate nelle sale da concerto. Mi riferisco alle sonate di  Poulenc, Fauré e a quella strutturalmente meno convenzionale (Divertimento)  di  Stravinskj. Il tutto preceduto da una sonata schubertiana. Al di là del singolo valore dei due esecutori (avevo ascoltato Kavakos in altri contesti con eccellenti risultati mentre su Pace mantengo le riserve già precedentemente espresse: un ottimo artigiano, non un grande artista) il duo ha dato luogo a un concerto non certo entusiasmante. La sonata schubertiana è risultata piatta e anche la sfavillante partitura di Stravinskj non è risultata convincente. Un po’ meglio Poulenc ma poi è mancato lo stile così particolare, così sottile, così allusivo di Fauré. Come già più volte sottolineato, due artisti – anche ove eccellenti – non fanno un duo che invece richiede un’amalgama che in questo caso è del tutto mancata.  E’ sembrato che i due suonassero ciascuno per proprio conto seppure mantendendo la sincronizzazione della tempistica.  Se poi si volesse anche introdurre una nota di “colore” si potrebbe anche dire che lo stile funereo del gigantesco ed oscuro Kavakos (che probabilmente si serve dallo stesso stilista di Morticia degli Addams) vicino alla giacchetta stile Sganapino del piccolo Pace sembrava riflettere la separazione anche visuale dei due. Due bis poco significativi se si eccettua il virtuosismo di una esecuzione sui soli armonici del violino. Complimenti al relatore che ha preceduto il concerto, che ha affermato che la seconda guerra mondiale è iniziata nel 1942!!!
Sad
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Jan Lisiecki – Milano Quartetto 13 Gennaio 2015

Scrivi Quartetto di Milano e leggi qualità. Grande pubblico (sala piena – 1200 posti) sempre attento, mai un applauso fuori posto, suonerie e cellulari spenti e dopo la sclerata di Schiff non un solo colpo di tosse. Si presenta sul palcoscenico per la seconda volta al Quartetto, efebico, biondo, altissimo,  il giovanissimo Lisiecki (19 anni!), mangiato con gli occhi dalle signore pronte probabilmente a concedersi alla bellezza del giovane Jan, composto e consapevolmente certo di un successo alla stregua della fasciatissima Buniatishvili presso il pubblico maschile (giustamente svillaneggiata musicalmente però dal Corriere musicale). Sia chiaro: nessun parallelo con gli eccessi da baraccone della georgiana perchè qui si tratta di un grandissimo artista che strabilia per la maturità musicale che lo contraddistingue e che pone sempre la sua raffinatissima tecnica al servizio dell’interpretazione. Il programma eseguito è parzialmente consueto (Bach – corali e seconda partita,  Mendelssohn – rondò capriccioso e Chopin studi op.10) e parzialmente inconsueto (Paderewski – suite e notturno – praticamente mai eseguiti). Il Bach di Lisiecki ricorda la compostezza esecutiva di Schiff: mai toni eccessivi, perfetta pulizia esecutiva, scarso uso del pedale (singolarmente piuttosto usato in modo dinamico invece il pedale del piano), stile assoutamente ineccepibile (a differenza di altri fenomeni televisivi osannati da un pubblico provinciale italiano).  Altrettanto dicasi per Paderewski e Mendelssohn: non ho trovato oggettivamente nessun appunto per le esecuzioni. In particolare va apprezzato l’approccio di grande qualità musicale al minuetto delle Humoresques di Paderewski che per la sua natura in mano a un pianista come Lang Lang sarebbe diventato l’occasione per un valzerino da café chantant. Forse qualche  piccola riserva sugli studi chopiniani op. 10 dove non sono mancate alcune imperfezioni (ad esempio nel diabolico studio n.1 che, come ricorda il programma di sala, creava problemi persino al grande Vladimir) che però nulla tolgono al quadro eccellente (direi quasi eccezionale) della performance. Un’unica vera pecca è consistita nel concedere un solo bis (il preludio di Chopin in mi minore): un giovane esecutore dovrebbe essere assai più generoso. Sarebbe a questo punto molto interessante avere la possibilità di misurare questo grande giovane artista in Beethoven, ma le premesse sono del tutto favorevoli. Perchè viene trascurato dalle istituzioni musicali bolognesi (e imolesi)? Provincialismo culturale?
Happy
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Operistica, Recensioni

Un ballo in maschera – Bologna teatro comunale 11 Gennaio 2015

Nel solco della più classica tradizione verdiana il Comunale di Bologna apre la stagione operistica con “Un ballo in maschera”, opera nelle corde più sensibili dei melomani locali. Lasciamo ai musicologi (più o meno “self-assessed“) il compito di inquadrare l’opera ma certo è singolare che all’inquadramento (che può essere comodamente redatto in anticipo…) venga dedicata tanta parte degli articoli giornalistici che poi poco o quasi nulla dicono della realizzazione. Mi viene in mente un famoso episodio riguardante un critico del Carlino degli anni ’60  che recensendo un concerto del grande Arturo si profuse in complimenti per i tre bis concessi. Peccato che ne fosse stato eseguito uno solo…!  Ciò detto bisogna subito dire che per trasformare lo sventurato e scalcinato libretto dell’opera verdiana nella storia di una moderna competizione elettorale di stile americano (nella kundgebung della scena finale ci si aspetta l’entrata delle majorettes!) lo sforzo è titanico e come tale destinato a un inevitabile fallimento. Luci al neon sparate in faccia allo spettatore per una storia che nell’intenzione dei librettisti è una tormentata e non peccaminosa storia d’amore e di morte, dice subito dell’assurdità della impostazione. Ma ormai a partire da Bayreuth e München il mantra è sempre il medesimo: non si tratta di predisporre sceneggiature “belle” e coerenti ma di realizzare messe in scena “creative” e solamente provocatorie, poiché quello che conta non è ricevere l’applauso ma unicamente essere sulla bocca di tutti indipendentemente dal successo e ancor meglio in questa ottica se l’insuccesso è clamoroso (viva Andreotti!). Asserire nella presentazione che  “senza mai tradire la coerenza e lo sviluppo della narrazione verdiana, Damiano Michieletto restituisce così allo spettatore di oggi una versione moderna e anticonvenzionale dell’opera” è veramente un’affermazione spudorata. Peraltro  “Katarina Wagner docet”. In materia l’ineffabile regista afferma  che “le sue regie non sono fatte per compiacere il pubblico” ove probabilmente compiacere sta per piacere! Ma una sceneggiatura non è una “installazione” astratta da Artefiera, ma deve (dovrebbe a questo punto) accompagnare, sottolineare, integrare l’azione dell’opera e non essere semplicemente un’esibizione di luci e colori.  Dove è la mascherata finale, anche solo allusa?  Quando mai Ulrica è una santona american style – o come qualcuno ha ipotizzato una nuova Vanna Marchi – (con l’esibizione volgare e senza rispetto di paraplegici)? Perchè Riccardo canta in piedi (con il suo “doppio” steso per terra) mentre sta per morire e i suoi supporters  continuano a inneggiare, nella convention elettorale del ballo, alla sua candidatura? Che dire dello smaccato spottone della BMW elettrica del secondo quadro? E chi scrive non è un bieco conservatore reazionario ma unicamente uno spettatore in grado di distinguere fra moneta vera e moneta falsa. Ricordo ancora con grande piacere, per esempio,  una sceneggiatura di “Romeo and Juliet”  di Shakespeare della RSC a Stratford-on-Avon nella quale i Capuleti e i Montecchi erano due bande di “mods” degli anni ’50. Ma si trattava di regista di grande qualità, altro che la sceneggiatura provinciale e velleitaria di Michieletto (peraltro già fischiata sonoramente alla Scala nel 2013. Errare humanum…). E ancora recentemente lo splendido Ring della Scala (insieme alla Staatsoper Unter der Linden), o  “Don Carlo” del Regio di Torino o “La donna del lago” della Scala o “Le nozze di Figaro” a Bologna  etc. Ma dopo l’obbrobrio di “Qui non c’è perché” tout se tient….
Diverso è il discorso per l’aspetto vocale e orchestrale. Gli interpreti sono stati abbastanza all’altezza delle aspettative  con qualche riserva per l’Ulrica di Elena Manistina (peraltro l’unica “beccata” dal loggione) e l’Oscar di Beatriz Diaz (nella prima delle sue due arie).  Il tenore Gregory Kunde (Riccardo) dopo un inizio contratto con un’emissione sforzata è andato crescendo raggiungendo dopo la prima scena un’ottima prestazione. Altrettando dicasi vocalmente per il Renato di Luca Salsi cui manca però la presenza scenica (ha un modo di muoversi dinoccolato e piuttosto sgraziato).  Quasi senza pecche l’Amelia di Maria José Siri il cui limite è l’assenza di una voce altamente drammatica come il ruolo richiederebbe. Quanto a Mariotti (il giovin direttore dalla faccia d’angelo adottato acriticamente da tutte le signore del teatro) sarebbe opportuna una visione un po’ meno fideistica (ma i primi cento giorni sono scontati per tutti). Una direzione di buona qualità (anche perchè l’orchestra è quella che è) che ha mancato in alcuni momenti (ad esempio nel secondo quadro) quell’equilibrio fra voce e accompagnamento che è così importante in ogni opera.
Naturalmente una “clacque” ridicolmente rumorosa oltre misura si è spesa senza limiti nel sostenere lo spettacolo (i biglietti gratuiti fanno miracoli) sonoramente fischiato alla Scala. Ma si sa, Bologna non è Milano nè Reggio Emilia e il pubblico è fin troppo educato. Così la solita stampa corifea potrà inneggiare acriticamente a un grande successo. Se questo è l’ “antipasto” del duo Ronchi-Sani c’è poco da stare allegri. Peraltro, usando l’espressione di un famoso commentatore calcistico radiofonico degli anni ’50 e ’60 (Eugenio Danese), si può senza tema di smentita affermare “L’avevamo previsto”!!!
 PS Molti mi hanno scritto segnalandomi come io abbia usato la parola sceneggiatura al posto di scenografia. La cosa in realtà è voluta perchè Michieletto (come a Bayreuth) ha rappresentato una storia del tutto diversa dal libretto….
Sad
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