Category Archives: Recensioni
Münchner Symphoniker Feng – Bologna Musica Insieme 13 Aprile 2015
“Bella senz’anima” cantava alcuni anni or sono Riccardo Cocciante. Parafrasando il titolo si potrebbe dire “Bravo senz’anima” del giovane violinista cinese pluripremiato Ning Feng, un altro tipico prodotto dell’immenso vivaio cinese (che però partorisce anche artisti veri come – ad esempio – la brava giovane pianista Zhang Zuo) dotato di strabiliante tecnica mostrata nel primo concerto di Paganini (se si eccettua l’attacco della parte violinistica del primo tempo ove ha mostrato una difficile da interpretarsi incertezza) ma che però ha unicamente mostrato questo lato della sua personalità artistica. E’ vero: i concerti di Paganini non offrono agli interpreti grandi possibilità espressive, caricati come sono di virtuosismi, ma è anche vero che esistono esempi (anche su YouTube) nei quali gli interpreti cercano di addolcire la freddezza funambolica della partitura, almeno nelle parti più cantabili. Non è questo il caso di Ning Feng che proprio in queste parti, dove la componente muscolare gioca una ruolo minore si trova meno a suo agio. E certamente non depone a favore dell’intelligenza dell’esecutore avere proposto come bis un capriccio ancora di Paganini: assai meglio sarebbe stato eseguire un brano di autore diverso (da Bach a Ysaye) dal momento che non aveva certo bisogno di mostrare la sua valentia tecnica. Sia chiaro: è giovane, ha bisogno di “épater les bourgeois” e gli hanno insegnato che per ottenere un facile applauso (compreso quello sempre a mani alzate di una spettatrice di Musica Insieme che ad ogni concerto si esercita ginnasticamente in materia) Paganini “paga” ma bisogna sperare che compia un percorso artistico come quello di altri giovani interpreti che con l’avvento della maturità capiscono che suonare non è correre i 100 metri in 8 secondi.
Una bella sorpresa è stata invece quella offerta dai Münchner Symphoniker, una formazione assai affiatata che sotto la guida di Ariel Zuckermann nelle due sinfonie eseguite (Kraus e Haydn) e nell’ouverture di Berwald ha dimostrato un suono brillante, compatto in tutte le sezioni e un rispetto rigoroso della partitura pur nella capacità di sottolineare le parti più liriche. Un’orchestra di indubbio valore che vorremmo riascoltare in un repertorio più vasto.
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Quartetto Noûs- Bologna Talenti S. Filippo Neri 7 Aprile 2015
Un quartetto composto da giovani che ha avuto il coraggio di presentare come prima parte due brani di non facile comprensione. I tre brevissimi pezzi per quartetto d’archi di Stravinskij (composti dopo il grande successo de Le sacre du printemps) sono caratterizzati da un primo tempo con i quattro strumenti che paiono non avere rapporti mentre i due successivi rientrano nell’alveo del “concertato” (per quanto in un brano del compositore russo ciò sia possibile). I brani di Adès (Arcadiana) sono interessanti ma non di più. Molto bello il quartetto op. 30 di Čajkovskij nel quale è stato possibile apprezzare le qualità degli esecutori. Un giudizio complessivo sul quartetto è positivo anche se certamente manca quella maturità che solo una lunga esperienza esecutiva può dare. Un complesso quindi che ci auguriamo di riascoltare fra qualche anno anche in un repertorio più vasto. Un buon e meritato successo di pubblico. Un plauso assoluto all’assenza della introduzione “musicologica” iniziale che ha piagato tutta la scorsa stagione. Speriamo che si tratti di una assoluzione definitiva e non solo di una amnistia temporanea!
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Kremer Argerich- Bologna Grandi Interpreti 26 Marzo 2015
68 lui, 73 lei, una coppia splendida in grado di dar luogo al più bel concerto che si sia tenuto a Bologna negli ultimi tempi con due sonate di Weinberg, una di Beethoven e quella famosissima di Franck. Un’intesa perfetta, sonorità spesso soffuse e sempre espressive nei brani cantabili ma anche tempi staccati velocissimi e brillanti negli “allegri” trascinati dalla verve di una pianista per la quale veramente il tempo non sembra passare mai, dotata ancor oggi di una tecnica da fare impallidire molti giovani leoni. A volere proprio cercare il pelo nell’uovo si potrebbe arricciare il naso per qualche eccessiva concessione all’allargamento dei tempi in alcune sezioni del recitativo della sonata di Franck ma – come si usa dire – “ci possono anche stare”. Per il resto tutto assolutamente perfetto e ogni ulteriore commento sarebbe inutile. Un plauso specifico per i due brani dell’ingiustamente dimenticato compositore di origine polacca (ma vissuto nell’Unione Sovietica al tempo dello Zhdanovismo) Mieczyslaw Weinberg che pur avendo operato in pieno ‘900 propone una musica che seppure del tutto inserita nel milieu culturale del suo secolo non rifugge da momenti lirici e da una strutturazione delle sue sonate di tipo classico. Molto interessante – fra l’altro – la sonata per violino solo che si inscrive nella non vasta letteratura per lo strumento ad arco e che – dopo Bach – vede nella letteratura recente pochi esempi fra i quali le sei sonate di Eugène Ysaÿe e la sonata di Béla Bartók. La musica di Weinberg è la prova provata che la musica “moderna” può anche essere di non difficile ascolto senza astrusi intellettualismi o sonorità che spesso rendono “unpalatable” molti autori contemporanei. Tre bis fra i quali un tempo della sonata beethoveniana “a Kreutzer” (scelta un po’ discutibile), un ritmo di tango (trascrizione da Piazzolla? Benvenuti i suggerimenti) e un brano cantabile assolutamente ignoto al sottoscritto. Sarebbe sempre auspicabile che gli esecutori annunciassero i titoli dei brani eseguiti come bis senza trasformarli in indovinelli musicali. Ora prevista di inizio del concerto 20.30. Ora reale d’inizio 20.40. Viva la provincia!
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Lessing Savary Maurizzi- Bologna Conoscere la musica 19 Marzo 2015
C’era un tempo in cui i concerti di S.Cristina erano di alta qualità. Adesso dopo il disastro Maltempo viene proposto un altro concerto di qualità discutibile (problemi di budget?). Il trio in questione ha dato luogo a una performance tutt’altro che memorabile: un concerto definibile al meglio come “onesto”. Tre brani: una sonata per violoncello e pianoforte brevissima, un “cammeo”, di Debussy, la sonata in pratica giustamente mai eseguita di Ravel per violino e violoncello ove i due strumenti seguono percorsi indipendenti senza mai sincronizzarsi quasi si trattasse di composizione cinquecentesca sviluppata “orizzontalmente” e il celebre trio n. 3 op. 110 di Schumann. Le tre esecuzioni sono state ben lungi dall’essere memorabili. Innanzitutto tenere il coperchio del piano aperto in presenza di due archi e del riverbero di S.Cristina è criminale: l’effetto è che il piano copre quasi completamente gli altri due poveri strumenti. E poi i tre strumentisti sono dei bravi artigiani ma nulla più. Ne consegue che il livello esecutivo è facilmente immaginabile: molta buona volontà ma nulla più. Amen. Il concerto doveva iniziare alle 20.30. Il pistolotto del relatore introduttivo (sob, sob..) Mioli è iniziato alle 20.43 (quarto d’ora accademico? Ma qui non siamo all’università dove si deve dare il tempo agli studenti di cambiare aula) e si é iniziato a suonare alle 20.55. Maleducazione? Incompetenza? Disorganizzazione? Colpevole indulgenza verso i ritardatari? Oppure provincialismo da teatro di periferia? Forse tutto assieme. Quindi un concerto modesto e male organizzato per un pubblico populisticamente non pagante. Ottimo e abbondante…
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New London Consort- Bologna Grandi Interpreti 18 Marzo 2015
La mania invalsa negli ultimi due decenni delle esecuzioni “filologiche” è una malapianta inestirpabile che vellica la vanità di ascoltatori che si ritengono in tal modo esperti in grado di valutare quale fosse l’esecuzione ai tempi della composizione eseguita. Inutile dire che si tratta di modalità esecutiva del tutto artificiale che sempre mescola elementi moderni con antichi con risultati spesso disastrosi. E chi asserisce che in tal modo si estrae il vero spirito della composizione semplicemente è un truffatore (in senso musicale se esecutore) o un mentitore (in senso musicale se critico). Strumenti barocchi con archetti impugnati sopra il tallone (solo a scopo estetico e senza reale valore esecutivo) e corni (strumento difficilissimo anche nella versione moderna con i pistoni) che nonostante gli sforzi e la bravura degli esecutori inevitabilmente stonano. Purtroppo i compositori barocchi non hanno la possibilità di irridere la scelta di utilizzare strumenti obsoleti (o utilizzati in modo obsoleto): se rinati ci crederebbero matti a non utilizzare strumenti assai migliori (quelli moderni). In questo senso l’esecuzione della messa in si minore di Bach da parte del New London Consort rientra in questo filone aggiungendo però il dato negativo di una bassissima qualità esecutiva. Voci piccolissime specialmente nel settore femminile (e addirittura nel caso dei due brevissimi passaggi solistici del Kyrie iniziale con note “diversamente intonate”) con l’unica eccezione del controtenore David Allsop mentre all’estremo opposto si colloca il basso-baritono Michael George al limite dell’afonia. Insomma un’esecuzione piatta e scialba con un direttore che se assente nessuno se ne sarebbe accorto. Per capire come il brano bachiano possa essere interpretato e valorizzato in tutta la sua bellezza invito a riascoltare l’edizione di Karajan con Janowitz, Ludwig, Schreier, Berliner Philharmoniker ecc. altro che questo modesto “consort”! Purtroppo di questi flops al concerto iniziale del Bologna festival abbiamo già avuto esperienza nel passato. Forse sarebbe ormai il caso di tenerne conto.
PS “Customers who have the misfortune of being late will be admitted only during the interval“. Questo è l’avviso che campeggia nelle sale da concerto londinesi dove si comincia sempre in perfetto orario senza indulgenza verso i ritardatari e i capannelli di “spettatori” più interessati alle “public relations” che al concerto. Ma siamo a Bologna e Londra (come Berlino, come Parigi, come Vienna) è molto, molto lontana….
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Ingolf Wunder revisited- Bologna Musica Insieme 16 Marzo 2015
Purtroppo ancora una volta il pubblico bolognese non ha avuto l’occasione di ascoltare un concerto di Yundi, vincitore con merito dello Chopin 2000: la sua unica esibizione nei dintorni si è avuta a Imola lo scorso anno e fu un concerto memorabile. L’auspicio è che venga reinvitato non appena i suoi problemi famigliari saranno risolti. Al suo posto è stato invitato Ingolf Wunder, secondo premio allo Chopin 2010 (ex aequo con Lukas Geniušas). Il biglietto da visita di Wunder lo si può desumere dal suo ritratto su Wikipedia in inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Ingolf_Wunder – che bisogna immaginare da lui ispirato) che non dimostra certo fair play (omette di precisare che il secondo premio vinto era ex-aequo..): senza mezzi termini accusa la giuria di avergli scippato la vittoria (in inglese insomma lo si definirebbe a super brat). Certamente il concorso ha avuto un esito anomalo attribuendo la vittoria a una diligente, modesta e sbalordita Yulianna Avdeeva (pur essendo in giuria Marta Argerich, che ricordiamo giurata implacabile al tempo di Ivo Pogorelich) che certamente fra i finalisti era la più debole, che si trova ora raramente nei cartelloni delle manifestazioni pianistiche di primo piano, che è senza contratto delle case discoghrafiche più importanti e che non ha neppure un suo sito web! (A proposito dello Chopin 2010 va anche ricordato l’abbandono polemico di Bozhanov che lasciò infuriato il concorso prima della premiazione). Purtroppo anche il più importante premio pianistico – lo Chopin – è oggi per motivi di sponsorizzazione sottoposto all’influenza delle case costruttrici dei pianoforti. I concorrenti hanno persino il diritto di scegliere (orrore!) su quale pianoforte suonare e la Avdeeva suonava su uno Yamaha….Al tempo del concorso (trasmesso in streaming video) comunque la mia preferenza andava a Wunder e va ricordato che nel Novembre di questo anno ci sarà la nuova edizione del quinquennale concorso. Ma veniamo al concerto in questione. Un programma che più classico (in realtà romantico) non si può: una prima parte dedicata a Chopin e la seconda a Liszt con due brani da archeologia musicale ovvero l’Allegro da concerto op.46 di Chopin e le Variazioni su un tema dei Puritani di Bellini di Liszt (quest’ultimo in realtà una composizione solo coordinata da Liszt ma frutto di una collaborazioni di più musicisti – fra cui Chopin – alla stregua del FAE di Schumann-Brahms-Dietrich e altri esempi ottocenteschi). Il pianismo di Wunder è fuor di dubbio di alta qualità, molto elaborato e non immune dai temuti “effetti speciali” in Liszt. Ci sono pianisti cui riconosco grandissime qualità (è questo il caso) ma che non suscitano pienamente il mio plauso, come se vi fosse una vaga sensazione di incompletezza o di artificialità nell’esecuzione per me di difficile individuazione. Forse una definizione potrebbe darsi a contrariis, con il confronto con altri giovani pianisti che invece ritengo al vertice interpretativo: Wang, Yundi, Blechacz, Lisiecki etc. da me recentemente recensiti con un plauso incondizionato. Mi voglio scusare con i miei lettori per una definizione così imprecisa ma sarei veramente curioso di conoscere il parere di altri che abbiano assistito al concerto in questione. Sia chiaro ancora una volta: si parla di un “giovane leone” giustamente applaudito dal pubblico (almeno una volta a ragione!) che è necessario potere valutare in un repertorio più vasto (non solo confinato al romanticismo) e che mi auguro in tale contesto di potere riascoltare presto. Due bis intimistici: Clair de lune dalla Suite bergamasque di Debussy e una trascrizione pianistica della Casta Diva di Bellini eseguiti con grande intensità.
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Ingolf Wunder- Bologna Musica Insieme 16 Marzo 2015
Purtroppo ancora una volta il pubblico bolognese non ha avuto l’occasione di ascoltare un concerto di Yundi, vincitore con merito dello Chopin 2000: la sua unica esibizione nei dintorni si è avuta a Imola lo scorso anno e fu un concerto memorabile. L’auspicio è che venga reinvitato non appena i suoi problemi famigliari saranno risolti. Al suo posto è stato invitato Ingolf Wunder, secondo premio allo Chopin 2010 (ex aequo con Lukas Geniušas). Il biglietto da visita di Wunder lo si può desumere dal suo ritratto su Wikipedia in inglese (http://en.wikipedia.org/wiki/Ingolf_Wunder – che bisogna immaginare da lui ispirato) che non dimostra certo fair play (omette di precisare che il secondo premio vinto era ex-aequo..): senza mezzi termini accusa la giuria di avergli scippato la vittoria (in inglese insomma lo si definirebbe a super brat). Certamente il concorso ha avuto un esito anomalo attribuendo la vittoria a una diligente, modesta e sbalordita Yulianna Avdeeva (pur essendo in giuria Marta Argerich, che ricordiamo giurata implacabile al tempo di Ivo Pogorelich) che certamente fra i finalisti era la più debole, che si trova ora raramente nei cartelloni delle manifestazioni pianistiche di primo piano, che è senza contratto delle case discoghrafiche più importanti e che non ha neppure un suo sito web! (A proposito dello Chopin 2010 va anche ricordato l’abbandono polemico di Bozhanov che lasciò infuriato il concorso prima della premiazione). Purtroppo anche il più importante premio pianistico – lo Chopin – è oggi per motivi di sponsorizzazione sottoposto all’influenza delle case costruttrici dei pianoforti. I concorrenti hanno persino il diritto di scegliere (orrore!) su quale pianoforte suonare e la Avdeeva suonava su uno Yamaha….Al tempo del concorso (trasmesso in streaming video) comunque la mia preferenza andava a Wunder e va ricordato che nel Novembre di questo anno ci sarà la nuova edizione del quinquennale concorso. Ma veniamo al concerto in questione. Un programma che più classico (in realtà romantico) non si può: una prima parte dedicata a Chopin e la seconda a Liszt con due brani da archeologia musicale ovvero l’Allegro da concerto op.46 di Chopin e le Variazioni su un tema dei Puritani di Bellini di Liszt (quest’ultimo in realtà una composizione solo coordinata da Liszt ma frutto di una collaborazioni di più musicisti – fra cui Chopin – alla stregua del FAE di Schumann-Brahms-Dietrich e altri esempi ottocenteschi). Il pianismo di Wunder è fuor di dubbio di alta qualità, molto elaborato e non immune dai temuti “effetti speciali” in Liszt. Ci sono pianisti cui riconosco grandissime qualità (è questo il caso) ma che non suscitano pienamente il mio plauso, come se vi fosse una vaga sensazione di incompletezza o di artificialità nell’esecuzione per me di difficile individuazione. Forse una definizione potrebbe darsi a contrariis, con il confronto con altri giovani pianisti che invece ritengo al vertice interpretativo: Wang, Yundi, Blechacz, Lisiecki etc. da me recentemente recensiti con un plauso incondizionato. Mi voglio scusare con i miei lettori per una definizione così imprecisa ma sarei veramente curioso di conoscere il parere di altri che abbiano assistito al concerto in questione. Sia chiaro ancora una volta: si parla di un “giovane leone” giustamente applaudito dal pubblico (almeno una volta a ragione!) che è necessario potere valutare in un repertorio più vasto (non solo confinato al romanticismo) e che mi auguro in tale contesto di potere riascoltare presto. Due bis intimistici: Clair de lune dalla Suite bergamasque di Debussy e una trascrizione pianistica della Casta Diva di Bellini eseguiti con grande intensità.
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Aida – Milano La Scala 15 Marzo 2015
Abbandonati (fortunatamente) elefanti, cavalli, cammelli e altri animali che infestano l’Aida kitsch di Verona, viene qui recuperato il senso profondo di questa opera estremamente popolare nella quale, al di là del risibile polpettone del libretto (si citano anche le armi di Vulcano in un contesto egizio e un dio mai esistito Ftha!), si trovano veramente altissimi vertici musicali. Aida è titolo fra i favoriti della Scala (viene messa in scena ogni due-tre anni) e incontra l’incondizionato favore del pubblico anche in quelle parti orientaleggianti di maniera caratterizzate da eccessi di seconde eccedenti. Zubin Mehta è oggi al vertice dei direttori d’opera e anche nel caso in questione ha fornito una prova veramente maiuscola. Grande vecchio, con gesti misurati e pochi cenni del capo controlla perfettamente l’orchestra. Non una sbavatura, tempi staccati perfetti, valorizzazione perfetta del canto con le sonorità dell’orchestra sempre calibrate (grazie anche all’altissima qualità dell’orchestra della Scala). In questo contesto le voci dei protagonisti hanno avuto agio di esprimere al meglio le loro qualità. Tutti bravi i cantanti indistintamente: il re (Carlo Colombara), Aida (Maria José Siri che ha sostituito all’ultimo momento Kristin Lewis, inserendosi alla perfezione nel contesto dell’opera), Radamès (Fabio Sartori, che però dovrebbe perdere qualche Kg. altrimenti mette a repentaglio la stabilità del palcoscenico), Amonasro (Ambrogio Maestri) e Ramfis (l’intramontabile Matti Salminen). Ma sopra tutti Amneris (Anita Rachvelishvili): una voce drammatica perfetta e una grande presenza scenica che ha offerto il meglio di sè nella scena del giudizio di Radamès e che è stata giustamente osannata dal pubblico. Eccellenti le scene (se si eccettuano gli sventolati vessilli che certamente non facevano parte della coreografia egizia) e la regia del collaudatissimo Peter Stein; all’altezza della tradizione della Scala il corpo di ballo (che nella scena della consacrazione di Radamès ha evocato i wirling dervishes). Belli anche i costumi (anche se in nessuno dei dipinti egizi rimasti se ne trovano di uguali): insomma un grande meritatissimo successo, purtroppo a carissimo prezzo per gli spettatori (posto in platea 300 euro!!). Interessante notare che le scene richiedono ovviamente un cambiamento rispetto al Lucio Silla rappresentato 15 ore prima. Meditate gente di Bologna che asserite sia impossibile ospitare i concerti sinfonici al teatro comunale per la difficoltà di smontare e rimontare le scenografie delle opere…
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Lucio Silla – Milano La Scala 14 Marzo 2015
Terza opera giovanile di Mozart (composta a 16 anni!) dopo Mitridate re di Ponto e Ascanio in Alba con un libretto (molto improbabile) al quale contribuì anche Metastasio (intervento non particolarmente gradito dal compositore salisburghese a causa della necessità di porre mano a parti già terminate) è opera seria con happy end come l’ultima opera mozartiana La clemenza di Tito. Opera poco rappresentata e ripresa solo negli ultimi due decenni ha alcune arie certamente di qualità (ma l’opera nel complesso è troppo lunga e molto ripetitiva nella struttura delle sue arie rigidamente barocche) ed è prodigioso immaginare un sedicenne in grado di affrontare una partitura così complessa e capace di dirigere l’orchestra in occasione delle prime rappresentazioni. Bene ha fatto quindi La Scala a inserirsi fra i teatri artefici di questa renaissance. La produzione è affidata all’ottima bacchetta di Marc Minkowski (molto applaudito) con la regia di Marshall Pynkoski (che ha voluto sottolineare una sorta di rapporto incestuoso fra Lucio Silla e la sorella Celia di dubbio gusto). L’ambientazione è quella di una Roma settecentesca ma costumi e scenografia si adattano perfettamente alla vicenda e va lodata l’inserzione di un ottimo balletto che completa felicemente la messa in scena. Nel cast vocale l’assenza del tenore Rolando Villazón bloccato da una noiosa bronchite non si è fatta sentire. Il tenore Kresimir Spicer ha una bella voce, grande presenza scenica, perfetta intonazione e ha interpretato l’aria finale (nella quale vi sono almeno 10 battute di canto non accompagnato) in modo magistrale. Buone anche le voci delle altre interpreti. Cecilio (Marianne Crebassa) dopo una prima aria con qualche incertezza è cresciuta via via dando luogo a una prova convincente. Buone anche le prove di Inga Kalna (Cinna) e Lenneke Ruiten (Giunia che però è carente di emissione) e accettabile quella di Giulia Semenzato come Celia. Inutile ribadire che al di là delle valutazioni specifiche si tratta di staging di alta qualità come è tradizione del teatro meneghino: La Scala, nel panorama italiano, è un altro pianeta come anche certificato dallo splendido programma annunciato per l’EXPO.
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Zhi Chao Julian Jia- Bologna Musica Insieme Ateneo 12 Marzo 2015
Ecco un altro giovane pianista proveniente dall’immenso vivaio cinese ove, non fosse che per quantità, emergono talenti che sempre più si affermano sul piano internazionale. Il pianista che si è esibito per Musica Insieme Ateneo, già vincitore giovanissimo del Casagrande, ha presentato un programma classicissimo (spesso questi giovanissimi si fermano alle soglie del ‘900) che spaziava da Scarlatti a Chopin passando per Schubert (Chopin risulta di gran lunga il compositore più eseguito dai cinesi a partire dagli anni ’70 con Fu T’Song con l’eccezione di Yuja Wang, che però è più americana che cinese). Si presenta Zhi, alto, magro allampanato, con capelli lunghi e una maglietta sportiva da liceale (ma ha 23 anni!): manca solo il berretto con visiera per impersonare il giovane Holden di Salinger. Una captatio benevolentiae innecessaria. L’inizio non è dei migliori: le due sonate di Scarlatti sono viziate (specialmente la seconda, la K466) da eccessi interpretativi di stampo romantico. Meglio sicuramente il tardo Schubert dell’op. D946 e di ottima qualità il notturno e la sonata op. 58 di Chopin. Naturalmente non mancano elementi negativi: c’è nel pianismo di Zhi sempre la tendenza a caricare troppo i passaggi più cantabili anche quando la semplice melodia sarebbe più che sufficiente per l’esecuzione. Però la stoffa c’è ed è supportata da un’ottima tecnica: è un pianista che può esplodere ma anche implodere. Sarà interessante seguirlo nei prossimi anni. Due bis. Il primo, la prima Gnossienne di Satie infiorata di alcune libertà non presenti nello spartito, è da dimenticare. Satie è autore delicatissimo e il nostro dovrebbe ascoltare e introiettare l’esecuzione di Ciccolini prima di affrontare un brano tanto semplice all’apparenza ma così fragile nella sua sostanza. Il secondo è stato eseguito come fuoco d’artificio finale con tutte le conseguenze immaginabili. Dubbi sul successo di pubblico?
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Vincenzo Maltempo – Bologna Conoscere la Musica 5 Marzo 2015
Il concerto di Maltempo si è sviluppato su un ampio arco temporale: Scarlatti sonate K. 101 e K. 466, Chopin fantasia Op. 4, Liszt Totentanz, Alkan sinfonia per piano solo. “Riscopritore” di un compositore molto poco eseguito (Charles Valentin Alkan contemporaneo di Liszt e Chopin), certamente interessante ma tutt’altro che eccelso (il tempo è giudice inesorabile – et l’oublie descend sur le temps qui fut..). Per Maltempo più che di pianista si dovrebbe parlare di “pedalista”. Nella disgraziatissima acustica di S. Cristina dove il riverbero è insopportabile (ma possibile che nessuno pensi a pannelli fonoassorbenti?) l’uso smodato di questo elemento del pianoforte ha effetti devastanti. Se si pensa poi che per tutte le prime battute della Totentanz, caratterizzata da pesanti accordi nel registro basso, il piede non si è mai alzato dal pedale è facile immaginare il risultato. Quanto agli aspetti interpretativi che dire? Uno Scarlatti inopinatamente romantico (con “rubati”, anzi “scippati” e “rapinati”) totalmente fuori stile, uno Chopin incolore in cui le fasi di accelerazione non hanno nessuna caratteristica di gradualità quasi che si trattasse di uno studio del “Gradus ad Parnassum” di Clementi (naturalmente condito da una dose smodata di pedale), una Totentanz farraginosa con aspirazioni (mancate) virtuosistiche e con alcune stecche (secondo un mio collega “note diversamente intonate” – politically correct) clamorose e il brano di Alkan, archeologia musicale, pronto a rientrare nel giusto oblio della storia della musica. Si potrebbe dire che Maltempo suona come veste (camicia a quadretti sotto straccetto grigio per dare un tocco di casualità): inelegante, trasandato e semplicemente inadeguato.
PS Naturalmente un pubblico “condiscendente” (eufemismo) ha applaudito e il pedalista ha concesso due bis. Fra questo pubblico spicca sempre un sedicente “esperto” presente ad ogni manifestazione che applaude calorosamente qualunque cosa venga ammannita e che difficilmente distinguerebbe il latrato di un cane da un Lied cantato da A.Kirchschlager ma che non manca di elargire (non richiesto) ai malcapitati rumorosamente le sue perle di (in)competenza!
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Rafał Blechacz – Bologna Musica Insieme 2 Marzo 2015
Rabberciato ma ancora un po’acciaccato riprendo i miei posts con il bel concerto del vincitore dello Chopin del 2005, ringraziando tutti coloro (in numero superiore al previsto!) che mi hanno fatto gli auguri e ritornando a occuparmi del settore di mia maggiore competenza: il piano. Un programma vasto con il Concerto Italiano di Bach, la Patetica di Beethoven e un secondo tempo tutto dedicato a Chopin. (Mi scuso con il mio lettore della Germania che mi rimprovera aspramente come uno scolaretto di non indicare i numeri d’opera ma i programmi dettagliati sono sul sito di Musica Insieme e facilmente rintracciabili: questo è un post e non un bollettino!). Di Blechacz va ricordato che nel concorso Chopin a non ancora 20 anni fece man bassa di quasi tutti i premi in palio e a ragione. Su un impianto tecnico solidissimo ma sempre controllato si innesta una grande musicalità che trova la sua massima espressione in Chopin ma che si irradia su tutti i brani eseguiti. È il caso ad esempio del brano bachiano dove – a differenza di tanti “giovani leoni” – il tempo è mantenuto sempre misurato in perfetto stile – appunto – italiano. Forse solo qualche vezzo nell’ultimo tempo potrebbe essere risparmiato, ma un peccato veniale. Lo stesso dicasi per la sonata beethoveniana, oggi meno eseguita, che invece ha trovato nell’interpretazione di Blechaz tutta la sua bellezza, profondità e innovatività. Di Chopin abbiamo già detto. Un notturno, tre mazurche (due delle quali raramente eseguite), tre valzer e una polacca. La maturità di un artista si misura anche nella capacità di rifuggere, anche nei bis, da quegli effetti speciali funambolici di cui la maggior parte dei pianisti cade preda per strappare l’ultimo applauso, magari da parte di quei risibili spettatori che applaudono a mani alzate!! Blechacz invece ha eseguito (benissimo) un intermezzo intimista dell’ultimo Brahms per finire con quel gioiellino che è il brevissimo preludio di Chopin. Un successo meritatissimo per un artista di non ancora 30 anni!
Che dire dell’ “introduzione ” musicologica? Piatta, improvvisata e inutile. Ma perché almeno il relatore non si prepara?
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Golinelli D’Ippolito – Bologna Goethe Zentrum 21 Febbraio 2015
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Non ho mai viso un CV epistolare…..Ci sono casi in cui recensire vorrebbe dire riempire pagine con quanto ascoltato. Ma subentra un senso di pietà umana (non si uccide un uomo – pardon un soprano – musicalmente morto come M.Golinelli) e quindi mi comporto come i filologi di fronte a un passo non definibile: inserisco la “crux filologica”. Con buona pace della lettera di Buckingham Palace che indica come Elizabeth di musica non capisca assolutamente nulla (notoriamente).
………………
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Don Pasquale – Bologna Teatro Comunale 18 Febbraio 2015
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Non sono certo un fan della Scuola dell’Opera Italiana viziata da alcuni peccati originali che non paiono eliminati e neppure eliminabili: non si mette in moto un meccanismo così costoso solo per voglia di protagonismo. Un discorso in materia sarebbe opportuno e forse ne farò l’argomento di un mio prossimo post. Ho però apprezzato l’esecuzione del Don Pasquale, un’opera che se messa in scena con spirito di umorismo e senso della misura (niente a che vedere con la spocchiosa, dilettantesca e pretenziosa Butterfly cui abbiamo assistito sabato scorso) può diventare un gustoso gioiellino. Ci sono tutti gli elementi dell’opera buffa: il vecchio gabbato, la moglie che diviene insopportabilmente bisbetica, i due giovani innamorati etc. e una musica deliziosa. Ebbene ieri sera mi sono divertito a questa messa in scena moderna, fresca e spiritosa con vespino, un Ernesto anni ’60 e un ottimo mimo (Daniele Palumbo). Nella scenografia non mancano anche le citazioni cinematografiche: Audrey Hepburn in “Vacanze romane”, Groucho Marx come notaio, Peter Sellers come ispettore Clouseau. Nel cast vocale svetta la Norina di Ksenia Titovčenko: una bella voce lirica e brillante, un’ottima, spiritosa presenza scenica. Deve solo imparare a controllare meglio l’emissione degli acuti, talvolta un po’ sparati, ma certamente una voce con ottime prospettive. All’estremo opposto si colloca il tenore Boyd Owen. Una voce con forti problemi di emissione, recitativi spesso poco intonati e nessuna capacità scenica di intepretare il personaggio, tragicamente evidente nella scena finale della serenata (con tanto di vocalists) dove ha goffamente tentato di imitare il grande Elvis. Nella norma gli altri membri del cast. Una buona direzione d’orchestra (Giuseppe La Malfa) che ha però dovuto confrontarsi anche con carenze dei corni, che hanno fornito una prestazione in alcuni puntI insoddisfacente.
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Bogdanovich Vianello – Bologna Aula Absidale 17 Febbraio 2015
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Una breve premessa. Questo blog non è mai stato, non è, e mai sarà a scopo di lucro. Il suo scopo è unicamente quello di suscitare un dibattito fra le persone che hanno veramente a cuore la musica a Bologna fuori dai circuiti condizionati da sponsors, congreghe, etc. Il suo peso e soprattutto quello di chi legge e commenta dipende dal numero di coloro che accedono al blog. In questa ottica laddove possibile – se il blog è di vostro gradimento – chiederei un vostro “passaparola”. Grazie sentitamente.
Nonostante i tagli selvaggi alle finanze delle istituzioni universitarie continua la meritoria attività concertistica del DAMS offre – gratuitamente – manifestazioni di altà qualità ai musicofili bolognesi. Controverso è certamente il giudizio sul concerto in questione. Innanzitutto il programma. Liszt non è stato certamente un cultore degli strumenti ad arco e ne fa fede questo Gran Duo Concertante sulla romanza “Le Marin” di C.P. Lafontanz che potrebbe senza rimpianti restare dimenticato nella produzione Lisztiana. Analogamente dicasi della sonata di Saint-Saëns n.1 e del capriccio di Ysaÿe (che ha composto splendide sonate per violino solo), un brano virtuosistico privo di valore musicale. Ovviamente di repertorio la meditazione di Čajkovskij. Nonostante i calorosi applausi (ma a chi li si nega oggi da parte di un pubblico sempre meno avvertito?) l’esecuzione del violinista Bogdanovich non è risultata convincente. Il suono è spesso flebile anche se di qualità e la tecnica non trascendentale. Nonostante i lodevoli sforzi dell’ottimo pianista Vianello (ottima tecnica, senso della partitura e consapevolezza dei limiti di Bogdanovich) il concerto non è mai decollato rimanendo a livello di media esecuzione, al di sotto dello standard dei concerti del DAMS. Un bis.

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Madama Butterfly – Bologna Teatro Comunale 14 Febbraio 2015
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Madama Butterfly, che tante lacrime ha fatto e fa versare al pubblico di cuore tenero dell’opera, non è al vertice delle mie preferenze pucciniane che vanno a Turandot e Bohème. Un’opera che troppo deve all’esotismo di maniera, con una trama improbabile e un tributo alla moda del tempo con Pinkerton che addirittura offre un whisky, la continua intrusione nell’ordito musicale dell’inno americano etc. Ma al contempo astraendo dal libretto si deve dare atto al compositore di Torre del Lago che alcune delle arie sono certamente di grande qualità seppure la loro musicalità si collochi al di fuori del contesto musicale mondiale nel quale svettavano i coevi Stravinsij e Schönberg. Ma tant’è: Butterfly è di repertorio e lo rimarrà per lungo tempo dando alle primedonne la possibilità di gorgheggiare e di suscitare applausi a scena aperta (anche se non sempre, ma il pubblico bolognese è tollerante o – meglio – di bocca assai buona, soprattutto se il biglietto è gratuito….). Opera anche di esordio come sovrintendente di N.Sani il quale come primo atto ha dato un poco urbano benservito al precedente sovrintendente Ernani che senza dignità aveva mendicato in un’intervista un qualche ruolo nella nuova amministrazione. Ne vedremo delle brutte… Si comincia con l’improvvisa sostituzione di Olga Busuioc nel ruolo di Cio Cio San con Mina Yamazaki. Senza alcuna motivazione. Le voci di corridoio parlano di una improvvisa crisi di panico: se è così dove è stato raccattato un soprano privo di attributi? Offerto in saldo in Moldavia alle disastrate casse del Comunale? Al primo acuto la sostituta spara una stecca “de paura” solo parzialmente riscattata nel secondo atto nel quale non sono mancate incertezze nei duetti con Suzuki (la onesta Antonella Colaianni). Luciano Ganci (un Pinkerton tracagnotto) ha una bella voce ma qualcuno deve avergli detto che i mezzitoni portano sfortuna. Spara con la voce da capo a fondo. Non male lo Sharpless di Filippo Polinelli che trova gli accenti giusti per una parte importante nell’opera. Qualcuno in sala, poi, afferma causticamente che il palmarès del canto va al biondo ed efebico bambino (una bambina nel caso!) nella parte del figlio di Butterfly (che stando al libretto dovrebbe avere circa tre anni ma che è prodigiosamente cresciuto in fretta visto che ne ha almeno 7). Della direzione di Hirofumi Yoshida meglio non dire: piatta e incolore. Forse pensava di dirigere l’accompagnamento di una rappresentazione Kabuki. Quanto alle scene (anch’esse da crisi economica) si può dire che la voluta progressiva destrutturazione della casa di Butterfly come metafora della tragedia della protagonista è risultata apprezzabile: meglio certamente di certi allestimenti da oriente barocco che troppo spesso infestano i teatri. Un successo mancato sottolineato anche da una assordante assenza di applausi (clacque nonostante). Over.
PS. Debbo delle incredibili precisazioni. Pare, dico pare (ma sono informazioni di prima mano), che in realtà alla prima recita abbia cantato interamente la seconda compagnia (e quindi i nomi citati nel post andrebbero cambiati) ! La prima compagnia ha cantato alla “seconda” di ieri. A parte che il pubblico pagante (e non poco!) avrebbe tutto il diritto di sapere esattamente cosa succede questa è l’ennesima prova del totale caos che regna nella direzione artistica. Addirittura pare che entrambe le compagnie di canto non sappiano in che date canteranno con tutti i problemi logistici coinvolti. L’improvvisazione (scusandomi per il linguaggio – il casino) al potere! Ma il concetto di dimissioni per incapacità è un serio istituto per sempre abbandonato in Italia? Vergogna!
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Gabriele Carcano – Milano Quartetto 10 Febbraio 2015
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Gabriele Carcano è un eccellente giovane pianista che ha nel rigoroso e misurato rispetto dello stile dei compositori eseguiti il suo migliore punto di forza. È dotato di una tecnica estremamente precisa e sempre al servizio dell’interpretazione, priva di eccessi ma impeccabile, praticamente senza errori. Il programma eseguito prevedeva la partita n.4 Di Bach, la sonata postuma D 784 di Schubert e la terza sonata di Brahms (op. 5 – opera giovanile di una forma musicale poi per sempre abbandonata). Otttima qualità (con qualche concessione perdonabile anche se reiterata allo squilibrio fra le due mani) e un uso sapiente del pedale in Bach. Un giovane che evitando inutili eccessi virtuosistici o quelli che io chiamo “effetti speciali” dimostra una profondità espressiva difficile da riscontrare in altri interpreti coevi. In particolare la sonata di Schubert è risultata alla stessa altezza interpretativa di quella famosa di Svjatoslav Richter. Purtroppo un primo bis costituito da un brano dei Davidsbündlertänze di Schumann (pessima prassi quella di brani fuori dal contesto come se non esistessero infinite migliori scelte) ma un secondo bis con una sonata molto famosa di Scarlatti eseguita in modo assolutamente magistrale, forse una delle migliori che abbia mai ascoltato. Ma perchè questo come altri giovani talenti debbono aspettare i capelli brizzolati per essere presi in considerazione a Bologna? Anche per il libretto di sala un plauso per l’ottima qualitá che risparmia al pubblico quella prassi ridicola di una introduzione verbale (che naturalmente non può raggiungere la profondità di un brano scritto) e che lascia comunque allo spettatore la scelta di approfondire o meno le tematiche musicologiche dei brani eseguiti. Ma siamo a Milano e non nella provincia bolognese…
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Quartetto Prometeo con Cappelletto – Bologna Musica Insieme 9 Febbraio 2015
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