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Dobbiaco vs. Cortina – 31 Agosto 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiRiprendo, dopo un forzato silenzio dovuto … all’assenza di manifestazioni a Cortina (ove mi sono consolato vagando e arrampicando per monti), il mio dialogo con i lettori. Vorrei portare alla vostra attenzione la vivacità culturale di una piccola cittadina, Dobbiaco, rispetto alla assai più titolata Cortina.  Dopo i 13 giorni consecutivi di concerti (dal 18 al 31 Luglio) per le settimane musicali Gustav Mahler, con solisti e direttori del calibro di Nelson Goerner, Daniel Harding, Johanna Winkel, quartetto Prometeo etc. il cartellone di Settembre si presenta altrettanto interessante (nel mese di Agosto, purtroppo, niente..): viene infatti organizzato il festival dell’Alto Adige (12/9-20/9) con una impostazione più articolata verso una musica più “popolare” che vede anche  – ohimè – anche la presenza di Bollani, prezzemolino musicale che rispunta regolarmente nei concerti di livello non eccelso (il discorso sulle contaminazioni richiederebbe un discorso approfondito che mi riservo di affrontare più avanti – ci sono contaminazioni e contaminazioni: si vedano quelle ottime delle Labèque e quelle assai più corrive di Bollani): il programma dettagliato si trova facilmente su Internet. Inutile dire che a Cortina per tutto il periodo (se si eccettua il “festival Ciani” scaduto a livelli inimmaginabili) la musica tace in un assordante silenzio: lascio ai lettori le riflessioni in merito e la considerazione di come il “glamour” assai poco (nulla direi) ha a che fare con la cultura. Nei cartelloni esposti a Dobbiaco figura anche un concerto solistico di Pollini che ha evidentemente cancellato la sua presenza (non se ne trova traccia sul programma in Internet) e che molto mi aveva colpito. La piazza di Dobbiaco, per quanto valida, non è certo quella delle grandi sale concertistiche e tenervi un concerto solistico (l’unico di tutta la stagione) appare una potenziale “diminutio capitis” che per un artista dal carattere così difficile ed elitario potrebbe volere dire molte cose. Naturalmente spero che l’artista milanese si ristabilisca quanto prima ma certamente quella presenza sul cartellone di Dobbiaco si presta a molte e non sempre positive considerazioni.
PS Mi segnala A.S. che il concerto di Pollini è ancora annunciato su un sito mentre è assente su un altro…….. Mah…

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Una proposta per il Comunale – Cortina 13 Agosto 2015

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Alcuni lettori mi “rimproverano” (molto cortesemente sia chiaro) un atteggiamento talvolta eccessivamente catoniano nei confronti del teatro Comunale di Bologna esortandomi nel contempo a formulare proposte concrete per un miglioramento della situazione. Accolgo volentieri il suggerimento ricordando una conversazione privata avuta un paio di anni fa con Vergnano, il sovrintendente di Torino. La sua opinione era che sarebbe possibile predisporre un’alleanza organica fra i teatri d’opera di Torino, Genova e Bologna in modo di proporre gli stessi allestimenti (o almeno una loro parte) con un significativo risparmio per tutti e tre i teatri. La distanza geografica è sufficiente a evitare sovrapposizioni e naturalmente i casts (cantanti e orchestra) potrebbero (dovrebbero a mio parere!) essere diversi per evitare dannose ripetizioni e stimolare al limite l’interesse degli spettatori a verificare come un’identica scenografia sia “interpretata” diversamente da compagini diverse. Va da sé che questa ipotesi “in nuce” dovrebbe essere opportunamente approfondita evitando inutili campanilismi e protagonismi che in questi chiari di luna sono ovviamente del tutto fuori posto. Il sasso è stato tirato nello stagno: che cosa ci si può attendere?

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Cameristica, Recensioni

Dindo Cattarossi- Cortina 12 Agosto 2015

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Nel desolante panorama del moribondo festival Ciani di Cortina una figura almeno ha tenuto un concerto degno di questo nome: Enrico Dindo accompagnato da Monica Cattarossi. Il festival Ciani, iniziato circa dieci anni orsono, dopo un inizio di grande qualità con nomi prestigiosi (e auditorium pieno con caccia accanita ai biglietti!) è andato via via scadendo con un pubblico sempre meno numeroso fino alla miseria di questo anno il cui tema è il musical americano con figure di secondo piano. Colpa di una gestione disastrosa, incapace di informare adeguatamente il pubblico, di gestire in modo dignitoso una mailing list, di pubblicizzare il festival. Ci si è invece concentrati su una modestissima “accademia” di giovani musicisti che partecipano a una scuola estiva con risultati francamente non esaltanti. Il festival ha seguito la parabola discendente del suo organizzatore Jeffrey Swann passato dalla meritata vittoria alla prima edizione del concorso Ciani di Milano (circa 20 anni fa) a un tramonto prematuro confermato dalle poche e scadenti esibizioni recenti. Dindo appartiene al Gotha dei violoncellisti mondiali dopo la sua vittoria nel 1997 al concorso Rostropovich di Parigi e l’apprezzamento senza di riserve del grande maestro russo. Il programma eseguito – Robert Schumann Adagio e allegro op.70, Fantasiestücke, e 5 Stücke in Volkton, Claude Debussy sonata e Frank Bridge sonata con un bis Raveliano-  ne ha messo in mostra ancora una volta la tecnica sopraffina e il fraseggio ampio ed espressivo, sempre rispettoso dello stile dei compositori. Adeguato l’accompagnamento di Monica Cattarossi non adeguatamente supportata da uno Stainway 3/4 di coda che ha visto tempi migliori. Un caloroso successo del non folto pubblico (un centinaio massimo di persone, alcune dileguatisi dopo il primo tempo). Purtroppo il concerto non è stato neppure tenuto nell’auditorium dei concerti di Cortina ma nell’inadeguata acusticamente sala Dolomia dell’albergo Savoia il che la dice lunga sull’organizzazione. A parte Dindo l’Agosto culturale di Cortina prosegue la sua lenta ma inarrestabile agonia.

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Comunale e Repubblica – 11 Agosto 2015

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Grazie alle ripetute pressioni esercitate da alcuni dei miei assidui lettori, la Repubblica di Bologna il 31 Luglio ha finalmente pubblicato la lettera di cui al mio post http://wp.me/p5m12m-Dd. Qualunque organizzazione seria avrebbe risposto esplicitando la propria posizione e rispondendo ai quesiti posti, ma nel caso specifico a tutt’oggi nulla. Ora chi non smentisce… conferma, ovvero conferma ab silentio la fondatezza dei dubbi espressi, ammettendo implicitamente la potenziale presenza di cadaveri nell’armadio. Che dire? Un’istituzione pubblica non avrebbe il dovere di rispondere alle domande dei cittadini che con i loro abbonamenti e biglietti sostengono in buona parte le sue attività? E la trasparenza è diventata nuovamente un optional? E che dire dell’ineffabile comitato di indirizzo che si comporta come un novello “convitato di pietra” assistendo inerte al lento e inarrestabile sprofondamento agli inferi del teatro (nel caso specifico senza neppure offrire un’ultima possibile redenzione, a differenza del Commendatore)? Meditate gente, meditate, ringraziando anche l’assessore alla cultura (silente su questo argomento ma non sui giochi politici locali) Ronchi…

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Operistica, Recensioni

Tristan und Isolde – Bayreuth 7 Agosto 2015

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Per decenni abbiamo creduto che il re Marke fosse il prototipo dell’uomo saggio, tollerante, capace di sopportare con dignità i colpi dell’avverso destino: sbagliato! Ci ha aperto gli occhi la “regista” Katarina Wagner che capovolge (stravolge) il significato del testo wagneriano. Ma andiamo con ordine. Il primo atto si apre in una penombra che affliggerà tutti i tre atti, riempita di scale, molte delle quali terminano nel vuoto mettendo a rischio l’incolumità dei cantanti. Il prototipo è quello di Escher (altro che il Piranesi contrabbandato nel programma) cui manca però l’artifizio visivo per cui sono tutte connesse: qui il vuoto è vuoto. Dove sia la nave non si sa. Tutti i protagonisti sono in scena: Isolde, Tristan, Kurvenal e Brangäne, tutti su piani diversi. Una sorta di ascensore costituito da piattaforma con balaustra li fa salire e scendere. Brangäne è affetta da delirium tremens o ballo di S.Vito alle gambe ma forse indossa soltanto scarpe troppo strette. Isolde è manesca e tenta di azzuffarsi fisicamente con Tristan ugualmente manesco: hanno un bel daffare Brangäne e Kurvenal a trattenerli. Isolde maneggia pericolosamente un coltello ma poi, anticipando la coppa fatale, abbraccia Tristan che non si sa se ne voglia. I due comunque si baloccano con un velo da sposa che subisce un trattamento non da educande. Finalmente dovrebbero bere il filtro fatale ma anziché ingurgitarlo lo rovesciano sulle mani ma fa effetto ugualmente (mah?). Arriva Marke ma si tratta di un regista-carceriere le cui malefatte sono esplicate nel secondo atto. Qui Tristan, Isolde, Brangäne e Kurvenal sono letteralmente scaraventati da loschi figuri in un recinto da cui non possono uscire. Kurvenal dopo avere dato ripetutamente di capoccia contro l’uscio sbarrato tenta una arrampicata di sesto grado su una serie di appigli da cui cade fragorosamente. Brangäne la dà su più in fretta e non si capisce se e quando venga spenta la fiaccola fatale. L’intero spazio è illuminato da riflettori nella parte alta del palcoscenico sparati verso il basso: set cinematografico o illuminazione della guardina? I due protagonisti si coprono con un telo per ripararsi dalle luci accecanti e Tristan addobba il telo con lucine di stile natalizio. Poi preso da improvviso furore distrugge tutto come fanno i bambini. Al centro della scena si erge una sorta di tornello multipiano che racchiude Tristan e Isolde a turno. I due cantano la parte finale del duetto d’amore con le spalle rivolte alla platea in un buio quasi spettrale. Arriva Marke-regista-carceriere vestito con un pastrano giallo e un cappello da Al Capone accompagnato da una masnada di brutti ceffi agghindati in calzamaglia gialla come gli agenti cattivi del colesterolo di una ben nota pubblicità televisiva. Tristan viene bendato e ammanettato e Melot l’accoltella senza dargli la possibilità di difendersi. Terzo atto. Il corpo di Tristan è vegliato in un angolo della scena buia da quattro personaggi seduti con tanto di lumino stile lux votiva rossa fra le gambe. Tristan si risveglia e canta il suo dolore mentre appaiono successivamente dei triangoli luminosi di foggia massonica con all’interno l’effigie di Isotta. Tristan muore e arriva Isolde. Il corpo di Tristan viene adagiato su un divanetto rialzato e interviene Marke – sempre addobbato con pastrano e cappello – per spostargli le gambe e far posto a Isolde che canta il suo Liebestod appoggiata alla cara salma. Al termine viene portata via – viva – da Marke. Dove sia il Tod non si sa. Fine. Che a una dilettante ridicola come Katharina Wagner siano affidate delle regie è ipotizzabile solo sulla base del suo cognome. Uno spettacolo teatrale può certamente essere diversamente interpretato, essere oggetto di provocazione ma deve rispettare una regola fondamentale: deve essere bello e tanto più quanto provocatorio. In questo caso siamo in presenza di una parodia del Tristan, brutta e noiosa e devo confessare che il solo fatto di parlarne mi fa sentire in colpa perché lo scopo di questi “sregisti” non è fare begli spettacoli ma solo provocare commenti: che siano positivi o negativi che importa?

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La musica e i cantanti. La direzione di Tielemann (nuovo music director con tanto di targhetta fatta apporre nel parcheggio) è “maschia” con tempi piuttosto stringati ma certamente di qualità. Solo nell’ouverture questa impostazione mostra un po’ la corda perché comprime quel senso di ansia dato dalle successive modulazioni mai risolte in tonica. L’Isolde di  Evelyn Herlitzius, misteriosamente richiamata a sostenere la parte all’ultimo momento,  è di buona qualità con qualche cedimento (ad esempio nel primo acuto del secondo atto) ma di certo non regge il confronto con l’Isolde della grande Irene Theorin, precedente interprete del ruolo wagneriano a Bayreuth. Eccellente è invece Stephen Gould nella parte di Tristan. Qui siamo ai vertici mondiali del wagnerismo con una voce sempre perfetta nella intonazione e nei toni drammatici e il pubblico gli ha tributato un meritato trionfo. Grande successo anche di Christa Mayer come Brangäne, giustificato ma leggermente viziato dal fatto di giocare in casa. Buona la performance di Iain Peterson come Kurvenal e altrettanto buona quella di Georg Zeppenfeld come Marke. Ovviamente non giudicabile Raimund Nolte come Melot. Comunque grande successo finale di pubblico che si è profuso in un applauso liberatorio anche perché sapeva di potere entro poco “uscire a rivedere le stelle” dopo essere stato letteralmente rinchiuso (le porte sono ausgeschlossen) in un girone infernale.
HappyHappy
Una nota finale sul teatro. Per un malinteso rispetto del dettato wagneriano il teatro è privo di climatizzazione (e il 7 Agosto c’erano 39 gradi a Bayreuth!), non ha sopratitoli (e anche la maggioranza dei tedeschi ha difficoltà a capire la lingua altmodisch di Wagner) e i sedili di legno sono una vera tortura per gli spettatori. Perché? Wagner era un innovatore e volle un teatro del tutto innovativo a partire dal golfo mistico. Il suo scopo era quello di glorificare la sua musica e certamente ha utilizzato tutte le tecniche del tempo a questo scopo. Oggi sarebbe il primo a volere sfruttare le nuove tecnologie ma la pochezza intellettuale degli attuali reggenti non arriva a capirlo. E’ vero: il pubblico continua a partecipare agli spettacoli, certamente più per gli aspetti mondani, per il rito, che per l’opera rappresentata, anche se bisogna dire che la qualità estetica dei partecipanti è vieppiù in calo. Ma per 300 euro a cranio si avrebbe diritto se non a un bello spettacolo almeno a una visione confortevole. E non è un problema di budget visto che è in atto il rifacimento della facciata. Scrissi alcuni anni fa una lettera in materia a Katarina Wagner e a sua cognata Eva Pasquier, allora sovrintendenti del teatro, ma chi è poco intelligente è anche maleducato. Nessuna risposta. Può essere interessante sapere che due volte ho scritto a Angela Merkel e in entrambi casi ho ricevuto risposta. Senza commenti.

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Repubblica di Bologna – 28 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiGiovedì scorso ho  inviato alla edizione bolognese di Repubblica la seguente lettera:
” Nella complessità della situazione disastrata del teatro comunale si inserisce una anomalia incomprensibile. Come è possibile che l’orchestra Filarmonica, costituita sostanzialmente dagli stessi strumentisti dell’orchestra del teatro comunale vada in Giappone per eseguire due rappresentazioni di Pagliacci quando la convenzione con il teatro  esclude che la Filarmonica possa partecipare a un’opera con messa in scena? Adesso abbiamo due orchestre d’opera in una città da 350.000 abitanti e un solo teatro d’opera? E tutti i debiti contratti per l’affitto del teatro Manzoni sono stati saldati?  Non sarebbe ora che Sani, Ronchi e Merola facessero un po’ di chiarezza in materia?”
L’argomento è certamente di interesse generale (molto più dei ripetuti, mielosi ringraziamenti per i medici che hanno semplicemente fatto il loro dovere…) la domanda è lecita e la risposta dovuta. Naturalmente la lettera non è stata pubblicata. Perché? Non di certo per la presenza di altre lettere di maggiore interesse ma soltanto perché la collusione fra redazione di Repubblica, il duo ferrarese Ronchi-Sani e il comitato di indirizzo (che mai batte un colpo: che si tratti di puri spiriti?) costituisce una piccola associazione del silenzio colpevole (ai lettori la scelta della parola più adatta…)  per cui solo i comunicati ufficiali del teatro (e i relativi pianti per l’indifferenza dei privati) sono pubblicati. Ma davanti a fatti come quelli sopra indicati che denunciano una gestione quantomeno non chiara con interessi laterali se non conflittuali rispetto al teatro quali privati possono essere interessati? O si fa chiarezza oppure è meglio smettere di lamentarsi.

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Buone vacanze!

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiCon questo post prendo (temporaneo!) commiato dai miei lettori trasferendomi in montagna fino alla fine di Agosto dove le attività culturali presentano lo stesso deserto di Bologna (una bella gara!). Inserirò di certo un post dopo il 7 Agosto, data nella quale sarò a Bayreuth per il Tristan und Isolde e anche nel caso che contrariamente alle aspettative qualche evento meriti un commento. Per la stagione d’opera 2016 del Comunale di Bologna (al cui bilancio mancano “solo” 2.250.000 euro che si attendevano dai privati…a chi attribuire la colpa?) da alcune “soffiate” pare che ci sarà un Barbiere di Siviglia, il Werther di Massenet non sarà quello della Cavani (costi eccessivi) e saranno mantenuti la splendida Elektra di Strauss (anche se costosissima a causa dell’organico orchestrale – indimenticabile e strepitosa la recente versione scaligera), Macbeth di Verdi e L’elisir d’amore di Donizetti. Questi tre ultimi titoli sono stati in ballo  fino all’ultimo per motivi di budget ma la posizione del sindaco, presidente del Comitato d’Indirizzo, è stata a quanto pare irremovibile.  Rimane il piccolo, trascurabile problema dei fondi a causa dei quali si vocifera che siano in pericolo gli stipendi di Agosto …

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PIetrasanta – Luglio-Agosto 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiHo avuto la fortuna di visitare (per la prima volta – mea culpa!) Pietrasanta. Al di là della gradevolezza della cittadina (patria di Botero), del suo animatissimo centro a 5 Km dal mare e dell’incredibile, smisurato numero di gallerie d’arte (potrei quasi dire che ce n’è una ogni due negozi!) sono stato colpito dal cartellone delle manifestazioni musicali organizzate nel chiostro della centrale chiesa di S.Agostino. Si tratta del cartellone di Pietrasanta in concerto che si tiene dal 24 Luglio al 2 Agosto. Gli artisti: Jean-Yves Thibaudet, Katia and Marielle Labèque, Salvatore Accardo, Yuri Bashmet, Boris Berezovsky oltre a giovani emergenti come Lorenzo Gatto, Leonard Schreiber e Denis Kozhukhin. Per le formazioni cameristiche: il Debussy Quartet. l’orchestra da camera del Maggio Musicale Fiorentino, i solisti di Mosca e l’orchestra da camera di Basilea.  E stupiscono anche i prezzi che vanno dai 46 (quarantasei – valore massimo per i grandi nomi) ai 17,25 (diciassette e venticinque per ogni concerto!) euro. E i concerti sono tutti sempre sold out.  Chapeau!
PS Voglio rassicurare i miei lettori: la mia recensione NON è uno spottone finanziato dalla Azienda di Soggiorno di Pietrasanta ma solo un giusto tributo a un’iniziativa di grande valore culturale che forse dovrebbe fare riflettere chi ritiene che valga l’equivalenza vacanze=discoteca (con sballo) e fare fischiare le orecchie ai sedicenti “operatori culturali” rockettari bolognesi che nei mesi estivi offrono il nulla agli amanti della musica “alta” (la definizione è di Q.Principe). Idem per Cortina (sono un amante della montagna) dove il “Festival Ciani” dagli inizi gloriosi di alcuni anni fa (si aprì con Marta Argerich) si è ridotto ormai a una kermesse di quarta categoria (definizione benevola)!

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Roth Golan – Varignana 17 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiForse andrebbe segnalato per prima cosa che la proposta “cena con gli artisti” si riduce in realtà a una cena in una sala ove cenano anche gli esecutori che hanno però un tavolo riservato talché la possibilità di interazione spettatori-esecutori è semplicemente nulla. Ciò detto il breve concerto (l’op. 78 di Brahms e la sonata di Franck) può essere considerato “soddisfacente” in un ambito estivo ma a una disamina più razionale non sono mancate le non piccole carenze. In primo luogo quella del pianista ammalato di protagonismo sia dal punto comportamentale sia da quello del volume di suono, che ha coperto assai spesso il suono del violino, generando uno squilibrio forse dovuto anche all’assenza di prove sufficienti e comunque inadatto al volume della sala. Quanto al violinista, esso è dotato di bel suono (per chi ne ha memoria mi ricordava Nastase nel tennis, tennista elegante “di tocco” che oggi sarebbe spazzato via dagli schiacciasassi che dominano il panorama internazionale) ma di ridotta incisività, messa particolarmente in luce dal confronto con l’esuberante pianista. L’esecuzione della sonata di Brahms è risultata – specialmente nel primo tempo – troppo lenta ed esangue, lontana dalla spirito del compositore amburghese; migliore l’esecuzione della sonata di Franck se si prescinde dal truculento pianista. Un bis brahmsiano dalla sonata “Frei aber Einsam”. Un buon successo del ridotto pubblico.

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Teatri per l’EXPO- 15 Luglio 2015

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Può essere interessante scorrere i programmi dei principali teatri musicali del nord Italia nel mese di Luglio in coincidenza con l’EXPO
Teatro Regio di Torino: Traviata (4 recite), Barbiere (4 recite), Norma (4 recite)
La Scala di Milano: un’opera o un balletto o un concerto praticamente ogni giorno
Teatro comunale di Firenze: Barbiere (8 recite), Butterfly (6 recite), 4 concerti
La Fenice di Venezia: Un concerto o un balletto o un’opera quasi ogni giorno
Teatro comunale di Bologna: Evita musical (tre recite)!
Senza commenti!
PS Alcuni dei teatri citati (escludendo Bologna, ovviamente) hanno spettacoli anche in Agosto. A tempo debito farò un confronto anche dei cartelloni di Settembre… 
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Opera a Kyoto – 13 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerSclerosiScorrazzando sul sito https://www.facebook.com/diamovaloreallacultura e  da qui su altri siti musicali scopro (http://the-japan-news.com/news/article/0002126692) che il 17 e 19 Settembre a Kyoto vengono rappresentati i Pagliacci di Leoncavallo con una noted Italian opera company (da quando in qua di un’orchestra non si indica il nome quasi fosse un segreto?) e la direzione di Hirofumi Yoshida – lo sventurato direttore di Butterfly – che è direttore artistico della Filarmonica del teatro comunale (nella foto del 14 Maggio sul sito giapponese sopracitato il castello di Himeji, il direttore e altri protagonisti).
Pagliacci 2Ed ecco una scenografia (molto suggestiva) con lo sfondo del castello e la platea:
Pagliacci
Non può che trattarsi dell’orchestra Filarmonica del teatro comunale (non l’orchestra del teatro comunale).   Strano: avevo capito – evidentemente erroneamente – dalle conversazioni avute con il precedente sovrintendente Ernani che la Filarmonica non potesse eseguire opere (qualcuno può solo immaginare che una cosa simile capiti alla Scala?), ma forse sono cambiate oppure più semplicemente sono diverse le regole. Sarebbe bene però che il sovrintendente Sani e tutto il consiglio di indirizzo a partire dal suo presidente Merola spiegassero la cosa all’ignaro e stupefatto pubblico (ai quidam de populo insomma!) di cui faccio parte. In ogni caso la cosa sarebbe curiosa: due orchestre d’opera formate sostanzialmente dagli stessi strumentisti in una città di 350.000 abitanti e un solo teatro d’opera assolutamente sottoutilizzato! E poi comunque un’opera all’estero proprio quando il cartellone locale del teatro piange e l’EXPO è in piena stagione? Il teatro ci guadagna almeno qualcosa economicamente? Mah, miracoli organizzativi del management del teatro che forse dovrebbe affrontare in modo serio e definitivo l’intricata e irrisolta questione Filarmonica,  la gestione del Manzoni (e il relativo affitto!) etc.

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Avvisi, Operistica

Stagione d’opera 2016 del Teatro Comunale – 9 Luglio 2015

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Piccola anteprima parziale del cartellone d’opera del Teatro Comunale 2016 (ovviamente da prendere con beneficio di inventario..) : Attila (apertura stagione), Carmen, Entführung aus dem Serail, la solita opera contemporanea (incrociando le dita…), Le nozze di Figaro, Werther (Cavani?) …  Potenzialmente interessante (sperando almeno che il numero di opere sia incrementato) ma ovviamente tutto dipende dai casts, scenografia e regia.. Appena ho notizie più precise integro il post.
PS 10  Luglio – Ci sarà anche un Rigoletto..

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Avvisi

La poesia del canto – Gennaio-Aprile 2016

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Per una volta non pubblico una recensione (o una protesta…) ma un annuncio. Insieme al Goethe Zentrum di Bologna (Via de’ Marchi – 40123)  stiamo organizzando un ciclo di conferenze-concerti incentrati sul Lied tedesco dal titolo  La poesia del canto. Il ciclo intende cambiare la prospettiva consueta che pone al centro il compositore di cui vengono poi eseguiti Lieder di poeti diversi. In questo caso la centralità è quella del poeta presentando poi i Lieder di vari autori che ad esso si sono ispirati, mettendo in musica le sue poesie. Il ciclo prevede di prendere in considerazione 4 autori: Goethe, Heine, Mörike e Rückert e per ciascuno di essi, salvo qualche eccezione, intende presentare poesie singolarmente musicate da almeno due diversi compositori. I compositori presi in considerazione sono: Schubert, Schumann, Mendelssohn Bartholdy, Wolf, Brahms con l’aggiunta di Mozart, Liszt e Mahler. Da un punto di vista organizzativo ogni evento (che si terrà presumibilmente il sabato)  si divide in due parti: una conversazione sulla vita e l’attività letteraria del poeta con l’analisi delle poesie che faranno parte dei Lieder del concerto di circa un’ora, un intervallo di mezzora e a seguire il concerto che prevede l’esecuzione dei Lieder. Questo tipo di impostazione (che ricalca quella della Philharmonie di Berlino) permette agli spettatori di scegliere a quale delle due parti assistere senza essere costretti a sceglierne una. Il ciclo, in linea di massima, si terrà nel periodo Gennaio-Aprile 2016 con una conferenza-concerto al mese. Ovviamente una volta che il ciclo sia concretizzato inserirò un post con tutti i dettagli dell’iniziativa: ovviamente siete fin da ora  tutti invitati!
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Operistica, Recensioni

Schade Zeyen – La Scala 5 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerStrepitoso è l’unico aggettivo che possa descrivere il Liederabend di Michael Schade accompagnato dall’ottimo pianista Justus Zeyen.  Impegnato nel  famosissimo ciclo di Schubert Die schöne Müllerin ha saputo rendere lo spirito dei Lieder che lo compongono con una voce assolutamente strepitosa e una perfetta sensibilità musicale quale rarissimamente si incontrano, grazie anche alla evidente consuetudine interpretativa con il pianista Zeyen che ne ha assecondato in ogni momento l’espressività. Ma alle qualità musicali Schade aggiunge una qualità che raramente si incontra nei concerti di Lieder e che appartiene a una ristretta schiera di grandi interpreti quali Angelika Kirchschlager o Teresa Berganza: l’arte scenica, chiaramente mutuata dalla sua esperienza operistica e che ha completato un’esibizione memorabile. L’espressività del volto, il movimento del corpo, l’uso perfetto del gesto hanno permesso al pubblico che non conosce il tedesco, non dotato di testo a causa di una organizzazione dell’ultimo momento dovuta alla cancellazione del concerto della Barcellona per malattia, di comprendere la tragica vicenda sentimentale del protagonista, la sua esaltazione, la sua rabbia e in ultimo la sua decisione di togliersi la vita. Un successo decretato da un pubblico che ha riempito la platea della Scala con un lungo, ripetuto, caldissimo applauso ricambiato da due bis  di Schubert e Lehar. Possiamo solo auspicare che questo grandissimo interprete torni al più presto in Italia: di liederisti come lui ne abbiamo bisogno per convincere un pubblico non avvertito che il Lied è genere musicale sopraffino.

HappyHappyHappy

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Operistica, Recensioni

Othello – La Scala 4 Luglio 2015

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Da molto tempo non assistevo a un coro di “buh” (meritati) di questa portata in un teatro d’opera italiano (e un plauso alla Scala dove i buh non sono trattenuti come invece nel teatro bolognese regolarmente imbottito di claque). Una vera tempesta che ha coinvolto direttore d’orchestra e regista “in primis” ma che ha quasi travolto anche il cast vocale. Questa opera “seria” di Rossini è uno dei suoi vertici musicali (se si prescinde dal libretto) che non viene rappresentata frequentemente. Opera vocalmente impegnativa alla portata comunque (teoricamente) del cast selezionato.
Othello 1
Il libretto assolutamente risibile nella sua pochezza e illogicità deriva vagamente dalla tragedia Shakespeariana. Cassio diviene Rodrigo (perché?), una parte significativa l’ha il padre di Desdemona Elmiro, mentre Jago non assume quel ruolo fondamentale che ha nella tragedia del Bardo. L’adesione solo molto parziale di un libretto al testo originale è ormai fatto accettato senza problemi (si pensi alle opere verdiane da  Shakepeare  quali Macbeth o Falstaff) ma nel caso in questione tutto è stravolto a partire dalla figura di Desdemona che risulta una ragazzotta spaesata che non capisce cosa stia succedendo muovendosi come un’oca giuliva (e la regia ci mette del suo in aggiunta al libretto). Il fatidico fazzoletto si trasforma in un biglietto d’amore indirizzato da Desdemona a Othello ma da questi interpretato come indirizzato a Rodrigo (tradimento e vendetta!). Giustamente Byron si scandalizzò di fronte all’opera. Bene o male (assai più male che bene) si tratta comunque della vicenda del moro e della sua gelosia. La direzione di Muhai Tang si rivela assolutamente non all’altezza fin dall’ouverture: fiacca, strascicata e priva del vigore che la partitura richiederebbe e prosegue piatta per tutta l’opera senza alcun momento di riscatto. Pessima quanto mai la regia. Si inizia con una Desdemona che fa una sorta di passerella durante l’ouverture agghindata con un trionfo di piume (che cascano) in una mise ottocentesca improbabile che porterà fino all’ultimo atto, nel quale invece indossa una veste da camera identica a quella di Othello (si sono accordati almeno per uno stesso stilista…). Il trionfo di Othello nel primo atto è un banchetto di nobili ottocenteschi con tanto di tuba, il vecchio doge esibisce un parkinson da ricovero e a un certo punto dell’atto si presentano due comparse con irroratori automatici stile vigna che bagnano il palcoscenico (umidificazione d’antan data la calura milanese?). Jago e Rodrigo, durante la tragedia, pur impegnati nel complotto, se la spassano comunque con cortigiane in calore. Si potrebbe continuare ma il peggio viene ammannito nel terzo atto dove viene portata sul proscenio un’ingombrante gondola (cui manca però il rostro di prua)  intorno alla quale ruotano i due protagonisti che salgono sull’imbarcazione solo per l’accoltellamento dell’improbabile Desdemona. Mentre nessuno capisce perchè Othello poi decida di pugnalarsi  (tutto avviene in un millisecondo) i tendaggi che fanno da contorno alla scena cadono lasciando il posto a un successivo tendagggio sul quale è stampata una visione sfocata di Broadway. Dovrebbe essere un coup de théâtre finale? Se sì, fallisce miseramente come peraltro l’intera regia. Tutti i personaggi si muovono nel corso dell’opera in modo scoordinato e in particolare Desdemona che risulta una sciocchina che non sa mai che pesci pigliare. Insomma un disastro che irrita a tal punto gli spettatori da farli esplodere alla fine in un liberatorio buh corale ben meritato. Dal  punto di vista vocale il migliore è certamente Rodrigo (Juan Diego Flórez  – con prolungati e meritati applausi al termine dell”opera)  e ottima è anche l’ancella Emilia (Annalisa Stroppa). Gregory Kunde (Othello) e Desdemona (Olga Peretyatko) non sono certamente dei protagonisti indimenticabili forse impacciati dalla regia dilettantesca. Fin dalla prima aria Kunde appare non a suo agio nella parte. Anche nella “canzone del salice” (dove l’arpa di accompagnamento è spinta in palcoscenico su un carrello con tanto di intoppo del carrello stesso) la Peretyatko  non raggiunge livelli di eccellenza pur mantenendosi a un livello accettabile. Jago (Edgardo Rocha) è insignificante mancandogli – anche per colpa del libretto – quell’accento malefico che contraddistingue il personaggio.  Nella norma Elmiro Barberico (Edgardo Rocha). A conti fatti una serata da dimenticare assolutamente non all’altezza della tradizione scaligera.
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Cameristica, Recensioni

Jacky Terrasson – Bologna 1 Luglio 2015

Non profit bannerNon profit bannerEccomi in terreno “nemico” con un pianista jazz, genere musicale da me quasi mai frequentato e di cui capisco assai poco (ma certamente detesto i pianisti “contaminati” come Bollani che solleticano la vanità del pubblico incompetente facendoli ritenere esperti anche se di musica capiscono poco o niente). Forse non dovrei neppure recensire per onestà intellettuale un “concerto” come questo. Quindi posso solo dire che Terrasson è dotato di solido impianto tecnico derivante da studi classici e che esegue la sua musica con maestria… jazzistica. Il suo è un jazz “melodico” (ammenda per l’uso improprio dell’aggettivo) che certamente risente degli studi classici. L’esecuzione ha però tutti gli stilemi tipici del jazz a partire dall’indicazione del piano come artefice principale dell’esecuzione, a finire con le espressioni del volto che in un pianista “classico” stigmatizzerei ma che in questo caso guardo con timoroso rispetto.  Una serata abbastanza piacevole anche se per la mia sensibilità e preparazione avrei preferito un pianista più adatto ai miei gusti.

Happy

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Operistica, Recensioni

Il Luglio musicale a Bologna – 30 Giugno 2015

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E’ particolarmente triste osservare il “cartellone” musicale bolognese di Luglio dopo il bagno di spettacoli berlinesi (alcuni dei quali molto discutibili). Semplicemente nulla. C’è l’EXPO? E chi se ne importa? Milano ha uno spettacolo al giorno? E allora? I turisti vengono a Bologna? Peggio per loro che saranno comunque in grado di confrontare l’offerta di Firenze, Venezia etc. per non parlare dei luoghi esteri.  Che cosa può fare chi ama la musica? O andare a uno dei tristissimi e velleitari spettacolini populistici a uso dei turisti a Ravenna (che trasformazione negativa sotto l’organizzazione Mazzavillani!) oppure sottostare ai costi ingiustificatamente elevati del “festival” di Varignana nel quale il clou sarebbe la cena con gli artisti, uno specchietto per allodole che la dice lunga sulla serietà dell’operazione che né più né meno è uno spottone per il resort.  (Forse parteciperò a una serata, perchè si scrive solo di quanto si è visto e ascoltato, a differenza dei presupposti “critici” che infestano i giornali italiani. Che tristezza il confronto con i giornali anche locali tedeschi- a Berlino il Berliner Zeitung oppure Tagespiel – che per ogni manifestazione di qualche rilevanza non mancano di pubblicare il relativo non condizionato Besprechung).  Poi il nulla. Il teatro comunale di Bologna non ha nulla da dire? E in Settembre? Filarmonica (e quindi orchestra del teatro – il solito problema non affrontato e quindi irrisolto) in Giappone? Il silenzio è calato (ovviamente) sulla vicenda. Quieta non movere oppure Quietare..sopire.. del conte zio di Manzoniana memoria. Ovviamente, quindi, Kurvenal va in quiescenza forzata nella speranza che improvvisamente qualche manifestazione imprevista appaia all’orizzonte. Unica mia ipotesi per il momento: Otello…. ma alla Scala! Poi in Agosto Bayreuth con Tristan und Isolde.   Meditate gente, meditate….e ai miei lettori (incredibilmente anche russi, tedeschi, spagnoli, argentini, francesi, giapponesi, slovacchi …) non abbandonate Kurvenal!

SadSad

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Operistica, Recensioni

Ariadne auf Naxos – Berlino Staatsoper 25 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerQuesta opera leggera di Strauss è un vero gioiellino grazie al libretto di von Hofmannstahl e alla musica piena di ironia di Strauss. Purtroppo molte delle sue opere non vengono mai rappresentate in Italia (ad esclusione di Salome o Elettra e a Bologna Capriccio negli anni ’90.). Non ricordo una messa in scena di Ariadne auf Naxos. Il libretto è pieno di umorismo anche se velato da una leggera malinconia. La storia si può riassumere nella stralunata richiesta di un signore del XVIII secolo nel prologo che chiede di rappresentare contemporaneamente nel suo castello la novità di un giovine compositore di un’opera seria e una pantomima della commedia dell’arte. La cosa naturalmente manda alla disperazione il compositore ma grazie al fascino della primadonna della commedia Zerbinetta, di cui il compositore si innamora, la cosa si risolve in una rappresentazione (l’unico atto) nella quale Arianna abbandonata da Teseo dapprima intende suicidarsi ma poi all’arrivo di Bacco che lei scambia prima per Teseo, poi per Mercurio e infine per Ade decide che la vita è assai più bella innamorandosi di Bacco e dotando la storia di un happy end nel quale Zerbinetta può affermare che ogni nuovo amante sembra sempre all’inizio un dio! Una messa in scena strepitosa con personaggi vestiti in modo moderno ma tutta soffusa da un’aura di melanconia che riproduce perfettamente lo spirito mitteleuropeo che l’accoppiata Strauss-von Hoffmanstahl richiede. Il regista (Hans Neuenfels) ha saputo usare una perfetta misura nell’affrontare lo spettacolo che ha ricevuto giustamente un prolungato applauso di oltre 10 minuti. Assolutamente strepitose le prestazioni vocali (a fronte di una partitura veramente difficile) delle due soprano Camilla Nylund (Ariadne) che ha saputo infondere al personaggio sofferenza e consolazione e Brenda Rae (Zerbinetta) dotata di una presenza scenica e di uno spirito pieno di umorismo che hanno ricevuto giustificati e numerosi applausi a scena aperta. Uno spettacolo indimenticabile.

HappyHappyHappy

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Operistica, Recensioni

Faust – Berlino Deutsche Oper 24 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerComincio col dire che a Berlino (finalmente) non viene chiesto solo di spegnere la suonerie dei telefonini ma di tenerli sempre spenti (e-mail, SMS etc.) per evitare di disturbare i vicini. Sacrosante parole che forse saranno recepite in Italia con il consueto, deprimente ritardo. Ciò detto il Faust di Gounod di Stöltzl (lo stesso regista del godibilissimo film “La giovinezza di Werther”) fa di tutto per irritare il pubblico. Margherita, che vende palloncini in un parco in un baracchino mobile e che è veramente un po’ troppo stagionata per il ruolo, si dondola su un’altalena e viene giustiziata con un’iniezione letale da un team di poliziotti, medici e boia mascherati in modo grottesco con orologio per l’esecuzione, con tanto di sussulti finali veramente disturbanti durante l’esecuzione

Faust1

mentre il vecchio Faust si presenta all’inizio come un disabile su una sedia a rotelle elettrica più interessato al corpo che all’anima
 Faust
e la scena nell’ambito di un muro circolare in cemento è dominata da una torre in cemento il cui significato è ignoto ma che impedisce la vista di una larga pare del palcoscenico. Intorno alla torre su un tappeto rotante si svolgono le azioni dell’opera. Quanto a Mefistofele, rappresentato come “doppio” di Faust (un trucco ormai anche troppo vecchio), è un tipo muscolare che come Faust ringiovanito si veste con uno sgargiante costume rosa con lustrini. La vita di Faust dopo la cura Mefistofele si svolge con un contorno di ragazzine teeneagers adoranti e pronte a concedersi con calzettoni alla stregua di un malato di pedofilia. La sceneggiatura non si fa mancare nulla, neve, maschere, masse variamente agghindate etc.

Faust 2

Potrei continuare nella descrizione delle ridicole e irritanti scelte del regista ma forse tutto questo è sufficiente. Siamo nello spirito dei registi “creativi” di scuola tedesca (Bayreuth, Monaco, Berlino) che si fanno beffe di spettatori e testo e hanno come unico scopo quello di sbattere letteralmente in faccia agli spettatori uno spettacolo che ne provochi l’inevitabile “Buh” non solo non temuto ma addirittura auspicato come motore dell’interesse dei giornali (che naturalmente dedicano l’intera prima pagina del Feuilleton all’evento). Che dire: i vecchi barbogi come il sottoscritto si rivoltano contro questa inutile e spesso vomitosa provocazione (e con me la maggioranza degli spettatori) ma pare che questo sia un trend inarrestabile. Penso in questi casi all’umorismo di G.B.Shaw o di O.Wilde che si fecero beffe dei classici ma con uno humour, un garbo e una sensibilità distante mille anni dalla rozzezza di queste messe in scena. C’è salvezza? Forse ma solo se finalmente gli spettatori smettono di presenziare a queste brutture, io incluso, il che appare assai improbabile. Ci sono Gott sei Dank anche sceneggiature moderne di qualità, ad esempio il Ring della Staatsoper e la Scala e anche Le nozze di Figaro di Bologna: ma stanno diventando sempre più minoritarie. Naturalmente diverso è il discorso per orchestra, direttore e cantanti. Assolutamente eccezionale è Krassimira Stoyanova come Margherita e eccellente è anche il Faust di Teodor Ilincal. Altrettanto degno di nota anche il Mefistofele di Ildebrando d’Arcangelo e nulla può essere imputato alla direzione di Marco Armiliato che estrae dall’orchestra sempre i giusti toni e tempi. Grandissimo, meritato successo per cantanti e orchestra ma quando appare il regista il teatro viene giù dai Buh (meritatissimi). Forse i tedeschi non sono particolarmente educati in questo caso ma quando ce vo’ ce vo’….
SadHappy
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Operistica, Recensioni

Don Giovanni – Berlino Komische Oper 23 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerCi ho riprovato dopo molti anni: un altro Don Giovanni alla komische Oper. È questa un’opera purtroppo abusata che richiede un grande equilibrio fra la commedia e la tragedia e che ormai solo con grandi casts e scenografie può presentare qualcosa di nuovo. Non è questo il caso della rappresentazione in questione che pur evitando le grossolanità che mi allontanarono per lungo tempo da questo teatro d’opera non rientra certamente nel novero delle messe in scena memorabili (e che comunque qualche scurrilità non se la risparmia), anzi tutt’altro. Un teatro “artigianale” per spettatori di bocca buona che si godono uno spettacolo modesto o meglio mediocre, a cominciare dal fatto che è cantato in tedesco!!! Ma come si permettono questi malfattori musicali di compiere nel 2015 un simile scempio? E pensare che dopo il restauro la komische Oper ha un display sul retro delle poltrone come quello della Scala che fornisce tutte le traduzioni, turco (!) incluso! Insomma si comincia male. Poi la prima sorpresa negativa. L’opera comincia con l’aria di Leporello, e l’omicidio del commendatore durante il quale Leporello scarica le proprie condutture idriche e Don Giovanni non trova la spada per avere messo male a tracolla il cinturone (si ride). L’ouverture viene eseguita dopo!! Don Giovanni è truccato come il Joker di Gotham City (Schopenauer si rivolta nella tomba) ed è vestito con una “mise” indefinibile da domatore del circo
Don Giovanni 1_Page_1
Leporello (gigantesco) come un sacerdote di Satana con guanti rossi fìno al gomito, Donna Elvira come una sciantosa in giallo
Don Giovanni 2_Page_2
mentre Donna Anna sembra la regina di cuori di Alice in Wonderland. Zerlina per motivi ignoti veste come una contadina bulgara nel dì di festa e indefinibili sono i costumi di Masetto e di uno stralunato Don Ottavio che ricorda Michael Gambon nelle Norman Conquests di Alan Ayckbourne. Don Giovanni e Leporello interpretano alla Ridolini come scioglilingua i recitativi (nei quali manca ovviamente l’accompagnamento). Tutta la scenografia è percorsa da salti, gags da avanspettacolo e di ammiccamenti al pubblico che naturalmente alla platea e alla galleria della komische piacciono moltissimo (risate e applausi) e a me provocano conati di vomito e desiderio di vendetta con tortura (se ne accorge persino la mia vicina di poltrona, anch’essa schifata dallo spettacolo). Durante il racconto dell’omicidio del padre da parte di Donna Anna Don Ottavio si tiene con una mano gli attributi quasi temesse un qualche influsso negativo sull’apparato riproduttivo. Giusto come ciliegina sulla torta non viene eseguito il finale dopo la discesa di Don Giovanni agli inferi, mentre la scena madre della cena è priva di tavolo (i personaggi mimano tutto) e il commendatore anziché una statua è un personaggio che si muove in carne ed ossa (e dove è allora il convitato di pietra a partire da Tirso de Molina?). La scena è composta sempre e solo da teli simil-pizzo che si muovono coprendo e scoprendo i personaggi che via via si presentano sulla scena. Ha senso affondare ulteriormente il coltello in una regia che merita solo di essere rapidamente dimenticata dopo essere stata mai sufficientemente infamata? Le voci: il migliore è il Don Ottavio (lo scemo del villaggio della storia, cornuto e mazziato) di Adrian Stooper e molto brava è anche Zerlina con una voce aggraziata e di grande agilità (Anna Brull). Donna Elvira (Karolina Gumos) ha qualche difficoltà a fare uscire la voce dalla gola ma esegue con grande maestria l’ultima grande aria prima del finale. Don Giovanni (Günter Papendell) è difficilmente giudicabile data il modo in cui si muove sulla scena: diciamo che è sufficiente. Senza infamia (ma senza lode) Donna Anna (Erika Roos) cui manca il lato drammatico della voce (mica poco!), il commendatore (Hans-Peter Scheidegger) e Leporello anch’esso travolto dall’avanspettacolo. Masetto (Philipp Meierhöfer) è forse il peggiore della compagnia. Non male l’orchestra diretta da una donna (finalmente!) Kristiina Poska. Se nel corso della mia vita tornerò a vedere un Don Giovanni alla komische Oper (teatro d’opera dell’anno a Berlino!!!!) chiunque è fin d’ora autorizzato a interdirmi per evidente incapacità di intendere e di volere.

SadSadSad

PS Debbo delle scuse per una frase del mio precedente post sul concerto Pape Barenboim. La frase “italietta del melodramma” si presta infatti a un’interpretazione non corrispondente al mio pensiero. Lungi da me qualsiasi esterofilia. Con quella espressione mi riferivo solo a quegli spettatori italiani che accettano solo il repertorio italiano, sopportano a fatica alcuni compositori stranieri (Mozart), rifiutano Wagner, Weber, Gluck e disertano i concerti liederistici. E’ una forma di assenza di cultura con elementi di sciovinismo inaccettabile. Assolutamente nessuna intenzione di sottovalutare l’opera (che è un concetto ben più vasto di quello di melodramma) come comprovato dal fatto che ne sono un regolare frequentatore. Insomma absit iniuria verbis.
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Cameristica, Recensioni

Pape Barenboim – Berlino Staatsoper 21 Giugno 2015

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Una coppia collaudata che si trova ad occhi chiusi in un programma di certo non entusiasmante. Non per gli interpreti (entrambi eccezionali e con Barenboim che nel pomeriggio aveva già diretto un concerto!!!) ma per il programma di una tristezza infinita. I Lieder di Beethoven (von Christian Fürchtegott) di Dvořák (Biblische Lieder) e di Musorgskij (Lieder und Tänze des Todes) sono quanto di più deprimente sia possibile concepire per i testi (con musica corrispndente). Solo i 3 Lieder di Quilter (da Shakespeare) erano un po’ meno deprimenti anche se tutti trattavano di amori infelici, di morte per amore etc. Poco quindi da dire sul programma e due interpreti perfetti applauditi dalla sala della Staatsoper gremita in tutti i posti. Ogni confronto con l’Italietta del melodramma è inutile: di Cultura con la C maiuscola, signori, si tratta a fronte di ignoranza e provincialismo!  Grande concerto con programma insopportabile!

HappyHappy

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Operistica, Recensioni

Rigoletto – Berlino Komische Oper 20 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerDa molti anni mi ero rifiutato di assistere a spettacoli della Komische Oper (uno dei tre teatri d’opera di Berlino) dopo avere visto un Don Giovanni vergognoso e grossolano, tutto in chiave più che esplicitamente sessuale, rappresentato in lingua tedesca (!) e piagato da una massa di studenti rumorosi per niente interessata all’opera, talché sono uscito dopo il primo atto. Avevo scritto una lettera di vibrata protesta al direttore artistico senza ricevere risposta, il che dimostra che i maleducati albergano ovunque. Dopo alcuni anni di decantazione ho deciso di riprovare con questo Rigoletto, quantomeno cantato in italiano e con il teatro diretto da diversa persona che nell’ultimo anno ha ricevuto unanimi consensi. In effetti la musica (!) è cambiata. In una scena spoglia nella quale oltre ai protagonisti si trova solo una cassa che via via nelle sue varie posizioni fa da casa a Gilda, da alcova, da cassa da morto, e un orologio a forma di nano che scandisce le mezzenotti si muovono i personaggi contornati via via da maschere grottesche che assumono le forme dei pagliacci, delle scimmie, di ragazzotti strafottenti etc. insomma una tipica situazione da “nani (ce n’è uno vero in scena) e ballerine”. Una visione grottesca della storia (in accordo peraltro con un libretto risibile) che trova però una sua accettabile cifra interpretativa proponendo uno spettacolo tutto considerato abbastanza godibile, non fosse che da un punto puramente folkloristico, anche se non sono mancate alcune cadute di gusto tipiche della Komische Oper con nudi e violenze esplicite del tutto innecessari. Un’ottima Gilda (Nicole Chevalier) che ha brillato soprattutto nel primo atto nella sua aria solistica (e presentata poi alla fine con una vistosa pancia da donna incinta, miracolo della medicina per una violenza che si svolge nel giro di un giorno!) e ottimo anche Rigoletto (Alejandro Marco-Buhrmester), anche se è mancata la parte più mefistofelica del personaggio. Passabile il duca di Mantova (Rafael Rojas) mentre assolutamente inadatto è stato Sparafucile (Alexey Antonov) che nel necessario registro basso è risultato sostanzialmente afono. Senza lode e senza infamia la direzione dell’ignoto Henrik Nánási.

Happy

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Cameristica, Recensioni

Arkadij Volodos – Berlino Konzerthaus 16 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerIniziato con puntualità svizzera alle 20 in punto (lasciando fuori i ritardatari – meditate gente, meditate!) Arkadij Volodos (artist in residence 2014-2015 alla Konzerthaus di Berlino) ha dato l’ultimo concerto della serie con un programma che comprendeva il tema e variazioni di Brahms trascritte dall’autore dal secondo tempo del sestetto op. 18, i sei Klavierstücke op. 118 dello stesso autore e la sonata D960 di Schubert, più tre bis (Bach, Mompou e De Falla). Volodos è un pianista che ammiro moltissimo. Dotato di una tecnica strepitosa riesce sempre a incanalarla in un alveo artistico premiando spesso più che gli “effetti speciali” l’espressione e il sentimento senza mai scadere in un romanticismo di maniera e rispettando appieno lo stile dei compositori i cui brani esegue. Un grandissimo che forse non ha ancora ricevuto (almeno in Italia) il consenso che merita e che riascolteremo con piacere nel 2016 a Musica Insieme. Brahms (specialmente dall’op. 116 all’op. 119, le ultime composizioni dopo che aveva ripetutamente annunciato di volere abbandonare la composizione) richiede un profondissimo equilibrio, spesso violato da eccessive velocità (Perahia) o da libertà esecutive (Ciccolini) che non rendono la profonda inquietudine del vecchio compositore e la sua maturità nel racchiudere in brevi brani tutto il suo mondo artistico e umano. Un discorso analogo vale per la sonata di Schubert, composta nell’anno della sua morte. In entrambi i casi Volodos ha reso con perfetta maturità ed equilibrio il significato profondo dei brani eseguiti. Solo nel bis di De Falla ha dato sfogo al suo virtuosismo provocando una vera ovazione del pubblico accorso in massa al concerto nella sala da 1412 posti.

HappyHappy

PS Chi tocca il blog muore... Può sembrare incredibile nel 2015 ma il solo ammettere di leggere il blog o peggio ancora di essere amico del sottoscritto è considerato in certi ambienti come una colpa, cosicché prima che il gallo canti…
PPS Per chi conosce il tedesco (e sia interessato) consiglio di leggere la recensione (perchè in Germania ancora si fanno!!) del concerto di Volodos  apparsa  oggi sul berlinese Berliner Zeitung a pag. 25 del Feuilleton (le 6 pagine culturali che quotidianamente appaiono in tutti i giornali tedeschi)  dal titolo “Nelle sue dita il respiro e il mondo”. Usa esattamente gli stessi concetti del mio post. Non credo che abbia comunque copiato…
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Operistica, Recensioni

Il suono giallo – Bologna Teatro comunale 13 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerPreceduta da un battage pubblicitario a mo’ di fuoco di sbarramento (pubblicità a pagine intere sui giornali locali, persino prezzo ridotto a chi si presenta con qualcosa di giallo al botteghino – che però sono tutte implicite ammissioni di affanno nelle vendite!) in ossequio alla tradizione recente del teatro Comunale che prevede in ogni stagione una novità (iper)moderna (incluso lo sventurato Qui non c’è perché) viene ora presentato Il colore giallo. Ho assistito diligentemente alla presentazione dell’opera il giorno 4 Giugno alla presenza di tutti i protagonisti dell’avventura musicale (Sani, Dessì, Solbiati, Ripa di Meana) in quanto volevo arrivare allo spettacolo preparato. Confesso che date le mie limitate capacità mentali ho veramente capito poco, ma certo un vago senso di fumosità nelle espressioni mi è parso di coglierlo (forse solo perché non appartengo alla confraternita dei compositori che “fra loro – Sani e Solbiati – si intendono” – testuale nella conferenza). La colpa è senza dubbio legata alla mia esasperata razionalità di ingegnere incapace di cogliere i messaggi subliminali che hanno permeato le presentazioni. “Il suono giallo” (che già nel passato ha avuto alcune “realizzazioni”) si rifa a un’ipotesi teatrale di Kandinskij (che però ha lasciato poche tracce, insufficienti per un libretto teatrale) integrate dalle considerazioni mai pubblicate del grande pittore rielaborate dal compositore Solbiati. Il risultato è certamente un testo onirico, composto da frasi fra loro non raccordate e più allusive che determinate. Un testo da cui farsi trascinare più che da analizzare e che trova la sua dimensione nella fusione di testo, impressioni visive e suono. Insomma una rappresentazione “globale” nella quale individuare i valori delle singole componenti sarebbe operazione inutile e limitante. Ciò detto, lo spettacolo è in parte accettabile purché si rinunci a qualsiasi correlazione fra testo, scenografia e musica. Mentre l’azione teatrale è quantomeno criptica (e le spiegazioni – diagrammi temporali inclusi- nel programma di sala di certo non aiutano) nonostante lo sforzo lodevole dei giovani della Galante Garrone, vi sono alcuni episodi musicali apprezzabili e segnatamente il coro del prologo e dell’epilogo. Purtroppo il tutto inframmezzato da lunghi intervalli nei quali la musica, come tale, di fatto tace.
Suono gialloDa un punto di vista scenografico sarebbero stati interessanti i 5 giganti che ricordano da vicino quelli degli anni migliori del Living Theater di Julian Beck e Judith Malina. Purtroppo a differenza di quanto riportato nel libretto di sala la loro presenza è assai limitata (una sola scena) e di scarsa incidenza mentre sono mancati quegli episodi di danza che avrebbero dovuto arricchire la rappresentazione.
suono giallo 2
Non brillante è invece l’azione teatrale che è apparsa pretenziosa e rapportabile a una via di mezzo fra un balletto moderno e un saggio ginnico. A parziale discolpa (come nel caso della musica) può essere ricordato che il testo Kandiskiano non presenta alcun appiglio concreto cui fare aderire l’azione che indipendentemente dalla buona volontà dello scenografo risulta comunque astratta. Nel suo astrattismo, comunque, è risultata übertrieben, non strettamente in sintonia comunque con le prescrizioni del compositore Solbiati
Colore giallo 1
Una nota di biasimo va invece al traduttore del testo tedesco Kandiskiano. Per fare un esempio, “bei Fluchen Gebete” non si può tradurre “da bestemmie preghiere” bensì “durante le bestemmie preghiere” e quindi meglio “bestemmiando pregare”. “Bei” ha un significato temporale alterando il quale si altera tutto il significato della frase. Concludendo: per la mia scarsa immaginazione nessun suono ha colore (seppure una volta un pianista mi disse che la tonalità di sol diesis minore aveva per lui il colore viola! Non ho avuto l’ardire di chiedergli enarmonicamente cosa pensava di la bemolle minore…) e mi chiedo se per caso non mi manchi qualche sensibilità cromatica o sia affetto da daltonismo in fase avanzata di sviluppo che richieda un urgente intervento di uno specialista. Né mi ha fatto cambiare sensibilità la rappresentazione del comunale. La musica di Solbiati è solo saltuariamente accettabile, il testo ha poco significato e la scenografia è carente. Di certo non siamo in presenza di un abisso di gusto come nel caso di “Qui non c’è perché” ma il giudizio complessivo sull’opera (per la quale il compositore ha rinunciato – meritoriamente – all’uso dell’elettronica) volendo usare un’espressione eufemistica è solo parzialmente non negativo: certamente non troverà posto in nessuna storia dell’opera del futuro nonostante il lodevole ma inutile sforzo dei giovani della Galante Garrone, dell’orchestra e del coro che sono apparsi poco legati da un unico filo conduttore.
HappySadSad
PS Seppure spesso confortato dai giudizi di famosi critici musicali e dal Corriere Musicale (non sempre peraltro) mi capita talvolta (non spesso!) di confrontarmi con persone che hanno goduto di spettacoli da me giudicati scadenti. Certamente vale il detto che de gustibus… ma soprattutto, proprio perchè per quanto riguarda le sensibilità vale la massima tot capita tot sententiae, il mio è soprattutto un senso di invidia per chi ha avuto la fortuna di godere di ciò di cui non sono stato capace. E non importa se alla domanda quali siano stati gli elementi positivi non si hanno risposte razionali (una razionalità che spesso in questo contesto è innecessaria e addirittura limitante) e le risposte siano vaghe o inesistenti.  Hanno ragione loro!
PPS Con il presente post mi congedo temporaneamente dalle recensioni italiane: fino alla fine del mese sarò a Berlino e recensirò alcuni spettacoli della capitale berlinese.
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Cameristica, Recensioni

Murray Perahia – Bologna 10 Giugno (e Milano quartetto 26 Maggio) 2015

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Murray Perahia è una vecchia conoscenza del pubblico bolognese e milanese e in generale del panorama pianistico internazionale, che per motivi che non riesco facilmente a spiegarmi, collego costantemente al violinista Joshua Bell, forse per un approccio “americano” all’interpretazione (senza con questo volere nulla togliere alle loro esecuzioni) e che dopo l’incidente che alcuni anni fa minacciò di arrestarne la carriera ha raggiunto oggi nuovamente una perfetta maturità artistica ed esecutiva.
PerahiaIl programma (a Bologna come a Milano) è consistito in una suite francese di Bach, una sonata e un andante con variazioni di Haydn, il “chiaro di luna” di Beethoven, il preludio corale e fuga di Franck e lo scherzo n.1 di Chopin. I bis: un notturno intimista di Chopin, un brillante Pantasiestuck di Schumann e (solo a Bologna) il primo studio dell’op.25 di Chopin. Un programma di ampio respiro che Perahia ha eseguito quasi ovunque in modo impeccabile a partire dalla suite Bachiana in un perfetto stile pressoché senza pedale ad arrivare alle due composizioni di Haydn. Difficile da comprendere il rilievo sollevato dal Corriere musicale che contrappone il Bach di Sokolov a quello  “datato” di Perahia (e quello di Schiff – ospite regolare del Quartetto – e quello della Hewitt  dove li mettiamo allora?). A chi scrive sembrano tutti direi perfetti, senza sbavature stilistiche, suono cristallino, un pedale quasi inesistente e tempi staccati senza eccessi. Analogamente perfetta, senza sbavature anche l’esecuzione della celebre sonata beethoveniana con una misurata ma intensa espressività nel primo tempo (così tecnicamente semplice quanto interpretativamente arduo) e ovviamente lo scherzo chopiniano. E’ con piacere che si torna ad ascoltare la bellissima composizione di Franck (e speriamo di riascoltare presto anche il Preludio, Aria e Finale) che ingiustamente è scomparsa dai programmi dei grandi interpreti (purtroppo anche la musica ha le sue mode. Si pensi alla “resurrezione” nel caso di Schumann degli Album Blätter e delle Waldscenen – c’è la “c” al posto della “z” nell’Urtext – e al persistente oblio delle novellette per fare un esempio). Un brano fra i favoriti di Perahia che però ha avuto una riuscita differente a Milano e a Bologna (dimostrando – se mai ce ne fosse bisogno – che i pianisti non sono macchine). Mentre a Milano il preludio e il corale sono stati resi con perfetto equilibrio, in accordo con lo stile classico-romantico dei brani, a Bologna sono stati staccati tempi eccessivi con alcuni errori innecessari (uno molto evidente) a totale detrimento della riuscita complessiva. In entrambe le esecuzioni poi la fuga finale (e in particolare il finale dopo la ripresa del tema del preludio) ha avuto uno sviluppo farraginoso e l’eccessiva velocità ha tolto molto alla grandiosità dell’architettura del brano. A parte questo caso nei due concerti in questione Perahia ha evitato quegli eccessi dei tempi esecutivi che in altri casi hanno parzialmente inficiato le sue esecuzioni. Un pubblico straripante  nella sala del conservatorio di Milano (oltre 1200 posti) e consistente al teatro Manzoni di Bologna (dall’acustica molto peggiore)  che hanno giustamente tributato all’artista una standing ovation.

Stending OvationHappyHappy

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Recensioni, Sinfonica

Yoshida Hewitt – Bologna Teatro Manzoni 8 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerPer celebrare il mio 200-esimo (!!) post  di questo blog sono a recensire il concerto che ha visto Angela Hewitt come solista. La pianista di origine canadese è da tempo al vertice del pianismo internazionale con un repertorio vastissimo che spazia da Bach a Ravel e ha acquistato grande notorietà per le sue interpretazioni bachiane che le hanno valso alcune roboanti lodi come “la più importante interprete di Bach dei nostri tempi” (The Sunday Times) oppure “la pianista che definirà Bach al pianoforte per gli anni a venire” (Stereophile), affermazioni quantomeno incaute nella loro assolutezza come se ad esempio Schiff o Sokolov non avessero nulla da dire in materia. L’aspirazione a valori assoluti nel campo interpretativo pare più un favore fatto alle case discografiche che una meditata riflessione su un tema che per sua stessa natura è soggetto a valutazioni del tutto inevitabilmente non oggettive (naturalmente rispetto dello stile a parte). Ciò premesso è certo che Angela Hewitt ha giocato e gioca un ruolo di primissimo ordine nel campo bachiano ma le va riconosciuto al contempo una grande duttilità e se ne è avuta una prova nell’esecuzione del concerto n.2 di Beethoven. Il pianismo della Hewitt è improntato a un assoluto rigore stilistico sostenuto da una tecnica di prim’ordine che mai ha il sopravvento sull’interpretazione. E’ però certo che la Hewitt proietta il suo imprinting bachiano in tutte le sue esecuzioni e ciò è risultato molto evidente nel concerto in questione dove è mancato in parte l’afflato espressivo compresso da una freddezza rigorista che ha ridotto il significato protoromantico del brano beethoveniano, la stessa geometrica e un po’ asettica precisione che ne fa un’interprete perfetta per il repertorio Raveliano. Sia chiaro: un’interpretazione di altissimo livello ma forse un po’ troppo fredda e distaccata.  L’esecuzione del concerto è stata sostenuta da un ottimo Hirofumi Yoshida di cui abbiamo apprezzato nell’Ouverture dell’Oberon di C.M. von Weber  il gesto ampio e la capacità di sottolineare il significato di tutte le sezioni dell’orchestra nel contesto di una esecuzione rigorosa e di grande qualità. Un bis scarlattiano della Hewitt.

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Cameristica, Recensioni

Alessandro Marchetti – Bologna S. Filippo Neri 6 Giugno 2015

Non profit bannerNon profit bannerUn giovanissimo (17 anni) che si presenta con un programma impegnativo (variazioni su un tema di Corelli di Rachmaninov, un preludio e fuga di Šostakovič e gli studi sinfonici di Schumann nella versione 1837, la stessa incisa da Pollini). Certamente un potenziale talento, con un’ottima tecnica e un approccio stilistico di buona qualità che ha avuto il suo momento migliore nel brano di Rachmaninov. La fuga di Šostakovič ha risentito di un eccesso di sonorità purtroppo amplificato dalla pessima acustica dell’oratorio dei Filippini. Buona (ma non eccezionale) l’interpretazione del brano schumanniano: qui l’ancora incompiuto processo di maturazione ha mostrato i suoi limiti soprattutto ricordando che il nome di “studi” in questo caso  poco ha a che fare con un’impostazione virtuosistica. L’ansia di mostrare le proprie capacità tecniche ha avuto in alcuni momenti il sopravvento impedendo alla musica di “respirare”, un fatto fondamentale per esprimere compiutamente il significato musicale di un brano. Questo è risultato evidente – ad esempio – nella seconda variazione dove le note puntate (così importanti in Schumann) non sono risultate tutte della stessa qualità e incisività. Nella terza variazione (studio) la mano destra è mancata in alcuni passaggi. La settima variazione è stata eseguita senza respiro e analogo rilievo può essere addotto per il finale della composizione. Insomma un giovane molto promettente per il quale possiamo solo auspicare che dedichi tutto il tempo necessario a una maturazione ancora in via di sviluppo senza cedere alle lusinghe di scritture che corrono il rischio di avere una negativa incidenza per il suo futuro pianistico. Un giovane che vorremmo riascoltare fra qualche tempo nell’auspicio che i comprensibili  limiti attuali siano ampiamente superati. Un bis di Skrjabin.
 Happy
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Krystian Zimerman – Bologna 2 Giugno (e Imola Circolo della Musica 22 Maggio) 2015

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E’ con grande piacere che abbiamo potuto finalmente riascoltare un grande artista (vincitore dello Chopin 1975) purtroppo affetto da gravi problemi di salute che l’hanno costretto quest’anno alla cancellazione di molti concerti. Ho atteso il concerto di Bologna, dopo quello di Imola (con lo stesso programma) prima di scrivere una recensione.
Zimerman
E certamente non sono mancati elementi di differenza: mentre nel concerto di Imola i brani venivano eseguiti solo per la seconda volta in pubblico (con musica sul leggio peraltro presente anche a Bologna) nel concerto bolognese si è potuto notare quell’affinamento che solo l’esperienza di concerti ripetuti può garantire. Zimerman (che suona solo sul suo pianoforte che viaggia insieme a lui su un apposito van, come facevano Michelangeli , Bolet etc.)  è uno di quei pianisti che eccellono in tutto il repertorio che eseguono e che spazia dal ‘700 al ‘900 non trascurando compositori meno noti della sua patria di origine (i.e. LutosławskiBacewicz etc.).  Nei concerti in questione ha eseguito un programma interamente schubertiano: oltre alle brevi e giovanili 7 variazioni in sol maggiore, la sonata n. 20 in la maggiore D959 del 1828 e la sonata n. 21 in si bemolle maggiore D960 entrambe del 1828 (anno della sua morte). Due grandi, ultimi capolavori del compositore viennese. La sua letteratura, la cui rinascita concertistica si deve in larga misura ad Artur Schnabel,  è oggi elemento normalmente presente nei concerti sia solistici che sinfonici, ma  l’apparente semplicità delle melodie (come avviene anche nel caso di Mozart) nasconde spesso grandi insidie interpretative per trovare il giusto corso fra rigore stilistico (non infrequentemente trascurato da molti esecutori) ed espressività. Le interpretazioni di Zimerman sono state di grande spessore in piena sintonia con il dettato schubertiano con un particolare plauso ai due adagi nei quali tutta la bellezza dell’ordito musicale è stato fatto risaltare con un sapiente dosaggio dei colori pianistici. I due primi tempi delle sonate hanno un po’ sofferto di tempi eccessivi che – almeno nella parte di sviluppo della forma sonata – hanno sottratto alcune sfumature all’espressività. Ma si tratta di un piccolo, trascurabile neo nell’insieme di una grande prestazione. Non apprezzabile (anche se parzialmente comprensibile)  il rifiuto di un bis al termine del concerto: il pubblico pagante ha i suoi diritti ma “noblesse oblige”…….
 HappyHappy
PS Purtroppo ancora una volta era presente in sala una non piccola folla di “pellegrini” (eufemismo…) che a causa di una evidente orticaria alle mani ha sentito il bisogno di applaudire alla fine del primo tempo della prima sonata. Che dire: una riprova dell’ignoranza abissale in fatto di musica che decenni di assenza di educazione musicale “seria” nelle scuole ha provocato?
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La Travi(s)ata – Bologna Arena del Sole 27 Maggio 2015

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Chi ha i capelli almeno grigi ricorda (forse) una collana di librucoli che circolavano nelle scuole degli anni ’60, i cosiddetti “Bignami”, che riassumevano le “trame” delle opere letterarie lette in classe (I promessi sposi, l’Eneide, l’Iliade, l’Odissea etc.) e indirizzati a somari in cerca di scorciatoie, (Ne ho trovato uno in una bancarella di un mercatino locale e l’ho acquistato come una vera reliquia). Oppure forse ricorda una pubblicazione di valore infimo “Selezione del Reader’s Digest”, collezione di articoli drammaticamente ridicoli e insulsi, all’interno del quale compariva, perla fra le perle, il “Libro condensato”: lascio al lettore immaginare di quale vergognosa operazione si trattasse. Ebbene ora “per avvicinare un pubblico giovane” (che evidentemente si considera cerebralmente leso) viene allestito a Bologna uno spettacolo a metà strada fra la Traviata verdiana e La dame aux camélias di Dumas (un testo, questo, di valore letterario infimo, peraltro, letterariamente inferiore persino al libretto di Francesco Maria Piave!). Con buona pace di critici “illustri” pronti a incensare qualunque novità modernista indipendentemente dal suo valore – con finalità non sempre adamantine – l’operazione ricorda quelle partiture “facilitate” che infestavano nella prima metà del ‘900 le scuole musicali di terza categoria per rendere affrontabili, da parte di musicisti incapaci, brani di grandi compositori. Qui il grande ordito musicale verdiano è frammentato a mo’ di singspiel con un’operazione nazional-popolare della quale francamente nessuno sentiva il bisogno. Personalmente non ritengo che “semplificare” un’opera (che vuol dire comunque “travisarla” appunto) sia la strada giusta per attirare chi alla lirica non sia interessato. La via giusta sono prezzi popolari (e la Travi(s)ata comunque non li ha!) e un’adeguata (non barbosa e dilettantesca!) presentazione/introduzione. Credo opportuno ricordare quanto avviene alla Philharmonie di Berlino (e talvolta anche alla Staatsoper) ove i concerti sono (non sempre) preceduti da una bella conferenza (non basta essere esperti, bisogna anche sapere parlare in pubblico utilizzando le parole giuste, senza annoiare, utilizzando sistemi multimediali etc. Parlare in pubblico e avere il polso dell’audience non è un “mestiere” che si improvvisa e che qualcuno purtroppo non impara mai: è attività non facile che si impara in ogni modo con una prassi come all’università…) con un intervallo sufficiente prima del concerto per permettere al pubblico una cena spesso consumata nella hall della Philharmonie stessa. Una volta premesso quanto precede (e quindi in un quadro per sua natura a mio giudizio non felice) la qualità della rappresentazione nel suo genere è risultata passabile seppure adatta unicamente a un pubblico dal palato non raffinato. L’impostazione iniziale è quella del testo di Dumas ma subito l’azione si sviluppa secondo la trama della Traviata verdiana con gli intermezzi recitati non sempre felici (ad esempio nella parte iniziale del dialogo fra Germont padre e Violetta). Le voci sono “decenti” ma di differente valore: il meglio è dato dal baritono che impersona Germont padre (Michele Patti), una voce imponente e una statura scenica adatta al personaggio. La Violetta di Marianna Mennitti ha una buona potenzialità ma assolutamente incostante: di buona qualità nei toni drammatici, difetta nei passaggi di agilità e nell’emissione di pianissimi, tendendo sempre a mantenere un volume di suono elevato anche quando l’espressività richiederebbe il contrario. Assolutamente non all’altezza invece l’Alfredo di Néstor Losan che praticamente non trova mai l’intonazione e gli accenti giusti. Ma in un singspiel (e soprattutto in questo genere musicale) l’aspetto scenico gioca un ruolo importantissimo. La scena è quanto di più spoglio si possa immaginare (un divano e un vecchio pianoforte a coda), le feste sono riunioni di famiglia di pochi intimi e gli ambienti diversi in cui si svolge il dramma adattati a fatica alla stessa scenografia. Ma dove purtroppo è mancata in tutto la rappresentazione è nell’ “arte scenica”: i protagonisti hanno veramente molto da imparare per quanto concerne il comportamento su un palcoscenico (e la dizione italiana). Particolarmente inaccettabile la scena della comparsa di Alfredo a casa del barone dopo l’abbandono di Violetta e tutto il secondo atto. Stupisce che un regista capace come Nanni Garella non abbia ottenuto dai protagonisti una performance almeno sufficiente. Buona la prova della ridotta orchestra del teatro Comunale sotto la direzione di Massimo Carraro. Concludendo: le contaminazioni sono a mio parere un male assolutamente innecessario e da evitare (se non in casi eccelsi come quelli che caratterizzano i concerti del duo Labeque che comunque le servono a piccole dosi…) ma una volta subite lo spettacolo è almeno non inaccettabile e ha raccolto l’applauso non del tutto caloroso del non folto pubblico (ma va sottolineata la concomitanza del concerto di Muti).
 SadHappy
Fra un mese sarò al Berliner Ensemble di Berlino per assistere a un musical-singspiel sul Faust di Goethe. Operazione estremamente dissacrante cui però il tempio brechtiano non è nuovo e che in linea di principio mi dà i brividi. Ma…il Berliner Ensemble (uno dei più grandi teatri di prosa del mondo) ha sempre prodotto rappresentazioni di valore eccelso e quindi aspetto a piè fermo l’impatto e prometto di recensire, sempre al meglio della mia capacità e onestà (da qualcuno addirittura messa in dubbio!) e senza sconti, la rappresentazione.
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Cameristica, Recensioni

Francesco Libetta – Bologna Conoscere la musica sala Mozart Filarmonica 9 Aprile 2015

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A causa di “hacking”  probabilmente da parte di supporter di Libetta mi vedo costretto a ripubblicare il post che è stato cancellato. Inutile affannarsi a ricancellarlo: lo ripubblico.
Concerto difficile da recensire questo di Francesco Libetta che nel suo sito non può citare alcun premio vinto, accampa un repertorio che neppure il grande Daniel potrebbe vantare (farebbe più presto a indicare tutta la letteratura pianistica!) ma cita entusiastici commenti di autorevoli critici (anche se le fonti andrebbero sempre indicate…).  Un concerto molto discontinuo tutto incentrato sul repertorio classico-romantico (Beethoven, Liszt e Chopin), che richiede una disamina puntuale. Tralasciando le giovanili variazioni Beethoveniane sull’aria “nel cor più non mi sento” di Paisiello la cui semplicità non permette un giudizio, si passa alla trascrizione di Liszt di temi di Mercadante. Qui i tempi staccati sono risultati insufficienti, limite insopportabilmente accentuato nei 5 brani di Chopin (les trois  valses  brillantes op. 34, il notturno op. 27 n.1 e lo scherzo op 39). Di brillante i tre walzer non hanno avuto proprio nulla, strascicati con tempi esasperatamente allargati (si pensi ad esempio al primo walzer, opera per sua natura proprio “brillante”) che hanno reso addirittura  il secondo valzer una sorta di nenia interminabile e lamentosa togliendole quel senso di malinconia e tristezza che nulla concede alle sbavature. Per non dire delle “varianti” inserite arbitrariamente (una reminiscenza probabilmente  di Godowsky che se proprio voluta doveva per lo meno essere segnalata). Giudizio analogo (tempi e varianti) per il notturno e lo scherzo (dove i drammatici passaggi di ottave più ardui sono stati resi con una flemma che lascia sospettare una incertezza tecnica). Insomma uno Chopin svenato e svenevole che farebbe pensare a un compositore fiaccato dalla tubercolosi e non allo spirito indomito del compositore polacco (a riprova si pensi al vigore delle sue ultime composizioni, ad esempio alla sonata per pianoforte op. 58 o alla sonata per violoncello e piano op.65 e al suo turbolento rapporto con George Sand).  Anche il lisztiano Mephisto-Walzer ha sofferto delle stesse incertezze. Forse l’esecuzione relativamente migliore è stata quella dell’op. 109 di Beethoven (anch’essa piagata purtroppo da lentezze eccessive nel primo tempo) e segnatamente le variazioni dell’ultimo tempo dove l’esposizione del tema – ad esempio –  è stata di eccellente qualità. Il pianismo di Libetta non si colloca certo ai vertici internazionali ma, pur con gli eccessi già citati (cui aggiungere che per Libetta non esistono mf, che ogni f è trasformato in un sff spesso rischioso per il sistema acustico degli spettatori e che è sua costante scorretta prassi lo squilibrio temporale delle due mani) rientra in un onesto professionismo di medio livello che ha certamente un suo pubblico (non certo quello delle grandi sale da concerto) e una sua ragion d’essere. Due bis, di cui uno veramente virtuosistico (ma se dispone di questa tecnica perché non l’applica dove necessaria?) di autori al sottoscritto ignoti. Inutile rimarcare che l’educazione di un esecutore dovrebbe imporgli di annunciare i brani eseguiti evitando di trasformarli in una sorta di indovinello, a meno che non si tratti di pezzi stranoti. La solita – imposta – introduzione “musicologica” che però, purtroppo, sfuma quasi sempre in una sorta di aneddotica storico-musicale senza entrare nel significato dei brani risultando pertanto di totale inutilità, al di là della buona volontà del relatore. Inizio ancora una volta in ritardo: l’orario d’inizio è simile ai semafori di Napoli che, come mi disse una volta un taxista, è  solo  ‘no suggerimiento. Successo presso il non folto pubblico.
 SadSadSad
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