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Author Archives: Giovanni Neri
Mariangela Vacatello – Conoscere la Musica Bologna 27 Ottobre 2016
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La serietà di un’organizzazione musicale si misura anche dal rispetto degli orari. In questo ciclo il ritardo è invece istituzionale e immotivato, 15 minuti per iniziare la “conversazione” (che dura non meno di 15 minuti! per carità di patria non commento il contenuto) cosicché il concerto vero e proprio inizia alle 21. In nessuna sala da concerto di tutta europa si ha una situazione simile che accomuna Bologna al terzo mondo. Ma ovviamente si sta parlando a dei sordi. L’ “organizzazione” (le “maschere” si dileguano dopo il periodo iniziale di ritardo) si disinteressa poi dei telefonini accesi con la luminosità del display che disturba l’ascolto. Nella mia fila due ragazzotti decerebrati hanno tenuto per tutto il primo tempo il cellulare acceso commentando quanto presentato dai displays: ma allora che vengono a fare a un concerto? Questo è uno degli effetti negativi collaterali dei concerti gratuiti: si viene tanto non costa. Altri disturbatori sono coloro che tenendo alto un tablet cercano l’inquadratura perfetta per una foto ma che effettuano n tentativi prima di ritenersi soddisfatti. Ogni confronto con standard europei di comportamento sarebbe impietoso: qui siamo nella provincia della provincia… A questo si aggiunga che un gentile spettatore mi ha tossito rumorosamente costantemente nella nuca cosicché alla prima occasione ho dovuto cambiare posto. Veniamo alla Vacatello. Ha una mano eccezionale e una tecnica di primissimo ordine ma ha un demone che solo raramente riesce a controllare: quello di suonare forte e con la massima accelerazione. Il suo è un pianismo muscolare che ovviamente non va certamente bene per tutte le stagioni. Si inizia bene: la “patetica” è eseguita con calore e stile anche se il secondo tempo viene sviluppato a un tempo un po’ troppo accelerato, perdendo una parte della sua bellissima cantabilità. La sonata di Ginastera, invece, è un disastro: data anche la povera acustica di S. Cristina ne esce un magma sonoro e informe ad altissimo volume. L’intelligenza di un esecutore si misura anche sulla sua sensibilità all’ambiente, cosa che in questo caso è totalmente mancata. Il notturno chopiniano risente ancora una volta di un tempo eccessivo e quindi di una riduzione di cantabilità, perdendo quell’aura di mistero che ne è una delle principali caratteristiche, e nella ballata, nella sua seconda parte, si scatena il demone con un risultato prevedibile. Quanto alla “pavane” si può ripetere quanto detto per il notturno (certamente lo stile non è quello di un θρηνοσ….) mentre per “La valse” la fretta di esprimere tutta la potenza di fuoco della sua tecnica ha cancellato la bellissima progressione sonora dell’inizio magmatico per esplodere troppo in fretta in sonorità e tempi eccessivi. Concludendo si può certamente affermare (in un confronto con il concerto tenuto alcuni anni fa a Musica Insieme) che purtroppo nel pianismo della Vacatello si percepisce un’involuzione verso una impostazione prevalentemente atletica che non promette nulla di buono. Due bis di cui uno il celebre studio chopiniano op. 10 dei tasti neri. Un buon successo ma non strepitoso, vuoi perché talvolta (raramente purtroppo) il pubblico giudica correttamente, vuoi per la presenza di spettatori interessati solo a lasciare la sala maleducatamente appena possibile. Big room for improvement…
Programma
L. van Beethoven Sonata n. 8 op.13 “Patetica”
A. Ginastera Sonata n. 1
F. Chopin Notturno op. 27 n 2 – Ballata n.3
M. Ravel Pavane pour une infante defunte – La Valse
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Comunale perduto – Bologna 26 Ottobre 2016
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Ci siamo: le trattative per l’esubero dei 30 dipendenti, necessario per cercare di riportare il bilancio della fondazione nei limiti previsti dal ministero è fallita e la prospettiva che si apre per il teatro è quella di una degradazione a teatro di provincia, una situazione indegna di una città importante (anche sotto il profilo turistico!). A questo desolante stato di fatto hanno concorso – in eguale misura – il sovrintendente a mezzo tempo (ma a stipendio pieno…), un consiglio di indirizzo del tutto inadeguato composto da persone selezionate non sulla base di specifiche e comprovate competenze (a parte una sola componente) ma per scelte politiche se non di suggerimenti improvvisati (amici di amici, per intenderci, edizione musicale del manuale Cencelli, di cui possiamo ringraziare il “Ronki”) e incapace di condizionare se non di contrastare scelte erronee della dirigenza, un suo presidente che per volere essere clemente non ha alcun interesse e/o competenza musicale e un sindacato corporativo a difesa di privilegi ingiustificati, frutto di politiche lassiste di decenni. Qualcuno si meraviglia del risultato? E come ciliegina sulla torta, dalla manica del prestigiatore è uscita la balzana proposta di inserire nel ponte di comando del teatro Ezio Bosso, non si capisce a che titolo, con quale competenza e con quali scopi. (Per fortuna il nostro – forse neppure consultato preventivamente – ha messo le mani avanti sfilandosi, di fatto, da una proposta paradossale.) La crisi del teatro è anche sottolineata dalla paurosa diminuzione degli abbonamenti, sia all’opera che alla sinfonica nonostante una demenziale politica dei prezzi che – ad esempio – ha ridotto ingiustificatamente i costi delle “prime” in presenza di bilanci disastrati. Ed è del tutto inutile gridare alla mancanza di sponsors: a parte qualche caso (ad esempio i Golinelli e la loro fondazione) chi potrebbe essere interessato a sostenere un’organizzazione fallimentare? Con quali ritorni di immagine? In una situazione seria, con persone serie, i vertici dovrebbero alzare le mani e semplicemente dimettersi, sfiduciati dall’assemblea dei soci. Ma questo non avverrà, con personaggi abbarbicati alla cadrega (e ai corrispondenti emolumenti). E quindi? Il destino è segnato a meno che un improbabile rigurgito di serietà non porti a quei “consigli che non si possono rifiutare“, azzerando i vertici e riprendendo da capo, con persone competenti, il filo spezzato della conduzione del teatro. E questo passa anche per il coraggio di licenziare i dipendenti in esubero che hanno rifiutato condizioni di favore, sfidando così un sindacato indifferente alle sorti del teatro, interessato solo alle tessere che sono l’unica sua ragione di esistenza .
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Quartetto di Cremona Campaner – Musica Insieme Bologna 24 Ottobre 2016
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Che il quartetto di Cremona rappresenti la migliore formazione cameristica italiana (di livello mondiale, comunque) è cosa ormai nota e se ne è avuta la riprova ieri con un concerto che non esito a definire strepitoso. Questo quartetto ha ormai una capacità di fusione del suono e una capacità corale interpretativa che non smettono di stupire. Impegnati in un concerto di lunghezza “monstre” (2 ore e un quarto di musica – forse un po’ troppo per un concerto iniziato alle 20.30. In questi casi si dovrebbe avere il coraggio di anticipare alle 19 e – forse – di inserire due intervalli) hanno saputo, in presenza di formazioni variabili, esprimere appieno il mondo schubertiano, e in particolare del suo ultimo periodo, l’anno della morte. Senza dubbio il meglio si è avuto con la formazione base della compagine, impegnata nel quartetto “Der Tod und das Mädchen” (il nome è preso dall’omonimo Lied composto precedentemente e il cui tema – variato – viene ripreso in uno dei tempi del brano) con una esecuzione perfetta che ha giustamente strappato un applauso caloroso e sentito del pubblico. Della stessa qualità il meraviglioso quintetto con i due violoncelli dimostrando, ancora una volta, come l’inserzione di strumentisti di qualità in una formazione così affiatata non ponga alcun problema, vista la qualità degli altri esecutori. Di buona qualità (non strepitosa però) l’esecuzione del quintetto “Die Forelle” (nome derivato anch’esso da un precedente Lied il cui tema con variazioni costituisce il terzo movimento): è probabile che la sensazione di una qualità leggermente inferiore sia legata al diverso periodo compositivo schubertiano (1819 anziché 1828) e a un contenuto musicale meno pregnante delle altre due composizioni eseguite. Buona la prova della Campaner. Un quartetto, comunque, che vorremmo sentire molto più spesso, come accade a Milano alla società del Quartetto dove vengono proposte le integrali di vari autori. Un’ultima considerazione positiva. La viola del quartetto ha detto due parole molto semplici ma molto utili prima del concerto limitando a 5 minuti il suo intervento. Che possa servire di esempio ai self-made musicologi che infestano i concerti di Musica Insieme?
Programma
Quartetto in re minore D 810 – Der Tod un das Mädchen
Quintetto in do maggiore D 956 per due violini, viola e due violoncelli
Quintetto in la maggiore D 667 per pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso – Die Forelle
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Comunale salvato – Bologna 23 Ottobre 2016
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Adesso mi sento più tranquillo. In ansia per le sorti del nostro teatro dal cilindro del sindaco è stato estratto il coniglio vincente: Ezio Bosso. Al di là della solidarietà umana verso chi non è stato premiato dalla natura la domanda che ci si pone è: che ci “capa” un esponente della musica jazz-pop-nazional popolare applaudito al festival di Sanremo (sic!) in un teatro d’opera e comunque di musica classica? OK: qualche concerto l’ha dato ma abbiamo bisogno di una nuova edizione di Bocelli? Quali sono le sue esecuzioni memorabili? Quelle applaudite da un pubblico mammista che si commuove alla vicenda umana della persona e sostituisce a un giudizio critico la empatia? Quali sono le credenziali culturali e organizzative (sì, organizzative, perché dopo un consiglio di indirizzo travicello che si segnala per la sua pochezza e la diffusa incompetenza dei suoi membri ci manca solo un consulente travicello) del nostro carneade? Vogliamo sostituire la competenza con la solidarietà umana? E la cosa ancora più sorprendente è che in un paese di dilettanti allo sbaraglio non ve ne sia uno che dica: scusate, non è la mia materia! Il nostro, infatti, con la tipica modestia di facciata dichiara che se può essere utile (e come?) non si trarrà indietro. Nulla di nuovo: qualcuno si ricorda dell’intervento sciagurato di Zagrebelsky nella serie “la permanenza del classico” organizzato dall’ateneo, quando con bella sicumera discettò – incompetente del momento – di Enena e Didone facendo accapponare la pelle agli esperti? Per quanto mi riguarda mi dichiaro fin d’ora disponibile a partecipare a un convegno di filologia romanza tenuto in sanscrito. Qualche obiezione? Insomma ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere: abbiamo un teatro sull’orlo del baratro, gestito in modo dilettantesco da un preteso compositore a tempo parziale e la soluzione proposta dal presidente del consiglio di indirizzo è Ezio Bosso. La prossima mossa sarà convocare Orietta Berti e ricostituire, così facendo, una nuova versione del duo Otto e Barnelli.

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Maisky Rustioni – Pomeriggi musicali Milano 15 Ottobre 2016
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Addobbato con una sgargiante blusa blu, i lunghi capelli bianchi ondulati, pizzetto e barba bianca, Mischa Maisky si presenta al pubblico come una icona del violoncellismo mondiale. Si siede su un predellino che appare fatto su misura, con una protuberanza che gli permette un puntale di 80 cm; il violoncello risulta praticamente sdraiato sulla persona. L’esecuzione è naturalmente di altissima qualità ma non raggiunge le stesse vette del passato. Tecnicamente perfetta, risulta in certi passaggi un po’ debole e il suono ne risente. La colpa è certamente anche della terribile acustica del teatro Dal Verme e di una orchestra che non viene sufficientemente tenuta a bada dal direttore, coprendo spesso il suono del violoncello. L’esecuzione del difficilissimo concerto di Dvořák meriterebbe di certo un’orchestra che assai meglio assecondasse l’interprete. Quanto a Maisky gli anni passano per tutti (e ne fa fede l’evidente sforzo nel suonare che lo costringe ripetutamente a detergersi il sudore) e certamente il violoncello è strumento impietoso, assai più del pianoforte (penso a grandi vecchi come Radu Lupu in grado di fornire prestazioni eccezionali anche laddove la tecnica non lo sorregge più come un tempo). In ogni caso grande successo di pubblico e due bis bachiani. Nel secondo tempo il concerto ha presentato la quinta sinfonia di Sibelius, un brano certamente non di grande spessore eseguito da un’orchestra piena di buona volontà ma oggettivamente di qualità mediana. E questo nonostante le contorsioni del giovane direttore cui bisognerebbe suggerire l’analisi del gesto dei grandi direttori, sempre misurato e autorevole senza eccessi ginnici che nulla portano alla qualità dell’esecuzione. Non molto altro da dire. Buon successo di pubblico (e un po’ di stonata clacque locale..).
Programma
Antonín Leopold Dvořák Concerto per violoncello e orchestra op. 104
Jean Sibelius Sinfonia op. 82
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Amsterdam Sinfonietta Carbonare – Musica Insieme Bologna 10 Ottobre 2016
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Una formazione cameristica di grande qualità con un clarinettista – Alessandro Carbonare – che si è aggiunto all’ultimo momento a causa della indisponibilità del clarinettista previsto dal programma Martin Fröst. Il concerto si è sviluppato su due piani: una prima parte di stampo classico e una seconda di stampo nazional-popolare con musica “klezmer” (klezmer כליזמר è vocabolo yiddish e non ebraico – come indicato da Sandro Cappelletto, relatore dell’ “introduzione” elogiativa del trentennale di Musica Insieme -. Si tratta infatti di vocabolo della comunità ebrea tedesco-polacca distrutta dal nazismo dove “klez” כליז sta per clarinetto) e jazzistica. Dell’esecuzione dei brani di Bruckner, Janáček e Bartók non si può che dire bene, con un suono dell’orchestra particolarmente calibrato che dimostra un affiatamento da tempo consolidato. Anche dal punto di vista interpretativo i brani sono stati resi con grande partecipazione nel rispetto dello stile di ciascuno dei tre compositori di diversa origine. Altrettanto di grande qualità è stata l’esecuzione del concerto di Weber: Carbonare è strumentista di affermata capacità. Il resto del programma ha seguito percorsi diversi da quelli previsti a causa del cambio di clarinettista. Qui forse Carbonare ha ecceduto nello strizzare l’occhio al pubblico meno avvertito ma diciamo che data la chiamata d’urgenza la cosa si può anche perdonare. Purché non si ripeta…
Programma
Anton Bruckner Adagio dal Quintetto per archi in fa maggiore WAB 112
Carl Maria von Weber Concerto n. 1 in fa minore-maggiore op. 73 per clarinetto e archi
Leoš Janáček Suite per archi JW 6/2
Johannes Brahms Danza ungherese n. 14 (trascrizione per clarinetto e archi di Roland Pöntinen)
Tradizionale/Göran Fröst Danza klezmer n. 2 per clarinetto e archi
Béla Bartók Danze popolari rumene Sz. 6apper
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Ayumi Matsumoto – I concerti del Circolo della Musica Bologna 8 Ottobre 2016
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Parliamoci chiaro: se qualcuno ritiene che quanto sta per leggere sia eccessivo chieda di riascoltare la registrazione (che è stata effettuata) per convincersi. Si comincia con una sonata di Mozart: una esecuzione tecnicamente pulita ma tutta troppo forte, senza mai un mezzo tono. Tessitura sempre fra f e mf. Mi chiedo se la colpa sia della sala la cui acustica è francamente molto discutibile o del piano con il coperchio aperto che produce sonorità eccessive. Scopro più avanti nel concerto che invece i “piani” (i pochi eseguiti”) sono possibili. Oops… Si passa alla sonata op. 110 di Beethoven, certamente il brano più significativo del concerto per giudicare l’interprete. Si tratta della sonata con le minori difficoltà tecniche fra quelle del cosiddetto “ultimo periodo” ovvero quello che va dall’opera 101 all’opera 111. Qui semplicemente non credo alle mie orecchie: incredibili errori anche in parti assolutamente tecnicamente elementari in tutti i tre tempi. Addirittura nella fuga uno strafalcione gigantesco obbliga l’esecutrice a farfugliare qualche nota per cercare di mantenere la continuità dell’esecuzione senza ovviamente potere nascondere quanto successo. Dal punto di vista musicale un disastro: poca interpretazione, tutto eseguito in modo piano, scialbo mf e addirittura la fuga viene eseguita con un tempo iniziale lentissimo (che solo un grandissimo interprete potrebbe sostenere) salvo poi avventarsi al termine del brano con un eccesso di velocità e di suono assolutamente fuori stile. Semplicemente incredibile. Dopo l’intervallo vengono eseguiti i Drei Fantasiestücke op. 111 di Schumann, tre brani pochissimo frequentati e oggettivamente musicalmente deboli che riflettono la stato di salute mentale del compositore tedesco ormai non più padrone di sé stesso. Il primo viene affrontato in modo eccessivamente violento e gli altri due (più intimistici) senza lode e senza infamia. Segue il notturno di Chopin (dove finalmente scopro che è possibile suonare piano) anche qui senza particolari elementi positivi, per terminare con un brano da archeologia musicale, una parafrasi di Martucci della “Forza del destino” di Verdi. Martucci non è Liszt e la sua parafrasi è noiosa e pedissequa e meritevole di essere riposta rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale. Esecuzione tecnicamente corretta: di più non si può dire (anche per colpa della partitura). Successo modesto da parte del pubblico “premiato” con una mazurka di Chopin che riflette ancora una volta le scarse qualità musicali dell’interprete: riesce ad “andarci giù pesante” anche in un brano che meriterebbe ben altro approccio.
Programma
W. A. Mozart Sonata K. 576
L.V. Beethoven Sonata op. 110
R. Schumann Drei Fantasiestücke op. 111
F. Chopin Notturno op. 27 n. 2
G. Martucci La forza del destino
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Duo Cosi Giorgi – Accademia Filarmonica Bologna 8 Ottobre 2016
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Un duo violoncello pianoforte giovane composto da due esecutori ancora in fase di studio (il violoncello segue attualmente dei corsi di perfezionamento mentre il pianista studia al conservatorio). L’esecuzione della difficile sonata beethoveniana non è stata immacolata: vari problemi di intonazione da parte del violoncello (soprattutto nelle parti che richiedono il capotasto) e alcune non secondarie incertezze del piano. Sia chiaro: si tratta di giovani (il pianista è addirittura uno studente del secondo anno del triennio accademico di primo livello) e quindi le incertezze ci stanno ma troppo nota è la sonata e le grandi esecuzioni (ad esempio il duo Rostropovitch Richter) perché sfuggano a un orecchio avvertito i problemi. Ciononostante l’impostazione musicale del brano è stata di buona qualità e altrettanto buono è l’affiatamento fra i due strumentisti ma there is a big room for improvement. Molto meglio l’esecuzione della bellissima sonata di Šostakovič nella quale l’aspetto popolare (nel senso migliore del termine) del brano è stato reso molto bene, sottolineando quegli aspetti che ne fanno un classico del violoncello. Qui (anche per la tessitura della partitura) sono mancate in larga parte le carenze del violoncello che ha risolto brillantemente anche alcuni complessi passaggi (ad esempio quelli che richiedono glissati e successioni di intonazioni con la mano nella stessa posizione). Un buon successo di pubblico premiato con un bis: il secondo tempo della sonata per violoncello e pianoforte di Rachmaninov eseguito in modo eccellente.
PS Nelle biografie degli esecutori bisognerebbe evitare frasi del tipo “vincitore di numerosi premi in concorsi nazionali e internazionali”: o si indicano i nomi dei concorsi e le date oppure la sensazione è che si tratti di aria fritta. Sarebbe poi indispensabile (soprattutto per un giovane) evitare atteggiamenti istrionici da “kapellmeister” che dirige un’orchestra che non c’è, o espressioni eccessivamente ispirate. Forse sarebbe bene vedere le registrazioni dei grandi interpreti: Schiff, Argerich, Michelangeli, ma anche giovani come Volodos, Blechacz etc. La sobrietà è sintomo di sicurezza mentre gli atteggiamenti estremi paiono volere compensare con l’espressione quanto le mani non riescono ad esprimere. ….
Programma
L. v. Beethoven Sonata il la maggiore op. 69
D. Šostakovič Sonata il R eminore op. 40
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Solisti di San Valentino – Chiesa di S.Valentino Bologna 6 Ottobre 2016
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Al di là dei concerti delle organizzazioni maggiori a Bologna, è possibile ascoltare anche giovani formazioni locali che arricchiscono il panorama musicale bolognese facilitando l’ascolto e la diffusione della musica classica (“alta” direbbe Q.Principe). È il caso dei solisti di San Valentino che hanno eseguito un programma principalmente barocco con una puntata nel settore romantico con Mendelssohn. La formazione cameristica (che anche in Corelli e Händel ha visto la partecipazione dell’oboe come strumento di insieme) ha ripercorso l’impostazione che in tempi passati era quella della hausmusik, ovvero un’esecuzione il cui scopo principale non era una esibizione virtuosistica ma bensì un’occasione per conoscere e ascoltare musica: era, per esempio, quella della famiglia Mendelssohn che ogni domenica si riuniva insieme ad amici e conoscenti per un concerto “famigliare” che naturalmente era anche occasione di incontro e discussione. Ovviamente la tradizione risaliva anche a tutto il settecento di cui abbiamo testimonianza – ad esempio – in numerose lettere di Mozart. Ciò detto bisogna dire che la formazione ha offerto un’esecuzione con luci ed ombre al di là di alcune imprecisioni di intonazione. L’acustica della chiesa di San Valentino è pessima impedendo nonostante la buona volontà degli esecutori la fusione dei suoni degli strumenti, cosa che ha purtroppo messo in risalto una forte difformità nelle loro sonorità. In particolare il primo violino ha coperto in Corelli e Händel, praticamente annullandolo, il suono struggente dell’oboe e anche quello degli altri strumenti (persino il secondo violino). In una formazione cameristica è necessario dismettere un’impostazione che potrebbe essere quella di un violino solista in una grande sala da concerto, ridurre l’individualità dello strumento in nome di un’amalgama dei suoni che è alla fine dei conti l’essenza intrinseca della musica eseguita. L’assenza di fusione è risultata particolarmente evidente nella sinfonia per archi di Mendelssohn che è di fatto un quartetto. Purtroppo il quartetto ha delle regole che non si possono evitare e in primo luogo il fatto che non può essere la somma di individualità ma deve essere l’annullamento dei singoli nel tutto, il che richiede un ripensamento di tutti gli esecutori in nome di un diverso atteggiamento. Buona l’esecuzione dell’oboe nel concerto solistico e altrettanto dicasi dell’organista. Insomma un concerto interessante e benemerito per un pubblico non particolarmente sofisticato ma “there is a big room for improvement”. Un bis: la ripetizione dell’ultimo tempo del concerto di Corelli (una prassi abbastanza comune ma che io personalmente non amo: il bis non è un obbligo e se deve esserci deve presentare un altro brano, anche per indicare che il repertorio degli esecutori è più vasto del programma del concerto).
Programma
Arcangelo Corelli: concerto grosso n.1 in re maggiore per archi
George Friedric Händel: concerto No.5 in Fa maggiore (con organo) HWV 293 per organo e archi
Giovanni Maria Trabaci: canzona franzesa seconda (organo solo)
Giovanni Maria Trabaci: canzona franzesa settima cromatica (organo solo)
Giovanni de Macque: consonanze stravaganti (organo solo)
Felix Mendelssohn Bartoldy: Sinfonia per archi n. 7 in re minore
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Angela Hewitt – Milano Quartetto 21 Settembre 2016
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Angel Hewitt, catapultata all’ultimo momento a Milano in sostituzione della Uchida, è da molti anni ai vertici del pianismo mondiale e rappresenta quella schiera di pianisti di mezza età che non fanno della tecnica (peraltro eccellente) l’elemento principale del proprio pianismo ma ricercano l’essenza della musica che interpretano. Il repertorio della Hewitt spazia dal barocco al moderno senza tralasciare i grandi compositori quali Beethoven, Chopin, Ravel etc. Di certo è oggi considerata la vestale di Bach del quale sta completando la registrazione di tutte le composizioni per tastiera. L’esecuzione della Hewitt è perfetta dal punto di vista dello stile e immacolata tecnicamente ma non può non essere confrontata con quella dell’altro grande interprete bachiano contemporaneo: Andras Schiff. L’interpretazione della Hewitt appare talvolta algida e meccanicistica nonostante l’uso del pedale a differenza di Schiff che non lo usa e il cui tocco però è in grado di animare l’ordito musicale pur nel rispetto totale dello stile. Naturalmente definire un corretto codice interpretativo bachiano è impresa impossibile essendo le sue composizioni per clavicembalo ma è proprio nella trasposizione per piano che si incentra la capacità dell’interprete di trovare la giusta chiave interpretativa. Sia chiaro: il concerto è stato di altissimo livello e ha ottenuto il plauso incondizionato del pubblico. Un solo bis: l’aria di apertura delle Goldberg Variationen.
PS La Hewitt è la seconda pianista che ha adottato lo spartito su iPad, il che evita di ricorrere a un assistente per voltare le pagine. Ho parecchio tempo fa acquistato lo strumento che però richiede una sorta di interruttore da operare con il piede sinistro per voltare le pagine e che ha due difetti. Il primo è che l’uso del pedale “una corda” interferisce con il pulsante e si corre sempre il rischio di premere il pulsante anziché il pedale. Il secondo è che essendo il pulsante “wireless” non è bloccato e un movimento involontario del piede rischia di allontanarlo dalla portata del piede con ovvie conseguenze. Nel concerto di ieri sera la Hewitt non mai usato il pedale “una corda” e per evitare lo spostamento involontario della pulsantiera ha costantemente tenuto la gamba sinistra dietro quella destra. Nel caso di Bach si può pensare che la cosa funzioni ma con altri compositori la cosa è assai problematica. Sarebbe indispensabile trovare la maniera per agganciare il pulsante alla pedaliera: food for thought.
Programma
J.S. Bach
– Fantasia in do minore BWV 906
– Aria Variata in la minore “Alla maniera italiana” BWV 989
– Invenzioni a due voci BWV 772 – 786
– Invenzioni a tre voci BWV 787 – 801
– Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo BWV 992
– Capriccio in mi maggiore BWV 993
– Fantasia e fuga in la minore BWV 904
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Die Zauberflöte – La Scala 12 Settembre 2016
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Cominciamo dai lati positivi: la regia di Peter Stein. Finalmente (ripeto finalmente!) una regia che riporta il Flauto Magico a quella che è la sua intima sostanza: una favola con vari lati istrionici (Monostato, Papageno) unitamente a una valorizzazione delle più alte doti umane. Sia chiaro: il riferimento alla massoneria e ai suoi ideali è indubitabile ma non può essere l’unica chiave interpretativa dell’opera, rendendola un racconto funereo nel quale i personaggi più strampalati sono vissuti come un’aggiunta da sistemare con il minimo risalto. Con Stein si ritorna, insomma, a una visione quale probabilmente era quella di Schikaneder e di Mozart (visto anche il posto nel quale ebbe luogo la prima rappresentazione). Ma con i lati positivi ci fermiamo qui. All’estremo opposto la regina della notte di Yasmin Özkan. In tutti i registri sforza vistosamente con notevoli difetti di intonazione fino a strillare letteralmente nei sopracuti. Una performance assolutamente al di sotto del minimo sindacale naturalmente applaudita da un pubblico ignorante che gode della musica (giustamente) e non capisce nulla dello scempio condotto dal “soprano”. Nel cast svetta certamente il Sarastro di Martin Summer, voce calda e possente, perfettamente a suo agio nella parte. Peccato che sia vestito come il califfo Al-Baghdadi con l’unica differenza che la veste è bianca anziché nera. Papageno (Till Von Orlowsky) è più da apprezzare per l’agilità da ballerino ma con un eccesso di latri istrionici che alla fine risultano stucchevoli. Vocalmente sopra la sufficienza. Buone le prove di Tamino (Martin Piskorski, a parte una stecca clamorosa) e di Pamina (Fatma Said) che ha una bella voce e interpreta molto bene l’aria dell’abbandono. Monostato (Sascha Emanuel Krame) nella norma anche se la regia gli impone un eccesso di istrionismo mentre molto brave sono le dame e accettabili (non eccezionali) i tre bambini. Orchestra con molte sbavature diretta spesso (e in particolare nell’introduzione dell’ouverture) in modo fiacco e troppo lento. In totale: uno spettacolo molto al disotto degli standard della Scala che ha fra l’altro “dimenticato” di accendere il condizionamento obbligando gli spettatori di sesso maschile correttamente vestiti con giacca e cravatta a una sauna di difficile sopportazione.
Cast
| Direttore | Ádám Fischer |
| Regia | Peter Stein |
| Scene | Ferdinand Wögerbauer |
| Costumi | Anna Maria Heinreich |
| Luci | Joachim Barth |
| Drei Knaben | Solisti dei Wiltener Sängerknaben, Innsbruck: Moritz Plieger, Clemens Schmidt e Raphael Eysmair
Maestro del coro: Johannes Stecher |
CAST |
|
|---|---|
| Papageno | Till Von Orlowsky |
| Tamino | Martin Piskorski |
| Pamina | Fatma Said |
| Regina della notte | Yasmin Özkan |
| Sarastro | Martin Summer |
| Monostato | Sascha Emanuel Kramer |
| Prima Dama | Elissa Huber |
| Seconda Dama | Kristin Sveinsdottír |
| Terza Dama | Mareike Jankowski |
| Papagena | Theresa Zisser |
| Primo sacerdote | Philipp Jekal |
| Secondo sacerdote | Thomas Huber |
| I uomo in armatura | Francesco Castoro |
| II uomo in armatura | Victor Sporyshev |
| Tre schiavi | Marcel Herrnsdorf
Tenzin Chonev Kolsch Thomas Prenn |
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Milano musica – 12 Settembre 2016
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Trovandomi a Milano per motivi di lavoro ho avuto modo di scorrere i programmi dei concerti disponibili a Milano (tralascio la Scala che fa storia a sé). Comincio con il Mi-To (www.mitosettembremusica.it): per 20 (venti!) giorni sono organizzati a Torino e Milano 3-4 concerti al giorno durante il pomeriggio e la sera (ripetuti in giorni differenti nelle due città) a prezzi che variano fra i 10 e i 30 euro in tutti i teatri di Milano e Torino. Il periodo in cui vengono effettuati è quello delle prime tre settimane di Settembre, quando le altre attività ancora non sono iniziate e quindi senza sovrapposizioni. I concerti sono di vario livello ma sempre seri (purtroppo quest’anno non viene effettuata la trasmissione in streaming di alcuni di loro). Ora Torino dista 45 min. di treno da Milano e Bologna dista 65 minuti: possibile che non si possa prevedere una estensione, un sorta Mi-To-Bo? Qualcuno dei nostri provincialissimi organizzatori ci ha mai pensato? Nessuno è in grado a Bologna di offrire gli stessi concerti? Seconda opzione a Milano: le serate musicali (www.ipomeriggi.it). Qui sono offerti concerti (ripetuti in due giorni) di altissimo livello (si comincia con Mischa Maisky, tanto per dire) a prezzi che al massimo sono 20 (venti!) euro con parecchie opzioni di riduzione. L’abbonamento a 23 (ventitre) concerti costa 300€: qualcuno vuole fare il confronto con la ridotta e costosa stagione di Musica Insieme o del Bologna Festival? Notare che in aggiunta a queste stagioni c’è anche quella storica del Quartetto (www.quartettomilano.it), a prezzi leggermente maggiori ma non di troppo. Insomma: possibile che Bologna non sia in grado di offrire un panorama se non uguale almeno simile?

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Quartetto Noûs – Cortina 11 Agosto 2016
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A chiusura del Festival Ciani del 2016, sezione cortinese – ci sarà un’ultima manifestazione ad Angera(?) il 4 Settembre – il quartetto Noûs (con l’aggiunta del violoncellista C. Scaglione per il quintetto) ha eseguito due della pagine più note del compositore viennese. Il quartetto Noûs (“mente” in greco antico) formato da quattro giovani musicisti italiani, nasce nel 2011 all’interno del Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano. Frequenta l’Accademia “Walter Stauffer” di Cremona nella classe del Quartetto di Cremona, la Musik Akademie di Basilea nella classe del M° Rainer Schmidt (Hagen Quartett) e si perfeziona con Aldo Campagnari (Quartetto Prometeo) e Hatto Beyerle (Alban Berg Quartett). Frequenta attualmente la Musikhochschule di Lubecca nella classe del M° Heime Müller (Artemis Quartett) e la Escuela Superior de Música “Reina Sofia” di Madrid nella classe del M° Günter Pichler (Alban Berg Quartett). Una esecuzione tutto sommato dignitosa di una giovane formazione, tecnicamente agguerrita ma ancora alla ricerca di quella fusione delle sonorità che è il tratto distintivo delle formazioni cameristiche. Il limite si percepisce soprattutto nelle sezioni dei brani che richiedono una sonorità piena, dove viene a mancare l’equilibrio fra le varie parti. Ma si tratta di formazione giovane e quindi aperta alla possibilità di grandi miglioramenti. Pubblico scarso come è ormai tradizione dei concerti del festival Ciani e una sala acusticamente inadatta a manifestazioni musicali.
Programma
Franz Schubert Quartetto n.14 in re minore D810 /Der Tod und das Mädchen)
Quintetto in do maggione D956
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Mullova Labèque – Cortina 2 Agosto 2016
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L’agonizzante Festival Ciani ogni tanto ha un guizzo di vitalità e propone un concerto di qualità con un pubblico drammaticamente esiguo anche a causa di una insufficiente e dilettantesca campagna pubblicitaria. Ieri sera saranno state presenti non più di 150 persone per due artiste che a Milano, al Quartetto, hanno riempito la sala senza un posto libero. Sono ormai molto lontani i tempi in cui il cartellone era composto da artisti quali Schiff, Argerich, Kremer etc. Oggi viene ammannita una serie di concertini di dubbia qualità, per lo più presso hotels con qualche eccezione come nel caso del concerto in questione, il concerto del “decennale” per celebrare appunto il compleanno del festival. Si comincia in perfetto orario teutonico come se le due artiste volessero al più presto sbrigare la pratica, insoddisfatte dell’uditorio e la stessa precisione temporale viene adottata per l’intervallo. Naturalmente si tratta di due professioniste ai vertici mondiali e quindi il concerto è di altissimo livello. E va sottolineata nel programma la presenza di due compositori moderni, Takemitsu e Pärt, con due composizioni molto belle e gradevoli, che comprovano che moderno non significa dissonante se non provocatorio, una notazione che ebbi già modo di fare in occasione del concerto del duo al Quartetto. Il resto del programma si è basato su tre composizioni classiche e senza dubbio la riuscita migliore si è avuta per la sonata di Schumann, una fra le ultime per del compositore di Zwickau, resa da un dialogo serrato fra i due strumenti con momenti di intensa liricità. Un bis a me sconosciuto, un brano molto melodico probabilmente tratto da qualche successo di musica leggera, che mi è parso una concessione a un pubblico molto educato ma non troppo competente formato in grande parte dagli allievi della accademia. Grande successo.
Programma
W.A. Mozart sonata in la maggiore K.526
R. Schumann sonata op. 105
T. Takemitsu Distance de Fée
A. Pärt Fratres
M. Ravel sonata n. 2
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Estate – Bologna 27 Luglio 2016
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Anche questo anno Kurvenal va in “letargo” fino a Settembre (salvo qualche sporadico post se a Cortina l’ormai agonizzante Festival Ciani organizzerà qualche manifestazione degna di questo nome). A Bologna come sempre, nonostante l’aumento del flusso turistico, la musica classica sostanzialmente tace. Sono ormai lontani i tempi delle “feste musicali” e dei piccoli concerti nei giardini e nelle corti tenuti da giovani interpreti e dire che sarebbe così semplice prevederli magari con un accordo con il conservatorio. Eppure il panorama nazionale e internazionale pullula di iniziative recepite con successo (anche economico) dai turisti. Purtroppo dopo il non compianto assessore Ronchi e l’assessore meteora Conte il nuovo assessore brilla per il suo silenzio e le poche esternazioni fatte lasciano poco o nulla sperare. Chiosando E.M.Remarque “A Bologna niente di nuovo….”
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Repin Korobeinikov – Pietrasanta 23 Luglio 2016
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Una serata tutta russa (esecutori e musica), a rischio pioggia (ma graziati) e con un pubblico foltissimo per due musicisti di altissimo livello. Che Vadim Repin sia da molti anni ai vertici del violinismo mondiale è noto. Le sue esecuzioni, che poggiano su una tecnica raffinata, tendono a evitare eccessi virtuosistici in favore di una ricerca costante della bellezza del suono e della valorizzazione artistica dei brani eseguiti. Se ne è vista una prova nella celeberrima sonata di Prokofiev che è stata certamente il brano più importante e meglio reso della serata. Meno interessanti i pezzi di Stravinsky e di Tchaikowsky, quest’ultimo ptrescelto per esaltare le capacità tecniche di Repin, che è stato assecondato da un pianista di ottima qualità. Un bis “strappacore” per un pubblico non particolarmente scafato: una trascrizione per violino e piano delle celebre canzone spagnola “estrellita”. Ovvio grande successo.
Programma
S.Prokofiev Sonata n.2
I. Stravinsky Divertimento per violino e pianoforte
P.I. Tchaikowsky Meditazione Op. 42 n. 1
Valse scherzo Op. 23
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Plamena Mangova&friends – Pietrasanta 22 Luglio 2016
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Pietrasanta, graziosa ed elegante cittadina non distante dal mare, meta turistica per chi non desidera risiedere a Marina, organizza ogni estate alla fine di Luglio nel chiostro di S.Agostino una serie di concerti di elevata qualità, Pietrasanta in concerto, che – riflettano le agenzie turistiche capaci solo di manifestazioni di musica leggera o jazz! – sono quasi sempre esaurite…. Plamena Mangova è artista troppo poco conosciuta in Italia, capace di un pianismo allo stesso tempo artistico e virtuosistico nel rispetto delle partiture e del dettato dei compositori. Nel concerto di ieri ha eseguito due brani di Chopin (uno studio e la prima ballata) e due di Liszt (sonetto del Petrarca e Mephisto valzer) prima di suonare in duo per una sonata di Mendelsohn con violino e guidare il quintetto di Dvorak. Esecuzioni di qualità nelle quali la tecnica è stata sempre al servizio dell’interpretazione. La visione musicale della Mangova è certamente di stampo slavo con alcuni (pochi) eccessi che nulla hanno però tolto all’impianto complessivo: se un appunto si può fare è che talvolta il desiderio di enucleare ogni specifico significato della partitura porta a una sorta di spezzettatura innecessaria. Ma il giudizio complessivo non può che essere ampiamente positivo. Quanto agli altri interpreti (che non cito singolarmente) si può affermare che sono stati dei buoni comprimari, con l’eccezione del violinista che ha eseguito la sonata di Mendelssohn che ha avuto non pochi problemi di intonazione. Pubblico folto (ma posti non esauriti) con connotati balneari come quelli di applaudire alla fine dei tempi intermedi che hanno obbligato la Mangova a eseguirli quasi senza soluzione di continuità.
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Kurvenal & friends – 13 Luglio 2016
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C’è una pessima abitudine nei sistemi scolastici italiani, dalle scuole elementari all’università: giudicare gli insegnanti dai risultati degli studenti o addirittura dal numero di studenti promossi o ancora dal voto medio conseguito etc. senza considerare che al di là delle capacità di un insegnante conta soprattutto l’intelligenza dello studente e la sua disponibilità allo studio. C’è una analogia nel campo musicale: gli organizzatori di eventi si sentono giudicati dalle performances degli artisti (quando sono tali…) che essi hanno invitato e un giudizio negativo diventa un delitto di lesa maestà o addirittura un’offesa personale (un tempo si sarebbe detto da lavare con il sangue..) che frantuma consolidati rapporti personali. Questa è un atteggiamento scioccamente provinciale purtroppo molto italiano. Va da sé che proporre artisti di scarsa o nulla qualità è un errore (che sarebbe evitabile ascoltando prima di persona il soggetto) ma è anche vero che a tutti capita una serata negativa e ogni recensione non fa la storia dell’esecutore ma giudica unicamente quanto proposto in una particolare esibizione. Per certi aspetti recensore e organizzatore dovrebbero essere uniti nel lamentare una performance scadente ma l’organizzatore preferisce spesso cercare di nascondere la polvere sotto il tappeto. I recensori seri servono proprio a scoperchiare il tappeto.
PS Recensioni serie (anche se con un linguaggio meno diretto di quello di Kurvenal – ovviamente – ma con contenuti identici) si trovano sul Corriere Musicale, una pubblicazione di qualità che mi sento di consigliare agli amanti della musica.
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Kurvenal su Kurvenal – 11 Luglio 2016
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C’è una cosa che come “recensore” mi suscita qualche perplessità (eufemismo). Taluni affermano che Kurvenal è troppo severo nei suoi giudizi e questo è per me incomprensibile. Distinguiamo. Le mie recensioni (come gli articoli giornalistici seri) si compongono di due sezioni: un giudizio tecnico (oggettivo – stecche, errori, arbitrarietà, non rispetto delle indicazioni del compositore etc.) e uno artistico (ovviamente del tutto soggettivo). In tutta la mia carriera universitaria il mio range di voti è sempre andato nel passato dal 12 (l’infamia – e ne ho dati!) al 30 e lode. [Molti potrebbero chiedersi perché i voti universitari siano in trentesimi (come può un docente distinguere fra 25 e 26 per fare un esempio?): il motivo è storico. Un tempo (molti decenni fa…) le commissioni erano formate da tre docenti ciascuno dei quali aveva dieci punti a disposizione: oggi le commissioni sono del tutto diverse ma il sistema di votazione è rimasto identico]. Perché “è andato” al passato? Perché oggi i voti espressi all’università vanno solo dal 18 in su: sotto si è semplicemente respinti (tipico buonismo all’italiana). Io ho mantenuto in Kurvenal il vecchio sistema di votazione a differenza delle mozzarelle che infestano il panorama dei recensori (chissà perché…) e forse questo è anche il motivo del successo (senza enfasi) di questo blog. E se un “artista” cerca di imbrogliare un pubblico non troppo esperto (la grande maggioranza purtroppo – spesso si applaude per dare da intendere di essere degli esperti…) io dico esattamente quanto successo, partiture e registrazioni alla mano. Questo per il lato tecnico. (In Italia non succede mai che uno spettatore – come a Berlino – nell’attimo che separa la chiusura del sipario dall’inizio dei battimani urli “Was ist diese Scheisse?”). Per quello artistico dichiaro ovviamente e umilmente che la mia è solo un’opinione che naturalmente è giusto che non sia condivisa. Ma su una cosa mi sento di assicurare i miei lettori: Kurvenal, fino a quando il sottoscritto sarà in grado di redigerlo non sarà condizionato da nulla!
PS In Agosto molto probabilmente Kurvenal tacerà per assenza di stimoli (in montagna non si tengono concerti!): un caro arrivederci quindi a Settembre.
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Zhu Xiao Mei – Pianofortissimo Bologna 7 Luglio 2016
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Pochi brani clavicembalistici (e pianistici) hanno ricevuto un’attenzione da parte dei discografici come la Goldberg Variationen: personalmente ne ho almeno 20 versioni ma sono solo una infima parte. Si tratta quindi di una partitura nota alla gran parte del pubblico (anche a quella un po’ meno avvertita), pertanto pronta a comprendere e valutare criticamente ogni nuova proposta in materia. Nel mio caso, poi, conosco la partitura nota per nota avendola studiata personalmente. Questa sera abbiamo ascoltato le “Goldberg Svarionen“, un’esecuzione indegna anche di un mediocre studente di conservatorio. La prima, immediata, avvisaglia si ha al termine della prima parte del tema: viene a mancare il “re” della mano sinistra che determina l’accordo di settima che porta alla risoluzione sulla tonica togliendo ogni senso alla frase musicale. E non è che l’inizio. L’arbitrio più totale regna nella scelta dei ritornelli, alcuni eseguiti e altri dimenticati senza alcuna logica: l’esecuzione complessiva dura 50 minuti al posto dei canonici 70. Non si contano i pasticci che l’ineffabile cinesina tenta di coprire con aumenti improvvisi di volume come fanno i bambini ai saggi. L’accompagnamento della mano sinistra ha quasi sempre il volume di un tuono e l’agilità (se così si può chiamare) è diseguale e piagata da costanti errori. Sarebbe inutile infierire ulteriormente: sarebbe come uccidere un uomo morto. C’è veramente da chiedersi come questa dilettante possa avere successo e soprattutto come possa essere presentata come una rivelazione: più alte sono le aspettative indotte maggiore è il disappunto per una performance inaccettabile. Ma forse lo sappiamo: come nel caso di Helfgott (quello del Rach 2 raccontato in un film di successo) prevale la pietà umana per le sue vicissitudini personali sul giudizio critico. Non per me. Una conclusione non degna di una rassegna seria come pianofortissimo. E se qualcuno dubita della mia recensione si riascolti la registrazione. Verba volant records manent...



Programma
J.S.Bach Goldberg Variationen (BWV 988)
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Stagione d’opera 2016-17 – Teatro comunale Bologna 7 Luglio 2016
Con buona pace di quel frescone anonimo che mi ha accusato di apprezzare solo i teatri d’opera fuori di Bologna (ma gli consiglierei di leggere la mia recente recensione dell’ “Entführung aus dem Serail” alla Deutsche Oper di Berlino…: il provincialismo è sinonimo di dilettantismo) è stato piacevole leggere sui giornali le anticipazioni della prossima stagione d’opera Bologna. Pare che finalmente il buon senso prevalga e che le fughe in avanti di Ronchiana memoria (che producono fughe tout court degli spettatori) siano state accantonate senza necessariamente rinunciare al repertorio contemporaneo (ben venga il Peter Grimes da così lungo tempo assente). Si temono purtroppo le esternazioni della nuova assessora alla cultura “molto vicina a Ronchi”, locuzione drammaticamente infelice ma molto usata: per il momento godiamoci questa fase. Naturalmente nulla si può dire degli allestimenti e dei casts e Kurvenal sarà sempre presente per recensioni puntuali e indipendenti.
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Anna Kravtchenko – Pianofortissimo Bologna 30 Giugno 2016
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Anna Kravtchenko è una pianista che ha un legame consolidato con Bologna. Nel concerto del 30 Giugno ha presentato tutti i notturni di Chopin nella sequenza proposta da Alexis Weissenberg, una scelta che non mi sento di condividere ma che riflette una tendenza sempre più in voga, quella di “rivisitare” brani celebri alterandone in parte l’ordine compositivo. Un altro esempio è quello adottato da Yuja Wang – sulla scia di A.B.Michelangeli – per le variazioni Paganini di Brahms, anche se in quel caso l’alterazione reca l’imprimatur del compositore amburghese. La pianista ucraina, vincitrice nel 1992 a 16 anni del Busoni, ha alle sue spalle una solida carriera internazionale e nel concerto in questione ha dimostrato tutte le sue doti ma anche i suoi limiti. La sua interpretazione dei notturni ha la tipica impostazione slava con forti contrapposizioni ritmiche e sonore, talvolta all’interno della stessa frase musicale, con risultati alterni. Ad esempio nella sua esecuzione c’è la tendenza ad accelerare sempre le figure ritmiche di abbellimento che in molti casi ne riducono la portata musicale. La stessa cosa può dirsi per le sezioni “B” dei brani eseguiti, normalmente più mossi ma che in questo caso vengono eseguiti spesso a una velocità che non rispetta il portato complessivo del notturno e che hanno indotto anche non pochi errori tecnici innecessari. Naturalmente l’esecuzione ha anche avuto momenti di bellissima liricità con intensità sonore perfette e grande intensità interpretativa dando luogo complessivamente a una prova ineguale e quindi a un buon concerto ma non dei migliori. Se per caso – ma non ne ho assolutamente conoscenza – questo è stato il primo concerto con questo programma sicuramente c’è spazio per un affinamento. Una nota assolutamente negativa per l’organizzazione. Il portone viene aperto alle 20.45 con una fila così lunga che blocca il passaggio dell’autobus e persino il traffico nella piazza. A differenza di quanto accade ormai dovunque al fine di snellire le operazioni non sono previste due file, una per coloro che già sono in possesso del biglietto e una per coloro che debbono ancora acquistarlo. Il concerto comincia con 25 minuti di ritardo rispetto all’orario previsto e addirittura l’intervallo dura 35 minuti (a che scopo? perché?) protraendosi fino alle 23.30, un orario insensato. Visto l’orario di conclusione ovviamente nessun bis.
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Orfeo ed Euridice – Berlino Staatsoper 24 Giugno 2016
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Uno spettacolo non eccezionale della Staatsoper che non manca di spunti interessanti e talvolta anche spiritosi. D’altronde Orfeo ed Euridice di Gluck è opera molto più nota per alcune delle sue arie (quella degli spiriti infernali, quella degli spiriti celesti, “che farò senza Euridice”) che per l’intero svolgimento che ha non pochi momenti meno felici musicalmente e la cui trama è ovviamente nota e datata. Ha quindi fatto bene il regista a “sdrammatizzare” la vicenda puntando su molti effetti scenici. Fra questi ricordiamo gli spiriti infernali vestiti con cappucci da Ku Klux Clan, gli spiriti celesti con vestiti quasi da cerimonia nuziale e soprattutto la scena assai gustosa della disperazione di Euridice allorché – come richiesto – Orfeo rifiuta di guardare la sua amata. Euridice infatti giace – morta – su un letto in una sorta di stanza d’albergo. Quando – richiamata in vita e dopo avere cercato inutilmente di “concretizzare” subito l’arrivo di Orfeo – si dispera per il comportamento di quest’ultimo, Orfeo mostra chiaramente di annoiarsi, si spara una Coca Cola che trova nel frigo della stanza, accende la televisione e si addormenta, svegliato poi da Amore che gli rimprovera il comportamento. Dal punto di vista del canto è maiuscola la prova di Behiun Mehta (Orfeo) e canta anche molto bene la soprano Elsa Dreisig (Euridice). Nella norma gli altri. Un plauso va al coro in questo caso particolarmente felice e ai danzatori che negli spettacoli della staatsoper sono sempre presenti. La direzione di Domingo Hindoyan non ha fatto rimpiangere la sostituzione di Barenboim. Per un guasto tecnico l’opera ha avuto un intervallo non previsto di 20 minuti: anche a Berlino ci sono degli incidenti…
Cast
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MUSIKALISCHE LEITUNG
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INSZENIERUNG
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BÜHNENBILD
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in Kooperation mit Gehry Partners, LLP
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KOSTÜME
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CHOREOGRAPHIE
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LICHT
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CHOR
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DRAMATURGIE
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ORFEO
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EURIDICE
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AMOR
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JUPITER
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TÄNZERINNEN
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Vanessa Cokaric
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Livia Delgado
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Susanne Eder
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Angeliki Gouvi
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Sarah Grether
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Victoria McConnell
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Yeri Anarika
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TÄNZER
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Roberto Pareira Barbosa
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Aladino Rivera Blanca
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Daniel Drabek
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Chris Jäger
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Oren Lazovski
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Ronni Maciel
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Roberto Junior
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Elektra – Berlino Deutsche Oper 23 Giugno 2016
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Ah l’età e la memoria…. Avevo già visto questa edizione dell’Elettra di Strauss alla Deutsche Oper tre anni fa: stessa scenografia, stessa orchestra e stesso direttore. Ma di certo non rimpiango la dimenticanza: l’interpretazione di Evelyn Herlitzius come Elettra (la stessa che ha cantato Elettra alla Scala nel 2014) è stata eccezionale, Forse la Herlitzius è la migliore Elettra oggi sul mercato. La scena è costituita da uno spazio vuoto con due porte a destra e a sinistra e una finestra centrale aperta a un’altezza di un paio di metri ove compaiono i protagonisti (Clitemnestra, Egisto e Crisotemide) a seconda dello svolgimento mentre Elettra è sempre in scena. La scena è cosparsa di una sorta di sabbia che permette ai protagonisti di gettarsi a terra senza danno. Una scenografia “essenziale” ma forse un po’ troppo “essenziale”: assai migliore era quella della Scala con più piani su cui i protagonisti si muovevano. Uno spettacolo comunque di altissimo livello applauditissimo dal pubblico nel quale vi erano moltissimi giovani silenziosi, educati e attentissimi all’opera. Quindi è possibile…. Compagnia di canto eccellente e eccellente orchestra e direttore. Elettra fa parte del “repertorio” della Deutsche Oper e a ragione. E ora nuovamente a Bologna…
Besetzung
| Musikalische Leitung | Donald Runnicles |
| Inszenierung | Kirsten Harms |
| Bühne, Kostüme | Bernd Damovsky |
| Chöre | William Spaulding |
| Choreographie | Silvana Schröder |
| Klytämnestra | Doris Soffel |
| Elektra | Evelyn Herlitzius |
| Chrysothemis | Manuela Uhl |
| Aegisth | Clemens Bieber |
| Orest | Tobias Kehrer |
| Der Pfleger des Orest | Seth Carico |
| Die Vertraute | Nicole Haslett |
| Die Schleppträgerin | Alexandra Hutton |
| Ein junger Diener | James Kryshak |
| Ein alter Diener | Stephen Bronk |
| Die Aufseherin | Stephanie Weiss |
| 1. Magd | Annika Schlicht |
| 2. Magd | Rebecca Jo Loeb |
| 3. Magd | Jana Kurucová |
| 4. Magd | Fionnuala McCarthy |
| 5. Magd | Elbenita Kajtazi |
| Chorus | Chor der Deutschen Oper Berlin |
| Orchester | Orchester der Deutschen Oper Berlin |
| Tänzer | Opernballett der Deutschen Oper Berlin |
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Der Ring des Nibelungen – Berlino Staatsoper 11-12-14-19 Giugno 2016
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Dopo 7 anni il Ring di Cassier-Barenboim non dimostra assolutamente i suoi anni comprovando – mai che ce ne fosse bisogno – che gli spettacoli di classe non hanno età e non soffrono di quella notorietà transiente che tanti registi e sceneggiatori in cerca di facili citazioni (negative per lo più, ma che importa?) ricercano ad ogni costo (Bayreuth docet..). Qui la perfetta fusione fra impostazione registica, direzione d’orchestra e canto fanno di questo Ring un esempio insuperato negli anni recenti. Citare le singole opere sarebbe inutile: fiumi di inchiostro sono già stati versati ma quello che va sottolineato è che il cambio di alcuni interpreti in alcun modo ha avuto un impatto sul risultato. Ad esempio la sostituzione della grandissima Waltraute Maier con Anja Kampe nel ruolo di Siglinde ha solo rinnovato senza modificare il primo atto della Walküre che è stato accolto dal pubblico con una standing ovation alla quale io stesso non ho potuto sottrarmi. E che dire della superlativa Irene Theorin, oggi insuperata e insuperata Brunhilde e Isotta, una voce possente e drammatica ma allo stesso tempo duttile in tutti i registri e con una presenza scenica imponente raramente riscontrabile? Quanto alla scenografia l’impostazione di Cassier senza indulgere agli eccessi del passato mantiene una impostazione classica con tutti gli strumenti che la moderna tecnologia mette a disposizione. Si pensi solo al movimento dei cavalli sullo sfondo in occasione della famosa “cavalcata” o la selva in cui ha luogo lo struggente dialogo fra Wotan e Brunhilde o… Citare Barenboim sarebbe pleonastico: ormai potrebbe dirigere il Ring ad occhi chiusi stante anche la perfetta sintonia con l’orchestra della Staatskapelle: la sua è una impostazione semplicemente perfetta in ogni registro. Barenmboim è forse oggi l’artista più completo nel panorama musicale: in una settimana può dirigere il Ring, accompagnare un concerto di Lieder, eseguire come solista una concerto per pianoforte e orchestra e dirigere un concerto sinfonico Sempre a livelli superlativi.
PS Giustamente viene lamentato da molti (Carla Moreni inclusa) la scarsa presenza degli spettatori alla Scala anche a spettacoli di qualità come il Rosenkavalier. Ma.. vogliamo considerare che alla Staatsoper l’intero Ring nei migliori posti di platea costa 340 euro mentre alla Scala costava 1100 euro….
Das Rheingold
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MUSIKALISCHE LEITUNG
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BÜHNENBILD
Guy Cassiers
Enrico Bagnoli
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Tim Van Steenbergen
LICHT
Enrico Bagnoli
VIDEO
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Kurt D’Haeseleer
CHOREOGRAPHIE
Sidi Larbi Cherkaoui
WOTAN
Iain Paterson
DONNER
Roman Trekel
FROH
Simon O’Neill
LOGE
Stephan Rügamer
ALBERICH
Jochen Schmeckenbecher
MIME
Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
FAFNER
Falk Struckmann
FASOLT
Matti Salminen
FRICKA
Ekaterina Gubanova
FREIA
Anna Samuil
ERDA
Anna Larsson
WOGLINDE
Evelin Novak
WELLGUNDE
Anna Danik
FLOSSHILDE
Anna Lapkovskaja
TÄNZER
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Laura Neyskens
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Die Walküre
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HUNDING
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HELMWIGE
Vida Mikneviciute
ORTLINDE
Anna Samuil
WALTRAUTE
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SIEGRUNE
Julia Rutigliano
GRIMGERDE
Anna Lapkovskaja
ROSSWEISS
Simone Schröder
Siegfried
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MIME
Stephan Rügamer
DER WANDERER
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ALBERICH
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BRÜNNHILDE
Iréne Theorin
DER WALDVOGEL
Christina Gansch
TÄNZER
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CHOR-CHOREOGRAPHIE
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CHOREINSTUDIERUNG
Martin Wright
SIEGFRIED
Andreas Schager
GUNTHER
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ALBERICH
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HAGEN
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GUTRUNE
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ERSTE NORN
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ZWEITE NORN
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DRITTE NORN
Ann Petersen
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Die Entführung aus dem Serail – Berlino Deutsche Oper 17 Giugno 2016
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La prima del Ratto del Serraglio è stata un evento molto seguito a Berlino e ha seguito la tipica impostazione delle opere alla Deutsche Oper, ovvero una trasposizione in tempi moderni del Singspiel di Mozart, un’opera “buffa” ma con risvolti filosofici relativi alla tolleranza e all’apertura delle culture, un argomento quanto mai moderno. Ma… All’arrivo lo spettatore si trova davanti a una scena aperta in cui troneggia un sfera gigantesca che servirà per tutta l’opera come video deformante per vari scopi. Belmonte arriva su una sorta di dune-buggy rosso (con hard-top) dotato di gigantesche ruote accompagnato da un amico non meglio identificato e due escorts (?) che durante il tragitto (in realtà affidato a un filmato della sfera) si cambiano d’abito per presentarsi opportunamente discinte. Osmino ovviamente è agghindato come combattente dell’ISIS. Arriva Bassa pasha che – ossequio al mondo LGBT – è una donna e nel frattempo, per essere sicuri che il pubblico capisca, viene proiettata sulla sfera una scena a tre di esso esplicito (molto esplicito) soltanto con una velocità accelerata “alla ridolini”. Ma non si perde nulla. Il duetto fra il sultano e Konstanze avviene in una palestra dove “la” pasha gestisce un pallone come un giocatore di baseball, facendolo rimbalzare di continuo, e la povera Konstanze è obbligata a cantare la sua aria in un deshabillé impietoso che le sarà imposto per tutta l’opera mentre esegue esercizi ginnici, corse e corsette etc. (immaginare come si possa cantare in questo modo). La scena dell’harem è rappresentata come un bordello con abbondanza di signorine discinte che si accoppiano liberamente mentre mangiano uno zucchero filato che in realtà dovrebbe essere droga. Nel frattempo sulla sfera-video transitano simboli pubblicitari dei marchi più noti attribuiti al pasha. Poi compare appare anche Willi il coyote che insieme allo struzzo bip-bip è il protagonista di un cartellone nel quale – nella scena successiva – Pedrillo e Blonde inseriscono la loro faccia come nelle più scadenti fun-fairs di periferia. Cosa fa Belmonte assunto dal Pasha? E’ un operatore vestito con tuta protettiva che armeggia intorno ad alambicchi da cui trae la bevanda con cui addormentare Osmino (che bellamente inneggia a un vino che non ha bevuto). Tentativo di fuga (ovviamente sul dune buggy) fino alla scena in cui il pasha decreta l’esecuzione dei fuggitivi. Solo che in questa scena ciascuno dei protagonisti si accoppia con una della signorine dell’harem (evviva il partouze). Scena finale con il perdono e finalino del tutto improvvisato e non mozartiano in cui “la” pasha ci predice il ritorno dei protagonisti al paradiso turco. E i dialoghi? In inglese! Perché? Mah. Che dire? Una vergognosa (mi si passi il termine ma quando ce vo’ ce vo’) puttanata di un regista assassino in cerca di facile glamour con provocazioni di bassissimo livello a spese dell’opera, un disgraziato che dovrebbe essere cacciato anche da un teatro di avanspettacolo del sesto mondo. E il canto ? Come si possono classificare cantanti immessi in un simile contesto? Fanno del loro meglio: forse la migliore è Blonde e gli altri sono passabili. Scadente la direzione d’orchestra, piatta e noiosa ma da assolvere per le colpe del regista. Buh Buh finali (il regista non si attenta a comparire sul palcoscenico!) cui mi sono sonoramente associato uscendo dal teatro imbufalito. Pare che Berlino sia colpito da un virus che non si riesce a estirpare: ha smesso la Komische Oper di rappresentare opere in modo scurrile e adesso ci si mette la Deutsche Oper…
PS Da quanto tempo questo titolo manca dal Comunale di Bologna – senza polemica….
Cast
Besetzung
| Musikalische Leitung | Donald Runnicles |
| Inszenierung, Bühne | Rodrigo García |
| Bühne, Video | Ramon Diago |
| Kostüme | Hussein Chalayan |
| Licht | Carlos Marquerie |
| Chöre | William Spaulding |
| Dramaturgie | Jörg Königsdorf |
| Anne Oppermann |
| Bassa Selim | Annabelle Mandeng |
| Konstanze | Kathryn Lewek |
| Blonde | Siobhan Stagg |
| Belmonte | Matthew Newlin |
| Pedrillo | James Kryshak |
| Osmin | Tobias Kehrer |
| Chorsoli | Carolina Dawabe Valle |
| Chöre | Chor der Deutschen Oper Berlin |
| Orchester | Orchester der Deutschen Oper Berlin |
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Cendrillon – Berlino Komische Oper 16 Giugno 2016

Q
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Dopo le sceneggiature rozze e scurrili cui avevo assistito in passato alla Komische Oper avevo giurato a me stesso di non prendere più in considerazione il terzo teatro d’opera di Berlino. E’ stata la nuova direzione del teatro affidata a Henrik Nànàsi e la regia di Michieletto che mi ha convinto a rischiare. Cendrillon (Cenerentola) è opera di Massenet, compositore francese molto noto prima della prima guerra mondiale e oggi praticamente ricordato solo per Werther e Manon.Questo revival è un’operazione di archeologia musicale destinata probabilmente a lasciare l’opera nel dimenticatoio musicale nonostante gli sforzi immaginativi di Michieletto, che ambienta la celebre favola in una scuola di ballo. Cendrillon è una ballerina che ha avuto un incidente e non può partecipare al gran ballo nel quale il principe-ballerino, vessato da un padre impresario, deve scegliere la sua partner. Nella storia figura anche una matrigna-direttrice della scuola di ballo in stile kapò, due sorellastre ballerine che gioiscono dell’incidente di Cendrillon e un padre caritatevole ma imbelle, succube della moglie direttrice. Come sempre accade le trasposizioni mostrano alla fine la corda e l’opera, inizialmente piacevole, scade nella noia nel secondo atto nonostante la presenza di due ballerini professionisti che rappresentano il doppio di Cendrillon e del principe. Finale piuttosto creativo nel quale il trionfo dell’amore risulta di difficile interpretazione. Inutile fare raffronti fra la Cenerentola di Rossini e Cendrillon di Massenet: il compositore pesarese vince a mani basse e sarebbe interessante capire quali possano essere state le ragioni che hanno spinto il compositore francese verso un testo con un così ingombrante precedente. Quanto alla vocalità la compagnia di canto è di buona qualità con una soprano giovane ma molto promettente. Nella solita norma l’orchestra e il direttore. Molts posti vuoti nel bellissimo teatro.
Cast
STAB
Musikalische Leitung Henrik Nánási
Inszenierung Damiano Michieletto
Choreographie Sabine Franz
Bühnenbild Paolo Fantin
Kostüme Klaus Bruns
Dramaturgie Simon Berger
Chöre Andrew Crooks
Licht Alessandro Carletti
BESETZUNG
Cendrillon Nadja Mchantaf
Madame de la Haltière Agnes Zwierko
Le Prince Charmant Karolina Gumos
La Fée Mari Eriksmoen
Noémie Mirka Wagner
Dorothée Zoe Kissa
Pandolfe Werner van Mechelen
Le Roi Carsten Sabrowski
Le Doyen da la Faculté Christoph Späth
Le Surintendant des plaisiers Nikola Ivanov
Le Premier Ministre Philipp Meierhöfer
Chorsolisten der Komischen Oper Berlin
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