Operistica, Recensioni

Aida – Teatro comunale Bologna 12 Novembre 2017

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Con i telefonini come sostitutivi dei sopratitoli (v. miei posts Sopratitoli!!! e Ri-Sopratitoli!!) viene proposta un’opera poco nota al pubblico … Aida, un azzardo per qualunque  teatro  per la sua notorietà. Disquisire sulla insulsaggine del management per questa buffonata tecnologica (con tanto di corifei specialisti della piaggeria su Repubblica e Corriere) sarebbe come agire da Maramaldo. Se si pensa che la trovata dei telefonini sarebbe dovuta alla “grandiosità” della messa in scena (a meno che per grandiosità non si intenda la dimensione dei fondali) c’è solo da ridere per non piangere. Di fatto gli spettatori si sono rivelati molto più intelligenti della direzione del teatro perché in pochissimi hanno usufruito del cervellotico sistema (sottoposto persino a referendum, il che fa pensare che si tratti di scempio potenzialmente da ripetere).

All’inizio viene annunciata la sostituzione del tenore nel ruolo di Radames con il tenore della seconda compagnia senza che venga data alcuna giustificazione.  Il pubblico ringrazia. La scenografia è  minimalista nel senso pieno della parola perché semplicemente … non esiste, sostituita da figure proiettate sullo sfondo che dovrebbero ricordare gli affreschi egizi e in altri casi sottolineare la temperie dei protagonisti. Risultato men che modesto: forse l‘unico vantaggio è che un teatro economicamente disastrato ha speso poco. Il coro nel primo atto canta avendo davanti – senza alcuna ragione – un tablet: un dono di Maroni rimasto dal referendum tenuto recentemente in Lombardia? Una nota di assoluto biasimo per uno scadentissimo balletto del primo atto con i soldati  di Star Wars (ma che c‘entrano?) così che ci si aspetta di vedere entrare da un momento all’altro Obi One Kenobi e Dart Feller. Radames avrebbe allora dovuto essere agghindato come come Sky Walker con tanto di spada luminosa. Protagonisti e coro che entrano dalla platea: un espediente mai visto prima ….

Nella scena finale (come in altre scene) sul proscenio si presenta un tizio con tablet (ancora una volta!!) che non si capisce cosa c‘entri (forse passava di lì per caso). Un narratore silente o un portoghese? Insomma una regia e una scenografia velleitarie e scadenti.
Veniamo agli aspetti musicali. Ramfis è sotto il minimo, riuscendo anche ad andare fuori tempo e fuori sincronismo nel primo intervento del primo atto. L‘Amneris di Nino Surguladze (e qui il blogger deve fare ammenda: in una prima versione del post aveva scambiato la georgiana Nino Surguladze per un cantante. Granchio non male!) ha un primo atto contratto e ingolato ma fornisce un‘ottima prestazione nel secondo atto, soprattutto nel duetto con Radames. Quanto a quest‘ultimo la stazza e l‘altezza non l‘aiutano dal punto di vista scenico come eroe anche perché impalandranato in un grembiulone  che ne accentua le carenze fisiche. Vocalmente avrebbe delle buone qualità ma riesce a esprimerle solo quando emette a pieni polmoni, mentre nei mezzi toni arranca vistosamente. Va comunque sottolineata un’ottima prestazione nella scena finale con Aida.  Molto buona invece sotto ogni profilo l‘Aida di Monica Zanettin, voce armoniosa in tutti i registri e capace di modulare l‘emissione in ogni situazione, dal vellutato al drammatico. Una prova assolutamente maiuscola, molto al di sopra di tutti gli altri protagonisti e giustamente applaudita da un pubblico che decreta invece un successo contenuto all’opera con una clacque così insulsa da riuscire a intervenire fuori tempo e fuori momento (clacque scadente in un teatro scadente – tout se tient). Dimenticavo (per carità di patria): la direzione di Chaslin a essere magnanimi è insignificante e l’orchestra non si è fatta mancare una clamorosa “imperfezione” (non si può usare la parola più classica senza suscitare un coro di reazioni spropositate) delle trombe.
All’uscita dal teatro un miracolo:  piazza Verdi vuota e pulita, priva assolutamente di quel caos che infesta normalmente la zona (sarà per la presenza di Prodi e signora in sala….?). Allora vuol dire che si può, e che se la zona viene lasciata in balia di malfattori, spacciatori, fracassoni etc. è solo per l‘insipienza e l‘ignavia delle istituzioni. E quindi doppiamente vergogna per coloro che non svolgono il loro dovere.
 Sad
Cast
Il Re
Luca Dall’Amico
Amneris
Nino Surguladze
Aida
Monica Zanettin
Radamès
 Antonello Palombi
Ramfis
Enrico Iori
Amonasro
Dario Solari
Gran Sacerdotessa
Beth Hagerman
Messaggero
Cristiano Olivieri
Direttore
Frédéric Chaslin
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Costumi
Silvia Aymonino
Luci
Fabio Barettin
Coreografie
Monica Casadei
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che inseriscono commenti  ai posts utilizzando l’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è indispensabile lasciare nome e cognome – i commenti anonimi non saranno pubblicati)!!
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Ri-Sopratitoli!!! – Teatro comunale Bologna 10 Novembre 2017

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La sventurata, sciagurata, inconcepibile trovata di sostituire i sopratitoli con gli smartphones si arricchisce oggi dell‘“endorsement“ di un ineffabile Luca Baccolini sull’edizione bolognese di Repubblica (spalleggiata da Luciana Cavina sul Corriere. – lascio immaginare perchè. Guarda caso questi „giornalisti“ sono sempre d‘accordo con le scelte del teatro e scrivono sempre „prima“ della prima per non dovere prendere posizione sui risultati…) in cui si loda l‘eliminazione dei sopratitoli che sarebbero responsabili delle artriti cervicali degli spettatori! A riprova della piaggeria del nostro si citano teatri come la Scala o la nuovissima Staatsoper di Berlino (in cui il cronista non deve avere mai messo piede) che avrebbero da tempo adottato sistemi simili agli smartphones. Balle! In questi teatri un display collocato sugli schienali permette in modo molto discreto di seguire il libretto in 4 lingue, con una luminosità del tutto ridotta e – aggiungo io – con qualche difetto rispetto ai sopratitoli in quanto la lettura del display non può essere condotta senza distogliere lo sguardo dal palcoscenico. (A Torino i sopratitoli, per ovviare al problema, sono in lingua originale e in inglese). Parrebbe che la scusa per questa scellerata decisione – l‘ennesima di un management indegno di questo nome, invidiatoci dai teatri popolari spagnoli di periferia che mettono in scena „zarzuelas“ – sia la „grandiosa“ scenografia che solo per questo motivo fa già rabbrividire prima dello spettacolo. La realtà è che si tenta di raschiare il fondo del barile di un teatro disastrato con risparmi a scapito ancora una volta degli spettatori. Bontà loro, pare – dico pare – che sarà condotto un sondaggio sul gradimento. Vista la maleducata tendenza ad accendere i telefonini per leggere emails etc. il risultato sarà di un generale gradimento: è come chiedere ai giovani che si sballano se gradiscono un prolungamento degli orari di chiusura dei bar! E il teatro sarà ridotto a una platea da concerto rock!
Chiunque ritenga di aderire scriva ai giornali locali e al teatro per scongiurare questa follia!
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post.Grazie anticipatamente. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi anche a  questo.
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Sopratitoli!!! – Teatro comunale Bologna 8 Novembre 2017

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Ricevo ora un messaggio dal teatro comunale di Bologna in cui si informa che il sistema dei sopratitoli è fuori uso. Non sarebbe grande segnale di efficienza ma è il seguito del messaggio che è drammaticamente sbalorditivo. Viene suggerito di scaricare una „app“ che permette di seguire il libretto su smartphone o tablet. Nella „app“ si suggerisce poi – bontà loro – di silenziare la suoneria durante l‘uso… Ora lascio immaginare cosa succederà. Innanzitutto il teatro sarà infestato da quelle luci così fastidiose che disturbano comunque la visione dando a tutti i decerebrati che non vivono senza ricevere in tempo reale le email una scusa per tenere il cellulare acceso. Poi quante suonerie saranno dimenticate accese interferendo con la musica? Ma io mi domando: la direzione del teatro è in preda a un accesso di demenza senile o cosa? Fra l‘altro essendo l‘opera in lingua italiana e la vicenda stranota che necessità c‘è di massacrare l‘uditorio? Sto seriamente meditando di denunciare il teatro per truffa per non fornire la prestazione prevista dall’abbonamento. Una sola nota „positiva“: le credenziali indicate nello sciagurato messaggio NON funzionano! Altro che teatro di tradizione: qui siamo al livello dei dilettanti „legnanesi“ in prosa, un’organizzazione da dopolavoro di uno sperduto paesino del sud del mondo. L‘unica speranza sarebbe che si trattasse della bufala di un buontempone ma temo proprio che non sia così.
Aggiungo: chiunque ritenga di aderire scriva ai giornali locali e al teatro per scongiurare questa follia!
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Il Comunale non risponde… – Bologna 7 Novembre 2017

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Ufficialmente … al teatro comunale e a Musica Insieme non si legge Kurvenal, ma la realtà è che viene letto e come… In fondo se interessa a una platea così vasta di lettori non può non essere di interesse delle maggiori istituzioni musicali di Bologna. Il 2 Novembre su questo blog avevo posto alcune domande al teatro comunale di interesse per tutti gli abbonati e spettatori del teatro. A riprova della serietà del management nessuno degli organi dirigenti ha avuto la sensibilità di rispondere e le domande – si noti bene – erano ben lontane dall’essere provocatorie. Quando non si risponde si è in primo luogo dei maleducati (a chi paga e sostiene il teatro è doveroso dare risposte) e in secondo luogo significa che c’è qualcosa da nascondere. Non mi meraviglio ma a ogni riprova da affezionato frequentatore del teatro provo un dispiacere (avete letto bene, un dispiacere) a vedere quanto in basso sia caduta la nostra maggiore istituzione musicale bolognese. Le voci di un avvicendamento alla sovrintendenza del teatro si susseguono perché ufficiosamente l’attuale sovrintendente vorrebbe avere più tempo per comporre.. e al suo posto subentrerebbe l’attuale direttore generale Macciardi con Sani che prenderebbe il suo posto (il gioco delle due carte?). Sarò un inguaribile sognatore e legalitario ma per designare un nuovo sovrintendente non sarebbe necessario indire una gara e vedere quali competenze sul mercato siano disponibili per un incarico al contempo prestigioso e difficile? Insomma alla dirigenza del teatro sarebbe necessaria aria nuova così come al comitato di indirizzo, questa specie di congrega evanescente che si distingue per il fatto di non battere mai un colpo. Eppure ragioni per battere colpi ce ne sarebbero e come! Idem per l’assessore Gambarelli che nel disinteresse al teatro si accomuna al sindaco Merola. Ripetere che mala tempora currunt sarebbe persino pleonastico così come quousque tandem Sani.. Finirà che ci dovremo abituare al fatto che il nostro glorioso teatro (dove si è tenuta la prima del Lohengrin in Italia!) sarà ridotto a un provinciale teatro di tradizione. E una volta scaduto non potrà più risollevarsi!
qPS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Cameristica, Recensioni

Mesini Farné – Oratorio S.Cecilia Bologna 4 Novembre 2017

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Fortunatamente Bologna non ha solo Musica Insieme, il Manzoni e il Comunale come  luoghi dove si tengono concerti. Ci sono altri concerti (ad esempio al Goethe Zentrum ma non solo ) che tengono viva la passione musicale del pubblico bolognese. Fra questi quelli che si tengono all’oratorio di S.Cecilia il sabato pomeriggio, che hanno anche come effetto positivo collaterale quello di migliorare l‘ambiente degradato di piazza Verdi. Il concerto in questione ha visto due giovanissimi neodiplomati alla prese con il repertorio fortepianistico, uno strumento che negli ultimi anni ha ricevuto un’attenzione sempre crescente essendo l’opinione di alcuni (onestamente da me non condivisa) che un certo repertorio trovi la sua collocazione naturale in questi strumenti. Naturalmente il dibattito è sempre aperto e irresolubile: Bach avrebbe usato le attuali corde al poste di quelle di budello, Beethoven avrebbe preferito uno Steinway a gran coda etc. etc. ? E in cosa un’esecuzione “filologica” si giustifica? Ma non è questo l’argomento odierno.  Il concerto offerto da Leonardo Mesini e Matteo Farné è stato godibilissimo e molto apprezzato dal pubblico presente permettendo di capire cosa effettivamente sentivano i compositori allorché al loro tempo le loro partiture venivano eseguite. E quindi ben venga. Quanto all’esecuzione essa va valutata nell’ambito del contesto in cui viene organizzata, ricordando che suonare un fortepiano pone non secondari problemi di tecnica, essendo la meccanica dello strumento (ad esempio nello scappamento, così importante nei ribattuti) molto diversa da quella dei pianoforti moderni con i quali normalmente ci si esercita. Quanto agli esecutori, un plauso per avere affrontato un repertorio impegnativo su uno strumento non facile da „domare“, due giovani certamente ancora parzialmente acerbi ma dotati di indubitabili qualità e che speriamo di risentire lungo il loro percorso di maturazione.
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Programma
Franz Schubert  Quattro Improvvisi, Op. 90
Joseph Haydn Variazioni in Fa minore, Hob. XVII/6
Franz Schubert Sonata n. 16 in La minore, Op. 42 / D. 845
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Recensioni, Sinfonica

Dantone Gatti Accademia Bizantina – Bologna Festival 3 Novembre 2017

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Un concerto “classicissimo” con un programma “classicissimo”, molto adatto a un pubblico eterogeneo raramente frequentatore di sale da concerto. Un ensemble con tutti i crismi dell’orchestra barocca: corni senza pistoni, fagotti e altri strumenti a fiato senza chiavi, violoncelli senza puntale, archi senza tiracantini  (questa mi è sempre sembrata proprio un’inutile preziosità dal momento che l’accordatura e il suono dipendono unicamente dal  manico e dal ponticello e con il tiracantino l’accordatura è più precisa), archetti impugnati in modo barocco (addirittura uno di un contrabbasso impugnato a metà!) etc. etc. Ma Mozart e Haydn richiedono un’orchestra barocca (e ci sarebbe da discutere su quali compositori anche antecedenti gradirebbero un’orchestra barocca con il suo suono ridotto in una sala come il Manzoni mentre le loro composizioni erano destinate a sale private di piccole dimensioni e con suonatori in piedi)? Ma tant’è: l’illusione di ricreare il non-ricreabile appare irresistibile anche per buttare un po’ di fumo negli occhi agli spettatori ma con il risultato di creare un suono troppo debole per una sala di grandi dimensioni. E la cosa vale a maggior ragione per il flauto solista, (anch’esso in legno e con struttura barocca) che è inevitabilmente risultato spesso sovrastato dall’orchestra. Ciò detto e quindi in un contesto tutt’altro che favorevole la prestazione del flautista Gatti è stata di qualità e l’orchestra ha dato il meglio di quanto poteva esprimere. Ma forse l’intera impostazione è da rivedere.
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Programma
Wolfgang Amadeus Mozart  Sinfonia n. 10 in sol maggiore K74,  Concerto in sol maggiore K313 per flauto e orchestra, Divertimento in re maggiore K136 
Franz Joseph Haydn Sinfonia n.81 in sol maggiore Hob. I:81

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Alcune domande al teatro Comunale – Bologna 2 Novembre 2017

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Nel corso dell‘ultimo anno, in modo più o meno esplicito ho posto alcune domande ai vertici del teatro comunale che sono rimaste senza risposta. Provo a riformularle in modo esplicito nella convinzione che sia un diritto del pubblico bolognese (e in particolare degli abbonati) conoscere tutti i dettagli di una gestione che lascia certamente perplessi e che ha richiesto l’ennesimo intervento economico del comune per la sostenibilità del bilancio.
Per punti:
1) Nella sbandierata tournée in Giappone, in quali teatri e/o sale di Tokio si è esibita l‘orchestra del teatro? E con quali programmi?
2) Quali sono stati i ritorni economici?
3) I debiti pregressi della Filarmonica (impropriamente detta del teatro Comunale – ad esempio l’affitto del Manzoni) sono stati interamente saldati, vista anche la ventilata nuova convenzione?
4) La filarmonica si è esibita anche in rappresentazioni operistiche all‘estero e se si in base a quale accordo?
5) Che valore hanno le presenti sponsorizzazioni e quali iniziative sono state messe in campo per aumentarne il valore?
6) Per quale motivo non sono stati stipulati accordi organici con altre fondazioni geograficamente distanti (e quindi non sovrapponentisi) per condividere i costi degli allestimenti operistici come ripetutamente suggerito?
7) Rispondono a verità le voci giornalistiche che ventilano un avvicendamento alla guida del teatro? E se si in base a quali criteri di qualità, competenza e professionalità?
Le domande potrebbero essere assai di più ma proprio per avere poche ma chiare risposte, sono limitate nel numero nella speranza che la deontologia professionale dei responsabili del teatro imponga loro una sollecita considerazione (includendo anche il presidente del Comitato di Indirizzo, il sindaco Virgino Merola).
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Antonii Baryshevskyi – Musica Insieme Bologna 30 Ottobre 2017

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Come nel concerto di Trifonov recentemente recensito su questo blog, il programma eseguito desta qualche perplessità per l‘eterogeneità dei brani proposti che mancano di quella omogeneità e completezza che costituiscono l‘ossatura dei migliori concerti moderni. La cosa può trovare il proprio fondamento nel fatto che un giovane artista ancora non conosciutissimo al pubblico bolognese voglia offrire un ventaglio delle proprie qualità ma non depone a favore di un approccio stilisticamente rigoroso.  E non è facile essere d’accordo con la relatrice che ha cercato di trovare un filo conduttore al programma mentre ha giustamente sottolineato la presenza della fuga nell’ op.110 di Beethoven; forse avrebbe dovuto anche ricordare come la fuga sia presente nella sonatistica del compositore di Bonn già a partire dall’op.101 (e in particolare nell’op.106). Ma veniamo al pianista. Baryshevskyi è un pianista che pensa, una caratteristica non comune ai giovani “leoni” ventenni che oggi si affacciano alla carriera concertistica. Dotato di ottima tecnica (ma non trascendentale alla Trifonov, per intenderci, per il quale la facilità di mano finisce col fargli trascurare sempre più gli aspetti maggiormente musicali) fa della ricerca dello stile e del significato musicale delle composizioni che esegue la cifra della sua interpretazione, denotando in tal modo una maturità che raramente si incontra in pianisti della stessa età. Ne ha dato l’esempio forse migliore nell’esecuzione dell’op. 110 di Beethoven dove ha saputo trovare in tutti e quattro i tempi le sonorità e la ritmica giusta (in particolare nel secondo tempo, dove spesso si incontra un eccesso ingiustificato e non richiesto di velocità).  Ma è l’intero concerto che è risultato di grande qualità, contraddistinto sempre da misura e da rispetto della partitura, anche laddove sono risultate necessarie le sonorità equoree di Debussy o gli empiti romantici di Chopin e Schumann.  Un plauso quindi a un giovane pianista che possiamo solo sperare di risentire quanto prima e che vogliamo augurarci che prosegua nella sua ricerca della giusta cifra stilistica di ogni brano eseguito. Due bis: uno a me ignoto e una sonata di Scarlatti, forse il brano meno riuscito per un tocco non sufficientemente brillante e l’aggiunta di abbellimenti del tutto non necessari. Grande e meritato successo di un folto pubblico negli applausi del quale si sono distinte ancora una volta alcune ridicole mani elevate al cielo: per distinguersi o per implorare una improbabile benedizione?
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Programma
Ludwig van Beethoven  Sonata n. 31 in la bemolle maggiore op. 110
Claude Debussy Da Préludes (Libro II): La terrasse des audiences du clair de lune,  Feux d’artifice
Fryderyk Chopin Scherzo n. 2 in si bemolle minore op. 31
Robert Schumann Sonata n.2 in sol minore op. 22  
Aleksandr Skrjabin Vers la flamme op 72 , Sonata N.5 in fa diesis minore  op. 53

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Recensioni, Sinfonica

Darrell Ang – Teatro comunale Bologna 25 Ottobre 2017

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Veniamo al dunque: un concerto di certo non memorabile con un giovane direttore con tanta buona volontà ma ancora acerbo. Se ne è avuta prova nel brano di Ravel in cui è venuta a mancare quella caratteristica del compositore francese in grado di accoppiare gli stilemi classici (in particolare in questo hommage a Couperin) con le istanze della musica del primo novecento. Nella versione orchestrale del brano mancano poi alcuni “numeri”(la fuga e la toccata finale)  presenti nella versione originale per pianoforte il che rende la partitura un po’ monca soprattutto all’orecchio di chi conosce la versione per  il piano. Un po’ meglio l’esecuzione del brano di Fauré grazie alla sua orecchiabilità, in alcuni passaggi peraltro un po’ corrivo come nella Sicilienne. Difficile da giudicare l’esecuzione del Lago dei cigni Čajkovskij, una scelta discutibile di una musica fin troppo chiaramente dedicata al balletto e che nella versione solo orchestrale risulta piuttosto noiosa. Un plauso al primo violoncello e al primo violino dell’orchestra che hanno eseguito in modo eccellente il duetto di “soli” del lago dei cigni.  Folto pubblico ma successo piuttosto tiepido. Una nota ancora una volta una nota di assoluto demerito di un ufficio stampa inesistente, incompetente, impresentabile: nessun accenno al concerto su due dei quotidiani più diffusi a Bologna, ovvero Corriere e Repubblica.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post.Grazie anticipatamente. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi anche a  questo.
 
Programma
Gabriel Fauré                                     Pelléas e Mélisande
Maurice Ravel                                   Le tombeau de Couperin         
Pëtr Il’ič Čajkovskij                          Il lago dei cigni

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Recensioni, Sinfonica

Daniel Smith- Teatro comunale Bologna 21 Ottobre 2017

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Prima di commentare il concerto credo opportuno esprimere tutto il mio sdegno per una gestione dilettantesca e incapace del teatro (per essere chiari, sovrintendente Sani, comitato di indirizzo, direttore Macciardi e ufficio stampa – ammesso che esista e non si tratti di puro spirito). Nonostante le mie e altrui ripetute segnalazioni, sul sito del teatro continuano a essere indicati due direttori che non fanno più parte dei concerti sinfonici, sostituiti  da altri artisti. E ovviamente con programmi diversi e date diverse. Ma si può, dico? Neppure sul sito della filodrammatica di Centocelle una simile gestione sarebbe concepibile. Incapaci, dilettanti e totalmente disinteressati ai diritti degli spettatori. Senza neppure avere avuto la creanza di avvertire gli abbonati: un mio lettore mi ha ringraziato con un commento al blog perché avendo letto un mio post in materia si è risparmiato un’ora di auto per un concerto annullato!!! Per non parlare degli errori nel programma di sala: ma sanno costoro che Microsoft Word prevede un correttore automatico? O scrivono ancora con una Olivetti lettera 22? Bene, anzi male! Comunque il concerto è stato di ottima qualità con un giovane direttore che ha saputo da un lato valorizzare i brani eseguiti (fra cui le bellissime “Offrandes” di Messiaen, raramente eseguite) e dall’altro galvanizzare l’orchestra del teatro che ha risposto dando il meglio di sé. L’entusiasmo e l’energia di Smith hanno saputo rendere estremamente appetibili partiture del secolo scorso molto spesso confinate all’interno di programmi con brani più noti e più accettabili a un pubblico spesso svogliato e disattento e quindi trascurate. Ovviamente non tutto è stato perfetto e le classiche carenze dell’orchestra sono ancora un volta affiorate anche se in misura minore rispetto ad altri casi e comunque perdonabili in un contesto di alta qualità. Un direttore che merita di essere riascoltato in un programma di più vasto respiro. Grande successo di un non foltissimo pubblico.
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Happy 
Programma
Olivier Messiaen                               Les offrandes oublieées
Witold Lutosławski                          Concerto  per orchestra
Dmitrij Dmitrievič Šostakovič     Sinfonia n. 12 in re minore

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Cameristica, Recensioni

Daniil Trifonov – Quartetto Milano 17 Ottobre 2017

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Sul gusto del programma ci sarebbe molto da ridire, una sorta di “pot-pourri” dedicato a Svjatoslav Richter basato tutto su brani “di” e dedicati “a” Chopin, estratti da composizioni più articolate e quindi di scarso significato fuori dal loro contesto. La tecnica del ventiseienne Trifonov (che nel primo tempo della sonata ha avuto un vuoto di memoria subito recuperato)  è eccezionale (si pone certo nella scia dei grandi virtuosi come Horowitz, ma solo dal punto di vista tecnico) e non si discute, ma nelle sue esecuzioni si fa strada un certo manierismo, un’involuzione che porta a esasperare le contrapposizioni ritmiche in ossequio a una scuola slava portata a un eccesso di gusto discutibile. Il pianismo di Trifonov (impeccabilmente vestito in frac, cosa ormai desueta) pare deteriorato a causa – forse – di un eccesso di successo che impedisce il progresso di maturazione necessario a un grande pianista. Va inoltre ricordato che il repertorio del pianista russo si incentra in modo preponderante e quasi esclusivo sul percorso musicale romantico e postromantico, da Chopin a Rachmaninov, escludendo spesso il grande panorama della musica tedesca da Haydn a Brahms, passando per Schubert e Beethoven (se si esclude un’esecuzione di questo compositore dell’op. 111 molto discutibile): sarebbe oltremodo interessante vederlo maggiormente alla prova in questo repertorio per un giudizio più completo. Anche il programma del concerto in questione ha seguito – con piccole variazioni – lo stesso percorso di stampo romantico, con l’eccezione di Mompou, eseguito peraltro con grande sensibilità. Due bis: il primo una trascrizione leggermente variata del largo della sonata op. 65 per violoncello e pianoforte di Chopin (terzo tempo – come se non esistessero sufficienti brani per pianoforte del compositore di Żelazowa Wola!) e il secondo un improvviso del grande compositore polacco. Strepitoso successo da parte di un pubblico straripante di bocca buona nell’ambito del quale una signora decerebrata seduta nella fila dopo la mia ha canticchiato nel silenzio della sala il tema del preludio chopiniano (il n. 7) oggetto delle variazioni di Rachmaninov e il motivetto del “La ci darem la mano” per dimostrare la propria competenza musicale d’accatto. Ma si può? Una nota positiva: non c’è stato il pistolotto iniziale. Che sia di buon auspicio per il futuro?
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Programma
Mompou                  Variazioni su un tema di Chopin
Schumann             “Chopin” da Carnaval op. 9
Grieg                       “Hommage à Chopin” da Moods op. 73
Barber                     Notturno (Hommage to John Field) op. 33
Čajkovskij            “Un poco di Chopin” da Morceaux op. 72
Rachmaninov      Variazioni su un tema di Chopin op. 22
Chopin                    Variazioni sul “La ci darem la mano” op. 2  e Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35

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Operistica, Recensioni

Tristan und Isolde – Teatro regio Torino 14 Ottobre 2017

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Ormai è una scelta assodata: la nave, nel Tristan und Isolde, è un orpello di cui liberarsi rapidamente. In fondo l’edizione 2004 del teatro di Monaco, dove Isolde e Brangäne venivano rappresentate come due croceriste con tanto di occhiali da sole alla Lolita di Sue Lyon potrebbe oggi essere considerata quasi classica. E che dire dell’edizione 2015 di Bayreuth tutta fatta di scale e saliscendi? Etc. Etc. Qui la nave è l’interno di una ricca dimora borghese con camera da letto, salotto con piante, veranda etc. E’ vero che oggi i transatlantici da crociera assomigliano oggi più ad alberghi di lusso che a navi vere e proprie ma dove lo mettiamo in questo caso il marinaio che proclama che il vento sospinge la nave? Forse in una prossima versione sarà semplicemente eliminato. La scena si basa su un “revolving stage” nel quale appaiono le varie stanze e per lo meno nel primo atto – nonostante l’assurdità dell’impostazione – non disturba lo spettatore eccessivamente. Naturalmente non mancano gli inevitabili trucchi fra i quali l’abbigliamento identico di Isolde e Brangäne, un remake ormai stucchevole del “doppio” teatrale.
Ma ecco che il regista cade nell’ “übertrieben” forzando sempre più la mano fino ad arrivare a un ultimo atto nel quale Kurwenal e Tristano sono rappresentati come due barboni alcolizzati, Kurwenal si diletta a gettare sassolini e la corte di Marken siede a una tavola imbandita con un arredo che ricorda alcune scene di “Odissea nello spazio” di Kubrick. Il tutto nelle stesse stanze del primo atto. Tristano muore sdraiato sulla tavola in mezzo ai convitati che seppure immobili non sembrano particolarmente interessati alla cosa mentre Isolde dopo l’ultimo canto gli si stende al fianco e (questo per me incomprensibile) Marken e Brangäne si fanno reciproci cenni di intesa. Sipario.
Inutile dire che fare iniziare il Tristano alle 7 di sera con la sua durata di oltre cinque ore (inclusiva di due intervalli di 30 minuti – ma il bar ha le sue ragioni…) è roba da terzo mondo. In tutti i paesi civili il Tristano inizia al massimo alle 18, anche perché gli spettatori reclamano il diritto di utilizzare i mezzi pubblici prima della loro chiusura. Molto apprezzabile la presenza nei sottotitoli (in realtà i sopratitoli) del testo originale e della traduzione, anche se in certi casi un po’ approssimativa e con alcuni “misprint” del tedesco. Peccato che lo stesso telone venga utilizzato negli intervalli per la pubblicità ma “pecunia non olet”. Maiuscola la prestazione dell’orchestra e di Gianandrea Noseda (se si eccettua una piccola sbavatura dei corni) con l’unico difetto di una direzione che nell’ouverture stacca un tempo iniziale troppo lento e tale da rendere difficoltosa la percezione del discorso musicale. La serata in cui ho assistito al Tristano vedeva la presenza della seconda compagnia e questo si è sentito soprattutto nella prestazione di Isolde (Rachel Nicholls) che canta bene ma non è dotata purtroppo di una bellissima voce, molto spesso troppo stridula nelle emissioni di maggior volume. Molto bravi tutti gli altri interpreti per uno spettacolo musicalmente di ottimo livello. Grande successo del pubblico non particolarmente molto numeroso a riprova che l’educazione musicale media del pubblico in Italia è rimasta al melodramma nazionale (basterebbe ricordare in materia il recente vuoto pneumatico della Scala in occasione dei Meistersinger von Nürenberg o del Rosenkavalier).  A livello personale mi spiace non avere avuto l’occasione di sentire il Tristano con la prima compagnia di canto ma purtroppo bisogna anche lavorare qualche volta…
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Tristan, nipote di Marke
e amante di Isolde tenore
Stefan Vinke
Isolde, principessa irlandese
e promessa di Marke soprano
Rachel Nicholls
Re Marke, re di Cornovaglia basso
Steven Humes
Kurwenal, servo
e amico di Tristan baritono

Martin Gantner
Brangäne, damigella di Isolde
mezzosoprano

Michelle Breedt
Melot, cavaliere del re Marke
tenore

Jan Vacík
Un pastore tenore
Joshua Sanders
Un timoniere baritono
Giuseppe Capoferri
Un giovane marinaio tenore
Patrick Reiter
Direttore d’orchestra
Gianandrea Noseda
Regia
Claus Guth
Ripresa da
Arturo Gama
Scene e costumi
Christian Schmidt
Luci
Jürgen Hoffmann
Maestro del coro
Claudio Fenoglio
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento Opernhaus Zürich
Prima italiana al Teatro Regio

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Operistica, Recensioni

Der Freischütz – La Scala 10 Ottobre 2017

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Uno spettacolo al livello della Scala dove non ci sono particolari sbavature e dove una vicenda certamente non di grande valore trova però un’impostazione in grado di giustificarne l’esecuzione. In questo contesto, la valorizzazione di quella che è a ragione considerata una delle prime opere del romanticismo è stata in prima battuta dovuta alla direzione dei Myung-Whun Chun e all’orchestra del teatro. Se ne è avuta la prova – ad esempio – nella bellissima armonia a due corni della prima parte della sinfonia che è comunque risultata in totale di altissimo livello.
 
 Una direzione perfettamente equilibrata, in grado di sottolineare tutte le articolazioni di una partitura complessa e diseguale quanto a qualità: non per niente il direttore è stato il trionfatore della serata. Come contraltare, anch’essa di altissimo livello, una regia che ha saputo mantenere il carattere nazional-popolare della vicenda (feste di paese, sabba infernale, pentimento e perdono) inquadrandola in una scenografia da paese tedesco della metà dell’800 nel quale però le architetture sono stilizzate da tubi luminosi che si sposano senza difficoltà nell’ambiente tradizionalistico di impostazione. Molto bella la scena del sabba nel bosco che certamente ricorda volutamente alcune delle tele di Kaspar Friedrich con le grottesche figure dei diavoli richiamati da Samiel.  Forse discutibili i costumi delle protagoniste e del coro un po’ troppo “casa di bambola”. Quanto al cast vocale si mantiene tutto su un buon livello con l’eccezione della  Äennchen di Eva Liebau  che unisce non comuni doti vocali a una fresca presenza scenica.
Cosa che non si può dire di  Agathe (Julia Kleiter) che si muove costantemente impacciata sul palcoscenico e la cui vocalità non ha nulla di eccezionale. Un buon, non eccezionale, successo di pubblico (se non per il direttore).
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Carl Maria von Weber
Opera romantica in tre atti
Libretto di Friedrich Kind
(Edizione C F Peters Musikverlag.Urtext edition
a cura di J. Freyer; rappr. per l’Italia Casa Musicale
Sonzogno di Piero Ostali)
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala
Durata spettacolo: 3 ore inclusi intervalli
Direttore
Myung-Whun Chung
Regia
Matthias Hartmann
Scene
Raimund Orfeo Voigt
Luci
Marco Filibeck
Drammaturgo
Michael Küster
Costumi
Susanne Bisovsky e Josef Gerger
Collaboratore ai costumi
Malte Lübben
CAST
Agathe
Julia Kleiter
Äennchen
Eva Liebau
Max
Michael König
Kaspar
Günther Groissböck
Ottokar
Michael Kraus
Kuno
Frank van Hove
Ein Eremit
Stephen Milling
Kilian
Till Von Orlowsky

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Operistica, Recensioni

Purtimiro Festival – Teatro Rossini Lugo 7 Ottobre 2017

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Nella meritevole riscoperta dello sterminato repertorio barocco il festival Purtimiro svolge un’opera di divulgazione che è un “unicum” in Italia. Ovviamente non tutti le partiture meritano di essere estratte dall’oblio in cui erano cadute e i due dittici (intermezzi)  “Fidalba e Artabano” di Giovanni Alberto Ristori e “Serpilla e Bacocco) di Giuseppe Maria Orlandini ne sono la prova. Il primo è francamente di qualità scadente sia per la totale inconsistenza del libretto (in cui l’unico elemento positivo è l’assenza del lieto fine)  sia per una musica che risulta piuttosto ripetitiva mentre di qualità decisamente superiore è il secondo che non manca di una sua certa vivacità, tale da potere essere di interesse anche per un pubblico del XXI secolo.  Entrambi hanno avuto il supporto dell’ottima compagine orchestrale diretta da Rinaldo Alessandrini, un vero specialista del periodo. Nella valutazione negativa del primo intermezzo pesa anche la prestazione del soprano Lavinia Bini che oltre a non essere dotata di grandi mezzi vocali ha anche il drammatico difetto di una dizione che impedisce totalmente di comprendere il testo cantato. Di gran lunga migliore l’interpretazione di Serpilla del mezzosoprano Daniela Pini che oltre a un’ottima performance vocale (e a una dizione chiara) dimostra anche non comuni doti sceniche in un contesto minimalista.  In entrambi gli intermezzi di buon livello il baritono buffo Filippo Morace. Successo di pubblico.
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SERPILLA E BACOCCO, ovvero IL MARITO GIOCATORE E LA MOGLIE BACCHETTONA (1715)
Intermezzo di Giuseppe Maria Orlandini
Serpilla, mezzosoprano: Daniela Pini
Bacocco, buffo: Filippo Morace
FIDALBA E ARTABANO (circa 1730)
Intermezzo di Giovanni Alberto Ristori
Fidalba, soprano: Lavinia Bini
Artabano, buffo: Filippo Morace
Regia: Walter Le Moli
Direttore: Rinaldo Alessandrini
CONCERTO ITALIANO

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Dilettanti! – Teatro comunale Bologna 6 Ottobre 2017

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Controllando la mia agenda vedo che mi sono segnato le date del 7 e 12 Ottobre per due concerti della stagione sinfonica, ricontrollate anche sugli abbonamenti. Poi per sicurezza vado sul sito del teatro e i due concerti non sono elencati! In compenso sono elencati altri concerti (apparentemente non in abbonamento) e – perla delle perle – “clikkando” sul concerto di Nicolay Snaider salta fuori il direttore Daniel Smith e clikkando su quello di Stanislav Kochanovsky salta fuori Darrell Ang. Invio un messaggio all’ufficio stampa del teatro e ricevo una telefonata dalla biglietteria che mi conferma (anche via email) che questi ultimi due sono in sostituzione dei due cancellati. Nessuna segnalazione in materia sul sito, nessuna  comunicazione preventiva via email (e la biglietteria ha il mio indirizzo email giusto che evidentemente non è noto all’ufficio stampa).  Ma chi è responsabile del sito del teatro, che dovrebbe essere la guida per tutti gli spettatori e quindi perfetto? E la programmazione con nomi cambiati (e con date cambiate) da chi è gestita? Nonostante la cortesia della biglietteria si può solo dire che l’ufficio stampa è composto da dilettanti!
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Chi l’ha visto? – Teatro comunale Bologna 4 Ottobre 2017

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A due giorni dalla conferenza stampa di presentazione della stagione 2018 (in parte già annunciata in Luglio per quanto concerne la lirica!) non c’è n’è traccia sul sito del teatro. Nessuna informazione sulle date per la sinfonica, sulle prelazioni (che a quanto si dice dovrebbero iniziare il 13 ottobre, fra una settimana – notizia solo di stampa!) sui nuovi abbonamenti. Sempre, dico sempre, nei teatri seri il sito web è aggiornato un minuto dopo la conclusione della conferenza stampa di presentazione.  La controprova che il teatro è in mano a dei dilettanti con un ufficio stampa ridicolo che inanella errori su errori e ritardi senza che la sovrintendenza muova un dito perché corresponsabile. E il sindaco presidente dell’evanescente comitato di indirizzo non ha mai, dico mai nulla da dire (se non sulla ridicola questione Bosso)? Ma quando finirà questo disastro? Quando alla fine il teatro”che ha una programmazione seconda solo alla Scala” (sic!) sarà scaduto a teatro di periferia di terzo ordine? Ma basta una volta per tutte: via il sovrintendente con tutto il suo staff e il comitato di indirizzo travicello!
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Stagione 2018 – Teatro comunale Bologna 3 Ottobre 2017

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Non avendo avuto la possibilità di assistere personalmente – per motivi universitari – alla presentazione della stagione 2018 del teatro posso solo commentare quanto riportato dai giornali. Al di là della assenza del sindaco – presidente del comitato di indirizzo (che sia stato scambiato per il civico di via Zamboni?) che apparentemente è ancora orfano di Bosso, felicemente “sbolognato” al Verdi di Trieste senza rimpianti – spicca una frase roboante e allo stesso tempo insensata del sovrintendente Sani secondo cui la programmazione del teatro sarebbe seconda solo a quella della Scala. Ma ritiene di parlare a una platea che si muove entro i confini delimitati da Casalecchio e Borgo Panigale? Ha mai sentito dire – solo per fare un esempio – di un teatro torinese la cui programmazione  rispetto a quella bolognese è stratosferica? Ecco, quando alla guida di un teatro sull’orlo del collasso, con un comitato di indirizzo acefalo che avrebbe potuto essere il protagonista di una cosmicomica di Calvino insieme a “ Il cavaliere inesistente”, si cerca di imbrogliare un pubblico che si ritiene ignorantemente provinciale vuol proprio dire che “si è alla frutta”.
HPS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Operistica, Recensioni

Così fan tutte – Opéra Garnier Parigi 30 Settembre 2017

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In un teatro che seppure costruito verso la fine dell’800 ha un’architettura pesantemente barocca simile a quella della Komische Oper di Berlino, ridondante di ori  e statue e di un gusto decisamente discutibile, la scenografia dell’opera consiste di un palcoscenico vuoto tutto bianco con alcune “quinte” in vetro trasparente che rimane tale per tutta la durata dell’opera. È vero che anche la Francia non se la spassa troppo bene economicamente ma qui siamo in presenza di un’impostazione registica pretenziosa e noiosa dove mancano anche i costumi talché è difficile capire in cosa consista il travestimento dei protagonisti.
Tutto è quindi lasciato al libretto e alla gestualità senza oggetti, persino i bicchieri del “tosco”o il contratto nuziale, che quindi non trovano alcun riscontro nell’impianto scenico: insomma si potrebbe suggerire di eseguire l’opera in forma di oratorio! Ma il regista e lo scenografo “creativi” cosa ti inventano? Il “doppio” dei personaggi, un escamotage che era già frusto al tempo di Artaud! Con un aspetto peggiorativo: questi “doppioni” che dovrebbero esprimere gli stati d’animo dei personaggi si agitano come forsennati, correndo per il palcoscenico senza alcuna logica e – di fatto – creando una confusione il cui significato sfugge – quantomeno al sottoscritto – nonostante il tentativo di giustificarlo nel programma di sala con quel linguaggio da sesto grado che nasconde quasi sempre il nulla. E nelle mossettine di Despina c’è un eccesso istrionico che ammicca alla sala mentre alcuni gesti di natura sessuale dei protagonisti stonano nel contesto di una vicenda tutta giocata su un registro lieve e ironico. Certo, abbiamo visto di peggio ma anche tanto di meglio ricordando anche la famosa regia di Strehler alla Scala. Molto meglio l’opera dal punto di vista musicale. Sopra tutti la prestazione di Jacquelyn Wagner nel ruolo di Fiordiligi ma l’intera compagnia di canto è da lodare e altrettanto dicasi dell’orchestra che salvano uno spettacolo altrimenti destinato a un clamoroso fiasco. Successo di pubblico (come inevitabile con le opere mozartiane che salvano comunque i disastri registici).

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Music
Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto
Lorenzo Da Ponte
In Italian
Conductor
Philippe Jordan
Director
Anne Teresa De Keersmaeker
Fiordiligi
Jacquelyn Wagner

Dorabella
Michèle Losier

Ferrando
Cyrille Dubois
Guglielmo
Philippe Sly

Don Alfonso
Paulo Szot

Despina
Ginger Costa-Jackson

Set design
Jan Versweyveld
Costume design
An D’Huys
Lighting design
Jan Versweyveld
Dramaturgy
Jan Vandenhouwe
Chorus master
Alessandro Di Stefano
Orchestre et Chœurs de l’Opéra national de Paris
Avec les danseurs de la Compagnie Rosas

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Cameristica, Recensioni

Elena Nefedova – Circolo della Musica Bologna 23 Settembre 2017

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Elena Nefedova è pianista russa che dopo avere vinto alcuni concorsi studia ancora a Roma. E’ dotata di ottima tecnica e notevole sensibilità musicale. Di impostazione molto quadrata (difforme dalla tipica impostazione slava) ha eseguito i brani in programma con grande sicurezza seppure talvolta con una rigidità un po’ scolastica. Ad esempio nei brani di  Čajkovskij (di struttura bipartita A-B-A dove la terza parte è di fatto la ripetizione della prima parte) sarebbe stata auspicabile un po’ di variazione  dell’impostazione interpretativa proprio della terza parte che è venuta invece a mancare. Molto buona dal punto di vista tecnico e musicale l’interpretazione della sonata  di  Prokof’ev,  un brano ancora giovanile del compositore russo nel quale si individua la ricerca di uno stile personale non ancora sviluppato. Un bis. Prima dei due brani in programma una brevissima introduzione in un italiano eccellente che le ha fatto perdonare (dal  mio punto di vista..) le introduzioni stesse. Un plauso quindi per una ancora giovane pianista che promette molto bene. Mi permetto di sollevare qualche perplessità per l’organizzazione del concerto. L’inizio alle 21.15 è inconsueto e in contrasto con l’andamento corrente che vede le 20.30 come standard. Ma poi è indispensabile  che l’intervallo duri i canonici 15 minuti e non i 25  del concerto in questione.
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Happy
Programma
P.I.Čajkovskij Le stagioni op. 37 bis
S. Prokof’ev  Sonata n.2 op.14

 


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Operistica, Recensioni

Tamerlano – La Scala 22 Settembre 2017

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Rivaleggiando con Wagner quanto a lunghezza (4 ore e mezza con 2 intervalli da 25  minuti l’uno) l’opera di Händel si  classifica come una delle più belle del periodo barocco se naturalmente si prescinde dall’inconsistenza del libretto. Belle arie, presenza  nel finale di duetti (naturalmente nello stile responsoriale del barocco) e bei brani di sola formazione orchestrale. Ma quello che certamente è da applaudire senza riserva in questa edizione sono la regia e la scenografia. Il trasporto dell’opera nell’ultimo periodo dell’impero ottomano (con Tamerlano vestito come Stalin) non toglie nulla all’impianto e risulta perfettamente aderente al contenuto del libretto. Siamo ben lontani da quelle forzature che le regie “creative” così spesso ci infliggono: qui tutto torna e lo spettacolo è assolutamente godibile.  Il tutto corroborato da scene ricche di particolari e di grande inventiva, come nel primo atto che si svolge davanti e dentro una carrozza ferroviaria  “fin de siècle” (diciannovesimo..). Niente minimalismi ma ampie scene in cui la macchina teatrale offre il meglio che l’inventiva e la tecnologia possano offrire. Un plauso alla piccola orchestra che viene sottoposta a un vero “tour de force”, diretta con energia da Diego Fasolis. In scena il vecchio leone Domingo nel ruolo di Bajazet, l’imperatore ottomano sconfitto dai tartari guidati da Tamerlano, che offre una prova di come gli anni non incidano sui grandi artisti. Tutta la compagine vocale è degna di plauso in una performance che mette a dura prova l’ “agilità” dei cantanti. Sopra tutti l’Andronico di Franco Fagioli e da sottolineare l’esecuzione di Marianne Crebassa nella parte non primaria di Irene. Purtroppo va segnalata una grave pecca organizzativa della Scala: fare iniziare un opera di questa lunghezza alle 8 di sera vuol dire farla finire alle 24.30, quando la metropolitana ha terminato le sue corse e i taxi – nella settimana della moda – sono un miraggio. All’estero le opere terminano sempre in modo che gli spettatori possano fruire dei mezzi pubblici per ritornare a casa. Il Tamerlano avrebbe dovuto iniziare al massimo alle 19: per il motivo succitato il terzo atto ha visto la defezione di molti spettatori e fa specie che la sensibilità in fatto di orari non faccia parte del bagaglio culturale del sovrintendete, che fra l’altro proviene da un paese dove il rispetto degli orari è un must. Speriamo che un errore di questa portata non si ripeta.
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Conductor Diego Fasolis
Staging Davide Livermore
Sets Davide Livermore and Giò Forma
Costumes Mariana Fracasso
Lighting Designer Antonio Castro
Video Videomakers d-Wok

CAST

Tamerlano Bejun Mehta
Bajazet Plácido Domingo (12, 19, 22, 25, 27 sett.)
Asteria Maria Grazia Schiavo
Andronico Franco Fagioli
Irene Marianne Crebassa
Leone Christian Senn

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Operistica, Recensioni

Hänsel e Gretel – La Scala 21 Settembre 2017

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Un gioiellino, questo Hänsel e Gretel, un’opera di repertorio nei paesi di lingua tedesca e nell’Italia conservatrice raramente rappresentata, un po’ come il Fledermaus  di Johann Strauss, una favola messa in musica con grande sensibilità da Engelbert Humperdink e messa in scena alla Scala rispettando in pieno lo spirito del testo. Se favola è, favola sia e quindi i costumi e le scene rappresentano un mondo fatato e fanciullesco dove solo un vago accenno alla realtà  è concesso all’inizio e alla fine ma in modo velato e rispettoso. E l’omino della sabbia, l’omino della rugiada, i bambini di marzapane e infine la strega sono rappresentati come nell’immaginario dei bambini grazie ai bellissimi costumi di fantasia (in particolare la lumaca che si avvicina ai fanciulli dormienti). Niente a che fare con le scenografie “creative” che sovrappongono al racconto dei fratelli Grimm (piuttosto pauroso nella versione originale come in tutte le loro favole – non per niente sono entrate ormai nel dimenticatoio in nome di una pedagogia buonista) interpretazioni didascaliche e artificiose nel tentativo, sempre fallito, di estrarre da una favola un significato sociologico. Qui i bambini sono bambini, la strega è grottesca, il suo castello (bellissimi i giochi di luce che ne alterano via via le caratteristiche) è fatto di leccornie etc. Insomma uno spettacolo godibilissimo e un plauso al regista Sven-Eric Bechtolf e  alla scenografia di  Julian Crouch. Il tutto ben diretto da Marc Albrecht. Quanto alle voci, svetta certamente la Gretel di Francesca Manzo, voce duttile e capace di rappresentare in modo vivace la sensibilità fanciullesca della protagonista. Ma anche tutte le altre voci risultano di ottima qualità. Uno spettacolo all’altezza dei migliori della Scala e una ventata di aria fresca in un panorama troppo spesso velleitario e incupito (si pensi solo al vergognoso  Die Entführung aus dem Serail  del teatro comunale di Bologna).  
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Direttore
Marc Albrecht
Regia
Sven-Eric Bechtolf
Scene
Julian Crouch
Costumi
Kevin Pollard
Luci
Marco Filibeck
Video Designer
Joshua Higgason
CAST
Hänsel
Anna Doris Capitelli
Gretel
Francesca Manzo
Peter
Gustavo Castillo
Gertrud
Chiara Isotton
Knusperhexe
Mareike Jankowski
Taumännchen
Céline Mellon
Sandmännchen
Enkeleda Kamani

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Sani & Co.- Bologna comunale 20 Settembre 2017

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La stampa cittadina di Bologna riporta con dovizia di particolari le dichiarazioni “bipartisan”in consiglio comunale contro il sovrintendente Sani e la sua gestione dopo l’ennesima riduzione dei fondi ministeriali e nonostante la recente iniezione di fondi  da parte del comune per ripianare il deficit di bilancio che, se non azzerato porterebbe, al declassamento del teatro con tutte le conseguenze che ne derivano. In questa vicenda bisogna essere chiari: il deficit non è solo della gestione Sani ma viene da lontano, da una politica del teatro che negli anni ha vissuto sulla convinzione che prima o poi qualche pantalone avrebbe pagato. Ora, semplicemente, non è più così. Ma Sani ci ha messo del suo con delle scelte sgangherate (si veda ad esempio “Qui non c’è perché” oppure “Il colore giallo” oppure il vergognoso “Ratto dal Serraglio” della presente stagione) che nel cartellone 2018 sono sparite sbandando poi dall’altra parte, con una programmazione che definire banale sarebbe persino un complimento (v. il post Stagione d’opera  – Teatro comunale Bologna 12 Settembre 2017)  e con la incapacità di attrarre sponsors di peso. Ora corre voce che lo scettro sia destinato a passare al direttore generale Macciardi come se quest’ultimo non fosse inevitabilmente corresponsabile della situazione. E la cosa è ancora più grave se si considera il comitato di indirizzo, un comitato formato nella  maggioranza da persone che con la musica hanno lo stesso rapporto che io ho con il dialetto dell’isola di Bali e che non è stato assolutamente in grado di incidere seriamente e positivamente sulla vita del teatro.  Un teatro che ha bisogno di un profondissimo rinnovamento, di un sovrintendente che a differenza dell’attuale sia impegnato a tempo pieno in teatro, di persone competenti in tutti gli organi, i cui membri attuali, se fossero seri, a fronte dell’attuale disastro dovrebbero avere un sussulto di dignità rassegnando le dimissioni (un istituto visto con orrore in Italia). Non sono ottimista, nonostante le dichiarazioni di Macciardi che paiono più un “wishful thinking” operato ad arte che una solida realtà e forse è ormai troppo tardi (nonostante che anche da questo blog fossero partite proposte che non sono state neppure prese in considerazione). Ma anche i segni hanno il loro peso e un totale rinnovamento sarebbe l’indicazione della volontà di cambiare che potrebbe avere positive ricadute. Quello che non è accettabile è la politica del “wait and see” in una sorta di messianica attesa di tempi migliori. Ma questo richiederebbe un interesse non sporadico verso questa importante istituzione bolognese che francamente non appare all’orizzonte.
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Stockhausen dieci anni dopo – Oratorio S.Filippo Neri Bologna 18 Settembre 2017

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Esiste una chiara differenza a livello della definizione  fisica fra rumore e musica e si basa sulla coerenza della emissione sonora. Udendo il brano di Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica ho avuto la certezza di trovarmi in presenza di rumore e non di musica. Ora nulla di grave: ci sono rumori piacevoli (ad esempio quello del mare) e rumori sgradevoli. Il brano del compositore tedesco rientra a pieno titolo in questa seconda categoria e ha anche il drammatico difetto di essere prolisso e ripetitivo. Ascoltandolo ho perfettamente capito cosa intendeva Fantozzi alla proiezione della Corazzata Potemkin e non mi importa se musicologi (spesso “fai da te”) si beano per 30 minuti e ritengono le mie considerazioni frutto di ignoranza redatte da un reazionario. Il brano è semplicemente una vera schifezza e non per niente è stata la sua prima (e si spera ultima) esecuzione bolognese. A mio parere si tratta di una truffa musicale (pardon, “rumorale”) ammantata di presunzione e supponenza. Non diversa è la mia valutazione dell’altro brano di Stockhausen Klavierstück n.12 per pianoforte solo nonostante la sforzo vocale e articolare della pianista Benelli Mosell. Diversi sono invece i casi delle altre composizioni della serata – in particolare i bellissimi e rarefatti Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (brani spesso eseguiti dal Pollini dei tempi migliori) – che rappresentano in modo interessante l’evoluzione della composizione moderna e che riflettono certamente il mondo che ci circonda con la sua complessità come molti dei quadri contemporanei. In questo contesto una valutazione degli interpreti è difficile ma di certo va sottolineata una loro buona qualità e buona volontà, fatta eccezione per l’ultimo brano in programma. Nessun bis: chissà perché….
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Michele Marelli corno di bassetto, clarinetto basso
Vanessa Benelli Mosell pianoforte
Andrea Rebaudengo pianoforte
Simone Beneventi percussione 
Paola Perrucci arpa
Alvise Vidolin regia del suono
 Programma
Stefano Gervasoni  Prima traccia per corno di bassetto e live electronics*
Karlheinz Stockhausen Harmonien per clarinetto basso (2006) da Klang – 5a ora  durata 15’,  Klavierstücke n.1- 4 per pianoforte solo (1952) durata 8, Klavierstück n.12 per pianoforte solo (1983) durata 22’
Gilberto Cappelli  Un giardino per Annamaria per arpa amplificata*
Karlheinz Stockhausen  Kontakte per pianoforte, percussione e musica elettronica (1958-60) durata 35’

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Difficile fare un commento positivo sulla stagione d’opera 2018 proposta dal teatro comunale. Abbondano i titoli riproposti costantemente (strizzando quindi l’occhio a quel pubblico conservatore che la direzione ritiene sia la garanzia della continuità degli abbonamenti). Chi troviamo? Bellini, Donizetti, Verdi, Puccini, Mozart… Neppure un titolo wagneriano (con tutta la tradizione bolognese) e nessun autore – non necessariamente senza senso come quello di “Qui non c’è perché” –  ma un po’ meno consueto? Un Weber, ad esempio – da quanti anni non viene rappresentato il Freischutz oppure l’Oberon? – , oppure un Berlioz – La damnation de Faust Le Troyens – o un Saint Saens – Sanson e Dalila – – un Händel, un Berg… Niente di tutto questo. E i titoli degli autori consueti sono i più consueti: Don Carlo, Don Giovanni, Bohème etc. Nulla da ridire sulla qualità di queste opere ma il senso di noia a riascoltarle sempre è inevitabile. Naturalmente per variare il programma servirebbero persone all’altezza della situazione che sapessero proporre una combinazione di titoli “sicuri” con altri, magari degli stessi autori, ma meno rappresentati, eventualmente mutuando le scenografie da altri teatri per risparmiare. Niente di tutto questo. Un cartellone che al confronto con altri teatri d’opera (non cito La Scala – stratosferico – , ma il Regio di Torino, La Fenice di Venezia etc.) fa veramente la figura della cenerentola, senza la fatina che nel finale salva il risultato. Nulla di nuovo e non previsto ma possibile che non capiti mai di essere positivamente sorpresi?
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Cameristica, Recensioni

Giovanni Gnocchi – Rovigo 5 Settembre 2017

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Il Rovigo Cello City è una meritevole rassegna violoncellistica che si tiene nella città veneta all’inizio di Settembre e che accoppia concerti con master classes. Un tributo doveroso a uno strumento tanto bello quanto trascurato sia dalla letteratura musicale che dalle sale da concerto (e così poco capito che un mio vicino di posto a una rassegna bolognese quando ha scoperto che Brunello avrebbe tenuto due concerti di violoncello solo anche quest’anno ha solennemente dichiarato che sarebbe rimasto a casa….). Ovviamente è chiaro che la ridotta letteratura dello strumento e la sua introduzione tardiva a livello concertistico dopo un lungo passato come strumento di appoggio (“basso continuo” per intenderci) ha contribuito a questa situazione ma è anche vero che oggi ci sono grandi interpreti e che la musica per violoncello ha brani di grandissima levatura. Un plauso quindi alla città di Rovigo per un’iniziativa coraggiosa: purtroppo per impegni pregressi ho potuto partecipare solo a questo concerto. Giovanni Gnocchi è stato laureato ai concorsi violoncellistici Primavera di Praga, Antonio Janigro di Zagabria e vincitore del Concorso “F. J. Haydn” di Vienna e ha alle spalle una carriera internazionale di tutto rispetto. Dotato di grandissima tecnica (esibita soprattutto nel la funambolica sonata di Kodàly che prevede anche l’abbassamento di un semitono della 3a e 4a corda per ampliare l’estensione dello strumento) ha tenuto il suo concerto in un ambiente perfetto, la chiesa di S.Spirito di Rovigo, una piccola sala (piena in tutti i posti) priva di riverbero e adatta ad esaltare le caratteristiche dello strumento.  Più discutibile l’interpretazione dei primi due brani barocchi nei quali un eccesso di variazioni ritmiche ha leggermente snaturato l’impianto rigoroso della partitura. Grande e meritato successo di pubblico per un concerto di alta qualità. Due bis (dopo avere riaccordato lo strumento!). 
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Programma
D. Gabrielli Ricercare n.6
J. S. Bach Suite n. 1
Z .Kodály Sonata per violoncello solo 

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Recensioni, Sinfonica

Ticciati Tezlaff SNO – Prom RAH Londra 15 Agosto 2017

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Assistere a un concerto delle PROMs alla Royal Albert Hall è un evento che a prima vista può far storcere il naso a uno spettatore abituato ai riti delle sale più tradizionali. Nell’immensa arena gli spettatori al centro stanno in piedi (i biglietti costano solo 10 sterline) si muovono e addirittura in certi casi si portano un picnic. Il tutto però senza disturbare il concerto e gli altri spettatori che negli altri ordini di posti sono comodamente seduti. La RAH è una struttura che in passato ha persino ospitato incontri di boxe e nella quale oggi si tengono anche concerti rock: una arena multifuzione appunto che proprio per la sua collocazione davanti all’Albert Memorial (uno dei monumenti più kitch che io abbia mai visto) è l’epitome dei fasti imperiali inglesi. Ma veniamo al concerto. Ticciati (in questo caso alla guida della Scottish National Orchestra) è un giovane direttore oggi sulla cresta dell’onda in UK (ha diretto anche a Glyndebourne – con grande successo di critica  – “La clemenza di Tito”) che ha nella sua esuberanza la caratteristica migliore ma anche il suo limite. Ottima la sua direzione dell’Ouverture tragica di Brahms mentre discutibile è stata quella della “Renana” dove i tempi troppo tirati hanno compresso la grandiosità del primo e ultimo tempo. Perfetta invece la direzione del quarto tempo nel quale alcune sonorità Schumanniane ricordano quelle del suo grande antagonista Wagner. Quanto al concerto di Berg (e al violinista Tazleff, anch’esso molto osannato in UK e reduce da vari concerti al festival di Edinburgo) il giudizio è viziato dal fatto che il suono del violino si perde nell’immensa sala anche perchè lo spartito è denso di sonorità soffuse. Una esecuzione probabilmente di qualità che forse hanno potuto meglio apprezzare gli ascoltatori di BBC radio 3, dal momento che il concerto è stato trasmesso in diretta in radio come tutti quelli delle PROMs. Il brano di Larcher (prima esecuzione assoluta) mi è apparso poco interessante nonostante l’uso di strumenti inconsueti come il sassofono basso e persino lo strofinio dell’archetto del contrabasso su una sfera di alluminio. Mah….
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Programma

Johannes Brahms  Tragic Overture
Alban Berg Violin Concerto
Thomas Larcher Nocturne – Insomnia
Robert Schumann Symphony No 3 in E flat major ‘Rhenish


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Operistica, Recensioni

La clemenza di Tito – Glyndebourne 6 Agosto 2017

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Composta tre mesi prima della morte La clemenza di Tito intende celebrare la ascesa al trono dell’imperatore Leopoldo II a re di Boemia. In puro stile di Glyndebourne lo spartito viene diviso in due atti della durata approssimativa di un’ora ciascuno con i necessari tagli che in un’opera agiografica non risultano fastidiosi. Il rapporto di amicizia fra Tito e Sesto, alla base del libretto, è inizialmente rappresentato da un filmato (poi ripreso più volte nel corso della rappresentazione) in cui i due protagonisti sono ripresi nella loro infanzia. La scenografia è su due livelli: in basso il mondo reale, in alto quello del trono e dell’imperatore. Tutto il dramma si svolge ovviamente nella parte bassa in mezzo a un campo apparentemente cosparso di ciuffi di grano di difficile interpretazione concettuale.
 
L’opera, diretta ottimamente da Robin Ticciati si avvale dell’ottima regia di Claus Guth e alterna arie di grande livello (come quella di Sesto nel primo atto) a momenti più convenzionali pur mantenendo comunque sempre l’alta qualità Mozartiana. Alice Coote come Vitellia, dopo un inizio non felice, esprime tutto il suo potenziale nella grande aria finale della confessione. Anna Stéfany come Sesto è certamente la migliore interprete dell’opera, di grande musicalità e a suo agio nei frequenti passi di agilità. Un soprano mozartiano che vorremmo vedere sulle scene italiane. Richard Croft (Tito) offre una buona interpretazione ma purtoppo manca di arte scenica, risultando in vari momenti goffo e convevzionale.
Come sempre l’opera a Glyndebourne è solo una parte dello spettacolo, essendo il picnic  prima e durante l’intervallo parte integrante del “rito”. Il 6 Agosto il tempo era spettacoloso (cosa rara!)  il che ha contibuito a un grande successo di pubblico.

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Cameristica, Recensioni

Braun Mayr – Circolo della musica 19 Luglio 2017

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Un concerto “double bill”  tenuto da due giovanissime vincitrici del concorso Baldi per la categoria “under 20”. Non ho difficoltà a condividere il giudizio ex-aequo della giuria essendo le caratteristiche delle due giovani pianiste sostanzialmente identiche. Solido impianto tecnico (non perfetto ma comunque di alta qualità), aggressività e irruenza giovanile ma una certa carenza di attenzione verso gli aspetti più strettamente artistici sopratutto nei brani più virtuosistici nei quali è mancata l’attenzione verso il significato – che pure esiste – musicale.  Di certo è necessario ad entrambe un percorso di maturazione che è però già presente in molti dei loro coetanei (si pensi ai vincitori dei concorsi Chopin) e quindi quanto mai urgente in un contesto che vede ormai moltissimi giovani dotati delle stesse qualità e nel quale per emergere è necessario quel “quid” che alle due giovani interpreti ancora manca.
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 Susanna Braun
1° premio assoluto ex-aequo (cat. E) al VII concorso Andrea Baldi 2017
Bach Preludio e fuga BWV 866 (libro 1) 
Beethoven Sonata op. 2 No. 3
Chopin Ballata n. 2
Schumann Variazioni Abegg op. 1 
Prokofiev Sonata No. 3
Lydia Mayr
1° premio assoluto ex-aequo (cat. E) al VII concorso Andrea Baldi 2017
Liszt Soirée de Vienne No.6 (Valse caprice d’après Franz Schubert)
Rachmaninov Etude-Tableau Op.39/7  
Prokofiev Sarcasmi Op.17
Liszt Paraprasi su un valzer di Gounod’s dall’opera “Faust”

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Rarefazione – Bologna 18 Luglio 2017

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Con l’arrivo dell’estate gli spettacoli musicali di qualità in città (ma anche altrove se non nei grandi festival) svaniscono come la neve al sole, almeno a Bologna (non a Milano, per esempio). Un po’ come la televisione che ammannisce James Bond o Totò a go-go. Ecco il motivo della rarefazione dei posts di Kurvenal. I miei affezionati lettori (raggiungono ormai l’insperata cifra di 500!) abbiano un po’ di pazienza. Appena ricomincerà l’attività musicale ricomincerà anche quella di Kurvenal.  Buone vacanze a tutti.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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