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Quartetto Emerson – 11 Novembre 2013

Suonando “in pe’ ” (come la Veronica di Jannacci – violoncello a parte ovviamente, di una bravura assolutamente eccezionale) il quartetto Emerson ha fornito una vera prova maiuscola sotto ogni aspetto. Intonazione perfetta, intercambiabilità dei ruoli di primo violino, suono incantevole, affiatamento eccezionale sotto ogni aspetto: insomma uno di quei concerti entusiasmanti che raramente si ascoltano e che si vorrebbe non terminassero mai. Il programma ha spaziato dal ‘700 con Haydn fino al ‘900 di Bartok passando per uno dei Razumovskji di Beethoven: peccato che la lunghezza dei tre quartetti abbia impedito una loro successione esecutiva che rispecchiasse la successione temporale della loro composizione. Di fronte a questo tipo di concerti non c’è molto altro da dire se non che persino l’introduzione iniziale (dal sottoscritto normalmente detestata) e tenuta da Maria Chiara Mazzi è stata – come sempre nel caso della relatice in questione -all’altezza della serata: concisa, pregnante, priva di sbavature  e di grande contenuto culturale.Applauso senza riserve anche da parte del pubblico delle grandi serate.

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Shokakimov-Grazia – 8 Novembre 2013

Esuberanza, questa è la cifra intepretativa del giovane direttore Shokakimov che ha segnato l’esecuzione di tutti i brani in programma. Adatta alla composizione d’occasione di Brahms (l’Overture accademica op. 80 che non riesco a non classificare come un brano composto con la mano sinistra dal compositore che per molti aspetti ritengo il maggiore dell’800) ha mostrato i suoi pregi e i suoi limiti negli altri due brani. Certamente da lodare in generale nella V di Mahler (se si eccettua l’Adagietto che proprio per la sua impostazione intimistica e di voluto contrasto rispetto agli altri tempi avrebbe meritato una impostazione più sognante) il nostro  ha trovato la sua massima espressione nella fuga multitematica (con libertà) dell’ultimo tempo che ha giustamente suscitato l’entusiasmo del pubblico. La prova dell’orchestra del teatro comunale di Bologna è stata come sempre con alti e bassi: purtroppo la serata non felice (e non infrequente…) degli ottoni è stata accentuata dai “soli” che costellano l’intera opera.  Una prestazione maiuscola è stata quella dell’oboista Paolo Grazia (che suonava “in casa”) che ha reso con espressività, suono perfetto e grande tecnica la difficile e bellissima partitura di Strauss, un “unicum” fra le ultime composizioni del compositore di Monaco per l’assenza di quelle armonie di riminiscenza Wagneriana che tanto caratterizzano la sua produzione. Un brano per certi aspetti “intimistico” che si attaglia perfettamente al suono dolce e struggente dell’oboe. Peccato che la direzione di Shokakimov non abbia saputo nel caso in questione sottolinearne le caratteristiche attraverso la riduzione del volume del suono, seguendo e non trascinando il ruolo dell’oboe. Ma Shokakimov è giovane e probabilmente con l’età e con l’esperienza avrà la possibilità di maturare e di mettere a frutto appieno le sue non comuni doti naturali. Successo incontrastato, soprattutto per Grazia.

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Roberto Cappello – 7 Novembre 2013

Ebbene sì, sono uscito dopo la prima parte al fine di preservare i miei timpani sottoposti a  un bombardamento sonoro pericoloso da parte di un incolpevole pianoforte al quale, per giunta, era stato totalmente aperto il coperchio.. Dopo avere vinto meritatamente il Busoni del 1976 (cui ho assistito essendo in vacanza a Ortisei) la carriera di Roberto Cappello non è stata quella che la vincita del prestigioso premio avrebbe fatto sperare e il concerto di questa sera, dedicato alle trascrizioni Lisztiane dei Lieder di Schubert, Schumann e Chopin – cosa ci facesse poi  alla fine la polacca op. 53 di Chopin non si capisce – ne dà completa ragione. In Cappello ogni qualità si è trasformata in quantità, ogni occasione è buona per pestare senza pietà sulla tastiera come si trattasse di un’incudine da parte di un lottatore di sumo. Gretechen anzichè soffrire all’arcolaio sembrava avere imbracciato una colubrina che sparava all’impazzata, il melanconico “Auf dem Wasser zu singen” poteva avere il titolo cambiato in ” In der Sturm zu klagen”, Du bist die Ruhe ” (Ruhe=pace) trasformato in una gragnuola di suoni da granditata etc. E’ ben vero che nelle trascrizioni Lisztiane il tema del Lied viene sviluppato con alcune concessioni al virtuosismo con alcuni ff ma vivaddio esistono anche i piani, i crescendo, i diminuendo etc. Niente di tutto questo: tutto sff, insomma un vero disastro. Al nostro (il cui abbigliamento alla Berlusconi giovanilistico faceva il paio con l’ interpretazione) consiglierei un ascolto attento degli stessi brani suonati da Jorge Bolet, un pianista scomparso da alcuni anni e non al vertice dei miei preferiti, che potrebbe però impartigli una severa lezione in materia. Una serata tutta da dimenticare e in fretta.

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Boris Petruschansky – 6 Novembre 2013

Dopo avere steso un velo pietoso sull’ “introduzione” si può certamente dire che il concerto è stato di grande interesse. L’accostamento fra alcuni brani della Gubajdulina di riminiscenza barocca (bellissima la Ciaccona!), 6 preludi e fughe dal Wohltemperiertes Klavier di Bach e 5 preludi e fughe di Šostakovič è risultato particolarmente felice permettendo al folto pubblico di apprezzare il fil rouge che lega questi autori così diversi e così lontani nel tempo. Il punctum contra punctum, all’origine di queste composizioni, rivela tutta la sua potenza espressiva e la sua resistenza allo scorrere del tempo. L’esecuzione di Petruschansky è stata – questa volta – assai superiore ad altre per le quali molti aspetti potevano lasciare quantomeno perplessi. Dopo un’esecuzione misurata dei brani della Gubajdulina, i 6 preludi e fughe di Bach sono stati eseguiti con rigore e rispetto dello stile, con grande equilibrio fra le necessità espressive e la costante aderenza al dettato clavicembalistico bachiano.  Per quanto riguarda l’esecuzione delle composizioni di Šostakovič (la cui tenebrosità e la prevalente preferenza per il registro basso rispecchiano certamente l’atmosfera di incertezza e di terrore del suo periodo compositivo) – un terreno molto conosciuto dall’esecutore che ne ha inciso l’integrale – il giudizio non può che essere positivo anche se non sono mancati quegli eccessi sonori (una intera fuga è stata eseguita a un numero di dB che ha rasentato la soglia del dolore) che purtroppo non mancano mai nel pianismo di Petruschansky e che rappresentano il limite della sua cifra interpretativa.  Un meritato successo, comunque, coronato da tre bis due dei quali facenti riferimento a melodie e ritmi popolari russi e uno derivato da una partita bachiana. 

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Mustafić-Maurizzi – 30 Ottobre 2013

Cominciato con la solita ed inutile introduzione iniziale (sembra proprio che non sia possibile liberarsene: ma gli organizzatori hanno mai fatto un sondaggio in materia?) peraltro lodevolmente improvvisata da Pierpaolo Maurizzi che della cosa non era stato informato e che ha comunque confezionato un discorso breve e pertinente, il concerto si è sviluppato su Lieder di Brahms, Berg, Schönberg e Wolf. Il soprano Mustafic, non più giovanissima, ha fatto del suo meglio in un repertorio certamente non facile e non del tutto confacente alla sua voce leggera e più Mozartiana: una buona intonazione, un registro intermedio piuttosto monocorde (nei Lieder!) e una buona espressività nel registro alto. Ad esempio nel famosissimo “Von ewiger Liebe” di Brahms è completamente mancato il pathos che lo contraddistingue nonostante i lodevoli sforzi del pianista (sempre all’altezza della situazione) che ha ripetutamente tentato di trascinare il soprano. Non c’è molto altro da dire; un programma così interessante avrebbe meritato ben altre capacità vocali. C’è invece da dire su altri aspetti. In primo luogo il piano totalmente aperto ha spesso soverchiato la voce, la soprano canta quasi esclusivamente con le braccia sconsolantemente a penzoloni e dando le spalle al pianista (ahi, ahi l’arte scenica: si guardi la Mustafić i concerti di Angelika Kirschlager o di Teresa Berganza!) e si è presentata due volte per gli applausi senza il pianista (il solito malinteso dilemma: pilota-auto, cavaliere-cavallo etc.)  con un atteggiamento da anni ’50 quando ai pianisti veniva suggerito di scomparire il più possibile (in molti casi il cantante obbligava a troncare la coda di un Lied se – come nel caso di Schumann – il Lied terminava con il piano solo !). A questo si aggiungano errori nel programma di sala, sia nella versione tedesca delle poesie (ma copiare è così difficile?) che nelle traduzioni quantomento discutibili (soprattutto per il primo Lied di Brahms  – Der Tod, das ist die kühle Nacht). Una serata non memorabile.

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Maria Perrotta – CD Decca

Come out of the blue”  e iniziando una carriera a una età considerata ormai  “difficile” dal momento che i giovani leoni del settore risultano vincitori di concorsi importanti in generale prima della prima metà dei loro anni venti, Maria Perrotta dopo avere vinto premi internazionali di prestigio si presenta al pubblico discografico con l’incisione dei tre ultimi capolavori sonatistici Beethoveniani, una sfida che molti grandi interpreti affrontano spesso solo nella piena maturità anagrafica e interpretativa. La sonata op. 111 in particolare viene considerata come il testamento sonatistico del grande compositore tedesco terminando con quella  “arietta con variazioni” in do maggiore che per molti anni ha inibito i compositori che non si attentavano a proporre brani nella stessa tonalità. La sonata è stata oggetto di infinite esegesi (anche escatologiche) e  interpretazioni (si pensi ad esempio al Doktor Faustus di Thomas Mann) che hanno dimenticato che dopo l’opera 111 Beethoven ha composto molte importanti composizioni (anche pianistiche – ad esempio le variazioni op. 120 su un tema di Diabelli) e in particolare gli ultimi quartetti, questi costituendo veramente il suo testamento musicale. Ed è curioso ricordare che interrogato sul perché mancasse un ultimo tempo alla sonata 111 Beethoven rispose “che non aveva avuto tempo“: un ennesimo esempio di come le percezioni del compositore e degli esegeti possano essere totalmente difformi.  Tornando comunque al CD si può senza tema di dubbio affermare che la Perrotta è “up to the job” e che la sua interpretazione può inserirsi senza incertezze fra quelle di grande valore. Come sempre in questi casi e sempre mantenendosi a grandi livelli (e quindi entrando in una sfera personalissima di gusti individuali) appare a chi scrive che il vertice interpretativo del CD venga raggiunto nell’adagio dell’op. 110 mentre qualche riserva si può avanzare riguardo alla fuga della stessa sonata e in particolare nella scelta di alcuni ff improvvisi che – seppure indicati da Beethoven – sul pianoforte usato dal compositore avevano certamente un effetto diverso da quelli delle gran code moderne e come tali sarebbe preferibile venissero altrimenti interpretati sfumandoli magari in un crescendo senza rotture improvvise. Impeccabile è l’esecuzione della summenzionata arietta dell’op.111 nella quale gli equilibri sonori richiedono grandi capacità di controllo della tastiera e altrettanto dicasi per l’op. 109 (particolarmente nell’ultimo tempo – le variazioni paiono essere particolarmente nelle corde dell’esecutrice), seppure alcune intemperanze ritmiche nel primo tempo appaiono innecessarie all’apollinea atmosfera della partitura. Un CD, insomma, che rafforza l’impressione che la carriera di Maria Perrotta possa raggiungere grandi risultati sul piano internazionale; naturalmente l’aspettiamo alla prova in altri campi del repertorio pianistico (ad esempio i grandi romantici Chopin e Schumann e la pietra di paragone – a giudizio di chi scrive – Brahms)  ma fin d’ora il giudizio non può che essere totalmente positivo.

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Brunello – Musica Insieme – 21 Ottobre 2013

Che Brunello appartenga alla ristretta élite dei grandi violoncellisti del nostro tempo non è certamente in discussione e la prova se ne è avuta nella bellissima esecuzione della sonata giovanile (e poco eseguita) di Strauss, ancora fortemente influenzata dalla personalità di Schumann, come comprovato dall’uso ripetuto di ritmi puntati e dalla assenza di quelle armonie di derivazione wagneriana così tipiche dello Strauss maturo. Una parte del merito per questa esecuzione va comunque ascritto anche al pianismo di Leonora Armellini che dimostra una maturità interpretativa e una tecnica di altissimo valore che continua a migliorare nel tempo: da lei – vista anche la sua giovanissima età – ci aspettiamo grandi cose e giustamente Brunello l’ha voluta come partner nel concerto in questione. 
Il concerto ha prevedeva anche opere di Mahler: oltre al giovanile Quartettsatz l’esecuzione in forma cameristica della quarta sinfonia. Ha certamente sorpreso la capacità di Brunello di dirigere l’organico – seppur ridotto – dimostrando una gestualità e una sensibilità interpretativa inconsueta per un esecutore solistico non avvezzo alla direzione. Si può solo sperare che il nostro grande violoncellista non ceda alla tentazione di diminiuire le proprie presenze come solista privilegiando la direzione (come è successo a molti suoi colleghi – argomento che meriterebbe una riflessione senza falsi pudori): abbiamo certamente più bisogno di grandi solisti che di aumentare la folla dei direttori.  Unica nota non all’altezza del concerto è stata l’esecuzione vocale dell’ultimo tempo della sinfonia Mahleriana, il Lied tratto dal ciclo del Des Knaben Wunderhorn: la vocina “bianca” – slavata – (necessaria all’atmosfera favolistica del testo? ma nel ciclo summensionato è presente – ad esempio – il tragico Das irdische Leben che di favola a buon fine non ha nulla) semplicemente non era udibile, monotona nell’espressione e incolore nella impostazione. Un “soprano” che nessuno spera di risentire (se ci riesce fisicamente) e che in un’esecuzione in un grande teatro con una grande orchestra semplicemente sparirebbe.
Un’ultima nota: perchè nel testo tedesco del Lied del programma di sala sono stati inseriti due errori facilmente individuabili da chiunque abbia anche una modesta dimestichezza con la lingua teutonica ? 

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Luisi-Orchestra della Scala – 20 Ottobre 2013

Anche al sottoscritto che non ama i concerti puramente sinfonici senza la partecipazione di solisti il concerto in questione è piaciuto veramente molto. I tre brani in programma (Sigfriedsidyll di Wagner, Don Juan di Strauss e Simphonie Fantastique di Berlioz) hanno dimostrato un perfetto affiatamento fra direttore e orchestra (quest’ultima di altissima qualità se si esclude qualche incertezza del corno – strumento peraltro difficilissimo – nel Sigfriedsidyll dedicato da Wagner alla moglie Cosima ed eseguita per la prima volta da una ridotta orchestra in occasione del suo compleanno nel 1869) dando luogo a una performance che ha suscitato un giustificato entusiasmo nel pubblico. Il direttore Luisi ha dimostrato di trovarsi a suo agio in tre partiture molto note (e quindi sottoposto a difficili confronti) anche se è sembrato essergli meno confacente il Sigfriedsidyll, l’unico brano sinfonico non operistico del compositore tedesco che costituisce insieme ai Wesendonk Lieder un “unicum” nella produzione wagneriana, che pur non legato  all’opera Sigfried presenta anticipazioni e riminiscenze delle opere wagneriane. L’esecuzione della Simphonie Fantastique è stata letteralmente travolgente e il successo decretato dal pubblico assolutamente meritato. Una serata veramente di altissima qualità.  
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Nabucco – Teatro Comunale Bologna – 19/10/2013


Come possa essere albergata nell’estensore del libretto (Temistocle Solera) un’idea tanto bislacca come quella del Verdiamo Nabucco è impresa sisifea. Sull’ assurda improbabilità della storia si può, si deve stendere un velo più che pietoso: si pensi solo che nello stesso anno (1842) prendeva forma Der fliegende Hollander  di Wagner…. In un’opera lirica non si può, non si deve prescindere dal libretto che è  parte integrante della composizione altrimenti tanto varrebbe ascoltare unicamente la musica (che nel caso del  Nabucco solo in alcune parti raggiunge vertici musicali, come nel famosissimo e persino politicamente abusato “Va pensiero”). Ciò detto al Nabucco bolognese vanno ascritti alcuni meriti: una direzione e un coro di ottima qualità, una superlativa Abigaille (veramente eccezionale la prestazione del soprano Anna Pirozzi in un ruolo difficilissimo), un’ottima qualità vocale del basso Dmitry Beloselskiy nella parte di Zaccaria e le scene alle quali un’illuminazione perfetta ha aggiunto un effetto cromatico di grande valore. Contrastata l’onesta prestazione di Nabucco (Vladimir Stoyanov a mio giudizio ingiustamente  “buuato” dal loggione) alle prese con una parte oggettivamente non esaltante mentre il resto della compagnia di canto si è mantenuto su un livello di media professionalità con un tenore (Sergio Escobar – Ismael) assolutamente inadeguato alla pur ridotta parte, in costante difficoltà negli acuti e dalla intonazione incerta nei recitativi. Da notare i moltissimi posti e palchi vuoti e il provincialissimo fenomeno degli abbandoni dopo l’intervallo che dimostra come una parte non piccola degli spettatori consideri una “prima” come una vetrina per la propria vanità e lo spettacolo un fastidioso intermezzo fra i due momenti “clou” della serata: ingresso e intervallo. Che succederà con il Parsifal in Gennaio?
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Klisowska-Ruzza Goethe Zentrum 19/10/013


Non mi piacciono i concerti “misti”, quelli in cui si alternano formazioni variabili sul palco e tantomeno i concerti di Lieder nei quali il pianista esegue brani solistici fra serie di Lieder. Pare una sorta di riparazione per il pianista quasi che la sua funzione sia ancillare al canto: niente di più erroneo come molteplici libri (Gerald Moore, Dietrich Fischer-Dieskau) hanno dimostrato (vale la pena di citare i rapporti cavaliere/cavallo, pilota/auto etc.?). Purtroppo è questo il caso di un concerto dedicato ai Lieder di Brahms (preceduto dall’ormai inevitabile presentazione di cui nessuno sente il bisogno) in cui sono stati eseguiti brani pianistici di Giovanni Sgambati, sottratti al sonno della storia musicale in cui erano stati giustamente relegati. Purtroppo la situazione drammatica del piano (addirittura azzoppato e con una protesi di fortuna) un’acustica al di sotto del minimo sindacale – nella quale l’apertura del coperchio dello strumento (solo tardivamente rimediata) ha peggiorato la già compromessa situazione – e la posizione della cantante inusitatamente non collocata nell’ansa della lira hanno prodotto un risultato facilmente prevedibile. È così risultato che gli acuti della soprano sono risultati aspri e sforzati, senza sapere se la colpa era dell’interprete o dell’acustica – probabilmente un concorso di colpa – e nonostante il lodevole impegno del pianista impegnato nella titanica impresa di domare uno strumento dalla meccanica stocastica e dal suono metallico e aspro (chi scrive ne ha esperienza diretta). Il programma di sala, poi, era quantomeno trascurato: la sequenza dei Lieder erronea, il testo del Lied “Von ewiger Liebe” (uno dei più belli del compositore amburghese) mancante, e testi (e le relative traduzioni – non ineccepibili – al Goethe Zentrum !) presi paro paro dal sito http://www.recmusic.org/lieder/  come comprovato dalla presenza dei richiami a note di pagine inesistenti e dalle parentesi quadre che indicano vantianti del testo. Ciliegina sulla torta un bis consistente in un delicato Lied di Schubert (Röslein – che c’entra con Brahms?) eseguito colpevolmente a passo di carica. Si può quindi dare un giudizio sereno del concerto: no, ai possibili posteri “l’ardua sentenza”.
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Ensemble Aurora – 17 Ottobre – Bologna Festival

Pare che le “bad practices” più sono “bad” e più attecchiscono. Mi riferisco al malcostume – che prende sempre più piede a Bologna – di fare precedere il concerto da un pistolotto che nella grandissima maggioranza dei casi è noioso e inutile (quando non irritante – ricordo solo un caso di una relatrice brava  e competente: Maria Chiara Mazzi). E’ il caso anche del concerto in questione in cui un improvvisato, anziano “relatore” (che ha scambiato costantemente Boccherini con Cherubini !) ha iniziato con alcune banalità sul compositore della serata (Boccherini) – che chiunque frequenti anche sporadicamente i concerti ben conosce –  per finire con una lode sperticata del complesso della serata, una valutazione che è di stretta spettanza del pubblico. Inutile dire che questa prassi è del tutto giustamente sconosciuta all’estero ove – per chi è interessato – vengono spesso organizzate  conferenze di veri esperti – in orari non di concerto : altro che relatori dilettanti! Un’intera serata dedicata a Boccherini è certamente un risiko non indifferente, dal momento che l’eccellenza del nostro è più nella quantità che nella qualità. Secondo l’ “introduttore”  il pregio dell’ ensemble risiederebbe – fra le altre cose –  nella rigorosa esecuzione in stile barocco dei brani. Di questo stucchevole argomento non se ne può più: che cosa significa ? Abbiamo registrazioni delle esecuzioni settecentesche ? Siamo sicuri che nella prassi gli esecutori non cadessero nella tentazione di abbellire i loro brani con variazioni di tempo (si pensi alla prassi clavicembalistica)? No, non lo sappiamo ma qualcuno pretende di saperlo. Ora è del tutto evidente che il rispetto dello stile è indispensabile (vero Mustonen…?) ma l’idea che il meglio di un’esecuzione risieda nell’uso di un fortepiano o di un violino barocco con espressività ridotte al minimo, ebbene questa è una sciocchezza.  Così il nostro ensemble per non sbagliare ci ha ammannito nella prima parte del concerto due quintetti con una esecuzione scolastica e metronimica trascurando persino quegli accenni preromantici che sono – forse – uno dei pregi maggiori del compositore: insomma una diligente monotonia. Assai meglio la seconda parte ravvivata dalla bella, armoniosa e calda voce di Gemma Bertagnoli che ha fatto del suo meglio per non fare sfigurare lo Stabat Mater di Boccherini rispetto a quelli ben più belli e giustamente assai più noti di altri compositori. Un concerto, insomma, non entusiasmante (eufemismo). Una piccola nota di colore: Boccherini era un grande virtuoso del violoncello ed è singolare come la parte di questo strumento, persino nello Stabat Mater, richieda all’esecutore grande capacità tecnica, abbondando di capotasti e note acute.

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Ottobre, in fila!

Ottobre per molte istituzioni musicali è tempo di rinnovi e di nuovi abbonamenti, ma non è mai tempo di evitare quel fenomeno tutto italiano che è “la fila”. A titolo di esempio mi sono recato martedì 15 Ottobre alle 13  presso il botteghino del teatro Comunale e ho colà trovato almeno 50 persone in coda (sedute addirittura nel foyer con una gentile signorina- in veste di vigile – che dirigeva “il traffico”) per il rinnovo dell’abbonamento alla stagione lirica e sinfonica: una cosa inaccettabile con tempi di attesa di almeno due ore (caso migliore). Mi domando perché l’esercizio della prelazione (così come la sottoscrizione dei nuovi abbonamenti) non possa essere condotta per via telematica (mi rifiuto di pensare che le 50 persone in coda fossero tutte informaticamente  diversamente abili”) con spedizione postale del titolo come ormai avviene da moltissimi anni (10 e più) in molti teatri (io ho personal esperienza della Staatsoper, della Deutsche Oper e della Philarmonie di Berlino, oltre che di Bayreuth). Naturalmente  è sempre possibile accedere al botteghino ma normalmente si trovano al massimo  una o due persone anziane che non hanno dimestichezza con il computer. Anche il servizio telematico per i singoli biglietti del teatro Comunale  (fornito da Vivaticket) è di pessima qualità (l’interfaccia utente è di tipo antiquato e orientata più ai concerti rock che alle manifestazioni culturali oltre che persistere – nonostante mia segnalazione –  in una frase in inglese maccheronico “de no antri” per indicare l’accettazione di un ordinativo: “advice of order” in inglese non significa “avviso di ordinativo” ma “suggerimento di ordinativo”!!! ): i  teatri berlinesi  ben evitano di appoggiarsi a organizzazioni esterne che hanno anche il difetto di richiedere un aggio. A Berlino basta registrarsi una volta per la vita (addirittura Deutsche Oper e Staatsoper hanno una registrazione unica) e fornire i dati della propria carta di credito e il proprio indirizzo e-mail (che viene riverificato): si riceve un codice (come nel caso di Amazon, tanto per fare un esempio) attraverso il quale è poi possibile eseguire ogni operazione (biglietti, abbonamenti etc.) ricevendo per posta elettronica la conferma e poi per posta ordinaria  (sì, anche le tanto bistrattate poste italiane!) – se richiesti – i documenti, oltre che essere informati via e-mail di tutte le manifestazioni dell’ente.  La realizzazione di questo sistema è assai semplice (lo posso affermare da informatico): non  sarebbe opportuno evitare ai fedeli e ai tanti agognati e necessari fidelizzandi spettatori un inutile, costoso e irritante disagio (il discorso vale ovviamente per l’Orchestra Mozart, Bologna Festival etc.)  magari consorziandosi in materia? I membri dei CdA di queste organizzazioni hanno mai fatto almeno una volta l’esperienza di questa ordalia? Si convincerebbero subito della necessità di intervenire, e urgentemente!

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Programma 2013-20134 del Circolo della Musica di Imola

Un piccola società musicale di una piccola cittadina che presenta però un cartellone di grande qualità con un plauso all’infaticabile organizzatore Domenico Mirri che a suo rischio (anche economico!) con finanziamenti irrisori e occupandosi praticamente di tutto riesce a produrre una stagione che non teme il confronto con quelle di organizzazioni musicali bolognesi dotate di ben altri mezzi e strutture.  Il programma è reperibile all’indirizzo http://www.circolodellamusicaimola.eu/2013_2014/index.html e presenta un ventaglio di proposte che toccano praticamente tutte le branche della musica da camera senza trascurare sempre nel contesto dei 10 concerti una serata dedicata al Lied con un interprete eccezionale quale Ian Bostridge (meditate, organizzatori bolognesi, meditate..).  Gli interpreti sono in ogni caso tutti di medio-alta caratura (a Imola hanno suonato Schiff, Zimerman, Gabetta, Buchbinder, Gutman, Leonskaja etc.). Da sottolineare a ingresso libero anche tre conversazioni non nelle serate dei concerti (una prassi irritante adottata da Musica Insieme a Bologna spesso con relatori di modesta levatura che in alcuni casi sono stati brutalmente fischiati dal pubblico) su temi inerenti i concerti presentati e con la partecipazione di un folto pubblico attento e competente a coronamento del successo dell’iniziativa. Un unico argomento meriterebbe una maggiore attenzione da parte dell’organizzatore: l’inserimento di giovani concertisti all’inizio della loro carriera nel cartellone (cosa che in ogni caso non cambierebbe il bilancio). Purtroppo lo star system e le riviste musicali sono sovente orientate da criteri non solo artistici e molto spesso solo l’ascolto diretto permette di giudicare la qualità di un emergente. Di certo il vincere un concorso internazionale è un’ottima referenza e piacerebbe a molti essere magari fra i primi a valorizzare un giovane lanciato poi in una brillante carriera.

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Stagione sinfonica 2014 del Teatro Comunale

Il commento in materia è breve. Una stagione di media qualità senza punte di eccellenza: nessun direttore di grande risonanza – ad esclusione del già citato nella stagione operistica Mariotti – nessuna orchestra ospite e sopratutto – questo sì  un vero e imperdonabile difetto – con solo 5 serate su 16 che presentino un solista. Mentre sono del tutto giustificati anche alcuni concerti di sola orchestra, la proporzione è erronea, dal momento che la presenza di un solista in un concerto sinfonico ne ravviva l’interesse e allarga la prospettiva dell’offerta musicale. Di fatto in tutto il 2014  ci saranno solo tre concerti per pianoforte e orchestra (Čajkovskij, Rachmaninov – interessante che recentemente il “Rach 3 sia suonato più del celeberrimo “Rach 2”- e Prokof’ev ) e due concerti per violino e orchestra (Šostakovič e Čajkovskij). (Ma solo i compositori russi hanno composto concerti per solista e orchestra ?). Se il problema è di budget meglio comunque favorire la qualità rispetto alla quantità. Quanto al canto un’unica performance: i “Wesendonk Lieder” di Wagner. E’ questo del canto al di fuori dei contesti operistici uno degli aspetti più provinciali dell’offerta musicale bolognese, problema che riguarda non solo il Teatro Comunale ma anche le altre organizzazioni musicali della città. Certamente una seppur molto debole attenuante può essere trovata nella lingua dal momento che la produzione in materia è praticamente solo estera ma fornire adeguate traduzioni (uso la sottolineatura per gli strafalcioni che purtroppo inprovvisati traduttori – soprattutto dal tedesco – inseriscono con bella sicurezza nei loro elaborati) non sarebbe troppo complesso e nel caso del Teatro Comunale è anche disponibile il sistema videoproiettivo utilizzato nella stagione operistica. Una riflessione in materia sarebbe non solo auspicabile ma doverosa!

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Stagione operistica 2014 del Teatro Comunale

Finalmente ! Il segreto di Pulcinella, il cartellone della stagione operistica 2014 è stato reso ufficiale.  Il programma (se si esclude il musical, peraltro non facente parte del contesto degli abbonamenti) e i due balletti (che non commento nel blog, dichiarando apertamente la mia incompetenza in materia) presenta 8 opere di cui 5  “di repertorio” ovvero classiche e 3 meno “classiche”. Dai dati presenti nel cartellone non risulta chiaro se il melologo Cassandra di Michel Jarrell (indicato come opera) ne faccia parte dal momento che sono previste solo due rappresentazioni dalle quali è esclusa la “prima” (scelta quantomeno singolare!). Le opere prescelte sono comunque di notevole interesse (a cominciare dal Parsifal da troppo tempo assente dal teatro che però, con una impostazione tipicamente provinciale, viene fatto iniziare nelle rappresentazioni serali alle 19, con il rischio che la fine delle sofferenze di Amfortas passi inosservata da parte di un pubblico ormai prostrato e dormiente e che potrebbe considerare la fine dell’opera come la fine delle proprie sofferenze!) e non si può non apprezzare anche il ritorno del Guillaume Tell così come la conclusione della trilogia Mozartiana con il “Così fan tutte”, che si  spera ripeta il grande e meritato successo delle “Nozze di Figaro” del 2011. La valutazione positiva riguarda anche l’Evgenij Oneghin, un’opera di cui alcune arie – fra tutte quella di Tatiana – sono da inserire nei grandi capolavori vocali dell’800. La presenza ancora una volta della Tosca non entusiasma (ormai incontriamo  troppo spesso il cav. Cavaradossi – va bene che le regole impongono un numero minimo di opere italiane ma un po’ di fantasia, suvvia !, non guasterebbe. Ad esempio qualcuno ha mai pensato al delizioso “Lo frate ‘nnammurato” di Pergolesi? ) mentre sarà interessante vedere l’accoglienza dell’opera di Šostakovič (qualche timore è più che giustificato). Differente è il discorso dei direttori e degli interpreti. Alcuni direttori sono certamente di ottimo livello (ad esempio Mariotti) per altri il dubbio è più che fondato. Analogamente per i cantanti. Ma i giudizi a priori non sono mai giustificati: quindi let’s wait and see…..

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Piotr Anderszewksy


Piotr Anderszewksi – Cortina 10 Agosto 2013.  Pierino comincia male: lascia gli spettatori fuori dalla sala fino a 10 minuti prima del concerto e dal foyer si sente che sta ripassando i brani da eseguire in concerto. Nulla di grave comunque, anche se un po’ anomalo. Inizio del concerto: le luci si spengono quasi completamente e dall’ingresso del palcoscenico appare un personaggio allampanato, che avanza con andatura dinoccolata, vestito con un completo grigio-nero stazzonato che ha visto tempi migliori e una maglietta nera girocollo stile Berlusconi giovanilista. Nulla di grave anche se l’atmosfera complessiva è un po’ da caro estinto.  Il programma si apre e si chiude con due suites francesi di Bach. Esecuzioni abbastanza pulite (qualche incertezza nella prima giga), piuttosto meccaniche e scolastiche  e addirittura prive di quegli abbellimenti che nei ritornelli delle francesi (proprio per la loro natura) sono ormai prassi esecutiva costante. Ma siamo nel campo delle scelte interpretative dell’esecutore che possono, debbono essere rispettate perché non violano lo spirito della composizione (anche se in materia c’è di molto meglio..). L’esecuzione dei brani di Janacek è stata onesta e volenterosa. E’ questo un autore il cui spirito slavo e neoromantico è difficile da cogliere ed esprimere e forse l’unico artista che ha saputo coglierlo fino in fondo è stato il compianto Rudolf Firkusny che di Janacek era stato allievo. Ma è fuori discussione che il punto focale del concerto era la fantasia di Schumann. Mentre la prima parte (e quella finale) del primo tempo sono state rese con l’esuberanza necessaria (non senza una enfaticità innecessaria) è totalmente mancata l’interpretazione della parte centrale (Im Legendton è l’indicazione di Schumann, in “tono da leggenda”). Qui la leggenda si è sfarinata in una favoletta piuttosto noiosa, senza quel senso di grandiosità che il brano richiede e macchiata da quel tipico tentativo di arricchire una interpretazione piatta con l’accentuazione di alcune armonie della mano sinistra che dovrebbero – secondo l’esecutore – rivelare bellezze nascoste del brano e che invece si rivelano mezzucci fin troppo scoperti.   Il secondo tempo della fantasia (un tempo energico, eroico, caratterizzato da quel ritmo puntato tanto caro a Schumann e certamente da eseguire ad una velocità adeguata) è stato invece eseguito con lentezza esasperante, con le semicrome sfumate in crome accelerate e con una non secondaria sequenza di errori tecnici. L’epitome di questo disastro si è avuta nel finale, 10 battute di bravura con salti oggettivamente assai difficili in quanto il tempo richiesto è un presto, nel quale il nostro ha sbagliato il 50% dei salti pure se il presto era stato sfumato in un allegro solo leggermente più accelerato della prima parte. E tutto questo nonostante il nostro si agitasse e si dimenasse scompostamente  sulla seggiola su cui sedeva, quasi a sottolineare lo sforzo titanico della sua prestazione (il tutto mi ha fatto ricordare una celebre traduzione di un epigramma di Marziale da parte di Ceronetti “.. e tanta excitazio non serve a un …”). Quanto al meraviglioso terzo tempo della fantasia, tanto pieno di intensità musicale quanto di facilissima esecuzione tecnica, si può stendere un velo pietoso: basta dire che vi sono stati marchiani e intollerabili errori tecnici.  Naturalmente pubblico ignorante  applaudente (con qualche fischio). Poi due bis. Il primo una sarabanda bachiana (ma due suites francesi non erano sufficienti?) e il secondo una ripetizione dell’ultimo tempo della fantasia preceduta dalla seguente frase del nostro (testuale)”I will play again the third mouvement of the phantasy, since I played it so badly”!!!! Magari un terzo bis di riparazione ? Niente. Che dire di Anderszewski ? Seppure entrato al concerto memore delle lodi tessute dal mio amico A.S. e quindi pronto a ricredermi, ho ricevuto la stessa impressione che ricevetti la prima volta: un pianista di medio calibro, dotato di una tecnica assolutamente non trascendente, e molto probabilmente valorizzato dallo star system molto più del suo valore. “Arridatecene la Mangova “!!!!
PS La ciliegina sulla torta è stata data dal programma di sala in cui Schumann è definito come “turbolente” (?), la fantasia composta in occasione della separazione da Clara Wieck (e quando mai ? il matrimonio di Clara e Robert è  stato granitico) e la tonalità di sol maggiore “soleggiata” (sic – forse voleva dire solare…) sicché la tonalità di sol minore dovrebbe definirsi “ombreggiata”. Allo sconosciuto estensore di questo sgangherato programma andrebbe poi ricordato che dal tempo della temperatura di Werkmeister il rapporto fra i vari gradi delle scale maggiori e minori è costante  (radice dodicesima di 2) sicché NON esistono tonalità più o meno “soleggiate”. La sensazione uditiva di un brano in do maggiore trasposto in sol diesis maggiore è assolutamente la medesima e forse l’unica possibile differenza è per quei fortunati che hanno l’ “orecchio assoluto” in grado di individuare la tonalità direttamente, cosa assolutamente impossibile per l’ascoltatore normale, senza che questo abbia alcun influsso sulla percezione complessiva del brano !
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Schellenberger e Silocea


Schellenberger e Silocea – Cortina 7 Agosto 2013- E’ inutile insistere: il palcoscenico dell’Alexander Girardi Hall di Cortina non ha una dimensione sufficiente per ospitare un’orchestra (anche se a ranghi ridotti) e un pianoforte. La sua acustica è scadente,  il suono non si amalgama e si assiste, nella compressione degli strumentisti a causa della presenza del piano,  persino a una deformazione del suono di alcuni strumenti quali il corno la cui emissione risulta talvolta persino stridente. Schellenberger è un buon professionista come direttore d’orchestra e un eccellente oboista come è risultato nel concerto per oboe e orchestra da lui eseguito in modo pressoché perfetto. Ma l’attenzione del concerto si incentrava sulla pianista Alexandra Silocea che ha eseguito il celeberrimo concerto “jeune homme” di Mozart. Una prestazione con molte luci ma anche molte ombre. La Silocea ha un buon tocco, una tecnica brillante e un approccio molto “tecnico” al concerto Mozartiano che viene eseguito con  precisione ma anche con una certa freddezza, talvolta eccessiva come nel caso della cadenza del primo tempo che è risultata francamente troppo breve e quindi piuttosto deludente. Mentre il secondo tempo è stato reso con il “patos” necessario l’ultimo tempo è stato affrontato con una velocità  decisamente eccessiva il che ha portato ad alcune imprecisioni che certamente potevano essere evitate e che hanno anche compresso il valore musicale del brano. Insomma un’artista che nulla concede al canto nei tempi brillanti e che talvolta eccede nella sottolineature dei trilli che esegue con una precisione degna di nota ma spesso fine a sé stessa. I due brani ulteriori in programma (una sinfonia di Mozart e una di Haydn) sono stati eseguiti in modo accettabile ma non indimenticabile. In ogni caso se non si pone mano seriamente a una revisione della Hall (e la dimensione del palcoscenico è un problema da risolvere urgentemente) e della sua sonorità è meglio limitarsi a concerti solistici che meno risentono in modo così drammatico della scadente acustica della sala. Quanto al pubblico è chiaro che si pone un drammatico problema numerico e questo deve essere affrontato cambiando radicalmente l’organizzazione del Festival, curando in modo molto più professionale la sua impostazione e in primo luogo la comunicazione, soprattutto considerando la specifica  realtà nella quale è organizzato.  Vedere solo mezza sala mezzo vuota è uno spettacolo deludente e certamente irritante per gli esecutori: se non si cambia il destino del Festival Ciani sembra segnato.
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Plamena Mangova

Plamena Mangova -Cortina 4 Agosto 2013.

Finalmente un bel concerto! Plamena Mangova è una giovane pianista bulgara dotata di grandi mezzi tecnici, di un bel suono e della capacità di interpretare correttamente lo stile e il contenuto dei brani eseguiti. Perfetta l’esecuzione delle variazioni Beethoveniane sul tema di Salieri “La stessa la stessissima” seguita dalla terza sonata Brahmsiana. Mentre l’impostazione generale della sonata è assolutamente da condividere alcune intemperanze tecniche nel primo movimento potevano essere evitate così come la scelta di un tempo troppo lento del secondo movimento che già piuttosto articolato di per sé è risultato purtroppo un po’ prolisso. Ma – sia chiaro – sono piccoli nei in un contesto assolutamente positivo e di grande spessore. La seconda parte (Shostakovic e Ginastera) ha potuto da un lato mettere in evidenza il senso dell’ umorismo pianistico della Mangova nei preludi del russo e dall’altro doti tecniche assolutamente eccezionali nei tre brani di Ginastera. Belli e ben interpretati i due bis (un notturno di Chopin e la trascrizione Lisztiana del Lied “Der Atlas”). Insomma un concerto tutto da godere e un’interprete che speriamo di potere presto riascoltare in Italia.  
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Madelyn Renée e Jeffrey Swann


Cortina – 2 Agosto 2013. In una Cortina in evidente declino, con un sindaco “esiliato”  (da tre mesi ha l’obbligo di non mettere piede a Cortina ma berlusconianamente rifiuta di dimettersi pur se  coinvolto con altri membri della giunta in una faccenda molto oscura di appalti), che ha perso il concorso ippico e il polo, che ha dismesso la pista di bob e ha chiuso la piscina, che ha perso la candidatura ai mondiali, ove il famoso “struscio” sul corso è ormai appannaggio di turisti “mordi e fuggi”, ove scontrini e ricevute sono documenti sconosciuti, ove i prezzi della case hanno subito un ribasso non inferiore al 30%  e addirittura il prestigioso (e costosissimo) Hotel Cristallo è obbligato alla pubblicità televisiva, era certamente difficile ipotizzare un festival musicale di grande livello. Eppure il “Ciani” era iniziato, in occasione dell’inaugurazione del nuovo auditorium Alexander Hall (architettura da cinema anni ’50 e acustica discutibile), in grande spolvero con Marta Argerich come protagonista e con i biglietti contesi fra tutta la cosiddetta “high society” della perla del Cadore. Oggi il Ciani si è ridotto a un festival di terza categoria (probabilmente per una gestione molto poco professionale – ad esempio nonostante ogni anno io mi re-iscriva alla newsletter mai un messaggio mi è arrivato!), sfilacciato in una serie di piccole manifestazioni locali cadorine e con un’accademia di perfezionamento di giovani interpreti che tentano di mascherarne  l’inarrestabile declino, con qualche concerto di livello un po’ superiore così snobbato dal pubblico che la sala viene ridotta a metà per evitare il pauroso senso di vuoto che la sala intera genererebbe. Di certo il pubblico locale e la grande maggioranza dei villeggianti sono totalmente disinteressati a eventi di musica classica (l’entusiasmo iniziale era più legato agli aspetti mondani che a quelli musicali) ma il cartellone 2013 è di per sé sconsolante anche in rapporto al passato (qui si sono esibiti Andras Schiff, Mario Brunello, Angela Hewitt solo per fare qualche nome). In questo contesto, accompagnata da Jeffrey Swann, si è tenuto il concerto del soprano Madelyn Renée, un concerto nel quale erano inclusi brani per solo piano, Lieder e arie d’opera, insomma un concerto “pot pourri” privo di unità stilistica al quale –giustamente – non siamo più abituati.  La parte migliore dell’esecuzione della soprano sono stati i tre bis di arie d’operette  nei quali la vocalità della cantante accoppiata a una consumata arte scenica ha dato luogo a una performance che ha incontrato il  successo incontrastato del pubblico. L’esecuzione delle due arie d’opera (“Habanera” della Carmen di  Bizet e la celebre aria “Mon cœur s’ouvre à ta voix del Sanson e Dalila di Saint-Saëns) è stata di buona qualità soprattutto per il fatto che la Renée esprime il meglio di sé nel registro intermedio e le arie hanno una impostazione da mezzo-soprano. Passabili i Lieder del secondo ottocento (Hahn, Fauré e Satie) mentre pollice assolutamente verso per l’esecuzione dei famosissimi Wesendonk Lieder di Wagner che richiederebbero una pienezza e una drammaticità di voce non nelle corde della Renée, la quale non solo ha avuto alcune difficoltà di intonazione ma ha sbagliato totalmente un fiato nell’ultimo Lied (Träume) spezzando drammaticamente il discorso musicale intensissimo del Lied. Quanto a Swann, be’ forse in ricordo di  un meritatamente glorioso passato sarebbe necessario passare un velo pietoso sulla sua esecuzione. Errori tecnici marchiani  hanno costellato l’intera performance iniziata con un “Preludio, Corale e Fuga” di Franck da dimenticare. Tempi staccati esageratamente veloci (ansia di insufficiente preparazione ?) che hanno reso il canto Franckiano un ammasso confuso di suoni, errori imperdonabili anche in passaggi tecnici elementari del corale, la ripresa – nella fuga – della melodia del preludio (caratteristica tipica di Franck) semplicemente inintelligibile e una costante variazione dei tempi (addirittura il “rubato”) che nulla hanno a che vedere con la eleganza formale e stilistica del brano. Si potrebbe continuare perché il disastro si è perpetuato financo negli accompagnamenti del canto ma è meglio arrestarsi. Di quale metastasi è oggi afflitto un pianista che per primo vinse (meritatamente) il Ciani ? Per lui vale il celebre verso Manzoniano …e dei tempi che furo l’assalse il sovvenir”…
PS La (dis)organizzazione del concerto è stata tale che i testi tedeschi e francesi erano stati tradotti in parte in italiano e… parte in inglese !

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Martina Filjak – Ravenna

“Temi e ballate popolari: un’occasione per riflettere su varie accezioni dell’idea di “popolare” in musica” recitava il programma. Di “popolare” in realtà nel concerto c’era poco se non i nomi di alcuni brani  (non tutti – si può ad esempio definire ballata popolare la quarta sonata di Prokofiev?). Ma veniamo a Martina. Innanzitutto bisogna ammettere che il chiostro della biblioteca classense di Ravenna non è certamente un luogo adatto a un concerto di pianoforte. L’acustica non è cattiva, semplicemente non esiste data la dimensione del luogo, la presenza di molte piante etc.: il suono cade ai piedi del piano e l’effetto è una sorta di sordità complessiva che certamente non aiuta l’esecutore. La performance della Filjak non è stata comunque entusiasmante: una pianista di medio livello con molti (eccessivi) atteggiamenti plateali alla Francesca Bertini e ammiccamenti verso il pubblico di cui si poteva (e si deve) fare a meno. Così come si poteva evitare il coup de téatre del cambio d’abito fra il primo e il secondo tempo, come se fosse Milly Carlucci.  La tecnica non è trascendentale, come dimostrato dall’esecuzione della seconda (estremamente difficile) ballata di Chopin, della ballata op. 118 di Brahms  e di Islamey di Balakirev eseguiti tutti a un tempo “contenuto” e senza un controllo completo della tastiera. Abbastanza incolore anche il Liszt della ballata (giustamente poco eseguita – un brano noioso e ripetitivo) in si minore. Di buona qualità l’esecuzione dei brani di Prokofiev e di Bartok. Forse la migliore esecuzione è stata quella della prima ballata op. 10 di Brahms dove i toni sognanti e al contempo eroici del brano sono stati eseguiti con un perfetto controllo delle sonorità: essendo il primo brano in programma faceva molto sperare ma la disillusione non ha tardato e manifestarsi. Vincitrice del concorso di Cleveland del 2009 (e con un repertorio incredibile data la giovane età – dal suo sito risulterebbe che abbia nelle mani 30 concerti !) ritengo che meriti una prova di appello in una sala adatta (e con un piano che dimostri un po’ meno di anni) ma in ogni caso la ancora necessaria maturazione musicale e tecnica  richiederebbe un’umiltà e uno studio ulteriore che invece la programmazione dei suoi concerti 2013 e 2014 non sembra concederle. Sapere amministrare saggiamente i successi ottenuti in giovane età evitando sovraesposizioni (senza ovviamente tralasciare completamente i vantaggi della vincita di un concorso) sarebbe segno di una maturità che lascerebbe ben sperare. Speriamo.
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Martha Argerich &friends (& one feind)

Benvenuti al palasport Pala de Andrè per un concerto nazional-pop (non più nemmeno nazional-popolare – siamo ormai all’ultima metastasi del festival di Ravenna). Il “palazzo” è gremito da  un pubblico di vacanzieri storditi dal sole che assistono per la prima volta a un concerto “classico”, probabilmente attratti dal tema “tango” che caratterizza la serata la quale però inizia (con grande ritardo) con una prima parte classica. E qui comincia la farsa. Nel quintetto Schumanniano, come primo violino, è presente una vecchissima gloria (si fa per dire) nata nel 1922 che tenta inutilmente di nascondere quanto inevitabilmente il passare degli anni ha distrutto. Il nostro (Gitlis) tenta di accattivarsi il favore del pubblico con alcune battute prima dell’esecuzione che gli spettatori circensi accolgono con risate da Colosseo. L’attacco del quintetto è da brivido: un paio di miagolate del primo violino nelle prime battute annuncia quanto attende gli ascoltatori nel prosieguo. Inutilmente Marthita e gli altri membri del quintetto tentano di rabberciare la situazione: le stonate sono da brivido, i tempi drammaticamente rilassati e il magnifico quintetto si sbreccia  in una esecuzione solo da dimenticare. Fortunatamente il nostro nonnino viene sostituito da un violinista vero nell’ultimo tempo e finalmente il quintetto risorge. Il pubblico è naturalmente totalmente impreparato e gode applaudendo in modo liberatorio e sconsideratamente ad ogni conclusione di tempo.  Nel frattempo gli ascoltatori chiacchierano, si soffiano rumorosamente il naso, si alzano, si muovono, tossiscono in tutte le tonalità: mancano allo spettacolo solo i venditori ambulanti di brustulli e gassose. Dopo un noiosissimo brano per violoncello e pianoforte di autore a me sconosciuto (arrivando all’ultimo momento non sono riuscito a prendere il programma aggiornato – sorry) caratterizzato dall’uso costante di armonici  (al piano accompagna questa volta Eduardo Hubert – poca fatica trattandosi costantemente di semplici accordi….) si riprende lo strazio con il nostro inqualificabile Gitlis e Marthita, che di fatto cerca di tenere a balia il violino, seguendone gli errori, gli svarioni di tempo, le intemperanze etc. Viene annunciato che saranno eseguiti i primi due tempi (soltanto !) della sonata per violino e pianoforte di Franck. In realtà la punizione per il pubblico dura tutti e quattro i tempi (eseguiti con lentezza esasperante) che in realtà si traformano in cinque perchè il nostro… si perde a metà del secondo che viene quini reiniziato “ex- novo”. Il suono del violino, poi, non si sente tanto è flebile cosicchè la sonata diventa per piano solo con interventi sporadici di un suono vagamente violinistico. Confesso: dopo un primo tempo terminato alle 22.55 non ce l’ho fatta ad ascoltare il secondo tempo del “concerto” e sono tornato a casa dove ho riascoltato la mia amatissima sonata eseguita come Dio comanda. Come un’artista raffinata, scontrosa ed elitaria che si concede al pubblico con il contagocce, sia finita in una manifestazione da baraccone come quella di ieri sera (persino l’impresario Schikaneder deve essersi rivoltato nella tomba) è un mistero che resterà irrisolto. E sono certo che non sia stato il cachet il motivo principale: posso solo ipotizzare che sia stato il tributo alla danza nazionale del suo paese a convincerla, ma a che prezzo ! O doveva fare un “fioretto” ?A proposito:qualcuno è interessato a organizzare un concerto Gitlis-Magiera …..? A solo pensarlo mi corrono i brividi giù per la schiena!
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Dagli annali di un secolo appena cominciato.

La mia perfida amica Sissa Festi mi ha inviato il seguente apologhino:




Nei primi anni di questo millennio si cominciò a parlare dell’ esordio di un geniale critico musicale, nato nella città di  Bologna e formatosi in quella dotta università, donde tanti illustri spiriti sono usciti per dare gloria al paese. Nelle articolate riflessioni sui concerti degli artisti che si esibivano nelle varie sale bolognesi, non una nota sfuggiva all’orecchio del nostro, che, grazie ad una prodigiosa memoria, riusciva a comparare l’esecuzione della serata con altre precedenti del medesimo musicista o con esecuzioni di maestri del passato. Nulla sfuggiva al suo orecchio attentissimo. E, purtroppo, pochi uscivano indenni dal suo esame. Anzi nessuno. Quanto più la fama del critico si  allargava, determinando una sorta di titolo discriminante, snobistico, l’aver letto e degustato quei motivati giudizi, tanto meno frequenti divennero le occasioni concertistiche nella città: infatti, gli artisti – dagli esordienti ai già affermati ma timorosi di uscire malconci dalle severe analisi del famoso critico – cominciarono a rifiutare gli ingaggi. E siccome anche nella competizione più accesa sopravvive lo spirito di corpo, erano essi stessi a mettere in guardia  gli incauti che, talvolta si lasciavano tentare da offerte vantaggiose.  Nel corso di qualche anno nella città di Bologna non si programmarono più concerti, né in teatro né in sale private. Il nostro critico musicale cominciò a frequentare teatri di città vicine e ,poi, sempre più lontane: dovunque andasse lo seguiva la fuga di solisti, orchestre, cori etc.
           DOPO DI LUI IL SILENZIO
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Beatrice Rana

Dopo l’esordio controverso di “pianofortissimo” un concerto di grande livello con una giovanissima interprete già affermata sul piano internazionale e meritatamente vincitrice di importanti concorsi (interessante notare come le giovani interpreti, tutte di bassa statura – si pensi a Yuja Wang e a Leonora Armellini – sfoggino una grinta che la loro complessione potrebbe non fare supporre!). Un programma tutto romantico (forse eccessivamente – al pubblico sarebbe certamente interessato valutare l’artista anche in brani di altre epoche.) con Schumann (Variazioni Abegg e Studi sinfonici – senza le variazioni postume -) e i 24 preludi di Chopin. Le  Variazioni Abegg (tecnicamente più impegnative degli studi sinfonici) sono state eseguite alla perfezione. Brillantezza e perfetta sgranatura nei passaggi brillanti e grande misura e sentimento nelle variazioni più liriche come raramente è dato sentire anche da interpreti più maturi ed affermati. Un giudizio similare vale per gli studi sinfonici dove però il giovanile entusisamo (supportato da una tecnica assolutamente  fuori dal comune) ha talvolta offuscato gli aspetti più intimistici di alcune variazioni. Si pensi – ad esempio – alla seconda parte della seconda variazione ove un inizio più lirico e meno virtuosistico avrebbe giovato all’interpretazione e più in generale un atteggiamento costantemente muscolare e granitico (pure di grande effetto sul pubblico) avrebbe potuto lasciare spazio a una maggiore ricchezza di sfumature: i pianissimi non paiono godere del favore della giovane Beatrice.  Un giudizio similare vale per i 24 preludi anch’essi interpretati sulla base della felicità prorompente che la giovane interprete mostra nello sfruttare appieno le straordinarie doti di una mano cui tutto pare sembrare semplice anche nei passaggi più ardui.  Senza trascurare alcune “licenze” (ad esempio a metà del quarto preludio  in mi minore) che oggettivamente Chopin non ha indicato e che probabilmente non avrebbe gradito. Una nota curiosa riguarda la predilezione nell’accentuare talvolta alcune armonie della mano sinistra a scopo di variare l’impatto armonico, una prassi molto in voga ai tempi di Cortot e da lui caldeggiata nelle sue famose revisioni delle edizioni Salabert degli anni ’50) il cui uso dovrebbe però essere ristretto – almeno per i miei gusti – a pochissimi e ben selezionati casi. Un solo bis: una trascrizione Lisztiana  di un famoso Lied schubertiano. Forse si poteva scegliere – almeno in questo caso – un autore non romantico: la musica non si è cristallizzata nella metà dell’800.  Se si considera la giovanissima età della Rana non è difficile ipotizzare una grande carriera purchè il successo strepitoso ottenuto così prematuramente non induca a ridurre uno studio che solo può portare a quell’approfondimento interpetativo che fa di una giovane talentuosa una grande pianista (chi ha ormai molti anni sulle spalle può ricordare il Maurizio Pollini del periodo immediatamente successivo al trionfo al concorso Chopin e le follie musicali che riteneva gli fossero lecite…).
Il “bloggatore” prende temporaneo congedo dal suo ristretto pubblico in quanto per due settimane si trasferisce a Berlino (che – purtroppo – segue la tipica prassi delle grandi città azzerando tutte le manifestazioni musicali dal 15 Giugno al 1 Settembre). Buon proseguimento di “pianofortissimo”!
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Concerti rock a Bologna

Non so se un blog di musica classica ha il diritto di parlare di musica rock, ma nel dubbio me lo arrogo. Vorrei in questo caso applaudire la decisione della giunta Merola che ha limitato i decibel dei concerti rock serali in estate a 75 e con l’obbligo di terminare alle 22. Una decisione saggia che contempera le esigenze del pubblico “rock” e quello della quiete notturna. Interessante notare come una smentita così clamorosa  dell’atteggiamento provocatorio dello scorso anno  dell’assessore alla cultura (?) Ronchi non abbia suggerito all’assessore stesso le dimissioni. Ma si sa: le dimissioni in Italia sono un istituto non legato alla dignità delle persone ma normalmente solo all’intervento della magistratura (e anche in tal caso con resistenze fortissime). E in fatto di “cultura” non si può non interrogarsi ancora una volta sulla mostra di Vermeer: quante manifestazioni culturali (e musicali !) si sarebbero potute organizzare con gli stessi fondi? E il ritorno anche economico (tutto da verificare) vale l’investimento? Ai posteri… ma poi in Italia il merito di un (tutto potenziale) sucesso è di uno solo mentre il  demerito di un ìnsuccesso è di tutti e quindi di nessuno!

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Eccolo di nuovo !

Dopo avere perso l’evento bolognese dell’anno (Abbado-Lupu-Napolitano) sul cui esito musicale attendo commenti da chi ha assistito (essendo andato a trovare il sole nel sud dell’Inghilterra!) riprendo le mie conversazioni a ruota libera. Non avendo nulla di specifico da commentare tocco un argomento cui da tempo volevo dedicare qualche riga. Si tratta della competenza del pubblico dei concerti. Se per assurda ipotesi dietro un tendone di avvicendassero Andras Schiff e un ottimo studente di conservatorio con lo stesso programma, quanti sarebbero in grado di distinguere con sicurezza le due interpretazioni? Probabilmente meno del 10% del pubblico in sala. E perchè ? Perchè il pubblico applaude NON l’interpretazione ma la musica in sè. Sciorinategli un paio di valzer di Chopin, un paio di  improvvisi di Schubert e soprattutto un bel Liszt di quellli da baraccone (ad esempio una delle peggiori rapsodie ungheresi – sì,  perchè il nostro non ha composto solo la sonata in Si minore!) possibilmente ad alto volume e il gioco è fatto. Applausi scroscianti indipendentemente dall’esecutore. E per una delle ultime composizioni di Brahms? Tiepido consenso in ogni caso. Questo naturalmente pone una volta di più il perenne dilemma: è più importante capire e valutare o semplicemente godere ? Debbo confessare che mi è capitato spesso di invidiare persone chiaramente digiune di musica che si sperticavano in applausi totalmente immeritati soddisfatte però di quanto avevano ascoltato mentre il sottoscritto, con la nota acribia, annotava tutti gli strafalcioni, le violazioni del dettato musicale etc. finendo per immalinconirsi sia per quanto aveva ascoltato sia per la rabbia di vedere premiato chi chiaramente non lo meritava. Sia chiaro: la differenza di giudizio anche fra gli esperti è comune (si pensi al caso Andreeva, vincitrice – a mio e altrui giudizio – immeritatamente dell’ultimo concorso Chopin) ma si basa su un denominatore tacitamente concordato che stabilisce un confine da tutti accettato al di sotto del quale il giudizio negativo è unanime. Non vale purtroppo per “the general public“.

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I Solisti dell’orchestra Mozart con A.Lonquich

I concerti “a geometria variabile” non mi sono mai piaciuti: viene a mancare quell’unità interpretativa che sola permette un giudizio complessivo sull’esecuzione. Il concerto di ieri sera (che ha alternato brani solo pianistici a due quintetti per piano e fiati) rientra nella sfera delle manifestazioni “di giusto valore”: esecutori singolarmente di buona qualità che però mancano di quell’affiatamento (derivante solo da una prassi esecutiva continuativa) che trasforma un ensemble in un tutto amalgamato in cui il risultato è superiore alla somma dei singoli. Esecuzioni quindi ben “polished” ma tendenzialmente fredde e compassate e quindi certamente non entusiasmanti. A tutto questo ha certamente contribuito il pianismo di A.Lonquich che assomiglia a un soprammobile di ottima fattura ma che finisce col non essere notato data la sua ripetitività.  Sia chiaro: nulla da eccepire quanto a tecnica e rispetto del dettato musicale ma certamente pare mancare quel “plus” che trasforma un ottimo pianista in un grande pianista. Un’unica notazione comportamentale: perchè Lonquich cerca costantemente l’ispirazione “altrove” guardando da tutte le parti fuorchè verso il pianoforte con contorcimenti degni di un ginnasta?

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Auditorium – Lettera inviata a Merola


Caro Virginio,
               non è mia abitudine scrivere senza fondato motivo. Ho letto oggi l’intervista di Abbado sul Corriere e vorrei sottoporre alla tua attenzione alcune riflessioni.
1)      E’ a te chiaro che l’auditorium, nella dimensione in cui viene concepito, non ha alcuna speranza di sostenersi economicamente e che non può che avviarsi a un fallimento finanziario che ricadrà sulle spalle del comune solo per la megalomania di alcuni personaggi che del bilancio del comune se ne fregano altamente ? E sempre che i costi di costruzione siano interamente sostenuti dagli sponsors dei promotori ?
2)      E’ a te chiaro che fra i sostenitori dell’iniziativa ci sono coloro che, membri del CdA del Comunale, – sedicenti esponenti di sinistra – dovrebbero difendere il nostro teatro e valorizzarne l’uso, configurando a livello locale il tanto aborrito a livello nazionale conflitto di interessi, tenendo ambiguamente il piede in due staffe ? E’ accettabile questo comportamento o dovrebbe essere stigmatizzato invitando queste persone a pronte dimissioni ?
3)      E a te chiaro che con l’auditorium (per il quale si parla persino di 2000 posti!) Bologna si troverebbe ad avere Manzoni, Auditorium e Comunale quasi che gli abitanti della città fossero alcuni milioni oppure oltre all’auditorium verrà costruito nei paraggi un aeroporto in grado di fare atterrare gli Airbus A380 per trasportare vagonate di potenziali spettatori da tutta l’Asia ?
Il sottoscritto, come  tanti altri amici e colleghi che amano l’arte, inorridisce di fronte all’ennesimo insulto al buon senso e credo che tu come sindaco debba fare sentire forte e chiara la tua opinione in materia (positiva o negativa che sia) prima che l’idea, a forza di serpeggiare senza interventi autorevoli, finisca per raggiungere il punto di non ritorno. Confido come tanti altri, in una tua chiara presa di posizione anche perché mi pare che il bilancio comunale non abbia bisogno di ulteriori “vulnus” dopo quelli recentemente ricevuti nella stessa ottica.
               Cari saluti
                              Gianni
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Pianofortissimo – Bè

L’estate bolognese, per quanto riguarda la musica classica, (almeno nella sua primissima parte, poi il buio dietro la siepe..) può contare su una rassegna di pianisti più e meno noti (pianofortissimo – da non confondere, please, con quello di un tempo passato  di R.Carosone…) di grande interesse. Il merito va all’impegno di Alberto Spano infaticabile esploratore di nuovi talenti musicali e sostenitore di vecchie glorie nel campo del pianoforte. La rassegna (dal 18 Giugno al.3 Luglio)  conta 6 manifestazioni che si terranno nel cortile dell’archiginnasio e sarà aperta da una vecchia conoscenza del pubblico bolognese: Leone Magiera con un programma di sicura presa ma decisamente un po’ datato (tutto Chopin again!). Seguono poi alcuni giovani vincitori di premi internazionali: è questa una lodevole iniziativa in quanto, purtroppo, al pubblico bolognese non viene mai offerta questa possibilità (se si escludono i “talenti” del Bologna Festival) quasi che l’età fosse una condizione necessaria – ma spesso insufficiente.. – per un grande concerto. Fra gli interpreti da segnalare il concerto  conclusivo di Maria Perrotta, una pianista che si è segnalata recentemente per l’esecuzione delle tre ultime sonate di Beethoven che hanno ricevuto un plauso quasi unanime. Nel suo concerto eseguirà l’integrale del primo libro del Wohltemperiertes Klavier di J.S.Bach sulla scia di Richter, Pollini, Schiff , Weisseberg e altri maestri dell’interpretazione: sarà interessante valutare se anche in questo repertorio (dopo le Goldberg Variationen) sarà in grado di fornire un’interpretazione all’altezza delle aspettative. Un unico lato negativo: nei programmi annunciati pare scomparsa la musica moderna (ci si ferma a Skrjiabin se si esclude una sola composizione di Olivier Messiaen nel concerto di Baryshevkyi) quasi che il mondo compositivo si fosse fermato all’inizio del ‘900. Ma Webern, Schönberg, Stravinskij e persino Rachmaninov etc.non dovrebbero fare parte del repertorio delle nuove generazioni non fosse che per ragioni di età?
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Götterdämmerung – La Scala – Milano

Uno spettacolo ancora una volta all’altezza della grande tradizione della Scala. La conduzione (ormai collaudatissima) di Barenboim è perfetta. Irene Theorin è una Brunhilde superlativa, ripetendo la prova magistrale data lo scorso anno nel “Tristan und Isolde” di Bayreuth (purtroppo disastrato da una regia/scenografia al di sotto di ogni immaginazione). Il tenore Lance Ryan (già protagonista del Sigfried di Bayreuth 2010) si conferma un buon (non superlativo) interprete wagneriano (quanto ci mancano Ian Storey e Jonas Kaufmann) mentre Gerd Grochowski e Anna Samul rispettivamente nei ruoli di Gunther e Gutrun (ruoli che Wagner ha volutamente e segnatamente impostato da comprimari) hanno svolto con buon mestiere il loro compito. Il basso Mikhail Petrenko (Hagen) ha una voce perfetta  per il ruolo. Un po’ di tristezza mette Waltraud Meier, che (pur con una voce ancora all’altezza della sua fama) viene confinata nei due ruoli secondari della seconda norna e della walküre Waltraute. Ricorda un po’ il destino della grande Christa Ludwig che nelle sue ultime apparizioni wagneriane veniva relegata al ruolo secondario di Fricka: “sic transit gloria mundi”… Quanto alla regia di Guy Cassiers (e all’aspetto scenografico dell’opera curato da Enrico Bagnoli)  il mio giudizio è che si tratti di un’ottima realizzazione  (così come mi erano apparse le altre regie del Ring di Cassiers) che pone il dramma e le scene in una luce atemporale. Molto bravi i ballerini che simulando un comportamento da furie sottraggono l’anello a Brunhilde nella scena del travestimento di Sigfrido come Gunther. Ancora una volta Irene Theorin è stata perfetta scenicamente riflettendo le due anime dell’amante e della vendicatrice in modo del tutto convincente. Lance Ryan, al contrario, ha confermato la propria debolezza scenica con una gestualità eccessiva e tavolta istrionesca: di certo non gli ha giovato il costume di scena (che ricordava vagamente quello del Mods degli inizi degli  anni ’60) mentre i costumi persino grotteschi di Gunther e Gutrun non sono parsi stonati rispetto all’oggettiva pochezza e meschinità del loro ruolo. Il comportamento di Hagen è, per dirlo alla tedesca “übertrieben” (sopra le righe) sottolineato anche dal trucco mefistofelico che seppure corrispondente al ruolo non è strettamente necessario. Un’ultima meritata citazione: bravissime scenicamente e vocalmente le tre Rheintöchter nella scena della tentata seduzione di Sigfried.  Peccato che il pubblico abbia risposto con un applauso un po’ freddino (di circostanza si potrebbe dire) alla fine dell’opera : la colpa però è anche dell’organizzazione che fa iniziare l’opera alle 18. Alle 24 (dopo due intevalli di ben 40 minuti) il pubblico è stanco e molti sono preoccupati di perdere l’ultima metropolitana: un’opera così complessa e lunga necessita di orari più potabili. Necessario dire che all’estero il Götterdämmerung inizia normalmente alle 15 o alle 16 ?

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