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Maria Perrotta – CD Decca

Come out of the blue”  e iniziando una carriera a una età considerata ormai  “difficile” dal momento che i giovani leoni del settore risultano vincitori di concorsi importanti in generale prima della prima metà dei loro anni venti, Maria Perrotta dopo avere vinto premi internazionali di prestigio si presenta al pubblico discografico con l’incisione dei tre ultimi capolavori sonatistici Beethoveniani, una sfida che molti grandi interpreti affrontano spesso solo nella piena maturità anagrafica e interpretativa. La sonata op. 111 in particolare viene considerata come il testamento sonatistico del grande compositore tedesco terminando con quella  “arietta con variazioni” in do maggiore che per molti anni ha inibito i compositori che non si attentavano a proporre brani nella stessa tonalità. La sonata è stata oggetto di infinite esegesi (anche escatologiche) e  interpretazioni (si pensi ad esempio al Doktor Faustus di Thomas Mann) che hanno dimenticato che dopo l’opera 111 Beethoven ha composto molte importanti composizioni (anche pianistiche – ad esempio le variazioni op. 120 su un tema di Diabelli) e in particolare gli ultimi quartetti, questi costituendo veramente il suo testamento musicale. Ed è curioso ricordare che interrogato sul perché mancasse un ultimo tempo alla sonata 111 Beethoven rispose “che non aveva avuto tempo“: un ennesimo esempio di come le percezioni del compositore e degli esegeti possano essere totalmente difformi.  Tornando comunque al CD si può senza tema di dubbio affermare che la Perrotta è “up to the job” e che la sua interpretazione può inserirsi senza incertezze fra quelle di grande valore. Come sempre in questi casi e sempre mantenendosi a grandi livelli (e quindi entrando in una sfera personalissima di gusti individuali) appare a chi scrive che il vertice interpretativo del CD venga raggiunto nell’adagio dell’op. 110 mentre qualche riserva si può avanzare riguardo alla fuga della stessa sonata e in particolare nella scelta di alcuni ff improvvisi che – seppure indicati da Beethoven – sul pianoforte usato dal compositore avevano certamente un effetto diverso da quelli delle gran code moderne e come tali sarebbe preferibile venissero altrimenti interpretati sfumandoli magari in un crescendo senza rotture improvvise. Impeccabile è l’esecuzione della summenzionata arietta dell’op.111 nella quale gli equilibri sonori richiedono grandi capacità di controllo della tastiera e altrettanto dicasi per l’op. 109 (particolarmente nell’ultimo tempo – le variazioni paiono essere particolarmente nelle corde dell’esecutrice), seppure alcune intemperanze ritmiche nel primo tempo appaiono innecessarie all’apollinea atmosfera della partitura. Un CD, insomma, che rafforza l’impressione che la carriera di Maria Perrotta possa raggiungere grandi risultati sul piano internazionale; naturalmente l’aspettiamo alla prova in altri campi del repertorio pianistico (ad esempio i grandi romantici Chopin e Schumann e la pietra di paragone – a giudizio di chi scrive – Brahms)  ma fin d’ora il giudizio non può che essere totalmente positivo.

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