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Piotr Anderszewksy


Piotr Anderszewksi – Cortina 10 Agosto 2013.  Pierino comincia male: lascia gli spettatori fuori dalla sala fino a 10 minuti prima del concerto e dal foyer si sente che sta ripassando i brani da eseguire in concerto. Nulla di grave comunque, anche se un po’ anomalo. Inizio del concerto: le luci si spengono quasi completamente e dall’ingresso del palcoscenico appare un personaggio allampanato, che avanza con andatura dinoccolata, vestito con un completo grigio-nero stazzonato che ha visto tempi migliori e una maglietta nera girocollo stile Berlusconi giovanilista. Nulla di grave anche se l’atmosfera complessiva è un po’ da caro estinto.  Il programma si apre e si chiude con due suites francesi di Bach. Esecuzioni abbastanza pulite (qualche incertezza nella prima giga), piuttosto meccaniche e scolastiche  e addirittura prive di quegli abbellimenti che nei ritornelli delle francesi (proprio per la loro natura) sono ormai prassi esecutiva costante. Ma siamo nel campo delle scelte interpretative dell’esecutore che possono, debbono essere rispettate perché non violano lo spirito della composizione (anche se in materia c’è di molto meglio..). L’esecuzione dei brani di Janacek è stata onesta e volenterosa. E’ questo un autore il cui spirito slavo e neoromantico è difficile da cogliere ed esprimere e forse l’unico artista che ha saputo coglierlo fino in fondo è stato il compianto Rudolf Firkusny che di Janacek era stato allievo. Ma è fuori discussione che il punto focale del concerto era la fantasia di Schumann. Mentre la prima parte (e quella finale) del primo tempo sono state rese con l’esuberanza necessaria (non senza una enfaticità innecessaria) è totalmente mancata l’interpretazione della parte centrale (Im Legendton è l’indicazione di Schumann, in “tono da leggenda”). Qui la leggenda si è sfarinata in una favoletta piuttosto noiosa, senza quel senso di grandiosità che il brano richiede e macchiata da quel tipico tentativo di arricchire una interpretazione piatta con l’accentuazione di alcune armonie della mano sinistra che dovrebbero – secondo l’esecutore – rivelare bellezze nascoste del brano e che invece si rivelano mezzucci fin troppo scoperti.   Il secondo tempo della fantasia (un tempo energico, eroico, caratterizzato da quel ritmo puntato tanto caro a Schumann e certamente da eseguire ad una velocità adeguata) è stato invece eseguito con lentezza esasperante, con le semicrome sfumate in crome accelerate e con una non secondaria sequenza di errori tecnici. L’epitome di questo disastro si è avuta nel finale, 10 battute di bravura con salti oggettivamente assai difficili in quanto il tempo richiesto è un presto, nel quale il nostro ha sbagliato il 50% dei salti pure se il presto era stato sfumato in un allegro solo leggermente più accelerato della prima parte. E tutto questo nonostante il nostro si agitasse e si dimenasse scompostamente  sulla seggiola su cui sedeva, quasi a sottolineare lo sforzo titanico della sua prestazione (il tutto mi ha fatto ricordare una celebre traduzione di un epigramma di Marziale da parte di Ceronetti “.. e tanta excitazio non serve a un …”). Quanto al meraviglioso terzo tempo della fantasia, tanto pieno di intensità musicale quanto di facilissima esecuzione tecnica, si può stendere un velo pietoso: basta dire che vi sono stati marchiani e intollerabili errori tecnici.  Naturalmente pubblico ignorante  applaudente (con qualche fischio). Poi due bis. Il primo una sarabanda bachiana (ma due suites francesi non erano sufficienti?) e il secondo una ripetizione dell’ultimo tempo della fantasia preceduta dalla seguente frase del nostro (testuale)”I will play again the third mouvement of the phantasy, since I played it so badly”!!!! Magari un terzo bis di riparazione ? Niente. Che dire di Anderszewski ? Seppure entrato al concerto memore delle lodi tessute dal mio amico A.S. e quindi pronto a ricredermi, ho ricevuto la stessa impressione che ricevetti la prima volta: un pianista di medio calibro, dotato di una tecnica assolutamente non trascendente, e molto probabilmente valorizzato dallo star system molto più del suo valore. “Arridatecene la Mangova “!!!!
PS La ciliegina sulla torta è stata data dal programma di sala in cui Schumann è definito come “turbolente” (?), la fantasia composta in occasione della separazione da Clara Wieck (e quando mai ? il matrimonio di Clara e Robert è  stato granitico) e la tonalità di sol maggiore “soleggiata” (sic – forse voleva dire solare…) sicché la tonalità di sol minore dovrebbe definirsi “ombreggiata”. Allo sconosciuto estensore di questo sgangherato programma andrebbe poi ricordato che dal tempo della temperatura di Werkmeister il rapporto fra i vari gradi delle scale maggiori e minori è costante  (radice dodicesima di 2) sicché NON esistono tonalità più o meno “soleggiate”. La sensazione uditiva di un brano in do maggiore trasposto in sol diesis maggiore è assolutamente la medesima e forse l’unica possibile differenza è per quei fortunati che hanno l’ “orecchio assoluto” in grado di individuare la tonalità direttamente, cosa assolutamente impossibile per l’ascoltatore normale, senza che questo abbia alcun influsso sulla percezione complessiva del brano !
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