Cameristica, Recensioni

Di Liberto Salvati – Bologna Festival 26 Aprile 2017

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Allorché Wagner, dopo la fuga dalla Prussia per motivi politici, approdò a Parigi dove condusse la parte più grama della sua esistenza, si lamentò costantemente dell’abitudine  snobistica dei membri del Jockey Club che arrivavano a teatro all’inizio del secondo atto (o seconda parte). Assolutamente giusto, ma nel caso del concerto in questione avrei voluto essere membro onorario del club in quanto la prima parte non merita neppure di essere menzionata, costituita come si trova a essere di una velleitaria accozzaglia di suoni che neppure lontanamente permettono di assimilarla al titolo dei brani eseguiti nonostante lo sforzo esegetico della prof. Dal Monte. Ma, in questo caso, oltre ad entrare alla seconda parte sarei anche uscito dopo poco, in quanto  l’esecuzione dei brani Lisztiani in nessun modo ha messo in luce proprio quelle caratteristiche di avanguardia musicale che la presentazione iniziale voleva raccordare ai brani della prima parte.  Lamentarsi dell’acustica dell’oratorio dei Filippini è come sparare sulla crocerossa ma proprio per questo motivo sarebbe richiesta all’esecutore una sensibilità musicale in grado di modulare le sonorità in funzione dell’ambiente. Nulla di tutto questo: una gragnuola di sf che hanno semplicemente impedito di seguire il filo musicale dei brani. Che altro dire: un pianista che vuole essere apprezzato non può avere come fine l’esecuzione delle ottave del compositore ungherese ma deve estrarre dalla sue composizioni un valore musicale nel caso in questione del tutto assente.
Programma:
Luigi Ceccarelli Il contatore di nuvole
Dimitri Maronidis Orbits
Franz Liszt Au bord d’une source, Orage, Sonetto 123 del Petrarca, Angelus, Studio n.2 “La leggerezza”, Studio n. 12 “Chasse-neige, Studio n.3 “La campanella”
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Commenti, Sinfonica

S.Cristina – Bologna 24 Aprile 2017

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Sul Corriere di Bologna del 23 Aprile Helmut Failoni asserisce con bella sicurezza che l’acustica di S.Cristina è perfetta per la musica da camera. Ora è assolutamente noto a tutti i frequentatori della sala che l’acustica di S.Cristina è terribile, viziata da un rimbombo secondo solo a quello dell’oratorio dei Filippini a meno che uno non sieda nelle prime tre file. Si può solo ipotizzare che il Failoni semplicemente non sia mai stato a un concerto a S.Cristina anche solo a metà della sala, o parli per sentito dire oppure che riporti acriticamente la voce degli organizzatori. Non vale neppure la pena di spendere altre parole di biasimo e sdegno per una bufala come questa, un vero disservizio per i lettori del Corriere: in fondo è proprio per smentire anche articoli di questo tipo che esiste Kurvenal con i suoi 250 lettori!

 

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Recensioni, Sinfonica

Mariotti Mullova – Teatro comunale Bologna 22 Aprile 2017

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Dal 1982, quando giovanissima si impose al Ciaikovskij di Mosca Viktoria Mullova è stata sempre ai vertici del violinismo internazionale. Tecnica raffinatissima, perfetto rispetto degli stili delle musiche eseguite, versatilità nei repertori (che hanno spaziato dal barocco fino al folk-jazzistico come nel concerto per Musica Insieme di un paio di anni fa) l’approccio è quello di un violinismo solidissimo, talvolta persino aggressivo ma sempre con un suono raffinato e una perfetta intonazione. Ne ha dato prova anche nel difficilissimo concerto di Sibelius trascinando, con il supporto di un eccellente Mariotti, l’orchestra del teatro in una esecuzione di rara bellezza, quasi che l’orchestra stimolata dalla grande interprete abbia saputo estrarre il meglio di sé.  Il concerto della Mullova si è concluso con un bis bachiano. Anche nella sinfonia di Sibelius Mariotti ha saputo infondere quel carattere eclettico che ne caratterizza la struttura che è contemporaneamente la sua caratteristica peculiare ma anche il suo limite. Pare mancare nella musica di Sibelius, in questo caso, una unitarietà di visione – perfettamente invece presente nel concerto per violino- che porta a una sensazione di spezzettamento episodico nel quale non mancano momenti di alta intensità lirica ma tendezialmente scollegatii e come tali di minore valore musicale. In ogni modo un concerto di alta qualità giustamente applaudito dal pubblico abbastanza numeroso in sala.
HappyHappy
Programma:
Jean Sibelius Concerto per violino ed orchestra , Sinfonia n. 2
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Cameristica, Recensioni

Josef Suk Piano Quartet – Talenti Bologna Festival Bologna 13 Aprile 2017

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Un quartetto con piano, giovane e agguerrito con ottime individualità che ha dato luogo a un concerto molto godibile. In questo contesto va notato che l’elemento trainante (per una volta!) è la viola di Eva Krestová, una strumentista brava ed esuberante che con il suo entusiasmo trascina l’intero complesso. Una buona esecuzione del quartetto di Schumann e una buona esecuzione del quartetto di Brahms, anche se i tempi staccati per il “Rondò alla zingaresca” sono risultati eccessivi togliendo un po’ del fascino della composizione. Ma certamente un complesso che vorremmo riascoltare.
 
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.  
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questoGrazie anticipatamente.
Happy
Programma
Robert Schumann  Quartetto in mi bemolle maggiore op.47 per pianoforte e archi
Matteo D’Amico  Trio pour un ange per violino, violoncello e pianoforte (2015)
Johannes Brahms  Quartetto in sol minore n.1 op.25 per pianoforte e archi
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Operistica, Recensioni

La voix humaine/Cavalleria rusticana – Teatro comunale Bologna 9 Aprile 2017

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Diciamo subito che la prova di Anna Caterina Antonacci ne “La voix humaine” è stata superba sotto ogni profilo. Voce perfetta, azione scenica assolutamente intonata allo sviluppo del monologo, insomma una performance che in nessun modo ha fatto rimpiangere quella rimasta impressa nel pubblico bolognese di Raina Kabaivanska. Di sicuro in tutto questo è stata coadiuvata da un’ottima prova dell’orchestra del teatro comunale e del direttore Mariotti, apparso in questo caso in ottima forma e in grado di estrarre dalla compagine del teatro il meglio che è in grado di esprimere. Un plauso anche alla regia di Emma Dante che con pochi ballerini-figuranti ha sottolineato con efficacia le diverse situazioni evocate dalla protagonista: insomma uno spettacolo di alta qualità.  Un tono sotto la seconda parte della serata con “Cavalleria rusticana”. La regia di Emma Dante (che al suo attivo ha certamente la scelta di evitare i classici carrettini siciliani) troppo ha cercato di ricalcare le rappresentazioni sacre che si tenevano (e ancora si tengono) in Sicilia con una ripetitività troppo marcata di viae crucis e un profluvio di croci che nel tentativo di ricreare la cupa atmosfera verista del profondo sud dell’inizio ‘900 finisce per “übertrieben”  (una cattiva traduzione del vocabolo tedesco sarebbe “strafare”) l’intera impostazione con il risultato finale di apparire più noiosa che incisiva. Quanto alle voci vanno sottolineate le prove di Gezim Myshketa (Alfio), voce possente e incisiva e quella di Carmen Topciu, una Santuzza dalla bella voce drammatica, perfettamente inserita nel personaggio e con una capacità di modulare i toni di grande impatto vocale. Un po’ meno convincente Marco Berti nel ruolo di Turiddu: pur nell’ambito di una prova complessiva di buona, non eccelsa, qualità è mancato in alcuni momenti topici del drammone Mascagnano (mi colpisce sempre come questa opera complessivamente molto modesta continui nonostante tutto a rimanere “di repertorio”). Non giudicabili le altre due protagoniste per il ruolo troppo ridotto delle loro performances. Buona anche in questo caso la prova dell’orchestra e di Mariotti. 
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HappySadHappy
Cast
LA VOIX HUMAINE
Una donna
Anna Caterina Antonacci
CAVALLERIA RUSTICANA
Turiddu
Marco Berti
Alfio
Gezim Myshketa
Santuzza
Carmen Topciu
Lola
Anastasia Boldyreva
Lucia
Claudia Marchi
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Emma Dante
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Recensioni, Sinfonica

Schiff Chamber Orchestra of Europe – Bologna Festival 6 Aprile 2017

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Mai un concerto che abbia ascoltato ha avuto una doppia faccia come questo. Nella prima parte i brani di Bach sono stati eseguiti alla perfezione prima su piano solo e poi ripetuti in versione orchestrale mettendo a nudo tutte le frastagliature della partitura bachiana. E perfetta è stata l’inserzione diretta del brano di Bartòk con quel suo inizio così vicino alla sensibilità del compositore di Eisenach. Una esecuzione orchestrale magistrale (bravissima l’orchestra in generale) di un brano molto vicino alla sensibilità di Schiff che è suo conterraneo (anche se esule per motivi di opposizione politica al regime liberticida di Orbàn). Quindi una prima parte godibilissima che purtroppo non ha avuto seguito nella seconda parte. E’ noto che il secondo concerto di Brahms pone difficoltà tecniche trascendentali e molti, moltissimi pianisti sono caduti nel tentativo eseguirne la partitura. Ne fanno fede le incisioni, molte delle quali di dubbio valore (la migliore a mio parere è quella di Hamelin). Qui Schiff (un pianista che apprezzo moltissimo per le sue esecuzioni di Schubert, Mozart, Bach etc.) ha completamente sbagliato stile costellando fra l’altro – lui sempre così preciso – l’intera partitura di errori tecnici (uno poi clamoroso) e allargando i tempi a dismisura un po’ per virtù ma direi anche maliziosamente … per necessità.  E forse del nervosismo dell’esecutore fanno fede i gesti plateali delle braccia che sono assolutamente estranei allo Schiff misurato e composto che abbiamo tante volte ascoltato. Brahms non è MAI apollineo come Schiff intende proporcelo. Il compositore amburghese è stato per tutta la vita introverso, tormentato, sofferente (nel suo commento agli intermezzi op.117 li definisce “l’espressione del mio profondo dolore“) e il secondo concerto viene composto nei dintorni dei pezzi pianistici op. 76 (si pensi solo al primo brano) e della quarta sinfonia op. 98. Insomma un periodo nel quale Brahms, pur nella sua ineludibile terrena sofferenza, non ha ancora raggiunto quella consapevolezza del suo destino che si palesa a partire dalle opere da 100 in su. Qui il dramma della sua esistenza è ancora tutto in essere e il secondo concerto ne è lo specchio. L’esecuzione di Schiff travisa assolutamente la partitura e se si salvano i pochi momenti lirici fa perdere tutta la sua drammaticità fino a diventare prolissa e noiosa. Naturalmente può ben essere che sia questa una esecuzione iniziale (non vorrei sbagliare) che richiede una calibrazione ma è tutta l’impostazione che è sbagliata. Non sono tanti gli esecutori che eccellono in tutti gli autori e certamente Schiff ne guadagnerebbe evitando composizioni come questa. Una vera delusione e un vero peccato. Due bis: uno pianistico (Bartòk) e uno godibilissimo – questo veramente una novità – un brano corale interpretato dall’orchestra come coro con un ottimo risultato. di un autore che penso di conoscere (Brahms) ma del quale non ho potuto ascoltare l’annuncio dalla mia postazione in fondo alla sala.
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Happy
Programma:
J.S.Bach Ricercar a 3 voci e a 6 voci dall’Offerta musicale BWV 1079
B.Bartók Musica per archi, percussione e celsta
J. Brahms Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra op. 83
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Cameristica, Recensioni

Yefim Bronfman- Bologna Musica Insieme 3 Aprile 2017

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Di origine russa ma naturalizzato americano Yefim Bronfman si è presentato per la prima volta (se la memoria non mi falla – ma nel caso so che certamente sarò immediatamente crocifisso) al pubblico bolognese con un programma articolato che ha permesso di evidenziarne tutte le qualità e anche qualche piccola debolezza. Di certo il suo autore di riferimento – a quanto ascoltato ieri sera – è Schumann del quale è in grado di cogliere tutte le sfumature asservendo alla musicalità le sue grandi doti tecniche (si pensi solo alle ottave dell’Humoreske). Il suo è uno Schumann che contempera gli aspetti brillanti e quelli intimistici in un mirabile equilibrio, ribadito anche nell’unico bis, l’Arabesque del compositore di Zwickau. Il pianismo di Bronfman ricorda per molti aspetti quello di Volodos (persino per la stazza fisica!) e da lontano quello di Sokolov, ma senza il manierismo di cui hanno sofferto negli ultimi tempi le sue esecuzioni.  Il suo è forse il migliore Schumann ascoltato recentemente. Quanto agli altri brani certamente eccellente l’interpretazione della suite di Bartòk e anche quella di Petruška con l’unico neo di un tempo un po’ rilassato nell’ultima parte del terzo brano. Più debole, invece, la sua interpretazione di Debussy. Qui è mancato quel tocco equoreo che è così necessario per il compositore francese non tanto nel Claire de lune quanto nel Prélude e nel Menuet che proprio per la natura particolare della loro struttura richiedono un’attenzione tutta particolare allo stile del compositore. Sia chiaro: stiamo parlando di un grande artista e di un grande concerto ma – forse è il caso di dirlo – nessuno è perfetto e comunque le mie sono considerazioni personali che riflettono la mia sensibilità (sì, perché in ogni recensione, al di la dei fatti oggettivi, entra proprio la sensibilità individuale).
Mi ero ripromesso di non intervenire più sulle terribili introduzioni “musicologiche” ma quella sgangherata di ieri sera ha toccato un nuovo massimo negativo, per la mancanza di linearità, per la ricerca spasmodica di nessi che avrebbero fatto sghignazzare i compositori, per una esposizione noiosa, prolissa e monotona, per una assenza di fatti oggettivi e storici e addirittura per gli errori di accento. Da quando in qua Humor in tedesco ha l’accento sull’ultima sillaba?  Mentre Petruška in russo ha l’accento tonico sulla prima sillaba!  Se si vuole fare il relatore ci si prepara bene prima anche se la cosa costa tempo. Chi scrive fa per mestiere il prof. universitario ma anche tiene conferenze: non uso un foglietto per ricordarmi le cose, quasi sempre preparo slides per aiutare il pubblico a capire e provo ripetutamente l’esposizione per garantirmi tempo e incisività. Nulla è peggiore del dilettantismo. Ma possibile che MI non sia in grado di trovare dei relatori degni di questo nome (a parte pochi casi)?
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HappyHappy
Programma:
Béla Bartók Suite op. 14
Claude Debussy Suite bergamasque
Robert Schumann Humoreske in si bemolle maggiore op. 20
Igor Stravinskij Tre Movimenti da Petruška
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Cameristica, Recensioni

Olaf John Laneri – Conoscere la musica 30 Marzo 2017

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Olaf Laneri suona bene, su questo non ci sono dubbi. Con una tecnica di ottima qualità, ma sempre al servizio della musicalità, ha eseguito un programma tutto centrato sul diciannovesimo secolo con brani conosciutissimi e quindi sottoposti inevitabilmente al confronto con le interpretazioni e le incisioni dei grandi maestri senza assolutamente sfigurare. In grado di temperare i fortissimi e con la capacità di modulare le intensità e il tocco in accordo con le esigenze del brano ha dato luogo a un concerto godevolissimo. Naturalmente non tutto è perfetto e forse qualche dinamica di troppo dovrebbe essere maggiormente “arrotondata” ma si tratta di errori marginali e certamente legati alla sensibilità dell’ascoltatore. Laneri fa parte di quei pianisti che ingiustamente non hanno raggiunto (e probabilmente non raggiungerà mai) le grandi sale da concerto e una notorietà internazionale di primo livello ma certamente non sfigurerebbe in una rassegna di grandi pianisti. Certamente un pianista di livello assai superiore a quelli della rassegna in cui è stato inserito. Due bis chopiniani.
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L. van Beethoven Sonata op. 27 n.2
J. Brahms 4 Ballate op. 10
F. Chopin Ballata op. 23, Ballata op. 47, Andante spianato e polacca brillante op. 22
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Amadeus Wiesensee – Bologna Festival Talenti 28 Marzo 2017

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Ecco un tipico esempio di un giovane pianista che nella maggior parte dei brani eseguiti sostituisce il cervello con i muscoli (e non sempre con risultati di qualità anche dal punto di vista tecnico). Nella prima parte (Bach e Brahms) tutto è suonato – salvo brevissimi intervalli – a metà strada fra il forte e il mezzoforte. Nel caso di Bach – e in particolare nella bellissima giga finale –  non si distingue un solo tema, un solo profilo musicale: tutto è suonato ad eguale volume, fra l’altro con non poco pedale. Peggio ancora Brahms (le variazioni su un tema di Händel sono un brano principamente musicale a differenza di quelle sul tema di Paganini). Stessi errori marchiani e incertezze gravi nelle variazioni, in particolare nella quarta e ancor più nella ottava ove per un pasticcio tecnico vengono saltate un paio di battute della fine della prima parte. Meglio certamente i momenti musicali Schubertiani dove finalmente l’espressività trova un po’ di posto se si eccettua il n. 5 dove il demone dell’esecuzione fragorosa prende nuovamente il sopravvento. Inutile dire cosa possa essere stata la settima sonata di Prokof’ev, uno dei suoi capolavori, eseguita da tutti i grandi pianisti. Qui la farragine esecutiva tutto fretta e rumore assordante (con la complicità, certo, della terribile acustica della sala, ma la consapevolezza dell’acustica fa parte delle capcità di un esecutore)  arriva al suo intollerabile massimo. Consiglierei a questo pretenzioso giovine l’ascolto attento delle registrazioni dei grandi maestri anche se ho poca fiducia nella sua capacità di assimilare le grandi lezioni. Non so nulla dei bis perché sono uscito dopo la fine della sonata del compositore russo.
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Johann Sebastian Bach Suite inglese n.6 in re minore BWV 811
Johannes Brahms Variazioni e fuga su un tema di Händel op.24
Franz Schubert Momenti musicali n.2, n.5, n.6 dai Sei Momenti musicali op.94 D.780
Sergej Prokof’ev Sonata n.7 in si bemolle maggiore op.83
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Brendel Varjon – Bologna Lezioni di piano 27 Marzo 2017

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Non ho difficoltà ad affermare che Alfred Brendel è stato uno dei giganti pianistici della seconda metà del ‘900 e particolarmente vicino al mio modo in concepire l’esecuzione musicale, mutuando allo stesso tempo tecnica, stile, rispetto della partitura, espressività e capacità di estrarre da ogni brano eseguito il vero spirito della composizione. Il suo Beethoven, il suo Mozart e il suo Schubert rimarranno sempre come esempi che ogni interprete che si rispetti dovrebbe analizzare e tenere in considerazione. Le sue registrazioni sono semplicemente dei masterpieces. Ciò detto e con tutto il rispetto che si deve a un ottuagenario la conferenza su Liszt e la sua sonata è stata un esempio di come NON si tiene una conferenza. Innanzitutto è proibito a un oratore mantenere lo stesso tono di voce (monotono e sommesso in questo caso) per quaranta minuti oltretutto in un inglese incerto con forte accento austriaco nonostante che Brendel viva da 40 anni in UK. Mi ha consolato sapere che anche una inglese di madrelingua mi ha confessato di avere avuto moltissimi problemi nel capirlo! Ma perché parlare in inglese se la sua lingua di origine è il tedesco, dal momento che alle sue spalle venivano proiettati cartelloni con la traduzione? Sì perché la conferenza di Brendel è stata letta facendo venire a mancare quella interazione con il pubblico fatta di espressività e parziale improvvisazione sul tema che deriva dall’avere il polso dell’audience e quindi adattare linguaggio ed impostazioni alle sensazioni che provengono dalla platea. Certo ci sono casi in cui si deve leggere – ad esempio per le dichiarazioni ufficiali – ma non è certo  questo il caso. Parlare in pubblico – come ho sempre affermato anche sulla base della mia esperienza di docente – è come stare in palcoscenico: bisogna captare l’aria che tira e adattare lo stile per interessare il pubblico, naturalmente senza deviare dal tema.  E leggere diventa un rito noioso che fa rimpiangere di non avere avuto la possibilità di leggere lo stesso testo da soli con il ritmo che si preferisce. E anche il contenuto della conferenza è stato modesto: ci sono decine di libri sullo stesso argomento (si veda ad esempio l’ultimo libro di Rattalino) su Liszt che trattano lo stesso argomento con molto maggiore spessore. E volere addirittura trovare nella sonata in si minore una sorta di contrasto fra Faust e Mefistofele può andare bene per un pubblico sprovveduto ma non nel corso di una conferenza che avrebbe dovuto essere  – nelle aspettative di tutti – di ben maggiore spessore. Sed de hoc satis. 
In margine aggiungo oggi che vedere un assatanato che si sgola gridando “bravo” e si slancia a stringergli la mano e un’altra che applaude a mani alzate al cielo quasi a implorare una benedizione sul capo canuto del relatore mi fanno capire come sia possibile che le folle possano essere preda di sensazioni emotive che nulla hanno a che vedere con una composta e razionale analisi di quanto udito (e spesso non capito…). D’altronde non è forse quello che abbiamo ohimé visto e ancora vediamo quotidianamente nei telegiornali: è questo che mi fa pensare che la nostra società e il mondo in generale siano senza speranza (a meno che uno non creda…)
Quanto al pianista Varjon (che ho ascoltato per la prima volta) si può dire che la sua esecuzione della sonata in si minore è stata onesta. Qualche incertezza sui primi passaggi di ottave (veramente difficili peraltro) e un eccesso di enfasi in molte parti. Bene invece l’adagio centrale (se così si può chiamare) con una grande espressività costellata però quasi continuamente dal vezzo di non mettere giù le due mani contemporaneamente. Varjon è poi caduto nel tipico errore comune a tanti pianisti: iniziare il fugato a un tempo insostenibile nel prosieguo (come avviene spessissimo nella fuga dell’op. 106 di Beethoven) obbligandosi a un rallentamento del tutto evitabile. Quindi un giudizio sospeso nella speranza di poterlo ascoltare in un repertorio più vasto. Di certo la sua esecuzione della sonata non è confrontabile con quella disponibile in CD della Argerich e di Pollini: qui siamo su altri pianeti.
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Programma:
Alfred Brendel: Lectio magistralis – “Liszt e la Sonata per pianoforte in si minore”
Franz Liszt Sonata in si minore R 21
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Cameristica, Recensioni

Michele Mariotti – Bologna Manzoni 25 Marzo 2017

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Il concerto è stato dedicato ad Arturo Toscanini  per i 150 anni dalla sua nascita ed è stato certamente onorato da Michele Mariotti che  ha vinto il premio Abbiati nel 2016 come migliore direttore italiano e – a mio giudizio – a ragione se naturalmente vogliamo dimenticare i direttori che sono da tempo emigrati, quali Gatti. Muti etc. Il concerto è stato quello di tipo nazional-popolare con arie molto note al pubblico (se si esclude il Rienzi di Wagner) che ha risposto con applausi calorosi. Mariotti è riuscito a estrarre il meglio dall’orchestra del teatro (non sempre precisissima nell‘incipit della Gazza Ladra) che comunque in totale ha dato luogo a una delle sue migliori prestazioni. Un plauso analogo va al coro che ha fatto da contorno all’orchestra con un’ottima prestazione.  Mariotti ha personalità, gesto eloquente e deciso, sensibilità musicale e perfetta conoscenza delle partiture. Un ottimo concerto, quindi, anche se certamente speriamo di ascoltare presto Mariotti in un programma più articolato e impegnativo.
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GIOACHINO ROSSINI da La gazza ladra, Ouverture, da Semiramide, Ouverture
GIUSEPPE VERDI da I vespri siciliani, Sinfonia
RICHARDWAGNER da Rienzi, L’ultimo dei tribuni, Ouverture
GIOACHINO ROSSINI da Guillaume Tell, Ouverture, da Guillaume Tell, Choeur e Pas de Six
GIUSEPPE VERDI da Quattro pezzi sacri, Stabat Mater e Te Deum
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Cameristica, Recensioni

Maurizio Pollini – 26 Marzo 2017

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Da https://www.spectator.co.uk/2017/03/maurizio-pollini-needs-to-retire a firma  Damian Thompson. Eccone la traduzione:
C’è un momento nel finale della Appassionata di Beethoven in cui la partitura drammatica pianistica lascia il posto inaspettatamente a un clima più rilassato. Antony Hopkins nel passato lo descrisse come un momento di “anticlimax” un po’ troppo vicino alla tradizionale danza zingaresca che si trova assai spesso nelle opere del diciannovesimo secolo. Non sono sicuro di essere d’accordo – ma c’è una cosa che posso affermare ed è che questo è il momento di digitare Uber sul telefonino se si vuole la garanzia di potersi allontanare durante il primo scroscio di applausi prima che il pianista abbia la possibilità di eseguire un bis. Questo è l’effetto che mi produce l’esecuzione di Polllini che ha svuotato per decenni la vitalità dalle sonate di Beethoven ma certamente mai in modo così noioso come la settimana scorsa, quando ha inaugurato la stagione primaverile della rassegna internazionale pianistica della Southbank. L’applauso è stato fragoroso, questo è vero, ma si trattava in particolare dell’applauso che si ascolta alla Southbank più spesso che altri posti: un solista veterano apprezzato da “travet” dei concerti, non per la musica (spero – a meno che gli spettatori non fossero dei deficienti con le orecchie foderate di prosciutto) ma per il fatto che fosse lui. L’anziano Barenboim riceve lo stesso trattamento, anche se la cosa sembra meno assurda dal momento che molti aspetti piacevoli si celano dietro il profluvio di note errate. E nel passato ci furono grandi maestri, come Curzon a Kempff, le cui incerte performances dal vivo estraevano l’essenza della musica molto più delle loro incisioni: essi non erano applauditi per il solo fatto di essere loro. In ogni caso la tecnica di Pollini è andata in rovina in modo diverso: molte meno note sbagliate ma la leggendaria precisione è sparita. E senza quella Pollini non ha nulla da dire. In realtà sembra che non voglia aver nulla da dire. Ascoltando la Patetica, mi sono chiesto se fosse semplicemente interessato al cachet. In alcun modo si è sforzato di marcare gli accordi puntati di apertura del Grave, che dovrebbero essere strettamente connessi in modo che il tema principale esploda sulla tastiera come un missile Questo non è successo. In tutte e tre le sonate beethoveniane Pollini ha martellato senza contrasti di tempo e di dinamica. E inoltre ha di continuo arrotondato la fine di ogni frase e ridotto le pause, come a dire: finiamola! Io non vedo perché dovremmo trovargli delle scuse perché è un settantacinquenne. Sapere quando è il momento di ritirarsi è uno delle caratteristiche dei grandi pianisti. Horowitz merita pieni voti per essere rimasto lui fino alla fine: le registrazioni della metà dei suoi ottanta anni sono fra le più memorabili, un esempio di bravura tecnica intatta (per lo più) e di tocco luminoso come non mai. Richter ritagliò il suo repertorio per compensare la sua fragilità, con risultati variabili ma spesso miracolosi prima di fermarsi a tempo debito. Ma il più eccezionale esempio è quello dato da Alfred Brendel, la cui interpretazione nel 2007 della penultima sonata di Beethoven a Salisburgo fu allo stesso dimessa, profondamente sentita e rivelatrice. L’anno successivo si ritirò dai concerti, lasciandoci il rammarico della sua rinuncia. Che è come dovrebbe essere.
Un analogo articolo si trova su Gramophone Vol. 94 febbraio 2017, pag. 62-63 relativamente all’ultima incisione del pianista italiano. Sia chiaro: il declino di uno dei più grandi pianisti italiani degli ultimi 50 anni è evidente e si è progressivamente accentuato negli ultimi dieci anni. Ma l’articolo di Thompson pare più uno sfogo livoroso che una critica seria e “scientifica” come si addirebbe a un critico serio, senza preconcetti. Pollini è stato certamente il mio idolo per almeno 30 anni per la sua impostazione critica, seria, rigorosa e stilisticamente inappuntabile, sorretta da una tecnica d’acciaio. Oggi la situazione è assai diversa e certamente sarebbe serio ritirarsi lasciando il ricordo delle sue interpretazioni luminose (altro che un Beethoven svuotato di vitalità: era un Beethoven semplicemente perfetto). E’ – in modo traslato – il problema delle belle donne nelle quali i segni del tempo nonostante tutti gli artifici che oggi sono possibili non possono nascondere l’avanzata inesorabile tempo: ci sono bellissime che si sono ritirate alle prime avvisaglie (v. Greta Garbo ma anche Monica Vitti) e altre che continuano facendo finta di non accorgersi che il pubblico se ne accorge e commenta in modo impietoso (un esempio al di là del limite del ridicolo è la nazional popolare Alba Parrietti). Ma mentre una critica rigorosa deve segnalare i limiti attuali ricordando però i fasti del passato, nel caso di Thompson sembra di essere in presenza di uno sfogo a lungo represso, espresso con toni tutt’altro che rigorosi: una critica non degna di un critico serio. Quanto a Pollini possiamo solo fare voti che la sua intelligenza gli consigli un ritiro in grande stile per entrare nel mito: di certo sarò uno di quelli che lo ricorderanno per i grandi trascorsi e non per le ultime esibizioni.
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Cameristica, Recensioni

Neschling Angelich – Bologna Filarmonica del teatro comunale 20 Marzo 2017

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Calma è la parola chiave del pianista americano Nicholas Angelich che ha eseguito il difficilissimo secondo concerto  di Brahms, anche dove la ritmica e lo sviluppo armonico della composizione avrebbero richiesto ben altra dinamica. Il pianismo di Angelich è sempre “morbido” dalle coloriture tenui, insomma come un bell’oggetto levigato ma alla fine privo di quel nerbo vitale che in molti casi (e in Brahms, non il Brahms dell’ultimo periodo) è la sostanza vibrante del brano eseguito. Tutto tecnicamente perfetto ma spesso grazie a un rilassamento dei tempi forse ben nascosto ma che certamente non sfugge a chi conosce la partitura. Sia chiaro: siamo in presenza di un artista che certamente ha caratteri di eccellenza ma con un pianismo che troppo indulge alla ricerca della sfumatura elaborata a scapito dell’impostazione complessiva dell’ordito musicale. La cosa è stata comprovata anche dall’unico bis, una mazurka chopiniana in cui il manierismo del pianista americano ha assunto valori parossistici. Quanto alla sinfonia del compositore amburghese ho avuto ancora una volta il dubbio di sapere cosa avrebbe prodotto l’orchestra in assenza di direttore. Neschling è un onesto professionista, sicuramente esperto, ma anch’esso privo di quella personalità che distingue un professionista da un artista. Un concerto quindi di buona, non eccelsa qualità con una orchestra che ha mostrato anche in questo caso i propri limiti.
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Johannes Brahms – Concerto n. 2 in Si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra, op. 83
Johannes Brahms – Sinfonia n. 3 in Fa maggiore, op. 90
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Nonostante le urla di uno scalmanato “giovine” nella fila dietro la mia che ad ogni uscita della Argerich credeva in una apparizione della madonna di Medjugorje, spellandosi a sangue le mani applaudendo a un ritmo doppio del resto del pubblico non si è trattato di un concerto memorabile, perché molto diseguale nelle sue articolazioni. Eccellente soprattutto il trio finale di Šostakovič per la prestazione della pianista argentina ma anche per quella del violoncellista Jorge Bosso impegnato in una parte tecnicamente impervia. Un risultato perfetto, con uno stile asciutto assolutamente in linea con la poetica del compositore russo Molto buona anche l’esecuzione del poco frequentato quartetto Beethoveniano con l’unica pecca di una prestazione del piano che ha sovrastato il resto dell’ensemble, anche se in parte dovuta alla partitura stessa. Ma è nella parte che ha riguardato i due pianoforti e il brano di De Falla che si sono registrate le maggiori debolezze del concerto. Si inizia con una posizione dei due pianoforti appaiati anziché in posizione reciprocamente frontale quasi si trattasse di brani a quattro mani. Nel primo poi – i sei noiosissimi canoni canoni schumanniani giustamente caduti nel dimenticatoio della storia musicale – l’organizzazione – colpevolmente – dimentica sedie e leggii degli archi utilizzati nel quartetto del compositore di Bonn cosicché i due pianoforti vengono a trovarsi in secondo piano, un errore fortunatamente non ripetuto nel secondo brano a due  pianoforti –  quello di Debussy. Del pianista Eduardo Hubert si può affermare che è un ottimo compositore, organizzatore e direttore d’orchestra. Nei semplicissimi brani del compositore di Zwickau riesce a inserire alcune “imprecisioni” cosicché alcuni spettatori – fra cui il sottoscritto – hanno ritenuto che la posizione inconsueta dei due piani fosse dovuta al tentativo della Argerich di tenere a balia l’anziano esecutore che ha anche il difetto di dirigere con la mano sinistra quando esegue con quella destra, una vezzo comune a Fazil Say, come nel brano di Debussy nel quale tutta la parte più tecnica è affidata al secondo pianoforte, lasciando al primo – l’Hubert Eduardo – solo il canto. L’organizzazione, non paga dell’errore precedentemente commesso dimenticando sedie e leggii, non sposta il primo pianoforte per il trio cosicché la Argerich è costretta a suonare proprio sullo strumento privo di coperchio. Ma si può?
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Happy
Programma:
Ludwig VanBeethoven t  Quartetto n.3 in do maggiore W0O 36 per pianoforte e archi
Robert Schumann Sei Studi in forma di canone op.56 (trascrizione per 2 pianoforti di Claude Debussy)
Manuel de Falla   Canciones  populares españolas (trascrizione di Jorge Bosso)
Claude Debussy Prélude à l’après-midi d’un faune (trascrizione per 2 pianoforti di Claude Debussy)
Dmitrij Šostakovič Trio n.2 in mi minore op.67 per pianoforte e archi
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Operistica, Recensioni

Die Meistersinger von Nürnberg – La Scala 16 Marzo 2017

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E’ proprio il caso di dire: finalmente! Va in scena, dopo ben 27 anni, alla Scala l’unica opera non drammatica di Richard Wagner, un capolavoro assoluto, nella splendida produzione della Opernhaus di Zurigo con la regia di Harry Kupfer! Un esempio che tutti i registi “creativi” che infestano i teatri d’opera (a partire dallo sventurato che ha messo in scena l’ “Entführung aus dem Serail” bolognese)  dovrebbero studiare per capire come sia possibile trasportare in un contesto moderno un’opera pensata per un alto medioevo tedesco e con un’orchestra di levatura internazionale all’altezza della situazione (finalmente!). La scena è strutturata su una piattaforma girevole con impalcature luccicanti sulle quali si assiepano, volta a volta, gli abitanti di Norimberga e i protagonisti dell’opera.

Il tutto con un sfondo di cattedrale gotica diroccata che – pur non essendo norimberghese – ricorda molto la Gedächtniskirche di Berlino. Le varie angolature della piattaforma permettono di trasformarla volta a volta nella sala dei Mastersinger, nella bottega di Hans Sachs, nella piazza della città per la kermesse finale. Nella quale sono inseriti in modo spiritoso carri mascherati e giganti di cartapesta che ricordano molto quelli del Living Theatre. Tutti i personaggi sono credibili e perfettamente inseriti nel contesto scenografico. Inutile dire che una parte significativa la gioca Beckmesser che per la complessione fisica e la mimica riesce perfettamente a esprimere il carattere buffonesco che Wagner gli assegna. Una grandissima regia con un cast quasi stellare. Ma prima di tutto va segnalata la prova maiuscola dell’orchestra e del direttore Gatti (a lungo giustamente applaudito) che ha scelto perfettamente i tempi esecutivi evitando quegli allungamenti di tempo che caratterizzano il suo Parsifal di Bayreuth.
Ma sono tutti i cantanti che vanno lodati e in primo luogo (oltre al Beckmesser di Markus Werba) l’Hans Sachs di Michael Volle che da solo regge tutto l’impianto musicale dell’opera. Leggermente deludente è solo la prova di Michael Schade nel ruolo di Walther von Stolzing. L’avevamo ammirato in un concerto liederistico avente in programma la Schöne Müllerin di Schubert (http://wp.me/p5m12m-BT) mentre nel ruolo protagonistico dei Maestri Cantori non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale, risultando la voce talvolta sforzata. Ma – sia chiaro – sempre in un livello di eccellenza.
Jaquelyn Wagner è una Eva convincente, pur in una parte che non le lascia grande spazio. Altrettanto convincente è il Pogner di Albert Dohmen, ma tutti i cantanti sono comunque di assoluta eccellenza. Uno spettacolo, insomma, di assoluta qualità all’altezza dei migliori della Scala. Va purtroppo segnalato lo scarso pubblico (un terzo della platea era vuoto) che dimostra ancora una volta – se mai ce ne fosse bisogno – che le grandi opere Wagneriane non trovano ancora (dopo quasi 130 anni) quella rispondenza che meriterebbero e che denotano un certo provincialismo di cui non si riesce a liberarsi
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Direttore
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Cameristica, Recensioni

Bashmet e i solisti di Mosca – Musica Insieme 14 Marzo 2017

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Regolare come l’avvicendarsi delle stagioni si ripresenta a Musica Insieme Bashmet con il suo ensemble di archi in un programma di compositori tutti di origine russa (Schnittke alla fine della sua vita prese la cittadinanza tedesca). Un’orchestra da camera a formazione variabile ma di grande qualità con eccellenze individuali come comprovato dall’esecuzione dei brani che hanno comportato la presenza di solisti (fra cui Bashmet). Certo va detto che dirigere un complesso di soli archi è ben altra cosa dalla direzione di un’orchestra tradizionale con tutti i suoi strumenti di natura e timbri diversi. Quindi eccellenza ma confinata a un repertorio ben determinato (e in questo caso con ben due trascrizioni: ma ce ne era bisogno? Non c’è sufficiente letteratura?). Un unico bis strappa-applausi (compresi quelli della signora che applaude sempre a mani alzate, come in un esercizio ginnico..): una polka di Schnittke eseguita magistralmente da Bashmet. Come sempre in questi concerti la presenza di Bashmet violista è ridotta al minimo lasciando agli ascoltatori il rammarico di non ascoltare mai il celebre violista in un repertorio solistico in cui apprezzarne appieno le indubitabili qualità, appena accennate in un paio di corti brani del programma e nel bis. Sarebbe interessante che Musica Insieme organizzasse un concerto con l’esecuzione delle due sonate di Brahms op. 120 nelle versioni per viola e per clarinetto con Bashmet, la Argerich (che più volte ha suonato con Bashmet) e un clarinettista di fama internazionale. Ovviamente gli interpreti potrebbero essere diversi. Un’idea un po’ originale per ravvivare una rassegna concertistica che purtroppo tende a ripetere sempre lo stesso cliché: nessuna possibilità di realizzazione? Suvvia, un po’ di coraggio….
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HappyHappy
Programma:
Georgij Sviridov Sinfonia da camera op. 14 per archi
Igor’ Stravinskij dall’opera Mavra: canzone della fanciulla (trascrizione per viola e archi)
Sergej Prokof’ev Visions fugitives op. 22 (trascrizione per archi di R. Barshai/R. Balashov)
Alfred Schnittke Concerto a tre per violino, viola, violoncello e arch
Dmitrij Šostakovič Sinfonia da camera op. 110a per archi (trascrizione di R. Barshai del Quartetto op. 110)

 

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Il turco in Italia – Teatro comunale Bologna 10 Marzo 2017

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Catapultato dal Rossini Opera Festival del 2016 approda a Bologna Il turco in Italia rossiniano. Diciamo subito che pur trattandosi di turquerie siamo del tutto lontani (per fortuna!) dall’orrore e dallo scempio del Ratto dal serraglio che ha aperto la stagione bolognese. La scenografia e la regia dell’opera, tutta giocata su un doppio piano fra scenografia tradizionale e richiami del felliniano 8 e 1/2 risulta gradevole e rispettosa del dettato musicale e del testo del libretto. Siamo in una versione rivista del “teatro nel teatro” anche se in questo caso si tratta della scelta del cast di una rappresentazione cinematografica dell’opera e delle fasi di  produzione con tanto di ciak e segretaria di produzione. Insomma, pur con tutti i limiti, una boccata d’aria fresca dopo la vergogna dell’opera di apertura. Naturalmente in molti casi c’è un eccesso di “fellinismo” e in particolare la presenza ossessiva e sguaiata di una “saraghina” che ad ogni piè sospinto fa “la mossa” (la stessa della famosa tabaccaia) anche in scene dove oggettivamente è totalmente fuori posto. Il tutto in un contesto da circo (sempre Fellini docet) con tutte le maschere tipiche di questo spettacolo.
Non mancano naturalmente altri personaggi di 8 e 1/2 come, in particolare, la “Gradisca” e una “pin-up” con abbigliamento di piume che si muove sul palcoscenico come se fosse in una riproposizione da café chantant ma forse più propriamente da avanspettacolo.
Ma tant’è: lo spettacolo complessivamente regge ma non scalda il pubblico, in parte decimato da altre due manifestazioni nella stessa serata, con tanti saluti alla capacità di programmazione e sincronizzazione degli organizzatori bolognesi. Dilettantismo puro.
 
La direzione d’orchestra ha risentito pesantemente della sostituzione del compianto Zedda dando luogo a una prestazione oggettivamente scialba nella quale – ancora una volta! – gli ottoni hanno hanno avuto imprecisioni di intonazione (in particolare tromba e – guarda caso! – i corni). Lamentarsi è come sparare sulla croce rossa: forse andrebbero segnalati i pochi casi in cui mancassero imprecisioni evidenti. Le voci: Hasmik Torosyan (Fiorilla) dopo una prima aria disastrosa (voce metallica, intonazione incerta etc.) è oggettivamente molto cresciuta nel corso dell’opera raggiungendo livelli oggettivamente di eccellenza specialmente nel finale: una voce con tutti i registri (forse qualche difficoltà negli acuti). Nicola Alaimo rende perfettamente la figura di Don Geronio sia da un punto di vista vocale che scenico mentre il Selim di Simone Alberghini non emerge mai dal di sopra di aurea mediocritas. Quanto ai comprimari sono dei buoni professionisti e nulla più. Complessivamente un spettacolo solo di poco al di sopra di una media accettabile ma forse con i chiari di luna economici e un management non eccelso sarebbe impietoso aspettarsi di più. O no?  
PS Debbo a un commento risentito del signor Giulio Ciofini la precisazione che la Gradisca è personaggio di Amarcord. È corretto ma nel redigere il post e volendo citare personaggi Felliniani mi è sfuggita dalla penna la precisazione. Me ne scuso ma anzichë correggere il post preferisco, per onestà intelletuale, semplicemente fare ammenda. Il commento completo della signor Ciofini che mi ritiene un incompetente è disponibile nel post.
 “HappySadHappy
Cast
Selim
Simone Alberghini
Don Geronio
Nicola Alaimo
Donna Fiorilla
Hasmik Torosyan
Don Narciso
Maxim Mironov
Prosdocimo
Alfonso Antoniozzi
Zaida
Aya Wakizono
Albazar
Alessandro Luciano
Direttore
Christopher Franklin
Regia e scene
Davide Livermore
Costumi
Gianluca Falaschi
Progetto luci
Nicolas Bovey
Videodesign
D-WOK
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
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Cameristica, Recensioni

Mario Brunello – Musica Insieme 6 Marzo 2017

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Vedi mio post del 6 Febbraio 2017 http://wp.me/p5m12m-18W 
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HappyHappy
Programma:
Johann Sebastian Bach
Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009
Sonata n. 2 in la minore BWV 1003
Suite n. 5 in do minore BWV 1011
Partita n. 3 in mi maggiore BWV 1006
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Cameristica, Recensioni

Chloe Mun – Musica Insieme Ateneo 2 Marzo 2017

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Reduce dalla vittoria dal Busoni 2015 la coreana Chloe Mun si presenta con un programma classico in cui domina la figura di Schumann. La perfezione tecnica è la prima cifra interpretativa della pianista: in tutto il programma non ho notato una sola nota falsa e il finale del secondo tempo della fantasia, con quei salti che sono l’incubo di tutti i pianisti, è stato eseguito senza un errore a una velocità che mai avevo ascoltato. Si potrebbe quindi ipotizzare che la Mun appartenga a quella schiera di giovani leoni tutta tecnica e niente cervello (alla Matsuev per intenderci) e invece il fraseggio tiene conto di tutte le sfumature della partitura eseguita e dello stile che ogni brano richiede. Tutto perfetto? Si, come una porcellana raffinata cui manca però talvolta l’anima fino a risultare parzialmente algida, come nel caso della sonata di Galuppi. Di certo il repertorio schumanniano è quello dove trova la sua cifra migliore e l’interpretazione della fantasia è stata magistrale. Una giovane grande pianista che ha davanti a sé una grande carriera e che speriamo che le istituzioni maggiori di Bologna chiamino a suonare (così come il vincitore dello Chopin 2015 trascurato colpevolmente a favore dei soliti che abbiamo ascoltato mille volte, a riprova che il pubblico bolognese sembra preferire il rassicurante usato – si fa per dire – sicuro a qualunque novità, anche di altissimo livello. Salvo propinarci Matsuev….). Due bis: una trascrizione di Liszt e un brano bachiano. L’ignorante pubblico presente, per il quale applaudire è una specie di rito liberatorio, ha ovviamente applaudito alla fine del secondo tempo della fantasia, rompendo l’equilibrio dello splendido brano del compositore tedesco e dimostrando quanta ridicola incompetenza musicale alberghi nella maggioranza dei frequentatori dei concerti. (Qualcuno seduto in prima fila mi scrive di avere sentito tre note e un accordo sbagliato: io non me ne sono accorto – e mi piacerebbe risentire la registrazione – ma ovviamente questo non cambia nulla).
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Programma:
Baldassarre Galuppi Sonata n. 5 in do maggiore T 27
Isaac Albéniz Iberia – Quaderno II
Robert Schumann Blumenstück in re bemolle maggiore op. 19, Fantasia in do maggiore op. 17
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Cameristica, Recensioni

Repin Korobeinikov – Bologna Musica Insieme 27 Febbraio 2017

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Su un concerto come questo c’è poco da dire: semplicemente perfetto. Ha ricalcato il concerto tenuto il 23 Luglio 2016 a Pietrasanta (http://wp.me/p5m12m-106) con l’aggiunta della sonata di Debussy. Stile, eleganza, suono perfetto, grande successo, due bis (uno la versione violinistica di una canzone spagnola degli anni ’40: Estrellita). Solo un paio di note di colore: nelle prime due sonate il pianista (eccellente!) NON ha usato lo spartito (cosa rarissima e che denota una padronanza assoluta della partitura e della sincronizzazione con il violino), Repin usa lo spartito su iPad (come parecchi esecutori di strumenti ad arco – ad esempio Brunello) ma ha sbagliato una mossa e ha  dovuto seguire lo spartito – quello sul leggio del piano – da lontano e infine Korobeinikov sarebbe stato perfetto per la parte del pianista nel film Florence!
HappyHappyHappy
Programma:
Claude Debussy  Sonata in sol minore
Sergej Prokof’ev Sonata n. 2 in re maggiore op. 94 bis
Igor’ Stravinskij Divertimento da Le Baiser de la Fée
Pëtr Il’ič Čajkovskij  Méditation da Souvenir d’un lieu cher op. 42, Valse-scherzo in do maggiore op. 34
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Recensioni, Sinfonica

Inkinen He – FTCB Teatro Manzoni Bologna 26 Febbraio 2017

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Tipico prodotto della fucina cinese il giovane violinista He esegue con bravura e tecnica di primissimo ordine il primo concerto di Paganini, che mette in mostra tutte le difficoltà tecniche che possono essere richieste al violino. Un concerto paganiniano non permette di valutare le doti musicali di un esecutore che però mostra qualche limite nella qualità del suono, che non sempre appare luminoso e che soprattutto è sempre molto ridotto come intensità fino ad essere talvolta sopraffatto dall’orchestra. Per essere sicuro di mettere in mostra le sue doti di virtuoso esegue una cadenza nel primo tempo della durata di dieci mimuti. Sorpresa da parte del violinista cinese: anzichè eseguire come bis (come supposto) un capriccio del compositore italiano esegue una sarabanda bachiana, purtroppo con gli stessi limiti precedentemente esposti. Un’ottima sorpresa viene invece dal direttore Inkinen. Mentre poco si può dire della sua conduzione dell’interessante e breve brano di Stravinskij, eccellente risulta la sua direzione della complessa e articolata sinfonia di Dvoràk. Pur con un gesto sempre misurato (ma di grande dinamica) rende appieno il mondo musicale variegato del compositore boemo e porta l’orchestra a un livello esecutivo di primissimo ordine, sottolineato dal prolungato applauso del pubblico. Un direttore che vorremmo risentire presto a Bologna.
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Programma
Igor Stravinskij  Sinfonia per strumenti a fiato  (versione 1947)
Niccolò Paganini  Concerto per violino e orchestra in Re maggiore no.1 op.6
Antonin Dvoràk  Sinfonia n. 6 in Re maggiore, op. 60 (B. 112)
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Federico Ercoli – Goethe Zentrum 25 Febbraio 2017

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Un concerto iniziato male ma terminato meglio. L’esecuzione della “patetica” ha rispecchiato il suo nome. Ma da quando in qua una sonata di impianto comunque classico (con l’ovvia, bellissima introduzione che non può però improntare tutta l’esecuzione) può essere eseguita con languori e affrettati inaccettabili persino nel repertorio romantico, molte incertezze tecniche e un tempo finale a una velocità appena sopra il minimo sindacale? Inaccettabile assolutamente lo scompenso durante tutto il secondo tempo fra mano sinistra e destra, un “vizietto” da evitare sempre ma che proprio se considerato necessario dovrebbe essere confinato a brevisimi momenti. Suggerirei l’ascolto di grandi maestri come Brendel e Schiff per capire come l’espressività si debba basare sulla scelta di sfumature sonore e non su grossolane variazioni di tempo o artifici dinamici di bassa lega. Meglio l’esecuzione dell’op. 22 (una sonata poco praticata) soprattutto nel secondo tempo, non piagata da errori tecnici e certamente assai più maturata della patetica. Dopo l’intevallo è stata una buona sorpresa l’esecuzione della “Wanderer”. Seppure eseguita in un contesto acustico assolutamente negativo (e che richiederebbe la chiusura parziale del coperchio del pianoforte per evitare un rimbombo inaccettabile – un consiglio più volte ribadito e mai adottato) è risultata in tutto il suo fulgore musicale e virtuosistico anche  nei passaggi più impervi (ad esempio negli arpeggi discendenti del finale del terzo tempo). Preceduta da due brevi brani (non previsti dal programma) dell’ultimo, intimistico Liszt, Mazeppa si è confermato come sempre uno dei peggiori polpettoni virtuosistici del compositore ungherese. Come bis la polacca “eroica” che ha chiuso come pendant  la patetica iniziale.
Quanto alle “introduzioni” ai brani, sarebbe opportuno evitarle ma se proprio le si ritengono indispensabili (una sorta di pulsione irrefrenabile) andrebbero almeno curate. Si può parlare della “patetica” senza citare il contesto storico napoleonico, dimenticare di sottolineare come la “Wanderer” abbia l’impostazione architetturale di una sonata classica in 4 tempi (addirittura con un trio nel terzo tempo assimilabile a uno scherzo in tempo ternario), che il suo ultimo tempo è una fuga e infine non ricordare il controverso e articolato rapporto “familiare” fra Liszt e Wagner?
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L.V. Beethoven Sonata op. 13 “patetica”, sonata op. 22
F. Schubert Wanderer Fantasia
F.Liszt Dagli studi trascendentali: “Mazeppa”
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Brexit e musica – 19 Febbraio 2017

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Stranamente per un paio di settimane l’attività musicale bolognese ha sofferto di un “buco”: che sia per il timore di assenza di pubblico per le “settimane” bianche oppure si tratta della tipica e provincialissima disorganizzazione e mancanza di coordinamento locale che vede affastellarsi 4-5 manifestazioni in una settimana e poi nulla? Per questo Kurvenal è rimasto silente (ma vigile…). E’ però interessante – in materia musicale – quanto oggi scrive il Guardian londinese: alcune orchestre residenti nella capitale inglese stanno spostando la loro sede in un altro paese europeo perché “infiltrate” da elementi di nazionalità diversa che potrebbero essere obbligati a lasciare il territorio inglese a causa della Brexit. Va ricordato che oggi tutte le grandi (e piccole) orchestre sono composte da elementi multietnici in quanto la qualità è basata sul valore dei singoli e non sulla loro nazionalità. Un esempio su tutti in UK è l’LSO ma che dire dei Berliner? e di tutti i direttori stranieri? Il problema delle orchestre è solo un piccolo (ma non secondario) esempio di come una scelta scellerata possa avere riflessi imprevisti in tutti i settori ormai da tempo integrati in una organizzazione transnazionale e di come le sirene (letali come Scilla e Cariddi) possano, in nome di una astratta riconquista della sovranità nazionale basata su un populismo d’accatto, avere effetti volutamente celati o incomprensibili alla maggioranza dei votanti, che  – come l’ex-cavaliere ha più volte affermato – sono come bambini di 5a elementare. Ora io mi immagino cosa succederebbe all’orchestra della Scala – eccellenza italiana assoluta – in una situazione similare. Una dissoluzione: ma che importerebbe a figuri come Salvini che della Scala non conoscono neppure l’indirizzo non avendoci mai messo piede (come l’ex-cavaliere)? Kurvenal non è certo un’arena politica (ci mancherebbe!) ma non può limitarsi a recensire l’esistente senza occuparsi delle problematiche del settore che si profilano all’orizzonte. La cultura, il bello, la fusione di esperienze diverse sono il sale dell’eccellenza mentre dell’autarchia di un Italietta velleitaria e ridicola la società italiana ha già fatto una tragica esperienza. Ma purtroppo historia magistra vitae non est…
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Sonata n. 3 in do maggiore BWV 1005, Partita n. 3 in mi maggiore BWV 1006 (dal violino su violoncello piccolo)
Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009, Suite n. 6 in re maggiore BWV 1012 (su violoncello)
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Kurvenal- 10 Febbraio 2017

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In margine al concerto di Fazil Say ho ricevuto un certo numero di email (non commenti al post – chissà perché…) che lamentano il trattamento da me riservato al pianista turco. Chiariamoci.  Kurvenal cerca il più possibile di dare giudizi oggettivi il che significa: verifica del rispetto della partitura. verifica del rispetto dello stile, verifica del rispetto delle indicazioni del compositore, tecnica esecutiva, qualità interpretativa etc. etc. Sono questi elementi “oggettivi” che chi ha conoscenza della musica eseguita può facilmente verificare e la cui violazione è – per me – un tradimento dello spirito della partitura. In questa ottica l’esecuzione di Say è stata arbitraria (colpa grave) condita poi con una mimica ammiccante al pubblico caratterizzata da espressioni ispirate, da una mano che dirige l’altra, da contorcimenti sulla sedia etc. etc. Insomma tutto il repertorio da guitti musicali che io – come tutti i frequentatori abituali dei concerti in Italia e all’estero – detesto. Poi naturalmente esiste il piacere individuale che l’esecuzione di Say può avere indotto, argomento sul quale ovviamente non discuto. La musica deve dare piacere e se lo dà tutto è regolare. Ma il piacere non è argomento di Kurvenal come non lo è per tutti i recensori dai quali ci si aspetta una disamina oggettiva. Alcuni elementi vanno in questa ottica sottolineati. In primo luogo la maggioranza del pubblico applaude sempre non l’esecutore ma la musica e se la musica è la marcia turca – facilmente orecchiabile – viene giù il teatro, indipendentemente dalla qualità della sua esecuzione. C’è poi da dire che la summenzionata maggioranza non ha avuto modo (o non ricorda) esecuzioni rispettose del dettato musicale da confrontare per potere verificare quale delle esecuzioni piaccia maggiormente. Quindi il mio giudizio su Say è decisamente negativo rallegrandomi nel contempo per tutti coloro che dal pianista turco sono stati estasiati. Ma Kurvenal manterrà la linea di razionale giudizio che lo ha sempre caratterizzato.
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Don Carlo – La Scala 8 Febbraio 2017

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Innanzitutto un plauso per una regia finalmente “non creativa”, con scene e costumi storici, ormai una novità nel panorama disastrato delle regie “moderne”. Non un capolavoro ma una messa in scena più che accettabile se si esclude l’arredo e la scena dello studio di Filippo II dove si svolge tutto quanto precede il finale (aria “Ella giammai m’amò”, il colloquio con il grande inquisitore e la confessione di Eboli) e che pare un bagno anni ’50 nonostante gli “azulejos” con cui la parte inferiore della stanza è piastrellata e con uno scrittoio che pare acquisito da un robivecchi. La versione presentata alla Scala dell’opera più complessa di Verdi è quella più completa con il prologo nella foresta di Fontainbleau. La direzione è quella di Myung-Whun Chung, una bacchetta in grado di estrarre dall’orchestra della Scala il meglio, con un successo sottolineato da ripetuti applausi. La voce migliore in campo maschile è stata quella di Simone Piazzola (Rodrigo) mentre è mancato il Filippo II di Ferruccio Furlanetto, con una voce che è risultata spesso priva di armonici e comunque poco nella parte anche nell’aria più famosa. Una sorpresa negativa inaspettata. Ovviamente buona la prestazione di Mika Kares (grazie a una bellissima voce) reduce come Osmin dalla scellerata versione del Ratto a Bologna (ogni volta che la cito mi corre un motto di stizza!). Sul Don Carlo di Francesco Meli il giudizio va sospeso. Dopo un inizio nel prologo molto, molto incerto è migliorato nel corso dell’opera anche se con risultati non eccezionali (ma va riconosciuto che la parte è particolarmente impervia). Fra le voci femminili il meglio si è avuto con la Eboli di Ekaterina Semenchuk, voce duttile sia nell’agilità (ad esempio nella canzone del velo) sia nelle parti drammatiche. Un po’ più in ombra l’Elisabetta di Krassimira Stoyanova che solo nella scena finale trova i toni e l’espressione giusta. Sicuramente quindi una buona – non eccezionale – edizione del Don Carlo con una nota dolente per la gestione dell’opera. Iniziata alle 18.30 è terminata alle 23.30, un orario troppo tardo dovuto alla presenza di tre intervalli (uno certamente innecessario, quello dopo il prologo nella foresta di Fontainbleau) e cambi delle scene esasperantemente lunghi.
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HappyHappy
Cast
Teatro alla Scala Chorus and Orchestra
Salzburg Festival Production
Conductor Myung-Whun Chung
Staging Peter Stein
Sets Ferdinand Woegerbauer
Costumes Anna Maria Heinreich
Lights Joachim Barth
Elisabetta di Valois  Krassimira Stoyanova
La principessa di Eboli Ekaterina Semenchuk
Don Carlo Francesco Meli
Rodrigo Simone Piazzola
Filippo II Ferruccio Furlanetto
Il Grande Inquisitore Mika Kares
A monk Martin Summer
A Voice from Heaven Céline Mellon
Six Flemish envoys Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi, Dongho Kim Victor Sporyshev, Paolo Ingrasciotta
The Count of Lerma/a Spanish delegate to France Azer Zada
Thibault Theresa Zisser
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Il Ratto sul Corriere Musicale – Bologna 3 Febbraio 2017

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Purtroppo i due articoli che vi segnalo per una lettura integrale richiedono l’abbonamento al “Corriere Musicale” (www.ilcorrieremusicale.it a un costo annuale irrisorio – mi permetto di suggerire di abbonarsi perché è certamente la rassegna più completa di eventi musicali in Italia) perché non ho avuto l’autorizzazione a ricopiarli in Kurvenal (cosa comprensibile ma fino a un certo punto). Ne consiglio comunque la lettura per capire come il nostro teatro si sia coperto infamia con questo “Ratto”.

http://www.ilcorrieremusicale.it/2017/02/02/bologna-il-ratto-mozartiano-la-politica-il-jazz/

http://www.ilcorrieremusicale.it/2017/02/02/bologna-unentfuhrung-senza-scandalo/

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Cameristica, Recensioni

Mario Brunello- Musica Insieme 6 Febbraio 2017

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Certamente Mario Brunello è al vertice del violoncellismo mondiale insieme alle icone Mischa Maisky, Yo Yo Ma etc. ed è musicista eclettico che non disdegna esplorare forme musicali non strettamente legate al suo strumento o abbinamenti che esulano dal suo campo come quella con il “pianista” Zagrebelsky (in materia i politologi affermano che è un grande pianista e i pianisti che è un grande politologo…). Una tentazione molto diffusa che nasce inevitabilmente dalla letteratura non amplissima del violoncello (anche se segnata da capolavori assoluti come le sei suites bachiane).  In questa ottica Brunello ha presentato due capolavori bachiani per violino nella versione su violoncello piccolo (uno strumento a metà strada fra viola e violoncello già usato da Bach in alcune cantate e che molti studiosi ritengono fosse lo strumento sul quale eseguire la sesta suite per violoncello), un esperimento non privo di rischi visto il virtuosismo implicito nella versione violinistica che non facilmente può essere trasposto su violoncello, anche se di dimensioni ridotte. Il risultato è stato interessante ma discutibile. Il timbro del violoncello – anche se rimpicciolito – non pare garantire quei risultati che la versione violinistica fornisce. Ma forse si tratta solo di abitudine anche se di questi esperimenti non si sente in realtà il bisogno. Brunello però si avventura anche in un altro esperimento: quello di trasporre la quarta suite per violoncello dalla tonalità di Mib a quella di Sol, un salto di due toni. Fermo restando ovviamente che lo sviluppo armonico rimane il medesimo, le sonorità più alte non giovano all’ordito bachiano che trova la sua collocazione più corretta nella tonalità originale. Ovviamente “tout se tient” ma c’è veramente da chiedersi se la necessità di novità si sposi con quella della qualità.  Un concerto comunque di qualità vista l’eccellenza dell’esecutore (e anche il suo virtuosismo come nel caso dell’ultimo dei due bis bachiani – un’anteprima di un successivo concerto con le trasposizioni di altre composizioni violinistiche) anche se per Brunello – come per ogni interprete – i segni dell’età fanno talvolta capolino. Ma si tratta di inezie. Una considerazione merita invece l’esecuzione di brani per violoncello solo in una sala delle dimensioni del Manzoni la cui acustica è notoriamente carente soprattutto se si considera che nel caso di Brunello viene usato un archetto “barocco” con impugnatura barocca. Purtroppo il suono tende a perdersi nella sala: il violoncello solo trova la sua collocazione naturale in ambienti molto più ridotti (non per niente è “musica da camera” per eccellenza) o almeno con un’acustica ben diversa da quella del concerto di Brunello.  I concerti per violoncello al Manzoni debbono necessariamente essere basati su una letteratura che preveda un accompagnamento, tipicamente il pianoforte.
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Programma:
Johann Sebastian Bach
Sonata n. 3 in do maggiore BWV 1005, Partita n. 3 in mi maggiore BWV 1006 (dal violino su violoncello piccolo)
Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009, Suite n. 6 in re maggiore BWV 1012 (su violoncello)
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Cameristica, Recensioni

Fazil Say – Bologna Lezioni di piano 5 Febbraio 2017

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Di Fazil Say è necessario scindere il giudizio sulla persona da quella sul musicista. Per quanto riguarda il primo va ricordato che ha subito un vergognoso e ridicolo processo per “blasfemia” (sic!) in un paese – la Turchia – che sta sprofondando sempre più in un regime fascista in mano a un satrapo – Erdogan – che utilizza tutti i mezzi – leciti e illeciti – per sbarazzarsi dell’opposizione, forte del fatto che rappresentando uno stato chiave della NATO ritiene di potere impunemente calpestare tutti i diritti civili che sono stati alla base della democrazia instaurata da Mustafa Kemal “Ataturk”. Una delle tante tragedie umane e politiche dei nostri tempi che naturalmente coinvolge la parte più avvertita e culturalmente più valida della società civile. A Say, quindi, non può che andare tutta la solidarietà politica e umana che si deve a ogni artista. Per quanto riguarda invece l’aspetto artistico del pianista turco il giudizio è più articolato e negativo. Say è musicista poliedrico (compositore, direttore, pianista) e Bologna ha già avuto modo di ascoltarlo sia come solista che in un recital di MI nel 2007 nell’ambito di un concerto per ensemble. Personalmente ritengo che questa molteplicità di interessi, ormai comune a molti musicisti, abbia forse il difetto di disperdere il loro potenziale artistico, anche se non mancano esempi di altissimo livello (Barenboim per primo, ma anche Pletnev etc.). Il programma eseguito ha coperto un periodo che va dalla fine del ‘700 all’inizio dell’800 con i tre compositori che maggiormente l’hanno caratterizzato (Haydn, Mozart e Beethoven) legati da una visione “classicistica” del loro stile. Rimane fuori da questo periodo Schubert la cui impostazione diverge sostanzialmente come affiliazione culturale e stilistica. Il pianismo di Say è del tutto particolare: interpreta i brani eseguiti non solo con mani e testa ma con tutto il corpo, dirigendo con la mano sinistra quando suona solo la destra, eseguendo o non eseguendo in modo arbitrario i ritornelli, dimenandosi sullo sgabello, con una mimica facciale che non si risparmia nulla e che spesso pare persino ammiccare al pubblico in cerca di facile consenso, una pratica del tutto discutibile. Il risultato è tutt’altro che esaltante. Dopo un’esecuzione accettabile della prima sonata di Haydn, è risultata poco felice ( per non dire scadente) l’interpretazione della sonata di Mozart dove il mancato rispetto stilistico ha marcato l’esecuzione. Del tutto inutile l’esecuzione muscolare dell’ultimo tempo che è risultata non brillante ma scolasticamente virtuosistica. Il pianismo di Say, sostenuto da una grande facilità di mano, è roccioso con alcuni intermezzi più o meno eccessivamente lirici basato su  un perenne contrasto che spezza l’unitarietà delle composizioni. Pessima l’esecuzione della sonata di Beethoven dove è mancato in tutto e per tutto quella sensazione di ansia del destino in favore di “effetti speciali” la cui motivazione è apparsa assolutamente incomprensibile. Dopo un ulteriore Haydn accettabile il peggio si è avuto con la sonata di Mozart K 331. E’ questo uno dei capolavori Mozartiani con un primo tempo basato su un tema con variazioni in cui Say ha fatto di tutto e di più. Dopo un’esposizione del tema di una lentezza esasperante si è avuta una sequenza di variazioni a tempi assolutamente slegati da quello del tema raggiungendo l’acme del ridicolo nella variazione “in minore” trasformata in una marcetta a tempo di carica del tutto in contrasto con l’impostazione dolente del contenuto. Senza storia i tempi successivi. Inutile dire che la “marcia turca” finale, un brano che un pubblico per lo più ignorante, riconoscendolo, ha ascoltato come una liberazione ha scatenato l’entusiasmo della platea confermando la mia certezza che il pubblico applaude i brani e non l’interpretazione. Purché il brano sia noto tutto viene accettato con entusiasmo da un pubblico provinciale e incompetente. 5 bis: tre di impostazione jazzistica (due originali di Say e uno come rielaborazione di “summertime” da Porgy and Bess di Gershwin) e due notturni chopiniani in cui ancora una volta i limiti gravissimi di Say sono stati messi in evidenza, tutto manierismo e nessuna sostanza, addirittura permettendosi di alterare alcuni abbellimenti della partitura originale. Insomma: un disastro.
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Programma:
Joseph Haydn  Sonata in do maggiore Hob. XVI:35
Wolfgang Amadeus Mozart  Sonata in fa maggiore KV 332
Ludwig van Beethoven Sonata in re minore op. 31 n. 2 – Tempesta
Joseph Haydn Sonata in re maggiore Hob. XVI:37
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata in la maggiore KV 331
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Recensioni, Sinfonica

Olli Mustonen – Teatro Comunale Bologna 3 Febbraio 2017

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Di Olli (evitare battutacce) Mustonen ho un ricordo indelebile di un ineffabile concerto per MI di undici anni fa (in sostituzione di un artista che aveva dato forfait all’ultimo momento) in cui intepretava Scarlatti come se fosse un compositore tardo romantico, con abbondanza di pedale,  “rubati”, accelerazioni e ritardi, crescendi e diminuendi a profusione  etc. : insomma la negazione di qualsiasi rispetto stilistico, un vero disastro. Ho avuto esattamente la stessa sensazione per il concerto tenuto per il teatro comunale di Bologna. Dopo un funereo “trittico” di sua composizione (si spera unica esecuzione a Bologna) ha eseguito il famoso concerto di Mozart come un eserciziolo tecnico, tutto troppo forte, troppo brillante e assolutamente fuori stile. La stessa mancanza di stile dimostrata nell’unico bis concesso dove tutta l’interpretazione aveva una impostazione languida, esangue e manieristica anche nel gesto, abbondanza di pedale, impostazione tardoromantica etc. etc. Quanto alla direzione della sinfonia di Prokof’ev è mancato assolutamente il riferimento al mondo granitico del compositore russo. Mustonen cerca di sostituire la mancanza  di autorevolezza del gesto con una visione  ginnica della direzione, con piegamenti, contorcimenti etc. etc. Insomma un pessimo concerto che ha riscosso una tiepida risposta del pubblico. Un “artista” che non abbiamo sicuramente fretta di riascoltare.
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O. MUSTONEN Triptych per orchestra
W.A. MOZART Concerto per pianoforte e orchestra n.25 in Do maggiore K 503
S. S. PROKOF’EV Sinfonia n.6 op.111
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Cameristica, Recensioni

Piotr Anderszewski – Musica Insieme 30 Gennaio 2017

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Avevo già scritto di Anderszewski su questo blog e il giudizio rimane sostanzialmente il medesimo. Si tratta di un ottimo ma non eccezionale pianista come comprovato dal programma eseguito per MI. Il concerto inizia con la suite di Janáček Sul sentiero di rovi ma con la sua parte meno nota (e a ragione). Qui il compositore moravo scade frequentemente in un manierismo che rende le composizioni assai meno interessanti di quelle del primo libro e Anderszewski purtroppo con un pianismo tutto “di tocco” sottolinea proprio gli aspetti meno positivi. Purtroppo gli stessi limiti vengono sottolineati nell’esecuzione della Suite inglese di Bach che pur nel rispetto sostanziale dello stile inseriscono (ad esempio nella sarabanda) degli aspetti lirici non consoni con l’impostazione del compositore tedesco. Sia chiaro alcune delle “danze” sono state eseguite con rigore (ad esempio ottima l’interpretazione della giga finale) ma il tutto in modo discontinuo con una sorta di “alti” e “bassi” che impediscono un giudizio totalmente positivo. Molto meglio l’esecuzione dei brani chopiniani che chiaramente rientrano nella sensibilità del pianista polacco. Un concerto interessante ma che mai ha raggiunto vette eccelse. Due bis.
Happy
Programma:
Leós Janáček Sul sentiero di rovi (Secondo libro)
Johann Sebastian Bach Suite inglese n. 6 in re minore BWV 811
Fryderyk Chopin Tre Mazurche op. 56,Tre Mazurche op. 59,Polonaise-Fantasie in la bemolle maggiore op. 61
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