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Non ci credo – Bologna 14 Luglio 2017

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Avevo per una volta espresso un plauso per il sindaco Merola, presidente del consiglio di indirizzo del teatro comunale (non del cda che non esiste!), per la sua posizione nei confronti della Filarmonica del teatro, una anomalia tutta bolognese, della cui presenza nessuno sente il bisogno, che certamente è stata diretta spesso da direttori di serie B, che ha ripetutamente violato gli impegni presi (primo fra tutti quello relativo alle opere – v. Kyoto) e di cui il sovrintendente Sani (novello “conte zio”, equilibrista del “dico e non dico”) dovrebbe far sapere se i pregressi debiti nei confronti del teatro sono stati saldati (silenzio assoluto). Come la Fenice o l’Idra di Lerna si profila nuovamente, da quanto si apprende dalla stampa, un possibile accordo fra teatro e filarmonica, auspice l’assessore Gambarelli che di musica capisce come il sottoscritto di biologia degli agenti patogeni di Marte, in questo in competizione con il consiglio di indirizzo. Quali obiettivi? Ma certo, l’allargamento della platea degli spettatori, condito come sempre da un pizzico di “sociale” che fa tanto progressista e che serve a cercare consensi presso coloro per i quali la musica si ferma a Orietta Berti. Pare, dico pare, che il sindaco non si sia ancora espresso in materia ma c’è da sperare che per una volta sappia essere coerente e mantenga gli impegni presi a gran voce. Ne va della sua credibilità ma anche dell’immagine del teatro che tenta faticosamente di risalire una china cui tanti incompetenti hanno contribuito. Ma si sa: difficilmente il teatro e la musica classica e operistica sono in cima alle sue priorità e a forza di incrociare le dita mi sono slogato un’intera mano!
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Commenti, Operistica

Teatro Comunale – Bologna 12 Luglio 2017

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Le notizie sulla programmazione della prossima stagione operistica (derivate dalla stampa – purtroppo non ero presente alla conferenza stampa di presentazione per impegni pregressi) danno un quadro ragionevolmente positivo, soprattutto rispetto a situazioni assai peggiori delle precedenti stagioni (si pensi solo al “Colore giallo” e – peggio di tutto – “Qui non c’è perché”).  Naturalmente una cosa è la programmazione e una cosa è la realizzazione. Aspettiamo quindi Settembre con il cartellone completo di nomi e interpreti per un primo giudizio ragionato.
A proposito di organizzazione del teatro, ieri sera, forte del mio abbonamento alle “prime”, mi sono presentato all’ingresso scoprendo che “Traviata” NON era prevista solo per il mio abbonamento ma solo per tutte le altre serate. Quale possa essere la “ratio” di una simile scelta è impossibile ipotizzare se non quella di una mente obnubilata in una notte di nebbia. Ma al di là di questa anomalia qualunque teatro serio avrebbe inviato tempestivamente un avviso agli abbonati riservando loro una prelazione sui posti. Niente di tutto questo. Inutile confrontare questa organizzazione dilettantesca e provinciale con quella della Scala e – ancor meglio – quella della Staatsoper di Berlino di cui sono Mitglieder. Ma si può? Ovviamente profondamente irritato mi sono persino rifiutato di andare al botteghino per cercare un posto.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Operistica, Recensioni, Sinfonica

Riccardo Muti – Ravenna Festival 8 Luglio 2017

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Qualcuno, non più giovanissimo, ricorda i concerti vocali e strumentali “Martini e Rossi” trasmessi dalla radio negli anni ’50? Ecco questo concerto di stile nazional-popolare per celebrare l’amicizia irano-italiana con tanto di bandiere delle due nazioni (e altre non meglio identificate azzurre), TV e radio in diretta, ne è la fedele copia: un inizio e una fine solo orchestrali e una sequenza slegata di note arie d’opera (solo verdiane in questo caso e strettamente monosex – solo maschili probabilmente in ossequio alla grande nazione iraniana che considera le donne materiale di serie B indegne di esibizioni solistiche) a uso di un pubblico che finalmente si ritrova in partiture conosciute e quindi a proprio agio. Un pubblico da stadio che gremisce il Pala de Andrè in tutti gli ordini di posti con l’aria condizionata che non ce la fa in una giornata caldissima.  Non smetterò mai di stigmatizzare queste operazioni che di culturale non hanno nulla ma servono ad attirare spettatori (paganti) e stupisce (ma forse neanche tanto) che un direttore serio come Muti si presti a questi concerti (ma alla moglie con tutti i guai che ha avuto si può rifiutare?). Ve lo immaginate un Mehta, un Abbado che dirigano un concerto di questo tipo? Amen: la vocazione sempre più nazional-etnico-popolare del Ravenna Festival si concretizza anche in questo e sono lontanissimi i tempi in cui aveva una valenza culturale raffinata che si teneva nel teatro Alighieri e non nel Palasport De Andrè nel quale ci si stupisce di non trovare installati stabilmente i canestri del basket: mancavano solo gli arbitri e i venditori di gassose e brustulli. Tifo da stadio con inevitabili battimani fuori tempo. Orchestra mista con componenti delle due nazioni. Le iraniane impalandranate in tute nere della serie sauna-fai-da-te e scarpe nere basse con velo rosso per le orchestrali e giallo per le coriste (le donne nel coro e in orchestra si può, gentile concessione della grande nazione iraniana). Il contrasto con le italiane nei loro bei vestiti scollati ed eleganti non poteva essere più stridente. Moltitudine di veli neri anche nel pubblico dove mancavano però la simpatica guida suprema Kamenei e il volto allegro e rassicurante di Ajmadinejad (quello che negli USA con bella sicurezza affermava che gli omosessuali in Iran non esistono)… Le voci non erano male (tenore e baritono ok – quest’ultimo con qualche incertezza nell’aria iniziale dei Vespri) ma una direzione discutibile nel bellissimo duetto Rodrigo Carlo del Don Carlo dove i tempi imposti hanno impedito il dispiegarsi del canto, tanto da fare sospettare che la ragione fosse nella  incapacità del duo di sostenere tempi più allargati. E cosa avranno pensato i dirigenti dello stato islamico del finale del duetto “libertà, libertà”? Basta “il resto è noia” o con Don Bartolo  “uffa che noia”!
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
Giuseppe Verdi
da “I vespri siciliani” sinfonia e aria di Procida “O tu Palermo”
da “Don Carlo” duetto di Don Carlo e Rodrigo “Dio che nell’alma infondere”
da “Simon Boccanegra” aria di Fiesco “A te l’estremo addio… Il lacerato spirito”, aria di Gabriele “Sento avvampar nell’anima”
da “Macbeth” aria di Banco “Studia il passo o mio figlio… Come dal ciel precipita”, coro “Patria oppressa”, aria di Macduff “Ah, la paterna mano”, coro “La patria tradita”, aria di Macbeth “Pietà, rispetto, amore”, battaglia, Inno di vittoria – Finale
da “La forza del destino” sinfonia

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Cameristica, Recensioni

Alexandr Kobrin- Bologna Pianofortissimo 6 Luglio 2017

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Alexandr Kobrin è un pianista non più giovanissimo (37 anni), stakanovista dei concorsi internazionali: primo premio al Busoni 1999 e Van Cliburn 2005, terzo allo Chopin del 2000 oltre ad altri concorsi (sull’inflazione dei concorsi pianistici sarebbe necessaria una riflessione – ormai credo che fra importanti, meno importanti, regionali, locali e dopolavoristici ce ne sia almeno uno al giorno e non c’è pianista che non si possa fregiare della vittoria a un concorso, magari quello di Mohabit, quartiere degradato di Berlino, se esiste). Ovviamente non è il caso di Kobrin vittorioso in concorsi di primaria importanza. Eppure la sua carriera non sembra essere decollata proporzionalmente a questi successi, cosa che succede non infrequentemente, visto che il successo è certamente basato sui concorsi (ma non solo – vedi il caso di Volodov) ma soprattutto sulle case discografiche e sulle agenzie artistiche internazionali. Kobrin è dotato di una buona, non eccelsa tecnica, e una significativa musicalità ma ha il limite di voler dare uno specifico significato a ogni singola nota o piccolo episodio musicale, il che frammenta il discorso interpretativo che invece necessita di una continuità in cui individuare il significato globale del brano eseguito. Il concerto inizia con le celebri non trascendentali variazioni di Haydn, eseguite con aderenza allo stile se si eccettua l’esposizione del tema, troppo lento (l’eccesso di lentezza è caratteristica del pianista russo) e troppo romanticheggiante. Le stesse carenze (ma anche gli stessi pregi) si riscontrano nell’esecuzione dell’op. 101 di Beethoven dove però nell’ultimo tempo – specialmente nella fuga – emergono incertezze tecniche inaspettate. Purtroppo gli stessi limiti si riscontrano negli studi sinfonici di Schumann, dove ad esempio nella seconda variazione il ribattuto della mano sinistra non si percepisce, così come accade nella quinta variazione, tanto che verrebbe da dubitare che gli scappamenti del pianoforte abbiano dei gravi limiti. Kobrin non rifugge anche da quello che si potrebbe chiamare “mestiere” ovvero trova il modo di rallentare nei passaggi più impegnativi come nella settima variazione (o studio che chiamar si voglia). Molto arbitraria la scelta delle variazioni postume inserite qua e là nel corpo degli studi ufficiali (ma ovviamente qui la scelta è dell’esecutore) e non eseguite integralmente. Qualche arcaicismo nell’ultima variazione dove la ripresa del tema segue la prima versione degli studi. Insomma un pianista russo di ottime ma non eccelse qualità che giustificano la sua non strepitosa carriera. Due bis: una brano dalle Kinderszenen di Schumann (Der Dichter spricht) e La fille aux cheveux de lin dai preludi di Debussy.
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Programma 
Haydn Variazioni in fa minore HOB XVII 6
Beethoven sonata n. 28  op. 101  in la maggionre
Schumann Studi  op. 13  sinfonici  con variazioni postume

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Operistica, Recensioni

Die Entführung aus dem Serail – La Scala 1 Luglio 2017

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Cinquanta ma certo non li dimostra! Dopo un Ratto scandaloso  alla Deutsche Oper e  la vergognosa edizione del Ratto a Bologna, che rimarrà negli annali come una macchia indelebile nella storia del teatro, grazie alle scelte scellerate del sovrintendente,  vedere questa edizione (la terza per me in un anno) è come rinascere. Qui tutto è semplicemente perfetto. Il ratto è una favoletta che si inserisce come prima della classe nella serie delle turqueries che tante opere hanno ispirato nel XVIII e XIX secolo, certamente priva di intenti didascalici ma non senza una sua giocosa celebrazione di quegli ideali illuministici che hanno nella libertà di scelta uno dei propri pilastri. Qui il turco (il pasha) non è lo sciocco delle opere di Rossini ma il rappresentante di una cultura diversa ma che ha al suo interno quegli elementi di nobiltà d’animo che sono al fondamento della civile convivenza. Altro che l’ISIS dell0 sventurato regista dell’edizione bolognese (e il modo ancor m’offende…).  E ne è ulteriore elemento di fede proprio la figura caricaturale di Osmin messa alla berlina da Mozart (con il libretto di Christoph Friedrich Bretzner – rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie junior che presenta un tedesco molto più agile e libero di quello che oggi le regole dei Germanisten impongono), figura di turco sciocco, reazionario e integralista che alla fine, naturalmente, viene beffato e ridicolizzato dalla saggezza del pasha (da un turco e non – come nelle opere rossiniane – da protagonisti europei!). Ma ciò che rende la presente riedizione eccezionale è la freschezza dell’impostazione, una visione di teatro nel teatro,  l’equilibrato dosaggio di forme caricaturali e impostazioni seriose, con i personaggi che cantano per lo più in controluce sul proscenio come ombre cinesi e infine la presenza di intermezzi ludici che però non scadono mai nel triviale. Strehler e Damiani sapevano il fatto loro: altro che i nuovi registi “creativi” che ci ammanniscono regie velleitarie e insopportabili con forzature che giungono persino a stravolgere il libretto – come nel caso bolognese – pur di cercare di dare un minimo di senso (non raggiunto) all’impostazione.

 

Qui i personaggi vestono i panni settecenteschi del periodo (bellissimi anche i costumi) con un Osmin che pare tratto in modo caricaturale dai dipinti dell’epoca, naturalmente grasso e impacciato a fronte della nobiltà di vestiario del pasha e dei costumi adeguati al ruolo di Berlmonte, Konstanze, Pedrillo e Blonde.  Citare le singole scene e i loro meriti sarebbe inutile: la macchina teatrale è perfetta e l’azione si svolge con equilibrio e grande soddisfazione del pubblico. Naturalmente una grande edizione operistica richiede interpreti di adeguato livello. Il più che ottuagenario Mehta (anche lui ottanta ma non li dimostra!) guida con grande precisione e equilibrio l’orchestra, da consumato esperto della materia,  sostenendo sempre con maestria i cantanti e ricavando dall’orchestra il meglio che può esprimere. Ottima anche la compagnia di canto. Sopra tutti la Blonde di Sabine Devieilhe, voce freschissima, ottima agilità, eccezionale capacità di sostenere pianissimi negli acuti e consumata arte scenica: un soprano che
speriamo di rivedere presto  sulle nostre scene e che ottiene dal pubblico l’applauso più convinto. Ottima anche la prestazione di Lenneke Ruiten nella parte di Konstanze. Nella grande e difficilissima aria Martern aller Arten dà grande prova di sé con l’unica leggera pecca di sforzare leggermente negli acuti; la sua interpretazione del personaggio è comunque di altissimo livello. Ottime anche le voci maschili con una leggera prevalenza del Pedrillo di  Maximilian Schmitt. Grande successo di pubblico (in larga parte straniero) e degna celebrazione di un grande teatro internazionale. Avercene!

 

CAST
Konstanze
Lenneke Ruiten
Blonde
Sabine Devieilhe
Belmonte
Mauro Peter
Pedrillo
Maximilian Schmitt
Osmin
Tobias Kehrer
Selim
Cornelius Obonya
Servo Muto
Marco Merlini
Direttore
Zubin Mehta
Regia
Giorgio Strehler
ripresa da Mattia Testi
Scene e costumi
Luciano Damiani
Scene riprese da Carla Ceravolo
Costumi ripresi da Sybille Ulsamer
Luci
Marco Filibeck

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Recensioni, Sinfonica

Valcuha Fray – Ravenna Festival 30 Giugno 2017

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David Fray è un ovvio frequentatore del Ravenna Festival e nel concerto di ieri sera ha eseguito il concerto di Schumann, uno dei pezzi per pianoforte e orchestra più famosi dell’intero repertorio. Diciamo subito che non è stata un’esecuzione entusiasmante sotto ogni profilo. Fray si attarda in modo colpevolmente languido nelle parti cantabili e affretta eccessivamente in quelle più brillanti creando un contrasto che non sottolinea la partitura ma la frammenta togliendo quella caratteristica di continuità che tanta importanza ha in Schumann.  E purtroppo anche tecnicamente il concerto ha sofferto di non poche incertezze, soprattutto nell’ultimo tempo, dando luogo a una prestazione molto, ma molto discutibile. Avevamo sentito Fray ai “talenti” del Bologna Festival e l’impressione era stata migliore. La sensazione è di uno scadimento che vogliamo sperare temporaneo. Diversa è invece la valutazione della direzione di Valcuha che ha reso in modo egregio la famosissima sinfonia della Alpi di Strauss. Qui la varietà delle diverse parti (la sinfonia è una specie di resoconto di una ascensione) è stata resa con grande precisione e laddove necessaria con la dovuta enfasi. Un’esecuzione forse non memorabile ma di ottima qualità. Il concerto in un certo senso è lo specchio del Ravenna Festival decaduto a fesa nazional-popolare con “di tutto un po’”, ottimo per un pubblico eterogeneo ma ben distante dalla qualità dei primi anni.  Peccato.
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Programma 
Robert Schumann Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54
Richard Strauss “Eine Alpensinfonie”, poema sinfonico op. 64

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Cameristica, Recensioni

Aaron Pilsan- Bologna Pianofortissimo 29 Giugno 2017

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Continua la sfilata di giovani “promesse” a pianofortissimo. Questa è la volta del ventiduenne pianista austriaco Aaron Pilsan al suo debutto in Italia. Un programma che presenta un autore inconsueto per il piano, Enescu, più noto fra i violinisti. Un brano oggettivamente non esaltante che fa parte di quella schiera di composizioni che oggi si estraggono come fanno i prestigiatori con i  conigli dal cilindro per variare il repertorio con esiti non sempre convincenti. Il pianismo di Pilsan è di buona qualità e supportato da una buona tecnica ma specialmente in Bach piuttosto scolastico a metà strada fra una visione filologica e una più moderna. Ampio uso del pedale ma poi una uniformità di sonorità che vorrebbe ricordare quella del clavicembalo: insomma una esecuzione piuttosto priva di personalità. Tralasciando il brano di Enescu eseguito in modo diligente un migliore risultato si è avuto con Schubert. Qui Pilsan ha dimostrato una certa maturità interpretativa che fa ben sperare ma che è lungi dall’essere giunta a compimento. Ma la giovane età permette di ben sperare se avrà l’umiltà di studiare senza farsi fagocitare dallo star system spcializzato in “usa e getta”. Tre bis: l ‘”arabesque” di Schumann e gli studi di Chopin 1 e 12 dell’op. 25.
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Programma 
JOHANN SEBASTIAN BACH (1685-1750)  Suite francese n. 1 in re minore BWV 812
GEORGE ENESCU (1881-1955) Suite n. 3 op. 18 “Pièces impronptues”
FRANZ SCHUBERT (1797-1828) 
Sonata n. 19 in do minore D 958 (op. postuma)

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Recensioni, Sinfonica

Mariotti Rana – Teatro Comunale 28 Giugno 2017

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Finalmente un bel concerto! Beatrice Rana, nonostante la sua giovane età, è concertista  matura e di grandissimo talento. Dotata di tecnica sopraffina (come comprovato anche dal bis debussiano) domina perfettamente i propri mezzi unendo a un tocco brillante e scandito una musicalità eccellente, indispensabile nel concerto di Čajkovskij.  Colpisce la duttilità imterpretativa che passa senza incertezze dal cantabile al brillante senza cesure con un continuum che è alla base di ogni grande esecuzione. Un plauso senza se e senza ma che ha anche una valenza maggiore se si considera che il piano su cui ha suonato è ben lungi dall’essere ottimo, denunciando una certa età e un suono piuttosto metallico negli acuti. Un secondo bis lisztiano, la trascrizione del celebre Lied schumanniano “Widmung”,  Nella sua esecuzione del concerto è stata sostenuta da un’orchestra finalmente all’altezza dei suoi compiti grazie anche alla eccellente direzione di Mariotti che nella seconda parte del concerto ha avuto modo di mettere in luce le sue doti di trascinatore. Il direttore pesarese si trova a suo agio nelle partiture in cui prevalgono la grandi masse orchestrali e l’enfasi espressiva, dove la foga e l’energia del direttore trovano il proprio ubi consistam. Un concerto alla fine  di grande spessore giustamente ripetutamente applaudito dal pubblico.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Programma 
P. I  ČAJKOVSKIJ  Concerto n.1 per pianoforte e orchestra in Si bemolle minore, op.23
                                    Sinfonia n.2 in Do minore op.17 Piccola Russia

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Cameristica, Recensioni

Daniel Petrica Ciobanu – Bologna Pianofortissimo 27 Giugno 2017

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Peccato, peccato. Ciobanu è un abbastanza giovane pianista (25 anni) che ha una mano molto felice come dimostrato nel brano di Silvestri e nel bis di stile jazzistico, che non sempre però domina appropriatamente. È pianista che non ama le mezze misure e i mezzi toni ma che ama al posto dei chiaroscuri il contrasto violento di sonorità e che in alcuni casi non rifugge da atteggiamenti un po’ istrionici quando non manieristici. Si inizia con il brano chopiniano, forse quello maggiormente ben riuscito nel quale la componente virtuosistica, così forte, permette a Ciobanu di mettere in mostra le sue doti tecniche. Si tratta di composizione relativamente giovanile (come ad esempio quella per violoncello e pianoforte op. 3) dove l’esuberanza tecnica prevale ampiamente su quella interpretativa (a parte – forse – il non bellissimo andante spianato mutuato in parte da una versione orchestrale oggi del tutto dimenticata). Tutt’altro discorso per l’op. 57 di Beethoven, un cavallo di battaglia di tutti i grandi pianisti. Una interpretazione non priva di momenti felici ma che ha invece il suo punto di caduta nell’allegro finale e in particolare nel prestissimo terminale nel quale a causa di tempi quasi ineseguibili (ricordo solo Emil Gilels in grado di sostenere quella velocità) tutto il discorso musicale – nel quale deve comunque risaltare il tema del rondò – si sbrodola in una serie confusa di suoni. Inutile dire che il solito pubblico di bocca buonissima applaude con addirittura una carneade che urla “bravo” a scena aperta: in fondo basta suonare forte e in fretta un brano musicalmente noto e il successo è garantito. Lo stesso discorso vale – in tono peggiorativo – per i quadri di Mussorsky. Qui i difetti tecnici non si contano. In Gnomus la scala per moto contrario finale viene reiniziata per un grave errore; in Bydlo le due mani non suonano all’ unisono, un vezzo che talvolta i pianisti usano, ma con moderazione e che qui diventa elemento fondamentale interpretativo; nella ballata dei pulcini il ribattuto non si percepisce e infine nella capanna di Baba Yaga e nella porta di Kiev si sprecano le ottave sbagliate. Insomma un pianista che spreca il proprio talento per la ricerca di esasperata di effettacci quando invece le sue doti potrebbero permettergli ben altri risultati. Si può dire che è giovane ma non dimentichiamo che oggi si vince lo Chopin a venti anni e che c’è un’intera schiera di pianisti più giovani che il percorso di maturazione hanno già portato a termine.
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
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Programma 
F.Chopin Andante spianato e grande polacca brillante op. 22
L. v. Beethoven Sonata n.23 op. 57  “Appassionata”
C. Silvestri Baccanale
M. Mussorski Quadri da un’esposizione

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Commenti

Finalmente! – Teatro Comunale 27 Giugno 2017

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Finalmente il sindaco Merola ne ha azzeccata una per il teatro. Dopo la faticosa e tardiva approvazione del contributo straordinario (quousque tandem….) – che la prossima, inevitabile, volta si chiamerà “contributo di solidarietà” …-  ha annunciato la rescissione dell’accordo con la Filarmonica del Teatro, un’orchestra che è semplicemente un duplicato dell’orchestra del teatro e che ha operato in base a una convenzione nata dalla gestione Ernani, patentemente violata, quando ha eseguito i Pagliacci in Giappone nonostante  l’espresso divieto di operare in opere liriche e nel colpevole silenzio dell’attuale sovrintendente Sani e del comitato di indirizzo (che probabilmente neppure conosce i termini della convenzione). Un comitato di indirizzo che è come il “re travicello (da Fedro e forse Esopo “Le rane chiesero un re“) e che in questa come in tante altre vicende (v. il caso Bosso) non è stato in grado di fare sentire la sua voce e neppure di esprimere un cauto e flebile parere. Chissà perché….  Ovviamente non si tratta qui di contestare per principio la nascita di una seconda orchestra (a Bologna? quando la stagione sinfonica al teatro comunale non riempie il teatro???) e neppure di contestare sempre per principio una qualche associazione al teatro ma entro ben determinati confini da far rispettare integralmente, gli stessi che regolano ad esempio la filarmonica della Scala etc. Ma forse ha ragione Zagnoni quando afferma di avere sempre agito in accordo con Sani:  ecco, appunto… chiudere un occhio (o entrambi) per evitare contrasti… La gestione Sani ha fatto il suo tempo (come il comitato di indirizzo) e sarebbe salutare per il teatro un cambiamento radicale di gestione con la dimissione dei componenti degli organi direttivi sostituiti tutti da persone di comprovata competenza musicale (e senza aumentare gli emolumenti in assenza di risultati chiari, positivi e stabili!!). Ma questo richiederebbe una coscienza professionale che certamente non abbonda in largo Respighi: che la via sia irrimediabilmente contaminata da piazza Verdi?
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Operistica, Recensioni

Boris Godunov- Berlino Deutsche Oper 23 Giugno 2017

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Boris nella versione della Deutsche Oper è un onesto, non eccezionale,  spettacolo, nel quale tutte le voci sono sostanzialmente di uguale qualità. Buoni professionisti senza particolari eccellenze e la stessa cosa vale per la direzione d’orchestra, peraltro particolarmente gradita al pubblico (sala gremita in tutti gli ordini di posti). Uno spettacolo da 150 minuti senza intervallo in una sala praticamente senza condizionamento: una vera maratona musicale. La scenografia ricalca quelle dei Boris tradizionali: bei costumi, masse sceniche ben organizzate e la presenza costante e ossessiva del ricordo dello zarevich sgozzato sia come spettro alla Banquo sia come trottola che viaggia per il proscenio (roteando correttamente).
 
I boiardi e lo zarevich si muovono su una specie di terrazzo che guarda il proscenio a simboleggiare l loro distanza dal mondo dei contadini che si muovono sulla scena. Mi è un po’ difficile dare un giudizio specifico: uno spettacolo che può piacere ma che non resterà negli annali della Deutsche Oper.

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Happy
Cast
Musikalische Leitung
Kirill Karabits
Inszenierung
Richard Jones
Szenische Einstudierung
Elaine Kidd
Bühne
Miriam Buether
Kostüme
Nicky Gillibrand
Licht
Mimi Jordan Sherin
Movement Director
Silke Sense
Chöre
Raymond Hughes
Leitung Kinderchor
Christian Lindhorst
Dramaturgie
Sebastian Hanusa

Boris Godunow

Ain Anger

Fjodor

Solisten des Knabenchores der Chorakademie Dortmund

Xenia

Alexandra Hutton

Xenias Amme

Ronnita Miller

Fürst Wassili Schuiskij

Burkhard Ulrich

Andrej Schtschelkalow

Dong-Hwan Lee

Pimen

Ante Jerkunica

Grigorij Otrepjew

Robert Watson

Warlaam

Alexei Botnarciuc

Schenkwirtin

Annika Schlicht

Missaïl

Jörg Schörner

Gottesnarr

Matthew Newlin

Nikititsch

Andrew Harris

Leibbojar

Andrew Dickinson

Mitjuch

Stephen Bronk

Grenzpolizist

Samuel Dale Johnson


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Operistica, Recensioni

Turandot- Berlino Deutsche Oper 22 Giugno 2017

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Una Turandot che dopo che Calaf ha risolto i tre indovinelli estrae una pistola con cui tenere lontana la folla e lo stesso Calaf non me la ero mai immaginata. Modestissimo coup de teatre in un allestimento modesto in tutti i sensi. Il vecchio imperatore e i saggi che verificano la correttezza delle risposte sono presentati su una sorta di tribuna che ricorda il politburo  del dittatore nordcoreano e i sudditi come spettatori delle esecuzioni, versione moderna del popolo di Place de la Concorde dove si ergeva il patibolo osannato da Robespierre.

In questo contesto non manca naturalmente l’esecuzione di Liù da parte di un boia che ricorda l’ISIS con esibizione di coltellaccio (ma per fortuna viene risparmiato agli spettatori lo sgozzamento sostituito dal taglio delle vene dei polsi – almeno questo!). Turandot, a parte la prestazione vocale, ha tutto fuorché le phisique du rôle rendendo difficile comprendere la passione di Calaf anche perché costantemente infagottata in abiti che anziché ridurne la stazza la amplificano, agghindandola comunque in modo improbabile. L’intera scenografia è orientata a una visione moderna della vicenda con Calaf vestito come un commesso viaggiatore che avrebbe fatto felice Arthut Miller. Non mancano anche alcuni momenti scurrili (protagonisti Ping, Pong e Pang) di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Insomma una messa in scena modesta e allo stesso tempo velleitaria per spettatori di bocca buona. Non una tragedia ma solo onesto artigianato.

Quanto al cast (in tedesco Besetzung) svetta sopra tutti la Liù di Elena Tsallagova giustamente applaudita sia durante lo spettacolo che al termine molto più di tutti gli altri protagonisti. Voce chiara, perfetta dizione italiana (ma come è difficile la nostra melodiosa lingua!) intonazione perfetta ma soprattutto interpretazione aderente allo spirito del personaggio. Turandot invece (Catherine Foster), pur senza difetti di intonazione, ha un registro monotono, una vocalità sempre sopra le righe persino nel finale dove il destarsi dell’amore (un po’ ridicolo nell’opera nella sua repentina apparizione) dovrebbe addolcirla,  con una prestazione non memorabile. Forse non è il suo ruolo. Scadente invece il Calaf di Kamen Chanev che in un ruolo certamente non facile sforza costantemente e presenta non infrequenti difetti di intonazione. Nella norma gli altri protagonisti e la direzione di Alexander Vedernikov
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Operistica, Recensioni

Lucia di Lammemoor -Teatro Comunale Bologna

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Come ho scritto non ho avuto la possibilità di assistere alla Lucia. Ricevo però dal prof. Giampiero Cane (della cui serietà ho personale certezza) questo articolo con il permesso di pubblicarlo. Ovviamente questo non riflette necessariamente la mia (inesistente in questo  caso) opinione.
Bologna, Teatro Comunale, 16 giugno 2017
Può anche darsi che la pioggia di rane in Magnolia discenda da Tam-Tam II (“pour Wilfredo”, forse Lam) di Aimé Cesaire: “à petits pas de pluie de chenille” ecc.: il surrealismo ci ha spalancato orizzonti su paesaggi preparati dal nostro stesso pensiero, non privi di senso, ma poli per flussi ininterrotti d’interpretazione; ci ha abituato a tutto, anche alle scemenze di quei registi d’opera, non tutti, è ovvio, che forse suppongono ancora di poter sorprendere col far volare gli asini o cose simili. Con ciò seminano quel loglio di cui non pare ci sia chi sappia utilmente fruire. Il pubblico si diverte a “buarli” (neologismo che discende dai paramuggiti che accompagnano il loro ingresso in scena, a cose fatte), l’intensità della “buazione” è proporzionale alle “boazze” depositate da loro sull’assito. Lucia di Lammermoor è un’opera di Donizetti testimone del primo romanticismo. È un concentrato di quel che fu l’opera quando la prese per mano Giuseppe Verdi e per mezzo secolo la portò dove volle. Il costume permettesse di tagliare qualcosa, di riscrivere altro, di farla propria come utilmente accade non molto raramente nel teatro di prosa, se ne potrebbe ricavare un fulmine abbacinante e travolgente. Ma nell’opera ciò l’han fatto qualche volta gli autori, modificando i loro testi per adattarli alle capacità delle voci di cui disponevano. Oggi queste varianti di produzione sono raccolte nelle edizioni dette critiche, allestite da filologi affatto noiosi in genere e, comunque, incapaci anche solo di suggerire di buttar via da Otello di Verdi, quella lagnosa “Ave Maria” che segue l’adorabile ninna nanna del salice. Naturalmente, la decisione eventuale di tagliare non potrebbe essere che a carico del podio e comunque sarebbe un grande scandalo perché “taglia Verdi uno che obbedisce a un Franceschini” (e messe le cose così, non ci sarebbe rimedio). L’opera è in scena al Comunale di Bologna. Inizia con un coro di cacciatori che hanno ammazzato un gran cervo che viene steso su grande tavolo Tra un po’ il fratello di Lucia taglierà la testa al cadavere del cornuto (chissà perché, ma forse per legare questa Lucia a quel Ratto mozartiano con tagliagole apprendisti che fece ridere mezza città un par di mesi or sono. Lo stesso tavolo sarà quello imbandito per la festa matrimoniale di Lucia con un Arturo ch’ella non ama affatto, ma cui è costretta dal fratello Enrico. Seduti attorno a detto tavolo, gli ospiti di casa Ashton (casato di Lucia) assisteranno composti come mummie all’alterco feroce tra Edgardo (amante, amato di Lucia) ed Enrico e in seguito apprenderanno dalla voce di Raimondo Bibedent, figura in gara con Germont padre in Traviata per il campionato d’ipocrisia tra i vecchi saggi. Quando quest’ultimo tacerà, del tavolo s’approprierà Lucia che, stando al libretto ha già ucciso l’Arturo che il fratello pretendeva di rifilarle e appare agli ospiti, del tutto compunti, coll’abito macchiato del sangue di lui e con un coltellaccio in mano. È una della più appassionanti scene di follia amorosa che ci sia dato conoscere e qui non s’interrompe nemmeno con l’ingresso del morto renitente che è venuto giù al piano terra, strisciando dietro l’assassina. Povera Lucia e povero Edgardo; lui sta per cantare “Se l’ira dei mortali /fece a noi sì dura guerra / Se divisi fummo in terra ne congiunga il nume in ciel”. È difficile non commuoversi, anche se oggi tutti dispongono di quegli strumenti interditivi della verità sentimentale che trionfano nel divorzio. L’ambientazione tardo settecentesca è qui sostituita da un periodo ipoteticamente “tra le due guerre”. Quali siano non è dato capire, ma dev’essere un tempo dell’alto Medioevo. Il Papa a Roma ci certifica che comunque non ne è passato molto In sala un gran correre di maschere a vietare l’uso fotografico dei cellulari. Dato che le madri degli stupidi sono sempre incinte, se ne ricava che la produzione di stupidi è continua. Michele Mariotti ha diretto l’opera con qualche ridondante, brusca sottolineatura sonora. Dovrà imparare a prendersi il carico di tutta l’interpretazione, gesti e voci comprese: in teatro la democrazia non ha senso, anzi rivela la sua natura contraria quella che le attribuì Churchill, tale per cui si manifesta come il modo più sicuro per scegliere i peggiori. In qualche modo lo dice anche nella politica se pensiamo al Duce, al Führer e al Piccolo Padre, tutti tre democraticamente eletti, mi pare. Generosa la performance di Stefan Pop, tenore rumeno ancora giovane, cui manca soltanto un po’ di quel che si chiama “anima” e meno sicura la Lucia disegnata dalla Lungu, fragile nel duetto d’entrata con Enrico, ma più consistente nella asperrima follia. “Chi mi frena in tal momento” è un concertato a 6 voci che ebbe tale successo per cui, con un arrangiamento adeguato ai mezzi di una jazz band degli anni Trenta, fu nel repertorio delle migliori orchestre nere di Harlem. Direi che l’abbiano registrata i Clouds of Joy e anche Cick Webb, ma non ci giurerei. Dalla mia discoteca sono spariti gli ellepi in oggetto. Mi ricordo queste tracce come ottimi esempi di quel prendere a calci nel sedere la tristezza (i blues) per vivere alla leggera. Ho l’impressione che pochi abbiano idea di cosa ciò significhi.
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Markus Werba

Lucia

Irina Lungu

Sir Edgardo di Ravenswood

Stefan Pop 

Lord Arturo Bucklaw

Alessandro Luciano

Raimondo Bidebend

Evgeny Stavinsky

Alisa

Elena Traversi

Normanno

Gianluca Floris

Orchestra e coro del TCBO

Direttore

Michele Mariotti

Regia

Lorenzo Mariani

Scene

Maurizio Balò

Costumi

Silvia Aymonino

Luci

Linus Fellbom

Videomaker

Fabio Massimo Iaquone
Luca Attilii

Assistente alla regia

Hannah Gelesz

Assistente alle scene

Andrea De Micheli

Assistente ai costumi

Vera Pierantoni Giua

Maestro del Coro

Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con ABAO Bilbao,
Slovak National Theatre e Teatro Carlo Felice di Genova


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Barenboim-Sadi Akademie- Berlino

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Ho assistito ieri a un concerto dei giovani strumentisti della fondazione Barenboim-Said, una fondazione che ha come suo scopo principale valorizzare giovani musicisti israeliani e palestinesi con tutte le ovvia implicazioni. La musica è linguaggio universale e suonare insieme vuol dire capirsi e scavalcare quelle frontiere etniche e ideologiche che sembrano insormontabili e che qui dimostrano tutta la loro assurdità. Il concerto di ieri, gratuito, eseguito da formazioni diverse nella meravigliosa sala Boulez come “saggio” di fine corso (ripetuto più volte con programmi diversi) ma sempre con la presenza di giovani di diversa estrazione è stato particolarmente godibile – anche se non perfetto – e ha visto in sala la presenza di Barenboim come una sorta di padre che cura lo sviluppo dei suoi figli in un’atmosfera particolarmente favorevole con un pubblico molto ridotto (non c’è pubblicità). Dopo il concerto Barenboim (con figlio e nipotino) si è attardato a discutere con gli esecutori l’esecuzione appena ascoltata. La fondazione (sostenuta da generosi contributi privati ma anche dalla Staatsoper) è un “unicum” a mia conoscenza. Qui strumentisti dotati palestinesi e israeliani vengono invitati per un periodo di studio a spese della fondazione e hanno la possibilità di conoscesi, di capirsi, di aprirsi a un mondo cosmopolita come quello berlinese, scoprendo che le diversità che in patria li dividono così aspramente possono scomparire nello stesso momento in cui c’è la possibilità di incontrarsi. Ovviamente il fenomeno di questa fondazione può considerai irripetibile per la presenza di Barenboim, i finanziamenti, la sede etc. ma è un esempio che dovrebbe in qualche modo stimolare altre realtà, magari con realizzazioni diverse. Comunque un’esperienza che chiunque si trovi a Berlino dovrebbe compiere: dice molto di più di tanti articoli, commenti etc, che infestano le pagine dei giornali da parte di personaggi che a malapena hanno girato un poco la regione in cui abitano.
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Cameristica, Recensioni

Igor Levit- Berlino Philharmonie Kammersaal 20 Giugno 2017

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Ecco come si confeziona un concerto totalmente sbagliato. Fare seguire la variazioni Diabelli (55 minuti) da un polpettone di 62 minuti vuol dire non capire nulla di concerti. Se poi l’esecutore, dotato di ottima tecnica, eccede virtuosisticamente nelle variazioni brillanti e sbrodola impietosamente in quelle più intimistiche il risultato è scontato. Di fatto (e naturalmente la cosa vale per le Diabelli in primis ma anche per il polpettone) viene a mancare totalmente la linea che dovrebbe legare lo sviluppo del brano che diventa una sequenza di episodi fra loro staccati privi di unitarietà. Che poi il motivetto del “pueblo unito jamàs sarà vencido” (non peggiore peraltro del valzerino di Diabelli) possa costituire nelle mani di un compositore di certo non all’altezza di quello di Bonn la base per una serie di variazioni interminabili, fra loro slegate, dice tutto. Peccato perché Igor Levit ha indubitabili potenzialità ma sperperate nella ricerca di effettacci che snaturano i brani eseguiti. E le 36 (trentasei!) variazioni di Rzewski si apprestano a entrare rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale.
La clacque esiste anche a Berlino (v. il polpettone). A Berlino però nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
PPS La gestione di un blog è operazione complessa e talvolta faticosa. Molti dei miei lettori leggono il blog senza registrarsi. Chiederei cortesemente la registrazione (che non comporta nulla) e che può essere facilmente fatta “clikkando” sul riquadro “iscriviti” in basso a destra di ogni post o in quello nero sopra ogni post. Se vi siete già iscritti al blog Bertoldo per favore re-iscrivetevi amche a  questo. Grazie anticipatamente.

Programma 
Ludwig van Beethoven Diabelli-Variationen op. 120
Frederic Rzewski   36 Variations on The People United Will Never Be Defeated!

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Operistica, Recensioni

Zoroastre – Berlino Komische Oper 18 Giugno 2017

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Raccontare la trama di questo incredibile polpettone barocco di Ramoeau sarebbe impossibile: chi ne fosse interessato la trova su Internet. Diciamo comunque che si tratta del tipico drammone del tempo con buoni e cattivi, amori dei singoli cattivi per i singoli buoni, rapimenti, interventi di spiriti buoni e cattivi e naturalmente l’inevitabile lieto fine. Impensabile rappresentarlo come tale ai tempi nostri (o – come spesso avviene per il barocco – con una rigida e geometrica e astratta sceneggiatura) se non si è preparati a vedere uscire dalla sala gli spettatori per recarsi al più vicino fruttivendolo e ritornare con le munizioni per la battaglia finale. Bene ha fatto quindi il regista a trasformarlo in una disputa fra vicini confinanti, con litigi per la siepe di confine, badili usati come armi, vasca da bagno abbandonata nel giardino usata come trincea, protagonisti vestiti con abiti moderni, personaggi che si presentano in bicicletta, regge come abitazioni borghesi, spiriti che intervengono come ospiti vestiti di tutto punto, battaglia giocata come videogame etc.etc.
 
Fra i tanti spettacoli scadenti – e in alcuni casi ignobili – della komische Oper questo non manca di una sua validità umoristica naturalmente con alti e bassi e soprattutto mostrando un po’ la corda nella seconda parte se non per un tagliaerba utilizzato dai “cattivi” come un carro armato con tanto di luci accese. Insomma una serata che poteva essere una tragedia e che invece si è rivelata interessante. Mi sentirei persino di suggerire al nostro teatro comunale di prendere in considerazione la scenografia: forse potrebbe rivelarsi un successo anche nella conservatrice Bologna. Difficile, difficilissimo dare un giudizio musicale. Lo stile di Rameau si differenzia dal barocco “classico” (costituito dal susseguirsi di recitativo-aria) in quanto il suo stile, seppure influenzato dalla riforma di Gluck,  potrebbe definirsi durchcomponiert naturalmente con tutti i limiti del tempo. Buona la direzione di Christian Curnyn anche se per il barocco si limita – di fatto – a dare gli attacchi giusti (e anche qui con qualche inevitabile stecca dei corni dell’orchestra). Le voci sono quelle di buoni professionisti con una nota di demerito per Zoroastre (Thomas Walker) che più volte ha perso l’intonazione e un plauso meritato per Nadja Mchantaf (Erinice) voce drammatica ma sempre perfetta nella intonazione e nella interpretazione del ruolo. Naturalmente grande successo per il pubblico nazional-popolare (normalmente molto di bocca buona) della komische Oper.

PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Happy
Cast
MUSIKALISCHE LEITUNG
INSZENIERUNG
BÜHNENBILD UND KOSTÜME
Rainer Sellmaier
VIDEO
LICHT

BESETZUNG

ZOROASTRE
ABRAMANE
Thomas Dolié
AMÉLITE
ÉRINICE
LA VENGEANCE
ZOPIRE
NARBANOR
Daniil Chesnokov
OROMASÈS
Johnathan McCullough
Chorsolisten der Komischen Oper Berlin

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Operistica, Recensioni

Carmen – Berlino Komische Oper 17 Giugno 2017

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Ho visto certamente di peggio alla komische Oper e questa Carmen trasformata in un singspiel con struttura a musical può essere definita “curiosa”. C’è assolutamente di tutto: danzatrici reali (bravissime) di flamenco con accompagnamento di chitarristi, contrabbandieri trasformati in rivoluzionari con insegne di Marx e Lenin, una Micaela  agghindata come la fata turchina con tatno di nuvola al suo apparire, un Escamillo zoppicante (con il toro che dalla felicità si frega le zampe) un setting generale che ricorda le opere in versione Mario Lanza (predecessore di Bocelli), etc.etc.

Poi i commenti parlati da parte degli astanti, una sorta di coro greco che racconta lo svolgimento dei fatti e li spiega. E che dire di un’opera cantata un po’ in tedesco e un po’ in francese?  La taverna di Llla Pasta sembra un locale rock dove tutti ballano, e addirittura i baristi sembrano figure prese da un film anni’30. Film di cui vari spezzoni sono riproposti senza una vera ragione. Insomma un vero e proprio polpettone che, una volta smaltito lo shock iniziale, non è privo di un suo valore, basta che non lo si voglia chiamare Carmen di Bizet..

In questo contesto un giudizio critico non è possibile ma solo sensoriale. Una regia che non si è risparmiata nulla, persino i commenti esegetici dei vari episodi da parte di giornalisti televisivi. I cantanti e l’orchestra fanno del loro meglio in questa situazione caotica, più o meno tutti allo stesso livello: dei buoni professionisti senza punte di eccellenza.  Bravina Carmen cui la regia impone di tutto, compreso l’ abbigliamento da maitresse nel secondo atto e compresa  persino una sequenza in cui deve comportarsi come una marionetta (ma il mimo non  il suo forte) in occasione del duello fra Don José ed Escamillo.  Don José viene agghindato sempre come un perdente con giacconi scalcinati quasi a prescriverne fin dall’inizio il ruolo del perdente. Insomma siamo alla komische Oper che del tratto nazional-popolare fa la sua cifra distintiva ma che in questo caso ha lasciato il pubblico freddino, abituato  in questo teatro a emozioni più forti e spesso più volgari, Insomma migliora la qualità e diminuisce il gradimento. Panem et cinerces….
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MUSIKALISCHE LEITUNG
INSZENIERUNG
BÜHNENBILD
Thilo Reuter
KOSTÜME
Ellen Hofmann
DRAMATURGIE
Ingo Gerlach
LICHT
Franck Evin
VIDEO
Jan Speckenbach

BESETZUNG

DON JOSÉ
MICAELA
ESCAMILLO
FRASQUITA
MERCEDES
DANCAIRO
TÄNZERIN MANUELA
REMENDADO
MORALES
GITARRISTEN
Rajko Schlee, Zamna Urista-Rojas

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Lo scomparso – 17 Giugno 2017

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Ovviamente non parlo della Lucia cui non ho assistito (purtroppo) ma due sole parole su un altro fatto. Dove è finito il proclama del sindaco  – presente nel famoso comunicato in cui si  appella al CdA del comunale (quello che non esiste) – che invoca la soluzione del bubbone della filarmonica?  Nelle foto della Lucia sul Carlino si vede Sani abbracciato a Zagnoni come vecchi compagni di scuola. Ne deduco che ancora una volta i tarallucci e il vino l’hanno spuntata. Tanto chi se ne frega? La gente (non tutta…) dimentica…  E nelle foto presenti sul sito del Carlino per la Lucia svettano quelle assenti di Merola e dell’assessore alla cultura (?) Gambarelli. Ovviamente si tratta di una dimenticanza del giornale per polemica politica … o no? Ho ricevuto notizia della presenza dell’assessore. Mi scuso in materia avendo solo commentato le foto non essendo presente. 
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Cameristica, Recensioni

Denis Kozhukin- Berlino Boulez Saal 15 Giugno 2017

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Diciamo subito che il russo Denis Kozhukin è un pianista interessante, che nel suo palmarés ha la vittoria a Brussels nel 2010 nel concorso della regina Elisabetta e in seguito ha svolto una carriera internazionale che lo ha portato ora a Berlino (naturalmente – per quanto ne so – non Italia dove molto spesso nelle grandi rassegne si invitano sempre gli stessi stagionati e consolidati artisti. Mai rischiare!). Il concerto di Berlino (tenuto nella bellissima, nuova sala dedicata a Pierre Boulez – di fianco alla Staatsoper – che di per sé merita una visita e che ospita una interessantissima serie di concerti di giovani e stagionati artisti) ha coperto una larga prospettiva temporale da Händel allo stesso Boulez passando per Brahms e Bartòk. La scuola di Kozhukin è una tipica scuola slava che non fa del rispetto filologico dei brani la principale, unica cifra interpretativa ma che evita gli eccessi cui tante volte abbiamo assistito per pianisti della stessa scuola. Händel, ad esempio, non mi ha totalmente convinto per la presenza costante di pedale e di coloriture ma di certo è stata esecuzione più che passabile. Il Brahms di Kozhukin è estremamente intimistico e – specialmente nel primo intermezzo – forse eccessivamente lento. Nel secondo intermezzo – uno dei miei favoriti con le sue costanti modulazioni che tanti studi musicologici hanno stimolato – la cifra interpretativa è stata quella giusta mentre ancora un eccesso di lentezza è stata riscontrata nel terzo intermezzo. Toni estremamente sfumati in tutti e tre i casi e quindi molto vicini a quelli che Brahms ha definito in un caso “la ninna-nanna del mio dolore” e in un altro caso “l’espressione del mio dolore”. Perfetta invece l’esecuzione di Bartòk, forse una delle migliori interpretazioni del compositore ungherese cui ho assistito, in cui tutti gli effetti timbrici e percussivi sono stati messi in perfetto risalto. Nella seconda parte del concerto è stata eseguita la seconda sonata di Boulez, una sonata che risente moltissimo dell’influsso di Webern con la sua architettura composta da episodi che appaiono nella maggioranza dei casi staccati e che solo a un ascolto più approfondito rivelano una qualche unità strutturale. Composizione comunque del giovane Boulez con tutti i limiti inevitabili e per uno strumento che da lì a poco sarebbe stato definitivamente abbandonato dal compositore francese, dopo l’esperimento finale di una sonata (la terza – rarissimamente eseguita) per la quale ogni esecutore può comporre a suo piacimento un ordito sulla base di molteplici episodi disponibili. Un’esecuzione di tutto rispetto, comunque, per un brano monumentale con i suoi 40 minuti di durata. Kozhukin non suona a memoria mentre io ricordo perfettamente una favolosa serata del 1975 a Firenze con Pollini che suonò le Variazioni Diabelli e la seconda sonata di Boulez a memoria. Ma quelli erano altri, favolosi tempi del pianista milanese. Un solo bis, una sonata di Scarlatti, e un grande successo da parte di una sala gremita in tutti gli ordini di posti.
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GEORG FRIEDRICH HÄNDEL  Suite Nr. 7 g-moll HWV 432
JOHANNES BRAHMS Drei Intermezzi op. 117
BÉLA BARTÓK  Szabadban «Im Freien» / Klavierzyklus Sz 81
PIERRE BOULEZ Sonate Nr. 2

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Kashimoto Gerstein Grosz Delepelaire Mayer Dohr – Berlino Philharmonie 13 Giugno 2017

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Un tipico concerto “polpettone” con vari artisti in formazione variabile, tutti singolarmente di ottimo livello (purtroppo Kavakos è stato all’ultimo momento sostituito con Kashimoto per problemi familiari), ma chiaramente assortiti all’ultimo momento e quindi privi di quell’affiatamento necessario alla musica di insieme. Un concerto quindi difficile da giudicare con i brani di Schumann per oboe famosissimi (praticamente insieme al concerto di Strauss gli unici eseguiti regolarmente, anche se i concerti per fiati sono merce rarissima soprattutto in italia – provincialismo imperante) e il trio di Brahms con il corno un chicca anch’essa raramente eseguita. Bravi ma senz’anima si potrebbe dire. Da legante ha fatto il pianista russo Gerstein, recentemente ascoltato al Ravenna Festival, una personalità molto interessante che ha anche come peculiarità quella di utilizzare per la musica al posto dello spartito cartaceo quello elettronico, una prassi ancora piuttosto poco diffusa ma che ha il vantaggio di evitare il “voltapagine”- Bravo comunque ma bisognerebbe avere l’occasione di ascoltarlo in un concerto solistico per farsene una idea precisa. Vale lo stesso discorso di Hamelin: perchè i nostri provincialissimi organizzatori bolognesi di concerti non si fanno ogni tanto un viaggio e vengono a confronto con eccellenze note solo all’estero? Buona anche l’esecuzione del magnifico quartetto con piano di Brahms: purtroppo il confronto va alla famosissima ed eccezionale, stellare esecuzione della formazione Argerich, Kremer, Bashmet e Maisky e in questo caso per il confronto non c’è partita. Insomma una buon concerto, dal programma interessante ma forse non dei migliori che la Philharmonie può offrire.
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Robert Schumann  Drei Romanzen für Oboe und Klavier op. 94
Johannes Brahms  Horntrio Es-Dur op. 40
Johannes Brahms Klavierquartett g-Moll op. 25

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La damnation de Faust – Berlino Staatsoper 11 Giugno 2017 2017

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 La “Damnation de Faust” di Berlioz nasce inizialmente come una composizione per soli coro e orchestra e illustra solo alcuni dei momenti salienti del primo libro della tragedia goethiana. Siamo in pieno clima romantico sottolineato da alcune scene che riprendono i tipici quadri del tempo di Caspar David Friedrich con rupi che sporgono, personaggi sulla rupe e abbondanza di nebbie e nubi. Il Faust di Berlioz ha una fine diversa da quella del dramma del poeta di Weimar: qui Faust viene alla fine ingannato da Mefistofele che gli fa credere che se gli consegna l’anima la vita di Margherita condannata a morte per matricidio sarà salva ma si tratta di una tragica bugia: Margherita subisce il patibolo e Faust viene trascinato all’inferno in una sorta di sabba infernale: solo l’anima di Margherita sarà alla fine viene salvata.
La tragedia goethiana subisce nel libretto predisposto sulla base della traduzione di Gérard de Nerval una trasformazione che ne ricorda solo vagamente lo svolgimento e la cosa è ulteriormente accentuata, nella versione della Staatsoper, da un’ambientazione nel periodo nazista nella quale l’inferno di Mefistofele è anticipato dall’inferno nazista. Lo spettacolo è rutilante con molteplici caratteristiche espressionistiche e abbastanza diseguale ma di certo non paragonabile e assai migliore di molte regie creative che infestano i teatri d’opera europei.
Qui l’eccesso sta nel tentativo da calare tutto in una ambientazione da SA e SS con Mefistofele che da irridente burattinaio del mondo si trasforma in ufficiale della Gestapo. L’interpretazione politica della vicenda è accentuata dalla scena nella quale i potenti del mondo si spartiscono una torta che rappresenta il mondo salvo poi iniziare una guerra che si suppone sia alla base del fenomeno nazionalsocialista.
 
A coronamento dell’ambientazione Faust viene trascinato all’inferno crocifisso a una svastica. Insomma spettacolo diseguale ma in ogni modo salvato musicalmente da un eccezionale Simon Rattle alla guida della Staaskapelle, una formazione orchestrale di altissima qualità. I tre (più uno – l’ultimo ha una particina secondaria) sono tutti all’altezza della situazione. Bravissimo Florian Boesch nella parte di Mefistofele che a una presenza scenica perfettamente irridente, sarcastica e diabolica assomma una voce potente e duttile in grado di rendere perfettamente lo spirito del personaggio (e molti baritoni nostrani dovrebbero impararne i tratti quando cantano “son lo spirito che nega”) e altrettanto brava è Magdalena Kožená una Margherita convincente in una parte meno importante che in altre versioni del Faust resa però perfettamente da una voce straordinaria. Bravo – ma a mio giudizio un gradino sotto – Charles Castronovo nella parte di Faust anche perché imprigionato dalla scenografia in un costume che lo rende più un maverick dello studio che un tormentato filosofo. Uno spettacolo quindi controverso, che non ha avuto da parte del pubblico nessun applauso a scena aperta e alcuni buh al termine dello spettacolo sovrastati però dagli applausi di un pubblico che ha riempito il teatro in tutti gli ordini di posti. Uno degli ultimi addii della Staatoper nello Schiller Theatre che dopo ben 7 anni di restauri tornerà in autunno nella sua sede storica nella Unter den Linden. Finalmente!
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  • MARGUERITE Magdalena Kožená
  • FAUST Charles Castronovo
  • MÉPHISTOPHÉLÈS  Florian Boesch
  • BRANDER Jan Martiník
  • STIMME AUS DEM HIMMEL  Anna Charim  Miho Kinoshita
  • TÄNZER Ini Dill / Renske Endel / Ula Liagaité / Carla Morera Cruzate / Martin Buczkó / Jofre Carabén van der Meer / Floris Dahlgrün / Connor Dowling / Damian Dudkiewicz / Carl Harrison / Angelo Smimmo / François Testory / Victor Villarreal
STAATSKAPELLE BERLIN

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Telenovela atto quasi finale – Bologna teatro comunale 8 Giugno 2017

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Pare (dico pare) che le famose dimissioni ufficiali di Bosso siano finalmente arrivate dopo tre settimane dall’annuncio (con calma, wait and see… si annunciano come nella famosa canzone dii Iannacci “per vedere l’effetto che fa”). Ma il dubbio è che siano come le rinunce agli acquisti nei Suk: quando alla fine di una trattativa si rinuncia e ci si allontana, si viene richiamati nuovamente appena girato l’angolo con una nuova proposta. E c’è da aspettarsi una serie di “rilanci” dalla stessa politica fanfarona che ha catapultato un direttore da operetta direttamente da San Remo al teatro comunale. Ma sarebbe il caso di prendere l’occasione per una seria riflessione.  BASTA con politici che di musica non capiscono nulla (Gambarelli, Mezzetti, Pillati etc.), che mai si presentano a concerti e opere ma che naturalmente fanno il loro show in piazza maggiore e prendono decisioni su qualunque base purché non sia quella musicale e artistica, con relativa “captatio benevolentiae” pelosa sulle spalle della tragedia umana di Bosso. BASTA con un consiglio di indirizzo del teatro comunale composto (a parte una) da assoluti incompetenti musicali piazzati da una sorta di manuale Cencelli che in tutta questa vicenda non è stato capace di una sola presa di posizione, comprovando di non essere assolutamente all’altezza del compito assegnatogli. BASTA con un presidente del consiglio di indirizzo che capisce di musica come io di proto-pali, che mai si fa vedere in teatro ma che con una improvvisazione e un atto di imperio incomprensibili inventa un posto per un personaggio musicalmente inaccettabile senza chiedersi quali possano essere le conseguenze, muovendosi con la leggerezza di un elefante cieco in una cristalleria. BASTA con un sovrintendente equilibrista incapace di posizioni chiare per insipienza o per evitare di dispiacere ai politici per mantenere la posizione e le laute prebende ottenute con una presenza saltuaria in teatro. I comunicati del teatro sono esercizi di equilibrio linguistico da sesto grado senza assicurazione. BASTA con un’orchestra incapace di opporsi seriamente alla pagliacciata (posso ricordare che alla Scala l’orchestra fece fuori un direttore del calibro di Muti?) e che ha però nell’armadio lo scheletro della filarmonica. E BASTA con i critici „fai da te“ pronti per incompetenza o interesse personale (i biglietti a pagamento costano, vero?) e piaggeria a chiudere occhi e orecchie (quando addirittura tartufescamente non hanno il coraggio di esprimere il loro parere per non esporsi) e che applaudono a Bosso come le marionette che circondano Kim Jong Un magari con in mano il calepino per prendere appunti. Concludendo: il disastro è davanti agli occhi di tutti e solo dimissioni di massa catartiche seguite da nomine di veri e seri COMPETENTI possono permettere una faticosa resurrezione. Ma senza ritardi o compromessi e purtroppo questa è una speranza che si infrange contro un realtà da bassissimo impero con la conseguente, inevitabile catastrofe. L’ unico che non si è fatto coinvolgere in questa pagliacciata (se non di striscio – anche il  silenzio può apparire colpevole) è Mariotti che con un atteggiamento da “cunctator” emerge finora come l’unica persona seria del carrozzone (ma io avrei preferito le sue dimissioni per fare emergere tutte le contraddizioni).  Ma fino a quando, se le mie previsioni di un prolungamento della telenovela risulteranno verificate? Aggiungo; fra i “meriti” del direttore sanremese si citano i prossimi impegni internazionali. Si suona all’estero sia che si suoni alla Philharmonie di Berlino o che ci esibisca al dopolavoro di Unterföhring (sobborgo di Monaco). A puro titolo di esempio conosco molto bene Berlino e le sue sale d’opera e da concerto, maggiori e minori, che frequento regolarmente, ma mai ho sentito parlare di quella in cui si esibirà il nostro, RADIALSYSTEM V con biglietti a 18 e 11 euro…. . Dice nulla la cosa? E dove è finita invece la sacrosanta accusa alla filarmonica di Bologna di doppiezza del primo comunicato (quello in cui si fa appello al CdA che non esiste), con il sovrintendente che si volta regolarmente per non vedere e non affrontare il problema? Quello, altro che la farsa Bosso, è un bubbone cui è indispensabile mettere mano!
Ho scritto ieri del malcostume dell’orchestra sulla base di un articolo del corriere bolognese. In realtà la cosa è stata meno grave del previsto e quindi ne faccio ammenda. Avrei dovuto capirlo subito essendo l’articolo del solito Failoni Helmut e la cosa riportata solo dal corriere. Comunque il malcostume in questione è inaccettabile e deve essere stroncato.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Cameristica, Recensioni

Pape Radicke – Milano La Scala 5 Giugno 2017

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Ci sono cantanti che cantano bene ancora prima di avere visto un rigo musicale, per una dote naturale della voce: ne è stato una grande esempio Pavarotti e lo stesso vale per René Pape, un basso straordinario con una carriera straordinaria. Pape ha una voce che può essere modulata da toni lirici a espressioni di grande potenza con tutti le variazioni intermedie. E importantissima è anche la sua esperienza operistica (così come era per Schade, il tenore dei recenti Meistersinger che per motivi di salute non ha potuto esprimere al meglio le sue qualità) che gli permette di aggiungere all’esecuzione quella gestualità che è complementare ma importantissima per sottolineare il testo dei Lieder. Come si evince dal programma Pape ha eseguito un repertorio assolutamente vasto coadiuvato da un pianista in grado di assecondarlo in ogni sua interpretazione. Un concerto di grande qualità, di lunga durata, molto applaudito da un pubblico piuttosto cospicuo per un concerto vocale liederistico. Tre bis, l’ultimo dei quali – inusitatamente – un melologo. Insomma una serata di grande musica degna della tradizione della Scala.
Sono ovviamente devastato dal non avere assistito al concerto nazional-popolare diretto dallo stellare direttore Ezio Bosso: ho dovuto accontentarmi del recital di Pape…. Leggo però sul Corriere di oggi (solo lì peraltro) di un trombonista dell’orchestra del teatro che durante le prove ha usato il cellulare e del ritorno di un sindacalismo d’accatto di alcuni professori riguardo gli orari delle prove etc. Il malcostume degli strumentisti che vanno e vengono dal palco dell’orchestra (tipicamente i percussionisti ma non solo) è purtroppo piuttosto diffuso anche all’estero (ma non ovunque: mai succede con i Berliner!) ma mai avevo assistito o letto di telefonate in corso d’opera. È pura e semplice maleducazione (o peggio stupidità da orchestra del “bal tabarin”) così come le pretese sugli orari delle prove sono il ritorno di un malcostume che manda in bestia (a ragione) tutti i direttori. Gli strumentisti non dovrebbero essere travets “tira-archetto” ma artisti e comportarsi come tali. Ho ripetutamente scritto sull'”affaire” Bosso esprimendo tutta la mia contrarietà e sostenendo quindi di fatto la posizione dell’orchestra, ma questi atteggiamenti la fanno immediatamente passare dalla parte del torto. I dissensi richiedono serietà altrimenti diventano dispettucci e come tali vengono giustamente giudicati. Possibile che non lo si capisca?
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Programma:
W. A. Mozart
Die ihr des unermesslichen Weltalls Schöpfer ehrt” KV 619 – Eine kleine deutsche Kantate (in Tedesco da F. H. Ziegenhagen)
Hugo Wolf
Michelangelo Lieder
Wohl denk ich oft an mein vergangnes Leben
Alles endet, was entstehet
Fühlt meine Seele das ersehnte Licht
Franz Schubert
Da „Schwanengesang“ D 957
Das Fischermädchen
Am Meer
Die Stadt
Der Doppelgänger
Ihr Bild
Der Atlas
Giacomo Meyerbeer
La Chanson de Maître Floh
Modest Musorgskij
Mephistopheles’ Song in Auerbach’s Cellar
Faust – Song of the Flea (in Francese)
Jean Sibelius
Der erste Kuss (Runeberg/in Tedesco da Tilgmann) op.37/1
An den Abend (Koskimies/in Tedesco da Boruttau) op.17/6
Im Feld ein Mädchen singt (in Tedesco da M.Susman) op.50/3
Schwarze Rosen (Josephson/in Tedesco da Tilgmann) op.36/1
Der Span auf den Wellen (Calamnius/in Tedesco da Boruttau) op.17/7
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Commenti

Musica e disabilità – 3 Giugno

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Quanti sapevano che Sir Jeffrey Tate, il grande direttore d’orchestra scomparso ieri, era disabile fin dalla nascita?  E quanti mai hanno discettato sulla infermità di Itzhak Perlman che con fatica arranca sulla scena per arrivare alla sedia (recentemente a rotelle) sulla quale suona divinamente il violino? E qualcuno ha mai messo in relazione la focomelia dovuta al Talidomide di Thomas Quastoff con il suo successo come baritono eccezionale? E in un altro campo piaceva Ray Charles per solo la sua cecitá? In Italia invece si sostituisce la compassione al merito come provano i casi di Bosso e Bocelli, il primo come eroe sanremese (sic!) e il secondo beniamino della musica nazional popolare che una sola volta si è avventurato nell’opera lirica (una Boheme) con risultati disastrosi. Siamo un popolo di ignoranti musicali dal cuore tenero e chi è furbo se ne approfitta. Nella mia lunga carriera di docente universitario mai ho variato il mio metro di giudizio per qualsiasi motivo: il giudizio deve essere sereno, imparziale e basato su criteri oggettivi. I pochi che non necessariamente sono degli insensibili ma che rifiutano di farsi prenderne per il naso dall’uso spregiudicato delle altrui infermità rimangono le classiche voci di chi urla nel deserto. Nulla di grave: di ciarlatani gaglioffi (si pensi solo alla classe politica che annovera persino uno come Razzi, eroe del vitalizio) abbonda il belpaese in tutti i campi e quindi non c’è da stupirsi. Ma vedere alcuni di questi che in un campo così importante come la musica in Italia sopravanzano altri ben più meritevoli (e in un’occasione internazionale! in altri paesi sarebbero stati chiamati i Barenboim, i Petrenko, i Mehta ..) nel silenzio inconcepibile e vergognoso di Mariotti è la cifra di un paese senza speranza che fa ribollire il sangue. Avrei una proposta: perché il sindaco Merola non organizza un bel concerto Bosso-Bocelli in piazza maggiore con benedizione  finale a seguire dell’arcivescovo Zuppi?
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Recensioni, Sinfonica

Don Giovanni – La scala 31 Maggio 2017

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Quando si dice remake. Questo Don Giovanni è la ripresa del famoso Don Giovanni diretto da Barenboim per l’apertura della stagione del 2011 ma ne è solo la copia sbiadita. Le scene sono approssimativamente le stesse ma con una aggiunta istrionica  che trasforma la sottile ironia della regia originale di Carsen in una copia guittonesca con risultati facilmente prevedibili. La direzione di Jarvi è a dir poco approssimativa: non si contano i casi in cui canto e orchestra vanno fuori sincronismo e pure se esiste una responsabilità anche dei cantanti è del tutto evidente che la colpa maggiore ricade sul direttore. E veniamo ai cantanti. Il commendatore di Tomasz Konieczny è assolutamente fuori tono come voce che è piccola, stridula e mefistofelica (potrebbe essere  – forse – un modesto Jago) ma che non ha assolutamente la grandiosità richiesta dal personaggio. Insomma un disastro (se confrontato anche con la prestazione maiuscola del baritono coreano Kwangchul Youn del 2011).  Le due donne ( Anett Fritsch donna Elvira e Elisabeth Müller donna Anna) hanno un inizio del tutto incerto ma migliorano un poco nel corso dell’opera e cantano abbastanza bene nelle due arie finali, nulla di eccelso comunque. Lo stesso dicasi di Don Giovanni cui manca totalmente il lato maligno del personaggio e canta come un viveur da café chantant. Zerlina (Giulia Semenzato) e Masetto (Mattia Olivieri) sono due onesti professionisti. Buona la prova di Leporello (Luca Pisaroni) costretto da una regia che calca la mano a una prestazione eccessivamente buffonesca cui manca totalmente il “doppio” di Don Giovanni. Forse la voce migliore è quella del personaggio più modesto, drammaturgicamente inconsistente e persino ridicolo (una sorta di “scemo del villaggio”) Don Ottavio (Bernard Richter) che nelle sue due arie raccoglie meritati applausi che invece mancano clamorosamente agli altri protagonisti. Insomma un Don Giovanni modesto (il sovrintendente Pereira lascia il palco dopo il primo atto) probabilmente raffazzonato scopo incasso a uso dei moltissimi turisti. Pecunia non olet…
Direttore
Paavo Järvi
Regia
Robert Carsen
Scene
Michael Levine
Costumi
Brigitte Reiffenstuel
Luci
Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia
Philippe Giraudeau
CAST
Don Giovanni
Thomas Hampson
Commendatore
Tomasz Konieczny
Don Ottavio
Bernard Richter
Donna Anna
Hanna Elisabeth Müller
Donna Elvira
Anett Fritsch
Leporello
Luca Pisaroni
Zerlina
Giulia Semenzato
Masetto
Mattia Olivieri
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Seong-Jin Cho – Bologna Festival 30 Maggio 2017

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Vincitore del concorso Chopin del 2015, il concorso pianistico più prestigioso del mondo, il giovane pianista coreano ventitreenne , si presenta con un programma tutto incentrato su compositori classici, sorretto da una tecnica di primissimo ordine. Diciamo subito che non ha tradito le attese confermando il giudizio della giuria che gli ha attribuito il premio. Naturalmente la giovane età implica livelli di qualità non sempre uguali ma certamente molto alti. Forse dove meno è risultato convincente è stato nella sonata di Mozart dove l’ansia interpretativa lo ha portato a uscire talvolta da quei canoni di rispetto dello stile che sono invece la giusta cifra interpretativa del compositore salisburghese. Nulla di molto grave (niente a che fare insomma con gli inaccettabili eccessi manieristici cui abbiamo assistito nel recente concerto di Sokolov ) ma certo un aspetto che ci auguriamo venga preso inconsiderazione. Ma ripetiamo: si tratta di un giovane che ha tutta la carriera davanti per affinare e maturare le sue interpretazioni. Di grande qualità l’esecuzione dei due libri di Images di Debussy in cui le sonorità equoree così caratteristiche del compositore francese sono state rese in modo quasi perfetto. L’unico limite è stata la tentazione di allargare oltre misura i tempi (ad esempio nel penultimo brano della seconda serie Et la lune descend sur le temple qui fut) che porta come conseguenza la sfilacciatura del discorso musicale già di per sé così articolato. Un piccolo neo in un’ottima esecuzione. Benissimo invece le 4 ballate chopiniane, ma qui ci troviamo nel campo che ha costituito il terreno su cui ha costruito il suo successo nel 2015. Molto apprezzabile la capacità di trovare e sottolineare elementi melodici, attraverso cambi di sonorità e tempo, anche nelle parti più virtuosistiche dei brani, dimostrando una capacità di controllo non frequente nei giovani esecutori, spesso tesi a esecuzioni muscolari da effetti speciali (quando non ridicolmente eccessive come nel caso del macellaio Matsuev). Un giovane esecutore da seguire nel suo percorso di maturazione ma che già fin d’ora mantiene le promesse del concorso vinto. Due bis: un Momento musicale di Schubert e una rielaborazione virtuosistica di una famosa danza ungherese di Brahms. Grande successo di pubblico.
Nauseato dalle ridicole campagne di stampa non scriverò più di Bosso fno a quando un vero musicologo e non un critico “fai da te” o peggio ancora un giornalista ignorante a   caccia di facili consensi non scriverà in materia. Qualcosa è già circolato e con giudizi tutt’altro che lusinghieri ma solo fra gli addetti ai lavori. Il resto è pura pubblicità di basso livello. Pfui.
Happy
Programma:
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata n.12 in fa maggiore K.332
Claude Debussy Images (Livre I, Livre II)
Fryderyk Chopin Ballata n.1 in sol minore op.23, Ballata n.2 in fa maggiore op.38, Ballata n.3 in la bemolle, maggiore op.47, Ballata n.4 in fa minore op.52
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Concerto in piazza Maggiore – Bologna

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Dunque, se le notizie che mi giungono sono attendibili, il famoso concerto in piazza maggiore a Bologna si farà con la direzione del direttore “mi dimetto ma non troppo“, un atteggiamento facile da predire: dimissioni a parole ma nulle nei fatti. Serietà e coerenza innanzitutto. Sarò assente perché all’estero ma ovviamente mai avrei partecipato a una buffonata di questa portata. Ora ragioniamo: abbiamo un direttore stabile, di grande successo, Michele Mariotti che viene scavalcato da un personaggio che certamente suscita commozione nel mammismo italiano ma che come qualità rispetto a Mariotti è distante come una galassia (chi si intende di matematica sa quale è il limite matematico di un rapporto il cui denominatore tende a zero…). Ovviamente al peggio e al cattivo gusto non c’è mai confine ma una cosa veramente è incomprensibile: come mai Mariotti non abbia un rigurgito di orgoglio e non pianti delle belle dimissioni davanti a una situazione che lo ridicolizza, insieme alla città di Bologna, agli occhi del mondo? oppure le dimissioni (quelle vere) sono ormai un istituto da esorcizzare, un retaggio di una serietà di comportamento “d’antan”. Chi scrive ha avuto più volte l’occasione di dimettersi per coerenza e per dare un segnale di serietà quando in gioco c’erano principi non negoziabili. Qui no: si sta attaccati al cadreghino (o alla carrozzella) senza pudore nella convinzione che la gente non capisca o dimentichi in fretta. E che dire di Sani, la cui spina dorsale in questo frangente appare una spirale?  Il comunale è un teatro da tempo periferico e questo episodio ne segna ancora una volta il degrado. Vado a Berlino ora “in più spirabil aere” dove una simile pagliacciata mai sarebbe neppure ipotizzabile (ve lo immaginate Barenboim scavalcato da Bosso?) sperando di non avere neppure gli echi del disastro. Nel frattempo la curia avrà modo di iniziare il processo di beatificazione di Ezio Bosso tanto una santificazione non si nega a nessuno: non abbiamo forse un papa santo che non mosse un dito contro Hitler quando sterminava gli ebrei e la cui nunziatura a Berlino, documenti alla mano, protesse solo i convertiti?
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Gerstein Bychkov – Ravenna Festival 28 Maggio 2017

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Chiamato a sostituire all’ultimo momento Jean-Yves Thibaudet, Kirill Gerstein ha fornito una prova di buona, non eccelsa qualità. Dotato di eccellente tecnica (se si esclude qualche incertezza nelle prime ottave del primo tempo) ha eseguito il celebre concerto di Čajkovskij in modo autorevole secondo i canoni dell’interpretazione di scuola slava. ovvero con rallentamenti (a mio parere eccessivi) nelle parti cantabili e con non infrequenti licenze ritmiche che sono apparse talvolta eccessive. Ma nel complesso una buona esecuzione da parte di un artista non certo molto noto in Italia e che meriterebbe un “seconda chance” in un concerto solistico che permettesse di valutare appieno le sue doti. Di Semyon Bychkov abbiamo apprezzato da lungo tempo le doti di grande trascinatore e anche nella rutilante partitura di Berlioz ha messo in luce tutte quelle che sono le sue caratteristiche principali: gesto eloquente, perfetto rispetto dello stile dell’opera, assoluta padronanza dell’orchestra (di ottima qualità). Un’esecuzione insomma senza una sbavatura coronata giustamente dagli applausi fragorosi del pubblico che ha riempito in buona parte il Paladeandrè che ha una capienza di più di tremila posti.
Mi viene segnalato (mi era sfuggito e me ne scuso) un elzevirino sul Corriere di Bologna del 19 Maggio del Failoni Helmut (quello che con bella sicurezza aveva definito S.Cristina la sala perfetta per i concerti da camera, una sala tristemente riconosciuta come il luogo con la peggiore acustica di tutta Bologna!) che pretenderebbe di prendersela con gli orchestrali del teatro comunale (definiti invertebrati – categoria zoologico-musicale a me ignota: che esistano anche i coleotteri musicali?) rei di avere eccepito sul novello Karajan autoctono Ezio Bosso. Per il nostro eroe locale elogi sperticati financo ridicoli che tanto sanno di piaggeria, anche perché il Bosso si è esibito nel tipico rito italiano: le dimissioni annunciate e a quanto si sa non formalizzate (definite nell’articolo parole chiare …!).  Si potrebbe dubitare se il nostro Helmut sappia di cosa si sta trattando così come si dovrebbe dubitare a ragione che mai abbia frequentato S.Cristina, ma è la chiusa che è fenomenale: “la musica è l’altrove”. Mi sono a lungo scervellato per interpretarne il significato recondito e alla fine ho capito: il festival di San Remo! 

 

Happy
Programma:
P: Čajkovskij Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23
H. Berlioz Symphonie  fantastique op. 14
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Recensioni, Sinfonica

Chaslin Bronzi – Teatro comunale Bologna 27 Maggio 2017

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Il concerto inizia con il famosissimo e bellissimo concerto di Dvořák (che in realtà ne aveva scritto un altro in la maggiore, op. B10 praticamente mai eseguito), pietra di paragone dei violoncellisti per la sua estrema difficoltà tecnica e per essere fra i più eseguiti nell’ambito della purtroppo ridotta letteratura violoncellistica (fra l’altro in generale  poco conosciuta e apprezzata: ho avuto modo di sentire con le mie orecchie: “il prossimo anno viene Brunello con Bach? sicuro che non ci sarò” a riprova dell’ ignoranza di tanto pubblico…). Ma tant’è: questo è quello che passa il convento. Ma veniamo al concerto. Un’ esecuzione onesta ma di certo non memorabile. Bronzi esprime un bel suono nelle parti cantabili (talvolta troppo rallentate rispetto all’andamento generale del brano) ma mostra problemi non sempre indifferenti nelle parti più virtuosistiche che non sfuggono a chi ha nelle orecchie le esecuzioni classiche di Rostropovich, di Maisky (ai bei tempi, ora un po’ passati) e anche di Brunello (anche lui ai tempi del massimo fulgore) etc. Nulla di grave: l’esecuzione è stata certamente gradevole (e “naturalmente” apprezzata dal pubblico – perché non si organizza talvolta quello che un tempo faceva la radio con “interpreti a confronto” in cui i singoli passaggi venivano esaminati e confrontati? forse potrebbe essere didatticamente molto utile a un pubblico sempre di bocca troppo buona) e ben supportata dall’orchestra anche se (non si adombrino per favore  i professori tacciandomi aprioristicamente – come è loro costume – di incompetenza..) ha avuto un cedimento dei corni nelle battute iniziali del concerto. Insomma ha vinto la musica più che l’esecuzione e coi tempi che corrono non è da poco. Due bis solistici del violoncellista: una trascrizione per violoncello del famoso brano per chitarra di Francisco Tarrega “Recuerdos de la Alhambra”, che sul violoncello francamente rende assai poco e che è stata eseguita in modo discutibile, e una sarabanda bachiana. Un discorso diverso vale per l’esecuzione della symphonie fantastique di Berlioz. Qui Chaslin – che per una volta ha diretto senza partitura, cosa ormai rara fra i direttori! – ha saputo trarre il meglio dall’orchestra con una esecuzione rutilante in cui tutti i colori della variegata composizione sono stati estratti in modo esemplare dando luogo a un’interpretazione di grande valore. E ancora una volta va sottolineato come un’orchestra non eccelsa come quella del teatro comunale di Bologna sotto la guida di un direttore eccellente è in grado di fornire una prova di grande valore. Molti, giustificati applausi.
HappySad
Programma:
A. Dvořák Concerto per violoncello e orchestra in Si minore, op. 104
H. Berlioz Symphonie  fantastique op. 14
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Musica moderna – Bologna 24 Maggio 2017

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Il sostanziale rifiuto del pubblico bolognese (ma non solo..) della musica del XX secolo è stato evidenziato ancora una volta dallo scarsissimo pubblico (andando via via rarefacendosi nel corso dell’opera) del Peter Grimes di Britten, un’opera oggettivamente non troppo difficile sul piano musicale ma risultata comunque indigesta anche a molti fedeli frequentatori della sala del Bibiena (che – va ricordato – ha ospitato la prima italiana del Lohengrin con grande successo). Un vero peccato perché l’opera è molto bella e per una volta messa bene in scena e molto ben diretta con ottimi cantanti. Sto ascoltando in questo momento sul V canale (la ex filodiffusione) delle musiche da film e molte di queste corrispondono come tipologie a quelle così indigeste al pubblico di cui sopra ma che risultano accettabili se costituiscono il sottofondo o anche l’accompagnamento di pellicole cinematografiche. In un certo senso questo corrisponde al costume – ormai assolutamente maggioritario – dei brani pop che sono pressoché costantemente introdotti con video che ne “interpretano” i contenuti o addirittura raccontano una storia del tutto scorrelata al testo della canzone. Ma mentre nel caso delle pellicole cinematografiche la musica “moderna” è accettata e addirittura considerata necessaria per sottolineare l’azione, tutt’altro discorso vale se l’azione è fusa con la musica come nel caso dell’opera di Britten. Interessante fenomeno di difficile interpretazione.

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