Operistica, Recensioni, Sinfonica

Riccardo Muti – Ravenna Festival 8 Luglio 2017

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Qualcuno, non più giovanissimo, ricorda i concerti vocali e strumentali “Martini e Rossi” trasmessi dalla radio negli anni ’50? Ecco questo concerto di stile nazional-popolare per celebrare l’amicizia irano-italiana con tanto di bandiere delle due nazioni (e altre non meglio identificate azzurre), TV e radio in diretta, ne è la fedele copia: un inizio e una fine solo orchestrali e una sequenza slegata di note arie d’opera (solo verdiane in questo caso e strettamente monosex – solo maschili probabilmente in ossequio alla grande nazione iraniana che considera le donne materiale di serie B indegne di esibizioni solistiche) a uso di un pubblico che finalmente si ritrova in partiture conosciute e quindi a proprio agio. Un pubblico da stadio che gremisce il Pala de Andrè in tutti gli ordini di posti con l’aria condizionata che non ce la fa in una giornata caldissima.  Non smetterò mai di stigmatizzare queste operazioni che di culturale non hanno nulla ma servono ad attirare spettatori (paganti) e stupisce (ma forse neanche tanto) che un direttore serio come Muti si presti a questi concerti (ma alla moglie con tutti i guai che ha avuto si può rifiutare?). Ve lo immaginate un Mehta, un Abbado che dirigano un concerto di questo tipo? Amen: la vocazione sempre più nazional-etnico-popolare del Ravenna Festival si concretizza anche in questo e sono lontanissimi i tempi in cui aveva una valenza culturale raffinata che si teneva nel teatro Alighieri e non nel Palasport De Andrè nel quale ci si stupisce di non trovare installati stabilmente i canestri del basket: mancavano solo gli arbitri e i venditori di gassose e brustulli. Tifo da stadio con inevitabili battimani fuori tempo. Orchestra mista con componenti delle due nazioni. Le iraniane impalandranate in tute nere della serie sauna-fai-da-te e scarpe nere basse con velo rosso per le orchestrali e giallo per le coriste (le donne nel coro e in orchestra si può, gentile concessione della grande nazione iraniana). Il contrasto con le italiane nei loro bei vestiti scollati ed eleganti non poteva essere più stridente. Moltitudine di veli neri anche nel pubblico dove mancavano però la simpatica guida suprema Kamenei e il volto allegro e rassicurante di Ajmadinejad (quello che negli USA con bella sicurezza affermava che gli omosessuali in Iran non esistono)… Le voci non erano male (tenore e baritono ok – quest’ultimo con qualche incertezza nell’aria iniziale dei Vespri) ma una direzione discutibile nel bellissimo duetto Rodrigo Carlo del Don Carlo dove i tempi imposti hanno impedito il dispiegarsi del canto, tanto da fare sospettare che la ragione fosse nella  incapacità del duo di sostenere tempi più allargati. E cosa avranno pensato i dirigenti dello stato islamico del finale del duetto “libertà, libertà”? Basta “il resto è noia” o con Don Bartolo  “uffa che noia”!
A Berlino nessuno in sala si permette di accendere il telefonino durante le esecuzioni anche perché viene preventivamente redarguito in materia: quando viene chiesto di spegnerne la suoneria viene anche chiesto di NON accenderlo per qualsiasi motivo durante le esecuzioni. Possibile che non si possa ottenere lo stesso risultato in Italia?
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Programma 
Giuseppe Verdi
da “I vespri siciliani” sinfonia e aria di Procida “O tu Palermo”
da “Don Carlo” duetto di Don Carlo e Rodrigo “Dio che nell’alma infondere”
da “Simon Boccanegra” aria di Fiesco “A te l’estremo addio… Il lacerato spirito”, aria di Gabriele “Sento avvampar nell’anima”
da “Macbeth” aria di Banco “Studia il passo o mio figlio… Come dal ciel precipita”, coro “Patria oppressa”, aria di Macduff “Ah, la paterna mano”, coro “La patria tradita”, aria di Macbeth “Pietà, rispetto, amore”, battaglia, Inno di vittoria – Finale
da “La forza del destino” sinfonia

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10 thoughts on “Riccardo Muti – Ravenna Festival 8 Luglio 2017

  1. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    E’ vero, solo glamour e niente musica, infatti dovrebbero essere diretti da qualcun altro ed organizzati in un modo diverso. Ma cosa ci si può aspettare di diverso dalla famiglia Muti, padrona di Ravenna?

    Mi sono sempre chiesta come mai il premio Nobel per la Pace non sia stato ancora attribuito ad José Antonio Abreu, il fondatore di El Sistema, ed al suo tentativo di avvicinare il popolo sudamericano ma non solo alla musica. Il suo discorso di accettazione ai Ted Talks è stato meraviglioso, come i suoi sforzi durati decenni. Se penso che il Nobel è andato ad Obama ( praticamente appena insediato)!

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    • Roberto Barilli ha detto:

      Letta la recensione e letti i vari commenti io sono abbastanza stupito che su questo evento, che ha raccolto critiche feroci, ci sia il brand del Maestro.
      Perchè alla fine Riccardo Muti una reputazione ce l’ha e dovrebbe essere attento a non disperderla in questo modo.
      Ma c’è un ‘ma’ e il prof. Neri ne ha accennato in modo non chiaro: i guai capitati alla signora Muti.
      In proposito ne so molto poco se non niente.
      Non si tratta di gossip fine a se stesso, di questo non sono interessato, ma di capire la relazione fra un disastroso evento e il placet del Maestro a dare seguito al medesimo.
      Grazie per eventuali chiarimenti.

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  2. Anna Maria Dal Lauro ha detto:

    Condivido il giudizii negativo su tali “operazioni”. Saltato lo spettacolo ravennate in abbonamento: preferito Die Gezeichneten ( per me una scoperta) e Tannhauser a Monaco. Emozionante la direzione di Petrenko.

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  3. Maria Cristina Marcucci ha detto:

    Io penso che i concerti cosiddetti nazional-popolari dovrebbero essere gratuiti e non essere considerati eventi, ma una gradita consuetudine. Sarebbero un’ ottima occasione per avvicinare alla musica cosiddetta “colta” – sebbene ciò che ora consideriamo “colto” spesso ai tempi fosse nazional-popolare – tante persone, soprattutto giovanissimi, che non potrebbero certo iniziare ad amare la musica cosiddetta classica … da Rameau e neppure da Bach o Wagner.
    Ci vuole qualcosa di orecchiabile per iniziare ed invogliare, qualcosa che è già stato appunto “orecchiato”, magari in uno spot televisivo (Conad?)
    Poi, chissà…
    Ma se non si semina non si può raccogliere.

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  4. Stefano ha detto:

    Non era necessario essere degli esperti di concerti, per capire che quello in questione
    sarebbbe stato di scarso spessore musicale. .
    Io ho fatto fatica ad andare oltre i primi 3- 4 brani, nell’ ascolto alla radio. Sul programma condivido totalmente la recensione di Kurvanal, ed anzi, sapendo quanto egli è di gusti esigenti, mi stupisco che si sia recato fino a Ravenna per assistere a un evento così nazional popolare . Comunque lo ringrazio per per la bella recensione.

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