Operistica, Recensioni

Lucia di Lammemoor -Teatro Comunale Bologna

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Come ho scritto non ho avuto la possibilità di assistere alla Lucia. Ricevo però dal prof. Giampiero Cane (della cui serietà ho personale certezza) questo articolo con il permesso di pubblicarlo. Ovviamente questo non riflette necessariamente la mia (inesistente in questo  caso) opinione.
Bologna, Teatro Comunale, 16 giugno 2017
Può anche darsi che la pioggia di rane in Magnolia discenda da Tam-Tam II (“pour Wilfredo”, forse Lam) di Aimé Cesaire: “à petits pas de pluie de chenille” ecc.: il surrealismo ci ha spalancato orizzonti su paesaggi preparati dal nostro stesso pensiero, non privi di senso, ma poli per flussi ininterrotti d’interpretazione; ci ha abituato a tutto, anche alle scemenze di quei registi d’opera, non tutti, è ovvio, che forse suppongono ancora di poter sorprendere col far volare gli asini o cose simili. Con ciò seminano quel loglio di cui non pare ci sia chi sappia utilmente fruire. Il pubblico si diverte a “buarli” (neologismo che discende dai paramuggiti che accompagnano il loro ingresso in scena, a cose fatte), l’intensità della “buazione” è proporzionale alle “boazze” depositate da loro sull’assito. Lucia di Lammermoor è un’opera di Donizetti testimone del primo romanticismo. È un concentrato di quel che fu l’opera quando la prese per mano Giuseppe Verdi e per mezzo secolo la portò dove volle. Il costume permettesse di tagliare qualcosa, di riscrivere altro, di farla propria come utilmente accade non molto raramente nel teatro di prosa, se ne potrebbe ricavare un fulmine abbacinante e travolgente. Ma nell’opera ciò l’han fatto qualche volta gli autori, modificando i loro testi per adattarli alle capacità delle voci di cui disponevano. Oggi queste varianti di produzione sono raccolte nelle edizioni dette critiche, allestite da filologi affatto noiosi in genere e, comunque, incapaci anche solo di suggerire di buttar via da Otello di Verdi, quella lagnosa “Ave Maria” che segue l’adorabile ninna nanna del salice. Naturalmente, la decisione eventuale di tagliare non potrebbe essere che a carico del podio e comunque sarebbe un grande scandalo perché “taglia Verdi uno che obbedisce a un Franceschini” (e messe le cose così, non ci sarebbe rimedio). L’opera è in scena al Comunale di Bologna. Inizia con un coro di cacciatori che hanno ammazzato un gran cervo che viene steso su grande tavolo Tra un po’ il fratello di Lucia taglierà la testa al cadavere del cornuto (chissà perché, ma forse per legare questa Lucia a quel Ratto mozartiano con tagliagole apprendisti che fece ridere mezza città un par di mesi or sono. Lo stesso tavolo sarà quello imbandito per la festa matrimoniale di Lucia con un Arturo ch’ella non ama affatto, ma cui è costretta dal fratello Enrico. Seduti attorno a detto tavolo, gli ospiti di casa Ashton (casato di Lucia) assisteranno composti come mummie all’alterco feroce tra Edgardo (amante, amato di Lucia) ed Enrico e in seguito apprenderanno dalla voce di Raimondo Bibedent, figura in gara con Germont padre in Traviata per il campionato d’ipocrisia tra i vecchi saggi. Quando quest’ultimo tacerà, del tavolo s’approprierà Lucia che, stando al libretto ha già ucciso l’Arturo che il fratello pretendeva di rifilarle e appare agli ospiti, del tutto compunti, coll’abito macchiato del sangue di lui e con un coltellaccio in mano. È una della più appassionanti scene di follia amorosa che ci sia dato conoscere e qui non s’interrompe nemmeno con l’ingresso del morto renitente che è venuto giù al piano terra, strisciando dietro l’assassina. Povera Lucia e povero Edgardo; lui sta per cantare “Se l’ira dei mortali /fece a noi sì dura guerra / Se divisi fummo in terra ne congiunga il nume in ciel”. È difficile non commuoversi, anche se oggi tutti dispongono di quegli strumenti interditivi della verità sentimentale che trionfano nel divorzio. L’ambientazione tardo settecentesca è qui sostituita da un periodo ipoteticamente “tra le due guerre”. Quali siano non è dato capire, ma dev’essere un tempo dell’alto Medioevo. Il Papa a Roma ci certifica che comunque non ne è passato molto In sala un gran correre di maschere a vietare l’uso fotografico dei cellulari. Dato che le madri degli stupidi sono sempre incinte, se ne ricava che la produzione di stupidi è continua. Michele Mariotti ha diretto l’opera con qualche ridondante, brusca sottolineatura sonora. Dovrà imparare a prendersi il carico di tutta l’interpretazione, gesti e voci comprese: in teatro la democrazia non ha senso, anzi rivela la sua natura contraria quella che le attribuì Churchill, tale per cui si manifesta come il modo più sicuro per scegliere i peggiori. In qualche modo lo dice anche nella politica se pensiamo al Duce, al Führer e al Piccolo Padre, tutti tre democraticamente eletti, mi pare. Generosa la performance di Stefan Pop, tenore rumeno ancora giovane, cui manca soltanto un po’ di quel che si chiama “anima” e meno sicura la Lucia disegnata dalla Lungu, fragile nel duetto d’entrata con Enrico, ma più consistente nella asperrima follia. “Chi mi frena in tal momento” è un concertato a 6 voci che ebbe tale successo per cui, con un arrangiamento adeguato ai mezzi di una jazz band degli anni Trenta, fu nel repertorio delle migliori orchestre nere di Harlem. Direi che l’abbiano registrata i Clouds of Joy e anche Cick Webb, ma non ci giurerei. Dalla mia discoteca sono spariti gli ellepi in oggetto. Mi ricordo queste tracce come ottimi esempi di quel prendere a calci nel sedere la tristezza (i blues) per vivere alla leggera. Ho l’impressione che pochi abbiano idea di cosa ciò significhi.
PS Un “blogger” non è un oracolo e commette inevitabilmente errori (il minimo possibile..). Ricevo spesso “correzioni” non sempre fondamentali e non sempre precise. Così come io mi sottopongo al giudizio altrui con nome e cognome così chi vorrà avere la bontà di segnalarmi eventuali errori o imprecisioni dovrà farlo unicamente mandando un commento: a ognuno la propria responsabilità.
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Cast

Markus Werba

Lucia

Irina Lungu

Sir Edgardo di Ravenswood

Stefan Pop 

Lord Arturo Bucklaw

Alessandro Luciano

Raimondo Bidebend

Evgeny Stavinsky

Alisa

Elena Traversi

Normanno

Gianluca Floris

Orchestra e coro del TCBO

Direttore

Michele Mariotti

Regia

Lorenzo Mariani

Scene

Maurizio Balò

Costumi

Silvia Aymonino

Luci

Linus Fellbom

Videomaker

Fabio Massimo Iaquone
Luca Attilii

Assistente alla regia

Hannah Gelesz

Assistente alle scene

Andrea De Micheli

Assistente ai costumi

Vera Pierantoni Giua

Maestro del Coro

Andrea Faidutti

Nuova produzione del TCBO con ABAO Bilbao,
Slovak National Theatre e Teatro Carlo Felice di Genova


Apology:  i
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Blogposts translations are available!
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NB: leggete anche i commenti ai posts selezionando il bottone “commenti” sulla sinistra del post. Talvolta sono persino più interessanti del post stesso!!! 
PS  Vorrei ringraziare tutti coloro che inseriscono commenti  ai posts utilizzando l’opzione “Lascia un commento”  (o “commenti” se ne sono già stati inseriti) prevista nella sezione sinistra (o prima del testo per schermi ridotti come i tablets) dei posts stessi affinchè tutti possano leggerli.  Il dibattito è sempre interessante per tutti…..grazie (è indispensabile lasciare nome e cognome – i commenti anonimi non saranno pubblicati)!!
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3 thoughts on “Lucia di Lammemoor -Teatro Comunale Bologna

  1. Roberto Barilli ha detto:

    anch’io ho trovato la recensione di Giovanni Cane piuttosto criptica, impressionista se vogliamo restare in ambito artistico.
    Poi è rimasto irrisolto ‘chi’ ha fatto sparire dalla sua raccolta di dischi ‘quegli’ lp.

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  2. Franca Laschi ha detto:

    Per fortuna. non tutte le recensioni sono incomprensibili come questa…a me piace confrontare le mie impressioni con quelle di un intenditore (come Lei).In questo Caso non ci sono riuscita!,

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    • Ma la recensione non l’ho scritta io (come chiaramente indicato). Sono però d’accordo con Lei che è particolarmente criptica…. Potrebbe sempre scrivere direttamente al prof. Cane (giovanni.cane@alice.it . l’indirizzo è quello giusto!) ed esprimere i Suoi dubbi!

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